Articoli in primo piano
hai-diffuso-il-video-stronzo

Hai diffuso il video? Stronzo!

Scusatemi per il titolo, sapete che uso il turpiloquio quando è strettamente necessario. In questo caso era strettamente necessario per parodiare la parodia. Dopo il successo mediatico del video dove si vedono due persone durante una fellatio erano infatti fiorite le parodie sul tormentone “Hai fatto il video? Bravoh”. Fate caso alle parole. All’inizio avevo scritto che si vedeva una ragazza mentre faceva sesso orale a un ragazzo poi però ho corretto perché questo è un punto vista che può essere ribaltato. Si può benissimo dire che nel video si vede il membro di un ragazzo che chiede del sesso orale a una ragazza.

Le parole sono importanti, mi faceva notare un’amica ieri, e condivideva con me un banner dove si legge: «Strangolata una prostituta» corretto in «donna». Non fatemi puntualizzare che non tutti gli uomini sono assassini o stupratori: lo dico in continuazione su questo blog. Ma le parole fanno la differenza e sono il riflesso di una mentalità. Per una fellatio ci vogliono un pene e una bocca. Perché, per la stessa identica pratica, la bocca dovrebbe provare vergogna e il pene essere orgoglioso?

La vicenda che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone è squallida ma non per il sesso o per il video. Non mi interessa giudicare i comportamenti sessuali di qualcuno. La vicenda è squallida perché chi ha girato il video con lei si è sentito in una posizione forte quindi ha creduto di essere in diritto di diffonderlo. Ho visto il filmato ma non lo linkerò perché comunque è una cosa intima e lei non voleva che fosse diffuso. Voglio solo far notare che lei, con quelle famose parole, cercava di eccitare lui. E voglio anche evidenziare quello che accade dopo la frase all’origine di tutte le parodie. A un certo punto si sente lui che dice: «Ci sta un signore là». Il signore gli dice qualcosa e il ragazzo risponde: «Scusate!». Sta sorridendo imbarazzato, lo si sente dal tono di voce, ridacchia. Anche la ragazza dice qualcosa e lui rivolto a lei spiega: «Signore ‘sti cazzi, sono di casa qua. E infatti ho detto “scusate”». Poi di nuovo verso quello fuori ripete imbarazzato: «Sì, scusa eh. Scusami. Scusami». Lui è l’eroe lei è la sgualdrina.

Chi ha visto questo video o anche solo sentito l’audio aveva elementi per giudicare − non tutti ma molti. Oggi Peter Gomez ha scritto questo incipit: «Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone». È vero, non sono stati i soli e sono stati gli unici a scusarsi. Sto cercando l’articolo in cui si ipotizzava che Tiziana Cantone stesse cercando di farsi strada come pornostar. Avevo letto il titolo poco fa, ma l’articolo non si trova: il link reinderizza sul mea culpa di Gomez. Così è la rete: un giorno sei sulla cresta dell’onda e il giorno dopo ti trovi scaraventato a terra. Credi di aver scritto una cosa brillante e poco dopo te ne penti. Succede. Nessuno ne è esente. L’importante è assumersi le proprie responsabilità. Ma non mi piace il bullismo. Non mi piace contro Tiziana Cantone e neanche contro Elisa D’Ospina che aveva scritto il pezzo scomparso (vi si leggeva tra l’altro: “Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?”). Ognuno però si assuma le proprie responsabilità.

Chi ha realizzato le parodie su Tiziana Cantone, le magliette, i gruppi Facebook, chi aveva partecipato a quello che era diventato un fenomeno virale probabilmente non sapeva che la messa online del video non era consensuale. Ora però sanno, tutti sanno: un tizio le ha fatto un video, più video, mentre faceva sesso con lei. In un primo momento risultava che lui avesse condiviso quei filmati privati senza il consenso di lei. Ora sembra che lei stessa li abbia inoltrati a quattro amici. Uno o più amici sono stati gli artefici della diffusione in rete. Alle spalle di lei. Forse pensando di essere ganzi hanno compiuto un atto di una violenza inaudita. Il video ha assunto dimensioni virali e lei è diventata la zoccola, lo zimbello della rete. Tiziana Cantone ha cercato di far smettere quella giostra sospinta dall’ondata di slut shaming, l’onta della sgualdrina. Stava per cambiare identità, scomparendo pur di proteggersi, e alla fine si è suicidata.

I video che sono circolati sono atti di bullismo. Lei sapeva di essere ripresa. Fare sesso le piaceva e magari le piaceva pure fare i video. E allora cosa cambia? Questo non aggiunge né toglie niente al sopruso di cui è stata vittima. Il fatto stesso di poter vedere quei video ci rende testimoni di un atto violento. Una violenza che non è nell’atto sessuale e nemmeno nella sua registrazione. Una violenza che consiste nell’aver calpestato i limiti di uno spazio privato e delicato rendendolo pubblico all’insaputa di lei, anzi ai suoi danni.

Alla luce di questa consapevolezza e di ciò che ne è seguito le parodie  diventano qualcosa di macabro e vagamente necrofilo. Assumetevi le vostre responsabilità, solo questo. Leggendo del caso anch’io mi sono sono imbattuta in uno youtuber che aveva fatto una parodia di Tiziana Cantone. Niente di eccezionale, solo una delle tante varianti del tormentone «Hai fatto il video? Bravoh». Gli altri utenti stavano lasciando commenti durissimi sotto il video della sua parodia e lui si lamentava accusando l’ipocrisia del suo pubblico. Fin qui tutto abbastanza banale. Sennonché il tizio aveva fatto un secondo video in cui diceva che la ragazza se l’era cercata.

Di solito non scrivo su Youtube stavolta invece ho deciso di lasciargli un commento. Non è nel mio stile offendere le persone, aggredirle o infamarle. Così gli ho scritto che non avevo visto il suo primo video e non mi interessava. Ma questo suo secondo video di lamentazioni mi nauseava perché diceva – parole sue – che la ragazza se l’era cercata. Ho fatto una banale constatazione: a causa di quanto aveva detto sarebbe stato sputtanato esattamente come la ragazza. Gli ho fatto notare che i blogger e gli altri youtuber ne avrebbero parlato e lui sarebbe stato sulla bocca di tutti. Dopo questa esperienza avrebbe potuto raccontare se era divertente o no essere bullizzato dalla rete. Ma gli ho anche detto che faceva ancora in tempo a salvarsi, a cancellare il video. E lui l’ha cancellato.

Era molto arrabbiato con l’ipocrisia della rete che prima ti esalta e poi ti butta giù dal trono. Il titolo del video era vergognoso, come le cose che diceva al suo interno: Tiziana Cantone si suicida e tutti moralisti?! Magari in parte aveva anche ragione ma non ho potuto finire di sentire i suoi argomenti. Adesso il suo video è privato. Ho lo screenshot con la sua faccia, conosco il nickname che usa e so come arrivare al suo canale. Non userò queste informazioni perché non mi piace il bullismo. Anche perché rispetto il fatto che abbia ritirato il video. Sono molti i tizi che fanno queste sparate a cuor leggero e poi si pentono, come quello di cui ha fatto lo screenshot la Lucarelli. Lui ha continuato a bullizzare Tiziana Cantone anche da morta ma di fronte alle reazioni ha cancellato il suo messaggio infame.

tizio

Un’amica mi ha segnalato un tizio, uno dei tanti, che ha scritto di Tiziana Cantone: “ha fatto la zoccola e poi si è pentita”. Non commento, non ne vale la pena, quello che penso l’ho già detto. Però vedete, cari signori, anche molti commentatori d’assalto poi si sono pentiti. I social sono una cosa ben strana. Un giorno vi portano in cima al mondo e il giorno dopo vi sbattono a terra e anche più giù. State sempre attenti a quello che scrivete, alle parole che usate, perché le parole sono importanti. E prima o poi vi accorgerete di quanto sia facile che vi si ritorcano contro.

.


Ps.

Per documentazione aggiungo alcune informazioni. Francesco Capozza, vicepresidente di Corecom Marche, ha scritto questo tweet, sono seguite le reazione degli utenti che hanno provocato una sequela di esternazioni. Il profilo Twitter risulta disattivato. La testata DIRE riferisce che è stato fatto decadere dal suo incarico.

capozza

Pps.

È uscita la notizia che anche il primo commentatore Antonio Foglia, lo cito perché ormai il nome è noto, è stato rimosso dall’incarico. L’orchestra sinfonica di Salerno, dopo aver preso le distanze da quanto lui ha scritto, lo ha allontanato per le offese a Tiziana Cantone, la ragazza che si è suicidata

Sul web è nata una nuova stella: Tiziana Cantone di Elisa D’ospina

Tiziana Cantone, gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web

Valentina Nappi: Tiziana Cantone? È slut-shaming

Perché non è stato il web a uccidere Tiziana Cantone

Storia di una colonna di destra infame

Antonio Foglia e quel post contro Tiziana Cantone, addio all’orchestra

La Lucarelli vendica Tiziana Cantone (sic)

Antonio Foglia licenziato dall’Orchestra

La gogna è una cultura

1-viugihdbsttwtwvzzklcpg

 

14344236_988216787990454_8696729275959030593_n

Articoli in primo piano
7f4132619cb7feb227738900b775ff35

Una ragazza movimentata

Lo stupro è una questione di potere, partiamo da questo assunto. Ricorro a tale concetto perché sta montando il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo stuprata per più di due anni da un gruppo di ragazzi tra cui il suo presunto fidanzato. Lei aveva 13 anni quando è iniziato; loro, i ragazzi, erano sulla ventina e ce n’era anche uno di 30. Prima di tutto diamo alle cose il loro nome. Un trentenne che ha rapporti sessuali con una bambina delle medie si chiama in un modo solo: pedofilo. Ci sono 17 anni di differenza, potrebbe essere sua figlia. Gli altri è come se fossero andati con la loro sorellina piccola. Questi tizi non hanno la minima idea di cosa sia il sesso. Pensano di praticarlo e di essere ganzi ma in realtà praticano soltanto il potere.

Il fidanzato che ha dato il via agli abusi si chiama Davide Schimizzi, 22 anni, fratello di un poliziotto, Nino, che invece di denunciarlo come avrebbe dovuto fare, lo consigliava su come mentire. Mi aspetto dei provvedimenti nei confronti di entrambi. Una volta questo Davide, dopo aver fatto sesso con la ragazzina, ci ha fatto andare il suo amico Lorenzo Tripodi, 21 anni, incensurato. Lei si è ribellata ma l’hanno sopraffatta. Poi ci sono stati Antonio Verduci, 22 anni, figlio di un maresciallo dell’esercito e Giovanni Iamonte, 30 anni, figlio di Remigio, un esponente della cosca locale della ’ndrangheta. Lui la ricevette la prima volta come regalo di compleanno. Poi ci sono Daniele Benedetto, 21 anni, già noto alle forze dell’ordine; Pasquale Principato, 22 anni; Michele Nucera, 22 anni; un diciottenne che all’epoca era minorenne e Domenico Mario Pitasi accusato di favoreggiamento.

Oltre a questi ragazzi c’è un paese intero: una parte sicuramente sana, una parte malsana. Magari la parte malsana è spaventata dalla presenza di uno ‘ndranghetista tra gli accusati insieme al figlio di un maresciallo e al fratello di un poliziotto. O magari quei cittadini hanno solo la testa piena di luoghi comuni sul fatto che non bisogna immischiarsi. In qualsiasi caso la parte malsana del paese di Melito Porto Salvo ha detto cose inaccettabili. Di fronte a questi virgolettati, «Se l’è cercata!», «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione», «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», ho voluto capire perché ci fosse stata una simile reazione e se fosse stata davvero così univoca.

In realtà no, non è stata una reazione univoca. Ci sono state delle persone che hanno manifestato e marciato in solidarietà alla vittima. Qualcuno dice solo 400, qualcuno dice 1000, in ogni caso se si pensa che c’è di mezzo la criminalità organizzata e il figlio di un esponente della ’ndrangheta questi numeri valgono di più. A Lucca (comune di 90.000 abitanti) per le due manifestazioni contro il femminicidio di Vania Vannucchi si parlava di un migliaio di persone a raduno. Ma è certo più facile metterci la faccia quando non devi aver paura di qualcuno. Ovviamente condanno la mentalità omertosa di cui parla anche il procuratore Raho nella conferenza stampa ma voglio dire che è facile giudicare quando non si rischia nulla. La mia conclusione è semplice: ci sono state 400-1000 persone che hanno manifestato, poche o tante che fossero sono state coraggiose ed è comunque un inizio.

Riguardo ai genitori il procuratore Raho parla di paura, racconta che il padre ha contattato lo ‘ndranghetista Iamonte perché la cosa finisse. L’associazione Libera incoraggia a sostenere i genitori e, nonostante le mie molte perplessità, sono d’accordo con questa posizione. I genitori non si sono rivolti subito alle forze dell’ordine ma alla fine hanno fatto la scelta giusta. Pur con tutti i dubbi non possiamo metterli in croce proprio adesso che si sono sganciati dalla logica della paura e della sottomissione. Forse non è chiaro il concetto ma il loro è un atto di ribellione a una mentalità che non prevede alcuna denuncia. Lo si capisce soprattutto se si guarda a Davide Schimizzi e a Nino, il poliziotto che avrebbe dovuto garantire la legalità e invece consiglia al fratello stupratore: «non devi dire niente, non devi parlare». Voi ve la immaginate una famiglia che affronta da sola lo ‘ndranghetista, il poliziotto e il figlio del maresciallo? Io ci andrei piano con i giudizi e soprattutto con le facili generalizzazioni.

Capisco chi afferma che la partecipazione alla manifestazione avrebbe dovuto essere massiccia, hanno ragione a dire che le dodicimila persone mancanti sono quelle che hanno preferito non entrare in merito: è così, non c’è discussione. I presidenti delle associazioni ConDivisa e AmmazzateciTutti dichiarano: «Quel silenzio degli onesti è spietato quanto i pervertiti che stupravano da oltre due anni la bimba». Gli onesti non possono tacere e rimanere onesti perché quando tacciono la loro stessa onestà si inquina. A prescindere dai numeri della manifestazione, nella serie di eventi che hanno portato allo stupro continuato della ragazzina ci sono state molte mancanze: è mancata la presenza della famiglia, è mancata la presenza della parrocchia, è mancata la presenza della politica, è mancata la presenza della società civile. Ed è questo che spaventa tutti: il vuoto che ha permesso che accadesse l’inaccettabile.

Nel 2008 a Melito c’era stata una sparatoria durante una recita e un bambino era rimasto ferito alla gola, il proiettile si era incastrato nella nuca. Questi fatti dimostrano che la ‘ndrangheta non conosce l’onore e non rispetta nemmeno i bambini perché li colpisce e li stupra. Questi fatti, però, dimostrano anche che la paura corrisponde a qualcosa di molto reale e che manifestare in piazza, denunciare, sostenere le proprie giuste ragioni non è affatto una cosa scontata. A Melito Porto Salvo ci sono stati i vili e gli onesti. Da una parte la signora che, intervistata, se ne lava le mani. Dall’altra quella che propone l’educazione sentimentale nelle scuole. Da una parte il preside della bambina che dice che la comunità si fa i fatti propri, ognuno si guarda la propria famiglia ed è meglio così. Dall’altra le professoresse che ascoltano e denunciano.

Già, sono state le professoresse che hanno capito da dove nasceva il disagio della ragazzina. Una delle insegnanti dopo aver intuito che qualcosa non andava ha parlato con la madre che però ha rifiutato di comunicare la notizia al consiglio di classe per attivare le procedure previste dalla legge. Da un tema in classe era emersa qualche traccia, la mamma aveva letto il compito e quando aveva chiesto spiegazioni la ragazzina aveva raccontato tutto. Lei però aveva deciso di non rivelare i fatti per non portare discredito alla famiglia, forse anche per paura. Era rassegnata e pensava che cambiare paese fosse la soluzione.

È ovvio che questo atteggiamento disturbi e scandalizzi. Ma chiedetevi perché le vittime di abusi familiari spesso non denunciano il comportamento dei loro congiunti. Non è solo perché credono erroneamente di essere amate. È anche perché temono il giudizio degli altri, non vogliono gettare discredito sulla propria famiglia. E allora si illudono di poter gestire la situazione da sole, pur di non esporsi alla vergogna, pur di non doversi misurare pubblicamente con persone socialmente più grandi e più forti di loro. La soluzione quindi non è dare addosso alla madre o al padre: tutta la nostra riprovazione non cambierà la situazione neanche di un millimetro. L’unica speranza è quella di innescare un cambiamento tale da impedire che questa situazione si verifichi ancora. Risolvere quei vuoti che rendono possibili simili eventi.

Il clima di omertà è innegabile: la madre, il padre e la cugina della ragazzina pur conoscendo i fatti non hanno denunciato. Il poliziotto, incitava il fratello stupratore al silenzio invece di spingerlo a costituirsi. Dei giovani adulti caricavano in macchina una ragazzina delle medie all’uscita di scuola due volte alla settimana e nessuno ha visto niente. Ma questa è solo una parte dei fatti. Se si riesce a scorgere il quadro per intero ci sono anche le professoresse che hanno aiutato a far emergere il fatto, ci sono quei 400 o 1000 cittadini che si sono schierati con la ragazzina,  c’è il padre che alla fine ha denunciato, ci sono i carabinieri che hanno catturato gli stupratori e i loro favoreggiatori.

Ho letto che la ragazzina ha messo sul suo profilo Facebook un aforisma di Nietzsche: «La migliore saggezza è tacere e andare oltre». Beh, ragazzina, se mi leggi volevo dirti che tu hai già parlato e lo hai fatto nel modo giusto. Non è colpa tua quello che è successo. Non hai fatto niente per meritarti ciò che ti è capitato. Hai fatto bene a parlare e sbagliano quelli che ti stanno criticando. Non so esattamente cosa vuol dire che sei movimentata ma tante di noi lo sono o lo sono state e sono diventate grandi donne. Non importa quanti uomini hai avuto: basta un solo rapporto per costituire una violenza. Non importa se andavi a letto con ragazzi più grandi: non avevano il diritto di abusare di te. Quello che mi ha colpito però non è stato il can-can dei giornali ma quello che è stato detto su di te dagli inquirenti.

Chi sta conducendo le indagini ti ha definita rigorosa che in questo contesto è una cosa importante. Dicono di te che non tiri nel mucchio ma che distingui ciò che ti è stato imposto da ciò che hai voluto. Questo non fa di te una donna peggiore di altre, semmai la dignità che dimostri ti rende migliore di chi ti giudica. Dicono di te che sei lucida e consapevole. Dicono di te che hai un rigoroso senso di giustizia e una assoluta fedeltà al vero. Dicono di te che sei dignitosa e coerente. Dicono di te che questo è il presupposto perché tu possa recuperare tutte le tue potenzialità interiori. Sei una bella persona, a quanto pare, e diventerai una grande donna perché in parte già lo sei. Tu non lo sai ma rappresenti una speranza per molte: ragazzine come te ma anche donne adulte. Non tutte trovano il coraggio di denunciare e non tutte vengono aiutate, esattamente come è successo a te. Ma tu sei ancora in piedi e ce la stai facendo. Continua a parlare non dare retta ai filosofi e alle malelingue. Continua ad essere come sei. Perché in mezzo a tutta questa meschinità tu ne esci come un gigante. Anzi una gigantessa.


Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Intervento di Don Benvenuto Malara, del sindaco di Melito, di Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera  ➘

(per la polemica sul servizio giornalistico vedere al minuti 16,22)

Intervista procuratore De Raho ➘

Conferenza stampa del procuratore De Raho ➘

Notizia arresti ➘

Antonio Marziale sociologo e giornalista italiano. Fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori ➘

Se l’è andata a cercare

Stupro di gruppo su una 13enne, 9 arresti a Reggio Calabria

Melito Porto Salvo: appena 400 persone alla fiaccolata, si tace e acconsente alla violenza

Tredicenne vittima del branco: accuse lucide senza vendetta

ConDivisa e Ammazzateci Tutti : “Grazie ai Carabinieri che hanno salvato la bimba stuprata dagli ‘ndranghetisti”

Violentata e chiamata “prostituta”, il caso Melito e l’ipocrisia dell’Italia peggiore

Violenza a Melito, le parole del preside: “La scuola non c’entra”

Reggio, la tredicenne violentata «La mamma nascose gli abusi»

Violenza di gruppo, il Cdr Rai Calabria: «Parole sindaco Melito ci sorprendono»

Solo in cento vanno alla fiaccolata per la 13enne violentata

Le mamme cattive esistono

Marcia silenziosa è segno di speranza

Articoli in primo piano
2

Fertility day

Si sta diffondendo piano piano la notizia del fertility day indetto per il 22 settembre. La notizia si può leggere sul sito del ministero della salute dove a pagina 1 del Piano Nazionale per la Fertilità si spiega che si vuol «celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”» (i maiuscoli sono nel testo).

Lasciamo da parte il concetto di “prestigio” collegato a “maternità”. Lasciamo da parte l’uso delle maiuscole che sa di dolce stilnovodonna angelicata. La rivoluzione di cui si parla è riassunta nei punti che precedono l’annuncio, soprattutto il quarto: «Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione».

La rivoluzione di cui si parla, dunque, è quella di passare da una concezione della fertilità come bisogno della coppia a una concezione della fertilità come bisogno della società. Bene, andiamo avanti: registriamo però che il documento riconosce il valore sociale delle fertilità, quindi della genitorialità, quindi della gravidanza. A questo punto ci si aspetterebbe un discorso sugli aiuti concreti ai neo genitori e alle neo mamme che in Italia sono una categoria particolarmente fragile.

Così, per curiosità, ho fatto una prova: ho cercato nel testo la parola “aiuto”, come aiuto economico, provvedimenti d’aiuto etc.. La parola ricorre prevalentemente nel senso di “aiuto medico” al concepimento. Non è la chiave corretta. Con “sostegno” va meglio, è la chiave di ricerca giusta. Il risultato però è sorprendente perché tra le primissime ricorrenze spicca questa frase: «Va evidenziato che la contrazione della fecondità riguarda tutti gli Stati UE. Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa, che hanno attuato importanti politiche a sostegno della natalità, restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione”. A seguire: «Il nostro Paese si pone quindi all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali».

Francamente si sente odore di autoassoluzione lontano un chilometro. Mi vengono in mente parecchie amiche e amici (sì, anche gli uomini possono desiderare dei figli) che si sono dovuti gestire la genitorialità in solitudine rispetto alle istituzioni. Parlo di una genitorialità in condizioni economiche precarie, sviluppata tra mille equilibrismi che vanno molto al di là del concetto di “sapersi arrangiare”. Mi vengono in mente amici che hanno rinunciato ai figli per paura di non potervi provvedere economicamente. Amici che sotto il ricatto della perdita del lavoro hanno rimandato e rimandano ancora. Amiche che alla notizia di una possibile gravidanza non sanno se gioire o disperarsi. E voi ci venite a parlare di orologio biologico?

Questa campagna susciterà rabbia, ci vuole poco a prevederlo, e la rabbia si alimenterà dalla sensazione di avere di fronte un muro di gomma invece di un interlocutore serio. È al contempo un problema politico e un errore di comunicazione. Da quanto tempo le donne, le coppie, i precari stanno chiedendo di essere messi in condizione di poter fare figli? Datele a noi le facilitazioni che hanno le famiglie e le madri negli altri paesi. Dateli a noi gli asili, le garanzie, i contributi economici. Datele a noi le assicurazioni contrattuali. Non ci sarà bisogno che lo Stato ci venga a spiegare che dobbiamo fare figli: li faremo da soli. Perché molti i figli li vogliono ma non possono farli. Perché c’è chi ha rinunciato ai figli e nessuna istituzione è stata ad ascoltare. Perché nessuno fa i figli per lo Stato ma li fa per pura scommessa sul futuro e oggi abbiamo tutti paura del futuro. Abbiamo paura per noi e per i nostri figli: quelli che abbiamo e quelli che potremmo avere.

Con che coraggio è stata bandita questa campagna nel momento in cui i consultori, gli asili, le reti sociali vengono a mancare? Con che coraggio si additano ancora una volta i giovani, ancora una volta le donne? Con che coraggio si fanno proclami senza fornire i mezzi concreti per mettere in atto quello che si richiede? Con che coraggio ci si pone come giudici invece che come ascoltatori di bisogni frustrati? Con che diritto lo Stato si intromette nelle scelte personali? Lo Stato, una grandissima possibilità ce l’avrebbe davvero: quella di creare le condizioni ottimali perché le persone che vogliono fare figli si sentano tutelate e li facciano. In questo senso c’è davvero un ampio margine di manovra per migliorare.

Volete che si facciano figli? Anzitutto parlate di famiglie e non di singole donne. Le donne, in questa campagna, appaiono come semplici fattrici. Se esiste un linguaggio adatto alla specie umana per parlare della gravidanza e non è un caso (incinta, non pregna). Le immagini della campagna per la fertilità parlano solo di ventri, di uteri, di acque, di orologio biologico. Del corpo delle donne come spazio pubblico. Le immagini di questa campagna giocano deliberatamente con le ansie e le frustrazioni delle donne, si insinuano nel loro corpo, nel loro personale, le ricattano e le mortificano.

Sfogliando le cartoline si scopre che non solo si mortificano le donne ma si marginalizzano gli uomini facendo della fertilità una mera questione di utero e di sperma. Gli uomini non si sono niente di più che degli inseminatori. Si legge nel documento «Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili». No, la genitorialità non è solo questione di ruoli e la complessità delle persone non è mai riducibile a pura mansione di genere.

Si tratta sempre di scelte, non di atti dovuti: a questo principio non si deve derogare mai. E tenuto conto di questo presupposto cosa può fare lo Stato per frenare la crisi demografica? Può fare molto rispetto ad adesso, può fare quello che fanno gli altri Stati: aiutare le famiglie a sostenere la genitorialità, come si sta chiedendo da anni e da molte parti. Aiutare concretamente senza campagne velleitarie e senza un uso auto-assolutorio delle statistiche. Non basta dire che i paesi che fanno politiche di sostegno «restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione». Se la soglia di sostituzione è 2.1, una cosa è stare a 1,97 come la Francia e un’altra è stare a 1.34 come l’Italia. Quindi fate politiche di sostegno perché passare da 1,34 a 1.97 sarebbe già un progresso. Create le situazioni concrete per favorire la genitorialità e vedrete che qualcosa succede.

.

Le richieste riguardo al #fertilityday dunque sono tre e sono molto semplici

  1. rendere possibile una genitorialità sostenibile: compatibile col lavoro e con le condizioni economiche delle famiglie
  2. diffondere una cultura per cui la genitorialità riguarda tanto gli uomini quanto le donne
  3. cambiare la comunicazione

.

Ps. Tutti i commenti sono graditi e preziosi, anche le storie personali


Qui sotto

la campagna reale e la campagna fake di Ruminatiolaica

.

Campagna fake di Ruminatiolaica: Il #fertilityday, quello vero

 

Public Space, il corpo delle donne come luogo pubblico, ispirato al saggio di Barbara Duden

Articoli in primo piano
Burkini

Bikini per burkini

Con l’estate che sta finendo anche la discussione sul burkini sembra agli sgoccioli. Scrivo due cose giusto per non perdere l’onda: tra un po’ sarà autunno e nessuno si occuperà più dell’argomento. Quando gli ombrelloni si chiuderanno e i costumi verranno messi via in attesa della prossima prova, passeremo a parlare d’altro. In effetti accade anche altro sotto il cielo delle questioni di genere. Accade, ad esempio, che l’attivista LGBT turca Hande Kader è stata ritrovata stuprata e bruciata, accade che a Rio per la prima volta un’atleta Iraniana vince una medaglia, accade che c’è uno scontro in atto sulla taglia delle donne in Occidente, accade che continuano i femminicidi, accade che vengono sottratte risorse alle case protette, accade che i consultori stanno sparendo, accade che delle presentatrici egiziane sono state sospese perché troppo grasse e accadono moltissime altre cose. Ma pare che su questo “altro” non ci saranno grandi dibattiti.

Se pensate che il mio sia il solito benaltrismo vi sbagliate perché il problema è esattamente questo. Per portare avanti una discussione ideologizzata si stanno mettendo da parte delle cose importanti che riguardano i diritti delle donne, qui e ora; immigrate e non. Se ciò non bastasse a me pare che la discussione sia del tutto decentrata rispetto al problema che vorrebbe affrontare che è quello dell’autodeterminazione femminile in una condizione di passaggio. È giusto e doveroso parlare di dress code in rapporto all’autodeterminazione femminile ma abbiamo scelto il modo più inutile e pretestuoso per farlo, mettendo sotto accusa le donne invece di porci al loro fianco.

Le discussioni di questi giorni mi hanno fatto venire in mente un episodio di qualche anno fa. Al mare in Corsica, capitò che andassi a nuotare completamente da sola. Non c’era nessuno dei miei amici e la  spiaggia era quasi deserta. Mentre nuotavo in santa pace mi sentii strattonare e andai sotto. Bevvi un po’ prima di capire che c’era un labrador da salvataggio vicino a me. Quando potei toccare il fondo con i piedi presi il cane e lo portai a riva. Lo consegnai al padrone che lo rimise al guinzaglio e si scusò. Il succo della storia è che non avevo bisogno di essere salvata, non ero in difficoltà e quando lo feci presente nessuno insisté per salvarmi.

Oggi mi hanno chiesto se mi piace il burkini: la risposta è NO. Mi chiedessero se condivido il divieto la risposta sarebbe sempre NO. Pochi arrivano al secondo passaggio, eppure il fatto che una cosa non mi piaccia non implica la necessità di vietarla. Guardandomi intorno mi sembra che nessuno metta in dubbio che il burkini sia un abbigliamento che pone dei problemi. Però trovo ridicolo quando mi sento domandare se sono favorevole o contraria. Cos’è, un referendum o un quiz a premi? Sì ho appena risposto ma l’ho fatto perché non voglio che vengano strumentalizzate le cose che scrivo. Il fatto che mi piaccia o meno non è il nocciolo del problema e mi sento sotto ricatto nel dover chiarire l’ovvio.

Perché dovrei essere pro o contro un abbigliamento che non uso? Non l’ho nemmeno mai visto se non in fotografia. Perché dovrebbe essere consequenziale che le cose a me sgradite vadano vietate? Capisco che un abbigliamento insolito possa disturbare. Ma credo che il punto chiave sia stabilire fino a dove può spingersi il nostro diritto di interpretare il grado di libertà di una persona. Detto in altre parole, dovremmo porci il problema se una persona ha davvero bisogno di essere salvata e se vuole esserlo.

Se vogliamo analizzare la questione del burkini, la discussione si articola in due parti. Una parte riguarda la percezione esterna: il modo in cui noi recepiamo, proiettiamo e rappresentiamo la libertà delle altre donne. La seconda parte riguarda la percezione interna: il modo in cui le donne che indossano il burkini percepiscono il rapporto con il proprio corpo e con il genere maschile. Al di là delle affermazioni apodittiche, l’unica cosa sensata da fare sarebbe stabilire una qualche comunicazione con le donne interessate. O, per meglio dire, cercare un confronto tra la percezione esterna e la percezione interna del problema.

Di solito a questo punto c’è sempre qualcuno pronto a dire che quelle donne hanno introiettato una mentalità patriarcale, che non sono in grado di decidere per sé stesse, che non sanno quale sia la vera libertà perché sono cresciute dentro società castranti e maschiliste. Personalmente credo sempre nella possibilità della crepa e nella sua capacità di rompere le superfici più dure. Ma soprattutto non posso evitare di pensare che quello è lo stesso identico argomento di chi vuole imporre alle donne un abbigliamento coprente e modesto. Tu non sei padrona del tuo corpo allora decido io per te. Tu non sei padrona del tuo corpo quindi decido che ti devi coprire. Tu non sei padrona del tuo copro quindi decido che ti devi scoprire.

Il punto debole di questo atteggiamento è che le donne non sono MAI considerate quale soggetto delle proprie scelte, giuste o sbagliate che siano. Da questa discussione è totalmente scomparsa la sua parte più importante: cosa pensano le donne che indossano effettivamente il burkini. Perché il punto non è che a me il burkini piaccia o non piaccia ma quanto diritto ho di interferire nelle scelte di persone di cui non conosco la cultura e di cui ignoro totalmente le valutazioni. Qualcuno pensa seriamente che le donne liberate a forza dal burkini si butteranno seduta stante sul bikini? Non vi sembra di avvertire la presenza ingombrante di un certo Pigmalione? Le donne non si liberano comandando loro cosa devono fare. Dire “copriti per legge” oppure “scopriti per legge” non fa nessuna differenza per colei che deve accettare su di sé la decisione altrui: tanto nessuno le chiede mai come vuole vestirsi.

Schermata 2016-08-18 alle 02.32.41

L’altra sera guardando le olimpiadi e gli atleti occidentali che si esibivano in tuta lunga al galà della ginnastica (ritmica, atlete bielorusse, minutaggio 1:02:31) ho messo insieme alcuni pensieri e parecchie domande. Il benessere nei propri panni ognuno lo decide per sé. Nessuna/o vuole essere salvata/o per forza, mai. I processi di emancipazione sono sempre e solo volontari. Con le donne ci si può parlare per sapere cosa pensano invece di decidere al posto loro. Salvare le donne per forza cosa è se non patriarcato? Voler educare le/gli altre/i per forza non è una forma di colonialismo culturale? Il divieto del burkini provocherà il passaggio forzato al bikini o limiterà ancor di più la libertà delle donne? È legittimo pretendere che una persona passi dal burkini al bikini? Che differenza c’è tra un maschio-padrone che mi impone di vestirmi e un qualsiasi altro padrone/a che mi impone di spogliarmi? Perché un maschio che mi impone di vestirmi è oppressivo e chi mi impone di spogliarmi è liberatorio? Perché è così difficile accettare che nessuno ha il diritto di impormi il modo in cui devo essere libera?

Guardando la discussione da un punto di vista esterno, non dobbiamo chiederci se il burkini è giusto o no per le altre donne. Dobbiamo chiederci semplicemente se il burkini è giusto per noi. Io non credo che lo indosserò ma quanto al vederlo indossare a me interessa solo se pone problemi di riconoscibilità del volto e se limita la mia libertà. La risposta è no, non pone problemi di riconoscibilità e non limita la mia libertà. Qualcuno obietterà che le donne che indossano il burkini hanno introiettato la loro stessa oppressione, come dicevo sopra. Ma così facendo le si priva una volta di più della capacità di avere voce in capitolo, di decidere qualcosa su sé stesse. Anche perché noi non sappiamo esattamente quale sia la reale condizione rispetto al burkini. Possiamo solo fare delle ipotesi. O imparare a comunicare.

I. S.

 
.
.

Esercizio di stile con le ipotesi

Ipotesi n. 1) Il burkini è uno strumento di sottomissione maschilista. Soluzione: Vietarlo, punto e basta. Implicazioni: Dato il maschilismo imperante le donne non potranno più andare al mare e non faranno più sport.

Ipotesi n. 2) Qualche donna sceglie il burkini perché ne è convinta e probabilmente gli da un significato  che a noi sfugge. Soluzione: Le diciamo che secondo noi lei è schiava e che la liberiamo perché sappiamo cosa è meglio per lei. Implicazioni: Oltre che ai maschi burkinizzatori, quella deve sottomettersi pure a noi. A torto o a ragione lei la percepirà come un’imposizione. Avvertenza: guardate che la logica del liberatore e del selvaggio non funziona.

Ipotesi n. 3) Il burkini è oggettivamente limitante. Soluzione: Lasciamo che ciascuna decida se portarlo o no.  Implicazioni: Gli inevitabili scambi culturali entreranno in azione, quelle donne saranno a contatto con un modello diverso. Tra qualche tempo porteranno ancora l’indumento. Oppure lo abbandoneranno.

Ipotesi n. 4) Le donne non potevano fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Soluzione: Il burkini ha permesso di fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Implicazioni: se le donne vivono in una società dove si aboliscono le cause dell’oppressione (cioè non gli si impone di portare l’indumento e neanche di toglierlo) allora saranno libere di scegliere.

Ipotesi n. 5) Per alcune donne la copertura è una scelta consapevole. Soluzione: si può comunicare con le donne che la praticano. Implicazioni: si accetta la loro scelta e si va avanti.

.



Rassegna Stampa

Petite histoire du « burkini », des origines aux polémiques

The BURQINI ™ _ BURKINI ™ Brand Story

Modest swimwear for ladies & girls _ Aqua Modesta

Burkini fuori legge in Francia_ antiterrorismo

Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini

‘Burqa plage’, in spiaggia col velo – Arabpress

Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini

Burkini in spiaggia, i sindaci sardi contro il divieto_ noi non lo vietiamo

Francia, anche Valls contro il burkini. _Incompatibile con i nostri valori

Serracchiani contro Valls_ Il burkini non va vietato

Il burkini e il principio di laicità

Burkini, vietarlo è un atto di libertà

Sgrena Il burkini_ Puro esibizionismo

Le musulmane alla sfida dei diritti – La Stampa

Zanardo_ Io femminista vi dico_ vietare il burkini_è giusto

Burkini_ cara Zanardo, il tuo femminismo è autoritario

Il divieto del burkini è un segno di laicità o di islamofobia

Il burkini e le incredibili balle di Lorella Zanardo

Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Famiglia Cristiana

Micromega – Perché è giusto vietare il burkini

La foto usata negli articoli sul burkini_ sapete chi è?

Del velo del corpo e della libertà Ilda Curti

Il divieto di indossare il burkini_ Un’idiozia pericolosa

Troppo in carne, 8 conduttrici sospese da tv Egitto

Il burqa d’Occidente e’ la taglia 42

Intorno al Burkini _ bei zauberei

Burchini, ipocriti e babbei

Il burkini è una trappola vietarlo è sbagliato- H.-B. Levy

La Francia vieta il burkini ma vende le armi ai sauditi

Perché vietare il Burkini in Italia sarebbe incostituzionale

«Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini»

French police make woman remove clothing on Nice beach following burkini ban

Burchini si, burchini no e occhi ciechi di stato

A cause de son interdiction, le burkini devient un symbole de révolution

Mediatori culturali – Femminismo islamico_ più radicale di quello secolare

Discorso sulla servitù volontaria

Le concept de l’obéissance de l’épouse au sein du mariage

Articoli in primo piano
femminicidio-610x250

Acqua sul fuoco. Il femminicidio di Lucca

Lucca, 3 agosto 2016

Quello spazio vicino all’obitorio dell’ex ospedale di Lucca è un angolo che noi lucchesi conosciamo bene. È vicino al pronto soccorso, ci sono passata svariate volte con i legamenti incrinati o una colica in corso. È uno spazio triste ma familiare che ha visto pezzi importanti della mia vita. Andavo lì a fumare tutte le volte che ricoveravano mia madre dopo la diagnosi di cancro. Lì passeggiavo avanti e indietro cercando di assorbire la notizia della morte di un caro amico. Li ho pianto, abbracciato e bestemmiato. Perfino io che non bestemmio mai.

Lì una donna è stata data alle fiamme. Ha concesso fiducia una volta di troppo all’uomo che l’ha ingannata. Ha lottato per la propria vita ed è stata sconfitta. La prima cosa da fare è smettere di dire o anche solo di far intendere che lei potrebbe avere una co-responsabilità nell’evento. Non è lei che ha sbagliato: è lui che l’ha attirata in una trappola. Bisogna dire alle donne di non fidarsi dell’ultimo chiarimento, di non aver paura di passare per stronze. Perché è meglio una stronza viva di un’educata ragazza morta.

Dice il giornale che lei ha detto il nome del suo aggressore. Dice il giornale che ha chiesto di avvertire la sua famiglia. Perché era lucida, col 90% della pelle bruciata ma lucida. Dice il giornale che l’hanno soccorsa mentre gridava, mentre cercava di strapparsi i vestiti incendiati. I soccorritori ci hanno parlato e poi finalmente non è stata più presente a sé stessa perché l’hanno sedata. Stamani lei ha smesso di vivere.

C’era una tanica di liquido infiammabile, c’era una discussione in corso e quando le parole sono finite è stato il momento del fuoco. No, lui non è un mostro, è un essere umano, perfino un padre di famiglia, e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Non dobbiamo mai dimenticare che l’assassino è un uomo, non un alieno, non un animale: niente di diverso da quello che siamo anche noi. Anni fa, studiando per un lavoro, ho guardato un documentario sulla storia e il pensiero di Etty Hillesum. A un certo punto dei ragazzi intervistano Michale Wery, dell’Istituto di Neuroscienze di Bruxelles, sul fatto che la Hillesum (proprio lei) parla della barbarie che si può trovare dentro ciascuno di noi.

Wery dice: non spiego la barbarie; osservo me stesso. Ci sono volte in cui mi sono detto che c’è qualcosa di barbaro in me. Sono rimasto colpito dal potenziale di violenza che ho dentro. Poco tempo fa tenevo in braccio il gattino di mia figlia. Mi sono accorto che l’avrei potuto strangolare con una facilità assoluta e questa consapevolezza mi ha portato a interrogarmi. Quando ero giovane mio cugino mi ha chiesto di fare il bagnetto a suo figlio. Era neonato e in quell’istante mi sono reso conto che quel piccolo essere vivente era alla mia mercé. Quel giorno ho preso coscienza del potere che avevo su questo essere vivente. Quale sarà il limite?

Vent’anni dopo – continua Wery – stavo lavorando in giardino e ho sentito qualcuno gridare e chiamarmi per nome. Il mio vicino era caduto nel pozzo e stava annegando. Sapevo benissimo di doverlo aiutare, nonostante ciò ho avuto un’immagine terribile: “puoi fare ciò che vuoi di quest’uomo”. Hai il potere di trovare un modo per tirarlo fuori e salvarlo, hai il potere di ucciderlo. In quei momenti della mia vita ho avuto potere sull’altro. E mi dico: presta attenzione alla barbarie che dorme in te. Il fatto di dare un nome a queste cose, il fatto di parlarne, mi fa capire che non ne ho veramente paura. E questo ci rende più liberi rispetto alle tendenze che vivono in noi.

Il discorso di Wery mi incuriosì e ci ho pensato letteralmente per anni. La stessa cosa che lui racconta la sperimentiamo con i cuccioli, con i bambini, con le persone che ci chiedono aiuto. Una sensazione di potere assoluto che si presenta di fronte a chi consideriamo inferiore o più debole. Questo è l’elemento in grado di scatenare la barbarie in ciascuno di noi. Ogni giorno scegliamo diversamente ma ogni giorno questa possibilità può presentarsi. La natura di ogni essere umano può, all’occorrenza, essere violenta.

Accettare questo significa rinunciare all’idea del mostro che, in realtà, è solo il nome che diamo al riflesso della nostra paura. Noi abbiamo dentro (anche) pulsioni violente ed esserne consapevoli vuol dire accettare la necessità di farci i conti e di gestirle. Nessuna rabbia, nessuno sfogo sarebbe sufficiente a compensare lo stupore e il gelo che coglie leggendo la storia della donna data alle fiamme a Lucca. Quindi non fatelo, non cedete alla tentazione di pensare che l’assassino sia qualcosa di diverso da un uomo. Non lasciatevi andare all’emotività facile dei discorsi forcaioli. Rimanete lucidi. Riflettete. Ragionate. Perché quando c’è caos c’è sempre qualcuno che riesce a mescolare nel torbido.

Di riprove ce ne sono a bizzeffe ogni volta. Quando accadono dei femminicidi mi metto a leggere i commenti sotto gli articoli dei giornali on-line: sono osservatòri eccellenti per l’antropologia contemporanea. Ieri un tizio, assai forcaiolo, scriveva che siamo 60 milioni di italiani e solo lo 0,001% ha una mente malata; se poi consideriamo che un terzo dei femminicidi sono commessi da “persone che è nella loro cultura” la percentuale scende ancora. “Questa è una mosca bianca”, diceva parlando dell’uomo che ha dato fuoco a Vania Vannucchi.

Noi no, noi non siamo mai. La cosa non ci riguarda. L’assassino è sempre un’eccezione. A noi non potrà mai capitare perché siamo “persone che NON è nella nostra cultura”. Eppure i dati affermano che le donne, anche in Italia, vengono per lo più uccise da persone conosciute, dentro la famiglia, dentro le relazioni e solo raramente da qualcuno al di fuori. Prima o poi bisognerà avere il coraggio di dire che le famiglie che uccidono, le relazioni che uccidono, gli uomini che uccidono sono proprio i nostri.

Lo stesso tizio aggiungeva: comunque leggo commenti di donne che dicono “mamme educate i vostri figli” bene e io aggiungo “mamme educate le vostre figlie perché anche una sola mamma che ammazza un figlio è una vergogna”. Il che significa che una donna che abortisce è uguale a un uomo che da fuoco a una donna. Chiaro, semplice, lineare. E da qui a dire che una donna se l’è meritato il passo è veramente breve. La cultura che uccide è esattamente questa. Una cultura che fa diventare le vittime sempre meritevoli di una qualche punizione.

Capite perché, soprattutto ora, bisogna mantenere i nervi saldi e non lasciarsi andare a reazioni emotive? Controllate quello che dite. Tenete a bada l’emotività tanto – mi spiace dirlo – domani ve ne sarete dimenticati. E non è colpa vostra: è normale. Vania Vannucchi suscita una pena immensa. Una compassione, una solidarietà, una rabbia infinita per come è morta. Giustamente oggi ci sentiamo tutti suoi amici. Ma la realtà è che per noi non è sorella, amica, parente e nemmeno conoscente. La sua morte atroce non ci sconvolgerà la vita come invece la sconvolgerà ai suoi figli. Noi non siamo cattivi perché ci dimenticheremo il suo nome. Semplicemente ricorderemo il caso della donna di Lucca bruciata viva dall’ex ma dimenticheremo tutti i dettagli.

Io non lo so cosa possiamo fare, qual è la reazione giusta: so solo cosa farò io. Io che ora sono piena di rabbia e ho il nodo alla gola tutte le volte che ne parlo. Non invocherò la morte per l’omicida. Non cederò alla retorica del “dovrebbe fare la stessa fine”. Non parlerò di pene severe perché, in realtà, non so qual è la situazione della giustizia. Invece di inveire mi informerò su cosa cosa prevede la legge per questo tipo di omicidio che si chiama femminicidio e che ha una componente così forte di crudeltà. Mi farò delle domande sui miei rapporti con gli uomini, quelli che sono stati, quelli che sono e quelli che saranno. Mi chiederò se la prevenzione è sufficiente e sicuramente la risposta sarà no. Mi chiederò dove sono le falle nel nostro sistema culturale, falle talmente gravi da far diventare il femminicidio un’emergenza sociale.

È un problema culturale, diciamo sempre. Ma avete pensato a cosa davvero significa “problema culturale”? Significa che c’è un filo sottile che collega l’omicidio all’umiliazione, all’offesa, alla mortificazione. Significa che c’è un filo sottile che congiunge l’omicidio e le pubblicità a contenuto violento e sessista. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Avete mai pensato agli uomini che mettono a tacere la compagna dandole della troia mentre niente di quello che ruota intorno alla sessualità maschile può essere considerato allo stesso livello offensivo? Gli uomini non sono violenti per natura così come le donne non nascono predestinate a subire. Sono scelte. Ma non scelte improvvise e improvvisate: sono scelte che si fanno ogni giorno, un’occasione dopo l’altra.

La violenza va riconosciuta prima di tutto in sé stessi per smantellare collettivamente la palude di luoghi comuni e sottovalutazioni in cui ci siamo arenati. Offendere è violenza, picchiare è violenza, schiaffeggiare è violenza, umiliare è violenza, minacciare è violenza, mortificare è violenza, impaurire è violenza, perseguitare è violenza, isolare è violenza, opprimere è violenza, ricattare è violenza. Bisogna dire a tutte le donne senza eccezioni: se lui supera il limite denuncialo, non ti fare scrupoli, chiama telefono rosa, nessun’altra può farlo al posto tuo. Le apparenze non contano niente: non c’è più nulla da salvare. Neanche se è tuo marito, tuo padre, il tuo fidanzato: l’uomo che tutti ritengono essere una brava persona. Neanche se pensi che amici e parenti ti criticheranno. Sta proprio succedendo a te, anche se non riesci a capacitarti. E non devi essere sola perché i centri anti violenza sono stati pensati per te. Questo hanno bisogno di sentirsi dire le donne: che non devono più preoccuparsi di salvare le apparenze e che hanno una via d’uscita reale.

Mio marito mi ha comprato uno spray pepper rosa. Dopo quello che è successo mi ha rimproverato perché lo dimentico sempre in giro. Non ha paura per me, ha paura perché io non ho paura. Allora mi sono seduta, l’ho guardato e gli ho detto che avrei dovuto avere paura di lui. Le donne non vengono uccise da estranei, vengono uccise da quelli che conoscono bene. È questa la conseguenza del clima in cui viviamo: tenere d’occhio la persona che ami, a cui affideresti la tua vita, e chiederti se lui è diverso, se lui supererebbe il limite. Certo che è diverso – ti dici – sennò non lo ameresti mica! Ma poi ti accorgi che tutte le donne colpite dalla violenza maschile pensavano più o meno lo stesso. Noi siamo andati vicini a oltrepassare il limite ma non è mai successo. E allora che differenza c’è? C’è che ci siamo accorti di poterci fare del male. Allora abbiamo deciso di essere i custodi di noi stessi. Non so se funzionerà, questa però è la risposta migliore che abbiamo.

Ilaria Sabbatini

Intervista a Michale Wery, dell’Istituto di Neuroscienze di Bruxelles

.


.

Elenco dei centri antiviolenza aderenti alla Rete Nazionale Antiviolenza 1522 e alla Associazione nazionale Dire (Donne In Rete contro la violenza).
Fonte: Dipartimento per le Pari Opportunità

Tratto da Presa Diretta

ABRUZZO

Associazione Ananke Onlus

Via Tavo 248, 65100 – Pescara (PE)
Tel: 085/4283.851
web: http://www.centroananke.it
Email: info@centroananke.it

Biblioteca delle Donne Melusine – Centro Antiviolenza l’Aquila
Via Alcide De Gasperi 45, 67100 – L’Aquila (AQ)
Tel: 0862/65985
Email: centroantiviolenza.laquila@gmail.com

Centro Antiviolenza “La Libellula”
Via San Polo 46, 67039 – Sulmona (AQ)
Tel: 0864/566918
Web: http://www.horizonservice.it
Email: cav.libellula@alice.it
Posti letto: 6

Centro Provinciale Antiviolenza Donne “La Fenice”
Via Taraschi, 9 64100 Teramo (TE)
Telefono: 0861 029009
E-Mail: lafenice@provincia.teramo.it

CRI – Centro Antiviolenza
via Pietro Falco 1 ( c / o sede del comitato provinciale di Croce Rossa)- Chieti (CH)
Numero verde: 800 32 00 78
Web: http://www.crichieti.net
Email: centroantiviolenza@crichieti.net

Telefono Rosa – Associazione Il Filo di Arianna
Via Cesare De Lollis, 23 66100 Chieti (CH)
Telefono: 0871 347999

BASILICATA

Telefono Donna – Casa per le donne “Ester Scardaccione”
Via dei Ligustri 32, 85100 – Potenza – (PZ)
Tel: 0971 / 5555.1
Web: http://www.telefonodonnapotenza.it
Email: info@telefonodonnapotenza.it
Posti letto: 5


CALABRIA

CAD – Centro Antiviolenza Donne
Via XXV Aprile, 89900 – Vibo Valentia (VV)
Tel: 8000.83525 – 0963/471628
Email: cpatania@email.it
Casa delle donne – Centro Italiano Femminile
Via Ravagnese Sup. 151, 89131 – Reggio Calabria (RC)
Numero Verde: 800.7741.10
Tel. 0965.644857
Email: cifcasadelledonne.rc@libero.it

Coop. Agorà Kroton
Via Spiaggia delle Forche 25, 88900 Crotone – (CR)
Web: http://www.agorakroton.it
Email: info@agorakroton.it

Telefono Donna Centro «Roberta Lanzino»
Via Caloprese 56, 87100 – Cosenza (CS)
Tel: 0984/36311
Emergenze: 329/8981723
Email: contro33@centrolanzino.191.it

U.O. Salute Donna Infanzia a Adolescenza ASP – Crotone (CR)
Via Cutro, 17 88900 Crotone (KR)
Telefono: 0962 924837

CAMPANIA

Associazione «Le Kassandre» – Sportello S.A.I.

Via De Meis, 131, 80100 – Napoli (NA)
Tel: 081/19313277
Cell: 333-8864293
Web: http://www.lekassandre.com
Email: info@lekassandre.com

Associazione Volontarie Telefono Rosa di Napoli

via Mergellina 44, 80100 – Napoli (NA)
tel: 081-668691
Email: telefonorosadinapoli@gmail.com.

Centro «Eva» – Centro di accoglienza per donne in difficoltà e loro figli minori

Via Amendola 15, 81024 Maddaloni (CE),
tel. 0823-204145
Web: http://www.cooperativaeva.it
Email: antiviolenzaeva@libero.it
Posti letto:6

Centro antiviolenza familiare “Il Girasole”

Via Nicola Nicolini 54, 80100 – Napoli (NA)
Numero verde: 800 134371
Web: http://www.centrogirasole.org
Email: info@centrogirasole.org

Centro ascolto Antiviolenza «Aurora»
Via Posillipo – P.co Carelli 8/C, 80100 – Napoli (NA)
Telefono: 081.7953191
E-mail: centrodonna@comune.napoli.it
Posti letto: 6

Centro Ascolto Donna
Via Bastioni 4, 84125 Salerno (SA)
Tel: 089 226000
Email: info@caritassalerno.it

Coop Soc. «Aradia» – Santa Maria Capua Vetere (CE)

Corso Garibaldi 19, S. Maria Capua a Vetere (CE).
Tel: 0823 – 8498.44
Web: http://www.coopdedalus.it

La casa di Marinella
Indirizzo Riservato 80011 – Acerra (NA)
Tel: 081/5201470
Email: casadimarinellaonlus@libero.it
Posti letto: 5

Linea Rosa – Associazione «Spazio Donna» – Salerno (SA)

Piazza Vittorio Veneto, 2, 84123 Salerno (SA)
Tel 089 254242
Web: spaziodonnasalerno.it
Email: spaziodonnasalerno@alice.it

Servizio di sostegno e accompagnamento delle donne vittime di abuso e violenza – Nola (NA)
Piazza Duomo,1, Nola
Tel 081/8239714
Web: -www.agenziaareanolana.it,
Email: segreteria@ambito11.areanolana.com

Sportello Lilith, Associazione «Sott´e´ncoppa»
Via Luca Giordano 24 – 
San Sebastiano al Vesuvio (NA)
Tel: tel. 0815749320
Web: http://www.sportellolilith.it
Email: sansebastiano@sportellolilith.it

Telefono Rosa
Viale Lamberti – Palazzo della Salute 81100 Caserta (CE)
Tel: 0823/354126
Web: http://www.spaziodonnaonlus.it
Email: spaziodonnaonlus@libero.it
Posti Letto 12

Telefono Rosa

via Aniello Palumbo – Giugliano (NA)
Numero verde: 800231277 – 081 3306391
Email: spazioaspasia@libero.it

EMILIA ROMAGNA

Associazione «Casa delle Donne» Onlus
Via Del Gambero 77 – 41124 – Modena (MO)
Tel: 059/361050
Web: http://www.donnecontroviolenza.it
Email: most@donnecontrolaviolenza.it
Posti letto: 9

Casa delle Donne – Associazione Nondasola

Via Melegari 2/a – 42100 – Eemilia (RE)
Tel: 0522/920880
web: http://www.nondasola.it
Email: info@nondasola.it
Posti letto: 6

Casa per le donne per non subire violenza

Via dell’Oro 3, – Bologna (BO)
Tel: 051/333173 (accoglienza) 051/6440163 (uffici)
Web: http://www.casadonne.it
Email: casadonne@women.it
Posti letto: 20

Centro Antiviolenza Filo Donna

Via E. Curiel, 51 47121 Forlì (FC)
Telefono: 0543 552855
E-Mail: donafio@tiscali.it

Centro Antiviolenza
Vicolo Grossardi 8 – 43125 – Parma (PR)
Tel: 0521/238885
Web: http://www.acavpr.it
Email: acavpr@libero.it
Posti letto: 25

Centro Donna
Via Tina Gori 58, 47100 – Forlì (FC)Cesena
Tel: 0543/712660
Web: http://www.comune.forli.fc.it
Email: centrodonna@comune.forli.fc.it
Posti Letto: 9

Centro Donne Giustizia

via Terranuova 12 b, 44100 – Ferrara (FE)
Tel: 0532/247440
Web: associazioni.comune.fe.it
Email: donnagiustizia.fe@libero.it
Posti letto: 12

Città delle Donne – Telefono Rosa

Via Romagnosi 33 – 29100 – Piacenza (PC)
Tel: 0523/334833
Email: telefonorosapiacenza@libero.it
Posti letto: 6

Demetra donne in aiuto
Corso Garibaldi 116 – 48022 – Lugo (RA)
Tel: 0545/27168
Web: http://www.perglialtri/demetra
Email: donne@demetra-lugo.it

Gruppo di lavoro sulla violenza alle donne presso Centro Donna
Via Tina Gori 58 47100 – Forlì (FC)
Tel: 0543/712660
Web: http://www.comune.forli.fc.it
Email: centrodonna@comune.forli.fc.it
Posti letto: 9

Gruppo giustizia UDI

Via Castiglione 24, 40100 – Bologna (BO)
Tel: 051/232313
Web: http://www.udibologna.altervista.org
Email: udibo@libero.it

Gruppo Donne e Giustizia
Via Del Gambero 77 – 41100 – Modena (MO)
Tel: 059/361861
Web: http://www.donnegiustiziamodena.it
Email: donnegiust@gmail.com

La Cicoria
Piazzale Giovanni dalle Bande Nere ex Lolli, 11 40027 Imola (BO)
Telefono: 333 2197061

Linea Rosa
Via Mazzini 57/a – 48100 – Ravenna (RA)
Tel: 0544/216316
Web: http://www.linearosa.it
Email: linearosa@racine.ra.it
Posti letto: 18

Linea rosa

Piazza Farini, 35 – 48026 Russi (RA)
Telefono: 0544 583901

«Rompi il silenzio» – Centro di prima accoglienza
Via Marzabotto 30, 47900 – Rimini (RN)
Tel: 346/5016665
Web: http://www.rompiilsilenzio.org
Email: info@rompiilsilenzio.org
Posti letto: 6

S.O.S Donna – Bologna (BO)

Via Saragozza 221/b , 40135 – Bologna (BO)
Tel: 051/434345 – 800453009
Email: sosdonna.bologna@sosdonna.org

SOS Donna – Faenza
Via Laderchi 3 – 48018 – Faenza (RA)
Tel: 0546/22060
Web: http://www.sosdonna.com
Email: info@sosdonna.com
Posti letto: 10

Telefono «Ascolto Donna»
Viale Barilla, 26 43121 Parma (PR)
Telefono: 0521 770231
E-Mail: coopluna@libero.it

 

FRIULI VENEZIA GIULIA

Associazione S.O.S. Rosa Onlus
Via A. Baiamonti 22- 34170 – Gorizia (GO)
Tel: 0481/32954
Web: http://www.sosrosa.it
Email: sosrosa@alice.it
Posti letto: 5

Centro Antiviolenza GOAP

Via S. Silvestro 5 – 34121 – Trieste (TS)
Tel: 040/3478827
Web: http://www.goap.it
Email: info@goap.it
Posti letto: 18

Da donna a DONNA
Via Roma 13 – 34077 – Ronchi dei legionari (GO)
Tel: 0481/474700 – 333/2810048
Web: http://www.dadonnaadonna.org
Email: info@dadonnaadonna.org
Posti letto: 5

Iotunoivoi Donne insieme Centro Antiviolenza
Via Martignacco 23- 33100 – Udine (UD)
Tel: 0432/421011
Web: ww.iotunoivoi.it
Email: iotunoivoi@iotunoivoi.it
Posti letto: 16

Voce Donna onlus
Viale Cossetti 16 – 33170 – Pordenone (PN)
Tel: 0434/21779
Web: http://vocedonnapn.it/
Email: vocedonnapn@gmail.com
Posti letto: 11

Zero tolerance contro la violenza sulle donne
Viale Duodo 77 – 33100 – Udine (UD)
Tel: 0432/271699 0432/271077 800.531.135
Email: zerotolerance@comune.udine.it
Posti letto: 6

LAZIO

Associazione Erinna – Donne contro la violenza alle donne Onlus
Corso Italia 71 -01020 – Viterbo (VT)
Tel: 0761 342056
Email: e.rinna@yahoo.it

Associazione Sostegno Donna
Piazza Fulvio Nobiliore, 5 00044 Cocciano (RM)
Telefono: 06 94015165
Web: http://www.sostegnodonna.it
Email: sostegnodonnaonlus@libero.it

ASSOLEI Sportello Donna Onlus
Via Benedetta, 28 00153 Roma (RM)
Telefono: 06 5809363
Web: http://www.assolei.it
E-Mail: info@assolei.it

CAPIT Rieti Sportello Antiviolenza Il Filo di Ana

Via L. Canali,1 02100 Rieti (RI)
Telefono: 0746 491039
Web: http://www.sportelloantiviolenza.it
E-Mail: capitrieti@libero.it

Centro Ascolto: Centro Essere Donna
Via Traiano lotto 17/8 04019 – Terracina (LT)
Tel: 0773/1769082
Email: centroesseredonna@libero.it
Posti letto: 6

Centro antiviolenza provinciale per donne e minori vittime di violenza
Via Pietra Liscia, 32 03023 Ceccano (FR)
Telefono: 800 479898 0775 601115
E-Mail: cpa.ceccano@libero.it

Centro Antiviolenza del Comune di Roma
Via di Torre Spaccata, 157 00169 Roma (RM)
Telefono: 06 23269049
E-Mail: centroantiviolenza.comuneroma@virtusitalia.it

Centro Donna «Lilith»
Via Massimo d’Azeglio 9 – 04100 – Latina (LT)
Tel: 0773/664165
Email: centrodonnalilith@gmail.com
Posti letto: 7

Centro Donna LISA – Associazione donna in genere
Via Rosina Anselmi 41 00139 – Roma (RM)
Tel: 06/87141661
Web: http://www.centrodonnalisa.it
Email: info@centrodonnalisa.it

Centro Prov.le «La Ginestra» Prima Accoglienza e Assistenza sociale per donne in difficoltà
Via Colle Tocciarello 1 00138 – Valmontone (RM)
Tel: 06/9591187 3357688458
Web: casainternazionaledelledonne.org
Email: cadd.valmontone@libero.it
Posti letto: 12

Differenza donna – Centro Prov.le «Maree»
Via Monte delle Capre 23 00100 – Roma (RM)
Tel: 06/6535499
Email: centromaree1@tiscali.net
Posti letto: 10

Differenza donna – Centro Prov.le per donne che non vogliono subire violenza
Viale di Villa Pamphili, 100 00165 Roma (RM)
Telefono: 06 5810926
E-Mail: ceproant@tiscalinet.it
Posti letto: 8

NO.DI «I Nostri Diritto» – Roma (RM)
Via Borgo Pio, 15 00193 Roma (RM)
Telefono: 06 6833688
E-Mail: associazionenodi@hotmail.it

Le lune
Via dei Mughetti 2 – 00012 – Guidonia (RM)
Tel: 0774/343223 366/1669013

Servizio accoglienza ed ascolto per donne in difficoltà della Casa Internazionale delle donne di Roma

Via della Penitenza, 37 00165 Roma (RM)
Telefono: 06 68809502
Web: http://www.casainternazionale delle donne.org
E-Mail: sportellocidd@yahoo.it

Servizio antiviolenza SOS donna h24 del Comune di Roma
Via Statilio Ottato, 33 00175 Roma (RM)
Telefono: 06 71077015
http://www.sosdonnacomuneroma.org

Stella Polare – Risorsa Donna
Largo San Giovanni 03039 – Sora (FR)
Tel: 0776/839275
Web: http://www.risorsedonna.org
Mail: info@risorsedonna.org
Posti letto: 3

Sportello di Consulenza Giuridica C.O.D.I
Via della Lungara, 19 00165 Roma

Sportello Donna San Camillo c\o Ospedale San Camillo

Circonvallazione gianicolense, 87 00152 Roma (RM)
Telefono: 06 58703216
Web: http://www.befreecooperativa.org/sportellodonna
E-Mail: mailto:sportellodonna.sancamillo@gmail.com

Sportello Donna – Ambulatorio Ospedale S. Gallicano
Via delle Fratte di Trastevere Roma (RM)
Telefono: 06 58543690

Telefono Rosa – Roma (RM)
Viale Mazzini, 73 00195 Roma (RM)
Telefono: 06 37518261
Web: http://www.telefonorosa.org
E-Mail: telefonorosa@alice.it

LIGURIA

Centro Accoglienza per non subire violenza di Genova
Via Cairoli, 14/7 16124 Genova (GE)
Telefono: 010 2461716
Web: udige.it
Email: udige@libero.it
Posti letto: 8

Centro Provinciale Antiviolenza
Via Mascherona, 19 16123 Genova (GE)
Telefono: 010 20976222
E-Mail: centroantiviolenza@comune.genova.it

Telefono Donna
Via Corridoni 5- 91100 – La spezia (SP)
Tel: 0187/703338
Email: udi.laspezia@email.it

Telefono Donna
Via Sormano 12- 17100 – Savona (SV)
Tel: 0198/313399
Web: http://www.provincia.savona.it
Email: telefonodonna.savona@libero.it

LOMBARDIA

A.I.D.A. – Associazione Incontro Donne Antiviolenza Onlus
Via Gallarati 2 26100 – Cremona (CR)
Tel: 37/380999
Web: http://www.sitisolidali.it
Email: aida.onlus@virgilio.it

Aiuto donna – Uscire dalla violenza
Via San Lazzaro 3 – 24126 – Bergamo (BG)
Tel: 035/212933
Web: http://www.aiutodonna.it
Email: info@aiutodonna.it

Associazione «L´altra metà del cielo» -Telefono Donna Merate
Via S.Ambrogio 17 – 23807 – Merate (LC)
Tel: 039/9900678
Email: altrametadelcielo@yahoo.it
Posti letto: 4

Associazione Casa delle Donne
Via S. Faustino 38 25122 – Brescia (BS)
Tel: 030/2400636
Web: http://www.casadelledonne-bs.it
Mail: casa@casadelledonne.191.it

Associazione Donne contro la violenza onlus

Via XX Settembre 115 26013 – Crema (CR)
Tel: 037/380999
Web: http://www.controlaviolenza.it
Email: assocdonne@alice.it
Posti letto: 2

Casa di Accoglienza delle donne maltrattate

Via Piacenza 14 – 20100 – Milano (MI)
Telefono: 02 55015519
Web: http://www.cadmi.org
Email: cadmmi@tin.it
Posti letto: 15

Centro Aiuto alle donne maltrattate – Cadom
Via Mentana 43 . 20900 – Monza (MB)
Tel: 039/2840006
Web: http://www.cadom.it
Email: cadomonza@centrodonnemaltrattate.191.it

Cerchi d´acqua Coop. Soc. A.R.L.
Via Verona 9 – 20100 – Milano (MI)
Tel: 02/58430117
Web: http://www.cerchidacqua.org
Email: info@cerchidacqua.org

Cooperativa «Liberamente» – Percorsi di donne contro la violenza
Corso Garibaldi 37/b – 27100 – Pavia (PV)
Tel: 0382/32136
Web: http://www.centroantiviolenzapv.it
Email: info@centroantiviolenzapv.it

Donne insieme contro la violenza
via dei Pini 8 20090 – Pieve Emanuele (MI)
Telefono: 02 90422123
Web: http://www.donneinsieme.org
Email: info@donneinsieme.org

EOS – Centro ascolto e accompagnamento contro la violenza, le molestie sessuali e i maltrattamenti alle donne e ai minori
Via Staurenghi, 24 21100 Varese (VA)
Telefono: 0332 231271
E-Mail: eosvarese@virgilio.it

Sportello Artemisia
Indirizzo Riservato 20093 – Cologno monzese (MI)
Tel: 800.097.999
Email: artemisia@comune.colognomonzese.mi.it

Sportello Donna
Piazza Giovanni Paolo II – presso Comune di Desio 20832 Desio (MB)
Telefono: 0362 392508
E-Mail: info@whitemathilda.org

Sportello donna Sirio
Via Cavallotti 24047 Treviglio (BG)
Tel: Tel.: 0363.301.773 – 0363.303.571
Web: http://www.centrosirio.it

Telefono Azzurro Rosa
Via San Zino, 174 25124 Brescia (BS)
Telefono: 030 3530301
E-Mail: info@azzurrorosa.it

Telefono Donna
Via Castelnuovo 1 22100 – Como (CO)
Tel: 031/304585
Web: http://www.telefonodonnacomo.it
Email: segreteria@telefonodonnacomo.it
Posti letto: 11

Telefono Donna c/o Serv. Psicologia Az.Osp. Niguarda cà Granda Milano – Milano (MI)
Piazza Ospedale Maggiore, 3 20162 Milano (MI)
Telefono: 02 64443043 02 64443044
E-Mail: telefono.donna@tiscali.it

Telefono Donna
Via Parini 6 – 23900 – (LC)
Tel: 0341/363484
Web: http://www.telefonodonnalecco.it
Email: teldonnalecco@alice.it

Telefono Rosa
Via Tassoni 14 – 46100 – Mantova (MN)
Tel: 0376/225656
Web: http://www.telefonorosamantova.it
Mail: telefonorosa@tin.it

MARCHE

Associazione «Donne e Giustizia»
Via Cialdini 24 a – 60122 – Ancona (AN)
Tel: 800032810 071/205376
Email: donne.giustizia@libero.it

Casa rifugio Zefiro

P.zza Stamira 13 – 60122 – Ancona (AN)
Tel: 071/2075383
Web: lagemma.org
Email: casarifugio@lagemma.org
Posti letto: 7

Insieme contro la violenza di genere – Centro Antiviolenza

via Romagna 7 63039 – San benedetto del tronto (AP)
tel: 800 021314
Email: centroantiviolenza.ap@alice.it

Parla con Noi (centro provinciale)
Via Diaz, 10 61100 Pesaro (PU)
Telefono: 0721 639014
E-Mail: parlaconnoi@provincia.ps.it

Percorsi Donna – Telefono Donna
c/o Punto di Accoglienza Territoriale P.le Marconi 14 – 63900 – Sant’elpidio al mare (FM)
Telefono: 800 215809
Web: http://www.ontheroadonlus.it
Email: percorsidonna@ontheroadonlus.it


MOLISE

Consultorio ASL Isernia – Isernia
Via XXIV Maggio, 140 86170 Isernia
Telefono: 0865 442403

PIEMONTE

Associazione «Me.Dea»
Via Palermo 33 – 15121 – Alessandria (AL)
Tel: 0131/226289
Web: http://www.medeacontroviolenza.it
Email: me.deacontroviolenza@gmail.com

Centro d’ascolto «Orecchio di Venere» – Ispettorato Croce Rossa Italiana Asti

Via Ugo Foscolo, 7 14100 Asti (AT)
Telefono: 0141 1855172
E-Mail: centroascolto.cri@gmail.com

Telefono Donna
Via Carlo Emanuele III, 34 – 12100 – (CN)
Tel: 0171/631515
Email: telefono.donna@libero.it

Associazione «Mai+Sole» – Savigliano (Cuneo)
Via Beggiamo, 7 – 12038 Savigliano (CN)
Tel: 39 335 1701008
Email: info@maipiusole.it
Web:www.maipiusole.it

Centro Supporto ed Ascolto Vittime di Violenza DEMETRA A.O.U. Citta’ della Salute e della Scienza di Torino

Via Cherasco 23 – 10126 Torino (TO)
Tel: 011/6335899 – 335/7169000
Email: pschinco2@cittadellasalute.to.it

Centro donne contro la violenza
via Vanchiglia 6 – 10124 – Torino (to)
tel: 011/882436
Web: http://www.unionedelledonne.it
Email: unionedelledonne@libero.it

Centro Servizi Donna della Provincia di Novara
Via Greppi 7 – 28100 – Novara (NO)
Tel: 0321/378737
Email: csdonna@provincia.novara.it

Centro Svolta Donna c/o ASL TO3 – Pinerolo (TO)
Telefono: 334 3664768
E-Mail: info@svoltadonna.it

Centro S.V.S.
C.so Spezia 60-Ospedale S.Anna – 10126 – Torino (TO)
Tel: 011/3134180
Web: http://www.oirmsantanna.piemonte.it/site/soccorso
Email: svs@oirmsantanna.piemonte.it

Sportello Donna
Corso Matteotti 90 -28047 – Oleggio (NO)
Tel: 0321/994288
Web: http://www.cisasservizi.it
Email: sportellodonna@cisasservizi.it

Sportello Donna Arona
Via San Carlo 2- 28041 – Arona (NO)
Tel: 0322/231122
Web: comune.arona.no.it
Email: puntodonna@comune.arona.no.it

Ufficio «Accogliere le Donne» – Serv. Soc. Settore Famiglia e Sussiedarietà Comune Torino
Via Villa Bruino, 4 10122 Torino (TO)
Telefono: 011 4431562
Web: http://www.relazioniefamiglie.comune.torino.it
E-Mail: relazioniefamiglie@comune.torino.it

Telefono Rosa
Via Assietta, 13/A 10128 Torino (TO)
Tel: 011/530666
Web: http://www.telefonorosatorino.it
Email: telefonorosa@mandragola.com
Posti letto: 8

Libera associazione per le donne d´oggi – «Donne e Futuro» Onlus – Torino (TO)
Via Barbaoux, 31 10122 Torino (TO)
Telefono: 011 5187438
Web: http://www.donnefuturo.com
E-Mail: donne@tin.it

PUGLIA

«Filo di Arianna» Coop. Sociale A.R.L

Via Previdenza, 11 71016 San Severo (FG)
Telefono: 0882 241951
E-Mail: filodiarianna22@libero.it

Associazione Donne Insieme onlus – Centro antiviolenza «Renata Fonte
Via S. Maria del Paradiso, 12 73100 Lecce (LE)
Telefono: 800098822 0832 305767
E-Mail: donneinsieme.rf@libero.it

Associazione Riscoprirsi
Via Quarti 21 -76123 – Andria (BT)
Tel: 0883/764901 – 380/3450670
Web: http://www.riscoprirsi.it
Email: cav.riscoprirsi@gmail.com

Io Donna per non subire violenza
Via Cappuccini 8 – 72100 – Brindisi (BR)
Tel: 0831/522034
Web: http://www.associazioneiodonna.com
Email: associazioneiodonna@hotmail.it

La Giraffa
Via Napoli 308 – 70100 – Bari (BA)
Tel: 080/5741461
Web: http://www.giraffaonlus.it
Email: info@giraffaonlus.it
Posti letto: 8

Osservatorio Giulia Rossella Centro antiviolenza onlus
P.zza A. Moro16 -76121 – Barletta (BT)
Tel: 0883/310293
Email: centroantiviolenza@libero.it

Safiya
Via Don Luigi Sturzo n.c. – 70100 – Polignano a mare (BA
Tel: 333/2640790
Email: safiya.onlus@libero.it

Sostegno Donna
Via Dante 221 – 1/B – 74100 – Taranto (TA)
Tel: 099/7786652
Email: alzaiadonne@libero.it

Sportello Antiviolenza
Via Giulio Cesare 22 -72100 – Brindisi (BR)
Tel: 338/8750396
Email: cav.aporti@yahoo.it
Posti letto: 10

Telefono Donna
Via della Repubblica 54- 71100 – Foggia (FG)
Tel: 0881/772499
Email: impegnodonna@virgilio.it

SARDEGNA

Associazione Donne al Traguardo Onlus
Via Monsignor Piovella 26 – 09123 Cagliari (CA)
Web: http://www.donnealtraguardo.com
Email: donnealtraguardo@hotmail.com

Centro antiviolenza per donne e minori
via Paganini 22 – 09025 Sanluri (VS)
tel: 800 777 991
web: http://www.provincia.mediocampidano.it

Donna Ceteris
Via Cimarosa, 7 09128 Cagliari (CA)
Tel: 070/492400
Web: http://www.donnaceteris.org
Email: info@donnaceteris.org

Donna Eleonora
P.zza Eleonora 44 – 09170 – Oristano (OR)
Tel: 0783/71286
Web: http://www.centroantiviolenzaoristano.it
E-Mail: info@centroantiviolenzaoristano.it
Posti letto: 5

Onda Rosa Centro Antiviolenza

indirizzo riservato- 08100 – Nuoro (NU)
Tel: 0784/38883
Email: ondarosa.nuoro@tiscali.it
Posti letto: 10

Progetto Aurora antiviolenza per Donne e Minori
Via dei Mille 61 – 07100 – Sassari (SS)
Tel: 800042248
Email: progetto.aurora@amistade.org
Posti letto:10

Prospettiva Donna

via Genova, 51 – 07026 – Olbia (OT)
Tel: 0789 / 27466
Web: http://www.prospettivadonna.it
Email: infoprospettivadonna@gmail.com

Spazio Donna
Via Tola, 20 07014 Ozieri (SS)
Telefono: 079 787399
E-Mail: sdspaziodonna@gmail.com

SICILIA

Associazione nuova vita – Ragusa (Ra)
Via Ecce Homo – 97100 – Ragusa (RG)
Tel: 0932/246788
Email: associazione.nuovavita@alice.it

Associazione Thamaia onlus “Telefono Donna
Via G. Macherione 14 – 95127 – Catania (CT)
Tel: 095/7223990
Web: http://www.thamaia.org
Email: centroantiviolenza@thamaia.org

Cedav Onlus – Centro Donne Antiviolenza

Via Luciano Manara, 22 – 98123 – Messina (ME)
Tel: 345/2630913 090 678303
Web: http://www.cedavmessina.it
Email: cedav@virgilio.it

Centro Antiviolenza Antistalking «La Nereide»
Via Servi di Maria 99 – 96100 – Siracusa (SR)
Tel: 0931/61000
Web: http://www.lanereide.it
Email: anereide.sr@virgilio.it

Centro Antiviolenza Adid
Viale Aldo Moro, 47 – 90047 – Partinico (PA)
Tel: 0918782684 – 0918918209
Web: http://www.adid.altervista.org
Email: FidelisOnlus@libero.it

Centro Ascolto – Stop violenza
Via San Francesco d’Assisi, 4 91100 Trapani (TP)
Telefono: 800453552
E-Mail: sportelloh@provincia.trapani.it

Centro ascolto per donne che vivono maltrattamento e/o violenza
Viale della Vittoria, 321 92100 Agrigento (AG)
Telefono: 0922 20462

Centro Donna Antiviolenza
Via Papa Giovanni XXIII, 1 97013 Comiso (RG)
Tel.: 0932.74911
Web: http://www.comune.comiso.rg.it

Centro antiviolenza Caltagirone
Via Grazia, 43 45041 Caltagirone (CT)
Telefono: 0933 57904
E-Mail: ass.albanuova@virgilio.it

Cooperativa Arcadia
Via Volturno 106 – 90100 – Palermo (PA)
Tel: 091/6124207
Email: serenascaffidi@libero.it
Posti letto 14

Donne Nuove
via P. Mattarella snc – 90019 – Trabia (PA)
Tel: 091/8147520
Web: http://www.coopnuovagenerazione.it
Email: nuovagen@libero.it
Posti letto: 20

Le Onde Onlus
Via XX Settembre 57 – 90141 – Palermo (PA)
Tel: 091/327973
Web: http://www.leonde.org
Email: leonde@tin.it
Posti letto 16

Rete centri antiviolenza
ASL – Presidio La Pizzuta – 96100 – Siracusa (SR)
Tel: 0931/492752
Web: http://www.reteantiviolenza.siracusa.it
Email: reteantiviolenzasiracusa@virgilio.it

Servizio di Accoglienza per le donne Vittime di Violenza – A.N.G.E.L.I.

via degli Studi 2 – 96016 – Lentini (SR)
Tel: 095/7835316
Web: http://www.antiviolenzaangeli.com
Email: antiviolenzaangeli@libero.it

Sportello antiviolenza Associazione Donneinsieme Sandra Crescimanno

Via Generale Muscarà 2 – 94100 – Piazza armerina (EN)
Tel: 0935/982436
Web: http://www.associazionedonneinsieme.it

TOSCANA

«Centro Donna» – Servizio del Comune di Livorno

Largo Strozzi,3 57123 Livorno
Telefono 0586 890053
Web: http://www.comune.livorno.it
Email: centrodonnalivorno@yahoo.it

Aiuto Donna – Servizio del Comune di Pistoia

c/o Assessorato Politiche Sociali 51100 Pistoia (PT)
Telefono: 0573 21175
E-Mail: aiutodonna@comune.pistoia.it

Associazione Luna
Piazza San Romano 4 (Parcheggio Lorenzini) – 55100 – Lucca (LU)
Tel: 0583/997928
Web: http://www.associazioneluna.it
Mail: mail@associazioneluna.it
Posti letto: 8

Associazione Amica Donna
Piazza Grande 7 – 53045 – Montepulciano (SI)
Tel: 0578/712418
Web: http://www.associazioneamicadonna.it
Email: info@associazioneamicadonna.it

Casa delle Donne di Viareggio – Centro ascolto «L’una per l’Altra»

Via Marco Polo 6 – 55049 – Viareggio (LU)
Tel: 800614822
Web http://www.casadelledonne.it
Mail: centroantiviolenzaviareggio@gmail.com

Centro Accoglienza Donne Maltrattate – Associazione Olimpia De Gouges
Via Trieste 5 – 58100 – Grosseto (GR)
Tel: 0564/413884
Web: http://www.olympiadegouges.it
Email: c.antiviolenza@provincia.grosseto.it

Centro Aiuto Donna «Lilith»

Via XX Settembre, 17 50054 Empoli (FI)
Tel: 0571 725156
Web: http://www.lilithcentroaiutodonna.it/
E-Mail: gruppolilith@anpas.empoli.fi.it
Centro di Ascolto donna chiama donna – Carrara (MC)
Via Carriona, 42 – Carrara c/o ex Mulino Forti
Web: http://www.comune.carrara.ms.it/

Centro Donna
Via Cavour, 19 54100 Massa Carrara (MS)
Telefono: 0585 45527
Web: http://portale.provincia.ms.it

Centro Donna – Piombino (LI)
Via Lerario 92/94 57025 Piombino (LI)
Telefono: 0565 49419
Web: http://www.comune.piombino.li.it
Email: centroantiviolenza@tiscali.it

Centro Donna contro la Violenza «Catia Franci» – Associazione Artemisia

Via del Mezzetta 1/int. – 50135 – Firenze (FI)
Tel: 055/602311/601375
Web: http://www.artemisiacentroantiviolenza.it
Email: artemisia@fol.it
Posti letto: 16

Centro Tutela Giuridica per donne e minori
Via Diaz, 7 57100 Livorno (LI)
Telefono: 0586 887009
E-Mail: centrotut.giuridica@gmail.com

Donne che sostengono donne
Piazza G. Rossa 16 – Ponte a Egola – 56028 – San miniato (PI)
Tel: 0571/843061
Web: associazionefrida.it
Email: associazione.frida@libero.it

Donna chiama donna
V.le Mazzini 95 – 53100 – Siena (SI)
Tel: 0577/222416
Email: donnachiamadonna@libero.it

Donne Insieme Val d´Elsa
Via Oberdan 42 – 53034 – Colle val d’elsa (SI)
Tel: 0577/901570
Email: donneinsiemevaldelsa@gmail.com
La Nara
Via Verdi 19 – 59100 – Prato (PO)
Tel: 0574/34472
Web: http://www.alicecoop.it
Email: lanara@alicecoop.it
posti letto: 7

Liberetutte

Via Marconi 51 – 51016 – Montecatini terme (PT)
Tel: 0572/910311
Web: http://www.liberetutte.org
Email: info@liberetutte.org
Posti letto: 13

Pronto Donna
Piazza Santa Maria in Gradi 4 – 52100 – Arezzo (AR)
Tel: 0575/355053
Web: http://www.prontodonna.it
Email: info@prontodonna.it
posti letto: 5

Sportello Informa Donna del Comune di Massa Marittima
Via Goldoni, 22 58024 Massa Marittima (GR)
Telefono: 0566 940242
E-Mail: sportelloinformadonna@comune.massamarittima.gr.it

Telefono Donna
Via Galli Tassi, 8 56126 Pisa (PI)
Telefono: 050 561628
Web: http://www.comune.pisa.it/casadonna
Posti letto: 8


TRENTINO ALTO ADIGE

Centro Antiviolenza per Donne in situazione di abuso
Via della Dogana, 1 38100 Trento (TN)
Telefono: 0461 220048
E-Mail: mailto:centroantiviolenzatn@tin.it
Web: http.//www.centroantiviolenzatn.it

Centro d’Ascolto Antiviolenza Associazione «Donne aiutano donne»

Via Paul Von Sternbach, 8 39031 Brunico (BZ)
Telefono: 800 310303
E-Mail: serviziocasadonne.brunico@rolmail.net

Centro d’Ascolto Antiviolenza Associazione «Gea Verein»
Via del Ronco,17 39100 Bolzano (BZ)
Telefono: 800 276433 0471 513399
Web: http://www.casadelledonnebz.it
E-Mail: frau.gea@virgilio.it
Posti letto: 6

Centro d’Ascolto antiviolenza della Comunità Comprensoriale Valle Isarco
Vicolo Cappuccini, 2 39043 Bressanone (BZ)
Telefono: 800 601330 0472 270450
E-Mail: frauen.bzgeisacktal@gvcc.ne

Casa delle donne Frauenhausdienst
Via Stazione 27 – 39042 – Bressanone (BZ)
Tel: 800 601 330
Web: http://www.bzgeisacktal.it/it/servizi-sociali/centro-antiviolenza.html
Email: frauenhaus.brixen@bzgeis.org
Posti letto: 8

Donne contro la Violenza «Frauen gegen gewalt» Onlus
Corso Libertà, 184/A 39012 Merano (BZ)
Telefono: 800 014008 0473 222335
Web: http://www.donnecontrolaviolenza.org/
E-Mail: info@perledonne.org
Posti letto: 12

UMBRIA

Associazione Albero di Antonia
Via Monte Nibbio 25 -05019 – Orvieto (TR)
Tel: 0763/300 944
Email: alberodiantonia51@yahoo.it

Centro antiviolenza Barbara Cicioni – Comitato Internazionale 8 marzo
Via della Viola, 1 – presso Casa dell’Associazionismo 06121 Perugia (PG)
Telefono: 075 42316
Web: http://www.donnemondo.it
E-Mail: donnemondo1@interfree.it

Telefono Donna – Centro Pari Opportunità Regione Umbria
Largo Cacciatori delle Alpi 5 -06121 – Perugia (PG)
Tel: 075/5046908 800861126
Web: http://www.pariopportunità.regione.umbria.it
Email: telefonodonna@regione.umbria.it

VALLE D’AOSTA

Centro Donne contro la violenza
Viale dei Partigiani 52 11100 – Aosta (AO)
Tel: 0165/238750
Web: http://www.paginegialle.it/centrodonne
Email: cdvaosta@libero.it


VENETO

Associazione «Lidodonna» Punto di Ascolto
Lungomare Marconi, 30 – Lido (Ve)
Tel: 041 5266543
Web: http://www.lidodonna.it
Email: 
E-Mail: info@lidodonna.it

Associazione Belluno Donna

Via del Piave 5 – 32100 – Belluno (BL)
Tel: 0437/981577
Web: http://www.bellunodonna.it
Email: bellunodonna@libero.it
posti letto: 8

Associazione Telefono Donna Camera del Lavoro Metropolitana – Venezia (VE)
Via Ca’ Marcello, 10 30171 Venezia (VE)
Telefono: 800 200288 041 5491225
E-Mail: telefonodonna.venezia@veneto.cgil.it

Casa di Awa
Codess Sociale Via Boccaccio 96 35100 – Padova (PD)
Tel: 3382737570
Web: http://www.codess.org
Email: casadiawa@codess.com
Posti letto: 16

Centro Antiviolenza c/o Centro Donna
Viale Garibaldi 155/A – 30174 – Mestre (VE)
Tel: 041/5349215
Web: http://www.comune.venezia.it/c-donna
Email: cittadinanza.donne@comune.venezia.it
Posti letto: 10

Centro Multidisciplinare Antiviolenza e Antistalking «La Magnolia»
Via Ca Boldù, 120 30027 San Donà di Piave (VE)
Telefono: 0421 596104
E-Mail: segreteria@fondazioneferriolibo.it

Centro Veneto Progetti Donna – Padova (PD)
Via Tripoli 3 – 35121 – Padova (PD)
Tel: 049/8721277
Web: http://www.centrodonnapadova.it/
Email: info@centrodonnapadova.it
Posti letto: 5

Donna chiama Donna
Via Torino11 – 36100 – Vicenza (VI
Tel: 0444/542377
Web: http://www.donnachiamadonna.org
Email: donnachiamadonna@gmail.com

Progetto Petra – Pari Opportunità Comune di Verona – Verona (VR)
P.zza Brà-Comune di Verona – 37121 – Verona (VR)
Tel: 800392722
Web: http://www.comune.verona.it
Email: petra.antiviolenza@comune.verona.it
Posti letto: 10

Pronto Donna
Piazza Caduti, 1 35031 Abano Terme (PD)
Telefono: 049 8245234
Web: http://www.abanoterme.net/
e-mail pariopportunita@abanoterme.net

SOS Violenza – Centro del Comune – Cooperativa Iside
Via Paccagnella, 11 30170 Mestre (VE)
Telefono: 041 9657836
E-Mail: c.donna@comune.venezia.it

Sportello Donna
c/o Assessorato Interventi Sociali del Comune di Vicenza Contrà Mure San Rocco, 34 – 36100 Vicenza (VI)
tel. 0444-222550

Telefono Rosa
Piazza Duomo 19 – 31100 – Treviso (TV)
Tel: 0422/583022
Email: telefonorosatreviso@libero.it

Telefono Rosa
Via Santa Toscana 1/p – 37131 – Verona (VR)
Tel: 045/8015831
Web: http://www.telefonorosaverona.it
Email: trverona@gmail.com

Articoli in primo piano
body shaming

Magre vs grasse

Stavolta ho contato fino a dieci, non ho pubblicato subito. Perché la faccenda di Io donna mi ha dato molto molto fastidio ma non volevo farmi prendere la mano. È un po’ che osservo e quello che in parte vedo sono uomini e donne preoccupati in modo sempre più ossessivo del proprio aspetto. I più, quelli come me, provano diete e riescono a ottenere piccoli o grandi successi tra una ricaduta e l’altra. Ma gli integralisti della magrezza d’ordinanza si possono anche arrendere: se ci scappa una fetta di pizza o un bicchiere di vino non ci suicidiamo a causa del loro disprezzo.

Io sono ipotiroidea ed è una cazzata quando vi dicono che le persone sono grasse solo perché non hanno forza di volontà. Qualcuno sì e qualcuno no. Qualcuno ha un rapporto sballato col cibo, qualcuno combatte col proprio metabolismo, molti stanno facendo un percorso di autoaccettazione. Perché il primo presupposto per dimagrire, care Frau Blucher de noantri, è piacersi. Sì, piacersi così come si è, ovvero grasse. O grassi. E aspettate a farvi prendere un colpo perché non è finita.

Cosa c’è d’importante nel piacersi così come si è? C’è che se ti piaci quando sei grasso significa che rifiuti il body shaming, non certo che fai una bandiera dell’obesità morbosa. Vuol dire che stai lavorando sull’idea che prima di tutto è la tua mente la sede del disagio poi, semmai, il tuo corpo. Se una non ha problemi di salute e vuole rimanere grassa perché ha la fortuna di piacersi e di piacere ha il sacrosanto diritto di farlo. Andate a dire qualcosa a queste tizie plus size. Parliamo di femminilità a tutto tondo, parliamo di tutte le femminilità. Non solo di pesi e misure.

E siccome mi trovo sempre a decidere su quale fronte stare, dico subito che per me non c’è nessun fronte. Via, finito: non siamo magre contro grasse, non c’è nessuna battaglia. Allora perché non normodotate contro diversamente abili? Tanto che ce frega se poi qualcuna finisce a pezzi. Mica è colpa nostra, no?

Tutte le donne meritano di emanciparsi dal body shaming. Devono respingerlo ancora di più se è praticato da altre donne, cosa che rende la faccenda perfino più odiosa. A me piacciono le ragazze sempre: mi piace il corpo delle persone, ci lavoro, le fotografo e le fotografo magre, grasse, in tutte le forme, le misure e le condizioni.

Quello che voglio è che si vedano in giro ragazze magre insieme a ragazze grasse senza che il solito passante si debba sorprendere della differenza. Sì, le persone magre e le persone grasse si frequentano, si parlano, si stanno simpatiche, si piacciono e qualche volta si innamorano. Se tutto questo vi sembra banale vuol dire che siete già passati al livello successivo ma vi assicuro che i più sono rimasti indietro.

A me mancano degli ormoni che il mio corpo non produce più e francamente il peso è solo uno dei problemi, forse neanche più il grande. In queste condizioni ne risentono il tono dell’umore, il ritmo cardiaco, il metabolismo, il ciclo mestruale e per gli uomini la capacità erettile. Secondo quale logica allucinata il controllo del peso dovrebbe essere più grave di un’anomalia del ritmo cardiaco o del rischio di depressione cronica?

Facciamo a chiarirci: il mio corpo era diventato un casino e sono molto contenta di aver ripreso il controllo. Mantengo sempre alta la guardia perché non voglio più essere depressa. Prenderò farmaci per tutta la vita perché senza tiroxina non ho neppure voglia di alzarmi dal letto. E in mezzo a tutto questo, qualche idiota pretenderebbe pure di insegnarmi che i chili in più devono essere motivo di vergogna?

Grazie per il tentativo ma ci pensavo già da sola a farmi del male e sono più brava di chiunque altro. Sei arrivata seconda, tesoro. Il problema però è che io non voglio più farmi del male. E se non lo permetto a me stessa figuriamoci se lo permetto a delle sgallettate qualsiasi.

Quindi sapete che c’è? Smettetela di scassare le scatole e altre ghiandole. Ho amiche magre che si vergognano del proprio corpo anche se magro. Qualcuno addirittura pensa che si voglia promuovere la cultura dell’obesità solo perché si dice che anche le ragazze morbide vanno bene. Voi che ci avete messo le une contro le altre, andate al diavolo per questo. Shame on you. Io voglio solo cenare con le mie amiche senza chiedermi se siamo magre, normali o grasse. Senza valutare se insieme sembriamo strane. Senza che la mia corporeità debba per forza negare la loro o viceversa.

No, non stiamo promuovendo la cultura dell’obesità. E se lo credete dovete rileggervi daccapo questo post ancora e ancora. Ogni tanto penso a quelle che per interrompere lo stillicidio hanno deciso di farsi ridurre lo stomaco. È vero, è per la salute: a volte serve. Ma voi che le giudicate, avete presente cosa passano? Non è come stringere di un buco la cintura: è più come sottoporre il proprio corpo a un’operazione: con il bisturi, la sala operatoria, il sondino e tutto il repertorio.

Sto cercando un equilibrio tra la mia dieta e la mia vita sociale. Perché per le donne attive il problema è principalmente questo. Di una cosa sono sicura però: per la bella faccia di qualche ossessiva non perderò neanche un’occasione di fare festa con gli amici. Perché voglio godermi la vita. E perché sono gli amici a raccattarmi quando ne ho bisogno, non le fanatiche di qualche rivista.

Pontificate dai vostri giornali e non vi accorgete che vi comportate come quegli ex obesi che non riescono più a sentirsi magri e allora diventano carogne. Un ciccione è per sempre, mie care. E si possono fare solo due cose quando ci si sente così: o prenderla con ironia e volersi bene lo stesso oppure rovesciare addosso agli altri il veleno che vi fermenta dentro. Si chiama vomiting ed è un problema serio.

Pensateci sopra mentre noi andiamo a fare l’aperitivo.

.


Ps.

Aggiungo il commento di Laura Montalbano perché mi sembra perfettamente in linea con questo post.

Io ho sempre avuto il problema opposto: mi prendevano in giro perché troppo magra. Per un certo periodo sono anche stata presa di mira dai bulli. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state davvero traumatiche. Ci ho messo anni, una volta cresciuta, ad imparare ad accettare il mio corpo così com’è. Che non significa favorire l’anoressia o la ricerca dell’eccessiva magrezza. Esattamente come per le persone più in carne.

Ecco alcuni link che mi stanno a cuore:

Il progetto Boudoir disability di Micaela Zuliani (fotografa) e Valentina Tomirotti (blogger e giornalista)

Poi Justine Romano di Le Funky mamas mi segnala:

Secche contro tonde. Tutte contro tutte

Quelli del sabato

Leggeteli ma soprattutto guardateli: ci troverete tanta bellezza.

Articoli in primo piano
Jon Shireman - Broken Flower

La donna scimmia è rimasta vedova

di Ilaria Sabbatini

Pochi giorni fa mio marito è arrivato a casa tardi: mentre stava rientrando ha incontrato un rallentamento del traffico. Due coniugi, 68 anni lui, 64 lei, sono morti per un incidente con la moto. Era molto silenzioso, mio marito, e io so perché. Dalla moto e dall’età si è immaginato uno stile di vita e in quella coppia così più grande di noi ha visto quello che diciamo sempre di voler diventare.

Il 7 luglio è morto Emmanuel Chidi per le percosse ricevute da Amedeo Mancini e da Andrea Fiorenza. Gli hanno cercato l’anima a forza di botte, direbbe il poeta. Anche Emmanuel Chidi era sposato e Chimiary, la vedova, è rimasta sola al mondo. Ora è il mio turno di essere silenziosa.

Emanuel a quanto pare l’ha difesa quando i due tizi di Fermo l’hanno chiamata scimmia. Qualcuno  degli amici dei tizi sminuisce la vicenda facendo victim blaming. Mancini «tira le noccioline, quando vede un negro ma lo fa per scherzare», dicono. Scimmia, sì, glielo ha detto, ma Chimiary è stata esagerata a risentirsi. Dicono.

228101_2029803113829_7543467_nAllora voglio raccontare una storia, un fatto che mi riguarda. Io sono italiana, italianissima ma per un caso della sorte mi sono capitati dei tratti somatici fortemente mediterranei. Questa sono io da molto piccola. Capelli neri, sopracciglia folte, carnagione olivastra: mi bastavano pochi giorni di sole per diventare decisamente scura. Da bambina ero convinta di essere stata adottata. Del resto molte delle persone che i miei incontravano lo chiedevano apertamente. Per tanto tempo hanno creduto che non fossi italiana. Ma all’epoca, cresciuta in una famiglia media, con una sorella molto più grande inserita nel mondo missionario, la cosa non presentava particolari problemi.

Ero orgogliosa di come ero e il fatto di possedere dei tratti così riconoscibili era diventato connaturato all’immagine che avevo di me stessa. Nelle recite, mi ritagliavano sempre ruoli esotici e questo mi faceva piacere. Ormai era il mio tratto distintivo e io riuscivo a sentirmi carina perché non c’erano solo Biancaneve e Cenerentola ma esisteva anche Pocahontas.

Lo scherzare sulla mia fisiognomica ha accompagnato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza senza particolari problemi, finché un giorno qualcuno ha pensato bene di porre fine a quella forma di spensieratezza. Un pomeriggio d’estate uscivo dall’università. Tenevo i libri stretti al petto e mi ero avvicinata a un tizio perché avevo visto in faccia il ladro che gli aveva aperto la macchina e gli aveva rubato tutto.

Volevo aiutarlo ma il tizio, senza ascoltare una parola, mi apostrofò con “zingara di merda”. Provai a chiarire ma ero solo una ragazzina ingenua che come tutti gli ingenui tentava di spiegare qualcosa a qualcuno che non voleva ascoltare. Quello che per me era sempre stato normale, improvvisamente era diventato  elemento di discriminazione.

Io non ho mai messo in discussione il mio aspetto per questi motivi. Non ho mai sentito il bisogno di essere bionda, non ho mai desiderato nient’altro che la mia pelle scura, non ho mai voluto occhi chiari. Mi vado bene così come sono perché ci sono cresciuta in questa pelle e l’ho amata per la sua particolarità. Non sono sufficienti a mettermi in crisi un taglio lungo degli occhi o una carnagione scura.

Così arriviamo a Chimiary, la scimmia, l’orango, la negra. Arriviamo a suo marito Emmanuel che la difende. Arriviamo a mio marito, dalla pelle chiara e delicata che – a differenza di me – rischia sempre l’eritema solare. Mio marito che ha pianto per i due coniugi morti sulla strada vedendo in loro quello che noi vorremmo essere: due che si amano, che vogliono solo invecchiare insieme ed essere liberi. Mio marito che non riuscirei a fermare se oggi mi dicessero ancora zingara di merda. Oppure scimmia.

Chissà se Amedeo Mancini e Andrea Fiorenza hanno mai visto La donna scimmia di Marco Ferreri. Chissà se vedendolo sarebbero in grado di capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Mio marito è la persona con cui sono cresciuta affrontando insieme le cose peggiori della vita. La morte sul lavoro, le malattie dei genitori, le difficoltà, il dolore, le perdite precoci, il dover ricominciare sempre daccapo senza trovare mai pace. Cose che ci hanno provato profondamente ma hanno forgiato la nostra relazione rendendola una realtà di cui noi stessi ci sorprendiamo. Mi ritengo una donna autonoma e indipendente ma sono consapevole che tutto questo sono riuscita a superarlo perché c’era lui, perché andiamo avanti affiancati.

Signori c’è poco da fare. Sono la persona meno indicata a dirlo, data la mia natura poco incline al romanticismo, ma quello che porta una donna e un uomo a non mollare dopo aver perso tutto si chiama solo in una maniera: amore. E non è perché sono neri, nigeriani, profughi che il loro amore è meno intenso, meno vero di altri. I neri non vivono i sentimenti in modo diverso dai bianchi.

In fondo il razzismo è una cosa abbastanza banale: è l’idea che le responsabilità e i meriti non sono individuali ma riguardano l’intero gruppo a cui una persona appartiene o si presume appartenga. È il pensiero che se un nero ruba allora tutti i neri rubano, se un arabo è un estremista allora tutti gli arabi sono estremisti, se un italiano è mafioso allora tutti gli italiani sono mafiosi. È la supposizione che se una ragazza ha tratti somatici forti significa che non è italiana e costituisce un pericolo.

Ma la catena dei pregiudizi è un meccanismo implacabile che una volta innescato non si sa dove possa andare a parare. Perché se è vero che quando un nero ruba allora tutti i neri rubano, è vero anche che quando un imprenditore truffa allora tutti gli imprenditori truffano, quando un bianco è razzista allora tutti i bianchi sono razzisti, quando una donna è sleale allora tutte le donne sono sleali, quando un maschio è violento allora tutti i maschi sono violenti.

La famiglia di Chimiary è stata sterminata dai fanatici di Boko Haram. Lei e il marito hanno perso una figlia di due anni uccisa dagli estremisti. Il secondo bambino in arrivo lei lo ha abortito durante la fuga a causa delle botte ricevute. Si potrebbe impazzire già solo per questo. Però c’è lui e con lui c’è un futuro, una possibilità. Lui diventa il tuo giubbotto di salvataggio perché stai affogando ma non sei sola ad affrontare tutto il male che la vita ti ha riservato. E alla fine, lui, lo sposi. Non per fermarti bensì per far ripartire una nuova vita: la tua.

Ma qualcuno decide che tu sei negra, quindi sei una scimmia, un orango, una bestia. E tu dovresti tacere perché in fondo è uno scherzo. Si sa, è normale, sono ragazzi. Di quasi quarant’anni ma sono ragazzi. Allegroni che tirano le noccioline ai negri per gioco. E tuo marito, dovrebbe abbassare gli occhi perché è un negro anche lui, un essere inferiore, uno di “quelli là” che di certo non sono pari a noi che siamo bianchi e abbiamo una cultura superiore.

Peccato però che  sei cristiana e lo è anche tuo marito. Ma ai due bianchi non interessa: l’essere cristiani gli interessa solo a fasi alterne, quando torna comodo a loro. Tu con tuo marito fuggi dai Boko Haram ma i due bianchi non lo sanno, sanno solo che sei negra. I Boko Haram uccidono, stuprano, prendono schiave sessuali.  Tuo marito era contro i Boko Haram al punto da fuggire per non diventarne vittima o complice ma i due bianchi non lo sanno. Non si pongono il problema. Non hanno dubbi. Tu sei nera, sei africana dunque sei come i Boko Haram, gli estremisti islamici da cui cerchi scampo. Ai due bianchi non interessa.

Perché, ovviamente, siamo tutti contro l’estremismo islamico, siamo tutti contro i Boko Haram. Ma laddove ha fallito l’estremismo islamico è riuscita la cultura razzista. Sì, è stata la cultura razzista e non l’estremismo islamico che alla fine ha ucciso un cristiano, perché lui all’estremismo islamico era sfuggito.

Mi pare evidente che a questo punto è urgente chiedersi chi è davvero contro l’estremismo islamico e chi lo cita solo per riempirsi la bocca. Perché di fronte all’estremismo ci sono solo due scelte: o ci si oppone o si è complici.

Articoli in primo piano
data=RfCSdfNZ0LFPrHSm0ublXdzhdrDFhtmHhN1u-gM,T5ZNjUQ7xEbPlfhYVWujnzwvfWQetsolwNyWo-91J1QHlnj7_vGacGNM2RW1oOhulOr7wIr8uPy2bEBy1qkPLU61kpChURgH2pQzdKJfFshXlErZujBHv-xmXy-vaXzRgwcv7M8RV951OriUx8mAET7w7HVKnXViANOk_8o-lW9Fij5cEFpLzKniT2T69865dt27gO5QI2sWB

Dacca, Bangladesh: l’attentato al quartiere Gulshan

Rassegna stampa

Foto di Gulshan

Gulshan Ave,Dhaka,Bangladesh


Claudio, Adele, Simona e le altre vittime dell’assalto di Dacca

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/02/news/bangladesh_dacca_italiani-143266138/


Dhaka_ le parole sono fondamentali!

Fonte: http://www.invisiblearabs.com/2016/07/02/dhaka-le-parole-sono-fondamentali/


Il terrorismo alimenta il terrorismo. La sua radice deve essere affrontata con onestà, sincerità e coraggio.

Colpendo gente straniera i terroristi si sono assicurati una risonanza mediatica che non avrebbero avuto se avessero fatto strage solo di locali come solitamente accade nel Paese.

Attacchi alle minoranze religiose, indù, buddiste e cristiane. E adesso anche ai cittadini stranieri.

Bangladesh_ attacco a Dacca. Cittadini stranieri nel mirino

Fonte: http://agensir.it/mondo/2016/07/02/bangladesh-attacco-a-dacca-cittadini-stranieri-nel-mirino-sale-la-paura-delle-minoranze-religiose-del-paese/


La situazione è andata peggiorando nel corso dell’ultimo anno, è precipitata a settembre con l’uccisione di un cooperante italiano. Fino ad allora all’interno della comunità italiana non c’era paura, anzi. Sapevamo tutti che qui vigeva una sorta di razzismo al contrario: eri straniero quindi non saresti stato colpito dalla violenza generale. Questi due episodi hanno cambiato tutto, sono seguite delle forti ondate di rimpatri di parenti degli italiani che lavorano qui. Ora me ne aspetto una ancora più grossa.

Voi avete anche una scuola: avete anche studenti musulmani?
Certamente, il Paese è a maggioranza musulmana e la gran parte dei nostri studenti è di religione musulmana: diciamo, su 530 studenti, l’80%, a differenza degli insegnanti che sono quasi tutti cristiani. Ma attenzione, all’uomo della strada, al bengalese che incontri per strada, non interessa nulla che tu sia di un’altra religione, o  il fatto che tu sia straniero. A originare questi fatti sono influenze esterne, non si tratta di azioni naturali rispetto al clima che si respira normalmente qui. Poi non so dire se, come sostengono alcuni osservatori, ci sia dietro l’Arabia Saudita. Ma di certo le nuove scuole coraniche che hanno appena aperto non sono amichevoli, nei nostri confronti, e se provi ad andare a visitarle o a parlare con loro ti guardano male, a differenza di quanto è sempre successo con le vecchie scuole.

La verità è che quando giro per la città vedo ragazzi che non hanno alcuna possibilità, senza futuro, il livello generale d’istruzione è davvero basso, chi li vuole spingere verso forme di integralismo ha vita facile.

Padre Marangi_ «A Dacca il terrorismo ha influenze straniere, ma la povertà è terreno fertile»

Fonte: http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/07/02/strage-di-dacca-padre-marangi-a-dacca-il-terrorismo-ha-influenze-straniere-ma-la-poverta-e-terreno-fertile/


Di chi sono opera le uccisioni cui ho fatto cenno sopra?
Sembra che siano questi gruppetti che, messi al bando, hanno studiato una strategia di disturbo per creare disagio in campo internazionale e in campo interno. Primo obiettivo loro sarebbe il governo, da rovesciare a tutti i costi; ma non mancherebbe un obiettivo più ampio: darsi una legittimità come terroristi, in qualche modo mettendosi sotto l’ombrello dell’ISIS (e di Al Qaeda?), che vorrebbero far arrivare con il suo “califfato” anche in Bangladesh.

La strategia consiste nel colpire tutti i tipi di minoranze, per ora con uccisioni sporadiche; quale sarà il passo successivo è difficile dirlo. Hanno colpito dapprima agnostici e atei (o persone da loro classificate come tali), poi stranieri appartenenti a O.N.G. che si occupano di diritti umani e delle donne, hindu, sciiti, omosessuali dichiarati, ahmadyia, un prete cattolico e un pastore protestante, un cristiano convertito dall’islam, buddisti, anche musulmani sunniti (per lo più insegnanti) accusati di favorire la tradizione “baul”, poeti e cantastorie molto popolari, che esprimono una religiosità di tipo mistico e non settario. La scelta cade su persone conosciute e stimate nelle loro zone come buone, dialoganti.

Come va_ – Schegge di Bengala

Fonte: http://cagnasso.missionline.org/2016/05/24/come-va/


Dacca, commando ‘grazia’ studente musulmano ma lui rifiuta di lasciare amiche_ ucciso – Repubblica

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/03/news/dacca_bangladesh_studente_storia-143341153/


 

13606510_10208775710624583_532534618470093958_n

Articoli in primo piano
Manifestazione-pro-Orlando---27

Fiaccolata in memoria delle vittime della strage di Orlando – Lucca, 15 giugno 2016

La licenza è creative commons: l’associazione Lucca Aut, organizzatrice dell’evento può usare tranquillamente le immagini e i video. I media e le associazioni devono citare obbligatoriamente la fonte.

 

Lettera di una ragazza musulmana indirizzata a LuccAut (Orlando 3)

Fiaccolata in memoria delle vittime della strage di Orlando – Lucca, 15 giugno 2016

Articoli in primo piano
prova-costume55_n1

Prova costume: come sabotare sé stesse in leggerezza.

di Ilaria Sabbatini

Visto che si avvicina la prova costume e inizia la relativa campagna mediatica ho delle considerazioni da fare. Io non ho la cellulite, sono grassa; non ho le cicce pendule, sono piena. Ma non comprerò creme miracolose e nemmeno mutande snellenti. L’unica cosa che mi impegno a fare è di smetterla di guardarmi in tutte le vetrine per sorprendere i miei difetti. Per il resto continuerò ad amare i profumi, le belle scarpe, i vestiti, il makeup e il colore nero come ho sempre fatto.

La mie mutande snellenti sono le amiche intelligenti che mi ritrovo. Guardatevi intorno, signore e signorine, osservate le vostre amiche e se sono come le mie accendete incensi ai vostri Lari e ai vostri Penati nei secoli dei secoli, perché non avete idea di quanto siete state fortunate. Non state a vedere se sono magre o se sono grasse, se sono gnocche o se sono racchie, se sono toniche o flaccide, se sono fresche o passatelle. Guardate se sono brillanti e spiritose perché poi le loro parole faranno la differenza come la stanno facendo per me.

Non è passata neanche una settimana dallo scandalo Sarandon che ricominciano a bombardarci con la prova costume. Un approccio talmente favorevole alle donne da far pensare ad amene usanze come il niqab. Sì, quell’abito di lunghezza monacale, in genere nero, dotato di una finestrella per gli occhi. Attenzione però a non confondete il niqab con il burqa: potrebbe essere fatale per le vostre quotazioni di figaggine. Il niqab ha la finestrella, il burqa ha la rete e questa differenza è molto importante. Infatti, finché avete il contorno occhi liscio potete permettervi un comodo niqab ma se siete state poco attente e avete lasciato vincere le zampe di gallina allora, mi dispiace per voi, ma dovete passare al più coprente burqa.

Il vantaggio evidente di questo stile di abbigliamento è di nascondere il vostro vergognoso difetto, cioè le rughe del contorno occhi, lasciando però trapelare qualcosa del vostro sguardo maliardo che potrebbe ancora sedurre qualche maschio dai gusti semplici e di bocca buona. A proposito, mi raccomando, tanto kajal e tanto rimmel ché dietro la rete risaltano poco. Del resto si sa: c’è sempre qualcuno che apprezza un buon brodo, basta che la gallina vecchia non si faccia vedere troppo in giro.

Siete sorpresi di questa mia apologia del velo integrale? E perché mai dovreste esserlo? Meglio rendersene conto subito e reagire invece di ritrovarsi a una certa età e non riconoscere la propria immagine allo specchio. Per esempio, se aprite le braccia e non siete toniche, le cicce pendule potrebbero farvi sembrare uno scoiattolo volante. Oppure, se avete sempre avuto le guance piene, improvvisamente potreste vedere un mastino napoletano che si lava i denti al posto vostro.

Vogliamo poi parlare dei cedimenti delle tette? Quelle tette ormai mitologiche perché a un certo punto della vostra carriera diventeranno così cedevoli che ve le potrete comodamente arrotolare a mo’ di foulard intorno al collo simulando disinvoltura? Oppure parliamo delle chiappe che un bel giorno prenderanno le distanze dal vostro bacino per un’antica e invincibile attrazione verso i vostri talloni?

Bisogna vietare i due pezzi alle ciccione, non c’è dubbio, ma pure a quelle troppo secche. Non è mica bella l’esposizione impunita dei rotolini girovita o delle grandi pianure senzatette. E sicuramente dopo i dopo i 25 anni vanno vietate la canottiere per non vedere in giro quelle ali di pollo che svolazzano al vento tra l’ascella e la costola. Le gonne poi non ne parliamo: ma avete presenti le grinze che si formano sopra il ginocchio a tutte quelle che hanno già superato la pubertà?

(Vedi foto sottostante).

Quindi facciamo così: costume intero per le secche e le ciccione. Però un attimo… così rimangono fuori le gambe e il plissettato del ginocchio non sta tanto bene. Allora costume intero con braghettoni così si nasconde il plissettato, la coscia cellulitica e pure la gamba secca. Perché va bene lo stacco di coscia ma se non è tornita come si deve è inutile anche averci la gamba lunga. Per dare un po’ di grazia al tutto si potrebbe aggiungere un pareo alla caviglia, così sdrammatizza anche l’outfit.

Il costume intero nasconde bene la carenza o l’eccesso di tette. Resta però il problema dell’ala di pollo: come si diceva, dopo i 25 la canottiera neanche a pensarci. A quel punto andrebbe bene una maximaglia di cotone. Non troppo aderente, ovviamente, sennò si vede la ciccia pendula. Direi che le maniche a pipistrello sono perfette per varie ragioni. E poi ci vorrebbe anche qualcosa per il collo perché è brutto quando comincia a rammollirsi e fa l’effetto fisarmonica. Lì poi sono cazzi: neanche la chirurgia riesce a tenere in piedi l’impalcatura. Direi quindi di nascondere pliche e pappagorgie dentro una bella sciarpa morbida, magari di seta e anche griffata.

Rimane il problema della faccia: molte di noi non possono permettersi interventi facciali continui. Non solo per una questione di costi ma anche per un discorso di orari di lavoro. Con tutto quello che abbiamo da fare non possiamo certo permetterci convalescenze continue per tirare su la palpebra o puntellare lo zigomo. Una bella maschera facciale in cotone traspirante potrebbe risolvere ogni ambascia a modico prezzo. Tipo quelle dei wrestler messicani ma impreziosite con inserti di sartoria.

Sì, direi che come outfit ci siamo e possiamo fare un po’ di conti su quelle due o tre cosette da comprare per essere presentabili col nostro corpo imperfetto e alla nostra età. Dei braghettoni, un costume intero a spalla larga, il pareo coprente fino alla caviglia, la maximaglia con maniche a pipistrello, lo sciarpone di seta griffato e la maschera facciale in puro cotone traspirante con inserti pregiati. In più kajal e rimmel per pelli mature.

Onestamente, a questo punto, è più pratico il burqa. Ed è pure meno ipocrita.

.

Affettuosi saluti a tutte, mie care,

e godetevi la bella stagione.

.

Articoli in primo piano
farfalla

Il giornalista, la madre e la bambina uccisa

di Ilaria Sabbatini

Questo post in realtà si potrebbe anche intitolare: “Debolezza sociale e sessualizzazione precoce”. In effetti era stata quella la mia prima scelta ma ho capito che non sarebbe interessato a nessuno. È la polemica su Augias che in questo momento tira e il caso mediatico della morte di una bambina abusata. Ho scritto un post sulla mia bacheca FB riguardo alla recente polemica e ci sono state risposte interessanti, per questo ho deciso di prendere appunti. Qui potete leggere la discussione, il testo del post è questo:

«Ma veramente c’è una polemica perché Augias ha detto che la bambina uccisa era vestita e atteggiata come un’adolescente? Perché mi sembra una polemica superflua. Se volete sapere perché guardate il documentario “Divine“, guardate il modo in cui spesso la moda rappresenta le bambine, guardate i concorsi di bellezza per bambine, guardate un po’ di trasmissioni con bambine che si esibiscono. Il potere modellizzante dei media e la debolezza del sistema sociale».

Quelli che pensano che Augias abbia accusato la bambina giustificando così l’aggressore hanno sbagliato in pieno. Se non altro perché Augias, checché se ne pensi, non è stupido né suicida. Forse moralista, forse indelicato ma niente affatto sprovveduto. E visto che ci siamo è bene chiarire di nuovo un concetto fondamentale: chi considera il modo di proporsi di un minore come una giustificazione per l’abusante, sta solo affermando un illecito e malsano “diritto” degli adulti a prevaricare sui minori.

A me sembra chiaro che invece, a torto o a ragione, Augias ha accusato la madre. Personalmente ritengo che in questo – non in altro – abbia sbagliato a causa del vezzo di indicare un responsabile morale unico, sempre e invariabilmente lo stesso. Augias ha aggiustato il tiro in corsa ma alla fine neanche più di tanto.

“Di questa foto” – osserva – “mi ha fatto impressione il contrasto tra lo sfondo, con quella statuina dorata di Padre Pio, e questa bambina, che aveva 5-6 anni. La guardi bene, guardi come è atteggiata, come è pettinata, come sono i boccoli che cadono. Questa qui è una bambina che ha 5-6 anni e che si atteggia come se ne avesse 16-18“. E aggiunge: “Tutta la mia pietà per questa povera madre, per carità, ma c’è questo stridore che mi fa capire che anche si erano un po’ persi i punti di riferimento“

A chi è riferito quel ““, solo e sempre alla madre o anche a qualcuno altro? Ed è esattamente questo che trovo discutibile. Perché in fondo Augias punta il dito senza tenere conto che non esiste solo una madre, esiste anche un padre, esistono dei parenti, dei nonni, degli amici, dei conoscenti. «Mia figlia è forte perché ha preso da me. Mia figlia l’ha ammazzata la fortezza che c’aveva ché non ha parlato. Perché se mia figlia era debole, oggi stava qua». Queste sono le parole con cui il padre, in perfetta buona fede, spiega la morte della bambina. Quindi sì, sarà politicamente scorretto perché ci si aspetta di sentirsi dire che tutti gli ambienti nascondono abusi ma vivere in un quartiere abbandonato a sé stesso e infestato dalla camorra fa differenza.

Mi pare che ci siano pochi dubbi sul fatto che la violenza e l’uccisione della bambina si siano consumati in un ambiente molto degradato: non ci si possono aspettare comportamenti diversi da quelli registrati, abusanti e omertosi. Il che non vuol dire che in altri ambienti non avvengano cose altrettanto terribili. Il ceto sociale non è una discriminante ma la mancanza di una rete sociale non solo lo è ma è anche la più grave di tutte. Quella bambina non viveva nel vuoto siderale. Dove erano – dove sono – le istituzioni, le scuole, gli assistenti sociali, le strutture di accoglienza, un qualsiasi soggetto che sia in grado di intercettare il disagio in cui vivono questi figli prima che ne ammazzino qualcuno e ne abusino  altri?

Il problema della sessualizzazione precoce esiste. C’è da discutere in che forma, se e come, ma certamente esiste. Augias, lo ravvede anche in questo caso. Si può discutere se Augias abbia agito bene o male ma non è questo il problema. È il dito, non la luna. La vera sfida è spostare l’attenzione dal caso mediatico del momento alla questione nuda e cruda, spogliata dalla polemica passeggera.

Credo che la risposta si trovi in quest’articolo che mi ha segnalato un’amica e che parla delle ‘salicelle’, un posto dove le bambine si vendono per 10 euro e dove l’abuso è comune. Per avere un termine di paragone, l’articolo sulle ‘salicelle’, porta la data del 30 aprile 2016, la bimba di Caivano è stata uccisa il 24 giugno del 2014. Due anni fa.

«Questo è il quartiere delle mamme-bambine “Quando ci servono i soldi, ci mandano sotto la scala a giocare con gli zii“, raccontano con spensieratezza le ragazzine delle ‘salicelle’. Dieci euro ricevute dalle mani sozze degli “amici di mamma”. In quasi tutte le famiglie c’è un minore che è già genitore. A 25 anni molte sono nonne, l’incesto è affare quotidiano e i preti lo ripetono invano: “Finitela di abusare dei vostri figli”. Poi seguono le richieste di trasferimento».

Nell’abuso di minori non c’è una discriminante di ceto, no, ma c’è la discriminante della mancanza di reti sociali, di modelli alternativi, di soluzioni diverse. Ho l’impressione che l’altra metà della risposta si trovi proprio in mezzo a noi, in questa società fragile, segnata dalla mancanza di punti di appiglio per i più deboli e appesantita da una modellizzazione che spinge alla sessualizzazione e alla sessualizzazione precoce. Una modellizzazione che pervade tutti gli ambienti ma nei cui confronti i contesti più deboli – socialmente e culturalmente più deboli – hanno inevitabilmente meno difese.

Aggiungo qualche link, aspettando altri contributi perché questa è una discussione aperta e spero proprio che non finirà oggi, con una fiammata di polemiche senza arrivare neanche vicini al cuore del problema.

Fortuna Loffredo, Augias: “Dalla foto aveva 6 anni ma si atteggiava a sedicenne”

Viaggio alle “Salicelle”, dove lo Stato non c’è e una bambina vale 10 euro

Porta a porta (20:21 intervista alla madre, al padre, al nonno)

Di martedì (intervista ad Augias)

Minchia, che mi tocca difendere Augias

Dalla parte di Corrado Augias

Fortuna Loffredo, Augias e i boccoli da sedicenne

Miti sullo stupro, sessualizzazione delle bambine e Corrado Augias

Caivano, Augias si difende dopo le polemiche sulla sua frase

Corrado Augias: “Mai visto una bimba truccata e conciata come Fortuna, tradita anche dalla madre senza riferimenti culturali”

Caivano, nei disegni di Fortuna il disagio e la rabbia della piccola vittima

Fortuna Loffredo, il sollievo dell’amica “libera” dalla famiglia: “Ho detto finalmente la verità, ora sono felice”

Omicidio Fortuna, parla la mamma: “Non voglio credere che ha subito abusi”

Articoli in primo piano
Lei in che campo si è distinto?

Scusi, ma lei in cosa si è distinto?

Due parole sul “brutta, grassa e casalinga” alla candidata sindaco di Milano.

Di Ilaria Sabbatini

Dico subito che non è la mia candidata: non avrei potuto votarla e anche potendo non credo che l’avrei votata. Ma il punto, lo sappiamo tutti, non è questo quindi è inutile raccontarsi storie.

Del “brutta” e del “grassa” ne parliamo dopo. Della “casalinga” e della “disoccupata”, ne parliamo subito: secondo i dati ISTAT le casalinghe in Italia nell’anno passato erano circa 7,5 milioni. Ognuno ne tragga le conseguenze che crede, elettorali e non.

Riguardo il “brutta” e “grassa”, Il Fatto cita un tizio il cui profilo è visibile su Facebook. Vogliamo dare un giudizio estetico? Bene, facciamolo pure ma facciamolo fino in fondo: guardiamo da che pulpito.

Riguardo l’attinenza del “brutta” e “grassa” con l’abilità professionale di una persona, in particolare di una donna, proviamo a vedere l’effetto che fa l’etichetta di brutta accanto alla solita qualifica professionale.

E dopo tutto ciò chiediamo a chi ha commentato e a chi commenterà in questo modo: «Scusi signore ma lei in che campo si è distinto?».

 

L’immagine in evidenza fa parte della campagna contro il sessismo in pubblicità promossa da Art Directors Club Italiano 

Articoli in primo piano
donne 2

Colonia: storie, linguaggi e bilanci di genere

di Ilaria Sabbatini

Una premessa  

Oggi è il 6 marzo 2016. Tra poco sarà la festa della donna e sono passati due mesi da quando si è diffusa la notizia delle molestie di massa subite da una grande quantità di donne durante il capodanno di Colonia.  Finora avevo omesso di parlarne se non con pochissime persone ma da ieri è cambiato qualcosa. Sono stata invitata dalla Città delle donne di Lucca a parlare di quello che era successo insieme a Giulia Blasi e Daniela Grossi.

Il mio intervento si è articolato in due parti: nella prima ho analizzato un caso di trasformazione di una immagine fino al suo totale rovesciamento in un messaggio di segno totalmente contrario; nella seconda ho riportato i dati che avevo raccolto accennando a qualche analisi. Non è necessario che le leggiate entrambi: la prima è propedeutica alla seconda nel senso che rappresenta un fenomeno simile dal punto di vista del rovesciamento semantico di un messaggio. La seconda parte è mirata agli eventi accaduti a Colonia, nel capodanno 2015-2016. Scegliete voi quello che più vi piace.

 

Prima parte: storia di un’immagine

Sono partita dal lavoro di Rosea Lake, una ragazza di Vancouver studentessa di fotografia che ha ideato un’immagine estremamente potente in relazione ai pregiudizi che si sviluppano contro le donne a seconda del loto abbigliamento. Il lavoro di Rosea Lake si intitola Judgment, è del 2013 ed è di un impatto visivo fortissimo il che l’ha reso in breve tempo un fenomeno virale.

grande

Rosea Lake, Judgments, 2013

La cosa interessante di questo approccio è che va in due direzioni: se la gonna troppo corta decreta giudizi che vanno da “seduttiva” a “puttana”, da ginocchio in giù si da “vecchio stile”, a “puritana” fino a “carampana”. Rosea Lake non insiste sul solo diritto di portare la gonna corta ma anche su quello di portarla lunga a proprio piacimento senza per questo essere infilate di forza in categorie di giudizio morale. La fotografa di Vancouver spiega che questo progetto le ha fatto prendere in considerazione i suoi stessi preconcetti riguardo alle donne. Dava per scontato, dice, che tutte le donne che indossavano l’hijab fossero oppresse, giudicava negativamente le donne che non esprimevano la propria sessualità in un modo che lei ritenevo adeguato e conclude dicendo che adesso le piace di essere più aperta.

Il progetto di Rosea Lake ha avuto una diffusione vastissima tanto che nel 2014 la medesima idea è stata ripresa dalla scuola pubblicitaria Miami Ad School Europe, con sede ad Amburgo. Si tratta di una simulazione di campagna attribuita solo in via progettuale alla associazione svizzera Terre de Femmes con sede ad Amburgo. Come si può vedere qui sotto, l’intero progetto rimane assolutamente rispettoso dell’idea originale nell’impostazione delle immagini e nel contenuto salvo modificare leggermene le didascalie. Inoltre il nuovo progetto sviluppava l’idea ampliando il concetto dalla lunghezza della gonna all’altezza dei tacchi e alla profondità della scollatura.

Questa campagna simulata ha continuato sull’onda del successo online e in brevissimo tempo si è diffusa fino al punto da porre l’associazione Terre de Femmes di fronte alla necessità di prendere una posizione. Infatti la campagna non era stata commissionata dall’associazione ma risultava in piena consonanza con i suoi fini e le sue politiche. Così Terre de Femmes ha deciso di sostenere la campagna a posteriori facendo un comunicato in cui chiariva di non essere coinvolta nella sua creazione e nella sua pubblicazione ma riconoscendo che si tratta di una campagna ben fatta e condivisibile.

002343_12445

Gioia! Online 3 ottobre 2014

Un’altra declinazione dell’idea iniziale di Rosea Lake è stata quella della rivista Gioia che ha ripreso l’immagine e le didascalie per declinarle nella moda contemporanea. Sostanzialmente il messaggio iniziale è ripreso e non pare che sia stata messa in atto alcuna manipolazione del suo contenuto.

Anche Radio 1, Belgio si è cimentata nell’esercizio. In questa foto è applicata all’abbigliamento maschile la stessa logica discriminatoria e giudicante che è stata usata per l’abbigliamento femminile. Le didascalie in fiammingo dicono: molto gay, gay, pantaloncini di spugna, boyscout, voce bianca, non si fa, Tintin in Congo, acqua in casa, scelto da mamma e comprato da me. L’immagine è costruita in modo da assomigliare a quella originale. La posizione delle gambe, i colori, gli sfondi e si direbbe anche le luci, sono del tutto simili. Si gioca e si risemantizza un messaggio ma senza stravolgerlo.

Un discorso completamente diverso va fatto invece sulla manipolazione dell’immagine da parte dell’associazione belga Woman Against Islamisation. L’operazione che è stata fatta rispetto all’immagine di Rosea Lake non è stata solo di stravolgimento del senso generale e particolare delle didascalie ma si è cambiata radicalmente l’impostazione dell’immagine facendo diventare quella che era una fotografia di documentazione una rappresentazione fortemente sessualizzata. Le didascalie dicono: lapidazione, stupro, puttana, sgualdrina, provocante, islam moderato e conforme alla sharia. Il titolo complessivo della campagna è: libertà o islam.

In ogni caso la traduzione delle didascalie passa quasi in secondo piano rispetto al tipo di immagine che si è voluto creare. Si notino la diversa posizione delle gambe, il diverso abbigliamento, la diversa gestione delle luci, la scelta delle gambe di una modella truccate (e in effetti si tratta di una Miss Belgio) contro le gambe di una ragazza normale, lo sfondo completamente uniformato come se si trattasse del merchandising di un prodotto. Se ci fossero dei dubbi, una seconda immagine toglierà qualsiasi incertezza sul tipo di campagna che è stata impostata da Woman Against Islamisation.

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Se da un lato si è spostato tutto il sistema di didascalie verso il basso, rendendo lecita solo la lunghezza dell’abito che arriva fino ai piedi, dall’altro lato si è spostata la semantica della libertà occidentale al punto da farla coincidere con la pura e semplice libertà di mostrare il corpo. In sostanza la campagna “Libertà o islam” racconta questo: noi siamo libere di mostrarci in questo modo. Ma in realtà, al di là dei problemi posti dal trattamento dell’immagine femminile, questa è una battaglia di retroguardia, basti guardare questa raccolta di immagini che fanno leva sull’immagine femminile stereotipata. Dunque libertà declinata esclusivamente come libertà di aderire a una iper-sessualizzazione del corpo. Libertà necessaria ma niente affatto sufficiente.

Rosea Lake, m

Rosea Lake, #mychoicenotyours

Rosea Lake, com’era prevedibile, ha avuto una reazione negativa e ha dichiarato la sua disapprovazione per la campagna “Libertà o islam” rispondendo con l’ashtag #mychoicenotyours e utilizzando la propria immagine per prendere posizione. Questa azione non ha avuto la stessa forza pervasiva delle altre immagini, nel senso che l’immagine della fotografa che protestava ha avuto minor circolazione. Questo è un po’ il destino di molte delle azioni di smentita: i media perdono interesse e il messaggio passa con fatica. Ma la posizione #mychoicenotyours ha provocato comunque una mobilitazione come si può vedere anche dal video di youtube della campagna.

È stata sorprendente, invece, la reazione della Loubutin, la famosa casa di moda che crea le scarpe più rinomate del momento. Forse qualcuno ci ha fatto già caso ma le scarpe utilizzate nella campagna di Woman Against Islamisation, a suola rossa e a suola gialla, sono proprio delle Loubutin. Ebbene la casa di moda non ha voluto in alcun modo essere collegata con la campagna e non si è limitata a fare una dichiarazione ma ha fatto bloccare la campagna islamofobica e ha ottenuto il ritiro delle immagini. Break. Qui finisce la prima parte del mio intervento in cui ho cercato di mostrare, attraverso una storia per immagini, come sia possibile declinare un’idea in tante varianti ma al contempo quale differenza corra tra il rispetto dell’intuizione originaria e il suo stravolgimento strumentale finalizzato alla formulazione di messaggio del tutto eterogeneo.

Seconda parte: numeri e media

Non si era ancora fatto in tempo a capire cosa era successo che già erano partite le voci di protesta contro le donne, in particolare le femministe, che non prendevano posizione. Si è parlato di reticenza, di eccessiva cautela, di tardiva condanna. Bene, allora facciamo due conti. Le violenze di Colonia sono accadute nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016. I fatti sono stati resi noti e poi diffusi tramite i media solo il 4 gennaio. Il 5 gennaio è arrivata puntuale la manifestazione delle femministe tedesche che ha raccolto le adesioni della quasi totalità delle femministe europee e in taluni casi anche la partecipazione di persona. Euronews attribuisce la foto qui sotto alla manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016 e il cartello recita: “Contro il sessismo contro il razzismo”. La foto è diventata famosa ovunque e documenta l’immediatezza sorprendente della reazione delle donne tedesche. Eppure, nonostante questo, si è voluto comunque parlare di reticenza e timore.

colonia

Manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016

Le ipotesi a questo punto sono due: o c’è una scarsa attenzione alla circolazione delle notizie oppure questa non è stata considerata una risposta valida. Ma siccome chi ha sollevato l’eccezione del ritardo non sono degli sprovveduti (né delle sprovvedute) non è credibile che si sia trattato solo di disinformazione. In sostanza sembrerebbe che, siccome la risposta non è piaciuta, allora non è stata tenuta in considerazione esattamente come se non ci fosse mai stata. In realtà la risposta c’è stata ed è stata forte, chiara, immediata, condivisa ma è stata una risposta che non ha soddisfatto le aspettative cosicché si è continuato a parlare ad libitum della necessità di qualcosa che in realtà era già avvenuto. Intorno a questa idea del ritardo si è fatto un battage intenso, si sono esercitate pressioni politiche da varie parti probabilmente nell’intento di spingere le reazioni delle donne in una direzione precisa. Quali che siano state le motivazioni, tali pressioni non hanno tenuto conto della realtà. E la realtà è stata che le femministe tedesche e le donne europee che le hanno sostenute da ogni dove hanno risposto subito e senza esitazioni con un messaggio preciso: “contro il sessismo, contro il razzismo”.

Se poi si vuole restringere il campo alle donne italiane basta fare un controllo online: non si tratterà di reazioni riferibili a una sigla unitaria, le si potrà trovare nella forma sbriciolata degli interventi di singole voci, ma le reazioni ci sono state e del resto il femminismo non è una chiesa. Soprattutto, in Italia, si è avvertito come problema pressante quello di capire la natura e l’entità del fenomeno. I lanci sono stati del tipo Stupro di massa in Germania: mille immigrati violentano 80 donne (5 gennaio) e contemporaneamente arrivavano notizie sui ritardi nel rendere pubblici i fatti, sul silenzio mediatico, sulle prime dichiarazioni della polizia. Il primo gennaio la polizia di Colonia parlava di una nottata trascorsa senza incidenti. Il 4 gennaio l’informazione era completamente cambiata. Nei giorni successivi si sono rincorse notizie contraddittorie e lo sforzo dei mezzi di informazione era quello di capire cosa era successo, perché la polizia non era intervenuta, quali erano i reati. Non credo che sia realistico pensare che si potesse dare un’altra risposta rispetto a quella che è stata data: “Gegen Sexismus, Gegen Rassismus”. Possiamo discutere se sia sufficiente o meno ma non possiamo mettere in discussione che ci sia stata.

La cosa che invece preoccupa di più, a meno che non la si legga come una conferma, è il fatto che dopo la fiammata iniziale la notizia dei fatti di Colonia non tenga più banco nel mainstream. Il problema è che in realtà anche adesso la chiarezza è poca e mancano le prese di posizione, quelle sì importanti, assunte al di fuori dell’ondata mediatica del momento. Le voci che stigmatizzavano la lentezza delle femministe, adesso tacciono. E anche laddove − disperse in mille rivoli − le donne si organizzano e parlano di Colonia con razionalità, i fustigatori della prim’ora sembrano distratti da altre più urgenti questioni. Col trascorrere del tempo una qualche chiarezza è stata raggiunta. Magari manca ancora la risposta a molte le domande che ci si dovrebbe porre ma di certo si sa di più di quello che si sapeva in prossimità dell’esplosione del caso Colonia.

Il 16 febbraio è stata divulgato il rapporto ufficiale della polizia. In una ricerca del 16 febbraio, alle ore 16:10, svolta in italiano impostando le parole chiave “Colonia procuratore” risultavano i titoli contrastanti riportati sopra. “Non c’era quasi nessun rifugiato”, “Sono migranti gran parte degli accusati”, “Solo 3 rifugiati tra i molestatori”. C’è da dire che il procuratore stesso ha dovuto smentire la notizia a quanto pare fraintesa dall’Indipendent e poi diffusa sulla stampa anglofona. Il procuratore Ulrich Bremer ha smentito che soltanto tre degli accusati per le aggressioni di Colonia fossero dei rifugiati e questa situazione non ha fatto altro che aumentare le incertezze. Sta di fatto che nello stesso momento i media italiani online, e ho riferito solo il campione dei primi risultati su google, stavano dando notizie opposte.

I dati che è stato possibile raccogliere sono i seguenti. Ad ogni blocco di informazioni allego la relativa fonte per documentare tutti i passaggi alcuni dei quali sono particolarmente delicati.

Dei 73 accusati: 30 arrivano dal Marocco, 27 dall’Algeria, 3 dalla Tunisia, 4 dall’Iraq, 3 dalla Siria, 1 dal Montenegro, 1 dalla Libia, 1 dall’Iran, 3 sono tedeschi    (La Stampa)

Di 1054 denunce 454 riguardano aggressioni sessuali, 600 furti  (BF.be, Repubblica)

Solo in 1 caso si è valutata l’accusa infondata: si trattava di una persona squilibrata   (Welt)

In totale i sospettati sono 73, «in grande maggioranza» richiedenti asilo o persone giunte in Germania illegalmente. Il procuratore Bremer conferma comunque che i due gruppi più numerosi provengono da Paesi del Nord Africa: Marocco e Algeria.

Al momento agli arresti ci sono 15 sospetti. Contro di loro gli inquirenti muovono accuse di reati contro il patrimonio, in un solo caso di delitto a sfondo sessuale (Il Corriere)

C’è da notare però che nonostante la precisione dei numeri rimane irrisolto il problema − vero o falso che sia − che ha tenuto banco tra l’opinione pubblica di una gran parte d’Europa: gli aggressori facevano parte dell’ultima ondata di richiedenti asilo politico? Ossia: erano i richiedenti asilo arrivati con i recenti procedimenti di accoglimento adottati dalla Germania? Erano persone presenti sul suolo tedesco da più tempo? Quanti erano gli uni e quanti erano gli altri? Questo non è dato saperlo. Nelle cifre non vengono scorporati i dati circa il numero degli immigrati del 2015 e quelli precedenti, dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, delle persone con cittadinanza e degli eventuali respinti. La loro composizione religiosa non è ancora certa dal momento che non sono stati forniti dati, non è nota la loro età e non si sa siano accompagnati dalle loro famiglie o meno. Ci sarebbe ancora ancora molto da sapere e spero che diventi possibile prima che tutti ci dimentichiamo del caso.

Alcune delle presenti presenti in sala si sono sorprese molto e io stessa, abituata al dubbio come metodo di lavoro, in una frazione di secondo ho ripassato mentalmente la mia fonte per avere la sicurezza che risultasse davvero un solo caso di delitto a sfondo sessuale. Ebbene questo è proprio ciò che riporta il Corriere della Sera del 15 febbraio 2016. Se le cose stanno in questo modo evidentemente c’è un problema. Non vi sono dubbi che a Colonia sia successo qualcosa di grave e di grandi dimensioni: 1054 denunce di cui 454 riguardano aggressioni sessuali. È un numero enorme. Un solo caso verificato come accusa infondata, un solo caso di delitto a sfondo sessuale che corrisponderà sicuramente allo stupro di cui si era parlato fin dall’inizio.

Qualcuna delle mie conoscenti mi aveva messo la pulce nell’orecchio e io ho approfondito quel filone stando attenta ad appoggiarmi a studi attendibili. Non ho fatto studi di diritto così mi sono messa a studiare la tesi di dottorato di Francesco Macrì che si occupa del diritto penale sessuale. L’ho trovata online perché questo lavoro ha ottenuto il premio della Firenze University Press come miglior tesi di dottorato. Nella legislazione tedesca i reati sessuali sono regolati dagli articoli dal 174 al 182 del codice penale inquadrati come reati contro l’autodeterminazione sessuale. Macrì spiega che la riforma legislativa del 1974 ha spostato l’accento dalla “moralità pubblica” al più adeguato concetto di “libertà di autodeterminazione sessuale”. L’innovazione ha tipizzato i nuovi reati contro l´auto-determinazione sessuale incentrandoli sulla nozione di atti sessuali. Il codice, in realtà, non fornisce una vera e propria definizione di “atti sessuali”, bensì dispone unicamente che, tra di essi, assumano rilevanza penale sessuale soltanto quelli di una certa gravità. L´interprete deve stabilire quando si è effettivamente in presenza di un “atto sessuale” e quando invece no. Inoltre deve identificare i parametri per definire gli “atti sessuali di rilievo”. Una condotta, per essere qualificata “atto sessuale” deve presentare già nella sua materialità una connotazione di carattere sessuale. In assenza di una caratterizzazione oggettiva ´sessualmente orientata´ una condotta umana non può dunque essere qualificata quale “atto sessuale” unicamente in considerazione dell´intento sessuale soggettivamente presente nel suo autore. Non è dato rinvenire, ad esempio, tracce di ricostruzioni ermeneutiche che operino una selezione – casistica attraverso un’elencazione vera e propria, o astratta previa identificazione di un parametro (come ad es. quello delle “zone erogene”) – delle parti del corpo il cui toccamento si configuri come atto sessuale. (Francesco Macrì, Verso un nuovo diritto penale sessualeFirenze University Press, 2010, pp. 67-69).

Un’altra considerazione interessante da fare è quella sullo squilibrio del bilancio di genere. I dati nudi estrapolati dagli studi della sociologa Valerie Hudson sono i seguenti. 1 milione di migranti in Europa dal Medio Oriente e dal Nord Africa nell’ultimo anno. C’è un motivo specifico per cui tanti uomini stanno lasciando paesi come l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria: essi rischiano maggiormente di essere costretti a unirsi a gruppi combattenti oppure di essere uccisi o catturati da questi ultimi. Secondo International Organization of Migration il 66.26 % di migranti adulti registrati lo scorso anno in Italia e in Grecia sono maschi. Più del 20% di migranti sono minori di età inferiore ai 18 anni. La metà dei minori che viaggiano in Europa viaggia non accompagnata. Il 90% dei minori non accompagnati sono maschi. Se nel caso degli adulti il bilancio di genere è in qualche modo riequilibrato dalla prassi del ricongiungimento familiare, questo sottoinsieme maschile non ottiene la dispensa speciale per portare i coniugi. Uno dei motivi principali è che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che i paesi dell’Unione europea non sono tenuti a riconoscere la legalità del matrimoni tra bambini. (Valerie Hudson, Europe’s Man Problem, Politico, 6 gennaio 2016)

La Hudson sostiene la tesi che le società in cui il bilancio di genere è maggiormente in equilibrio sono società più stabili. I dati che il suo lavoro riporta sono interessanti perché oltre ad essere basati su fonti attendibili affrontano la questione del bilancio di genere in modo scientifico e non ideologico. Il lavoro della Hudson è diviso in due parti: la prima è una valutazione del bilancio di genere, la seconda è un proiezione degli effetti del disequilibrio nel bilancio di genere nel futuro. La seconda parte ha già subito contestazioni documentate mentre la prima, ossia la pura raccolta dati, al momento non ha avuto sostanziali smentite. Non è escluso che delle delle critiche efficaci saranno mosse in futuro e in quel caso riprenderemo in mano la questione.

Lorenzo Monfregola, in un intervento su Gli stati generali dell’11 febbraio 2016 ha provato a riassumere le reazioni che si sono verificate di fronte al caso di Colonia e alla sua coda mediatica.

  • La provenienza degli aggressori non significa nulla. Qualcuno ha sostenuto questa posizione ma allora bisogna concludere che alla fine a Colonia non è successo niente di particolare?
  • La disperazione, la miseria, l’alienazione. Quando si fa riferimento a questo tipo di giustificazione in realtà si sta dicendo che la violenza è intrinseca alla condizione di migrante. Dato che tutti i migranti sono potenzialmente soggetti a una o più di queste condizioni bisogna dedurne che tutti i migranti sono potenziali autori di violenze?
  • È chiaro che il crimine sessuale sia una tendenza diffusa in certi paesi di quell’area.  Chi si pone su questa posizione non sa dire di quali aree si tratta e nemmeno su quali ragioni si basa questa considerazione. Suggerisce semplicemente che la violenza sia una caratteristica etnica, genetica e razziale.
  • Rifiuto dell’approccio culturale religioso. E questo è un passaggio molto delicato. Il rapporto delle culture arabe o islamiche (termini che non sono sinonimi) entra o no in frizione con le libertà laiche di una società profondamente secolarizzata? Rinunciare a porsi questa domanda o evitare a priori di affrontarla significa lasciare campo libero alla interpretazione xenofobe e islamofobe. Rinunciare a porsi questa domanda significa lasciare che a rispondere siano quelli per cui le violenze hanno direttamente a che fare con le fedi religiose e vanno inserite in un più ampio disegno di terrorismo diffuso.

Trovare un equilibrio non sarà semplice. Bisognerà considerare che l’origine degli aggressori di Colonia non può essere ignorata, ma nemmeno può essere usata strumentalmente. E bisognerà confrontarsi con l’evoluzione più o meno avanzata della destrutturazione delle forme di violenza, a partire dalla loro accettazione culturale e sociale.

Nello stesso giorno in cui a Lucca si teneva il convegno su Colonia, a Milano veniva presentato il progetto Aisha, per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne dentro la comunità musulmana. Una delle promotrici, la sociologa Sumaya Abdel Qader ha spiegato il suo approccio al caso di Colonia in un articolo sul Corriere del 14 gennaio 2016. Un passaggio in particolare mi è sembrato interessante perché sintetizza in poche parole un discorso tutt’altro che scontato.

Certamente non si può negare che nei Paesi a maggioranza di musulmani si possono riscontrare inaccettabili pratiche contro le donne, dettate da tradizioni patriarcali, maschiliste e misogine e che queste possono essere riproposte anche qui; ma un conto è dire questo e un conto è addossare le colpe di ciò a una religione che non si conosce se non attraverso alcuni individui.

Dopo questa lunga analisi non sento il bisogno di dire quale sia la mia posizione in rapporto ai fatti di Colonia. Ho analizzato i materiali a disposizione cercando di selezionare i più significativi. Si è scritto infatti moltissimo su Colonia ma moltissimo di quello che si è scritto porta su di sé il marchio di un ideologismo pregiudiziale di un orientamento o di un altro. Credo che però si possa tentare nuova via, finora non sufficientemente indagata: quella di confrontarsi con le donne provenienti dai paesi arabi o musulmani. Loro fanno parte delle nostre stesse comunità e si stanno ponendo i nostri stessi problemi di donne europee. Mentre scrivo mi rendo conto che perfino le parole diventano cedevoli tanto è fragile il terreno su cui ci stiamo muovendo. Ma anche per questo la sfida si fa interessante e forse varrebbe la pena finalmente di raccoglierla.

Ringrazio Frauke G. Joris per l’aiuto

Ps. se ci sono refusi o errori per favore ditemelo.

Bibliografia minima


Video dell’intero convegno 

Francesco Macrì – Verso un nuovo diritto penale sessuale

German criminal code

I reati sessuali nei confronti dei minori in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti d’America

Joumana Haddad – Le viol et nos hommes

Kamel Daoud – Cologne, lieu de fantasmes

La Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica

Le copertine dei giornali tedeschi su Colonia accusate di razzismo – Il Post

Lorenzo Monfregola – Il fuoco di Colonia continua a bruciare

Michel de Montaigne e il cannibale felice di Francesco Lamendola

Patric Jean – Le aggressioni di Colonia sono frutto della misoginia e non della presenza dei profughi

Sumaya Abdel Qader – Colonia, Islam e libertà delle donne

Valerie Hudson – Europe’s Man Problem – POLITICO Magazine

Articoli in primo piano
mela

Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

di Ilaria Sabbatini    

Grandi discussioni sotto il sole ma anche un po’ di confusione. Prima di iniziare voglio dire che mi piacerebbe svelenire il clima e ritornare a delle modalità di confronto più accettabili. Non stiamo parlando di un referendum da votare domani e non sono necessari attacchi personali o boutade sarcastiche. Non servono alla discussione e anzi sono convinta che la facciano regredire. Per quanto mi riguarda, se mi capita di citare qualcuno è per interloquire, non per sbertucciarlo e questo è quanto. Seguendo il dibattito sempre più accesso sulla Gravidanza Per Altri (GPA) mi imbatto spesso in affermazioni sorprendenti. Non che non siano moralmente generose, intendiamoci, solo che non sono così logiche come sembrano. Stavolta è la volta di “se posso donare un rene, perché non il mio utero?”. Fatto salvo il mio rispetto per Emma Bonino sotto molti punti di vista, mi permetto delle precisazioni perché mi sono interessata molto da vicino alla donazione di rene e non in senso figurato.

Farò un po’ di storytelling, giusto per far capire la situazione da cui parto. Se vi annoia saltate al sesto paragrafo. Per una serie di motivi legati alla mia formazione e alle mie convinzioni fin da adolescente sono stata una convinta assertrice della donazione di organi. Il problema era che, essendo minorenne, non potevo decidere. Quando lo annunciai, in casa scoppiò il putiferio perché mia madre si opponeva con tutte le sue forze. Non ne parlammo più ma appena compii diciotto anni andai alla sede di riferimento e mi iscrissi come donatrice di organi. Mi rilasciarono un tesserino da tenere nel portafoglio. Ero così orgogliosa che me ne andai con l’impressione di essere cresciuta di dieci centimetri in altezza. Ricordo che era un giorno caldo di luglio e viaggiavo come sempre con la mia bici rossa da città. Prima di mettere via il talloncino che mi era stato consegnato, mi venne la curiosità di leggere. C’era scritto: “in caso di morte telefonare a”. Onestamente non me l’aspettavo. Per quanto sembri banale non avevo considerato l’eventualità che per fare la donazione di organi bisogna essere morti. Avevo diciotto anni, una bici rossa, una madre contraria e mi sentii venire meno la forza nella gambe. Se volevo donare i miei organi dovevo essere morta e non ne avevo nessunissima voglia. Per una frazione di secondo mi immaginai di tornare dentro a chiarire che no, non avevo capito i termini della faccenda. Ma non lo feci perché la parte razionale di me sapeva di aver fatto la cosa giusta.

Qualche anno dopo mio padre sviluppò una patologia renale seria. Scoprirono che il rene sinistro era atrofizzato e il rene destro era affetto da una forma di insufficienza progressiva che lo costrinse prima a una dieta specifica poi alla dialisi. All’inizio sembrava che potesse andare avanti a lungo ma il suo corpo, a differenza di altri, reagiva male. Imparai a conoscere il reparto ospedaliero e gli altri nefropatici. Alcuni stavano bene e altri, come mio padre, no. La dialisi consiste in un lavaggio completo del sangue che può essere effettuato a casa o in ospedale. Esistono due tipi di trattamento: mio padre faceva quello ospedaliero. Erano tre dialisi settimanali che duravano da un minimo di 4 ore a un massimo di 6. Oltre ad avere ripercussioni sulle sue attività questo implicava restrizioni sulla dieta e sulla quantità di liquidi che poteva assumere. Doveva bere pochissimo, aveva sempre sete e non faceva più la pipì.

Piano piano si indebolì e si allettò. La cosa non accade a tutti i dializzati ma lui doveva essere accompagnato anche negli spostamenti minimi. Per me vederlo scivolare a poco a poco mantenendo la mente lucida era una cosa difficile da accettare così, non so per quale ragionamento, mi convinsi che bisognava porre un rimedio e che toccava a me. Ci pensai a lungo e quando mi sentii pronta parlai al nefrologo della mia intenzione di donare un rene. Non ero impazzita e non mi ero fatta travolgere da una reazione d’istinto. Mi ero fatta i conti sul mio stato di salute, avevo cercato informazioni sulla possibilità di vivere con un rene solo, mi ero documentata sulla questione della compatibilità e sugli aspetti legali. Avevo deciso che era fattibile ma avevo dimenticato un dettaglio.

Ammesso e non concesso che il mio organo fosse compatibile con il suo corpo, il rischio che io correvo era eccessivo rispetto alle possibilità di riuscita e alle sue aspettative di vita. Mio padre non sapeva nulla delle mie intenzioni. Avevo pensato anche a questo: se mai fosse stato possibile glielo avrei detto dopo. Ma la risposta che ricevetti dai medici in sostanza era un no. Detto in parole povere non potevo donare un rene perché il gioco non valeva la candela. Mio padre andò avanti ancora per un po’ tra alti e bassi. Nel frattempo, per vie che ignoro, mia madre si convinse dell’importanza della donazione di organi. Mia sorella non aveva bisogno di convincersi. Non sono sicura che lei sappia cosa avevo macchinato ma del resto non aveva senso parlarne prima che i medici mi avessero dato una risposta. Comunque, quando papà se ne andò ci informarono che era possibile fare la donazione di cornee. Non ci fu bisogno di ragionare molto: eravamo tutte e tre d’accordo. Il medico ci spiegò il perché il percome della prassi. Si decise che fossi io a firmare. Ancora una volta ero partita a testa alta ma quando appoggiai la penna per scrivere il mio nome mi accorsi che mi tremava la mano.

Racconto questo non per dire quanto siamo carini e gentili in famiglia: al contrario siamo stati una famiglia conflittuale e isterica come poche. Racconto questo perché mi sono documentata sulla donazione di organi in vita. Racconto questo per dire che se si ritiene la gravidanza per altri paragonabile alla donazione di rene, bisogna sapere davvero cosa è la donazione da vivo. Anzitutto va detto che è legale ed eticamente lecito fare la donazione di organi in vita. Ma va precisato che non si può far pagare la donazione di un rene né di qualsiasi altro organo. Ci sono paesi che hanno ammesso la donazione di sangue dietro pagamento ma il presidente AVIS italiano nel 2012 ha parlato espressamente di “donatori periodici, volontari, non remunerati”. Ha dichiarato anche che nel 2011 in Italia si è raggiunta l’autosufficienza nell’approvvigionamento del sangue. E questo nonostante che i donatori non siano remunerati come accade in altri paesi.

Per la donazione di organi la situazione è un po’ diversa. Nel 2011 l’Italia, aveva 22 donatori per milione di persone, che non sembra un gran risultato ma la rende comunque terza tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia. La donazione di organi allo stato attuale delle cose è molto inferiore alla richiesta. Dunque qualcuno paga per averli e si è anche discusso se far diventare il pagamento una pratica legale. La riterreste una possibilità lecita o una eventualità discriminatoria? AIDO una delle più importanti associazioni a sostegno della donazione di organi dice questoSi può vendere o acquistare un organo? No, è illegale vendere o comprare organi umani. La donazione degli organi e tessuti è un atto anonimo e gratuito di solidarietà. Non è permessa alcun tipo di remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. 

Il paragone tra GPA e donazione di organi può sembrare ovvio ma le cose cambiano quando lo si mette alla prova portandolo alle estreme conseguenze. Facciamo una verifica: l’ipotesi di pagare la donazione di organi è accettabile oppure no? Il paragone tiene ancora dopo aver risposto a questa domanda? Dal mio punto di vista regge solo in un caso: che la GPA non preveda remunerazione economica. Solo la GPA altruistica è alla pari della donazione di organi. Perché se non si tiene conto del problema centrale del compenso della gestante si finisce per parlare a vuoto. La differenza, ancora una volta, sta tutta lì: surrogazione altruistica e surrogazione dietro compenso. E non è cosa che riguarda solo le persone coinvolte o i vip del momento perché si tratta di un cambiamento antropologico che ci coinvolge tutti nella misura in cui il fenomeno sta uscendo dall’ombra e si mostra di colpo molto più diffuso di quello che non si poteva supporre.

Ovviamente non intendo dire che le spese sanitarie sostenute da un donatore di organi (o da una gestante per altri) debbano ricadere sul donatore stesso. Se si sviluppa coerentemente il paragone con la donazione di organi,  va tenuto conto che il calo delle donazioni in vita è dovuto proprio a questo problema. In una lettera del 2015, la Segretaria della salute degli Stati Uniti evidenziava che uno dei motivi principali del declino della donazione in vita è che i donatori (statunitensi) si trovano a dover sostenere i costi assistenziali di tasca propria. Questo è un limite enorme che vale per tutte le azioni di tipo altruistico. A mio parere il principio dovrebbe valere anche per l’adozione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Io credo che sia fondamentale affermare il principio che il gesto altruistico debba sempre essere accompagnato da un’adeguata assistenza per far sì che i costi non ricadano sul donatore. Ma è una prospettiva completamente diversa dal prevedere un pagamento per il donatore e credo che tutti noi, interessati a questo dibattito, dovremmo evitare nasconderci dietro la foglia di fico delle definizioni di comodo. La generosità di una ragazza lontana non è gratuita, costa cifre diverse a seconda dei casi e a seconda dei paesi. Molte delle donne che vi si prestano non lo farebbero se non fossero pagate. Quindi, pur senza giudicare nessuno, diamo alle cose il loro nome e cominciamo a fare chiarezza almeno nel linguaggio. Vogliamo parlare di GPA? Vogliamo parlare di gratuità? Benissimo. Ma se vogliamo parlare di “gratuità pagata” c’è qualcosa che non torna. Perché i casi sono tre e non andrebbero confusi: gratuità, spese non a carico della gestante e pagamento della gestazione.

È possibile che la GPA sia un atto altruistico e sarebbe limitante negarlo. Ma non si può pretendere che la GPA sia definita atto altruistico anche quanto prevede un compenso per la portatrice. Non mi sembra sufficiente dire che il pagamento non inficia il gesto di generosità per risolvere la questione. Non per una considerazione di ordine morale ma perché è un ragionamento incoerente dal punto di vista logico e linguistico. Sviluppo una metafora della Lalli: se io pago il dovuto e il gelataio mi porge il gelato con gentilezza non posso dire che mi ha regalato il gelato. In questo modo non sto dando un giudizio morale ma sto semplicemente seguendo una coerenza logica. È ovvio che ci possa essere un bel dialogo e un rapporto di grande fiducia col gelataio, ma se io pago e lui mi da qualcosa non è un atto di generosità: il dono è quando qualcuno mi da qualcosa senza pagare. Un atto di generosità è anche quando io sostengo tutte le spese perché lui possa fare il gelato. Pago il latte, pago la frutta, pago lo zucchero, pago tutto quello che c’è da pagare e lui mi regala il suo lavoro. Ma nell’esatto momento in cui io scambio il gelato con un compenso che va direttamente al gelataio, quello smette di essere un dono e ritorna ad essere uno scambio economico. Non pretendo di decidere se questo sia lecito o illecito ma una cosa me la aspetto: che si parli con coerenza e non ci si nasconda dietro le parole.

Si può anche affrontare la questione della legittimità di pagare una donna che sostenga una GPA. E intendo proprio pagare, non accollarsi le spese sanitarie. Del resto nel caso della donazione di organi discussioni di questo tipo esistono e se ne parla apertamente. Il motivo per cui non si fanno pagare gli organi o la disponibilità a donare è che la pratica innescherebbe una dinamica pericolosa a partire da due considerazioni: 1) la differenza tra chi può permettersi di comprare un organo e chi no; 2) la disparità tra chi può comprare un organo e chi pensa di venderlo per ricavarci denaro, a prescindere che sia più o meno povero. Nel 2004 si parlava di incoraggiare le donazioni di organo da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento e si è anche calcolata la cifra necessaria. Non mi risulta che l’ipotesi abbia avuto seguito: non credo nemmeno che sia stata fatta una proposta. Ma se si paragona la GPA alla donazione di organi, qualcuno mi spieghi perché poi ci si dovrebbe scandalizzare di fronte all’idea di pagare un polmone, una parte di fegato o un rene.

Molti giustamente rilevano che nelle cliniche americane non sono ammesse donatrici povere o in stato di bisogno. Permettetemi di dubitare che questa politica sia per il bene delle potenziali gestanti. Il punto non credo che sia lo stato di miseria delle candidate alla GPA (problema che pure esiste) quanto piuttosto la differenza di condizione sociale tra i genitori genetici e la donna che affronterà la gravidanza. Non mi risultano casi in cui una gestante surrogata sia più ricca dei genitori che ricorrono a lei. Parliamone apertamente, non limitiamoci a lanciare invettive che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché bisogna circonfondere questo atto, che si configura come una qualsiasi prestazione di servizi, di un’aura di bontà non richiesta? Se io pago una donna perché svolga una GPA è uno scambio commerciale: resta da vedere se sia accettabile oppure no. Può anche darsi di sì ma perché evocare per forza l’argomento della gratuità e della generosità?

Eppure io ritengo possibile che una donna si presti alla GPA in modo totalmente altruistico. Non mi sembra né irrazionale né oppressivo. È del tutto comprensibile che una persona voglia fare un atto radicale per un proprio caro/a, sia esso un/a familiare o un amico/a, nell’ottica laica di poter disporre del proprio corpo. Rimanendo nel parallelo tra GPA e donazione, a me non è stato possibile misurarmi fino in fondo con quella scelta ma avrei rinunciato a una parte del mio corpo purché una persona a me cara avesse una prospettiva. Ovviamente avrei deciso compatibilmente col mio stato di salute ma sì, penso che lo avrei fatto. E credo che sia questo il motivo per cui non trovo scandalosa l’eventualità. A patto che sia sempre e solo in una prospettiva altruistica.

Ps. Visto che ne parliamo e visto che c’è sempre un gran bisogno questo è il tesserino da compilare e questa è la semplice procedura da seguire per diventare donatori.

Articoli in primo piano
utero

Uteri portatili e portatrici di utero

di Ilaria Sabbatini

Bene, oggi sarà una giornata elettrica. Qui siamo tutti malatini, la libreria è esplosa, i panni da mettere via fanno concorrenza a quelli da lavare, la valigia non è ancora sfatta, ho preso sonno a un’ora indecente e devo sbrigare una quantità di lavoro superiore alla quantità di tempo a disposizione. Tutto normale insomma, compresi i sensi di colpa per il fatto di mettermi a scrivere di attualità mentre dovrei dedicare la testolina ad altre più urgenti questioni pratiche. Nel bel mezzo di questa tempesta domestica e lavorativa, infatti, mi sono giunti gli echi delle polemiche sulla paternità di Vendola che però − rullo di tamburi − parlano di tutto fuorché della Gravidanza Per Altri, altrimenti detta GPA.

Vorrei anzitutto sgombrare il campo dalle oscillazioni linguistiche ponendo l’attenzione su un testo che, a prescindere dalle conclusioni, ha il grande merito di fare chiarezza. Sto parlando dell’articolo di Michela Murgia in cui si affronta la questione della differenza tra gravidanza e maternità fino ad arrivare a definire un linguaggio puntuale per nominare i nuovi fenomeni. Non sono d’accordo su tutto ciò che la Murgia dice ma riguardo all’aspetto linguistico ho adottato in pieno le sue definizioni a partire da gravidanza surrogata al posto di maternità perché sono due cose radicalmente differenti. Attenzione a queste possibili scelte perché, anche se non sembra, implicano già delle posizioni ideologiche ossia un orientamento valoriale specifico.

In secondo luogo vorrei chiarire una volta per tutte che no, non sono le femministe borghesi a porsi dei problemi per la gravidanza surrogata. È esattamente il contrario: sono le femministe più incazzate a farlo, quelle che si sporcano le mani con i gruppi di assistenza legale. Quindi fatemi e fatevi un favore: siate oneste con voi stesse e assestate il tiro di questa polemica semplicistica e riduttiva. La gravidanza surrogata non è una questione per anime belle e apre squarci di riflessione su realtà politiche scomode che non si possono affrontare a colpi di amore, buoni sentimenti e generosità.

Del resto, anche dall’altra parte, c’è tutto un fiorire di enfasi sui legami di pancia che mi lascia perplessa. Non metto in discussione la bellezza dell’esperienza della gravidanza ma non penso nemmeno di essere particolarmente cinica e insensibile. Semplicemente credo sia vero che la maternità si impara ed è, questa, una prospettiva migliore sotto tutti i punti di vista. Ad esempio evita il rischio di impantanarsi nelle secche colpevolizzanti che attribuiscono patenti di buone o cattive madri sulla base di un istinto tutt’altro che dimostrabile. Se poi si vuole salvare la valenza etica dell’adozione bisogna sacrificare molta parte della retorica del legame biologico e dell’istinto materno. Non per negare l’esistenza di quel legame biologico ma per scansare il rischio di fare del legame con i figli adottivi una maternità di serie B.

La questione della GPA è una prassi che pone problemi politici seri riguardo la disparità sociale ed economica tra genitori genetici e gestanti. Non volete affrontare questo aspetto? Bene, fatevi da parte perché il cuore del problema è tutto lì. Il punto critico della GPA è proprio il pagamento della prestazione e lì si scontreranno veramente le posizioni quando cadranno le questioni più o meno complementari. La faccenda della libera scelta delle donne, come del resto la retorica della maternità di sangue, diventano puro orpello nel preciso momento in cui vengono scollate dal problema urgente della questione economica.

E già che ci siamo parliamo proprio di questi due punti: l’autodeterminazione delle donne e la maternità uterina. Ovviamente non sarò esaustiva perché i panni chiamano e il lavoro incombe. La retorica della maternità uterina pone un piccolo insignificante problema, come accennavo sopra. Chi continua sulla strada dell’esaltazione di un legame che passa necessariamente dal cordone ombelicale prima o poi dovrà confrontarsi con la contraddizione della maternità adottiva. Una madre adottiva è meno madre perché non ha sentito il bambino muoversi nella sua pancia? Perché non ha stabilito un legame prenatale? Al di là della questione teorica, proprio in questo periodo sto osservando un padre e una madre in attesa del ricongiungimento con le figlie adottive e la loro dedizione mi sconvolge letteralmente. Non hanno vissuto la scoperta della gravidanza, né la gestazione, né l’allattamento, stanno ancora lottando per portarle a casa eppure non ho il minimo dubbio, guardandoli, che quelle bambine siano già figlie loro a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda la libertà delle donne, invece, ho sentito pochi argomenti. Sicuramente è un caso o una distrazione ma ho intercettato per lo più molte battute sarcastiche nei confronti delle femministe borghesi. Le femministe borghesi sarebbero, nella vulgata, quelle femministe che si pongono dei problemi  sulla GPA e che − questo lo concedo − eccedono sulla retorica della gravidanza biologica. Bene, se pensate che la GPA faccia parte del bagaglio di libertà delle donne sarebbe bello che ne spiegaste il motivo in maniera non necessariamente polemica. Credo che molte donne siano interessante ad ascoltare questi argomenti e credo anche che il tipo di questione si meriti di più del sarcasmo di qualche battuta tagliente. Mi spiego meglio: l’approccio ironico è sempre indispensabile, ma ironia e sarcasmo sono due cose diverse: nell’ironia si ride con, nel sarcasmo si ride di. E credo che non dovremmo dimenticarci che la GPA, in un modo e nell’altro, è una questione che ci riguarda tutte.

La mia posizione sulla GPA è assai complessa: se credete di intuirla al volo da queste righe vi sbagliate. Ho scritto quello che ho scritto solo per sgombrare il campo da elementi di disturbo e l’ho fatto principalmente per chiarire un po’ di cose a me stessa. Penso che le discussioni si dovrebbero fare sempre sulle scelte, mai sulle persone, tanto meno nei toni eccessivi che si sono adottati contro Vendola fino ad arrivare al vero e proprio parossismo.

Tutto questo però non deve far dimenticare una cosa. In un articolo che non mi trova granché d’accordo la Tavella riferisce una frase che mi ha colpito. In un’intervista a Le iene, due padri, Sergio Lo Giudice e il suo compagno, hanno parlato della loro esperienza con la gravidanza surrogata.  Siccome verifico sempre le mie fonti non mi sono fidata della Tavella e sono andata a cercare direttamente il video di Mediaset  (minuto 1:48). Da una parte ho apprezzato molto la chiarezza di Sergio Lo Giudice che ha parlato apertamente dei costi. Ma alla domanda sul pagamento della gestante surrogata ha risposto in un modo che non condivido e che anzi ho trovato irritante. Domanda: “La portatrice è stata pagata, comunque“. Risposta: “Questo non incide in nessun modo sulla valenza etica di un gesto di questo genere“. Fine.

No, mi dispiace, questa affermazione per me non è accettabile. Sono d’accordo su molte cose ma non si può risolvere tutto così. È troppo sbrigativo ed è inadeguato alla gravità del dibattito. Perché il nocciolo del dibattito sta esattamente lì: la portatrice è stata pagata. Non è una questione di mercificazione dei bambini, di figli biologici, di diritto reale o presunto alla genitorialità. Sì, ci sono anche questi aspetti da considerare ma il punto scivoloso e, direi, estremamente pericoloso è esattamente quello: la portatrice è stata pagata. Non si può eludere e non si può far finta che non costituisca un problema, nemmeno nel caso in cui si accetti in toto il principio della legittimità della gestazione per altri.

Soprattutto non si possono mettere alla pari la figura della portatrice pagata e la figura della portatrice gratuita. Non so nemmeno che linguaggio usare perché non ho intenzioni discriminatorie: sono le definizioni stesse ad essere troppo fragili e complesse.  Sono convinta che la gravidanza surrogata gratuita sia una cosa completamente diversa dalla gravidanza surrogata con scambio economico e le due cose andrebbero trattate come fenomeni differenti.

Le sfumature nelle legislazioni nazionali sono tantissime: si va dai casi in cui la gravidanza surrogata è vietata fino ai casi in cui è esplicitamente permesso il pagamento della prestazione. In Italia, Francia e Germania la gravidanza surrogata è vietata. In Argentina, Nord Australia, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Irlanda, Giappone, Paesi Bassi, Venezuela, alcuni stati statunitensi la gravidanza surrogata non è esplicitamente vietata ma spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono dei pagamenti, mentre sono accettate le maternità altruistiche, quelle in cui sono previste solo cifre che rimborsino le spese sostenute dalle donne per la gravidanza. In Grecia, Israele, Sudafrica e, parzialmente, in Nuova Zelanda e in Australia la surrogazione è esplicitamente permessa e regolata. Nel Regno Unito le condizioni dell’accordo sono verificate dopo la nascita del bambino. In India, Russia, Thailandia, Uganda, Ucraina e alcuni stati degli Stati Uniti è consentito il pagamento esplicito della gravidanza surrogata. Capite perché è così importante individuare la nazionalità della portatrice? Capite le implicazioni sociali? Capite la centralità della questione del pagamento della gravidanza surrogata?

Eppure la portatrice è proprio la figura che sparisce nella cronaca odierna, quella che si tende a nascondere sotto il tappeto della polvere. Si parla solo dei bambini e dei genitori genetici che − è bene chiarirlo − possono essere indistintamente omo o etero. È una cosa comprensibile che padri, madri e neonati siano al centro dell’attenzione ma mi sorprende che la figura della portatrice sparisca completamente proprio mentre si esalta la generosità del suo gesto, i rapporti che durano e la gratitudine che ispira. Non dico che la portatrice debba stare nelle foto di famiglia tra i genitori, ma questa scarsità di riferimenti alla sua presenza onestamente mi turba.

Qualche giorno fa un’amica mi faceva notare un sistema che potrebbe essere utile a chiarire il concetto: per la donazione del sangue si prevedono i contributi figurativi per chi si assenta dal lavoro a questo scopo ma la persona non riceve denaro. La stessa cosa vale per la donazione del midollo osseo o di un organo, scelte a forte impatto fisico in cui è altamente rischioso introdurre il principio di remunerazione. Senza contare la possibilità di far passare come rimborso spese quella che invece è una remunerazione vera e propria. Checchè se ne pensi è con questo ordine di problemi che bisogna misurarsi.

Non mi preoccupa il fatto che una donna possa liberamente portare avanti una gravidanza per una coppia sterile. Tutt’altro. Capisco che a qualcuno possa non piacere ma da un punto di vista laico lo trovo perfettamente legittimo e addirittura generoso. Mi penso nel ruolo di gestante per mia sorella, per una cara amica, per un amico del cuore e non c’è niente, in tutta onestà, che mi paia brutto o umiliante. Non mi serve nemmeno di tirare in ballo le vicende bibliche di Sara e Agar o di Rachele e Billa perché stiamo ragionando su un piano prettamente laico. Del resto, se si osserva lo sviluppo della vicenda, si noterà non solo che Agar è una schiava e non sceglie la propria gravidanza ma  viene abbandonata con il figlio nell’esatto momento in cui Sara concepisce per conto suo. L’argomento diventa difficile da maneggiare a favore dell’una o dell’altra tesi. Chiusa parentesi. Quello che mi preoccupa, dicevo, è pensare alla gestazione per altri associata a uno scambio di denaro e mi preoccupa il fatto che possa incentivare forme di ulteriore sbilanciamento tra poveri e ricchi.

Mi sembra poi contraddittorio parlare di diritto alla genitorialità − vero o presunto che sia − se il fatto stesso di perseguirlo rischia di introdurre disparità. Se si tratta di diritti devono essere diritti garantiti a tutti, senza distinzione alcuna per ragioni (…) di origine sociale, di ricchezza o di altra condizione. Nella Dichiarazione del 1948 sono citati diritti come la presunzione di innocenza, la libertà di movimento, la cittadinanza, il matrimonio, il lavoro. Io non lo so se si può parlare di diritto alla maternità e alla paternità però so che non ha molto senso parlare di diritti se non si tiene conto dei rischi di sbilanciamento sociale che questi possono produrre. E mi riferisco sia allo sbilanciamento tra le coppie che possono accedere alla genitorialità surrogata e quelle che non possono, sia allo sbilanciamento inteso come disparità economica tra i genitori genetici e la potenziale gestante surrogata.

Ancora una volta ho meno sicurezze alla fine di questa riflessione di quando ho iniziato a scrivere. Non penso, al momento, che sia fondamentale raggiungere una posizione definitiva e mi riservo di cambiare ancora, ragionare ancora, confrontarmi ancora. Due sole cose mi sono chiare: la prima è che in tutto questo dibattito è sparito il tema dell’adozione tradizionale per le coppie sterili, per le persone single, per le coppie omoaffettive. La seconda è il fatto che se ci si vuole distinguere dai “bassifondi della politica”, come ha detto Vendola, bisogna farlo senza ricorrere a scappatoie di comodo, affrontando il nocciolo duro dei problemi a viso aperto, senza girarci intorno.  Combattere gli slogan con gli slogan non è mai stata una buona idea, da qualunque parte venisse.

Articoli in primo piano
dollpictures5408

In morte di una donna banale

di  Ilaria Sabbatini

Stamani mi è capitato di leggere un articolo sulla vicenda di Gloria Rosboch, di cui non conoscevo nemmeno la morte, e mi ha suscitato emozioni contrastanti. Pena sicuramente ma anche qualcosa di non facilmente definibile. Un fastidio, una noia, una specie di ronzio di sottofondo che non riuscivo a identificare.

Essendo miope, il mio corpo deve aver bilanciato dandomi un udito molto fine. Questo però ha delle controindicazioni perché riesco a sentire il ronzio delle lampade e degli apparecchi elettronici che abbiamo in casa. Mi succede quando sono l’ultima ad andare a dormire, le stanze sono silenziose e in giro non c’è alcun tipo di rumore. Allora comincio a sentire il ronzio di funzionamento delle lampade, delle luci di sicurezza, del modem o di qualche altro aggeggio. All’inizio non capisco cosa sia poi mi metto all’ascolto e inseguo il ronzio fino a individuarlo e a spegnerlo.

Stamani, essendo domenica, c’era più silenzio del solito e mentre leggevo avvertivo un senso di fastidio vago, difficilmente identificabile. Un ronzio di altro genere. Non gli ho dato subito peso ma poi, rileggendo i giornali nel pomeriggio, ho avuto chiaro che quell’impressione era reale e ho voluto metterla a fuoco. Si legge che la signora Gloria Rosboch, insegnante, è morta uccisa da un allievo, ingannata, tradita, truffata. Ma invece di insistere sugli eventi che hanno portato alla sua morte o sull’azione criminosa, alcuni hanno scelto di spostare lo sguardo su di lei, sul suo aspetto, sulla sua vita, sulle sue aspettative.

Il quadro che ne esce è desolante e se all’inizio può suscitare pena per una fragilità spezzata, l’insistenza su questi aspetti risulta alla fine eccessiva. Qualcosa di simile alla carità pelosa di chi, atteggiandosi a compassione, finisce per mettere in risalto la miseria squallida del compatito. Il gusto dell’anomalia pare appena legittimato da una pietà di prammatica che è difficile non pensare come auto-assolutoria. Ricorda un po’ quelli che guardano con insistenza una persona con handicap ma lo fanno con l’occhio languido e lucido. Prendo due o tre articoli e isolo alcune frasi per spiegare meglio. Non importa da che giornale e da che autore: farete presto a trovarli in rete.

“L’umile e ordinato perimetro della sua semplicità, con i vecchi vestiti ripiegati nel cellophane dentro i cassetti dell’armadio, i centrini sulla tavola per mangiare, il comodino con la sveglia e la tappezzeria di fiori e dolci arabeschi della camera da letto”.

“Le domeniche passate sul divano di finta pelle a guardare le partite della Juventus assieme al papà”. “La mesta tranquillità delle sue abitudini… i dolci silenzi delle serate senza niente da fare davanti alla tv, questi giorni senza ambizioni“. “La notte di Capodanno festeggiava sempre solo assieme ai genitori andando subito a letto a mezzanotte”. “Lei guardava le partite con papà”.

Le gozzaniane buone cose di pessimo gusto sono vezzi lusinghieri, al confronto. Mancano il Loreto impagliato e i fiori in cornice per essere davanti a L’amica di nonna Speranza che rispetto alla “povera Gloria” risulta perfino una personalità brillante.

“Lei [Gloria] è già vecchia, con la testa, ma le va bene così“. “[L’omicida] legge Nicholas Sparks, mentre Gloria tiene sul comodino la biografia di Del Piero”. “Lui sogna l’America, per lei, invece, questa casa è veramente tutto il suo mondo”.

“Gloria timida e insicura”, “sempre sola, non bellissima“. “Lei 49 anni, lui 30 di meno”. “Vestita come la brava maestrina”, “i suoi abiti tutti uguali“. “Non aveva mai conosciuto altro mondo all’infuori della sua casa”. “Le foto della famiglia e della sua solitudine sparse nelle camere”.

Sicuramente è tutto vero ma è vero anche altro. Che era una professoressa di francese, che era laureata, che aveva gli occhiali, che era appassionata di calcio, che era considerata un’insegnante severa, che era rispettata, che era una precaria come tante di noi. Che era una donna, che aveva una dignità e un lavoro, che aveva dei problemi, che andava dal parrucchiere, che qualcuno la conosceva, che aveva comunque dei desideri. Che il femminicidio prescinde dal tipo di aspetto e dal tipo di vita di una donna: dipende tutto da quello che si decide di mettere in luce.

P.s. Ero molto indecisa su questo titolo. Non avrei voluto scriverlo perché non è quello che penso. Ma vorrei che servisse a provocare chi la pensa così di questa donna.

Articoli in primo piano
idee-per-il-riciclo-degli-scatoloni_1be7bfdf31bd50554ecc9d2699dd0398

Scatole e scatoloni: la memoria selettiva e la censura ai musei capitolini

A nessuno è piaciuta la mossa di coprire le statue ai musei capitolini per la visita di Rouhani ma se c’è una cosa fastidiosa – veramente fastidiosa – è la memoria selettiva. Quindi facciamo un po’ di  mente locale. Non commenterò le notizie, mi limiterò a riportarle così come le hanno date i giornali. La ricerca è stata molto veloce quindi non sarà sicuramente esaustiva. Se volete contribuire ve ne sarò grata. Nel frattempo ringrazio tutti quelli che in questi giorni stanno facendo esercizio di memoria.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Se avete voglia di continuare, scrivete pure le vostre segnalazioni qui sotto: saranno integrate nel post.

Ilaria

Articoli in primo piano

Ciocco islam

L’ultima frontiera, a dire il vero ridicola, della battaglia identitaria pare sia diventata la cioccolata. Avete capito bene signori, proprio la cioccolata e nel caso specifico la cioccolata dell’azienda Lindt colpevole, a detta di un manipolo di scalmanati di non rispettare le tradizioni cristiane e recare offesa al presepe. Lo so, sono imbarazzata anch’io a scrivere queste cose, ma leggere per crede. Che diamine c’entra il rispetto delle tradizioni con la cioccolata? Beh io non ho risposte. Messa così sembra un po’ come dire i cavoli a merenda e in effetti non si è molto distanti da lì.

La colpa di Lindt è di aver prodotto un calendario dell’avvento ispirato a Le mille e una notte. Le mille e una notte, per chi non lo sapesse, è un libro di fiabe. Potrebbe essere la versione femminile ante litteram della novella teatrale di Turandot di Carlo Gozzi, in cui la bella figlia dell’imperatore della Cina, per odio verso il sesso maschile, promette di sposare chi è capace di risolvere tre enigmi mentre decapitare i pretendenti che falliscono. Dopo molti morti il principe Calaf si presenta a risolvere gli enigmi riuscendo a conquistare il cuore della principessa.

Ne Le mille e una notte, raccolta costituita a partire dal X secolo, si racconta di un re persiano avverso al genere femminile che uccide tutte le sue spose durante la prima notte di nozze. Finché non si presenta Sharazad con un piano per placare l’ira del re e guadagnarne l’amore. Ogni la giovane sera racconta allo sposo una storia diversa e va avanti così per mille e una notte finché il re, innamoratosi, le rende salva la vita.

Questa raccolta è diventata talmente popolare che alcuni dei suoi personaggi fanno ormai parte dell’immaginario di tutti bambini del mondo. Se volete fare una prova divertente cercate di mettere insieme una lista di opere ispirate a Le mille e una notte: vi assicuro che tra film, opere liriche, produzioni teatrali, romanzi, racconti e film d’animazione sarà un’impresa quasi impossibile.

Per inciso, anche se i nostri si sono decisi a cavalcare la vicenda solo ora, forse sulla promettente scia delle polemiche sulla scuola di Rozzano, Lindt ha in produzione il suddetto calendario con palazzo orientale e Re Magi da ben 10 anni e lo commercializza solo in Germania, ossia il paese dove ha sede la produzione.

12347908_10208381062073261_8793463421425355234_n

L’azienda si è ispirata a Le mille e una notte quindi, tecnicamente, dovrebbe essere un palazzo non una moschea. Ma a parte le questioni architettoniche mi chiedo fino a dove si arriverà con il pretesto di non offendere gli atei devoti e chi pretende di professarsi cristiano in nome di un malinteso senso dell’identità.

Dico “pretende” perché una scempiaggine simile non è ammissibile per chi abbia fatto non dico studi specifici sul cristianesimo ma anche le minime lezioni di catechismo necessarie per arrivare alla comunione o alla cresima. Basta leggere un qualsiasi sussidiario di catechismo, oppure i Vangeli ad esempio, per capire quanto sia sciocca e pretestuosa la polemica del presepe che si sta diffondendo oltre ogni limite accettabile di decenza.

“Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme” (Mt. 2,1)

Mi pare vi siano indicazioni chiare. Tralasciando la sensazione di isterismo che trapela da ogni dove, quegli identitaristi da barzelletta si dovrebbero ricordare che Gesù è nato ebreo in territorio di Iudaea, poi Syria Palaestina. E i Re Magi, che sono il soggetto del vituperato calendario, venivano da Oriente: si ritiene addirittura che fossero zoroastriani ossia astrologi persiani. In poche parole venivano dall’Iran.

È evidente che si tratta di una polemica montata ad arte dai soliti siti bufalogeni. Robaccia insulsa, come al solito. Il fatto è che quando riesce ad arrivare alle agenzie come adnkronos una sciocchezza diventa una notizia a tutti gli effetti e dunque richiede attenzione.

C’è qualcuno che sta proditoriamente aizzando la parte più infima del popolino italico in caccia di visibilità ma così facendo rischia di  fatto di riscrivere le vicenda storiche, ben al di là delle fedi religiose. Uno può anche non credere alla resurrezione. Ma non è storicamente accettabile di pensare che Gesù fosse un cristiano occidentale come sta cercando di fare passare questa masnada. Non è questione di fede, è questione di intelligenza.

Ilaria Sabbatini

Articoli in primo piano

Musulmani di Francia

La fotografa France Keyser, classe 1970, racconta la vita quotidiana dei musulmani di Francia. I francesi di religione musulmana, spiega Dimitri Beck, il curatore della mostra al Photolux 2015 di Lucca, si devono confrontare con due identità di appartenenza ma non vogliono dover scegliere tra quella francese e quella musulmana. Come ci racconta France Keyser, preferiscono sentirle proprie entrambe. L’ “Islam di Francia” è diventato un “Islam francese”, e la Francia è percepita come una terra islamica a tutti gli effetti, tanto più che “islamité” (fede musulmana) ormai fa rima con “citoyenneté” (cittadinanza).»

L’estate dopo la strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, France Keyser è tornata a incontrare le persone che aveva ritratto nel 2008 e ha realizzato una nuova serie di ritratti in bianco e nero. Le testimonianze che compaiono accanto ai ritratti sono state scritte dalle persone raffigurate.


12299264_10208358254583088_5158259598436283509_n

12310647_10208358255463110_4469867026979415521_n
12311165_10208358256303131_6612959199473850186_n 12313631_10208358258583188_7093720569507750360_n 12313652_10208358259063200_2113079450902169149_n 12314029_10208358258463185_8644375043301254760_n 12341362_10208358254863095_2734512091729621764_n 12341460_10208358255983123_2480517960179718555_n
12345676_10208358254423084_2444220123183154250_n
12346507_10208358254063075_6317604093701842247_n 12347775_10208358258063175_2937698683991221756_n 12347915_10208358257743167_3827333819323785791_n 12359947_10208358253703066_6650012978920463663_n

12345556_10208358259263205_2496698310806164737_n

 

Articoli in primo piano
belly

Surrogacy: il privilegio di non avere certezze

Sta per iniziare un altro dibattito di quelli epici: la questione della surrogacy o maternità surrogata. In poche parole è quando una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per conto di altri. È una questione importante che mette alla prova convinzioni etiche, idee politiche e coerenze personali. Però però. Però ho già letto troppi “arroganti”, “presuntuose”, “fasciste”, “retrive”. Allora, pe’ mme, in questi termini ve lo dibattete voi. La forma diventa sostanza ed è una sostanza che non mi piace neanche un po’. Questo tema lo discuterò ma lo discuterò solo con alcune delle mie amiche, non con tutte. Più precisamente con quelle che non hanno certezze e che fanno a meno di giudizi apodittici. Le donne hanno bisogno di confrontarsi senza vincoli, prima ancora che di autodeterminarsi. E se qualcuna non lo capisce che provi a ripartire da lì. 

Sono molto perplessa sulla surrogacy. Di fatto è una delle possibili conseguenze al rifiuto dell’adozione per le copie omoaffettive. Una mia amica mi ha dato uno spunto di riflessione molto interessante dicendo che considera la surrogacy il necessario corollario del diritto all’aborto. Vale la pena rifletterci. Eticamente io preferisco sempre l’adozione. Ma il vero punto della questione è che a me sembra ci sia troppa leggerezza nel risolvere la surrogacy come atto d’amore gratuito e volontario. Di fatto tutti i casi di cui sono a conoscenza hanno comportato una remunerazione per la donna che affrontava la gravidanza. Questo potrebbe essere un problema? Secondo me si. E voglio essere libera di dirlo. Primo perché sono una donna, secondo perché non sono contraria a priori alla surrogacy, terzo perché mi parlano di totale gratuità poi però emerge la costante del compenso. E dunque mi pare necessario usare anche un po’ di cautela, almeno nel linguaggio.

Non sono contraria a priori nemmeno alla remunerazione, se la si intende come supporto o rimborso per un disagio sopportato, ma è evidente che in quel caso si rientra in un altro ordine concettuale: quello del servizio reso, non più del gesto gratuito. E ancora una volta mi potrebbe stare bene ma, per cortesia, moderiamo il ricorso al concetto di gratuità e slancio altruistico. Gradirei essere smentita, ma non mi risultano casi di donne economicamente stabili che abbiano portato avanti una gravidanza per conto terzi senza compenso. Lo dico con rammarico perché i casi che conosco mi suscitano simpatia, ma credo che la faccenda economica sia dirimente: non si può semplicemente farla diventare un aspetto di contorno.

Non ho ancora capito bene il merito della questione per cui non so schierarmi a favore o contro. La cosa di cui sono sicura è che l’unica equità possibile, nella pratica concreta, è quella economica. O meglio: l’unica equità è quella garantita anche dal punto di vista economico. I diritti, tutti i diritti, si svuotano di significato se non si hanno i soldi per accedervi. Se qualcuno vi dice che non è così chiedetevi quale sia il suo livello di sicurezza economica. Che si parli d’aborto o maternità, scolarizzazione o lavoro non fa differenza. Ammesso che sia un diritto, oggi nemmeno il diritto alla maternità è garantito. Una precaria costretta a non fare figli a causa della sua condizione è una donna meno libera delle altre. Questa dimensione della discriminazione economica, anche se antipatica, va messa in luce e affrontata senza ipocrisie. Altrimenti è inutile parlare di diritti.

Scrivete pure le vostre opinioni: sarà un piacere leggerle. Ma sappiate una cosa: qui da me sono bandite le polarizzazioni, il tutti contro tutti, il “noi moderne contro voi antiche”, il “noi emancipate contro il voi fasciste”, il noi “libere contro voi schiave”. Non amo le opinioni preformate perché spesso spesso diventano vincolanti. Adoro invece i dubbi e penso che continuerò a tenermeli stretti come la cosa più preziosa che ho.

Ilaria Sabbatini


Una storia di surrogacy

«Ho messo al mondo i loro tre figli e ora ci sentiamo una famiglia»

«L’ho detto anche a Claudio: non diventerò mai presidente, non troverò la cura del cancro, ma questo era qualcosa che potevo fare per cambiare la vita di qualcuno. Non avevo idea di quanto avrebbe significato anche per me».Tara Bartholomew è una 44enne dell’Ohio, piccola imprenditrice e madre di famiglia della classe media americana. Il «qualcosa» di straordinario a cui fa riferimento è aiutare Claudio Rossi Marcelli, scrittore e giornalista italiano, e il marito Manlio ad avere un bambino. Tre, per la precisione: Clelia e Maddalena, due gemelle di 8 anni, e Bartolomeo, di 4, concepiti grazie all’ovulo di una donatrice, Jamie Kramer, e portati in grembo da Tara. Delle donne che decidono di intraprendere una gestazione per altri si parla spesso come di «uteri in affitto» e si dice  – lo fa anche l’appello di Snoq Libere contro la maternità surrogata – che sono «oggetti a disposizione» di altri, povere, «sfruttate»,«poco informate o del tutto disinformate». Tara, che vive negli Stati Uniti dove la maternità surrogata viene praticata da circa 30 anni, con contratti chiari e precisi  (e non in India, dove la condizione delle donne è tutt’altra) racconta una storia diversa.

«Ho deciso di diventare una madre surrogata dopo che mia sorella ha perso un bimbo un mese dopo la nascita di mia figlia. Mi aveva fatto sentire impotente — dice —. Mia sorella è gay e avevo visto le pressioni che aveva dovuto affrontare prima di decidere di fare un figlio, a cominciare dal timore dei pregiudizi. All’epoca lavoravo per un ginecologo e assistevo ogni giorno alle sofferenze delle coppie infertili. In più una delle nostre pazienti era una madre surrogata e aveva amato l’esperienza: mi è sembrato naturale farlo». Si è iscritta a un’agenzia e ha incontrato Claudio e Manlio che dall’altra parte dell’oceano stavano pensando di ricorrere alla gestazione per altri. «Prima di deciderci però, abbiamo voluto incontrarla, perché all’inizio anche noi avevamo delle perplessità sulla surrogata — ricorda Claudio —. Volevamo sapere perché si era offerta: “Lo sai che in Italia ti considererebbero pazza?” le ho detto. Ci siamo piaciuti e abbiamo subito avuto la sensazione che tra noi fosse successo qualcosa di speciale».

Negli Usa la donna che porta avanti la gravidanza e la coppia per cui lo fa devono scegliersi a vicenda. Tara non ha avuto dubbi: «Mi sono sembrati due persone che si amavano ed erano pronte ad impegnarsi al massimo per mettere su famiglia». Ha contato anche il fatto di ricevere un compenso: «Circa ventimila dollari, che ho messo nel fondo per pagare l’università ai miei figli» (il costo per le coppie è di circa 100 mila dollari, che servono per coprire le spese mediche e pagare le agenzie di intermediazione). Così le è stato impiantato un ovulo fecondato con il seme di Claudio ma fornito da una donatrice, come in un’eterologa (negli Usa lo prevede la prassi perché il bambino che nasce non sia figlio biologico della partoriente). A dare l’ovulo è stata Jamie Kramer, 33 anni, del Michigan. «Ci ho pensato a lungo prima di donare: avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice a New York, ha pesato la motivazione economica — racconta —. Ma è stato quando una mia zia ha avuto un aborto spontaneo che ho visto la bellezza di aiutare un’altra famiglia a concepire un bimbo». All’inizio Claudio e Manlio non la conoscevano: le hanno scritto dopo la nascita di quelle che, a sorpresa, si sono rivelate due gemelle. Tara le ha partorite d’urgenza, chiamandoli alle prime doglie. Sono saliti su un aereo e rimasti in Ohio per qualche settimana dopo il parto. Poi sono ripartiti per l’Italia con le bambine: «Clelia e Maddalena sanno da subito come sono nate: abbiamo spiegato loro che non avendo la pancia abbiamo chiesto aiuto a Tara».

«Siamo restati in contatto e ci vediamo ogni volta che possiamo — dice lei —. Sarebbe stato molto triste se fossero spariti dopo la nascita». È un punto fondamentale: Claudio, Manlio, Tara e Jamie sono riusciti a stabilire un rapporto tra loro e le loro famiglie che andava oltre la transazione economica. Un posto degli affetti in cui accogliere questo modo così particolare di fare dei bambini. Anche per questo per Claudio e Manlio è stato naturale chiedere a Tara di aiutarli ad avere il terzo figlio: «Se ci avesse detto di no, avremmo rinunciato». Stavolta il seme è stato fornito da Manlio, mentre la donatrice è stata ancora una volta Jamie. Così è nato Bartolomeo (il nome è un omaggio al cognome di Tara). «Volevamo incastrarci il più possibile, perché purtroppo legalmente il padre delle gemelle sono solo io, per evitare problemi con la trascrizione all’anagrafe italiana − spiega Claudio – mentre quello di Bartolomeo è solo Manlio. Ovviamente sono tutti e tre fratelli e tutti e tre figli di entrambi, anche se lo Stato italiano li riconosce solo a metà».

Quattro anni fa alla nascita di Bartolomeo erano presenti anche i due papà, mentre Jamie è arrivata poche ore dopo con il suo compagno e ha incontrato per la prima volta i bambini. «All’inizio c’è stato un momento di imbarazzo, allora ho preso Bartolomeo e l’ho messo in braccio al compagno di Jamie: “Sappi che se avrete un figlio sarà più o meno così”, gli ho detto» ricorda Claudio con un sorriso. Da allora sono una presenza costante nella vita gli uni delle altre. Nel tempo si è aggiunto anche un altro legame inaspettato: «Jamie aveva fatto da donatrice anche per un’altra coppia, due papà australiani. Abbiamo scritto anche a loro e ci siamo scambiati le foto dei bambini. Lo scorso Natale ci sono venuti a trovare: i nostri figli sanno che sono biologicamente fratelli».

«Tutto questo è stato un dono, non mi sono pentita neanche per un momento», dice Jamie, che oggi ha una figlia sua. «Siamo una famiglia — le fa eco Tara—. I nostri figli si vogliono bene e i miei si sentono una sorta di fratelli maggiori». Anche Claudio è d’accordo: «Siamo entrati una famiglia allargata: ci mancano ancora le parole per dirlo, ma facciamo tutti parte della stessa storia».

12316371_10153176283325718_6292194100208257766_n


L’appello di SNOQ

Il nostro appello contro la pratica dell’utero in affitto:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.
In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea.
Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinchè la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale.

Articoli in primo piano
eight_col_03-what-do-we-call-them

Quale presepe?

È da tanto che non scrivo. Il lavoro mi ha preso tutto il tempo e non c’è stato spazio per i pensieri personali. Ora, a meno di un mese dal Natale, mi prendo un attimo per riflettere su alcune cose che voglio condividere.

Per me il presepe è sinonimo di odore di resina e scosse salate alla punta della lingua. Cominciava sempre con mio padre che comprava un abete vero, con le radici, che poi avremmo piantato da qualche parte. Non c’era coscienza ecologista ma solo l’idea che non valeva la pena di far morire un albero. Le file delle lucine non si cambiavano mai, si sostituivano le lampadine rotte e per capire quali si usava la pila. Funzionava così: si prendeva una batteria grande, di quelle quadrate con due linguelle, si prendeva una lucina e si avvicinava alle linguelle: se si accendeva poteva essere conservata altrimenti veniva buttata. Quando non si sapeva più se la pila era carica si testava con la punta della lingua: si avvicinava alle linguelle e se si sentiva una scossa salata era segno che la carica c’era ancora. Due giorni interi servivano a questa liturgia laica: sistemare l’albero, testare le file di lucine, verificare le palline, che erano tutte di vetro e si rompevano sempre, disporre i festoni argentati e infine issare il puntale.

Poi si passava al presepe. Da settimane si teneva da parte la carta marrone del pane per fare la montagne. Ma prima delle montagne si disponeva un fondale scuro. Mio papà e io, che eravamo filologici, usavamo un drappo di raso blu notte scelto dalla mia mamma che, in qualità di sarta, era la nostra consulente per i materiali. Dietro il drappo di raso disponevamo le lucine rigorosamente bianche a fare le stelle. Poi il raso, poi le montagne. A quel punto serviva il muschio che andavamo a raccogliere sui poggi delle mura urbane o vicino alle polle nella campagna. Lo facevamo asciugare un po’ sui caloriferi, prima di metterlo nel presepe, e così gli odori diventavano più complessi: resina di pino, tessuto scaldato, muschio fresco, lievito di pane.

Per me il presepe è ancora questo: resina, muschio, pane e calore. Tessuto scaldato. Solo così ha un senso e può accogliere le figurine. A un certo punto capii che non erano tanto credibili le casette con la neve come se fosse un panorama alpino. Allora smettemmo di usare le casette e passammo alla sabbia, ai sassi, ai cammelli e alle palme. Non sapevo bene se tutto ciò fosse più realistico ma mi pareva più logica la palma della conifera e la sabbia al posto della neve. I personaggi rimanevano gli stessi perché non si riuscivano a trovare trovare figurine dai tratti mediorientali. Così c’era una sacra famiglia caucasica e bionda in mezzo a palmizi e cammelli. Niente laghetti e fiumicelli: solo oasi di palme per abbeverare le greggi. Ecco, quella confusione di luoghi, di etnie, di specie animali e vegetali per me si chiamava presepe. E ancora oggi il presepe è rimasto quello.

Ilaria Sabbatini

Questo è il racconto evangelico della Natività:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo». (Vangelo di Luca, capitolo 2, 7)

Video: alcuni genitori protestano davanti alla scuola di Rozzano

La signora nel video dice tra gli applausi: “la nostra legge è questa”. Con tutta la simpatia che ho per il presepe e il rispetto profondo che nutro per le religioni, la donna non sa cosa sta dicendo: parla a vanvera. Queste persone non stanno offendendo i laici, non gli atei ma gli stessi cattolici e tutte le persone intelligenti di questo paese. Se costoro non conoscono le leggi italiane che studino la costituzione perché questa “non è la nostra legge“. Poi facciano pure quel che piace loro: carole, coretti, presepi, sacre rappresentazioni ma non dicano scempiaggini offensive delle leggi italiane.

 

12107728_10208317979376233_7965376584055885503_n

Il comunicato del dirigente scolastico della scuola di Rozzano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La carta dei luoghi

 

La condizione reale della scuola di Rozzano

Articoli in primo piano

Hiroshima e la sua storia attraverso una cupola

Un fotoracconto di Ilaria Sabbatini

Il mattino del 6 agosto 1945 alle 8:15, l’Aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki.

Genbaku Dome, ossia Cupola della bomba atomica, era nata nel 1915 come edificio per ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima. La  Sala espositiva dei prodotti della prefettura di Hiroshima era stata progettato dall’architetto ceco Jan Letzel che aveva realizzato la struttura in stile occidentale usando in mattoni e cemento. Il palazzo, sul lato sud, si apriva su un giardino anch’esso tipicamente all’occidentale e la cupola, oggi sventrata, aveva una copertura in rame. Nel 1933 il nome fu cambiato in  Sala promozionale dell’industria della prefettura di Hiroshima e nel 1944 , a causa della guerra, l’edificio venne adibito a uffici governativi. 

Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare avvenne ad appena 150 metri di distanza dall’edificio. Gli occupanti morirono all’istante mentre la struttura prendeva lentamente fuoco. Al momento dell’esplosione, avvenuta a un’altezza di circa 580 metri dal suolo, tutte le costruzioni in legno tipiche dell’urbanistica giapponese vennero spazzate via. Le foto aree successive all’esplosione mostrano un panorama completamente piatto, quasi vuoto. Spiccano soltanto alcuni edifici di mattoni che, pur gravemente danneggiati, sopravvissero alla bomba. Tra le strutture che resistettero alla bomba, quella della fiera era la più vicina all’ipocentro. Essa rimane tutt’oggi nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico.

 

La posizione dell’ex Palazzo della Fiera di Hiroshima si può vedere su Google Map

Si può fare un tour virtuale dentro la Cupola della bomba atomica

Questa è la visione dall’esterno della Cupola della bomba atomica

Ecco una collezione di fotografie contemporanee, che risulta interessantissima per comprendere come oggi viene vissuta la memoria di Genbaku Dome

Qui vengono documentate le prime attività di soccorso, quelle in cui si cominciano a rilevare le proporzioni degli effetti della bomba

A questo link delll’Hiroshima Peace Memorial Museum si possono vede una serie di di fotografie degli effetti dell’esplosione su vari oggetti conservati

dome5

Il palazzo della Fiera di Hiroshima in costruzione, completato nel 1915 su progetto dell’architetto ceco Jan Letzel

hirosima_prefectural_indus

Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima sul lato sinistro del fiume Motoyatsu, uno dei sette rami dell’estuario del fiume Ota

080738

Hiroshima Prefectural Industrial Promotion Hall seen from the west end of Motoyasu Bridge. 1933. Taken by Masao Okuno / Courtesy of Katsuhiko Okuno

abomb-dome-fig2f

Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima vicino al Ponte Motoyatsu, sulla biforcazione tra il fiume Ota e il fiume Motoyatsu

2015-06-13

Il ponte Motoyatsu sulla biforcazione tra il fiume Ota e il suo effluente Motoyatsu

Hiroshima Prefectural Industrial Promotion Hall, the Atomic Bomb Dome

Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima dopo l’esplosione atomica, 8 settembre 1945

atomic-bombing-hiroshima-nagasaki-69-years

l palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima dopo l’esplosione atomica

atomic-bombing-hiroshima-nagasaki-69-years (2)

Enola gay, bombardiere B-29 Superfortress, l’aereo che sganciò la bomba il 6 agosto 1945. Enola Gay era il nome della madre del pilota Paul Tibbets.

Little Boy, la bomba Mk.1, la seconda atomica costruita nell'ambito del Progetto Manhattan e la prima arma nucleare della storia a essere stata utilizzata in un conflitto

Little Boy, la bomba Mk.1, la seconda atomica costruita nell’ambito del Progetto Manhattan e la prima arma nucleare della storia a essere stata utilizzata in un conflitto. Si tratta dell’ordigno originale prima dell’esplosione.

Little boy, usata su Hiroshima, era la seconda bomba atomica realizzata mentre Fat man, usata su Nagasaki, era la terza. La prima nucleare era una bomba a implosione che venne fatta esplodere nel Nuovo Messico, vicino a Sonora, il 16 luglio 1945 nel Trinity test.

Il fungo atomico sopra Hiroshima circa un'ora dopo l'esplosione, 6 agosto 1945

Il fungo atomico sopra Hiroshima circa un’ora dopo l’esplosione, 6 agosto 1945

Si incontra un problema nella ricostruzione per immagini delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Spesso è difficile stabilire a quale luogo si riferiscono i rispettivi funghi di fallout. In alcuni video Nagasaki va sotto il titolo di Hiroshima o viceversa. Altri usano addirittura le immagini del Trinity test o l’esplosione di Bikini. Le foto che seguono si riferiscono alle due esplosioni di Hiroshima e Nagasaki.

e3b71424494443e7db2b340aa2ad2d83

Questa foto ricognizione del 1945, fornita dal Museo della Seconda Guerra Mondiale di Boston, mostra le informazioni di targeting per la missione di bombardamento atomico di Hiroshima. L’esplosione che coinvolse il palazzo della fiera avvenne sulla verticale dell’ospedale. Sotto il numero 22 si vede il ponte Motoyatsu sulla biforcazione tra il fiume Ota e il suo effluente Motoyatsu

JPN1-138

Diorama dell’esplosione di Little Boy. La prospettiva è con le spalle alla sorgente del fiume Ota che, dopo la prima triforcazione, a sinistra si biforca ulteriormente. Il ramo sinistro della seconda biforcazione è il fiume Motayatsu. Dopo il ponte sulla biforcazione, sulla riva sinistra, è collocato l’edificio della fiera di Hiroshima.

 

memoriale-della-pace-06

Diorama dell’esplosione di Little Boy. Sotto, a 150 metri di distanza dall’ipocentro, sulla riva sinistro del ramo sinistro dell’effluente Motayatsu (individuabile dal ponte), si trovava l’edificio della fiera di Hiroshima, uno dei pochi a rimanere in piedi (vedi foto successiva)

2guerr5545

Sulla riva sinistro del ramo sinistro dell’effluente Motayatsu (individuabile dal ponte), si trovava l’edificio della fiera di Hiroshima, uno dei pochi a rimanere in piedi

Physical damage, blast effect, Hiroshima, 1946-03-13 ~ 1946-04-08 

memoriale-della-pace-07

L’orario dell’esplosione fissato da un orologio da polso esposto agli effetti della bomba

L'effetto ombra creatosi durante l'esplosione

L’effetto ombra creatosi durante l’esplosione

atomic-bombing-hiroshima-nagasaki-69-years (1)

Ragazze con le mascherine nelle strade di Hiroshima, 6 ottobre 1945

GenbakuDome02

Genbaku Dome, la Cupola della bomba atomica, oggi

index2

Genbaku Dome, la Cupola della bomba atomica, dall’alto, oggi

00:03:10 il racconto di Sunao Tsuboi sopravvissuto all’esplosione 

 

2000px-Map_of_Japan_with_highlight_on_34_Hiroshima_prefecture.svg

38_2

Articoli in primo piano

Se l’è maiala

È partita la campagna #nessunascusa in relazione alla sentenza per i fatti della Fortezza da Basso del 26 luglio 2008. Ci ho pensato molto, ho letto la sentenza, ho letto ciò che ha scritto la ragazza, ho letto ciò che ha scritto uno dei ragazzi, ho letto le opinioni di chi ha commentato sul mio blog, ho letto le opinioni sui giornali. E ho considerato tutti come potenziali vittime e non come potenziali colpevoli.

Non è stata una cosa semplice: i testi di tipo legale non sono proprio agevolissimi, ma era un impegno doveroso anche solo per smentire il luogo comune di chi ritiene che i lettori, come me, si facciamo le opinioni per pregiudizio, senza nemmeno leggere. È vero spesso questo succede, ma nel mio caso no: ho letto di tutto, anche quello che mi costava fatica, quello che trovavo sgradevole o quello che mi sembrava inadeguato. Ho letto solo cercando la coerenza interna delle frasi, dei discorsi, delle ipotesi.

Ovviamente non ho avuto accesso alle carte processuali perché non essendo coinvolta nel caso non ne ho facoltà. Ed è giusto così: è una forma di tutela verso le persone coinvolte. Poco importa se siano le vittime o gli imputati: hanno comunque dei diritti che non decadono in nessun caso. È bene ricordarlo.

Mi ci è voluto parecchio per arrivare a questa conclusione. Non desidero conoscere la ragazza perché non voglio essere influenzata nella mia opinione. È indifferente che io provi o meno simpatia per lei perché è evidente che, in qualunque caso, lei ha diritto a una tutela ed è fondamentale che le sia fornito tutto il supporto e tutto l’aiuto necessario. Non desidero conoscere nemmeno i ragazzi perché ho l’impressione che non si rendano conto di quello che è successo. E forse  è veramente questa la cosa più grave.

Ci sono delle asimmetrie profonde nelle considerazioni che sono state fatte su questo caso. Non parlo più soltanto della sentenza ma anche delle opinioni che sono state espresse in varie sedi. Qualcuno, per sfuggire anche alla minima ombra di femminismo, si è fatto prendere da un impeto di ipercorrettismo del politically correct. Il mio professore di storia della lingua, ci raccontava il caso di alcuni scriventi toscani: dopo essere stati redarguiti per la pronuncia de “il bimbo sarta” erano diventati talmente zelanti da dire “vado dalla salta per farmi fare un vestito”. Sforzo ammirevole, risultato sbilanciato. In taluni giudizi è successo qualcosa di simile: invece di guardare alla coerenza o incoerenza del racconto si è praticato un eccesso di zelo antifemminista. È vero c’è stata una gogna mediatica per i ragazzi imputati. Ma va anche detto che la vita della ragazza è stata messa in piazza molto più del necessario. Veramente molto, molto più del necessario. Ed è vera anche un’altra cosa: probabilmente i ragazzi pensano di non aver fatto niente di male. Forse è proprio questo l’elemento più grave.

Oggi più che mai, prendendo spunto dal dibattito per il caso della Fortezza ma cercando di superarlo in una prospettiva di lunga durata, ritengo sia fondamentale ribadire alcuni concetti per stabilire il limite tra il diritto e l’abuso:

  • Dolk - Sex dollUna donna è ubriaca e non deve essere toccata
  • Una donna è mezza nuda e non deve essere toccata (ci penseranno le autorità a multare)
  • Una donna cavalca un toro meccanico e non deve essere toccata
  • Una donna mostra le mutande e non deve essere toccata
  • Una donna si presta a film erotici e non deve essere toccata
  • Una donna è “maiala” (cito dalla sentenza: «se l’é maiala…») e non deve essere toccata
  • Una donna é promiscua e non deve essere toccata senza un’espressa volontà
  • Una donna può di sfiorare il rapporto sessuale e ha il diritto di tirarsi indietro in qualsiasi momento
  • Una donna ha inoltre il diritto di andare a letto con il primo partner e di rifiutare il secondo

Ovviamente vale anche l’equivalente maschile che, seppur non documentato, sta cominciando a emergere. Parlo di uomini che in età giovanile hanno sentito l’obbligo morale di avere rapporti con le ragazze anche se avevano perso ogni desiderio. Secondo la vulgata è così che si devono comportare gli uomini: mai rinunciare, mai mostrare debolezza, ma essere meno che testosteronici. In una parola alcuni uomini sentono che non possono tirarsi indietro nemmeno se non hanno voglia di fare l’amore. Allora diciamo anche questo: gli uomini possono rifiutare di avere rapporti sessuali, gli uomini possono fare petting e nonostante questo possono tirarsi indietro in qualsiasi momento: ciò è assolutamente legittimo. O il rapporto sessuale è completamente consensuale e voluto da entrambe le parti oppure non è.

Dico questo non perché sono femminista: non potrei esserlo nemmeno  anagraficamente. Sono nata e cresciuta dopo il femminismo e francamente non ne condivido nemmeno tutti gli sviluppi attuali ma questa è un’altra faccenda.  Dico questo perché scindo il linguaggio verbale (o non-verbale) e simbolico di una persona dalla espressione palese di assenso. Deve essere chiaro, senza ombra di dubbio, che le persone coinvolte sono consensuali. Tant’è vero che il punto più dibattuto è proprio quello dell’ubriachezza perché l’ubriachezza può inficiare la capacità di esprimere consenso.

Non capisco la scelta di ritenere i due buttafuori inattendibili perché condizionati dai sensi di colpa indotti dal clamore mediatico. Sensi di colpa per cosa? Se la ragazza fosse stata lucida, come si presuppone, i buttafuori non avrebbero avuto alcun motivo di provare sensi di colpa. Era lucida, era consenziente e dunque perfettamente capace di esprimere la sua volontà. Perché i buttafuori, avendola vista perfettamente presente a sé stessa e padrona della situazione, avrebbero dovuto sviluppare un “postumo senso di colpa”? A me non sembra coerente sul piano logico.

Anche l’idea delle redenzione della ragazza, pentita e piena di vergogna, contrasta con l’immagine libertina che ne è stata tratteggiata. Lucida, disinibita, promiscua, presente a sé stessa, consenziente: perché avrebbe dovuto sentire improvvisamente un bisogno di redenzione per una gang bang? Una ragazza che gira film spinti – con elementi di perversione  – perché dovrebbe vergognarsi di aver avuto un rapporto multiplo in cui era del tutto consenziente? Cito: «Film splatter intriso di scene di sesso e di violenza che aveva mostrato di reggere senza problemi».  E altrove: «Scene di sevizie, violenze e perversione».

Appunto: perché una che regge senza problemi scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, improvvisamente si vergogna che diventi risaputa la sua partecipazione a una gang bang? Simulare lo stupro le avrebbe forse restituito una nuova innocenza rispetto al film che aveva girato? Avrebbe cancellato il pensiero dei comportamenti che aveva avuto? In che contorto modo avrebbe potuto verificarsi il ripristino della sua buona fama?

Ho fatto un film spinto, sono stata promiscua, ho avuto rapporti sessuali in un luogo pubblico, ho fatto sesso con il mio fidanzato e con i suoi amici singolarmente, sono conosciuta per essere “maiala” (cit.), mi ubriaco in varie occasioni, vomito e do spettacolo in tutti i modi, pratico una fellatio nel gabinetto, faccio una gang bang… ma l’unica cosa di cui mi vergogno è che quest’ultima cosa si venga a sapere. Non le decine di cose prima, ivi compreso un film spinto e un coito in pubblico, ma proprio l’ultima.

Il film a cui lei aveva partecipato, era fatto per essere visto, fosse anche da pochi eletti. Si sarebbe certo saputo della sua partecipazione, come di fatto è stato. La ragazza «aveva mostrato di reggere senza problemi», dice la sentenza. E allora? Per quel che ne so non è mica un reato. Anzi direi che è questa capacità di “reggere” che solleva dei dubbi: se aveva retto a tutto perché di punto in bianco si è posta quei problemi che non si era mai posta prima?

Non mi importa che si sappia che mi presto a film spinti, che regalo fellatio, che vado con questo e con quello, che faccio sesso in piazza ma mi sconvolge che si sappia che in una specifica occasione ho fatto sesso di gruppo. Di tutto il resto me ne frego ma proprio di quel preciso, esatto comportamento no. E badate bene: non mi da noia farlo, il sesso di gruppo, mi da noia che si sappia. È esattamente questo il nocciolo del problema: dov’è andata a finire la coerenza in tutto questo discorso?

La reazione di pentimento e vergogna attribuita alla ragazza contrasta con la possibilità di un rapporto sessuale multiplo, lucido e consenziente. Tanto più per una ragazza che fino a quel momento aveva dimostrato di non avere freni inibitori. La ragazza, per di più, non era solo disinibita ma come afferma la sentenza era “un tipo non facilmente condizionabile”. Se le ragazza era disinvolta, disinibita e sicura di sé non si capisce perché poi abbia sentito il bisogno di mentire dopo una gang bang in cui si era divertita. Per vergogna? E perché mai? Di una gang bang ne è conoscenza solo chi partecipa. La notizia non avrà mai il potenziale di diffusione che può avere un video.

Dunque lei avrebbe dovuto essere disinibita, promiscua, sicura di sé, capace di reggere senza problemi a scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, ma poi provare un improvviso pudore dopo una gang bang consensuale. Sul piano logico la cosa è assai poco convincente. È solo dopo tutti questi ragionamenti che sono arrivata alle mie conclusioni. E le mie conclusioni sono che quel “ma poi” non è una risposta accettabile.

Il comportamento sessuale della ragazza può piacere o non piacere ma non tocca a noi giudicarlo. La promiscuità non è sanzionata dalla legge, la pornografia non é illegale e tanto meno il soft-porno, l’infedeltà tra fidanzati non è reato. L’unica cosa sanzionabile poteva essere quel rapporto sessuale in piazza ma anche qui erano stati in due ad averlo: una donna e un uomo. Quello che faceva la ragazza del suo corpo, come gestiva le sue storie sentimentali, il modo in cui si vestiva non ci riguarda ci riguarda affatto.

Come lei si comportava non può essere considerato un incoraggiamento a dare per scontato l’assenso della ragazza. Quello che è accaduto a tutti i livelli, passetto dopo passetto, non è stato altro che uno scivolamento semantico da un “No basta, lasciatemi stare” a un “Se l’è maiala…” per arrivare a un tacito consenso. In tutta onestà, nessuna scusa.

Ilaria Sabbatini

.

Immagini della manifestazione alla Fortezza da Basso del luglio 2015. Foto: Luca Mantelli

In questo blog leggi anche:

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

Le zozzette

Sentenza definitiva per i fatti di Firenze del 26 07 2008

Disegno:

Dolk, Sex doll, murale

Articoli in primo piano
fortezza_da_basso-2

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

In questi giorni è stata resa pubblica la sentenza di assoluzione in appello dei sei accusati per stupro di gruppo. I fatti riferiti sarebbero avvenuti a Firenze, presso la Fortezza da Basso, il 26/7/208. La sentenza riporta la data del 4/3/2015: è possibile leggerla sul blog Al di là del buco.

Ho letto tutta la sentenza e l’ho trovata un’esperienza interessante. La procedura ha molto a che fare con la critica delle fonti quindi, essendo io una storica, ho provato ad applicare a quello che leggevo lo stesso tipo di analisi che applico ai documenti storici. Ciò che mi pare emerga dalla sentenza è il fatto che il nodo centrale della valutazione riguarda lo stato di ubriachezza della presunta vittima. Dico “presunta” perché in questo momento io non mi pongo né come donna, né come giudice, né come moralizzatrice ma semplicemente come persona che analizza i fatti con gli strumenti della logica.

Tutta la sentenza di assoluzione (sì l’ho letta tutta) mi pare si basi su due idee chiave:

1) la ragazza era lucida quindi capace di intendere e di volere

2) la ragazza era consenziente quindi non si è trattato di un atto sessuale imposto.

In questo tipo di struttura logica, nel ragionamento così com’è organizzato, se il presupposto della lucidicità vacilla, vacilla anche quello della consensualità. Perché, ovviamente, una persona ubriaca non può essere consensuale. E proprio per questo ritengo che sarebbe importante dare un’orario preciso al referto alcolemico di cui si parla nella sentenza, referto che asserisce lo stato di non ubriachezza della ragazza.

Perché è così importante? È così importante per un motivo semplice: se la ragazza era ubrica non poteva dare il suo consenso all’atto sessuale. Viceversa se la ragazza lucida il suo comportamento era consapevole. Se era ubriaca e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei non era in grado di opporsi. Se viceversa era lucida e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei era in grado di opporsi. Dunque il primo punto critico del ragionamento è esattamente questo: la ragazza era in grado di opporsi oppure la raggazza non era in grado i opporsi?

Quello mi colpisce del documento è che riscontro un puntiglio estremo in tutto. Gli orari delle telefonate, l’orario dell’uscita dalla fortezza, l’orario di rientro a casa, il numero di shottini bevuti (si dice prima 7 poi 4). Tutto, veramente tutto, è stato riportato nella sentenza con una puntualità encomiabile. Però quando si tratta di riportare l’esatto orario del rilevamento alcolemico, quello non si trova. Eppure si dice che la ragazza non era ubriaca.

Tutto preciso tranne quello. Perché?

Se viene asserito che la ragazza non era ubriaca bisognerà avere modo di verificare se lo fosse oppure no. Cioé dovremmo avere la possibilità di sapere con precisione se la ragazza era ubriaca oppure lucida. Nella documento si fa riferimento al tasso alcolemico rilevato sulla presunta vittima.

I tempi di smaltimento dell’alcol sono indicati da ACI nell’articolo che allego. Al momento non ho trovato una fonte migliore ma la ritengo abbastanza affidabile in quanto l’ubriachezza rientra nel campo di competenze che riguardano lo specifico ambito di intervento dell’associazione in questione. L’ubriachezza, infatti, riguarda la capacità di guida, oltre che la lucidità di giudizio. Leggo nel testo: “Il ritmo di smaltimento del fegato è costante e l’alcool risulta completamente eliminato nell’arco di 7 ore”. (ACI – Sicurezza stradale – Cosa c’è da sapere, paragrafo 1: Effetti oggettivi dell’alcol). Dunque assumiamo il dato delle 7 ore per lo smaltimento completo dell’alcol dall’organismo”.

La ragazza è usciva dalla fortezza con gli altri alle 1:30, alle 4:15 tornava a casa. Il giorno dopo si rivolgeva al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi. Mi pare che il tempo trascorso sia molto importante per poter stabilire se fosse davvero ubriaca oppure no. Se per esempio erano passate almeno 7 ore dall’assunzione l’alcol non sarebbe potuto risultare. Però non viene riportato l’orario delle analisi, ossia l’orario di rilevamento del tasso alcolemico. Quindi non sappiamo se al momento del rilevamente il tasso alcolico avrebbe potuto essere effettivamente rilevabile oppure no. Ma ugualmente il tasso alcolico insufficiente viene usato come elemento per dire che la ragazza non era significativamente ubriaca. Io non sono un avvocato ma ritengo che il dato sia incompleto proprio in riferimento al tipo di uso che si fa del dato. In storiografia il procedimento di analisi che ho attuato si chiamerebbe “critica della fonti”.

Sappiamo che dopo 7 ore l’alcol è completamente smaltito. Sappiamo che la ragazza torna a casa alle 04:15. È riferito nella sentenza che la ragazza è andata a letto senza lavarsi i denti. Quindi la ragazza ha dormito, non è andata subito al pronto soccorso. Poi, sempre nella sentenza, viene riferito che il giorno dopo si è rivolta al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi.

Il giorno dopo. Benissimo. Ma il giorno dopo quando? Si suppone che in quella circostanza le abbiano fatto l’alcolemia. E anche questo non viene esplicitato, quindi io vorrei sapere se l’analisi alcolemica si svolta contestualmente all’accoglimento della ragazza al pronto soccorso oppure in una situazion e un tempo separati. Per fare un esempio se il rilevamento alcolemico è stato effettuato quando la ragazza ha sporto denuncia.

Ma appunto: a che ora l’alcoltest? “Il giorno dopo” alle 5 del mattino, per esempio, potevano rilevarsi ancora tracce di alcol. “Il giorno dopo” verso le 9:00, le 10:00 le tracce si sarebbero indebolite per il naturale processo di smaltimento. E infine nessuna traccia d’alcol sarebbe più stata rilevabile. Perché, ovviamente, il fegato della ragazza l’avrebbe smaltita entro le 7 ore dall’assunzione.

Queste sono le domande che mi pongo come cittadina e come storica che analizza i fatti.

Ilaria Sabbatini

Testo PDF della sentenza: Sentenza-Firenze-fatti-del-26-07-2008

fortezza_da_basso

Articoli in primo piano

Cinici idealisti e affettuosi burocrati – Qual è la natura del problema dell’Europa

Dallo schieramento non si scappa: ci sono i “coglioni idealisti” e i “cinici burocrati”. Stop. Allora io rivendico il diritto per tutti di essere “cinici idealisti” e “coglioni burocratici”. Magari, chessò, “spietati moderati” e “burocratici idealisti”, “ragionevoli cinici” e “idealisti spietati”, “affettuosi burocrati” e “idealisti pragmatici”. Non so: almeno fate delle combinazioni nuove…

In questo momento la cosa che mi stupisce di più è che dopo un pronunciamento di cui – ci piaccia o no – bisogna prendere atto si continui a ragionare come se fosse prima, come se fosse ancora aperta la campagna referendaria. Questa incapacità di prendere atto di un dato reale mi sembra grottesca. Le ripicche a posteriori poi, quelle rispostucce stizzite che proliferano in queste ore, sono fini a sé stesse e sono un brutto segnale che parla soprattutto di chi le alimenta. Attenzione, leggete bene: non ho affatto detto che sostengo il SI o il NO. Il fatto è che ora non ha più senso sostenere il SI o il NO. Molto banalmente da ora in poi bisognerà dire: SOSTENEVO il si, SOSTENEVO il no. La scelta è fatta e con quella si va avanti. Sembra che si chiami principio di realtà.

Oltre a tutto questo, aggiungo che non è solo questione di merito ma anche di epistemologia. L’epistemologia indaga la struttura logica e la metodologia delle scienze. In altre parole si occupa delle condizioni e dei metodi per raggiungere la conoscenza scientifica. Piccola nota di metodo: c’è una differenza sostanziale tra le scienze dure e le scienze umanistiche. Ora però io non ho ancora capito da che parte stanno le scienze economiche.

Le scienze economiche sono scienze dure o scienze umanistiche? Bisognerà pur domandarselo, perché credo che mai come in questa situazione sia sbagliato separare il fattore economico dal fattore simbolico. Da questa valutazione sorge poi una seconda domanda  di non poco conto: di che natura è il problema che l’Europa sta affrontando? Di natura puramente economica o anche di natura politica e, dunque, simbolica? A me pare che più o meno tutti stiano continuando a viaggiare su due livelli paralleli senza convergere mai. Eppure andrà fatto, bisognerà trovare un punto di contatto, perché con la risposta a questa domanda cambierà anche il tipo di risposta da dare alla crisi.

Dall’esplosione del caso Grecia, sto cercando di capire gli aspetti specifici della faccenda. Quelli duri, numerici e, si suppone, più ostici per noi “poveri” umanisti. Il fatto è che, alla fine, anche l’economia è una disciplina umanistica e come tale condivide i limiti della branca disciplinare. L’economia è una scienza umana, senza alcun dubbio. L’economia è una scienza statistica. Qualcuno sostiene che sia una semeiotica [n.d.r.: la semeiotica studia i sintomi e i segni della malattia]. Fino a poco tempo fa pensavo che fosse una questione di contrapposizione tra le branche disciplinari. Invece no: è una questione di statuto e forse di limiti epistemologici della disciplina.

Insomma pare di capire che l’economia, per quanto abbia a che fare con i numeri, non sia per questo una scienza dura o esatta che dir si voglia. Ma se questo è vero allora non si capisce lo scontro in atto tra l’approccio umanistico e l’approccio economicistico ai problemi. Non ultima la questione greca. Direi anzi che stiamo assistendo a una contraddizione in essere dal momento che l’economia, che dovrebbe appartenere alla famiglia umanistica, sembra rivendicare uno statuto esclusivo da scienza esatta.

Mettendo da parte il discorso sui presupposti metodologici, che non potendo risolvere in poche righe lascio aperto al punto dove sono arrivata, mi sono poi concentrata sugli aspetti diagnostici. Mi sto applicando molto, i miei sforzi da liceale secchiona sono autentici. Però poi sento narrare, in una sorta di mitologia rovesciata, le storie dei monatti sull’Acropoli che vanno casa per casa a raccogliere i cadaveri e allora mi sorgono delle perplessità.

Più precisamente la mia perplessità ha due ragioni, anzi tre. Primo: questo tipo di rappresentazione, a prescindere dalla sua attendibilità, ha comunque conseguenze sulla realtà. Essa influenza le percezioni, dunque influenza i comportamenti come si evince dal seguente titolo: Grecia, il referendum spaventa i turisti: 50mila cancellazioni al giorno.  Secondo: leggendo delle cancellazioni appena citate ci si pone istintivamente il problema se la notizia sia vera o no. Ciò accade perché bastano alcuni articoli che forzano la mano per indurre nel lettore, e nel cittadino, un dubbio radicale sul rapporto fiduciario con la stampa. Terzo: il dubbio radicale sulla stampa, inevitabilmente, si diffonde da un ambito ristretto come questo a una considerazione più generale dell’informazione alimentando così quella parascienza e quella parapolitica in cui è possibile tutto e il contrario di tutto, dalle scie chimiche alla stamina.

Attenzione, la mia non è una reazione emozionale. Sono tornata da poco da Atene e non c’erano monatti, ve lo posso assicurare (ne ho scritto qui). Poi ho visto le fotografie fresche di giornata dell’Acropoli con il solito via vai di gente. E rinuncio a usare quello che mi raccontano i greci perché… non si sa mai dai “levantini” cosa ci si può aspettare. Già levantino, cioè orientale quindi scaltro, spregiudicato, truffaldino: ed eccoci di nuovo tornati, come se nulla fosse, al determinismo etnico. Provo un imbarazzo triste anche di fronte al giochetto giornalistico del ministro sex symbol. Parlando d’ironia, sono molto più credibili le discussioni che faccio con le amiche dal parrucchiere. Capita che si parli delle stesse cose sciocche ma almeno, al suono del campanello della porta, si ritorna a fare il nostro lavoro.

maxresdefault

Il giorno prima del voto, ai greci avevo fatto un augurio e avevo detto più o meno queste cose. Saranno giorni frenetici per voi e per tutti gli europei. Perché la cosa interessa e coinvolge tutti noi cittadini dei paesi comunitari. Dopodomani (cioè oggi lunedì 6 luglio) cambieranno molte cose. Già adesso questa crisi ci costringerà a rivedere il concetto di Europa. Io posso augurarvi solo una cosa: che la vostra scelta sia libera. Qualsiasi sia il risultato del vostro referendum mi auguro che sia la vostra volontà di cittadini ad affermarsi oltre le pressioni, i condizionamenti e le distorsioni. Qualsiasi essa sia. Per quanto possibile ho augurato loro di scegliere in libertà e coscienza.

Ecco, questa è rimasta la mia posizione. Forse è difficile da metabolizzare ma il referendum greco NON è un referendum per l’uscita dall’euro e NON è un referendum per l’uscita dall’Europa. Forse è ancora più difficile da accettare ma le questioni politiche che riguardano gli assetti degli stati non sono e non possono essere puramente economiche. Sono anche squisitamente simboliche. Perché è la politica stessa ad essere simbolo. E in una misura che non so definire, lo è anche l’economia.

La mia parte emozionale si limita a questo: a veder discutere della Grecia e dell’Europa come fosse una pura faccenda di bottega, è come se mi dicessero che tutto quello in cui ho creduto è falso. Di più:  è come se mi dicessero che tutto quello che mi è stato insegnato è falso. Per me l’Europa era serie di macchie arancioni, verdi e blu su una carta politica dell’atlante geografico. Ma mi è stato insegnato fin dalle scuole infantili che c’era dietro qualcosa di importante, qualcosa di nobile. Mi è stato spiegato che le frontiere non devono esistere, che le culture si possono mescolare, che ci dobbiamo pensare come comunità. E tutt’oggi, come molti cittadini europei, mi chiedo perché ci è stato fatto credere questo. In fondo bastava lasciarci la fede in quelle comode e semplici macchie.

Ilaria Sabbatini

Ps.

Senza la pretesa di detenere una qualche verità, aggiungo il link di qualcosa che per me è giornalismo: Die Probleme der Griechen sind auch die unseren. È in tedesco, ma per il momento ci si può far bastare il traduttore: I problemi della Grecia sono anche nostri

Altro articolo che vale la pena perfino col traduttore: Habermas: Warum Merkels Griechenland-Politik ein Fehler ist

Articoli in primo piano

La crisi greca?

Intro: Ero in Grecia quando tutti aspettavano l’esito delle trattative per il rimborso all’FMI. Molti mi hanno chiesto cosa volevo dimostrare con questo pezzo. La risposta è semplice: niente di particolare in realtà. È iniziato tutto perché degli amici, sapendo del mio fresco viaggio, mi hanno chiesto di raccontare. È proseguito perché altri amici mi hanno proposto di pubblicare. In realtà non ho conclusioni da trarre se non una: l’idea che mi ero fatta sulla base della rassegna italiana stampa è stata completamente smentita.

La crisi greca? (parte 1)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 129

Grexit

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.
Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socioculturale
 ed economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti, non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui [***]

Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto. Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei”.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non 
è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E 
mi è rimasta solo la voglia di tornare.
 La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Però puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori
 e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti (segue).

.

La crisi greca? (parte 2)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 130

parte2Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

.

[***]

 

Galleria Fotografica

Articoli in primo piano

Le zozzette

shutterstock_114516961-800x430

Più certa della morte c’è solo una cosa: l’imbecillità della gente. Io non trovo altra definizione se non di imbecilli per quelli che mettono la nudità – vera o presunta – alla pari di uno stupro. Allora, visto che la situazione è questa, ripartiamo a dire due o tre cosette importanti. Una donna può andare in giro nuda quanto le pare senza che questo dia il diritto a qualcuno di stuprarla. Non c’è relazione di causa-effetto: se uno vede una donna nuda può scegliere se stuprarla oppure no. Al limite, lei, ne pagherà le conseguenze se viene denunciata per atti osceni in luogo pubblico. E nessuno dovrà abusarla. Avete capito bene e lo ripeto: io rivendico il diritto di andarsene in giro mezze nude senza dover essere per forza stuprate. Ovviamente è un ragionamento paradossale, giusto per far capire bene. Tutte noi che siamo passate da molestie più o meno gravi, sappiano che conta meno di zero essere scollacciate o monacali. Ci sarà sempre una scusa per scaricare la responsabilità sulla vittima. Qualcuna è stata molestata in tuta da ginnastica, qualcuna in minigonna. Qualcuna di notte, qualcuna di giorno. Qualcuna da sola, qualcuna in mezzo alla gente. Qualcuna flirtava, qualcuna si faceva i fatti suoi. Qualcuna era ubriaca, qualcuna era sobria.

11540911_10152861713160952_5867504540382423962_n

Se io fossi un uomo mi offenderei, leggendo i commenti nello screenshot. La costante è che l’uomo è rappresentato come un fallo dotato di gambe e braccia ma privo di volontà e raziocinio. Se si rovesciano al maschile i pregiudizi ginofobici viene fuori cosa pensando questi uomini degli uomini: 1) gli uomini che trovano una ragazza in giro di notte la stuprano, 2) gli uomini che trovano una donna con un vestito audace la stuprano, 3) gli uomini vedono le donne come prostitute pronte per l’uso, 4) gli uomini sono legittimati a stuprare, 5) il deficiente che pensa di fare ironia non manca mai, 6) gli uomini non sono stupratori ma le donne stuprate sono zozzette, 7) gli uomini hanno diritto a stuprare le ragazzine perché tanto a loro piace, 8) gli uomini stuprano le donne per raddrizzarle (è per il loro bene), 9) la colpa è delle femministe. Non starò a perdere ulteriore tempo perché questo screenshot è principalmente un problema di uomini con uomini. Mi aspetto che loro dicano qualcosa.

Ora invece la racconto come l’ho intesa io. Un militare della marina ha stuprato una ragazzina di quindici anni. Avevo poco meno di lei quando ho cominciato a capire che c’era qualcosa di sbagliato nell’educazione che avevo ricevuto. Rappresentante degli studenti, in missione nella grande città, ho incrociato un molestatore nella metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero finita. Lui non è sceso: non ha fatto in tempo. Ed è finita lì, non faccio ipotesi alternative.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Con un guizzo improvviso riesci a sottrarti e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Molte donne non si considerano neppure abusate sebbene lo siano, dice un’amica. Io ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il processo di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo. A volte ci vogliono decenni. Allora pensateci quando educate i figli. Pensateci anche quando parlate dell’educazione sessuale nella scuola. Pensateci bene e pesate ogni singolo pensiero.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta, a maggior ragione se sei poco più di una bambina. Mi suggerisce l’amica: in quel tipo di corpo, cresciuto in fretta, non ero stata educata a gestire i cambiamenti. È vero.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu, ragazzina, cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo, continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. L’espressione è brutale ma la brutalità – pensateci – non viene dal mio linguaggio bensì dalla realtà. Se non sei pronto a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Io non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un maiale adulto che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà. È questo che succede. Ed è così che vedo la questione dell’educazione sessuale nelle scuole.

Anche oggi, anno di grazia 2015 ma non ancora futuro, va ribadito che chi denuncia è coraggioso. Tanto più una ragazzina 15enne. Come molti, credevo che il futuro avrebbe portato miglioramento. Ma che miglioramento é se la crescita del ruolo femminile continua a coesistere con i cascami di una società vincolata a un passato misogino e ginofobico? Ogni volta ritorna, ogni volta è la stessa storia: è l’abbigliamento della vittima, il suo comportamento, l’ubriachezza, la libertà sessuale, le sue abitudini. Mi fa notare un’altra amica: si incolpano i genitori, specialmente la madre, per non aver sorvegliato. Poi le compagne di lei per non aver reagito. Non si mettono mai in discussione gli amici di lui per non essere intervenuti, per non aver denunciato. Al contrario, si tende a comprendere chi protegge o non denuncia i figli, i fratelli, i mariti, i vicini. Perché la ragazza era fuori? Perché aveva bevuto? Perché era vestita in quel modo? La violenza, l’umiliazione, lo schifo, il danno diventano secondari. Dimenticando così l’unica certezza: che un abuso non è mai scusabile. 

Credo che sia coraggioso chi denuncia. Ma credo che sia coraggioso – e onesto – anche chi riesce a parlare della sessualità in modo sereno. Onesto nel senso di pulito. Trovo sporca solo la volontà di negare l’esistenza delle sessualità perché è dalla negazione che nascono le storture, le fobie, la colpevolizzazione, il giudizio. Ora mi ritengo una persona serena senza particolari tabù. E mi piace esserlo. Nessuno mi ha aiutata, non so perché sono diventata così. Fortuna, letture, amici, ambienti… L’unica cosa che so è che sto molto meglio di prima. Ho imparato ad accettare la componente sessuale della mia personalità. Sto bene, finalmente. 

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il maiale della metro per dargli il manrovescio che si meritava con gli interessi maturati negli anni. Ma non metto sotto accusa solo lui: metto sotto accusa il modello educativo che mi ha resa incapace di reagire. Fate come volete, ma ricordatevi delle storie come la mia quando discutete dell’educazione sessuale nelle scuole. A parlare della sessualità ai ragazzi non so cosa succede. Ma a non parlarne, a trattarla come una faccenda impudica, sono certa che rendete i ragazzi e le ragazze vulnerabili. Esattamente come è accaduto a me.

Ilaria Sabbatini

Ps.

Al solito, grazie ai miei contatti Facebook che mi hanno aiutato in questa riflessione.

Articoli in primo piano

La gender theory e l’abolizione del genere

gender_studies

Tutto è cominciato da uno scambio interessante avvenuto sulla mia bacheca FB in merito al tema della cosiddetta gender theory. La domanda di partenza era la seguente : Siccome il fact checking è importante qualcuno mi sa dire chi è l’autore, l’autrice o il think thank che ha elaborato la gender theory?  In molti hanno preso parte allo scambio suggerendomi letture e argomenti. Li ringrazio tutti, a prescindere che siamo d’accordo o meno, e rinvio a al suddetto post per leggere i loro interventi.

Tra le indicazioni più interessanti che mi sono sono arrivate (riportate in calce), quella che mi ha maggiormente sollecitata è stato l’articolo di Introvigne che cerca finalmente di stabilire un’origine per la gender theory. Gli argomenti del sociologo meritano sicuramente attenzione anche se non è chiaro quale relazione ci sia tra le linee guida dell’OMS e le posizioni attribuite in particolare a Beauvoir e Butler. L’autore infatti identifica nelle due saggiste una sorta di archetipo o di prima formulazione della gender theory.

La tesi fondamentale è che Simone de Beauvoir è davvero all’origine della teoria del gender […] Per la Butler il libro della de Beauvoir Il secondo sesso va letto come «un esorcismo», in cui la filosofa «esorcizza» il pensiero di Sartre cercando di liberarlo dal demone che lo abita, «lo spettro di Cartesio». […] Che c’entra Sartre? Oltre ad avere una relazione con Simone de Beauvoir, questo padre della filosofia esistenzialista avrebbe proposto l’ideale di una mente ribelle alle convenzioni morali, ma non si sarebbe mai liberato delle idee di Cartesio, secondo cui mente e corpo sono distinti e concettualmente separabili. Simone de Beauvoir, il cui pensiero è riassunto nella sua frase più famosa secondo cui «donne non si nasce, ma si diventa», ha teorizzato la distinzione fra “sesso” biologico e “genere” culturale. Una donna nasce con un corpo di donna (sesso biologico) ma acquisisce il genere donna (culturale) perché fin da bambina è vestita ed educata in un certo modo dai genitori. La de Beauvoir rivendica invece il diritto di scegliere liberamente il proprio genere, a prescindere dal sesso anatomico. [1]

Andiamo per gradi. Quello che farò non sarà altro che giustapporre le affermazioni dei vari attori e autori in campo in modo da permettere al lettore di verificare il significato, la forma e il contenuto delle rispettive formulazioni. Non sarò io a dire cosa gli autori pensano − responsabilità che non mi sento di assumere rispetto al tema − ma saranno gli autori stessi con le loro parole. Non sarò io a esprimere un’opinione di merito: mi limiterò a fare un lavoro di collazione perché quello che manca al dibattito non sono le opinioni, ché anzi proliferano, ma le fonti e il conseguente lavoro di verifica. Riguardo alla Butler trovo significativo quanto lei stessa afferma in una intervista a Le nouvel observateur (traduzione qui)

«Je n’ai jamais pensé qu’il fallait un monde sans genre, un monde post-genre, de même que je ne crois pas à un monde post-racial. En France, des élus de gauche ont demandé qu’on supprime le mot «race» de la Constitution. C’est absurde ! Cela revient à vouloir construire un monde sans histoire, sans formation culturelle, sans psyché

Nous ne pouvons pas faire comme si la colonisation n’avait pas eu lieu et comme s’il n’existait pas des représentations raciales. De même, à propos du genre, nous ne pouvons pas ignorer la sédimentation des normes sexuelles. Nous avons besoin de normes pour que le monde fonctionne, mais nous pouvons chercher des normes qui nous conviennent mieux». [2]

La Beauvoir è a sua volta chiamata in causa per Sesso e genere, un capitolo de Il secondo sesso. Bene, di cosa si sta parlando? Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe) è un saggio pubblicato a Parigi nel 1949 da Gallimard. Il nodo centrale dell’argomento è un passaggio dell’opera in cui l’autrice sostiene che “non si nasce donna ma lo si diventa“.

Ora, vista la distanza temporale della Beauvoir sarà difficile che il grande pubblico conosca l’opera in questione e sarà anche difficile che essa venga letta oggi, tanto più in francese. Sostiene infatti lo stesso sociologo che “si tratta di un articolo denso e difficile, che per di più sfida le traduzioni e va letto in originale”. Di fatto − rifletto − questo semplicissimo dato di non accessibilità lo sottrae al pubblico. Quanto dice è vero, la difficoltà esiste, ma ciò nonostante credo che il contatto con le fonti sia un elemento di essenziale importanza, se non altro per comprendere che il problema c’è e non si può eludere. Dunque, trovato il brano, lo metto a disposizione così com’è perché − pur zoppicando in francese e con una preparazione monca − chi vuole possa leggerlo in originale. Per nostra fortuna il MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha messo online un estratto de Le deuxième sexe e si tratta proprio del passo chiamato in causa.

Extrait de « Le deuxième sexe » de Simone de Beauvoir

On ne naît pas femme : on le devient[3]

«On ne naît pas femme : on le devient. Aucun destin biologique, psychique, économique ne définit la figure que revêt au sein de la société la femelle humaine ; c’est l’ensemble de la civilisation qui élabore ce produit intermédiaire entre le mâle et le castrat qu’on qualifie de féminin. Seule la médiation d’autrui peut constituer un individu comme un Autre. En tant qu’il existe pour soi, l’enfant ne saurait se saisir comme sexuellement différencié. Chez les filles et les garçons, le corps est d’abord le rayonnement d’une subjectivité, l’instrument qui effectue la compréhension du monde : c’est à travers les yeux, les mains, non par les parties sexuelles qu’ils appréhendent l’univers. Le drame de la naissance, celui du sevrage se déroulent de la même manière pour les nourrissons des deux sexes ; ils ont les mêmes intérêts et les mêmes plaisirs ; la succion est d’abord la source de leurs sensations les plus agréables ; puis ils passent par une phase anale où ils tirent leurs plus grandes satisfactions des fonctions excrétoires qui leur sont communes ; leur développement génital est analogue ; ils explorent leur corps avec la même curiosité et la même indifférence ; du clitoris et du pénis ils tirent un même plaisir incertain ; dans la mesure où déjà leur sensibilité s’objective, elle se tourne vers la mère : c’est la chair féminine douce, lisse élastique qui suscite des désirs sexuels et ces désirs sont préhensifs ; c’est d’une manière agressive que la fille, comme le garçon, embrasse sa mère, la palpe, la caresse ; ils ont la même jalousie s’il naît un nouvel enfant ; ils la manifestent par les mêmes conduites : colères, bouderie, troubles urinaires ; ils recourent aux mêmes coquetteries pour capter l’amour des adultes. Jusqu’à douze ans la fillette est aussi robuste que ses frères, elle manifeste les mêmes capacités intellectuelles ; il n’y a aucun domaine où il lui soit interdit de rivaliser avec eux. Si, bien avant la puberté, et parfois même dès sa toute petite enfance, elle nous apparaît déjà comme sexuellement spécifiée, ce n’est pas que de mystérieux instincts immédiatement la vouent à la passivité, à la coquetterie, à la maternité : c’est que l’intervention d’autrui dans la vie de l’enfant est presque originelle et que dès ses premières années sa vocation lui est impérieusement insufflée».

Ora, io non voglio arrogarmi competenze che non ho quindi faccio una pura analisti linguistica. Nel brano in questione, la parola che ricorre maggiormente è même, medesimo. Ma nonostante ciò non si trova alcuna espressione che faccia pensare alla possibilità di scelta tra l’essere uomo e l’essere donna. A guardar bene non si trova nemmeno la parola choix. L’espressione on ne naît pas femme : on le devient allude non tanto alla possibilità di scegliere di essere maschi o femmine ma semplicemente alla definizione dei ruoli. La Beauvoir non sostiene che la donna acquisisce il genere in base alla formazione culturale bensì che la donna acquisisce il ruolo di genere in base la formazione culturale. Se a “genere” si sostituisce “ruolo di genere” si sgonfia tutto il discorso che vorrebbe indicare la Beauvoir come antesignana o fautrice della “gender theory”.

La seconda parte delle dispense del MIT racchiude la risposta: la chiave di Sesso e genere non è la formulazione di una teoria per cui si può indifferentemente diventare maschi o femmine. Più semplicemente è una rivendicazione di parità che si inserisce nel filone della riflessione femminista.

Extrait de « Le deuxième sexe » de Simone de Beauvoir

La femme n’a jamais eu ses chances [4]

«Les accomplissements personnels sont presque impossibles dans les catégories humaines collectivement maintenues dans une situation inférieure. ‘Avec des jupes, où voulez-vous qu’on aille?’ demandait Marie Bashkirtseff [5] . Et Stendhal : ‘Tous les génies qui naissent femmes sont perdus pour le bonheur du public.’ À vrai dire, on ne naît pas génie : on le devient ; et la condition féminine a rendu jusqu’à présent ce devenir impossible». (Segue)

L’introduzione del saggio è molto utile a comprendere le intenzioni dell’autrice. Soprattutto in merito alla vexata quaestio se la Beauvoir rivendichi o meno il diritto di scegliere liberamente il proprio genere:

«Les sciences biologiques et sociales ne croient plus en l’existence d’entités immuablement fixées qui définiraient des caractères donnés tels que ceux de la Femme, du Juif ou du Noir […]. Cela signifie-t-il que le mot «femme» n’ait aucun contenu? […] Assurément la femme est comme l’homme un être humain mais une telle affirmation est abstraite le fait est que tout être humain concret est toujours singulièrement situé. Refuser les notions d’éternel féminin, d’âme noire, de caractère juif, ce n’est pas nier qu’il y ait aujourd’hui des Juifs, des Noirs, des femmes cette négation ne représente pas pour les intéressés une libération, mais une fuite inauthentique. Il est clair qu’aucune femme ne peut prétendre sans mauvaise foi se situer par-delà son sexe». [6]segue )

Sembra dunque che intorno al libro del 1949 si sia riprodotta la stessa dinamica di scivolamento semantico che ha dato luogo alle discussioni del 2015. Il punto è che “ruolo di genere” e “determinazione del genere” sono due concetti differenti. Se io dico, per esempio, che in casa mia ci dividiamo i compiti tra me e mio marito per cui io cucino e lui lava i piatti, parlo di ruoli in relazione al genere. Mio marito non si sente sminuito nella sua natura maschile per il fatto di lavare i piatti. Sempre in casa mia capita che sia io a occuparmi di sturare il lavandino e smontare il sifone. Questo non mi fa sentire sminuita nella mia natura femminile. È un dato di fatto talmente metabolizzato nella nostra quotidianità che non ci facciamo nemmeno più caso. Mio marito non desidera diventare femmina perché lava i piatti e pulisce casa. Io non desidero diventare maschio perché svito i sifoni e monto le applicques.

Ma osiamo di più. Se io dico che la mia amica Cunegonda lavora mentre suo marito Vercingetorige è in congedo parentale a guardare i bambini, parlo ancora di ruoli di genere. In questo caso ritengo sia importante e a questo punto non superfluo sottolineare il fatto che se Cunegonda lavora questo non sminuisce la sua femminilità e,  della pari, se Vercingetorige guarda i bambini ciò non sminuisce la sua virilità. Ma anche se lavorasse la sola Cunegonda questo non farebbe di lei un maschio e Vercingetorige non diventerebbe femmina. Infine mettiamo il caso che Vercingetorige lavori come badante e Cunegonda guidi il camion: ugualmente lui resterebbe maschio e lei restebbe femmina. In poche parole si sta ancora e solo parlando di ruoli di genere. Ecco perché il ruolo di genere non significa determinazione del genere.

Detto questo, io non nego affatto che ci possano essere degli eccessi. Già solo il fatto di usare un linguaggio fortemente ideologico come “criptofascisti” per me fa scivolare la discussione a un livello inaccettabile. Non entro nel merito delle teorie psicologiche: “non è il mio campo” come si aveva il buon gusto di dire una volta. Mi rifaccio alle cose che leggo e tra le varie altre mi è piaciuto molto il post Di Pellai perché Pellai è tra i pochi, finora, che hanno centrato il problema: tutta la polemica è nata dalle Linee Guida per l’educazione sessuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel momento in cui qualcuno ha voluto intendere che tali indicazioni incitano all’insegnamento della masturbazione per i bambini della scuola materna. A quanto pare invece no: le linee guida OMS non insegnano ai bambini a masturbarsi a diventare omosessuali.

Credo che al punto in cui siamo arrivati si sia perso di vista l’orizzonte di qualsiasi discorso. Perché non è tanto questione, permettetemi, di militanza tradizionalista contro militanza omosessualista. Chi vuol far esondare il confronto, provocando un effetto domino che coinvolge tutte le tematiche in un blob informe a mio avviso sbaglia. Non è la modernità contro la tradizione, non è il libertinismo contro la moderazione. Non è il laicismo contro l’oscurantismo. Ma lo sapete che le prime a finire sotto accusa per aver insegnato la “teoria gender”, a Verona, sono state le suore di una scuola cattolica?

Ho l’impressione che la grande assente di questo dibattito sia proprio la sua componente più importante: la consapevolezza, poco accademica e molto umana, della sofferenza e della fragilità. Alla fine, ai bambini che scoprono di avere un corpo sessuato, cosa si racconta? Si mettono in punizione? Gli si dice che sono cattivi? Si fa finta di non vedere? Il resto è una costruzione che niente ha a che vedere con la questione centrale. Sono polemiche da adulti, questioni da adulti. Ma la sofferenza psicologica è qualcosa di reale: è ciccia che fa male, è un corpo che ti fa paura, è timore di quello che sei. E mi pare che in pochi se ne preoccupino.

Durante questa specie di riflessione condivisa mi hanno scritto in molti, laici, cattolici, militanti, non militanti. Li ringrazio per ciò che hanno espresso e per i suggerimenti di lettura di cui vedete il risulto nell’elenco in calce. Non credo di essere arrivata a un punto fermo e neanche mi interessa. Mi interessano invece il confronto, le opinioni, le mie, le altrui. Ho le mie rigidezze, come tutti. E spero che tutti − me compresa − diventino sempre più consapevoli delle proprie. Fermo restando il principio della laicità dello stato, in attesa che si realizzi appieno nel rispetto di tutte le sue componenti, mi fermo a leggere di persone cattoliche che cercano la mediazione con le culture laiche e di laici che cercano il confronto con le culture religiose. Qualcuno ci riesce meglio, qualcuno è disastroso. 

Come  ho scritto in uno dei miei post, considero un successo maggiore trovare dei punti di contatto con qualcuno che non la pensa come te piuttosto che avere ragione. Le persone che ti dicono bravo/a ti gratificano e ti rassicurano. Ma l’effetto dura poco. Il confronto dialettico ti cambia.

Ilaria Sabbatini


[3] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe 1, pp 285 et 286. Extrait © Gallimard 1949. All rights reserved. This content is excluded from our Creative Commons license. For more information, see http://ocw.mit.edu/help/faq-fair-use/

[4] Ibid. pages 176 à 178. Extrait © Gallimard 1949. All rights reserved. This content is excluded from our Creative Commons license. For more information, see http://ocw.mit.edu/help/faq-fairuse/

[5] [Bashkirtseff (Maria Bachkirceva, dite Marie), peintre et écrivain russe (près de Poltava, 1860 – Paris, 1884). Son Journal (posth., 1887), commencé en 1872 et écrit en français, et ses Cahiers intimes (posth., 1925) composent un récit lucide et émouvant de sa brève existence. (Hachette Multimédia / Hachette Livre © 2001)]

[6] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe 1, p 15. Extrait © Gallimard 1949.


I suggerimenti che mi sono arrivati tramite il post sull’origine della gender theory

 

Articoli in primo piano

Grexit e zombies

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.

11139998_10206980400577599_171215749958591249_n

Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socio-economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui. Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto.

Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei“.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E mi è rimasta solo la voglia di tornare.

La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Ma puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti.

Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

museoAcropoli

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

wyO4EqC0wz6ot9nLEhuGhkMTgN3f4V_ywYHe-vvqwV4

Atene vista dalle colline

Articoli in primo piano
decidere

E allora il velo?

di Ilaria Sabbatini

Beh di tempo ne è passato da quando si sono fatte le prime discussioni sul velo, subito dopo l’11 settembre. La Santanché sembra lontana eoni con le sue performances acrobatiche. È passato il tempo, sono sciamate le parole, sono trascorsi i governi, sono accadute cose. C’è stato Charlie Ebdo, ci state le reazioni a Charlie Ebdo, si è dimenticato Charlie Ebdo e con esso tutti i molteplici giornali satirici sparsi in giro per il mondo, compreso il Medioriente dove fare satira è ancora più audace e coraggioso. Ci sono stati movimenti per i diritti umani, abbiamo preso atto che esiste un femminismo musulmano. Abbiamo anche capito – alcune/i di noi – che il femminismo musulmano vuole seguire percorsi diversi e originali rispetto al femminismo occidentale. Abbiamo imparato ad accettare come lecito il fatto che il femminismo musulmano ha facoltà di andare a braccetto col femminismo occidentale così come di allontanersene. Se il corpo è mio, me lo gestisco io. Ma anche l’altra ha pari diritto a gestire il proprio indipendentemente da me.

Ci siamo detti che le diversità culturali sono ricchezza e accrescimento. L’adozione di formule trapiantate ex abrupto da una situazione all’altra è una cosa ottusa. Abbiamo stabilito che è giusto vagliare: prendere le cose che ci interessano di un sistema e mollare le altre che confliggono col nostro contesto e con la nostra storia. Sappiamo che per un certo femminismo – a cui mi avvicino col massimo rispetto – la rivendicazione di determinati modelli d’abbligliamento è stato un elemento importante. Era giusto così in quel contesto per il significato che aveva in quel tempo. Non va fatto neanche un passo indietro.

Ma oggi viviamo un tempo diverso in cui le relazioni sociali sono diventate più complesse, dove la globalizzazione ha messo a contatto culture diverse, dove perfino il vestire assume significati sociologici profondamente differenti. Viviamo un tempo in cui il corpo è diventato strumento – e oggetto – di battaglia politica nella sua stessa essenza, nella sua gestione, nella sua apparenza. Battaglia politica più forte perfino di quella degli anni ’70 – anche se sotterranea – solo che si è spostato il baricentro. Siamo in una fase in cui, per esempio, l’Occidente vede delinearsi il fenomeno dell’accettazione del corpo grasso* cosa che – a quanto mi risulta – è un problema marginale al di fuori di questo contesto. Parallelamente in Arabia Saudita le donne grasse non sono un problema ma magari si battono per il diritto alla guida.

Mentre sta avvenendo tutto questo – che fa paura ma è anche interessante – non accenna a diminuire in Italia la polemica sul velo-non-velo alimentata da un’atavica ignoranza prima ancora che da un qualche pregiudizio. Interi paesi del Vicino e del Medio Oriente si stanno trasformando, vedono ricomporsi i propri parlamenti, attraversano rivoluzioni, sono toccati dalle guerre civili, conoscono movimenti di genere, mobilitazioni femministe,  battaglie per i diritti umani, azioni contro la violenza e per la parità di genere a iniziativa maschile. Sta accadendo tutto questo e ancora, immancabilmente, c’è qualcuno che nello sviluppo di un dibattito a un certo punto dirà: “E allora, il velo?”.

b0d47ad7-a2af-4ee1-9833-21797e59f050_16x9_600x338

Le testate nazionali festeggiano una legge – giustissima – per vietare l’infibulazione in Nigeria. Nel nostro paese, l’Italia, non esiste ancora una legge contro la tortura. Evviva la Nigeria, allora, pur con tutti i problemi che il paese conserva. Perché sappiamo benissimo che una cosa è approvare una legge – che per inciso non fa mai schifo – e un’altra cosa ben più difficile è sradicare una pratica. Tu sei lì che ti avvii con una certa speranza a un dibattito finalmente rinnovato e arriverà sempre la solita ghigliottina dialettica: “E allora, il velo?”.

Certo, la discussione sul velo è importante per le sue implicazioni e per tutta la riflessione che si tira dietro in materia di femminismo, femminismo musulmano, diritto all’autodeterminazione, convivenza tra culture, secolarizzazione, laicità, libertà di espressione, eccetera, eccetera. Ma prima di partire al galoppo in quella meravigliosa scorribanda che è il confronto d’opinioni sarebbe bene sapere due o tre cose. E siccome a volte è più facile vederlo che spiegarlo ecco una sintesi rapsodica della complessità culturale dell’argomento velo. I disegnini non sono perché vi ritengo scemi ma perché vorrei, una volta per tutte, che si smettesse di chiamare burqa un semplice foulard.

* Quello del “Fat Acceptance Movement”, è solo un esempio: è ovvio che sono da accettare tutte le taglie, le corporature, le altezze e le magrezze. Vi prego di non costringermi a inutili precisazioni.

burqa-differenze

In Italia

Francesca Capelli mi fa notare che burka e il niqab non sono vietati in Italia da nessuna legge. E’ vietato mascherarsi il viso quindi la legge può venire interpretata in modo allargato e inserire il burka che copre il viso nella categoria delle “maschere”.

L’hijab lascia visibile tutto il viso ed è molto simile all’uso di un foulard.

Hijab

L’Al-Amira è un velo a due pezzi: uno come copricapo che si stringe alla testa e l’altro come una sorta di sciarpa a forma di tubo che si avvolge al collo e copre anche parte della testa. Può essere di cotone, poliestere o elastam.

Lo Shayla un velo rettangolare che copre la testa, molto simile all’hijab. Si può portare in modi diversi, anche se uno dei più comuni è a coprire la testa e sopra il collo. È il tipo di velo che più si vede in Italia.

Al amira Shayla

Il khimar è un mantello che copra dalla testa in giù: alcuni modelli arrivano fino a sotto i fianchi, altri fino alle caviglie, in ogni caso lascia scoperti gli occhi e il volto. Si trova indossato per lo più in Medio Oriente in diversi colori.

Il chador è un tipo di velo molto chiuso che lascia visibile solo il viso. Un chador è un indumento di strada femminile tipicamente iraniano, consistente in un semplice pezzo di stoffa semicircolare aperto davanti che si mette sopra la testa, coprendo tutto il corpo salvo il viso.

Khimar Chador

Il burqa, scritto anche burka, è un abito avvolgente esterno utilizzato dalle donne in certe tradizioni islamiche per coprire il corpo nei luoghi pubblici. Il burqa è l’indumento o velo più stretto di tutti e copre anche gli occhi, dove c’è solo una griglia per vedere.

Il niqab è un velo che copre il viso usato da alcune donne musulmane come parte del vestito. Proprio dei paesi arabi del golfo persico, si può trovare in luoghi molto diversi come il nord Africa, Asia occidentale e il subcontinente indiano.

 

Ma non si finisce qui: ecco altre tipologie di velo. So che ce ne sono molti più tipi e usi: non riuscirò a illustrarli tutti. Se qualcuno mi vuole inviare foto con didascalia (da fonte attentidibile) sarò felice di aggiungerle. Così come sarò felice di correggere eventuali imprecisioni che mi vorrete segnalare.

Nun's veil

Nun’s veil

Catholic mantillas (Spain)

Catholic mantillas (Spain)

Jewish girl snood

Jewish girl snood

Frumka - velo ebree ortodosse - vedi Bruria Keren

Frumka – velo ebree ortodosse – vedi Bruria Keren

A ulteriore spiegazione: http://www.jta.org/2008/02/08/news-opinion/the-telegraph/the-frumka-orthodox-women-find-religion

Buddhist nuns veil

Buddhist nuns veil

Amish girls snood

Amish girls snood

 

386916_2650344666980_1109028379_n

Articoli in primo piano
100_15008

“Batracomachia contemporanea” o “Paralipomeni alla fenomenologia del lavoro”. Gratis.

Oggi è sabato, comincia a fare caldo e non avrei proprio voglia di seguire l’ennesima polemica dei social media. Lo farò per un semplicissimo motivo: i miei amici. I miei amici e tutte quelle persone (in gamba) che convivono col precariato e/o lavorano sottopagati. Falegnami, disegnatori, traduttori, fotografi, ricercatori, consulenti, elettricisti, giornalisti, operai: almeno uno per ogni categoria. Lo faccio perché so quanto pesi a una persona che lavora – senza ricevere un adeguato compenso – il sentirsi paragonare a degli stagisti. Sì, perché l’oggetto della polemica di Jovanotti non è mica il lavoro gratis, sapete. Piuttosto è la madornale confusione tra lavoro, stage, volontariato e la paghetta dei bambini ottenuta con una frase di pochi secondi.  Non ci credete? Allora calma e gesso: ecco il virgolettato del Jova. Ripartiamo da lì:

«I giovani possono lavorare anche gratis, se serve a fare esperienza. (…) Ultimamente ho partecipato con la mia musica a dei festival negli Stati Uniti e in Argentina. (…) C’erano tantissimi ragazzi che lavoravano e mi chiedevo chi li pagasse. Mi hanno detto che erano volontari che per tre giorni avevano deciso di dare una mano. Eppure non erano eventi di beneficenza ma una vera e propria industria, con imprenditori che organizzavano, tanti sponsor. E questi accettano di fare il lavoro gratis? La risposta è stata che sì, comunque è un’esperienza importante, vivono il mondo della musica da dentro. (…) Quando ero bambino andavo a seguire alla sagra della bistecca, alla sagra della ranocchia. (…) Qualcuno mi dava qualcosa a fine serata, ma io comunque mi divertivo come un pazzo. (…) Lavoravo nella cultura, anche se facevo il cameriere alla sagra della ranocchia».

Testuale. L’ha detto per davvero: montare palchi, la sagra della ranocchia e tutto. Francamente se io fossi un montatore di palchi – gratuito o stipendiato – mi incazzerei non poco ad essere paragonato a un bambino che porta i piatti alla sagra della ranocchia e magari gli allungano qualche spicciolo. Credevo che leggendo la dichiarazione per esteso le cose sarebbero migliorate. Quando c’è di mezzo un personaggio famoso è ovvio che si tenda a montare la polemica per attirare l’attenzione. Invece no: una volta tanto la dichiarazione completa è peggiore dei titoli. Qui ci sono le pagine del Fatto e di Repubblica che riportano il virgolettato del Jova: Jovanotti_fare esperienza  Jovanotti sul lavoro gratis. E qui c’è il video del suo intervento così tutti possono valutare se e quanto è stato frainteso.

Considerazione number one: a chi la racconti che da bambino vai a fare il cameriere alla sagra della ranocchia perché è una cosa formativa? Ci vai perché ti diverti. Punto. E non te ne frega nulla della formazione. Perché non hai bisogno di soldi ne’ di lavorare. Infatti quello non è lavoro e non è nemmeno uno stage. Quello è tenere impegnato un bambino e allungargli una mancetta.

Considerazione number two: se a vent’anni mi avessero detto di partecipare al festival del soul, avrei portato l’acqua con le orecchie, altro che gratis! Non lo fai per l’esperienza, lo fai perché puoi vedere il festival gratis in cambio di lavoro gratis. E siccome a quell’età non hai molti soldi (salvo eccezioni) ti arrangi come puoi. È uno scambio. Do you understand “scambio”?  Due sillabe: “Scam-bio”, pron. [‘skambjo].

Considerazione number three: mio marito è andato a montare palchi per anni – e lo pagavano – allo scopo di vedere i concerti gratis. Tu lavori e l’organizzazione ti assicura, ti da da mangiare e da bere. Poi ti vedi il concerto senza cacciare una lira. È questo il motivo per cui ci vai non per chissà quale ambizione formativa.

A mio parere c’è una differenza che nessuno dovrebbe mai permettersi di sminuire. Tantomeno il Jova, dato che un incidente mortale è accaduto proprio durante l’allestimento di uno dei suoi palchi. Se sei un bambino e porti i piatti di plastica alla sagra, al massimo inciampi e ti sbucci le ginocchia. Se monti i palchi e inciampi, ti cade addosso un’americana o anche solo un faro, al massimo ci muori. Direi che è una gran bella differenza. Ergo, chi fa lavorare delle persone, giovani o vecchie, a montare i palchi senza almeno un’assicurazione va denunciato. Sic et simpliciter. E se tu assicuri una persona, mi sa che quel lavoro non si può più considerare gratis. Comunque mio marito ha fatto proprio quel lavoro e la presenza di un’assicurazione non è per nulla scontata.

Se vi chiedete se sono arrabbiata la risposta è sì, sono molto arrabbiata. Se vi chiedete perché vi dico che c’è un buon motivo: sul lavoro non si scherza, specie se si tratta di un lavoro rischioso. Quando ho sentito palchi+gratis mi è venuta agli occhi un’immagine: era quella di un mio coetaneo con l’orbita frantumata. È definitivamente volato giù da un tetto prima di arrivare ai quaranta. Perciò sì, sono piuttosto irritabile sull’argomento. Parlare di gratis per un lavoro faticoso e con una discreta dose di rischio, in un paese dove nel 2015 gli incidenti sul lavoro sono stati 121 in due mesi (due al giorno tutti i giorni, weekend compresi) non è una semplice leggerezza è proprio una cazzata. Chiunque pretende di dire che montare i palchi è un gioco non sa di cosa parla o ha fatto solo i concerti della parrocchia. Andate a vedere questa notizia: «Crolla il palco del concerto di Jovanotti. Muore studente-operaio. “A 5 euro l’ora”». Molto formativa l’esperienza. Peccato che il giovane non possa più godere di quell’insegnamento.

Giusto per chiarezza, l’incidente è avvenuto nel 2011 quindi molto prima dell’esternazione del nostro. E il Jova dove stava? A rollarsi le canne mentre parlava con Madre Teresa? NON è colpa sua, ovviamente, ma dopo un evento del genere sarebbe meglio che uno ci pensasse prima di aprire bocca. Diciamo per rispetto. Diciamo per senso dell’opportunità. Diciamo per solidarietà umana. Credo infatti che l’insofferenza manifestata nei suoi confronti sia molto più complessa di una reazione a un’affermazione non condivisa. È la coerenza il motivo per cui molti – soprattutto giovani – non perdonano al Jova. Se uno fa l’ambientalista, il terzomondista, il pacifista, il castrista, cita Madre Teresa, Ghandi e Malcolm X, poi dice quello che ha detto – dopo quello che è successo al suo palco – come si fa a evitare di pensare che ci sia qualcosa che non torna a livello di coerenza o a livello di consapevolezza?

La mia semplice conclusione è che, oltre pochi mesi di formazione, bisogna rifiutare il lavoro non pagato. Credo che tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche attività gratuita. È una cosa corretta e normale. Però se si parla di valore formativo il lavoro, pure quello giovanile, andrebbe pagato: anche poco ma pagato. E soprattutto andrebbe tutelato assicurativamente. Perché è questa la formazione che insegna ai ragazzi a dare valore a quello che fanno.

Poi c’è il volontariato, ed è una cosa che riguarda la comunità. Il volontariato è una cosa buona, non si discute. Insegna la gratuità nel rapporti tra le persone. Ma dev’essere rivolto alla comunità, non al profitto di una terza parte. Io ho fatto la volontaria in biblioteca. Dal nostro gruppo di bibliotecari volanti dipendeva il prestito in un momento difficile dell’istituzione: se noi non ci fossimo stati la gente non avrebbe potuto prendere i libri. Quindi sono molto orgogliosa di averlo fatto e di averlo fatto gratis. Ma il volontariato è una cosa diversa dal lavoro e lo stage è una cosa diversa ancora. Lavorare gratis non è sano per chi lavora e tanto meno per i propri colleghi perché è concorrenza sleale.

Se è gratis, poi, non si chiama nemmeno lavoro si chiama stage. E per inciso pure quello è tutelato. La differenza è che il lavoro è tale proprio perché pagato. Tutti più meno abbiamo fatto stage, non solo in gioventù. Tanti di noi, purtroppo, ancora oggi stanno lavorando gratis. Non dico nonostante le lauree e le qualifiche sulla carta, dico proprio nonostante la dura gavetta che in teoria dovrebbe formare per accedere al lavoro vero. Oggi si passa da un apprendistato all’altro, pochi soldi, nessuna garanzia, nessuna pensione, sfiducia nel futuro. Un concetto che si può esprimere nella famigerata formula di tante offerte: “cercasi apprendista con comprovata esperienza”. O nella simpatica variante: “cercasi apprendista, portare curriculum”. Diciamoci una cosa con molta chiarezza, una volta per tutte. Il lavoro gratis che vada oltre pochi mesi di formazione – e di sicuro oltre i trent’anni d’età – si chiama sfruttamento.

Cercasi-apprendista-con-esperienza-le-pretese-8220impossibili8221-dei-nuovi-datori-di-lavoro

Alla fine della fiera quello che rimane è una sequela di lavoratori bistrattati che si sono incazzati alle affermazioni del Jova. Questi lavoratori non sono permalosi ne’ hanno la puzza sotto il naso all’idea di rimboccarsi le maniche. Non hanno nemmeno frainteso quello che ha scritto il Jova paragonando l’imparagonabile: la mancetta di un bambino, i montatori di palchi, il volontariato e il lavoro tout court. Qui parliamo di pagare bollette, affitti, supermercato e magari mantenere i figli, per chi se li può permettere. Le persone che lavorano gratis danneggiano i propri colleghi. Gli stage, peraltro, dovrebbero essere una cosa diversa dal lavoro gratis. Ma la realtà è che stiamo parlando di stagisti a cui vengono affidati lavori di alto profilo a danno dei professionisti. Poco importano gli scarsi risultati, l’importante è risparmiare: mica stiamo a guardare il capello.

Mi dispiace, non viviamo nella dimensione parallela che qualcuno ha in mente. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili dove le cose vanno come dovrebbero andare. In una condizione ideale lo stagista dovrebbe imparare un mestiere mentre il professionista dovrebbe essere pagato perché svolge quel mestiere. Invece nel mondo reale meno ti pagano meglio è. A prescindere dalla competenza, a prescindere dalla qualità, a prescindere dall’esperienza. E questo non è più argomento da discorsi leggeri.

Ma c’è una cosa positiva in questo polverone. Finalmente la mia generazione può vedere un fatto nuovo: puntare il dito contro chi lavora gratis.

Ilaria Sabbatini

Ps. Ringrazio Francesca, Cinzia, Marco, Roberta, Giulia, Antonio, Matteo e tutti coloro che mi hanno permesso di chiarirmi le idee. Uno speciale ringraziamento a Roberto Mastroianni per l’immagine di copertina. Olmo era un leggendario cacciatore di rane da piccolo ma da grande si faceva pagare se faceva qualcosa.

Articoli in primo piano
Milan Expo 2015 protest

Figlio bello e audace

Mi metto subito il cuore in pace dicendo che mi dissocio dalle violenze. I casseur di Milano sono coglioni, sono barbari, sono nemici dei manifestanti, sono nichilisti, qualsiasi movimento li deve isolare. Del resto basta vedere il tizio che dice essere giusto spaccare tutto. Sa un accidente lui di chi sono le auto andate a fuoco. Parla con le “e” aperte o chiuse sbagliando tutti gli accenti e scandisce biascicando. Un gergo giovanilista e qualunquista. “Cioè… i politici e le persone normali c’hanno un divario enorme. E poi loro rubano”. Loro… loro chi? Loro gli altri, naturalmente: proprio gli stessi discorsi che si spargono a manciate sui social network. Discorsi sentiti anche dalle persone perbene, quelle che non si sporcano mai le mani. Tutti ladri, loro. Noi no. Noi siamo sempre puliti a prescindere. “Tu da dove vieni?”, chiede il giornalista. “Provincia. Provincia di Milano”. In effetti il Corriere di oggi parla di francesi, tedeschi, spagnoli ma soprattutto italiani.

È comprensibile che gli abitanti si incazzino. E ripeto ancora una volta, tanto per essere chiara, che i casseur hanno fatto una cazzata grossa come una casa. Ma ora che ho espletato la burocrazia dell’indignazione non vorrei fermarmi qui. Sono cose che sappiamo tutti e condanniamo tutti. Non è una novità: lo facciamo sempre. E francamente mi sembra di sentire sempre lo stesso disco. Comunque lo dico. Ecco: “Mi dissocio!” Solo che sono convinta che non basti e occorra passare al livello successivo. Non cambia nulla se continuiamo con le solite lamentazioni. Grande rispetto per quegli abitanti che andranno a risistemare i danni causati. Se i tizi incappucciati avessero un minimo di senso dell’onore ci andrebbero anche loro. Se abitassi vicina andrei anch’io a pulire. Perché quelli che rompono e scappano mi stanno sullo stomaco da sempre. Ma credo che oggi ci sia qualcosa di più importante da esprimere della pura e semplice indignazione in cui siamo diventati così bravi da quando esistono i social media.

La questione è la seguente: se vogliamo essere onesti bisognerà pur chiedersi come hanno fatto i ragazzi ad arrivare a questo punto. Non sono figli di nessuno, sono figli nostri. Si tratta per lo più di casseur italiani, non si può dare come sempre la colpa agli hooligan stranieri dal nord Europa. Non me ne frega nulla di distinguere tra manifestanti buoni e casseur cattivi: quello è un altro problema. Non mi interessa parlare di strategie e tattiche. C’erano degli infiltrati? Non lo so e al momento non è la mia priorità. Tanto se ne parlerà abbondantemente nei prossimi giorni. Saviano su Reoubblica analizza la gestione dell’ordine pubblico. Non ci doveva essere contatto tra manifestanti e polizia. E infatti ci sono stati 11 poliziotti feriti ma nessun civile è stato picchiato, nessuno tra i manifestanti è stato ferito. Nessun ferito neanche tra i casseur. Si è scelto di lasciarli passare, così leggo, senza arrivare al contatto e tantomeno allo scontro.

I casseur avranno tra i venti e i trent’anni, è probabile che ne abbiano anche meno di venti. Su dieci fermati sei sono italiani. Secondo il Corriere anche la maggioranza degli altri sono italiani. E se due più due fa quattro, questi potrebbero essere i figli di quegli stessi che oggi si sdegnano per la devastazione. Senza sapere che in mezzo c’erano i loro figli. Non è un’opinione, è un dato soggetto al calcolo probabilistico. Potrebbero anche essere figli miei, per dire. Potrebbero essere figli nostri. È questo il paradosso. Chi è che ci si vuol confrontare? Dopo aver stigmatizzato i casseur. Dopo aver ripulito le strade di Milano. Dopo aver superato l’emergenza, chi è che si vuol misurare con la patata bollente? Ai genitori di Mattia Sangermano, il ragazzo del “bordello”, sta già toccando.

Questi sono anche figli vostri. Non ve lo chiedete perché si comportano così? Come sono arrivati a questo? Non so se questi ragazzi siano figli di famiglie bene o di famiglie disgraziate. Non so nulla di loro. Ma ho pensato: metti che non abbiano un accidenti di prospettiva per il futuro cosa hanno da perdere? Che gli frega di andare in galera? Che gli frega del bene della comunità? Non parlo semplicemente di poveri, parlo di prospettiva, di un’idea di futuro, di cosa fare con le proprie vite, ricche o povere che siano.

Il cervello lo hanno già perso, mi ha detto qualcuno. Vero. Se non altro perché hanno fatto un clamoroso errore. Per chi volesse suicidare una causa questo sarebbe il modo migliore di farlo: inimicarsi l’intera opinione pubblica. Cervello sotto la suola delle scarpe, dunque. Probabilmente è per questo che non hanno alcuna motivazione a  rispettare le regole. Se non le regole di convivenza sociale almeno quelle delle pubbliche relazioni. Qualcuno si è reso conto che esistevano prima di ieri? La loro non è politica, non è contenuto, è riot. Fanno quel che gli pare. Tanto è uguale. Per loro non cambierà nulla.

Anche il tizio intervistato dal TgCom24, uno normalissimo, ha detto la sua. “No niénte, siamo arrivàti, abbiamo spaccato un po’ di ròbe, così…”. Quindi vai, spacca, sfogati. Poi, quando torni a casa, in provincia, sei il solito pirla di sempre, nella solita situazione di sempre. Però attenzione a chi non ha nulla da perdere. “Minchia, se non do fuoco alla bànca sono un coglione”. “Adesso senza parolacce, scusa. Siamo in diretta” lo rimprovera il giornalista. “Scusa – dice il tizio incappucciato – mi esprimo male probabilmente”. “No, no, no – lo rassicura il giornalista – la tua testimonianza è importantissima”.  “Ma io sono me stesso, se mi escono le parolacce vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sto veramente dentro. E se invece non le dicessi, te la racconterei come una persona fuori dalla cosa”.

Ascolto e non mi capacito. Dovrebbe essere un militante determinato, formato, solido. Invece è debole, impacciato e si fa frenare da un rimprovero. Davvero non capisco. Eppure sono convinta che sarebbe importante capire. “Capire” non significa “giustificare” nè ora nè mai. Capire significherebbe rendersi conto di quello che sta succedendo e forse succederà nei prossimi mesi. Capire significherebbe uscire dallo stereotipo di un’interpretazione che oscilla tra il ricco viziato e il povero disagiato; il figlio di papà e il precario vessato; Brutti sporchi e cattiviRiot club. Battute a parte, stabilire a priori se siano figli della povertà, della mala educazione o della ricca borghesia annoiata è un modo naïf di vedere le cose. Perché non abbiamo dati ed è probabile che non vi siano divisioni così nette.

Ci saranno nel mezzo vecchi militanti, giovani frustrati, magari anche qualche ricco che gioca alla rivoluzione. Ma sta succedendo qui e ora. È un segnale di tensione sociale. Probabilmente una tensione trasversale. Indignarsi e basta non lo farà sparire. O si cerca di capire cosa sta succedendo o questi eventi sono destinati a ripetersi. E non sarebbe proprio auspicabile. Quindi ci sono due alternative: o ci teniamo questi scoppi d’ira così come sono o cerchiamo di capire da dove partono. Dove capire significa proprio “capire” e non “giustificare”.

Qualcuno mi fa notare che questi sono ragazzi esaltati e che tocca ai leader dei movimenti pensare alla sicurezza di tutti. Renato Pezzini del Messaggero, che ha fatto un resoconto da Milano, mi pare  dia la risposta più realistica: parla di impermeabili neri indossati prima di iniziare gli scontri e dismessi subito dopo per confondersi tra la gente normale. Risultato: riottosi irrintracciabili. Ma a parte questo, dove sono i leader dei movimenti? Dove sono i movimenti di più ampio respiro? Senza gruppi strutturati non ci sono più leader. Siamo arrivati davvero al capolinea. C’è qualche idealista superstite. Nessuno però in grado di organizzare, per esempio, un servizio d’ordine. Ma li avete visti, gli incappucciati? E chi ci si metterebbe contro uno che ha un martello in mano?

Siamo la società liquida dove le strutture si vanno decomponendo. Quello che si ricompone è vacillante e incerto. Come le parole dello sfasciacarrozze milanese. Già, perché casseur si traduce proprio così: sfasciacarrozze.

Aggiornamenti.

Toh, lo studente che giustificava gli scontri ora è pentito. Il giovine sostiene: “Mi sono accorto solo alla fine di cosa stava succedendo, non sono un violento e non romperei mai una vetrina. I miei genitori si sono arrabbiati moltissimo e sui social network mi prendono in giro, sono pronto a dare una mano a pulire la città”. Gli sfasciacarrozze hanno tutti dei genitori che non sanno, e probabilmente non sapranno mai, che là a spaccare tutto c’erano anche i propri figli.

Visto che la cosa avrà seguito allego un po’ di rassegna stampa. La scelta non è basata sulla condivisione delle idee espresse nei pezzi allegati ma sulla base dell’interesse che essi sollevano. In poche parole potrei benissimo essere in disaccordo con alcuni di essi ma ritenerli comunque degli elementi validi per un panorama complessivo.

Ringrazio le persone che mi stanno segnalando questi materiali, Francesca, Ruggero, Roberta, Francesca (l’altra) etc.

EuroMayDay 2015 dalla televisione svizzera

http://www.tvsvizzera.it/expo2015/EuroMayDay-2015-4522075.html

Franco Berardi – DALLA PARTE DEI TEPPISTI

Vermena – I blackbloc e il Mirk

Il paradosso di Mattia Sangermano _ La valigia di Shackleton

La legge del web – ilSole24ORE

Libero e il rolex

La Rolex contro il governo_“I violenti non hanno i nostri orologi”

Da-grande-voglio-fare-il-black-bloc

«L’ordine era di non arrestare i violenti» – iltempo

L’odio social alimentato degli svantaggiati digitali

Promosso sul campo

Agente picchiato, ‘sono caduto in un’imboscata’ – ANSA

Expo Milano, un agente… Potevamo fermarli, ma un funzionario ci ha detto no_

Sui disordini di Milano – Alfabeta2

I milanesi_ _Nessuno tocchi la nostra città_. Strade e piazze ripulite dai volontari

Scontri Expo, troppo facile condannare quel ragazzo 

Si pensano rivoluzionari ma sono solo utili idioti _ GiulioCavalli

Terremoto su Expo 2015, sette arresti. Il Sole 24 ORE

European court says ‘kettling’ tactics in 2001 lawful – BBC News

Fabrizio De Andrè – Live in Milano

Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu.

Figlio, figlio, povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio.

Figlio, figlio, unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio
a me, a me, che ti trattavo come un figlio
povero me, domani andrà meglio

alajmo

Roberto Alajmo

 

 

 

 

 

 

kyenge-bufala-orologio-9

Fonti

Articoli in primo piano

Senza sapere dove siamo diretti

8908971

“Without knowing where we are headed…” di Nalan Yırtmaç

L’opera è composta di ritratti di intellettuali armeni arrestati, esiliati e uccisi il 24 aprile 1915

Nalan Yırtmaç was born in Istanbul in 1969. She graduated from the Painting Department in the Faculty of Fine Arts at Mimar Sinan University in 1994. She was an active member of a group of young artists who manages to enunciate a post-punk scene in Istanbul in the first half of nineties.  Yırtmaç has had several solo exhibitions, and has participated in numerous group exhibitions and biennials in Turkey and abroad including Austria, France, Germany and Denmark.

kucuk

Istanbul – Exibition at DEPO center

Opening: Friday, 3 April 18:30

Dates: 4 April 2015 – 26 April 2015

One hundred years ago, on April 24, 1915, Armenian opinion leaders, parliamentarians, journalists, writers, and politicians were arrested in İstanbul and sent to concentration camps in Çankırı and Ayaş. Later, most of them were slain by band members set loose from prisons. These arrests constitute the first step of the Committee of Union and Progress government’s decision of deportation which soon evolves into a genocide. Following the arrest of approximately 250 people on the night of the 23rd leading up to the 24th, a massive police operation is set underway which targets 2500 people over the course of a couple of days.

“It may be that one day we would be forced to go, but… We would set out just like those in 1915 did… Like our forefathers… Without knowing where we were headed… Walking on the roads they trod… Feeling the torment, living the pain…”
From Hrant Dink’s article “Like a nervous pigeon: my unsettled state of mind”

Articoli in primo piano

Gli scout di Allah

russellEcco una piccola riflessione neutra che non c’entra con la religione ma col giornalismo. Non sono mai stata scout e la cosa non mi è mai interessata. Ho campeggiato all’aperto, sì, ma solo perché amavo il trekking. In effetti non sono mai neanche stata musulmana, ora che ci penso. Ma le culture altrui, ivi comprese le religioni, mi interessano nella loro dimensione storica. Sono molto più portata ad osservare che a giudicare. E questo, checché se ne pensi, non significa essere simpatizzanti, significa semplicemente approfondire le cose senza limitarsi alla superficie. Un approccio che auspico per tutti, a prescindere dalle posizioni ideologiche.

Oggi, comunque, noto un titolo su Repubblica. «Ecco gli scout di Allah: “Nei nostri giochi i maschi e le femmine non si toccano mai“». Benissimo non lo discuto. Noto che le virgolette sono a sproposito perché NON è la frase usata nell’articolo, ma pazienza. Il concetto è simile, anche se la formulazione è molto più forte. La frase esatta è: “Nei giochi di gruppo si evita il contatto fisico fra maschi e femmine”. Non credo che venga applicata la sharia, in caso di contatto, ma casomai avvertitemi così aggiorno il post.

La frase è detta peraltro dal responsabile delle relazioni internazionali Agesci (cattolico e italiano) quindi il titolo sbaglia anche il soggetto: non dovrebbe scrivere “nei nostri giochi” perché presuppone un parlante musulmano, ma pazienza. Ora, del fatto che il titolo sia uno specchietto per le allodole se ne può discutere. Ma sul web spesso il titolo è l’unico messaggio che viene letto e che quindi rimane. Il messaggio unico di questo articolo, anzi di questo titolo, a una lettura superficiale ma purtroppo diffusissima, significa: gli scout musulmani impongono l’obbligo di non toccarsi tra femmine e maschi. Anche ammesso e non concesso che sia vero, non è che una parte dell’articolo e nemmeno la più importante.

Adesso però provo a riformulare il titolo usando una frase esatta estrapolata dall’articolo: «Ecco gli scout di Allah: “D’accordo sul dialogo a tutto campo con i cattolici”». La vedete la differenza?

Ecco gli scout di Allah_ _Nei nostri giochi i maschi e le femmine non si toccano mai_ – Repubblica

Articoli in primo piano
14 Anna Politkovskaja stampe 50x60

8 donne per 8 marzo

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile, n 13 

(dal progetto Voglio essere un cuore pensante – Donne oltre le persecuzioni, Capannori, 2010)

1

2

Nel 2010 mi è stato proposto di partecipare come storica a progetto che, partendo dal tema della shoah studiasse se esisteva un approccio tipico delle donne rispetto alle violenze che le avevano coinvolte. Accettai e il progetto prese forma in seno a un gruppo di lavoro quasi interamente al femminile creato dagli assessorati alla cultura e alle attività giovanili di Capannori. Ringrazio per questo Loredana, Anna, Serena, Elena, Cinzia, Gianni, Marco, Alida, e tutte le persone con cui ho avuto il privilegio di lavorare in quell’occasione.

L’idea si tradusse in una mostra che adottò come titolo un passo dei diari di Etty Hillesum, la giovane scrittrice olandese morta nel 1943 nel campo di Auschwitz. Con l’affermazione “Voglio essere un cuore pensante” la Hillesum interrogava tutti noi su un punto preciso: si può resistere alla discriminazione e alla violenza con uno spirito che non si lasci sopraffare dalla paura e dall’odio?

Quando si commemorano le figure del passato se ne piange la perdita, se ne esalta il coraggio, se ne addita il sacrificio. Si ricordano “in morte”, insomma, o comunque nel loro essere vittime. Ma alcune donne, invece, possono solo essere celebrate “in vita” e nel superamento della condizione stessa di vittime.

La Hillesum, dal cui diario è partita l’idea, non è stata solo Etty l’ebrea, Etty la perseguitata, Etty la martire del lager. Certo, è stata tutto questo. Ma è stata anche Etty che ha trovato una via d’uscita alla negazione di ogni dignità umana riaffermando la propria inalienabile natura umana. Etty, nella condizione di crescente restrizione in cui è stata costretta a vivere, con la sua intuizione di unire cuore e cervello, ha riscattato la prigionia, ha superato la paura, ha ricostruito la dignità negata di quegli uomini e quelle donne tormentati.

In nome della lezione della Hillesum questo progetto non è stato commemorativo ma propositivo. Propositivo di un modello che viene delineato dalle figure descritte, attraverso le loro storie e i brani del loro pensiero. Non perché siano compatite o omaggiate ma perché possano provocare, oggi e sempre, le nostre coscienze.

Questa non è una raccolta di immaginette oleografiche. Non sono donne da santificare laicamente. Sono donne normali dalle cui scelte è scaturita l’eccezionalità. Nessuna di loro era soltanto una vittima quando veniva colpita, umiliata, stuprata, esiliata, internata. In loro c’erano già i germi di una irresistibile volontà di non abbandonarsi alla propria condizione. Le loro storie sono vicine. Le loro storie sono le nostre storie.

È per noi stesse e per tutte loro, passate o recenti, per tutte le testimoni piccole e grandi della dignità umana, che possiamo sperimentarci come “cuori pensanti”.

Ilaria Sabbatini

Articoli in primo piano

L’ultrarazzismo e gli ultras del Feyenoord

Oggi basta prendere un giornale qualsiasi e si parla solo di quello. Il 19 febbraio alle 19.00 la Roma ha giocato contro il Feyenoord allo Stadio Olimpico. La partita è finita 1 a 1.

La sera prima, 18 febbraio, gli ultras olandesi sono stati protagonisti degli scontri partiti da Campo de’ Fiori e poi sviluppatisi nel centro di Roma. Il giorno 19 si sono ripetute le medesime scene in Piazza di Spagna, a Villa Borghese e in altre zone della città. Gli scontri hanno lasciato monumenti scheggiati, strade imbrattate, auto, motorini e cassonetti danneggiati.

I tifosi del Feyenoord − o ultras, o esaltati, dite come vi pare − hanno appiccicato in giro per la capitale degli adesivi che mimano l’ISIS. Adesivi come quello sotto, dove si vede la lupa capitolina decapitata.

Adesivo dei tifosi del Feyenoord - Da Twitter

Questi i fatti. Dopo i fatti però vengono i commenti e, com’è uso sempre più comune, i social network hanno ampio spazio nella condivisione delle opinioni su quanto è accaduto. Mi scuseranno i miei contatti di cui ho osservato la conversazione ma questa era l’occasione buona per mostrare con semplicità ed efficacia cosa è razzismo e cosa non lo è. Lo hanno mostrato loro, senza tanti giri di parole e senza alcuna retorica moralista.

Due miei conoscenti, che condivido pienamente, hanno scritto quanto segue. Occulto i nomi perché non voglio tirare in ballo nessuno almeno che non lo desideri espressamente.

Il primo dice: “E pensare che solitamente gli olandesi sono persone educatissime e cordiali. Evidentemente questi sono l’eccezione che conferma la regola”.

Il secondo risponde: Gli ultras in genere sono la parte peggiore di una società… Non bisogna generalizzare o strumentalizzare ma semplicemente chiedere che i colpevoli siano puniti e che paghino i danni”.

Il primo ribadisce: “Anch’io ho molti amici e colleghi olandesi, con e senza fb, che sono persone splendide ed eccezionali. Sono, come sempre, gli ultras che rovinano tutto”.

Che dire? Hanno perfettamente ragione. Senza complicazioni hanno indicato la linea da tenere: la maggioranza di un popolo, di qualsiasi popolo, non è uguale alla minoranza di alcuni esaltati delinquenti. I tutti non possono essere appiattiti sui pochi.

Racism_moisture.deviantart

Il loro ragionamento, applicato alla totalità delle etnie, rappresenta l’esempio di cosa sia il “non-razzismo“. La responsabilità di un gruppo resta responsabilità di un gruppo, senza diffondersi alla totalità dell’etnia o della religione di appartenenza di quel gruppo. Questo vale universalmente, per gli olandesi come per gli arabi, per gli italiani come per i tedeschi e via dicendo. Tale convinzione è il nocciolo duro del non-razzismo.

Chiunque abbia amici olandesi, arabi, italiani, tedeschi ma anche francesi, inglesi, svizzeri, spagnoli etc., potrebbe dire, a ragione, che solitamente gli olandesi, gli arabi, gli italiani, i tedeschi sono persone educate. Il fatto che all’interno di queste appartenenze vi siano poi gruppi di delinquenti non le trasforma ipso facto in etnie criminali. Per quanto possa sembrare banale, oggi più che mai è necessario ribadire il concetto e soprattutto la sua universalità senza eccezioni di sorta.

Leggendo in giro, ho trovato anche vari commenti di altro tenore. Ne ho scelto uno a titolo esemplificativo. Anche in questo caso occulto il nome, benché io lo faccia per ragioni opposte a quelle sopra.

“Siamo fregati ad avere il Vaticano, accogliamo cani e porci come fratelli e poi fanno di queste schifezze. Ieri i tifosi, domani, chi???” Ecco, questo è un autentico capolavoro di giramento triplo carpiato avvitato della frittata. Il danno è stato fatto da alcuni olandesi e nel giro di due righe questo signore riesce a scaricare su tutti gli stranieri, presumibilmente non europei,  e su tutta la chiesa cattolica la responsabilità di non si sa bene quale colpa.

Ecco, questo è razzismo, ossia l’idea preconcetta (e scientificamente errata) che la specie umana possa essere suddivisibile in razze caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali. Anzi, dirò di più: questo è ultra-razzismo.

tuttidiversiuguali

Articoli in primo piano
Andy and Lana Wachowski

“Vincere facile” contro Greta e Vanessa

Quando ho letto i primi commenti su Greta Ramelli e Vanessa Marzullo pornoattiviste filosiariane mi è venuto in mente il jingle del “gratta e vinci”, quello buffo che fa: “ponzi ponzi po po po”. Mi è venuta in mente non solo la musichetta ma anche l’headline della campagna: “ti piace vincere facile“? In effetti funziona benissimo. E in un senso ben preciso il “ponzi ponzi po po po” è il perfetto sottofondo della campagna di diffamazione che si è scatenata contro le ragazze appena tornate dal rapimento.

Le due volontarie fanno parte di una associazione che porta aiuti sanitari in Siria. Stando a Internazionale e Huffington Post, l’associazione fa capo a una ONG della ACLI (Associazione Cristiana Lavoratori Italiani). Questi i semplici fatti. Dunque la militanza non è, come vogliono insinuare i campioni del “gratta e vinci”, orientata in senso estremista e filoislamista, qualunque cosa vogliano dire con questa affermazione.

I suddetti fan del “gratta e vinci”, senza sapere niente dell’accaduto, senza documentarsi, senza avere idea di chi sono i ribelli siriani, non erano contenti delle cattive traduzioni di presunti cartelli filoestremisti siriani, non erano soddisfatti di cercare di demolire l’immagine di due giovani femmine – ah l’orrore – che si sono messe in gioco. I diffamatori – “ponzi ponzi po po po” – volevano vincere facile e dunque ecco servito l’eterno, immarcescibile luogo comune: le donne, se non sono come vogliono loro, sono tutte puttane. Femmine moralmente corrotte che – scandalo degli scandali – la danno al “nemico” senza nemmeno essere un po’ violentate. Sicuramente “hanno goduto”, viene rinfacciato alle ragazze: codesti bravi maschi italici – e femmine correlate – condannano l’infibulazione solo quando la praticano gli altri. Ma, secondo loro, provare piacere sessuale é comunque sconveniente per le donne: si tratta di una macchia, di un’offesa all’etica e alla morale. Le donne posso avere legittima soddisfazione sessuale solo se l’uomo la concede loro. Darla senza esservi costrette è un atto gravissimo, un peccato capitale, reso ancora più grave dal fatto che i destinatari della concessione non sono loro, solidi maschi italici, bensì il “nemico”, ammesso e non concesso che essi capiscano di cosa parlano.

E dunque evviva: “Ti piace vincere facile?”. Eccoti servito lo stereotipo delle donnacce che osano addirittura godere! Che poi sia tutto falso è un’altra faccenda, ma vorrei che capiste bene questo passaggio. Esistono persone – uomini e donne – che trovano offensiva l’idea della soddisfazione sessuale delle donne. L’infibulazione non è solo un’atroce mutilazione fisica, essa ha uno scopo preciso: serve a preservare l’illibatezza e ha come conseguenza di impedire alle donne di provare piacere durante il rapporto sessuale. In buona sostanza è una forma di controllo del desiderio sessuale femminile. Quella che costoro stanno praticando con la loro diffamazione a sfondo sessuale è, a tutti gli effetti, una forma di infibulazione simbolica.

Non tratterò di questioni politiche, perché a questo livello non vale la pena perderci tempo, non parlerò più di Greta e Vanessa, il cui percorso merita, in qualsiasi caso, una considerazione maggiore. Parlerò dei suddetti campioni del “gratta e vinci”. Se mi leggessero, vorrei dir loro che è veramente penoso il gioco a cui cui hanno abboccato. Non è che mi fanno arrabbiare, mi fanno pena, come può far pena un lombrico infilzato a un amo.  Imola Oggi, Catena Umana e altri gruppi analoghi si sono già distinti per i contenuti omofobi e razzisti. In quegli ambienti si mischia l’islamofobia con l’antisemitismo e c’è l’uso di fabbricare falsi un tanto al chilo: dalle notizie alle fotografie con le didascalie manipolate. Quel pubblico lo considero perso. Vorrei parlare invece alle persone normali che in fondo sono ancora la maggioranza. Quando vedete notizie che vi paiono esagerate non fermatevi lì, non abboccate al primo colpo. Cercate altri riscontri su google e fate la stessa cosa con la fonte. Prendete il nome del gruppo o della testata e cercate di capire chi sono, cos’altro hanno fatto, a chi fanno riferimento. Poi ragionate, ragionate con la vostra testa. Frenate l’emotività e accelerate la razionalità.

Mi rivolgo soprattutto alle amiche. La faccenda della falsa notizia di Greta e Vanessa che l’avrebbero data agli islamisti ci riguarda tutte. Non è più questione degli islamisti e nemmeno delle volontarie italiane: è questione del rapporto tra le donne e gli uomini, è questione di alcuni uomini italiani e di come considerano le donne. La cosa sicura è che ciò che è stato detto, “sesso con i guerriglieri”, è falso. Il Giornale, a cui si è ispirata la bufala, stavolta riferisce semplicemente “Non siamo state violentate”. Catena Umana ha inventato tutto di sana pianta manipolando la notizia e facendola diventare “sesso con i guerriglieri, ma non siamo state violentate”. Gasparri ha abboccato, salvo poi giustificarsi malamente e infine cancellare il tweet. Qualunque opinione si abbia sul personaggio il suo comportamento non deponde a suo favore. Primo perché ha riportato una notizia palesemente falsa senza verificare; secondo perché la toppa è stata peggiore del buco; terzo perché cancellare da twitter una notizia ormai pubblica è un’ammissione di colpa e non fa sparire la gaffe ma la aumenta. Trattandosi di un personaggio pubblico è ovvio che sarà stata sicuramente fissata in uno screenshot, come di fatto è avvenuto.

Credo che il senso di questa vicenda stia nel commento di un iscritto a Catena Umana. Dal suo profilo pubblico emerge che è sposato dal 1992, è sui cinquant’anni, ha una calvizie pronunciata e il fisico appesantito. Come avatar usa la foto di un gita in campagna. Il commentatore scrive: “Quindi vi siete divertite!!!!!!” E poco dopo: “Comunque potevano divertirsi anche in Italia“. Lui stesso nello scambio di post successivo si definisce “morto di figa” (omologo di “morto di fame” n.d.r.). Non si capisce con chi stia parlando finché lui stesso afferma che i commenti contrari vengono rimossi dagli amministratori del gruppo.

Ecco qua: il gioco è fatto. Numero uno: inventare una notizia falsa a partire da una notizia vera in modo che sembri più plausibile. Numero due: diffamare persone che non hanno modo di rispondere. Nessuno dei commentatori, nessuno degli amministratori, si rivolge direttamente alle interessate: parla sempre a terzi. In tal modo le interessate, o chi per loro, non possono mai rispondere. Numero tre: cancellare i commenti che non sono graditi, cancellare i propri commenti quando sfociano apertamente in gaffes. Numero quattro: ribadire che la vagina di tutte le femmine è di pertinenza maschile, alle femmine non è lecito darla a chi preferiscono. Se siete italiane dovete darla agli italiani. Questo è il concetto di fondo, questo è il motivo per cui il caso mediatico di Greta e Vanessa mi tocca personalmente. Numero cinque: usare come logo la V di vendetta e la maschera di Guy Fawkes facendosi passare per libertari. In realtà sessisti sono e sessisti rimangono: “morti di figa”, come ha scritto l’acuto commentatore. “Morti di figa” e dunque sfigati, nel senso strettamente etimologico e nel senso più ampio del termine. Pieni di pregiudizi come sono, chissà se sapranno che uno dei fratelli Wachowski, registi di V per Vendetta, ha cambiato il proprio nome da Larry a Lana. Larry è morto ed è nata Lana: una sorridente signora dai capelli fucsia. A me fa tanta simpatia Lana Wachowski, non ho niente da ridire sulle sua scelte di genere e sulla sua sessualità. Chissà se a quelli di Catena Umana, che indissero la “caccia ai gay”, fa la stessa simpatia e se hanno realizzato che il regista del loro film culto è diventato una regista. Femmina.

 images

Leggi anche: Anime belle e turismo di guerra

Le fonti di #CatenaUmana:

Grillo smaschera la Germania_ “Lo spread tedesco è sempre ZERO!” – Lercio

Grillo smaschera la Germania_ “Lo spread tedesco è sempre ZERO!” – Catena Umana

 

Articoli in primo piano

Conferenza stampa Ahmed Merabet

Questa è la traduzione italiana della conferenza stampa tenuta dai familiari di Ahmed Merabet: il fratello Malek Merabet, la compagna di Ahmed, Morgane, la sorella Myriam Merabet. Persone normali, persone ferite, di grande dignità. Siccome non ho trovato delle traduzioni italiane ma ritengo importante quello che viene detto e come viene detto, ho fatto io la traduzione, Perdonatemi per eventuali errori.

Ilaria Sabbaini

Malek Merabet:

Buongiorno a tutti.

Francese di origine algerina e di confessione musulmana. Molto orgoglioso di chiamarsi Ahmed Merabet, di rappresentare la polizia francese e di difendere i valori della Repubblica: libertà, uguaglianza, fraternità. Con grande determinazione ha ottenuto il suo diploma di Ufficiale della Polizia Giudiziaria e doveva presto abbandonare il campo. I suoi colleghi lo descrivono come un uomo d’azione appassionato del suo lavoro. Ahmed, uomo di responsabilità, aveva la volontà di protegge sua madre e i suoi fin dalla scomparsa di suo padre, 20 anni fa. Pilastro della famiglia, le sue responsabilità non gli impedivano di essere un figlio premuroso, un fratello divertente, uno zio affettuoso, un compagno innamorato. Devastati da questo atto barbaro noi ci associamo al dolore di tutte le famiglie delle vittime.

Io mi rivolgo adesso a tutti i razzisti, islamofobi e antisemiti, perché non bisogna mescolare gli estremisti e i musulmani. I folli non hanno né colore né religione. Ci tengo a sottolineare ancora una cosa: fermatevi dal fare di tutta l’erba un fascio, dal dichiarare le guerre, dal bruciare le moschee o le sinagoghe o dall’attaccare le persone. Questo non ci riporterà indietro i nostri morti e non consolerà le nostre famiglie.

Grazie.

malek-merabet-deuxieme-a-gauche-le-frere-d-ahmed-merabet-sa-compagne-morgane-au-centre-et-sa-soeur-myriam-donnent-une-conference-de-presse-a-livry-gargan-le-7-janvier-2014_5184969

Articoli in primo piano

Human beings

 

 

 

Articoli in primo piano

Femen or not. Il problema del neocolonialismo.

We-all-can-do-it1

Una della ragazze di Muslimah pride tiene in mano un cartello in cui spiega come vede la relazione tra il femminismo occidentale e quello musulmano: donne bianche non musulmane che vogliono salvare le donne musulmane dagli uomini musulmani. Non ne abbiamo bisogno, dice il cartello. Muslimah pride fa parte dell’arcipelago del cosiddetto “femminismo musulmano”, fenomeno tra i più interessanti del momento, da tenere certamente sott’occhio. Per saperne qualcosa basta seguire sul web l’ashtag #muslimahpride, visitare il sito islamandfeminism.org oppure quello dell’associazione inglese maslaha.org. Ma ce ne sono altri: dopo i primi tentativi con le chiavi di ricerca giuste si ha solo l’imbarazzo della scelta. La consapevolezza dell’esistenza di un femminismo musulmano, a questo punto, è una questione di volontà, di esercizio della conoscenza o di scelta dell’ignoranza. Ovviamente il femminismo musulmano è diverso dal femminismo occidentale poiché si intreccia con le questioni inerenti la cultura musulmana, il neocolonialismo, i rapporti con l’Occidente e con ciò che alcuni autori chiamano “colonizzazione dell’immaginario”.

Latouche, in una conferenza tenuta nel febbraio 2007 in Benin, apriva il suo discorso sulla decolonizzazione dell’immaginario citando un adagio popolare che illustrava il concetto con una metafora: quando l’unico strumento a disposizione è un martello si vedono tutti i problemi sotto forma di chiodi. Il discorso di Latouche, seppur orientato all’economia, spiegava come gli uomini siano abituati a pensare all’interno di un preciso immaginario di cui spesso non sono neppure consapevoli. Un immaginario con confini e regole precise, al di fuori del quale vi sono molti altri immaginari possibili di cui non si sospetta nemmeno l’esistenza. Gli strumenti che siamo abituati ad applicare, in sostanza, alterano la percezione delle sfide che dobbiamo affrontare e di conseguenza stravolgono la ricerca di soluzioni appropriate.

Nell’articolo La colonizzazione dell’immaginario, Pier Luca Marzo ha definito il fenomeno in questi termini: «Il processo di colonizzazione moderno si è spiritualizzato, emancipandosi dal suo corpus geo-culturale d’origine (…). Abbiamo un colonialismo politico che idealmente si esprime attraverso l’idea dell’esportazione dello standard democratico (…). Abbiamo un colonialismo dei buoni sentimenti dei diritti umani, che pretendono di elevare il percorso immaginario della nostra tradizione giuridica, definendo cosa sia diritto e cosa sia umano, costruendo così l’idea di un uomo planetario quando in realtà l’uomo è sempre accasato in un domicilio etnicamente determinato».

L’operazione delle Femen sembra rientrare nei termini di questa analisi poiché assomiglia molto a un colonialismo dei diritti umani che pretende di universalizzare il percorso immaginario della nostra tradizione giuridica. Ecco perché il discorso delle Femen solleva negli osservatori molti dubbi e domande irrisolte. Esso interpreta gli ultimi sussulti di un modello un tempo glorioso che però, nelle loro mani, viene ridotto a pura estetica del gesto senza più corrispondenza con un contenuto politico efficace. Qualcuno sa cosa esattamente rivendicano le Femen? Qual è il loro obiettivo? Il percorso politico che seguono?

Qualsiasi forma di femminismo contemporaneo non potrebbe mai accontentare tutti, ovviamente. Ma dovrebbe comunque cercare una mediazione partendo dal fatto che sono possibili varie sfumature a seconda della provenienza e della cultura delle donne. Nessun femminismo dovrebbe imporsi quale modello unico per tutti i contesti e gli ambiti culturali poiché in tal modo non farebbe altro che sostituire dominazione a dominazione. Esistono, infatti, movimenti femministi anche all’interno del mondo cattolico, del mondo ebraico, del mondo musulmano e sono ragionevolmente convinta che il fenomeno sia trasversale alle diverse culture.

In sostanza il femminismo si è esteso dal contesto secolare al contesto religioso e questa, dal mio punto di vista rigorosamente laico, deve essere colta come un’occasione di arricchimento, un’opportunità di confronto per avviare un discorso nuovo sulle donne e i loro diritti nei rispettivi contesti di appartenenza. Siamo al punto in cui non è più necessario professare un anticlericalismo militante per definirsi femministe. Il femminismo, seppur trasformandosi in conformità dei tempi che stiamo vivendo, è penetrato negli ambienti più disparati e viene portato avanti dalla riflessione di donne che appartengono a sistemi di pensiero radicalmente diversi tra di loro, laici e non.

Del resto non esiste più un mondo univoco e immutabile ma al contrario viviamo continue fasi di trasformazione e riconfigurazione socio-culturale. Nella contemporaneità le relazioni sociali sono caratterizzate da strutture che si decompongono e ricompongono rapidamente in modo incerto e fluido. E le trasformazioni in corso coinvolgono tutti poiché riguardano sia il mondo occidentale che quello vicinorientale. La questione della liquidificazione della società si incardina, inoltre, nel tema dell’identità che risulta tanto più complesso quanto più aumenta il processo di globalizzazione.

Già negli anni ’70, Claude Lévi-Strauss formulava l’idea che chi troppo comunica con sé stesso, con la propria identità, rifiutando di stabilire il dialogo con l’altro, finisce per “ammalarsi di sé”. Il problema della comunicazione della Femen e delle analoghe forme di pensiero, per così dire, autocentriche si riassume appunto nel tipo di rapporti che riescono a stabilire al di fuori di sé. La comunicazione richiede la presenza di un io e di un tu: un tu vero, non sdoppiato dall’io che si ostina a parlare solamente con sé stesso. L’altro, il tu, deve dunque essere accettato come interlocutore alla pari dall’io perché solo così esiste la comunicazione.

Danilo Dolci, a partire dagli anni ’80, sottolineava la sostanziale differenza tra comunicazione e trasmissione. Il trasmettere è un’operazione unidirezionale e potenzialmente violenta mentre la comunicazione implica sempre reciprocità, anche quando si fa tanto vivace da sfociare nello scontro. Se è sempre più facile a uno, trasmettere verso miriadi di singoli, per comunicare non basta l’iniziativa del singolo: occorre l’attivo corrispondere di un altro.

Come molti approcci autocentrici mi sembra che anche quello delle Femen sia una sorta di falso dialogo. Qualcosa che vuole assomigliare al confronto ma non riesce ad esserlo poiché non concepisce un vero tu al di fuori del proprio io. Al massimo riesce a stabilire uno sdoppiamento del proprio io, un tu inesistente mentre l’io continua a confrontarsi solo con sé stesso. Per di più questo  accade all’interno di un sistema di comunicazione che rispecchia le dinamiche del colonialismo dei buoni sentimenti poiché applica agli altri la propria concezione dell’uomo e della donna calandola, ipso facto, dalla propria all’altrui antropologia.

Sia che si parli di apparati culturali, di credenze spirituali o di strutture sociali le cose non cambiano. Abbiamo prima di tutto bisogno di conoscere e di conoscerci, ossia di studiare le culture altrui e di confrontarci con il pensiero di chi vi appartiene. Solo dopo possiamo ascoltare il loro punto di vista anche (e soprattutto) in una prospettiva femminista. I nostri bisogni di donne sono definiti da una serie di rivendicazioni che dipendono dalla nostra cultura di appartenenza. I bisogni vanno dall’ambito lavorativo alle scelte etiche personali ma non è detto che per tutte le donne valgano le stesse cose. Si arriva a una sintesi solo dopo un processo di mediazione e di crescita che permette di focalizzare alcuni obiettivi condivisi. Tale processo è parte fondante del percorso di consapevolezza. Senza di esso non è data alcuna coscienza di sé, dei propri bisogni e delle proprie rivendicazioni. Dunque dobbiamo porci a fianco degli altri femminismi, non al sopra.

Assumere una prospettiva simile implica però un rischio che non tutti vogliono o sono in grado di affrontare. Il rischio di concedere la totale libertà di autodeterminazione a quelle donne della cui emancipazione vorremmo farci protagoniste a distanza. Il rischio, insomma, che i bisogni e le rivendicazioni espressi dalle altre donne vadano in una direzione diversa dalla nostra. Che ci piaccia o no, non saremo noi a liberare le altre, qualsiasi appartenenza culturale esse abbiano. Ma potremmo stare al loro fianco nel processo di autoliberazione che metteranno in atto. Potremmo confrontarci, capire quali differenze ci caratterizzano e quali sono i rispettivi bisogni, rinunciando a decidere al posto loro. Si tratta insomma di passare dal ruolo di maestre/i di femminismo a quello di compagne di strada. O ancora di passare da un rapporto verticale a un rapporto orizzontale, da un approccio neocoloniale a un approccio che superi finalmente le logiche proprie della colonizzazione dell’immaginario. Chi lo sa, magari scopriamo perfino il modo di rivitalizzare il dibattito.

Ilaria Sabbatini

Ps. Ho volutamente evitato di affrontare la discussione sulla vicinanza o meno delle Femen al Partito della Grande Ucraina affrontato da Olivier Pecther: quello che mi interessa in questa sede è il rapporto tra i diversi femminismi. 

P.p.s. Qualcuno mi ha fatto notare che esistono problemi molto più gravi del velo come le impiccagioni delle donne in Iran. Bene, io rispondo che intanto la questione è trasversale poiché le impiccagioni riguardano sia le donne che gli uomini. Semmai il problema è quello del rispetto dei diritti umani che risultano particolarmente offesi in alcune zone del mondo. Sottolineo che questo tipo di generalizzazioni non rispecchiano un approccio razionale. Paesi e regioni diversi non possono essere trattati alla stregua di un unico blocco. Quello che accade in Iran è gravissimo, ma è diverso da quello che accade in Tunisia. Infine va sempre reso noto che nei diversi paesi esistono già e sono già operative varie associazioni per l’affermazione dei diritti umani. Associazioni come Hrana che si occupa di denunciare le violazione di diritti umani e di lottare per la loro difesa, con sede proprio in Iran https://hra-news.org/en/about-us. Penso che sia molto importante prendere atto che esistono queste realtà e relazionarsi con esse. La ricerca di un interlocutore alla pari è quello che fa la differenza tra un atteggiamento di superiorità e uno rispettoso della dignità altrui. Il nostro ruolo più importante è far conoscere e amplificare le attività esistenti, senza pensare di essere necessariamente noi i soli a poter “salvare” qualcuno che si sta di salvando da solo. Per il resto proseguite voi: google, “human right”, “arab associations” etc.

Bibliografia minima

Z. Bauman, Liquid modernity, Cambridge, Polity, 2000 (trad. it. di Sergio Minucci, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002).

A. Benchemsi, Le “musulman modéré”, une version actualisée du ‘bon nègre”, Le Monde, 16 gennaio 2015 (url: http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/01/16/le-musulman-modere-une-version-actualisee-du-bon-negre_4557616_3212.html consultato il 28 aprile 2015)

E. Biagi, Terza B: facciamo l’appello, messo in onda il 3 Novembre 1975, il giorno dopo la morte di Pasolini, registrato nel 1971.

S. Cingia, Femen vs Muslimah Pride: due femminismi a confronto, in Cronache internazionali, 18 aprile 2013 (url: www.cronacheinternazionali.com consultato il 16 novembre 2014)

F. Colonna, Femminismo musulmano e Gender Jihad per l’emancipazione di tutte le donne, in Donneuropa, 8 luglio 2014 (url: www.donneuropa.it consultato il 16 novembre 2014)

D. Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Casale Monferrato, Sonda editore, 20113 (prima edizione 1988)

Eco della storia – Baumann e la modernità liquida, puntata di Rai storia (url: http://www.raistoria.rai.it/articoli/eco-della-storia-bauman-e-la-modernit%C3%A0-liquida/24893/default.aspx consultato il 28 aprile 2015)

F. Marsi, Musulmane velate e femministe? “Si può. E senza rincorrere le occidentali”, in Il Fatto quotidiano, 1 aprile 2014 (url: www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/01/musulmane-velate-e-femministe-si-puo-essere-entrambe-e-senza-rincorrere-le-occidentali/933487/ consultato il 16 novembre 2014)

S. Latouche, La decolonizzazione dell’immaginario, conferenza tenuta durante il seminario Africa: Ricchezza – Povertà, Crescita –Decrescita, Tohoué – Benin, febbraio 2007 (url: www.youtube.com/watch?v=YurQCy4z8bM consultato il 16 novembre 2014)

L. Strauss, L’identità. Seminario diretto da Claude Lévi-Strauss, Palermo, Sellerio, 1986 (tit. or. L’identité. Séminaire interdisciplinaire dirigé par Claude Lévi-Strauss, 1974-1975, Parigi, 1977).

L. Marzo, La colonizzazione dell’immaginario, in Quaderni di Intercultura, Anno III (2011).

A. Fiscarelli, Danilo Dolci. Il conflitto comunicare/trasmettere, traduzione del testo francese Danilo Dolci. Le conflit entre transmettre et communiquer et sa résolution maïeutique dello stesso autore, presentato alla Biennale internationale de l’éducation, de la formation et des pratiques professionnelles, Parigi, 2012 (url: casarrubea.files.wordpress.com/2012/12/danilo-dolci_-il-conflitto-comunicare-_trasmettere.pdf consultato il 16 novembre 2014)

M. Iannucci, Genere e Islam, percorsi di liberazione, in Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad, a cura di A. Assirelli, M. Iannucci, M. Mannucci, M. P. Patuelli, Fernandel editore, Ravenna, 2014.

La rédaction,“Muslimah Pride” : féminisme islamique et dénonciation des impostures à travers les réseaux sociaux, in Cahiers de l’Islam, 5 aprile 2013 (url: www.lescahiersdelislam.fr/Muslimah-Pride-feminisme-islamique-et-denonciation-des-impostures-a-travers-les-reseaux-sociaux_a278.html consultato il 16 novembre 2014)

M. Zola, Le Femen, storia di una presa per il culo, in East Journal. Società, politica e cultura dell’est Europa, 10 febbraio 2014 (url: http://www.eastjournal.net/ucraina-le-femen-storia-di-una-presa-per-il-culo/38621 consultato il 25 novembre 2014)

Articoli in primo piano

30 novembre 1786

Electrictic chair - Warhol

Electrictic chair – Warhol

Il 30 novembre 1786 per la prima volta uno Stato sancì l’abozione della pena di morte. Quel giorno il Granducato di Toscana,  emanò la riforma leopoldina. Si trattava della Legge di Riforma Criminale,  LIX (59) del 1786: una dichiarazione con cui Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena, Granduca di Toscana, dichiarava cessata la pena di morte e la tortura.


Il primo Stato al mondo ad abolire la pena capitale è stato il Granducato di Toscana, nel 1786, seguito dalla Repubblica di San Marino, nel 1865.

Nel Regno d’Italia la massima pena è stata cancellata nel 1889; è stata poi reintrodotta dal fascismo nel 1926 e nuovamente eliminata, come si è detto, dalla Costituzione repubblicana.

L’ultima condanna a morte mediante fucilazione è stata eseguita nel 1945. I tre condannati avevano ucciso per rapina dieci persone gettandole ancora vive in una cisterna, nella campagna piemontese.

Nello Stato della Città del Vaticano la pena di morte è stata rimossa nel 1969 su iniziativa di papa Paolo VI.

La pena di morte per i reati commessi in tempo di pace è stata eliminata, nel nostro Paese, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il 1° gennaio 1948. Successivamente, con la legge costituzionale n. 2 del 2007 è stata eliminata anche dal codice militare di guerra.

Il 18 dicembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una mozione presentata dal Governo italiano su impulso dell’associazione radicale “Nessuno tocchi Caino” con la quale è stata decretata la moratoria, cioè la sospensione a tempo indeterminato, della esecuzione delle sentenze capitali. Hanno assunto questo impegno 104 Stati; hanno votato contro 54 e si sono astenuti 29.


Trascrizione del Proemio e dell’articolo LI (Abolizione della pena di morte) della Legge di riforma criminale del 30 novembre 1786, n. LIX.

PIETRO LEOPOLDO
PER GRAZIA DI DIO
PRINCIPE REALE D’UNGHERIA E DI BOEMIA
ARCIDUCA D’AUSTRIA
GRANDUCA DI TOSCANA &c. &c. &c.

Fino dal Nostro avvenimento al Trono di Toscana riguardammo come uno dei Nostri principali doveri l’esame, e riforma della Legislazione Criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’Anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adattata al dolce, e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con Istruzioni, ed Ordini ai Nostri Tribunali, e con particolari Editti, con i quali vennero abolite le pene di Morte, la Tortura, e le pene immoderate, e non proporzionate alle trasgressioni, ed alle contravvenzioni alle Leggi Fiscali, finché non ci fossimo posti in grado mediante un serio, e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta Legislazione.

Con la più grande soddisfazione del Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l’uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei respettivi casi, ci Siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso.

(…omissis…)

LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio, che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti, ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo; che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la Pena di Morte, con la Pena dei Lavori Pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore, che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi Delitti, e non la possibile speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile, e corretto; avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate, ed abolite.

(…omissis…)

Tale è la Nostra volontà, alla quale Comandiamo che sia data piena Esecuzione in tutto il nostro Gran-Ducato, non ostante qualunque Legge, Statuto, Ordine, o Consuetudine in contrario. Dato in Pisa li 30. Novembre 1786.

PIETRO LEOPOLDO.
V. ALBERTI.
CARLO BONSI.
In Firenze l’Anno 1786. Per Gaetano Cambiagi Stampator Granducale.


Articoli in primo piano

E ora la pubblicità

Collezione organizzata per categorie delle pubblicità a sfondo sessista.

Violenza

 


Carne

 


Genitali


Pratiche sessuali


Rapporti di potere


Voyerismo


Allusioni verbali

 


Giochi di parole