Articoli in primo piano

Il peso è mio, me lo gestico io

Ogni giorno c’è un appuntamento fisso col body shaming. Prevalentemente per le donne che, malgrado tutto, sono sempre in qualche modo inadeguate. Quando si parla di peso la vergogna sociale si allarga e un po’ se la beccano anche gli uomini ma le donne sono senza dubbio obiettivi privilegiati di insulto per l’imposizione di dover piacere sempre a qualcuno. I pregiudizi vanno in decomposizione ma sono davvero duri a morire. Oggi mi è capitata sott’occhio la foto di Ashley Graham che fa sport in bikini sulla spiaggia e questi che allego sono i commenti. Nella media sembrano diventati più buoni ma forse era solo che stavo guardando nel posto sbagliato.

Questo non è mostrare con orgoglio le curve ma problemi di salute nella specie sovrappeso quindi smettiamola con sti finti buonismi come non va bene l’eccessiva magrezza.

Quante storieee… secondo me, Ashley è obesa e ha un bel problema di autovalutazione… oppure fa finta vedendo vantaggi economici..

A me tutto questo esibizionismo del corpo ha stufato. E manifestazioni di questo genere dubito possano curare i complessi di inferiorità di chi non ha un corpo perfetto. Io non trovo sia così sbagliato riscoprire il valore del pudore che non significa andare in giro col burqa ma nemmeno esporsi come delle bistecche di manzo dal macellaio.

Di questi tempi oppure sei vegano, salutista, palestrato ecc oppure ti vanti di essere balena e sfoggi la tua cellulite e cosce sproporzionate sui social col pretexto del body positivism.

Avete rotto con questa che di bello non ha nulla, non e’ curvy un cavolo e’ obesa.

Le curvy sono altre …sta qui è Obesy

Finalmente nel suo habitat naturale  [figurina della balena]

Alcuni dei commentatori si credono perfino spiritosi. Ashley Graham è questa ragazza qui ma è molto più facile che l’abbiate vista in costume.

Come Ashley Graham, Tess Holliday, Mia Tyler e altre modelle sono oggetto di attacchi molto violenti per il loro peso e il loro aspetto. Lo sono perché sono esposte e fanno notizia. Ma come loro vengono attaccate anche molte donne che compiono un atto di lesa maestà non conformandosi al modello dominante. In questo post parlerò del bullismo verso di loro e tutto ciò che dirò vale per le donne in sovrappeso come per quelle in sottopeso, troppo magre, con poche tette, il sedere troppo piatto o le cosce secche. Anche per quelle come Elisabeth Lizzie Velasquez, nata con una sindrome che non le fa accumulare peso e per questo bollata come la donna “più brutta del mondo”.

Hate speech: non c’è altra definizione per questi commenti. Parole e discorsi che hanno l’unico  scopo di esprimere intolleranza verso una persona o un gruppo. Visto che spesso la scusa utilizzata per attaccare le persone in sovrappeso è quella della salute eccomi qui: sto perdendo peso, faccio una vita sana, ho una dieta impeccabile. Ho perso 10 chili e ne perderò altri.

Non dimagrisco perché un/a deficiente qualsiasi mi ha detto che non vado bene. Non dimagrisco nemmeno per piacere al mio compagno. Non dimagrisco per essere accettata. Dimagrisco perché ho deciso io di farlo e le uniche persone a cui permetto di definirmi in base al mio peso sono i miei medici.

Ne ho tre: una endocrinologa, una psicologa e una alimentarista. L’esperienza più interessante di questo percorso è stata quella con la psicologa che ha dovuto verificare se non avevo binge, bulimia o iperfagia. Se non conoscete queste parole cercatele: vi si aprirà un mondo.

Dandyna, una ragazza italiana che usava il blog per parlare di questi disturbi, nel 2006 decise di raccontare la sua storia. Leggendola si capisce una cosa tanto semplice quanto ignorata: l’ecces siva magrezza e l’eccessivo peso sono una questione di gradi. “Ho avuto l’anoressia a 14/15 anni, l’iperfagia a 16/17/18, e la bulimia dai 19 a ora”. Dandyna prima è dimagrita oltremisura e poi è raddoppiata di peso.

Io non sono bulimica e non mi capitano binge: mi piace mangiare e non me vergogno. Anche con l’alimentazione attuale continuo a provare il piacere del cibo e mi privo di ben poco. Non rinuncio agli aperitivi, alle pizze e alle grigliate. Strano vero? Non mi sento in colpa, non mi vergogno e addirittura mi piaccio. Mi piaccio non per i 10 chili persi né per quelli che perderò.

Mi piaccio perché mi piacciono il mio volto e il mio corpo. Mi piaccio per come mi vesto e per i profumi che scelgo. Mi piaccio perché gli amici mi hanno sempre accettata. Mi piaccio perché il peso non è mai stato un problema né un impedimento a intessere rapporti affettivi e ad avere una soddisfacente vita sessuale. Ovviamente, ho dovuto imparare a piacermi e i luoghi comuni in cui siamo costantemente immersi non mi hanno aiutata.

Quello che tanti ignorano è che con 10 chili in meno non ci si sente più belle o più accettate. Tempo fa, nonostante io non sia mai stata particolarmente magra, ero come voi che non riuscite a guardare con serenità alle persone obese. Ma ho sempre avuto chiaro, a differenza di voi, che il problema era dentro di me non dentro di loro.

Finalmente sono entrata in cura: l’ho fatto in modo serio, presso un reparto ospedaliero. Mi vergognavo come una ladra a trovarmi in mezzo a quelle persone. Non volevo essere come loro anche se lo ero. Poi ho cominciato a notare qualcosa di strano. C’erano sì persone in sovrappeso e anche molto, ma c’erano pure persone magre e anche molto. C’erano gli adulti e c’erano i bambini: figli obesi di genitori magri e viceversa.

Mi veniva istintivo confrontarmi. Chi è stato in sovrappeso almeno una volta lo sa: guardi gli altri come termine di paragone per cercare la tua sicurezza. “Sì vabé − pensi − ma forse sono più magra di lei”. Dopo la mia prima visita, uscendo dall’ascensore, ho visto una bellissima ragazza. Non esagero, era davvero molto bella e molto in sovrappeso. Ci siamo salutate con lo sguardo, come al solito ho fatto la valutazione di come appaio e sì, ero meno di lei. Mentre stavo per uscire dal reparto l’ho sentita dire a chi la accompagnava: “Ho perso 40 chili. Fino qui ci sono arrivata”.

Questa frase sentita per caso, insieme al mio solito pensiero comparativo, è stata un pugno nello stomaco. Quanta accidenti di determinazione ci vuole per perdere 40 chili? Questa giovane donna lo aveva fatto e io la stavo soppesando stupidamente per il suo aspetto. Non mi sono sentita cattiva: mi sono sentita scialba, banale, ordinaria. Perché guardavo lei e me stessa non con i miei occhi ma con gli occhi del luogo comune. Quanto pesi? Quanto appari grassa? Quanto riesci a sembrare normale?

Io non voglio la compassione di nessuno: sono ingrassata perché ho mangiato. Ma sono ingrassata più del normale perché il mio corpo ha un metabolismo incasinato. Quindi non mi vergognerò perché qualche deficiente non capisce una cosa così ovvia.

Adoro il cibo, come adoro il sesso, il cinema, le buone letture, gli aperitivi e la compagnia. Perché sì: il cibo significa socialità ed è un aspetto che pochi considerano. Per stare insieme ci andiamo a fare l’aperitivo, andiamo a mangiare una pizza, invitiamo gli amici a cena e ci facciamo invitare. Il cibo è esso stesso socialità. Chi infama le persone obese nella migliore delle ipotesi non ha capito niente della vita sociale, nella peggiore basa la sua autostima su una cosa pericolosamente fragile come il sentirsi migliore degli altri.

Sapete come ho cominciato la mia prima dieta? Non avevo ancora vent’anni, facevo gli allenamenti di nuoto, pesavo 56 chili. Commisi l’ingenuità di ascoltare un ragazzo che mi piaceva, uno più grande di me. Mi disse ridendo che ero grassa: forse non lo pensava nemmeno, era solo uno scherzo idiota. Decisi di andare da un alimentarista. Persi sei chili e quando mi disse che non dovevo dimagrire ancora, mollai l’alimentarista e continuai a perdere peso. A distanza di anni mi sono ricordata di quel tizio che pretendeva di giudicarmi: aveva un grave problema fisico e temeva sempre di essere schernito.

Ci si può amare benissimo con tutti i chili in più e si può essere belle: non intendo semplicemente sentirsi belle ma proprio esserlo. Posso dire con certezza che non sono i chili in meno a farci sentire migliori. Ci si sente meno gonfie, ci si vede il viso più sottile, ci si sentono gli abiti ampi. E basta. Sto dimagrendo perché devo curare una disfunzione metabolica, la stessa che finora mi ha impedito di perdere peso nonostante stessi in regola.

Sono più bella? Non credo. Sono solo più magra e sto riprendendo in mano la mia vita. Per farlo non rinuncerò a un solo aperitivo con gli amici, né a un’uscita a cena, né a sfoggiare un rossetto nuovo, né a un solo abito che mi piace. Di questo potete starne certi.

 

Annunci
Articoli in primo piano

Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento casuale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

Articoli in primo piano

Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.

Articoli in primo piano

Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

In questi giorni si legge spesso che “la scelta è tra la dignità e la carriera”, e ovviamente si elogia chi sceglie la dignità. Per la precisione si elogiano le donne che scelgono la dignità, lasciando sottaciuto che questo implica una perdita lavorativa.

Il discorso poi non è così semplice. Viviamo in una società che ci ha abituati a pensare il lavoro come dimostrazione del nostro valore. Se uno non lavora non è solo un problema economico ma anche un fallimento sociale. Non è solo questione di come sopravvivere ma di scomparire di fronte alla società. In altre parole se su un piatto della bilancia c’è la propria dignità, sull’altro piatto non c’è semplicemente la carriera ma la stessa esistenza sociale. Non a caso si cita il lavoro meno prestigioso come soluzione ai ricatti sessuali, invece dell’abolizione dei ricatti.

Dunque, se vogliamo fare un discorso serio sulle molestie sul lavoro, dobbiamo anzitutto uscire dalla logica scandalistica e dalla caccia alle streghe. In secondo luogo dobbiamo prendere coscienza di cosa significa il lavoro nel suo complesso, non semplicemente come fatto economico ma come elemento di partecipazione sociale. È di questo che stiamo parlando non di “povere ma oneste”. 

Metto il link della discussione sotto il post perché è davvero interessante

 

Articoli in primo piano

Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

Ilaria Sabbatini

 

Questo post si sviluppa nel successivo: Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

 

 

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Miriana Trevisan: C_era anche un nome per noi, «Figa bianca»

Asia Argento a Cartabianca

Una psicoterapeuta esperta di abusi ci spiega perché dovremmo credere ad Asia Argento

Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache

 

Articoli in primo piano

Pesci grossi e pesci piccoli. Abusi nell’era del gossip.

Puntuali come sempre sono arrivate le difese d’ufficio del produttore Harvey Weinstein e lo scarico delle colpe su quelle che lo accusano di abusi ma hanno fatto carriera lo stesso e parlano solo ora che sono al sicuro.

Intanto sappiate che l’informazione “solo ora” non corrisponde al vero: c’era stata un’inchiesta giornalistica nel 2004 che però era finita nel nulla. Poi davvero trovate strano che una parli quando si sente al sicuro, piuttosto che quando è più vulnerabile? Davvero vi sorprende che denunciando in diverse si sentano più protette?

Sì anch’io mi faccio delle domande, non ho certezze a priori. Cerco di capire le modalità in cui si è sviluppata questa vicenda e sono arrivata all’ovvia conclusione che certe dinamiche non risparmino nessuno a nessun livello. Che poi ci sia un regolamento di conti in corso è probabilmente vero, ma da qui ad accusare chi esce allo scoperto raccontando l’abuso subito ce ne corre parecchio, anzi troppo.

Screditare chi denuncia gli abusi crea un circolo vizioso. Recriminare sulla tempistica, sulle modalità e sui silenzi di chi denuncia fa parte integrante del problema. Ci si chiede perché hanno parlato dopo così tanto tempo. Beh, probabilmente proprio perché sapevano − come sanno in molte − ciò che sarebbe successo: l’atto di uscire allo scoperto gli si sarebbe rivoltato contro.

E non è un caso che tutte queste denunce siano avvenute insieme. Avete presente la metafora del pesce grosso che mangia il pesce piccolo ma a sua volta può essere mangiato dai pesci più piccoli di lui quando questi si coalizzano? Ecco io la vedo così. Semmai la domanda che mi faccio è: quanto danno continuerà a fare l’apparente irrilevanza della richiesta di favori sessuali in cambio di una carriera?

Ci sono due elementi su cui sto riflettendo: che le accusatrici siano persone affermate è un dato di fatto; che anche le persone affermate siano ricattabili è un altro dato di fatto. Per quanto mi riguarda mi chiedo se il problema non sia, in generale, che non si perdona alle abusate di disattendere il copione che ci si aspetta dalle vittime: distrutte, fallite e rannicchiate in un angolo. Avete mai notato che perfino nelle iniziative a favore delle donne non si riesce a uscire dall’immagine stereotipata dell’occhio nero e della posizione fetale?

Molti non riescono a far combaciare l’immagine vincente di queste donne con la debolezza che implica l’essere state vittime. E forse è un po’ questo l’inganno della nostra società ipermediatizzata. Ricche, privilegiate, potenti: in pratica è come dire che possono tutto. Beh, probabilmente la cosa più interessante che racconta questa storia è proprio questo: non è vero, non basta essere ricchi e potenti, conta solo a che livello ti trovi della catena alimentare.

Certo, la gente che ha tanto di più dei comuni mortali suscita facilmente avversione, mica solo ammirazione. I privilegi non attirano le simpatie e questo caso non è diverso. Ma il rischio di non riconoscere gli abusi laddove si compiono è troppo grande per limitarsi a questo tipo di approccio. Per quanto sia difficile immaginarselo, quando si parla di abusi sul lavoro, c’è un filo rosso che collega la condizione delle donne a tutti i livelli sociali.

Sapete come funzionano gli abusi sul posto di lavoro? Ti propongono qualcosa in cui vedi il tuo futuro. Ti colgono nelle tue debolezze: vuoi un lavoro, vuoi uno stipendio, vuoi una carriera. Ed è bene ribadire che in questo non c’è niente di illegittimo. Poi ti molestano. Pensi anche di renderlo pubblico ma sai che tra un pesce grosso e un pesce piccolo, vincerà il pesce grosso. Temi di essere fatta a pezzi e forse anche di rimediare una denuncia. Hai paura che la cosa ti stronchi la carriera. A volte però non puoi fare a meno di frequentare lo stesso ambiente e le stesse persone. E continui a non parlare proprio perché frequenti lo stesso ambiente che temi ti si potrebbe rivoltare contro.

Qualcuno dice che c’è un’implicita connivenza se si accetta una avance per fare carriera. Beh qui non si parla di avances accettate ma avances imposte e c’è una bella differenza. Ma a parte questo, nessuno ci pensa che se l’idea di uomini che pretendono sesso in cambio di lavoro non fosse socialmente normalizzata adesso non staremmo qui a parlarne?

Le avances si possono assecondare e addirittura favorire, oppure ci si può essere costrette: è la differenza che oggi si fa finta di non vedere. Quando si creano sistemi chiusi in cui vigono regole e leggi proprie basate sullo scambio sessuale-economico abbiamo un problema che riguarda quelle che lo subiscono e quelle che lo accettano, quelle che se avvantaggiano e quelle che vengono escluse perché lo rifiutano. Ed è un problema di rapporti di genere, che va ben al di là del gossip del momento.

 

 

Bibliografia

From Aggressive Overtures to Sexual Assault_ Harvey Weinstein_s Accusers Tell Their Stories _ The New Yorker

What Harvey and Trump have in common – Women in the World in Association with The New York Times – WITW

Weinstein e lo scandalo sessuale, la stilista Donna Karan_ «Forse le vittime se la sono cercata» – Corriere

Weinstein, Natalia Aspesi_ «Se mi chiedi un massaggio in ufficio e io te lo concedo, poi non mi posso stupire su come va a finire»

Cara Natalia Aspesi, due cose su Asia Argento e il caso Weinstein – VICE

Se Paltrow, Jolie e le altre avessero raccontato prima le molestie subite da Weinstein, le avrebbero massacrate

 

Articoli in primo piano

Meglio senza guanti

In una vetrina della mia città è apparsa una maglietta con la scritta “Ti tratto con i guanti” e sotto il disegno di due guantoni da boxe pronti all’uso. Non appena la maglietta è stata fatta ritirare dalla vetrina sono fiorite le polemiche sulla libertà di espressione. E inconfondibile si è sentito lo stridìo delle unghie sui vetri di coloro che tentavano di spiegare che non è un contenuto violento. Tanto per chiarire, questi guanti da boxe non offrono gentilezze ma affermano: “Io ti tratto coi guanti”. Sono guanti da boxe che si trastullano con l’idea che “io ti meno” però “ti tratto coi guanti”. Il che, detto per inciso, denota pure uno scarso rispetto per la disciplina sportiva.

Tutto sommato le frasi a effetto come questa sono giochetti noti, non più originali dei piselli del David stampati sui grembiuli da cucina. Somigliano alle barzellette politicamente scorrette, quelle sui froci o sugli ebrei, quelle che se qualcuno le racconta in un gruppo di amici rimane un fatto privato ma se le declama sulla pubblica piazza − che piaccia o no − conferisce a quel contenuto un’approvazione.

La cosa che mi infastidisce, infatti, non è l’immagine della maglietta in sé ma il suo contesto pubblico e il continuo giocare con l’ambiguità di un messaggio che allude alla violenza ma al tempo stesso pretende di essere neutro. Ed è proprio in questo passaggio che si avverte più forte il rumore delle unghie che stridono sui vetri mentre tentano di arrampicarsi.

Il mio problema, insomma, non è per niente di tipo morale ma riguarda la semplice coerenza. Vogliamo mostrare? Mi sta benissimo: mostriamo. Ma finiamola con il giochino del muoversi sempre al limite dei significati. Dire e non dire, lanciare il sasso e ritirare la mano. Lo sappiamo come funziona e onestamente la cosa ha stancato da tempo. Io poi sono favorevole a far vedere, senza ipocrisie e falsi pudori. Usiamo dunque un manichino adeguato, che porti i segni dell’uso di quei guanti, e buttiamo alle ortiche quelle ridicole foglie di fico che anche stavolta vengono sventolate in nome di una libertà che non è libertà di espressione ma banale rivendicazione della doppiezza.

Articoli in primo piano

Stupro, gerarchia e priorità

L’unico modo per essere credute in caso di stupro è calcolare bene le gerarchie. Se ti stupra un nero o almeno un immigrato, uno zingaro, un albanese o comunque un disgraziato allora sì, sarai creduta. Ma fai attenzione, non ti fidare di questa solidarietà posticcia, perché è appesa a un filo assai fragile.

Finché gli servirai come argomento ti appoggeranno e saranno pronti perfino a ergerti un altare da martire. Quando non gli servirai più ti scaricheranno senza tanti complimenti. Fai attenzione quando denunci il tuo stupratore: se il tizio funziona bene come punching ball allora avrai l’approvazione delle masse. In caso contrario armati di coraggio e aggrappati forte a quei pochi che sono capaci di chiamare stupratore ogni stupratore, a prescindere dall’etnia e dalla condizione sociale.

Non ti fidare di quelli che sventolano le bandiere etniche perché la loro priorità è l’etnia non la giustizia per le vittime. Prima vedono l’etnia e poi – forse – vedono lo stupro. O, per meglio dire, la loro lesa maestà. Non parlano di te, tu non esisti, parlano degli immigrati oppure degli italiani che sono peggio. Per questo non ti devi fidare né degli uni né degli altri: a loro non interessa il tuo stupro, hanno altre priorità. Devono difendere le loro posizioni, devono stabilire chi è peggiore e tu sei solo il loro terreno di scontro.

Dal modo in cui si stanno comportando i media e da ciò che stanno tirando fuori i social emerge il profilo della gerarchia che domina l’immaginario collettivo: è in base a quella gerarchia che vengono giudicati i crimini. Prima ci sono gli uomini bianchi (e occidentali), poi le donne e infine gli immigrati.

Quella gerarchia ha una dinamica precisa: funziona solo in una direzione e il crimine consiste nell’invertirla. Se una donna bianca accusa un uomo nero, lei è una vittima. Se una donna bianca accusa un uomo bianco, lei se l’è cercata. È molto semplice alla fine: rispetta la gerarchia e stai al tuo posto. Come diceva Frank Mackey (alias Tom Cruise) in Magnolia: “rispettate il cazzo e domate la fica“. Tutti coloro che usano il sesso come esercizio di potere e di sopraffazione sono uguali, a qualsiasi latitudine. E ogni riduzione dello stupro a una disputa etnica è solo uno scontro tra due maschilismi in competizione. “Immigrati stupratori” e “i nostri sono peggio” sono posizioni equivalenti.

Questo vale per lo stupro e anche per la sua narrazione, vale per il modo in cui lo raccontano i media e vale per i concetti misogini che circolano in abbondanza. Ve lo ricordate Abid Jee, quello che scrisse: “lo stupro è peggio all’inizio, dopo le donne diventano calme”? I commenti che sto leggendo a proposito dello stupro di Firenze lo fanno sembrare un dilettante. Delle ragazze americane viene scritto quanto segue: zoccole, troie, dovrebbero buttarle in un centro di neri arrapati, luride ubriache, chissà da che scimpanzé si sono fatte scopare, le hanno montate come capre, l’hanno fatto apposta, eccetera. Abid Jee è stato licenziato dalla cooperativa dove lavorava. Ora è indagato per istigazione a delinquere. Giustamente perché chi sbaglia deve pagare. Come dovrebbe pagare ognuna di queste persone.

Chi mi legge ormai lo sa: quando succedono fatti di cronaca che mettono in subbuglio la comunità ho l’abitudine di tastare la pancia della rete per capirne gli umori. Stasera ho intercettato questo post ovviamente e banalmente falso:

Lasciate perdere il richiamo alla Boldrini, talmente ripetitivo da diventare noioso. Lasciate perdere anche la foto ripescata da un repertorio del 2012. Smontare le bufale non serve a niente se non a mettere in guardia chi già è attento a evitarle. Ciò che mi interessa sono i commenti sotto la figura e vi invito, come al solito, a farci un giro per avere contezza del clima attuale o almeno di una sua parte.

Ditemi quale differenza sostanziale vedete rispetto al commento di Abid Jee. Spiegatemi perché dovrei considerare diversamente chi racconta lo stupro – pur con tutto il beneficio del dubbio – come “capre da montare” e chi lo racconta come “la donna dopo gode”.

È la stessa misoginia, lo stesso disprezzo delle donne e della loro autonoma vita sessuale. Se non ci stanno basta far entrare il pisello. Se ci stanno sono delle capre da montare. Se osano accusare qualcuno che è gerarchicamente sopra di loro – per esempio un maschio bianco – se la sono cercata. E se esagerano nel disattendere la gerarchia sono delle luride ubriache, delle zoccole bugiarde.

Capite? C’è una gerarchia precisa e va rispettata altrimenti non si è più vittime. Si può denunciare solo dall’alto verso il il basso, dal basso verso l’alto no. Perché a molta gente – checché cerchi di raccontare – non frega niente dello stupro in sé. Frega solo di poterlo sfruttare per la propria narrazione politica.

 

Articoli in primo piano

Stupro per stupro non è femminismo …e neanche dignità

Oggi un tizio ha scritto un post vergognoso di commento allo stupro di Rimini. Anzi, un attimo: non LO stupro ma GLI stupri perché sì, ce ne sono stati due, la ragazza polacca e la transessuale peruviana.

Il tizio – chiamatelo come volete ma mi disturba chiamarlo per nome – ha scritto questa frase sulla pagina del Resto del Carlino e  alcuni utenti hanno fatto lo screenshot prima che il post sparisse. La notizia è stata poi riportata da svariate testate.

Se, come sembra, la notizia è confermata il tizio ha scritto una cosa vergognosa degna non solo di indignazione ma di sanzione. Il tizio lavora – ormai lavorava – per la cooperativa Lai-Momo che in prima istanza ha comunicato:

«In merito al commento sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato e confermiamo che si tratta del profilo Facebook di un nostro dipendente. Ribadiamo la nostra ferma condanna delle affermazioni contenute in questo post, in quanto profondamente contrarie ai principi che sono alla base del nostro pensiero e del nostro modo di lavorare. Stiamo prendendo tutti i provvedimenti necessari e confidiamo di potervi aggiornare in merito al più presto».

Questa è stata la dichiarazione successiva in cui la cooperativa annunciava la sospensione ai termini di legge del soggetto: «In merito al commento apparso sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato che l’autore è un nostro dipendente (…).

La persona in questione, ovviamente agendo personalmente, ha espresso affermazioni che la nostra cooperativa condanna fermamente in quanto di una gravità inaudita e profondamente contrarie ai principi e valori che sono alla base del nostro pensiero e da sempre orientano il nostro modo di lavorare (…)

Al di là di ogni ferma condanna morale già espressa, riteniamo che questo comportamento abbia danneggiato gravemente la nostra immagine e abbiamo preso fermi provvedimenti, in base a quanto consentito dalla legge. Nel rispetto delle disposizioni vigenti e del CCNL delle Cooperative sociali, infatti, abbiamo avviato oggi una procedura disciplinare e contestualmente abbiamo sospeso il dipendente in via cautelativa da ogni attività lavorativa».

Come a volte mi capita di fare, sono andata a dare un’occhiata al profilo del tizio al centro della polemica. C’era già una canea di gente che invocava impalamenti, uccisioni, smembramenti e quant’altro. I più pensavano che fosse africano e davano per scontato che fosse anche nero. La bacheca era chiusa salvo due o tre post: la folla si era accanita su quelli.

Poi uno dei post è stato cancellato e si sono spostati tutti sull’altro incitandosi a vicenda. Infine è stato cancellato il profilo stesso e ora immagino che siano tutti lì a vagare per la rete, cercando qualcun altro da attaccare. In mancanza di meglio finiranno probabilmente sulla pagina della cooperativa.

Oggi qualcuno si chiede perché le donne – le femministe – non prendono posizione. Chi l’ha detto che non prendono posizione? Io l’ho presa. La mia posizione è questa: il commento è vergognoso e il personaggio più che censurabile. Ma mi dispiace, non finisce tutto qui: ci sono altre cose da dire oltre a condannare Abid Jee.

  1. Non prendono posizione: femministe che scrivono di altre femministe come se loro stesse non fossero femministe è una cosa che veramente non si può sentire.
  2. La gravità dei fatti: un idiota che scrive che le donne godono dello stupro è in grado di distogliere l’attenzione da uno stupro? Bisogna pensare che sia più grave una frase rispetto a un duplice stupro di gruppo?
  3. Lo stupro o gli stupri: lo stupro della trans è stato trattato mediaticamente come un fatto secondario. Bisogna pensare che lo stupro di una donna e lo stupro di una trans non siano sullo stesso piano?
  4. E infine, dulcis in fundo, la prova del nove: «vorrei che stuprassero tua moglie/sorella/figlia/madre». Forse non ve ne siete accorti ma nelle ore del pomeriggio è stato tutto un fiorire di auguri e di minacce di stupro. No, non solo contro il tizio ma di preferenza contro le sue parenti femmine.

Fatevi un giro nell’orrore e considerate che questa è una minima parte di quello che ho letto e che sono riuscita a salvare. Nel tempo che è passato prima che chiudessero tutto ne ho contati almeno 65 e non avevo nemmeno finito di scorrere tutti i flame. Uno dei commenti fa quasi tenerezza: «Qui in Italia abbiamo un’altra considerazione delle donne».

 

A chi chiede dove sono le femministe , io rispondo: sono qui. Siamo qui, ben piantate a terra, mentre diciamo che stiamo dalla parte della ragazza stuprata e della trans stuprata; siamo qui a condannare un tizio che scrive «lo stupro è peggio ma solo all’inizio»; siamo qui ad affermare che un duplice stupro di gruppo è un atto criminale; siamo qui a ribadire che lo stupro di una trans è grave quanto lo stupro di una donna; siamo qui a rifiutare il renvanscismo sulla pelle delle donne.

Già, perché gente che scrive «speriamo che le donne della tua famiglia subiscano lo stesso trattamento», «vai a stuprare quella troia di tua sorella», «ti stupro tua madre»,  non sta difendendo le donne, le sta minacciando e offendendo, trattandole come proprietà degli uomini e quindi comportandosi esattamente come il tizio contro cui si scaglia.

Le femministe sono qui, fuori da qualsiasi gabbia, e non vogliono avere niente a che fare con chi minaccia stupri per vendicare stupri. Ecco dove sono le femministe.

 

Articoli in primo piano

Lo scandalo della speranza

Ci sono cose che si impongono su altre stabilendo una loro priorità autonoma. In questo momento ad esempio dovrei tenere d’occhio i legumi che bollono sul fuoco e, contemporaneamente, dovrei rivedere le citazioni delle note di un libro che devo consegnare all’editore entro la fine del mese. Eppure sono qui a scrivere d’altro sotto una spinta impellente.

Oggi, 27 agosto 2017, si è celebrata la messa a cui dei militanti di Forza Nuova di Pistoia hanno promesso di presenziare per «controllare la dottrina» di Don Biancalani. La colpa del prete è stata quella di pubblicare sul proprio profilo FB le foto di alcuni ragazzi immigrati che aveva portato in piscina come premio per il lavoro svolto.

Giusto per precisare, come è stato rilevato anche da altri, il lavoro svolto da questi ragazzi è stato nella Onlus “Amici di Francesco“, una di quelle che li aiuta anche a casa loro, come ora va di moda dire. Li aiuta in un posto preciso: in Benin, uno Stato dell’Africa occidentale.

Qualcuno sostiene che la reazione violenta al post non è stata per le foto ma per la frase che le accompagnava. Fermo restando che se non fossero stati africani non ci sarebbe stato tutto questo clamore, la frase è: «Loro sono la mia patria, razzisti e fascisti i miei nemici», riportata anche da Avvenire.

In questi giorni, tra la pubblicazione delle foto e la celebrazione della messa di stamani, se ne sono sentite e viste di ogni. La minaccia neanche tanto velata di Forza Nuova, l’atto di vandalismo ai danni delle biciclette dei ragazzi, i post in stile «prima gli italiani», il vescovo che affianca il prete, i giornali che travisano, i chiarimenti della diocesi, le parti che si affrontano e infine il gesto inatteso, quello che sorprende tutti: il prete minacciato che stringe la mano agli esponenti di Forza Nuova.

A leggere di questa notizia mi è venuto da sorridere – anzi da ridere proprio – immaginandomi lo scandalo e la stizza che avrebbe provocato un simile gesto da una parte e dall’altra. Un prete schierato con i profughi, minacciato da militanti politici che si pongono su posizioni xenofobe, che stringe la mano proprio a loro.

Come interpretare questo gesto? È un gesto di perdono? Di fratellanza? Di superamento? Non lo so, non so rispondere. Ma questo gesto mi interroga perché è inaspettato, mi coglie di sorpresa. Mi spiazza molto più di quanto avrebbe fatto un rifiuto. Mi fa venire in mente che se si accolgono i migranti allora si accolgono anche i militanti estremisti di destra. Senza per questo dar loro ragione.

Accogliere non vuol dire condividere il pensiero ma riconoscere la natura umana di chi ti sta di fronte. E in fondo, a prescindere dalle appartenenze politiche, è questo che impone i cristianesimo. Non lo chiede, lo impone proprio. Provate a vedere quante volte ricorre la parola straniero nelle Scritture: sono 104 versetti. Se ne deduce che il tema dello straniero sia una delle chiavi importanti dell’esegesi biblica e anche della vicenda cristica. Poi basta leggere:

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. (…) Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? (…) E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (…)

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto. (…) Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».

È il Vangelo di Matteo, capitolo 25, e i cristiani si definiscono tali in quanto si misurano non solo con una tradizione ma con una persona e con un libro. Coloro che senza sapere nulla rimproverano la chiesa cattolica e le associazioni umanitarie al grido di «prima gli italiani» ignorano il vangelo o lo prendono per un giochetto. Ma ignorano anche quanta gente italianissima stia sfamando la Caritas e vestendo la San Vicenzo. Quanti pacchi le parrocchie consegnino alle famiglie italiane impoverite dalla crisi. Ignorano i pensionati italiani che aspettano l’apertura delle mense.

Ignorano che loro stessi possono sistemare gli abiti dismessi per darli ai poveri. Ignorano che loro stessi possono aiutare o anche solo ascoltare gli anziani soli. Ignorano che loro stessi possono chiedere aiuto per qualcuno, italiano, che ha avuto un rovescio di fortuna. Eppure c’è chi lo fa, per solidarietà verso i vicini, per senso civico, per convinzione etica. Lo fa e basta, dimostrando che non c’è alcun bisogno di polemiche: basta farlo.

In questi giorni mi tornano spesso in mente dei passi evangelici, uno più di altri. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (…)». Oggi credo che la spada sia la radicalità di chi sceglie di schierarsi con i profughi e, al tempo stesso, di tendere la mano a chi lo minaccia.

Curiosamente ieri, dopo lo sgombero di Roma, mi era capitato un video tra le mani. La testimonianza di una conversazione improbabile, non certo spontanea ma ugualmente interessante. La BBC ha divulgato un video in cui si vedono un esponente di Casapound e un migrante del Gambia che parlano di immigrazione. È evidentemente una situazione che non si è creata naturalmente ma proprio questo colpisce: l’uno di fronte all’altro parlano. Non certo per arrivare a un punto di intesa ma parlano e già questo per me è sorprendente.

http://www.bbc.com/news/av/world-europe-41038372/a-member-of-an-italian-fascist-party-faces-an-african-immigrant

Non ho scritto queste riflessioni per apologizzare il vescovo di Pistoia o per esaltare il gesto di Don Biancalani, tantomeno per dire che quelli di Forza Nuova sono dei bravi ragazzi. La mia città, Lucca, ha ancora fresca la memoria di fatti brutali provocati da questo movimento e francamente non voglio vederli ripetere. Ho scritto per un altro motivo: perché trovo molto più stimolante ciò che esce dagli schemi e che in qualche modo provoca le mie aspettative rispetto alle soluzioni rassicuranti.

Ci si sarebbe aspettati una condanna (che del resto c’è già stata) e un rifiuto. Invece il rifiuto non c’è stato, non verso quelle persone che si sono presentate stamani in chiesa, riconoscibili tra tutte. Nonostante la campagna di intolleranza, nonostante le minacce, nonostante il clima pesante che si è creato, un gesto, un semplice gesto, ha impresso alla vicenda una direzione imprevista. E questo è decisamente più interessante di qualsiasi soluzione prevedibile o prevista.

 

 

 

Articoli in primo piano

Il senso dell’immagine

Le immagini, più di altre forme di comunicazione, hanno una lettura molteplice. Avete presente la foto dell’infermiera e del soldato? Il 14 agosto 1945 a Times Square, il fotografo Alfred Eisenstaedt coglie un’immagine storica. Subito dopo l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale un militare bacia una giovane infermiera. Non è un bacio di passione, come tanti ipotizzarono, ma un incontro del tutto occasionale.

Racconta Alfred Eisenstaedt: «A Times Square nel V-J Day, ho visto un marinaio che correva lungo la strada afferrando qualsiasi ragazza vedesse. Che lei fosse una nonna, robusta, magra non faceva differenza. Stavo correndo davanti a lui con la mia Leica guardandomi indietro, ma nessuno dei possibili scatti mi piaceva. Poi, all’improvviso, in un lampo, ho visto che afferrava qualcosa di bianco: mi sono girato e ho cliccato nel momento in cui il marinaio baciava l’infermiera. Se lei fosse stata vestita con un abito scuro non avrei mai preso l’immagine. Lo stesso se il marinaio avesse indossato una divisa bianca. Ho scattato esattamente quattro immagini, nel giro di pochi secondi. Solo una era giusta, a causa del bilanciamento. Nelle altre l’enfasi è sbagliata – il marinaio sul lato sinistro è troppo piccolo o troppo alto».

Dunque bisogna fare attenzione alla lettura delle immagini e bisogna ricordare sempre le parole di un grande fotografo, Elliott Erwit: «La fotografia è un arte di osservazione. Ha poco a che fare con le cose che vedi e molto con il modo in cui vedi le cose».

A questo proposito riporto alcune immagini comparate senza nessun commento, tranne il luogo e la data, perché siano queste a comunicare.

Il bacio della militante NoTav al poliziotto fece molto scalpore all’uscita della foto ma la ragazza ha dichiarato: «Ci sono due cose che vorrei subito chiarire. Quella foto non è stata assolutamente organizzata ad arte, come molti hanno insinuato. Il fotografo ha solamente avuto fortuna. Ma soprattutto: il mio intento non era quello di lanciare un messaggio di pace alle forze dell’ordine. Al contrario: volevo ridicolizzare i poliziotti. Volevo metterli in imbarazzo: volevo prenderli in giro». E il poliziotto dal canto suo l’ha denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale.

Per quanto riguarda invece l’altra foto, quella dello sgombero del palazzo di Roma del 2017, la donna che compare nello scatto afferma: «Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia».

La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

“Che ipocrisia!” commenta Giuseppe, un lettore di Fotocrazia versione Facebook, quando condivido a caldo questa fotografia di Angelo Carconi dell’Ansa, subito promossa a icona dai media.

Da lontano, da un posto sicuro e tranquillo, come milioni di lettori, cerco sconcertato di capire cosa è successo a Roma, in piazza Indipendenza. Mi affido, come milioni di lettori, come è inevitabile, alle notizie, e alle immagini.

Fotografie e video si affollano sui canali Web, e mostrano persone disarmate, alcune malate, abbattute come birilli da getti d’acqua che hanno la forza di mandarti all’ospedale, mostrano occupanti che reagiscono allo sgombero gettando oggetti dalle finestre, mostrano funzionari di Polizia che incitano gli agenti a rompere le braccia a chi lo farà ancora.

Mostrano una battaglia: ma asimmetrica, insensata, violenta, a tratti disumana, mossa da un potere costituito a persone spossessate.

Cosa ci fa, in questo scenario che muove la nausea, la foto di un gesto che sembra umano, che sembra una carezza, che sembra una vicinanza?

Fa  ovviamente da contrasto, e il contrasto è un potente innesco per una foto di cronaca. Un contrasto messo immediatamente al servizio mediatico di una narrazione: il gesto bello che riscatta il brutto, lo spiraglio di umanità che rassicura il lettore e fornisce un alibi morale al suo disagio di fronte a notizie e immagini sconcertanti. Sì, li hanno menati in nome nostro, ma poi li hanno accarezzati.

In verità non sappiamo cosa mostra davvero questa fotografia. Potrebbe, per dire, anche essere tutt’altro gesto, paternalista, autoritario, perfino imperioso. Non lo sappiamo di nessuna fotografia, a pensarci bene. “Un gesto di umanità, emozionante e dolce”, dice a La Stampa il fotografo che lo ha registrato. Ovviamente neanche lui è il padrone del senso dell’immagine. Ne è in qualche modo uno spettatore, come tutti noi.

Come lo è Genet, eritrea. Che è la donna che compare nella foto. Anche lei vede questa immagine, che un giornalista dell’Huffington Post le mostra quasi in tempo reale. E la rifiuta: “Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia”, dice.

Cosa vede Il fotografo in questa foto? La stessa cosa che ci vede la protagonista o il contrario? Cosa ci vediamo noi? Cosa dovremmo vederci? Cosa vorremmo vederci? Cosai media vogliono che ci vediamo?

Nessuna immagine dice la stessa cosa a tutti, nessuna dice tutto. Alcune immagini dicono poco, spesso niente. Questa però sembra voler dire troppo.

Sembra voler negare altre immagini. La reazione contro la sua invadenza è già partita, in forma di gara a chi trova un’immagine “più vera” degli scontri di ieri, una immagine che contrasti la diffusione di quella immagine, giudicata “ipocrita” (per esempio, questa).

Ma in questo modo non facciamo che assolutizzare immagini parziali per contrapporle ad altre immagini parziali frettolosamente assolutizzate. Confermiamo solo il gioco perverso dell’iconizzazione.

In questa guerra di icone, oltretutto, rischiamo di ammazzare quel poco di servizio civile che la fotografia può ancora rendere all’umanità.

Negare questa fotografia sarebbe stolto, così come farne un alibi. La battaglia per un uso civile della fotografia si combatte, io credo, in un altro modo.

La prima cosa da fare di questa fotografia è, ovviamente, relativizzarla. Non lasciarla esistere da sola, non lasciare che occupi tutta la scena. Mostrare tutto quel che è mostrabile. La pluralità delle immagini è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La seconda cosa è contestualizzarla. Non lasciare che parli da sola: quando pretendono di farlo, le fotografie di solito raccontano bugie. Aggiungere parole che dicano tutto quel che si sa di quel che è successo prima, durante, dopo quei centesimi di secondo del clic, vicino e lontano da questa scena. La tanto disprezzata mediazione giornalistica è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La terza cosa, la più difficile, è capire cosa sta succedendo davvero in questa scena registrata da una fotocamera. Vediamo un poliziotto che cerca un contatto fisico, apparentemente non ostile, con una donna che piange. Non possiamo sapere come si sia comportato quel singolo agente prima e dopo questo gesto. Sappiamo poco (anche se lui stesso lo ha raccontato, in una intervista al Corriere della sera dove la compassione per la donna è bilanciata dalla preoccupazione per lo stress psicologico del tutore dell’ordine) di cosa significava davvero per lui quel suo gesto individuale rispetto al mandato repressivo ricevuto, e collettivamente eseguito con determinazione: uno spiraglio di umanità, una contraddizione fra atti e pensieri, tra ordini ricevuti e solidarietà umana, un momento di dubbio, un’offerta di scuse, un pentimento? Sappiamo però cosa significa per la donna a cui lo ha rivolto: un gesto “bello” usato per mascherare, per nascondere. Restituire diritto di parola ai soggetti delle fotografie è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

Non è detto che le due ipotesi, del gesto umano individuale e dell’ipocrisia collettiva, non possano essere compatibili. Le immagini sono in grado di contenere contraddizioni. Anche perché ci pensa il loro uso mediatico, come la loro condivisione orizzontale, ad abolire alcuni significati non graditi e accentuare e strumentalizzare alcuni significati “utili” a una causa, a un potere, a una ideologia.

Cosa o chi può impedire questo sequestro di senso? Il lettore. Il lettore attivo. Solo lui, il terzo personaggio (assieme al fotografo e al soggetto dell’immagine) di quel triangolo virtuoso che Ariella Azoulay ha chiamato “il contratto civile delle fotografia”, unica chancedel fotogiornalismo per (ri)trovare una funzione di liberazione e denuncia.

Tocca al lettore, quando non lo abbiano fatto i media, fare le tre cose che ho elencato prima. Con tutti i mezzi di cui dispone, soprattutto uno: il suo senso critico. La sua libera convinzione fondata su tutte le fonti a cui è in grado di accedere e di cui è in grado di pesare l’attendibilità e l’autorevolezza.

A volte non ce la farà. Può accadere che non ci siano abbastanza fonti attendibili, bisognerà rifiutare allora la tentazione di credere a quelle che coincidono con la nostre visione del mondo, occorrerà rassegnarsi a riconoscere un limite, non accettare le apparenti verità di una immagine, lasciarla dov’è, indecidibile e indecisa. Non di tutte le immagini siamo obbligati a scovare un senso per noi utile.

Ma anche in questi casi, c’è qualcosa che le fotografie possono ugualmente fare per noi. Possono nutrire la nostra “immaginazione civile” (è di nuovo una intuizione di Azoulay, ripresa e sviluppata recentemente da un importante libro di Robert Hariman e John Louis Lucaites).

Le fotografie non tentano solo (a volte fallendo) di dirci “che cosa è successo”. Possono anche suggerirci, per contrasto, che cosa non è successo, che cosa poteva o dovevaaccadere invece. Alcune foto ci costringono a chiederci cosa potrebbe essere, e purtroppo non è. Scatenano le nostre domande, il nostro bisogno di sapere quello che non possono mostrare. Questa è la loro funzione.

Questa foto, allora. Iconizzata e canalizzata dai media come alibi morale per giustificare una giornata disumana, è fortemente sospetta. Ma se è una semantizzazione che ne orienta il significato, allora un’altra semantizzazione può riscattarla.

Se anche non possiamo dire molto sul significato reale di quel gesto, sulla sua sincerità, il semplice fatto che appaia come un gesto umano ci permette, direi ci obbliga a farci una domanda: avremmo avuto bisogno ieri di più gesti come quello, avremmo bisogno che gesti come questo prevalessero sempre? Potevano gesti umani fermare la disumanità di una repressione contro persone in condizione di debolezza e di bisogno, contro portatori di diritti umani e di cittadinanza negati?

Mi rendo conto che questa proposta può sembrare pericolosamente vicina al baratro dello storytelling, che è quasi sempre una mistificazione di potere. Mentre credo sia l’opposto, un modo per smontare una narrazione fittizia.

Non si tratta di leggere questa foto come se la distinzione fra vero e falso non contasse più, e contasse solo quel che ci convince e ci gratifica. No, capire cosa è successo nella realtà resta la condizione sine qua non.

Ma una volta che ci siamo chiesti se quel gesto non è quello che sembra essere, o magari lo è ma non era sincero, o magari era sincero ma è stato poi piegato fino a diventare una maschera ipocrita – una volta che quella foto sia tornata nel suo contesto, non mostra proprio ciò che ieri è dolorosamente, colpevolmente mancato? Quella umanità che serviva e non c’è stata?

Non buttiamo via questa fotografia. Rivendichiamola, anzi, a un suo possibile diverso significato: la mancanza e dunque il bisogno urgente e assoluto di un ritorno dell’umanità contro il disumano.

Articoli in primo piano

Vaccini, fiducia e patto sociale

Un amico mi ha chiesto di essere chiara sulla mia posizione. Bene, accolgo il consiglio e semplifico le cose al massimo. Ritengo che i vaccini siano una cosa positiva. Il problema però rimane su come comunicare questo messaggio. Sono convinta che l’imposizione per legge, soprattutto nel clima attuale, possa peggiorare la situazione.

Ho discusso molto in questi giorni ma soprattutto ho letto. Di tutto ciò che mi è passato tra le mani due cose mi sembrano particolarmente importanti. Uno è il commento della mia amica Cinzia Marini che lavora in ambito sanitario in Norvegia dove la copertura vaccinale è altissima pur senza alcun obbligo. L’altro è un articolo di Roberta Villa, medico e giornalista scientifico, per la rivista Strade. Io non aggiungerò niente perché loro rappresentano in modo eccellente anche il mio pensiero.

Cinzia Marini

Allora, in estrema sintesi le coperture vaccinali in Norvegia* si aggirano sul 95%. Non c’è l’obbligo di niente, i vaccini sono tutti solo consigliati, ma la gente li fa. Perché? Chiede Ilaria [l’autrice di questo blog n.d.r.]. Premetto che lavoro in ambito sanitario, precisamente ricerca clinica, e conosco bene il paese perché ci vivo da vent’anni e ci ho allevato una figlia e conosco benissimo il sistema sanitario e la mentalità. Il motivo principale è il patto sociale. C’è fiducia nelle istituzioni, c’è fiducia nel sistema sanitario e nella medicina. Si fa una seria politica di prevenzione che inizia con la gravidanza e finisce con la tomba. Ci sono molti meno medici per numero di abitanti che non in Italia, ma ci sono altre figure professionali preparate che in Italia non esistono e che lavorano sul campo insieme ai medici e vicino alla gente. Potrei parlare del servizio capillare di ostetriche che seguono le donne in gravidanza o le cosiddette “Helsesøster” che ricordano quelle che ai miei tempi a Firenze negli anni 70 erano le “assistenti sanitarie” che lavorano nella scuola, seguono ogni bambino da quando nasce a quando finisce la scuola anche con visite a casa, fanno i controlli, filtrano le visite inutili dal pediatra, vaccinano, consigliano e ascoltano i dubbi e rispondono in maniera comprensibili a tutti e da pari a pari, conoscono l’evidenza scientifica ma anche l’empowerment e le tecniche comunicative. Questo riguarda anche i medici naturalmente. Si comunica da pari a pari, non nel senso che tutte le opinioni valgono uguale, esiste un’evidenza scientifica alla quale tutti i medici si attengono, non esiste un medico che sconsigli le vaccinazioni, ma non si trattano i pazienti dall’alto in basso, si è costruito da sempre un rapporto di fiducia. Questa è la ragione. Poi mi potete parlare di alto livello di istruzione, di benessere economico, di socialdemocrazia e di quello che vi pare, ma il motivo principale secondo me è il patto sociale.


VACCINI: LA FIDUCIA È UNA COSA SERIA

di Roberta Villa

Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove scientifiche esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma, come la stessa scienza dimostra, non siamo solo esseri razionali: non basta, quindi, elencare fatti e dati per (ri)conquistare la fiducia di pazienti e consumatori sempre più disorientati.

Il termine che ricorre più spesso in Italia nel dibattito sui vaccini che sta incendiando nuovi e vecchi media in queste settimane è “obbligo”: da più parti si ripete che solo costringendo i genitori a vaccinare i loro figli, pena la mancata ammissione all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, o perfino alla scuola elementare, si potranno far risalire le coperture, mettendoci al riparo da gravi malattie tuttora circolanti, come pertosse o morbillo, o che potrebbero tornare, come poliomielite o difterite. Qualcuno addirittura invoca la sospensione della patria potestà per i genitori renitenti, o la minaccia di sottrar loro i bambini e darli in adozione.

Appena però si mette il naso al di là delle mura di casa nostra, si scopre che la parola chiave del dibattito sull’esitazione vaccinale è un’altra. Ovunque si parla soprattutto di “trust”, fiducia, la fiducia che una quota crescente della popolazione di tutto il mondo più ricco ha perso nei confronti della politica, delle istituzioni in generale, e in particolare delle autorità sanitarie. E di come rimediare a questo vulnus, all’origine del calo delle coperture.

Si parla di fiducia nel recente documento “Vaccination and Trust” dell’Organizzazione mondiale della sanità, che raccoglie le prove scientifiche attualmente disponibili su cui l’agenzia fonda le sue raccomandazioni. Si parlava di costruire un rapporto di fiducia nel titolo del documento che un paio di anni fa il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha dedicato alla “Comunicazione sulle vaccinazioni”, “Communication on immunization. Building trust”. “Building trust in immunization” è anche il titolo scelto dall’UNICEF per una serie di documenti guida su come stringere alleanze per migliorare le coperture vaccinali nei diversi Paesi del mondo.

Moltissime pubblicazioni scientifiche attribuiscono a questa diffusa perdita di fiducia il recente calo delle coperture vaccinali. Un fenomeno, è bene ricordare, che non è in nessun modo “tipicamente italiano”, come a volte si sente dire, né può essere quindi ricondotto alla scarsa preparazione scientifica degli italiani, al prevalere di una cultura umanistica, o alla carenza dell’insegnamento del metodo scientifico nelle scuole, dal momento che si verifica ovunque. Il problema, declinato in vario modo, riguarda tutto il mondo.

Ma da dove nasce questa perdita di fiducia nell’autorità costituita, che in politica suscita movimenti populisti e nel campo della salute alimenta ostilità nei confronti dei vaccini e simpatia per le “medicine non convenzionali”? Alla base ci sono fenomeni sociali complessi, che si stanno studiando.

Un fattore potrebbe essere il fatto che le masse, più scolarizzate di quanto siano mai state nella storia dell’umanità, non sono più disposte a delegare le decisioni alle élite, scientifiche, economiche o socioculturali che siano, con la stessa facilità di un tempo. Le persone vogliono essere informate, coinvolte e avere in voce in capitolo, soprattutto se si tratta della propria salute. E la possibilità che insorgano dubbi o si manifestino rifiuti è il prezzo da pagare, l’altra faccia di quell’empowerment dei cittadini e dei pazienti che si è perseguito a lungo, allo scopo di superare il paternalismo che tradizionalmente governava il rapporto medico e paziente.

Bisogna pentirsi di questo processo? Non credo. Ma certamente occorre governarlo, con strumenti e modalità ancora tutte da scoprire, anche alla luce dell’introduzione di internet prima e dei social network poi, che hanno disintermediato e rivoluzionato l’accesso alla conoscenza. La società in cui viviamo non è solo una post-truth society, secondo il termine definito parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, ma anche, e forse di più, una post-trust society.

Per quanto riguarda il caso specifico, esemplare e sintomatico, dei vaccini, è senz’altro vero quel che si ripete sempre, cioè che questi farmaci sono vittima del loro successo. Hanno infatti allontanato dai nostri occhi malattie come poliomielite o difterite, che proprio per questo non fanno più paura. Non appena però appare all’orizzonte una minaccia che spaventa davvero, come le morti per meningite, o l’epidemia di ebola in Africa occidentale, le perplessità sui vaccini, o i sospetti sugli interessi economici delle case farmaceutiche che li producono, svaniscono come neve al sole. Si fa la coda per ricevere il vaccino o si impreca contro le aziende che non l’hanno mai messo a punto.

Ma non è tutto qui. A erodere la fiducia del pubblico nei confronti dei vaccini ha contribuito moltissimo anche la famosa bufala sul presunto legame tra autismo e vaccino mpr contro morbillo, parotite e rosolia, messa in piedi, con uno studio poi rivelatosi fraudolento, dal gastroenterologo inglese Andrew Wakefield. Non è un male che il paper, pur ritrattato da Lancet, che l’aveva inspiegabilmente pubblicato, sia ancora disponibile in rete, in modo che ognuno, perfino i non addetti ai lavori, possa rendersi conto della debolezza dei dati su cui furono sollevati quei sospetti: 12 bambini con disturbi dello sviluppo, in 8 dei quali i genitori segnalavano un’associazione temporale tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e la comparsa dei sintomi.

Otto bambini. Sono più di 95.000 quelli con fratelli maggiori autistici o sani, studiati in un lavoro pubblicato nel 2015 sul Journal of the American Medical Association, l’ultimo di una lunga serie che ha definitivamente smentito la falsa correlazione. Più di 1.200.000 quelli esaminati dalla metanalisi che l’anno prima ha passato al setaccio tutta la ricerca condotta per acclarare ogni dubbio su questo punto, con grande spreco di tempo e risorse. Eppure la gente continua a crederci. Perché?

Facile rispondere che le persone sono stupide. In realtà Wakefield ha scelto bene lo specchietto per le allodole con cui, per propri secondi fini economici, voleva screditare il vaccino mpr. L’autismo è una malattia di cui ancora si conoscono poco le cause e i meccanismi, che spaventa i genitori, che coinvolge le relazioni. A lungo si sono ingiustamente accusate le “mamme frigorifero” di rappresentarne il fattore scatenante, ed è quindi comprensibile la reazione di chi si attacca a una spiegazione che incolpa qualcun altro: lo Stato, i medici, le case farmaceutiche.

Non è razionale, certo, perché le prove scientifiche che assolvono i vaccini sono inequivocabili. Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma non siamo solo esseri razionali. Le nostre convinzioni sono profondamente plasmate anche da fattori emotivi, dalla nostra esperienza personale, dai bias a cui nessuno sfugge. Dimenticare tutto questo e pensare che basti fornire una “corretta informazione scientifica” va paradossalmente proprio contro la scienza che ha dimostrato l’inefficacia di questo approccio.

Le autorità, poi, dovrebbero assumersi la loro parte di colpa per la sfiducia che il pubblico ha sviluppato nei confronti loro e delle vaccinazioni in particolare. Dopo il caso Wakefield, c’è stato un altro importante fenomeno globale che ha dato una pesante spallata alla loro autorevolezza. Nel corso della pandemia influenzale da virus A (H1N1) del 2009, la cosiddetta “suina”, si fecero clamorosi errori di gestione e comunicazione, che si stanno studiando ancora oggi. Ci furono mancanze in termini di trasparenza che gettarono l’ombra di possibili conflitti di interesse sulla dichiarazione e la gestione della pandemia. Ma soprattutto non si ridimensionò l’allarme iniziale, giustificato dall’alta letalità che sembrava emergere dal focolaio messicano, alla luce dell’andamento meno grave della malattia che man mano si confermava, nei mesi seguenti, nella maggior parte delle persone colpite.

Viceversa, in Italia, si scelse la strada della rassicurazione paternalistica, con un testimonial come Topo Gigio e lo slogan: “L’influenza A è una normale influenza”. La campagna riuscì a prendere due piccioni con una fava, banalizzando in un colpo solo sia l’influenza stagionale sia quella da H1N1, che riuscì così a fare le sue vittime, “poche”, per fortuna, più o meno quelle di una “normale influenza” ma per lo più giovani e precedentemente sane. Centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, parte dei quali, ammalatisi dopo l’arrivo del vaccino, si sarebbe potuta salvare. Ma come si poteva poi pensare, all’arrivo del vaccino, di convincere le persone a farselo somministrare, se era stato tutto un falso allarme? Insomma, un pasticcio, di cui in parte paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Ecco perché sono importanti la trasparenza e l’onestà della comunicazione, senza gonfiare i dati o presentarli in modo da enfatizzarli. Per questo bisogna avere il coraggio di ammettere francamente l’incertezza, quando ci sono aspetti di cui ancora non si può essere sicuri. E occorre usare cautela e gradualità nell’introdurre cambiamenti importanti nel calendario vaccinale, se c’è il rischio che il pubblico li percepisca come indirizzati dalle aziende farmaceutiche.

Con le emozioni delle persone, con la loro percezione del rischio, tanto più se si tratta dei loro bambini piccoli, non si può agire con leggerezza. È pericoloso gridare “al lupo, al lupo!”, invocare gravi emergenze e ricorrere a mezzi estremi al di fuori delle crisi, quando ci sarebbe tutto il tempo per interventi mirati, che comprendano potenziamento dei servizi e del personale, programmi di offerta attiva e facilitata, campagne di comunicazione mirate agli operatori sanitari prima ancora che ai genitori. L’effetto boomerang potrebbe essere un’ulteriore perdita di fiducia nelle istituzioni, che davvero non ci possiamo permettere.


Esitazione vaccinale: l’obbligatorietà è la soluzione?

Di 15 giugno 2017 (fonte)

Antonio Clavenna si occupa del decreto sui vaccini e osserva che di fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali, la risposta delle istituzioni politiche si è orientata verso un rafforzamento dell’obbligatorietà. Clavenna sostiene che le misure coercitive, soprattutto in mancanza di una strategia più ampia che comprenda anche interventi educativi, formativi e organizzativi, rischiano di avere ricadute negative e di ridurre la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

La discussione sull’obbligo vaccinale e sulle modalità con cui applicarlo ha tenuto banco nella discussione politica degli ultimi mesi. Per far fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali alcune Regioni e alcuni Comuni avevano introdotto (Emilia Romagna e Trieste nel novembre 2016) o erano in procinto di introdurre (Toscana, Lombardia, Puglia) provvedimenti legislativi per inserire le vaccinazioni tra i requisiti necessari per l’accesso ai nidi e alle scuole per l’infanzia.

La discussione si è successivamente spostata a livello parlamentare, finché il 7 giugno scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” che prevede un aumento da 4 a 12 delle vaccinazioni obbligatorie, introduce l’obbligo vaccinale per l’accesso a nidi e scuole per l’infanzia e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative (fino a 7500 euro) per i genitori che rifiutano la vaccinazione per i propri figli.

C’è ampio dibattito sulla necessità e sull’utilità delle misure coercitive nell’aumentare l’adesione alle vaccinazioni. Non ci sono evidenze scientifiche che documentino l’efficacia o la non efficacia dell’obbligatorietà. Nel 2014 il gruppo di esperti chiamato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a redigere un rapporto sull’esitazione vaccinale, pur riconoscendo che in alcuni paesi l’obbligo ha contribuito a un aumento delle coperture, raccomandava di valutare con grande attenzione e cautela l’introduzione di misure coercitive che possono minare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

L’esitazione vaccinale è un fenomeno complesso, ed è errato ritenere che tutti i genitori che non vaccinano lo fanno perché contrari alle vaccinazioni. Stando alle indagini condotte anche in Italia, i veri e propri anti-vaccini rappresentano circa il 3% dei genitori, mentre una quota più ampia (10-15%) è costituita dagli esitanti, genitori che nutrono dubbi e timori, che necessitano di ascolto e rassicurazione, che ritardano le vaccinazioni e/o le effettuano solo in parte. [Valsecchi M et al Indagine sui determinanti del rifiuto dell’offerta vaccinale in Veneto. Rapporto 2011] Vi sono poi genitori che faticano ad aderire alle indicazioni del calendario vaccinale per problemi di tipo organizzativo, legati anche all’accesso ai servizi.

L’obbligo vaccinale rischia di rappresentare una risposta semplicistica, non in grado di affrontare una complessità che richiede invece interventi multimodali. Le misure coercitive comportano alcuni rischi: ridurre una fiducia già compromessa verso i medici e le istituzioni, come sottolineato dagli esperti dell’OMS; polarizzare maggiormente le posizioni e le contrapposizioni, aumentando la confusione; aumentare i contenziosi; spostare i genitori esitanti verso una maggiore contrarietà. [Leask J & Danchin M J Pediatric Child Health 2017; 53:439-444] Inoltre, l’obbligo per l’accesso ai nidi nella situazione italiana avrà molto probabilmente un impatto modesto se non irrilevante, lasciando una quota di bambini da 0-3 anni non vaccinati e con il rischio concreto che si creino nidi o asili domestici frequentati da soli non vaccinati, che potrebbero rappresentare piccoli focolai epidemici. [Clavenna A & Bonati M Ricerca&Pratica 2017 33:102-111]

D’altro canto, l’obbligo vaccinale per l’accesso al nido e alla scuola dell’infanzia può tutelare la salute della comunità scolastica, in particolare dei bambini vulnerabili che non possono essere vaccinati per problemi di salute o di chi non risponde alle vaccinazioni.

Il Decreto Legge 73/2017 (Decreto Lorenzin) presenta alcune importanti criticità. La prima è rappresentata proprio dalla scelta di ricorrere allo strumento del decreto legge: di fronte a criteri di necessità e urgenza piuttosto labili sarebbe stato preferibile affidare direttamente al parlamento il compito di legiferare.

La seconda è l’ampio numero di vaccini a cui il provvedimento si riferisce.

Il Decreto Lorenzin pone l’Italia tra le nazioni con il maggior numero di vaccinazioni obbligatorie e la prima in Europa (dove peraltro nella maggior parte dei paesi non vige alcun obbligo). Non solo, ma è un deciso cambio di rotta rispetto alle scelte della politica sanitaria degli ultimi 20 anni, indirizzate verso un percorso di superamento dell’obbligo vaccinale.

Per quanto il profilo di sicurezza ed efficacia sia favorevole per tutti i 12 vaccini, occorre considerare che le malattie infettive prevenibili sono differenti in termini di contagiosità e rischio di complicanze gravi o letali, così come sono diversi i vaccini per entità e durata dell’efficacia protettiva (e di conseguenza per necessità di dosi di richiamo, anche in età adulta). Mettere i vaccini sullo stesso piano implica il non identificare e non condividere con la popolazione quali sono le priorità per la salute pubblica.

Tra i 12 obbligatori, vi sono vaccini che hanno un beneficio che riguarda prevalentemente o esclusivamente il singolo bambino e l’obbligo per l’accesso alla comunità scolastica non è giustificabile con la necessità di tutelare la salute dei compagni. In parte questo può essere dovuto alla disponibilità di vaccini combinati (come nel caso dell’esavalente o del morbillo-parotite-rosolia), ma l’obbligatorietà dei vaccini contro la meningite è poco comprensibile: il meningococco ha una contagiosità poco elevata e la maggior parte dei casi di contagio avviene da portatori sani del batterio, che hanno prevalenza maggiore tra gli adolescenti e i giovani adulti. Questo significa che per ridurre la capacità del batterio di circolare è importante vaccinare questa fascia di età, mentre le vaccinazioni effettuate nell’infanzia servono soprattutto a proteggere il singolo bambino.

Desta particolare perplessità la scelta di rendere obbligatorio (per i nati a partire dal 2017) il vaccino contro il meningococco B: si tratta di un vaccino introdotto in commercio da pochi anni e inserito nel calendario vaccinale solo a gennaio con il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Molte nazioni europee hanno scelto di non inserirlo nei programmi di vaccinazione perché non costo-efficace (alcuni paesi lo raccomandano, ma il costo dell’acquisto è a carico delle famiglie). A oggi l’efficacia sul campo e nella pratica del vaccino contro il meningococco B necessita di essere approfondita: dai dati disponibili sembra, per esempio, che l’efficacia protettiva si riduca dopo 2 anni e che il vaccino potrebbe non essere in grado di ridurre i portatori sani [Sadarangani M & Pollard AJ Clinical Microbiology and Infection 2016; 22: S103-S112]. Inoltre, i casi di meningococco B si concentrano nei bambini minori di 4 anni e in particolare nel primo anno di vita. L’esclusione dalle scuole dell’infanzia dei non vaccinati contro il B ha davvero poco senso (tra l’altro, un bambino vaccinato nel primo anno di età potrebbe anche non essere più coperto dal vaccino).

Suscitano anche perplessità le sanzioni proposte, per quanto già previste dalla precedente normativa, che potrebbero potenzialmente portare a un’esenzione legata al reddito.

La tutela della salute pubblica avrebbe dovuto eventualmente prevedere un obbligo limitato alle vaccinazioni di maggiore impatto per la comunità (quelle contro morbillo e pertosse, più poliomielite e difterite, attualmente eliminate ma che potrebbero verificarsi nuovamente).

In ogni caso, per morbillo e pertosse occorre ricordare come non sia sufficiente vaccinare solo la popolazione pediatrica. Nel caso della pertosse la protezione dei bambini, specie nel primo anno di vita, si ottiene attraverso la vaccinazione dei famigliari e dei caregiver, mentre per il morbillo l’eliminazione della malattia necessita di strategie di recupero degli adolescenti e degli adulti suscettibili, a partire dagli operatori sanitari e dal personale scolastico.

A questo riguardo va sottolineato come più del 70% dei casi ammalatisi durante la recente epidemia di morbillo aveva più di 15 anni, e come circa 1 su 10 era un operatore sanitario. Le strategie di recupero (catch-up) previste nei piani del Ministero della Salute fin dal 1999 sono state scarsamente attuate. Purtroppo non è stata effettuata alcuna riflessione da parte delle istituzioni preposte su queste mancanze (che hanno in parte contribuito all’epidemia osservata in questi mesi) e su come porvi rimedio.

Resta, infine, da capire quale sarà la strategia complessiva in cui si inserirà l’obbligo, come si concretizzeranno gli interventi informativi ed educativi e quale sarà l’impatto del provvedimento sull’attività dei servizi vaccinali e degli istituti scolastici.

Qualunque sia la visione sull’obbligo vaccinale, dovrebbe essere opinione comune che questo rappresenta una sconfitta per tutti: comunità civile, genitori, ma soprattutto operatori sanitari e istituzioni, politiche e non. Nel 1995 il Consiglio Superiore di Sanità, aveva ravvisato “l’opportunità di considerare, in virtù dell’evoluzione culturale ed economica della società italiana, lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevoli della comunità”, come avviene nella maggior parte delle nazioni europee. L’Italia non è riuscita a portare a termine il lungo percorso verso il superamento dell’obbligo vaccinale e le responsabilità sono comuni e condivise. Ritenere che si tratti solo di un problema culturale, tipicamente italiano e non risolvibile altrimenti, è una visione non del tutto aderente alla realtà.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza


La coercizione, il burionismo e il fallimento conclamato della comunicazione in medicina

di Annalisa Corbo (fonte)

“La capacità degli operatori sanitari di porsi in modo equilibrato ed efficace nell’ascolto e nell’osservazione di ciò che il paziente può comunicare e di dialogare in maniera altrettanto efficace sia con i pazienti che con colleghi e collaboratori, è un’abilità, spesso sottovalutata, che deve essere adeguatamente promossa in ogni contesto di cura”. (2015, Ministero della Salute, Direzione Generale della programmazione sanitaria, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti”, Ufficio III)

La situazione

Il giorno 19 maggio 2017 è stato approvato il Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli per per diverse patologie pena il non inserimento a scuola (già dall’anno scolastico 2017/2018) e già a partire dal nido oltre che la segnalazione diretta da parte dell’ASL al Tribunale dei Minori per l’avvio al procedimento della sospensione della responsabilità genitoriale. Ecco l’elenco di queste patologie, assieme alla copertura ufficiale registrata nel 2015:

antipoliomielitica (93,4%)

anti-difterica (93,35%)

anti-tetanica (93,56%)

anti-epatite B (93,2 %)

anti-pertosse (93,3 %)

anti Haemophilus Influenzae  tipo B (93,03 %)

anti-meningococcica B (anti-meningococcica età pediatrica 88,73%)

anti-meningococcica C (76,62 %)

anti-morbillo (85,29%

anti-rosolia (85,22%)

anti-parotite (85,23%)

anti-varicella (30,73%)

Il livello ottimale per la copertura vaccinale per garantire la cosiddetta immunità di gregge è del 95%. Per tutte le malattie, siamo sotto tale soglia e il trend è in diminuzione. Nel 2011, per esempio, in Italia eravamo oltre il 96%.

Di seguito l’andamento vaccinale per la Poliomielite (Istituto Superiore di Sanità):

chart

Cos’è successo dopo il 2012? Cosa ha portato i genitori italiani a vaccinare sempre meno nonostante, secondo i dati ufficiali, gli effetti collaterali gravi dei vaccini abbiano un’incidenza infinitamente inferiore rispetto ai danni gravi provocati dalle malattie per cui si vaccinano i bambini?

Sono andata a spulciare gli studi publicati dall’Istituto Superiore di Sanità e ne ho trovati due entrambi davvero molto validi ed interessanti in italiano: uno svolto su territorio veneto (2009 poi ridiscusso nel 2013 in occasione della giornata delle vaccinazioni) e uno in Emilia Romagna (studio statistico tra i bambini nati tra il 2007 e il 2011), oltre i numerosi articoli esteri molto accurati sia sulla cosiddetta vaccine hesitancy, sia a livello di misurazione, sia a livello di proposta strategica per farvi fronte. Non ho trovato pubblicazioni online di studi a livello nazionale se non in inglese, che vi segnalo in bibliografia e su cui baso alcune delle mie osservazioni.

La prima risposta alla domanda “cosa è avvenuto?” che leggendo i dati viene da dare sul decremento vaccinale, è la mala informazione che riceve un forte impulso dalla diffusione dell’utilizzo di Internet e dei social network. Questa è aiutata dalla tendenza di alcuni genitori ad affidarsi a frotte di comunicatori, spesso titolati, che hanno fatto proselitismo, in buona o in cattiva fede, con notizie false o inesatte, talvolta sensazionalistiche e spesso fuorvianti, accogliendo ed ascoltando persone dubbiose e spaventate.  Viene voglia di pensare quindi che i genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli, siano una manica di ignoranti da etichettare come persone senza senso civico, ostili alle regole della buona convivenza comune. Entrambi gli studi italiani smentiscono questa visione così come gli studi stranieri.

In Italia genitore dubbioso tipico è un genitore o sotto i 25 anni o sopra i 35, di estrazione culturale medio alta, informatizzato e molto interessato al tema vaccinale.  Il primo dato che emerge dallo studio veneto inoltre è che 4300 famiglie hanno partecipato allo studio, un numero molto elevato rispetto alla popolazione regionale, dandoci la certezza che per tutti i genitori quello delle vaccinazioni è un tema caldo.  I dati di tale studio indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando. Ma anche i “non vaccinanti” si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su qualche vaccinazione (un dato interessante è che tra i più favorevoli ai vaccini, ci sono gli stranieri). Colpisce il fatto che in momenti in cui non vi è un vero e proprio allarme legato alla diffusione di una malattia, la percezione del pericolo legato alla malattia stessa sia attutita a fronte della paura degli eventi avversi immediati più di quelli a lungo termine delle vaccinazioni che da quella malattia proteggono.

La mala informazione non passa però solo da coloro che diffondono notizie false o inesatte: l’aria di sfiducia nel Sistema Sanitario Nazionale che aleggia tra i dubbiosi dipinge una sanità che viene percepita dall’utenza come poco trasparente, poco dialogante e poco attenta al paziente. In fatto di vaccinazioni, dato che si tratta di una azione preventiva, tale sentore può avere effetti molto più incidenti sul comportamento e sull’allontanamento da tale prassi, soprattutto in un momento storico che si avvicina all’emergenza ma che ancora non lo è, in cui gli effetti gravi delle malattie per cui ci si vaccina, non sono ancora così diffusi.

Ma dove si informano i genitori?

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico. Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i “non vaccinati”. (Valsecchi, 2009)

I genitori che vaccinano sempre meno o procrastinano sono in diversi casi genitori in preda a paure ed ansie difficili da gestire e che talvolta non trovano lo spazio di ascolto e di informazione adeguato nelle sedi appropriate. Negli studi presi in considerazione, viene illustrato come i genitori esitanti siano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con un’unica strategia e all’interno delle strategie che hanno il maggior successo, ci sono quelle improntate al dialogo e all’informazione.Il colloquio pre-vaccinale, per esempio, è promosso dallo studio pubblicato dall’ISS come prassi estremamente incidente sulla presa di decisione finale.

Veniamo ora alle strategie che riguardano le vaccinazioni obbligatorie. Dallo stesso studio sopra citato, emerge che la sospensione dell’obbligo non abbia modificato le adesioni. In occasione della ridiscussione nel 2013 durante la Giornata delle Vaccinazioni, il dott. Leonardo Speri, uno degli autori del documento che analizza l’adesione nella Regione Veneto, sostiene che anche in Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia.

È infatti cresciuto anche il numero di medici che accolgono le preoccupazioni di alcune famiglie programmando calendari vaccinali completi ma alternativi.

Quando si ha una popolazione che segue una scelta vaccinale fluida e in trasformazione indipendentemente dall’obbligo, non si può ragionare semplificando.

Il complesso fenomeno dell’esitazione vaccinale non è solo italiano ed è diventato talmente importante e preoccupante che il WHO (World Health Organization) ha costituito un gruppo di studio, il “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”, con lo scopo di analizzarlo e di dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. Nel documento prodotto da questo gruppo di esperti  viene ribadito che è fondamentale che ciascun Paese proceda prima all’analisi del fenomeno al proprio interno proprio perché le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche. Da questa conoscenza deriva poi l’adozione delle politiche più adeguate al proprio territorio.

… L’Italia l’ha fatto prima di proporre 12 vaccini obbligatori pena il non inserimento nella scuola dell’obbligo?

 

La comunicazione ai tempi del burionismo

Uno scenario sconfortante per chi, come me, insegna comunicazione in ambito sanitario,  è osservare sui social network l’erigersi di barricate in cui le persone si auto-etichettano o vengono etichettate con i più fantasiosi epiteti (da “servi del potere” a “zecche ignoranti” a “pro-vax” o “anti-vax” ecc ecc) ingaggiando sterili conflitti che le portano a essere a favore o contro i vaccini, conflitti durante i quali sono sistematicamente ignorati gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Ancora più sconfortante è osservare come professionisti della medicina alimentino tale polarizzazione non facendo altro che rafforzare le posizioni di chi è male informato.

La mia attenzione, negli ultimi mesi, è planata sulla pagina FB del Prof. Burioni. Il professore che comunica contenuti scientificamente accreditati e scientificamente impeccabili, usa una modalità di comunicazione che vizia il controproducente fenomeno sociale della polarizzazione delle posizioni e dell’etichettamento delle persone. Se si presenta un dubbio, questo non viene accolto, analizzato ed eventualmente contestato ma immediatamente messo a tacere con azioni verbali aggressive indirizzate alla qualità della persona e non al fatto in questione, cosa che invece meriterebbe spazio e tempo.

La cosa che mi porta ad essere ancora più critica nei confronti di tale tipo di comunicazione è il fatto che questa sia distante dai principi e dai valori di incertezza ed apertura di cui il pensiero scientifico è costituzionalmente permeo. “La scienza non è democratica” (cit. Burioni, da commento in pagina FB) è una profonda inesattezza. La scienza è per sua primaria natura in evoluzione e in divenire e questo tipo di comunicazione aggressiva è controproducente per il pensiero scientifico stesso oltre che distante dai principi del rinnovato Codice Deontologico dei medici che pone l’accento sulla necessità di adeguare la professionalità alla realtà sociale in evoluzione. Il pensiero scientifico e soprattutto la prassi medica non  hanno lo scopo di polarizzare o domandare ragione bensì valorizzare la distinzione di competenze per favorire l’affidamento ed è proprio nel cosiddetto “burnout” del professionista della medicina che si annida il pericolo della depersonalizzazione cioè di quel distacco del professionista della cura dall’utente e che lo porta a disinteressarsi alla qualità o problematica umana del proprio interlocutore.

Il nostro amico burnout

Secondo il sindacato ANAAO, molti medici e operatori sanitari sono a rischio burnout. Diverse le cause percepite dagli stessi medici intervistati: eccessivo condizionamento della politica nei confronti della professione e della carriera, carichi di lavoro pesanti, mancanza di personale, l’aumento dei contenziosi. Il burnout è una sindrome da esaurimento emotivo molto diffusa, soprattutto tra chi ha nella relazione con un’utenza il focus del proprio lavoro. In una delle sue manifestazioni più evidenti, il burnout porta il professionista a depersonalizzare la relazione con i propri interlocutori (spesso i pazienti ma a volte anche colleghi e collaboratori), perdendo completamente l’interesse nei confronti della relazione con loro. Gestire il burnout in medicina non è semplice ma è possibile in quanto una famiglia dubbiosa non è “parte di una percentuale di persone che non capiscono” ma ha una sua propria storia, sempre diversa. Far fronte alle paure dell’utenza dubbiosa è possibile: serve informazione, formazione, trasparenza e ascolto oltre che studi approfonditi e riferiti alla vaccine hesitancy locale, in modo da avere strumenti per farvi fronte.

Immaginatevi la scena

Vesto i panni della psicodrammatista e vi invito ad immaginarvi una scena che potrebbe essere molto comune: una famiglia è convocata in ambulatorio vaccinale per la prima volta ma è molto titubante e anche un po’ spaventata: essendo una famiglia interessata alla salute e ai metodi di cura, ha letto molti articoli online e si è imbattuta anche in alcuni articoli che parlano degli effetti avversi dei vaccini, ha guardato video dove medici immunologi citano ricerche pubblicate che parlano delle impurità dannose che sono contenute nei vaccini in commercio, per cui ha il timore che il vaccino che sta per somministrare al figlio potrebbe compromettere seriamente la sua salute. Il figlio dei vicini di casa, poco dopo la vaccinazione è stato malissimo. Però quando hanno riferito la cosa, sono stati liquidati con un frettoloso: “Non può essere stata la vaccinazione”. Hanno anche saputo che forse i vaccini provocano l’autismo anche se poi quello studio è stato invalidato ma “chissà quante pressioni che ci saranno state”, sicuramente “le case farmaceutiche avranno fatto di tutto per affossare la verità”. Del resto, “regalano viaggi ai medici!” Proprio quei medici che oggi incontrano. La famiglia viene invitata a firmare un foglio dove dichiarano che il bambino non è allergico a determinate sostanze (ma loro non lo sanno in quanto il bambino ha 3 mesi) e che la famiglia stessa si prende la responsabilità di ogni effetto avverso. La famiglia mostra il proprio scetticismo ai medici e agli operatori dell’ambulatorio che, ormai esauriti da attacchi alla loro professionalità, frustrati e screditati, rispondono risentiti con tecnicismi e si mostrano ostili. Il conflitto si apre e si cristallizza sulle posizioni invece che sugli interessi comuni (il benessere del bambino) quindi la famiglia torna a casa arrabbiata, senza aver vaccinato il bambino, più confusa di prima e trova accoglienza e comprensione da parte di chi promuove alternative alle vaccinazioni.

Chi ha fatto mala informazione in questo caso? Servono operatori sanitari non solo preparati tecnicamente ma anche formati alla comunicazione oltre che tutelati a livello emotivo. Serve tempo e competenza per spiegare, raccontare, illustrare, placare ansie, accogliere perché è la medicina che deve tornare ad essere depositaria di fiducia, proprio perché dimostra di mettersi costantemente in discussione come effettivamente fa, in qualità di disciplina scientifica e solo con la trasparenza si può parlare di messa in discussione. Perché la competenza e la coscienziosità professionale sono attitudini sia scientifiche sia democratiche e in questo, coloro che hanno un dubbio, devono tornare ad avere fiducia. Serve che qualcuno aiuti i medici a gestire la frustrazione e a rispondere a questa con una gestione appropriata delle proprie emozioni e del conseguente comportamento di ruolo adeguato e qualcuno che guidi i genitori verso una scelta consapevole.

Coercizione

In quest’ottica… a quanto servirà quindi questo obbligo di 12 vaccinazioni pena l’esclusione dalla scuola (dell’obbligo) e il sollevamento dalla responsabilità genitoriale per favorire la cultura della prevenzione? Se stiamo ai numeri delle ricerche precedenti, poco. Se dovessimo promuovere l’ottica della trasparenza, ancora meno. La coercizione è un atto di chiusura del dialogo tra istituzione e cittadini, specchio di uno Stato che riconosce di non avere le risorse per prendere provvedimenti in direzione educativa e di promozione della salute, oltre a decretare il fallimento della comunicazione in medicina operatore-paziente nell’ambito delle vaccinazioni e della prevenzione.

Il clima di fiducia in seno al quale nasce e si sviluppa il senso civico, prevede onestà, sempre, anche quando la sincerità è difficile da mostrare e la cultura della prevenzione e il rispetto delle istituzioni è ciò che a tutti i cittadini dovrebbe permeare da uno Stato rispettoso, depositario di fiducia e attento ai cambiamenti sociali.

Il nostro Stato, oggi, sarebbe capace di ciò?

Art. 20

Relazione di cura

La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura.

(Codice di Deontologia medica)

Bibliografia

Burgess D. C., Burgess M. A., & Leask J. (2006). “The MMR vaccination and autism controversy in United Kingdom 1998–2005: Inevitable community outrage or a failure of risk communication?”. Vaccine, 24(18), 3921-3928.

Casiday R., Cresswell T., Wilson D., & Panter-Brick, C. (2006). “A survey of UK parental attitudes to the MMR vaccine and trust in medical authority”. Vaccine, 24(2), 177-184.

Bianchi A., Di Giovanni P., (2007). “La ricerca socio-psicopedagogica. Temi, metodi, problemi”.

Caitlin Jarrett, Rose Wilson, Maureen O’Leary, Elisabeth Eckersberger, Heidi J. Larson the SAGE Working Group on Vaccine Hesitancy, (2015) Strategies for addressing vaccine hesitancy – A systematic review. Vaccine, 33(34) Volume 33, Issue 34, 4180–4190

Dotti L, (2007) “Forma e Azione, Metodi e tecniche psicodrammatiche nella formazione e nell’intervento sociale”, Franco Angeli

Leask J., Kinnersley P., Jackson C., Cheater F., Bedford H., & Rowles G. (2012). “Communicating with parents about vaccination: a framework for health professionals”. BMC pediatrics, 12(1), 154.

Frasca G, Pascucci M.G. Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica (2012) “Studio di valutazione d’impatto delle disuguaglianze sull’adesione alle vaccinazioni” (Direzione Generale Sanità e Politiche Sociali e per l’Integrazione – Regione Emilia-Romagna)

Gust D. A., Darling N., Kennedy A., & Schwartz B. (2008). “Parents with doubts about vaccines: which vaccines and reasons why”. Pediatrics, 122(4), 718-725.

Leiter M.P., Maslach C., (2000) Preventing burnout and building engagement. Jossey-Bass, San Francisco (tr. it.: OCS Organizational Checkup System. Come prevenire il burnout e costruire l’impegno. O.S. Organizzazioni Speciali, Firenze, 2005).

Padula M.S., Giorgio Ilari G., Baraldi S., Guaraldi G.P., Ferretti E., Mulinai V., Svampa E., Venuta M. (2008) “Il burnout nella Medicina Generale: personalità del medico e personalità del paziente”, 42-47 Rivista della Società Italiana di Medicina Generale.

Buzzi B., Giovanardi I., Gridellini C., (2014) “La sindrome da burnout negli infermieri” Rivista L’Infermiere (5-2014) 29,-34

Valsecchi M, Speri L. et al. “Indagine sui Determinanti del Rifiuto dell’Offerta Vaccinale nella Regione Veneto” Report di Ricerca, Analisi dei Dati e Indicazioni Operative (DGR n. 3664 del 25.11. 2008 – All. B) (del. Az. ULSS 20 n. 278 del 27.05.2009)


Vaccini: una discussione oltre le ideologie

La posizione della Rete Sostenibilità e Salute

Nella nostra società ci troviamo oggi di fronte a una vera battaglia sul tema delle vaccinazioni, in un contesto ideologizzato in cui sembra impossibile rimanere estranei agli schieramenti del tutto a favore o tutto contro “i vaccini” (“pro-vax” vs “no-vax”). Questo tema, che negli ultimi mesi è stato strumentalizzato anche in ambito politico, è diventato così delicato che anche chi tenta di esprimersi in maniera non ideologica o strumentale e con riferimento a prove scientifiche può purtroppo venire posizionato da una parte o dall’altra della barricata e posto sul banco degli accusati. La Rete Sostenibilità e Salute, che al suo interno raccoglie oltre 25 associazioni (composte da medici, operatori sanitari e cittadini) che si occupano di salute da molto tempo, ritiene che per affrontare un tema complesso come quello dei vaccini sia necessario uscire dalla sfera ideologica e avviare una seria riflessione collettiva a partire dalle prove scientifiche disponibili e senza forzature. Di seguito presentiamo alcune considerazioni generali e un primo caso di concreta esemplificazione. 1. Da un punto di vista scientifico si dovrebbe evitare di proclamare verità “assolute, incontrovertibili e definitive” (ciò vale anche per scienze dure come la fisica). Da una prospettiva epistemologica è infatti considerato scientifico, a differenza degli enunciati della fede, proprio solo ciò che in linea di principio è “falsificabile” (principio di falsificazione di Popper). In questa prospettiva un serio dibattito scientifico su qualsiasi tema, incluso quello dei vaccini, non solo è lecito ma è parte del processo dialettico di costruzione e ridefinizione della conoscenza scientifica. 2. Pur con l’ovvia adesione al concetto di “vaccinazione”, riteniamo tuttavia che non abbia senso discutere di “vaccini”, come qualcosa da “prendere o lasciare” in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti collaterali, costi e va dunque valutato in modo specifico. In un dibattito scientifico non si potrebbe né asserire che tutti i vaccini esistenti abbiano prove altrettanto solide di efficacia, sicurezza e favorevole rapporto rischi e costi/benefici, né tanto meno il contrario. Dovrebbe invece essere possibile esprimersi su ogni singolo vaccino e su ogni strategia vaccinale, come si fa per farmaci differenti, sia pure accomunati da meccanismi d’azione simili. 3. È assodato che molti vaccini hanno rappresentato per la salute dell’Umanità un passo avanti enorme. Sono presenti contestualmente: A) molti vaccini con forti/fortissime prove di effetti positivi a livello individuale e/o di comunità di gran lunga superiori ai possibili effetti negativi e con profilo di costoefficacia molto favorevole B) alcuni vaccini, o alcune strategie di implementazione, con importanti segnali di inappropriatezza se proposti a tutta la popolazione o in alcuni gruppi. Ci limiteremo a un solo esempio concreto (Scheda con allegati su vaccino antimeningococco B), perché vorremmo che in questa fase il dibattito scientifico potesse svolgersi in contesti scientifici appropriati, senza censure né sanzioni. Ciò eviterebbe sia strumentalizzazioni mediatiche che stanno compromettendo un suo civile svolgimento, sia di diffondere senza necessità nella popolazione dubbi che in sede scientifica possono trovare risposte esaurienti e, auspichiamo, consensuali. C) anche vaccini collocabili in specifiche “aree grigie” meritevoli di ulteriori indagini, in cui le prove scientifiche a disposizione non permettono di raggiungere conclusioni solide. Nei casi rientranti nel punto A riteniamo fondamentale promuovere la vaccinazione, in quelli del gruppo B chiediamo di poter ridiscutere con argomentazioni scientifiche le strategie d’offerta del Piano Nazionale Vaccini/PNV. Anche nei casi di rilevante incertezza (gruppo C), pensiamo andrebbe fatta salva la possibilità di ciascuno di accedere alle relative vaccinazioni, a condizioni controllate dalla Sanità pubblica, come messo in atto con merito da più Regioni. Purché sia assicurato a chi chiede di effettuarle un consenso davvero informato, sui gradi di incertezza e sulla reale entità non solo dei benefici attesi, ma anche delle reazioni avverse rilevate negli studi registrativi randomizzati controllati e dalla farmacovigilanza attiva. Nel nostro ordinamento il consenso informato a qualunque trattamento sanitario è il fondamento della liceità dell’attività sanitaria, e rappresenta un “valore finale” (valore in sé, di rango sovraordinato) indipendente dall’esito stesso dell’atto sanitario. Vorremmo anche portare all’attenzione scientifica alcune “aree grigie” cruciali per la salute e la sicurezza della comunità e per la sostenibilità del nostro SSN, che meriterebbero di essere chiarite attraverso ricerche realizzate con supporto istituzionale, indipendenti da sponsor commerciali e con ricercatori senza conflitti di interesse. 4. In un’ottica sistemica e di medicina centrata sulla persona non è opportuno riferirsi solo alla popolazione generale, ma è necessario ragionare su specifici gruppi di popolazione. Vi sono, infatti, alcuni vaccini che hanno mostrato in studi randomizzati su esiti clinici maggiori prove convincenti di appropriatezza per alcuni gruppi di persone (es. il vaccino antinfluenzale negli anziani cardiopatici: Udell JA et al. JAMA. 2013;310:1711-20; Donzelli A e Battaggia A. Ricerca & Pratica 2014;30:1-12), o che potrebbero essere inappropriati in alcuni specifici gruppi (es. donne nel primo trimestre di gravidanza: Zerbo O et al. JAMA Pediatr 2017;171:1711-20 e Comment). In relazione a quanto sopra, la Rete Sostenibilità e Salute ritiene urgente: avviare un serio dibattito all’interno della comunità scientifica sul tema dei vaccini, che consenta di superare contrapposizioni ideologiche e di presentare alla popolazione informazioni complete basate sulle migliori prove disponibili. Per ristabilire una relazione di fiducia tra comunità scientifica e cittadini è anche necessario che le informazioni fornite siano indipendenti da interessi commerciali. Siamo convinti che si possa promuovere la salute, così come un’offerta vaccinale con altissima adesione, solo se la cittadinanza sarà informata in modo credibile e adeguato, e sarà attiva e consapevole. In coerenza, riteniamo opportuno che il “board” per una legge nazionale intesa a rendere obbligatorie le vaccinazioni per iscriversi a scuola, attivato dall’Onorevole Gelli (http://bit.ly/2pWmAL4) con le maggiori Società scientifiche che si occupano di vaccini e il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, includa anche esperti indipendenti dalle Società scientifiche, liberi da potenziali conflitti di interesse, per affrontare nel contesto appropriato alcuni temi scientifici controversi. Un’accelerazione su una legge nazionale che estenda l’obbligo a gran parte delle vaccinazioni incluse nel PNV sarebbe una forzatura se soffoca il confronto scientifico e gli indispensabili contributi che ne possono derivare. Ad eccezione della profilassi antimorbillo, per cui ha basi scientifiche puntare al 95% della copertura, per altri vaccini non si vedono al momento condizioni di emergenza né di urgenza tali da giustificare l’adozione di provvedimenti coercitivi. La copertura necessaria è infatti inferiore al 95% per altri vaccini (e ovviamente irrilevante per l’antitetanica), come si può verificare da documenti dell’Istituto Superiore di Sanità – All. A e Andre FE et al, Bulletin of the WHO 2008;86:140- 6. Come RSS è stato avviato un gruppo di lavoro interdisciplinare per confrontarci in merito a importanti punti controversi, su cui non va impedito il dibattito della comunità scientifica. Ne esemplifichiamo alcuni: 1) vaccini o aspetti connessi a singole vaccinazioni che si trovano tuttora nella sopracitata “zona grigia”, meritevoli di ulteriore ricerca prima di considerarli oggetto di forte raccomandazione 2) iniziative per migliorare il sistema di sorveglianza post marketing per i farmaci in generale e i vaccini in particolare (partendo da esempi come quelli della Regione Veneto, che ha tassi di segnalazione di reazioni avverse 25-28 volte maggiori di quelli della media delle altre Regioni – v. http://bit.ly/2rf7V1Z pag. 21) 3) durata dell’immunità. Non tutti i vaccini proteggono “a vita”, per non pochi la protezione è solo di alcuni anni come ammette il PNV, che chiede ad es.: – una rivaccinazione annuale antinfluenzale per tutti dai 50 anni – richiami ravvicinati fino a 18 anni per vaccini anti difterite, tetano, pertosse e poliomielite, poi rivaccinazioni decennali universali per le prime tre. – o come il documento congiunto SIF, SItI, SIP, FIMMG, FIMP, che auspica già una rivaccinazione antipertosse ogni cinque anni per gli operatori sanitari a contatto con il neonato, perché “dati recenti indicano che alcuni soggetti possono essere ritornati allo stato di suscettibilità dopo alcuni anni”. L’implicazione è che i bambini sono già circondati da soggetti esposti ad es. alla pertosse, a partire da chi li accompagna/preleva dalla scuola. Ciò implica che alcune strategie di implementazione andrebbero ripensate in un’ottica di lungo periodo, per evitare che per alcune malattie si sposti solo l’età di trasmissione, con rischi potenzialmente più seri per anziani e malati cronici. 4) collocare i vaccini nel più ampio contesto delle politiche di prevenzione. Dato che, a livello sistemico, le malattie infettive si manifestano per l’interazione tra un agente infettante, un ospite (e le sue difese) e un ambiente, la prevenzione dovrebbe intervenire sulle tre componenti. In quest’ottica bisognerebbe darsi priorità sia tra le vaccinazioni, sia nell’insieme degli interventi preventivi: non si possono usare “tutti i vaccini disponibili” e trascurare ad es. gli interventi sugli stili di vita con grande e documentata efficacia nel ridurre sia morbosità e mortalità per malattie infettive, sia malattie croniche e mortalità generale. 5) Non ci risultano prove comparative che la coercizione ottenga risultati migliori di altre misure di informazione credibile e ricerca del consenso e responsabilizzazione sociale [in Italia il Veneto ha tassi di copertura molto soddisfacenti (Bollettino SItI Campania 17-5-17), pur avendo sospeso l’obbligo dal 2008, fatta salva un’immediata reintroduzione in caso di necessità]. Una revisione sistematica (Ames HMR et al. Cochrane review 2017 http://bit.ly/2q6klcq) conclude che i genitori vogliono informazioni bilanciate su benefici e rischi, imparziali, chiare e specifiche per specifiche esigenze informative (gli esitanti desiderano più informazione). Prima di generalizzare ed estendere misure obbligatorie, generando uno stato di allarme collettivo, sarebbe opportuno (e corretta applicazione di un metodo scientifico) valutare i risultati comparativi tra Regioni che hanno o no vincolato la frequenza scolastica all’esecuzione di vaccinazioni, fatta salva la possibilità di considerare la reintroduzione dell’obbligo in realtà locali dove il monitoraggio mostrasse discesa dei tassi di copertura ai livelli sopra indicati nell’All. A.

Bologna, 29 Maggio 2017 Rete Sostenibilità e Salute


* Vaccinazioni in Norvegia

Informazioni accessibili sul sito governativo, traduzione di Cinzia Marini.

Subito dopo la nascita, una Helsesøster (infermiera specializzata in infanzia e prevenzione) comunale va a trovare la famiglia a casa e si presenta, vede l’ambiente e il bambino, dà consigli. Questa Helsesøster, del consultorio comunale di ogni quartiere o paese, segue il bambino fino all’età scolare, dopodichè viene seguito da quella della scuola. Nel consultorio si fanno anche i controlli pediatrici, il pediatra è comunale e gratuito.

Nessun vaccino è obbligatorio per la frequenza scolastica o di nido/asilo. Esiste però un programma di vaccini consigliati, che viene offerto gratuitamente a tutti i bambini. I genitori vengono invitati singolarmente al consultorio pubblico di quartiere per essere informati e/o avere chiarimenti, dopodichè si può decidere di non farli, così come in qualsiasi momento si può cambiare idea e richiederli, nel qual caso la Helsesøster farà un calendario vaccinale ad hoc.

Non si firma consenso informato scritto per il vaccino, ma si firma un consenso generico (permetto/non permetto). Tutte le informazioni sugli effetti collaterali sono accessibili su siti governativi e su depliant del Ministero della Salute. I genitori ricevono per posta un appuntamento per ogni vaccinazione. La Helsesøster registra eventuali reazioni avverse e le inserisce in un database governativo. In aggiunta, registra i vaccini fatti in un database al quale ognuno ha accesso personalmente (per i minori, i genitori) e sul quale si può vedere quali vaccini si sono fatti, quando, e stamparsi il certificato.

Le coperture vaccinali in Norvegia si aggirano sul 95%.

In tutto i vaccini consigliati sono 12:

Difterite, tetano, pertosse, Hib (influenza), epatite B, pneumococco, polio, morbillo, parotite, rosolia, rotavirus, HPV.

Se il padre o la madre provengono da un paese con alta incidenza di tubercolosi, viene offerto anche il vaccino BCG antitubercolosi.

Calendario dei vaccini

6 settimane:

Prima dose rotavirus (perorale).

3 mesi:

Seconda dose rotavirus (perorale)

Prima dose esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib e epatite B)

Prima dose pneumococco

5 mesi:

Seconda dose esavalente

Seconda dose pneumococco

12 mesi:

Terza dose esavalente

Terza dose pneumococco

15 mesi:

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

7–8 anni (2. classe):

Quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio)

11–12 anni (6. classe)

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

12–13 anni (7. classe)

Per le bambine: HPV (papilloma), tre dosi in un anno

15–16 anni (10. classe)

Seconda dose del quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio).


Vaccini la fiducia è una cosa seria formato PDF

Esitazione vaccinale l’obbligatorietà è la soluzione? formato PDF

Si vaccini chi può e chi ci riesce

Le novità del decreto legge sui vaccini sito del Ministero della Salute

“Non capisci un cazzo, non hai diritto di parola”

Vaccini una discussione oltre le ideologie

Società contro scienza 

 

Articoli in primo piano

Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

AstraRicerche_Cera_di_Cupra_Sintesi

Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

Il caso Guinness Good Times

Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF

Articoli in primo piano
hate speech

Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

Articoli in primo piano

The hidden figures. Donne, nere e scienziate NASA

cultura-commestibile-207-18

The hidden figures

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile 207

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Ricordatevi questi nomi perché ne sentirete parlare. Di professione scienziate, matematiche e fisiche afroamericane, hanno preso parte ai programmi Mercury e Apollo 11 della Nasa. Oggi un film porta alla luce la loro storia nascosta.

Hidden figures, in Italiano Il diritto di contare, è un film del 2016 di Theodore Melfi, che parla della partecipazione di un gruppo di donne ai programmi spaziali NASA a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Stiamo parlando dell’America segregazionista e delle lotte per i diritti civili, quando i bagni, gli autobus e le scuole erano divisi tra bianchi e neri. Le leggi segregazioniste furono abrogate nel 1964 con il Civil Rights Act, quando vennero dichiarate illegali nelle strutture pubbliche. Ma nel 1965 si raggiunse il punto più alto della battaglia per i diritti civili mediante una il Voting Rights Act, che introduceva regole severe per assicurare il diritto di voto a tutti i cittadini, garantendo così le minoranze.  Per dare un’idea di quali erano i tempi in Alabama, nel 1955, Rosa Louise Parks aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco venendo arrestata. Nel 1960 degli agenti federali scortavano Ruby Bridges a una scuola della Louisiana. La bambina era la prima a entrare in una scuola per soli bianchi grazie a un ordine federale. Nel 1964 tre attivisti per i diritti civili degli afroamericani venivano uccisi in Mississippi da un gruppo del Ku Klux Klan. Nel 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. Tre anni prima era toccato a Malcolm X, durante un discorso pubblico.

Sullo sfondo di questi eventi drammatici le brillanti menti di tre donne afroamericane stavano dando il loro contributo allo sviluppo del programma spaziale americano.

Katherine Coleman Goble Johnson: fisica, scienziata e matematica, calcolava le traiettorie, le finestre di lancio e i percorsi di ritorno di emergenza dei voli. Mary Jackson, matematica, aveva seguito i corsi post laurea in una scuola serale per bianchi frequentata da soli maschi, ottenendo le qualifiche necessarie a diventare la prima ingegnere donna nera della NASA. Dorothy Vaughn, matematica, la meno conosciuta delle tre, fu la prima donna afroamericana a supervisionare uno staff di ricerca alla NASA, come capo della sezione di programmazione della Divisione Analisi e calcolo di Langley. Ricordatevi i loro nomi, ricordatevi il loro contributo, ricordatevi che sono donne e afroamericane.

Nelle loro vicende si concentrano ed esplodono vari pregiudizi sulle donne, la scienza e la capacità di comando. Le loro storie rappresentano una sintesi di quello che oggi viene chiamato approccio intersezionale alle questioni di genere, un approccio che tiene conto delle donne non come categoria astratta ma come individui con proprie peculiarità, inseriti in situazioni specifiche. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, donna, vegetariana, etc. (Amartya Sen) Essa fa parte di diverse collettività simultaneamente, ognuna delle quali le conferisce una determinata identità. Approccio intersezionale significa questo: considerare le donne come identità complesse e fatte di appartenenze culturali molteplici e contemporanee. E lo potete vedere rappresentato nella storia delle tre scienziate nere della Nasa oggi raccontate in film.

Ilaria Sabbatini

 

Articoli in primo piano

Ethos e thanatos

Il tema dell’eutanasia è tornato prepotentemente alla ribalta con la morte autoprocurata di Fabiano Antoniani, dj Fabo. Il tema è oltremodo delicato e non mi metterò a fare analizi sulle condizioni di lui, sul suo stato di disperazione o sulla sua serenità. Sono cose che non sappiamo e di cui soltanto l’interessato può dare conto. Dunque trovo opportuno tacere e rispettare il mistero di un uomo che non ho conosciuto, di una coscienza che non è la mia. Riguardo all’eutanasia però è lecito avere dei pareri dato che, in un modo o nell’altro, è un fatto che ci riguarda tutti come individui soggetti al passaggio del tempo. Non è solo questione di cosa sia giusto, ognuno dentro di sé ha le sue convinzioni dettate dalla formazione culturale, dalle credenze, dal modo di affrontare la vita in tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Il punto chiave, in questo caso, è capire il ruolo che dovrebbero avere le leggi dello stato in un campo la cui materia non è mai stata regolamentata.

Mi pare che lo scopo di uno stato e delle sue leggi sia di garantire la pluralità e la convivenza. Tanto per scendere nella prassi, mi è capitato di confrontarmi con una mia buona amica, cattolica praticante: lei ha un concetto della vita chiaramente ispirato ai suoi principi morali. Una sera ci siamo trovate a parlare di questo e mi ha detto che considera come vita ogni suo respiro, in qualsiasi condizione si trovi. Pur avendo una formazione similissima alla sua sono arrivata a conclusioni diverse. Credo che il fatto più interessante sia stato di riuscire a convenire su un punto: la sua volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la mia; la mia volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la sua. Abbiamo scisso consapevolmente il piano della morale e quello dell’etica. Allo stato non compete e non deve competere la morale, deve competere l’etica. Anche se non esiste – che mi risulti – nessuna convenzione al riguardo,  il concetto di morale indica le norme di comportamento, mentre quello di etica allude alla riflessione sul fondamento e l’applicabilità di quelle norme.

Trovo fallace che si discuta di temi come il fine vita prendendo a riferimento la morale – ovvero le norme di comportamento che le persone si danno – perché la morale non può altro che essere soggettiva, autoriferita o condivisa entro gruppi specifici. Qui non è questione di pietà − quanto meno non solo − bensì di civile convivenza. La civile convivenza è quella che permette il rispetto di tutti sulla base di un patto sociale. Per esempio permette che io sia contraria all’eutanasia, in base ai miei principi morali, e però sia favorevole all’autodeterminazione in base ai miei principi etici. L’ethos è uno spazio condiviso, dove ci dobbiamo rispettare tutti. E l’ethos, a mio avviso, contiene e garantisce la morale, il mos, ovvero la scelta tra azioni ugualmente possibili. Morale che è plurale per definizione.

Riguardo invece al paragone infelice e illecito con la cosiddetta eutanasia nazista, studiando l’Aktion T4 risulta evidente che l’eutanasia civile praticata da Fabo si colloca da tutt’altra parte, nel filone del pensiero sull’autodeterminazione. La persona decide che per sé, in un contesto di autodeterminazione, è un fatto totalmente diverso dalla persona che muore per decisione di un’altra. La definizione corretta per la cosiddetta eutanasia nazista è eutanasia eugenetica. Confondere la soppressione di stato dei disabili praticata dal nazismo con l’eutanasia civile non solo è improprio ma assume il punto di vista del nazismo stesso. La soppressione dei malati veniva chiamata “dolce morte” solo in un contesto propagandistico quando di fatto tutto il programma eugenetico era costituito da comportamenti violenti e costrittivi. Dunque la prassi nazista – comunque la si pensi – va considerata diversamente dall’eutanasia civile perché il concetto di fondo è completamente differente: si tratta infatti di eterodeterminazione della persona dall’esterno. In questo caso la persona non decide per sé ma subisce la decisione di un terzo. In buona sostanza io posso anche non condividere l’atto di sottoporsi a eutanasia ma non posso derogare dal principio di rispettare l’autodeterminazione di ogni persona. In uno stato etico ogni persona è un individuo pienamente padrone di sé stesso.

Per volontà di chiarezza dico che sono apertamente contraria all’accanimento terapeutico ed è mia convinzione che buona parte dei casi dibattuti circa il fine vita rientrino in questa casistica. Riguardo all’eutanasia attiva posso dire che è contraria alle mie convinzioni, non ho problemi ad ammetterlo. Al tempo stesso però sono persuasa che le mie convinzioni, frutto della mia formazione e della mia morale, siano su un piano diverso dall’etica condivisa che ci deve governare tutti come comunità. Una comunità dove dovrebbe vigere un rapporto di reciproco rispetto e di non prevalenza di una morale sull’altra.

Siamo sempre moralisti sulle scelte degli altri ma in ballo ci sono considerazioni complesse. Il diritto all’autodeterminazione da una parte e dall’altra la capacità concreta di supportare le persone in condizioni o con patologie gravi. Fino al giorno in cui non saremo in grado di proteggere e dare dignità a poveri, anziani, disabili e terminali dovremo misurare le parole, altrimenti saremo solo chiacchiere e distintivo.

.

.

Questo blog non approva tutto ciò che condivide. Ma condivide tutto ciò che sembra interessante per stimolare la riflessione.

Addio, Fabo, non siamo riusciti a darti nessuna ragione per vivere

Due parole su dj Fabo

La vita prima della fine

Death with Dignity Act

Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»

Diritto di vivere. E anche di morire?

Zagrebelsky: “Il diritto di morire non esiste”

Mario Sabatelli: “Io, medico e cattolico spengo le macchine ai malati che lo chiedono”

Articoli in primo piano

Quelle donne negate

Sentire il loro accento fa male. Parlano toscano, come me. Loro sono di Follonica. Sono lavoratori normali, senza particolari privilegi e probabilmente senza particolari stipendi. Appartengono alla categoria dei deboli, come tanti. Eppure si sono sentiti più forti di quelle due donne che raccoglievano il cartone e gli oggetti rotti.

Ridevano mentre le donne gridavano. Le hanno rinchiuse nella gabbia semplicemente perché quei due uomini pensavano di poterlo fare, ritenendosi in una posizione di forza. Pensavano anche che fosse lecito, dato che hanno pubblicato il video che li incrimina. Capaci di colpirle perché le ritenevano deboli. Loro, che probabilmente sono impotenti di fronte a quelli che occupano il gradino superiore. L’azienda li ha scaricati: ora i due chineranno la testa di fronte a chi è più grosso. Poveracci che ritengono ganzo bullizzare due donne.

Quello che mi colpisce, però, non è la povertà morale di questi uomini. Personaggi da poco, appartenenti a una tipologia nota che abita le mille zone di margine delle nostre città. No, non mi stupiscono loro. Mi stupisce invece l’incapacità dei media di chiamare le due vittime “donne“. Non importano le nostre posizioni politiche, non importa cosa si pensa della comunità rom: esiste un minimo comune denominatore da cui non si può prescindere. Esiste qualcosa che vale sia per la destra che per la sinistra, qualcosa in cui ci si deve poter riconoscere. Di questo qualcosa fa parte l’opposizione alla violenza di genere, lo schierarsi senza ambiguità contro chi esercita violenza verso le donne.

Qualcuno dirà che hanno fatto bene a bullizzare due rom. Chi oserebbe dire che hanno fatto bene a bullizzare due donne? A questa chiarezza di linguaggio hanno derogato in molti omettendo di chiamare “donne” le donne. Glissando sul fatto che gli aggressori hanno agito contro le donne anche perché erano donne. Omettendo di dire che i due commessi non avrebbero osato comportarsi similmente nei confronti di due uomini. Semplicemente perché ne avrebbero avuto paura. E così, non chiamandole “donne”, si continua a esercitare violenza contro di loro. Persone che prima di tutto vanno chiamate donne e poi, se vogliamo, possiamo chiamarle in base all’etnia: rom, sinti, caucasiche o anche semite, a seconda di quello che si vuole sottolineare.

Volete la riprova? Leggete gli stessi titoli sostituendo le parole giuste: “Chiudono due donne nella gabbia e poi mettono il video sul web”, “Donne chiuse in gabbiotto”, “Donne chiuse nell’area rifiuti”. Fa un’altra impressione, non c’è dubbio. E sapete perché? Perché tutti censuriamo la violenza contro le donne: sarebbe una vergogna il contrario. L’escamotage migliore per sottrarsi a questa vergogna è di negare lo statuto di donne. Così, senza sembrare, viene sdoganata la violenza contro quelle due donne negando il fatto prioritario: ossia che sono a tutti gli effetti delle donne.

Dare la notizia che sono state ingabbiate e non saperle chiamare “donne”, fornisce l’esatta misura di quanto stiamo sottovalutando la violenza di genere come concausa della violenza generale in cui siamo immersi. Leggete bene quello che ho scritto, prima di dire che il genere non c’entra. Non sto parlando del fatto di cronaca, sto dicendo che il problema è non saperle chiamare col loro nome, cioè donne. Con rarissime eccezioni, non lo dice nessun giornale. Esse dunque sono negate come donne e non c’è peggior forma di misoginia del negare a una donna la condizione di donna. Come se l’età, l’aspetto, la classe sociale o l’etnia potessero essere elementi che annullano la condizione di donna.

donne

Aggiornamento:

Riporto una questione a margine. Qualcuna ha mosso obiezione a questa lettura richiamando il concetto di intersezionalità senza però chiarire in che modo si applica alla situazione. Ne viene fuori l’idea che nel caso di Follonica è in gioco la sola discriminazione etnica, essendo ininfluente il fatto che si tratti di donne. Questa affermazione è in contraddizione con l’approccio intersezionale che dice di voler difendere. Provo a definire il concetto di intersezionalità perché non è scontato che tutti lo conoscano e non può essere una cosa per poche iniziate. Semplificando si può dire che ogni persona non è definita da una sola categoria. Nei fatti una donna non è solo donna ma può essere lesbica, precaria, nera, disabile, etc. Essa può subire discriminazione in quanto donna, in quanto lesbica, in quanto precaria, in quanto nera, in quanto disabile, etc. Il post va esattamente nel direzione del considerare le varie componenti della persona, poiché stigmatizza l’atteggiamento di ridurne l’identità a un solo elemento: la sua etnia (si veda Amartya Sen, Identita_e_violenza). Semmai è l’obiezione che manca di approccio intersezionale poiché riduce le persone ad un unico elemento etnico (rom) cercando di omettere che si tratta anche di donne.

Articoli in primo piano

Ora sono liberi

Il signor Dino Bettamin, malato terminale di SLA, muore dopo la sedazione profonda. Il solito militante pro-life intervistato al Tg1 non ha di meglio da fare che questionare sull’alimentazione forzata. Beh, in tutta onestà, chi non ha sentito la propria madre implorare di sedarla non dovrebbe avere diritto di parola, non al di fuori della compassione e dell’empatia.

Penso a mia madre spessissimo. Mi sembra di diventare come lei mano a mano che invecchio. Gli stessi spigoli, le stesse debolezze. È con me quando cucino ed è diventata una presenza normale, serena. La sua immagine è quella di quando me la potevo godere da adulta, noi due sole a fare pastrocchi con la cena e a fumarci le sigarette l’una dell’altra.

Eppure stasera ho sentito come se qualcuno me l’avesse strappata. D’improvviso mi è salito addosso il ricordo di quando il dolore era diventato insopportabile e lei implorava che lo facessimo smettere. Sono stata io a dare l’assenso per la sedazione profonda. È un puro caso, sarebbe potuto toccare a mia sorella. So che lei avrebbe fatto la stessa identica scelta perché ne avevamo parlato, perché sapevamo cosa voleva mamma.

Mamma aveva capito, oh se aveva capito, e me lo aveva detto che stava morendo. Poi aveva continuato a implorare finché si era addormentata mentre io benedicevo la morfina. I medici nei giorni successivi avevano provato a diminuire la morfina ma appena lei recuperava coscienza, iniziava a piangere piano. Dopo due volte hanno deciso di smettere con la nostra gratitudine.

Ho cercato di trattenerla, ho visto esattamente quando ha smesso di respirare. Contavo i secondi. Mi dicevo che era un’apnea. Avrebbe di sicuro ripreso a respirare. Al mio fianco c’era un medico del personale, è rimasto a contare con me. L’ho guardato e lui ha annuito. Ho capito. Poi mi ha lasciata sola con lei. Mamma se ne è andata così, dormendo, perdendo il calore delle mani che le tenevo nelle mie. Finalmente libera.

Ed è questo l’amore. Sapere che se anche in quel momento ti sembra di sentirti schiantare all’altezza del diaframma, non sei tu che conti ma lei, il suo dolore, il suo viaggio, il suo paradiso di persona credente, la sua pace finalmente guadagnata. Lei non è più lì, è da qualche parte che sta cercando la strada, verso il nulla o verso il tutto. Segue il suo ciclo e non si può più tenerla legata. Si deve aprire la mano e lasciarla libera.

Questo gesto mi ha restituito lei, la nostre giornate improvvisate e imprevedibili, la spesa insieme in bicicletta anche quando era diventata cieca. E la volta che per proteggerla dalle macchine mi sono fatta tamponare da uno che andava a due all’ora. Mamma si è girata stizzita a chiedermi perché stavo ritardando. Dopo ci abbiamo riso. Mamma è questa.

Ogni tanto qualcuno che non la conosce, che non sa perché e come ha vissuto, con quanta forza ha lottato, pretende di venire a parlare di alimentazione forzata contro la sedazione profonda. Uno che non ha la minima idea di quanta sofferenza deve aver provato per chiedere di essere addormentata, lei che sminuiva qualsiasi malanno. Qualcuno che non conosce questo dolore pretende di fare la morale a chi ha ringraziato Dio per averla lasciata morire. Non  risparmiata dalla morte, no, ma dalla maledizione peggiore: quella della sofferenza.

Che si taccia, che si ascolti, che si impari cos’è la compassione, com’è fatta l’empatia. Perché senza l’amore, qualsiasi morale e qualsiasi etica sono meno di niente.

.

Questo è un mio scritto sulla libertà di decidere

Ecco come la vedevo (e mi sentivo) in quel periodo

Articoli in primo piano

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

patata-bollente-2017-ape10

ruby

Articoli in primo piano

Trump e il suo storytelling

La narrazione di sé è cosa di fondamentale importanza, in politica e non. La cultura del fumetto ha sempre colto pefettamente questo aspetto e lo si può riscontrare anche oggi nei disegni di Arthur Adams, rilanciati da molti blog tematici, in cui personaggi politici di primissimo piano vengono rappresentati come supereroi del nostro tempo. Adams declina la loro immagine in termini negativi ma questo poco importa. Che li si ami o che li si odi, ciò che conta è il loro essere super. Più o meno programmaticamente sono i personaggi stessi ad autorappresentarsi in veste di eroi, come se fossero una barriera vivente di fronte a un qualche pericolo letale.

In questo senso sono molto interessanti le prime prese di posizione di Trump che si orientano in tre direzioni precise: antiterrorismo, antiabortismo e costruzione del muro messicano. In qualche modo, in tutti e tre i casi, l’estetica del gesto – la firma che blocca il pericolo – è il punto centrale dell’operazione. In altre parole sembra che Trump stia costruendo la propria immagine basandosi sull’amplificazione della narrazione di sé e delle proprie azioni ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Trump agisce  in chroma key come se il contesto non esistesse, come se fosse un monarca assoluto che non tiene conto delle reazioni e delle ricadute negative per gli stati uniti.

Partiamo ad esempio dalle misure antiterrorismo. Questo è l’ordine esecutivo di Trump che da un giro di vite ai visti per l’ingresso negli Stati Uniti:  Protecting the Nation From Foreign Terrorist Entry Into The United StatesContro il radicalismo islamico Trump promette di bloccare i visti da Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen ma non si preoccupa affatto di bloccare i visti dall’Arabia saudita e dai paesi del Golfo. Gli iracheni e i siriani non possono entrare, i sauditi sì (Reuters: Trump expected to order temporary ban on refugees, Il Foglio: Senza Visa). Nel settembre 2016 il Congresso ha approvato la legge che permette di fare causa ai governi stranieri per un coinvolgimento diretto negli attentati alle Torri Gemelle: checché se ne pensi il dato interessante è che la prima della lista è l’Arabia Saudita. Quello di Trump non è niente di più del solito antiterrorismo strabico che però viene proposto come misura rivoluzionaria.  La corte suprema può intervenire: “orders are subject to repeal or modification by Congress in certain cases and review by the Supreme Court”. Ma Trump dovrà anche nominare un nuovo giudice per la Corte Suprema. Al momento il giudice federale di New York, ha emesso un’ordinanza di emergenza che impedisce temporaneamente agli Stati Uniti di espellere i rifugiati: ecco l’atto firmato da Ann Donnelly. Questi invece sono i punti dell’ordine esecutivo “Protezione della nazione dall’ingresso di terroristi stranieri negli Usa”. Del resto era prevedibile che una reazione ci sarebbe stata e così sta avvenendo. La conseguenza principale dei provvedimenti Trump è uno stato di totale confusione.

È interessante anche la vicenda dei tagli a Planned Parenthood (genitorialità pianificata). Trump ha revocato i finanziamenti all’associazione internazionale Planned Parenthood ma non a quella che opera in America: in questo caso il provvedimento deve passare dal parlamento mentre per l’associazione internazionale è possibile emanare un ordine esecutivo. La notizia arriva dal sito italiano Pro-vita che a sua volta si aggancia al sito anglofono Life news:

President Donald Trump Signs Executive Order to Defund International Planned Parenthood Planned Parenthood “touché” da un ordine esecutivo di Trump

Dunque i finanziamenti a International Planned Parenthood Federation e i contributi americani alla UNFPA (agenzia per la pianificazione familiare) dell’ONU sono stati revocati. Ma Planned Parenthood of America non è stata ancora toccata. Trump molto probabilmente ci proverà ma dovrà passare dal parlamento. L’azione quindi non è ancora conclusa ma viene già narrata come completa nonostante le reazioni generali facciano pensare che la Planned Parenthood of America sarà una battaglia assai più difficile. Si veda, prima tra tutte, la Women march on Washington.

People gather for the Women's March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

People gather for the Women’s March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

Riguardo al Messico la notizia è che Trump ha firmato l’ordine esecutivo per costruire il muro con il Messico. Peccato che già nel 2012 uno studio del Pew Research Center, rilanciato dal Sole 24 ore, riferisse di un cambiamento storico nei modelli migratori che poneva fine ad un flusso durato oltre 40 anni. Secondo quanto riportato dallo studio il tasso di emigrazione verso gli Usa nel 2012 era azzerato e non dava segni di ripresa. Sempre il Sole, basandosi sui dati del Pew Research Center,  a novembre 2018 segnalava che negli ultimi anni l’immigrazione irregolare verso gli Stati Uniti ha avuto una inversione di tendenza. Gli irregolari in questo flusso sono una percentuale alta (52%) ma il flusso in sé è complessivamente in calo. Dal 2007, ossia dall’inizio della recessione, c’è stata una riduzione del fenomeno dell’immigrazione spagnola. A questo si deve poi aggiungere l’effetto Trump come ricordato anche da Latin news: “According to US border patrol statistics a total of 150,304 immigrants were arrested when trying to enter the US illegally between October 2015 and February 2016, a 24% increase on the same year-earlier period”. Nonostante i dati, il presidente porta a casa il risultato di immagine, anche a costo di danneggiare gli Stati Uniti. In Arizona, California, Nevada e Texas i messicani di classe media spendevano cifre importanti per acquistare abbigliamento, profumi e articoli di lusso. Adesso invece lo stesso governo messicano invita a non farlo più con un danno non ancora quantificabile ma ben prevedibile. Non c’è nulla da minimizzare né da normaizzare: la situazione è seria comunque la si guardi. Proprio per questo è importante capire la comunicazione di Trump e perché funziona così bene nonostante tutto.

fuera-impresa-yanquee

Ps. Questo post non è e non vuole essere esaustivo: rappresenta uno work in progress per mettere insieme le informazioni che arrivano in un momento particolarmente caotico. Per questo ringrazio Massimo Faggioli, Giorgio Bernardelli, Anna Alina, Sabrina Ancarola e Roberto Maurizi dai cui post ho raccolto materiali utili.

How a President Can Use Orders and Memos and Who Can Stop Them – ABC News

Net Migration from Mexico Falls to Zero – and Perhaps Less

Il sistema giudiziario federale negli Stati Uniti

Trump firma l’ordine per costruire il muro con il Messico – Il Sole 24 ore

Trump Signs Executive Orders on Border Wall, Immigration – ABC News

Cosa ha deciso Trump sull’aborto – Il Post

Come cambierà la Corte Suprema – Washington Post

Guerra commerciale USA – Messico

Inside the confusion of the Trump executive order and travel ban

Effetto Trump: è boom di migranti dal Messico verso gli Usa

Mexico braced for exodus to US as ‘Trump effect’ hurts the peso _ The Guardian

 

 

Articoli in primo piano

Referendum 2016 analisi e documenti

Come e perché è nata la necessaria riforma costituzionale
Carlo Fusaro (sostenitore del si)

Gli approfondimenti a puntate del prof. Carlo Fusaro, professore di diritto elettorale e parlamentare presso la Scuola “C. Alfieri” dell’Università di Firenze

Questa riforma nasce dalla drammatica crisi dell’avvio della XVII legislatura. Le elezioni del febbraio 2013 consegnano un sistema politico improvvisamente divenuto tripolare: il Pd e i suoi alleati, il Popolo della libertà e la Lega, il nuovo Movimento 5Stelle si ripartiscono i voti in misura quasi equivalente. Fallisce l’ambizione di costruire un ulteriore polo intorno alla figura del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, senatore a vita cui era stato affidato il compito difficile e impopolare (per le misure da prendere) di fronteggiare la crisi del debito pubblico italiano, derivante a sua volta dalla crisi finanziaria mondiale e dall’insipienza e dall’incapacità di reagirvi del IV governo Berlusconi. A parte la maggior difficoltà di governare un sistema politico tri- o multipolare (rispetto a uno bipolare), la presenza di tre grandi forze parlamentari in sé non sarebbe stata un dramma.

Se non che: (A) la combinazione bicameralismo paritario-legge elettorale Calderoli (quella del 2005, voluta dal centro-destra berlusconiano) aveva prodotto uno squilibrio fra Camera e Senato; la vittoria (di misura) del Pd di Bersani aveva portato a una Camera con maggioranza Pd – Sel (ma Sel andò subito per conto proprio, in barba agli accordi preelettorali) e un Senato nel quale, invece, il Pd aveva (ed ha) solo un terzo dei componenti; (B) soprattutto si vide subito che il M5S, forte all’inizio di 108 deputati e 54 senatori, non era è disponibile ad alcun tipo di collaborazione in vista del governo del Paese: né col Pd né con Pd e Popolo delle libertà. Questo rese subito difficile la formazione di un qualsiasi governo, nonostante gli sforzi iniziali di Bersani.

Si arrivò così alla scadenza del mandato del presidente Napolitano. Alle votazioni per l’elezione del nuovo presidente il Pd non fu in grado di sostenere compattamente un proprio candidato da votarsi (necessariamente) con le altre forze politiche: caddero sia Marini sia Prodi. A questo punto tutte le forze politiche, tranne M5S e Lega, si rivolsero a Napolitano chiedendogli di accettare – per la prima volta nella storia – un secondo mandato. Napolitano accettò ma premettendo che non intendeva restare per tutto il settennato (per ragioni di età) e che condizionava la sua disponibilità al fatto che la legislatura fosse stata dedicata alle riforme anche costituzionali, sulla base di una collaborazione fra forze di centro-sinistra e di centro-destra (cioè Pd, Scelta civica, Popolo delle Libertà).

Nasce così il Governo Letta. E viene costituita una speciale Commissione di 42 esperti (tutti accademici, qualcuno con precedente militanza politica), presieduta del Ministro per le riforme Gaetano Quagliariello che rassegnerà le sue conclusioni il 17 settembre 2013: esse saranno la base del successivo progetto del Governo Renzi. Nel contempo si avvia una proposta di revisione dell’art. 138 Cost. per assicurare (come nel 1993 e nel 1997) un percorso accelerato e con referendum conclusivo della revisione della Parte Seconda della Costituzione. Questo progetto verrà approvato da Camera e Senato ma poi abbandonato: infatti il tentativo di collaborazione governativa e per le riforme fra Pd e Popolo delle Libertà naufraga a causa della vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore (in ossequio alla c.d. Legge Severino e comunque alla sua condanna in sede penale per reati tributari).

Così Berlusconi si tira fuori e il Popolo delle libertà si divide: rinasce Forza Italia (che va all’opposizione) e nasce il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che raccoglie i parlamentari (e i ministri) dell’ex Popolo delle Libertà che vogliono continuare la collaborazione di governo e per le riforme. Dalle c.d. larghe intese si passa a una specie di piccola intesa, comunque sufficiente (di poco) a garantire la maggioranza (forte alla Camera grazie al premio, debole al Senato).

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Negli stessi giorni la Corte costituzionale decide che la legge elettorale del 2005 (quella voluta da Berlusconi, Casini e Calderoli) è incostituzionale in due punti chiave (il premio, la mancanza di preferenze, vedi 15. e 16.). Renzi, anche per questo, rilancia immediatamente la strategia delle riforme e persegue – limitatamente a questa – un’intesa con Berlusconi, il quale si trova nel momento di massima debolezza e vede questa come l’unica opportunità di continuare a contare qualcosa. Nasce il c.d. patto del Nazareno, nome giornalistico derivante dal fatto che il primo solenne incontro fra Berlusconi e il neosegretario Pd Renzi avvenne presso la sede del Pd, appunto in via del Nazareno a Roma.

Berlusconi e Renzi raggiungono un accordo che ha per oggetto: legge elettorale, riforma costituzionale (limitatamente a bicameralismo e revisione del titolo V più punti minori). Subito dopo (febbraio 2014) Renzi sostituisce Letta alla guida del governo per assumersi in prima persona la responsabilità delle riforme in una fase in cui l’esecutivo appariva appannato e senza iniziativa (in questo modo si realizza una prima importante riforma di fatto: il leader del maggior partito di governo è anche presidente del Consiglio, come previsto – del resto – dallo Statuto del PD, se il partito governa naturalmente). L’intesa Renzi Berlusconi ovvero Pd/Popolo delle Libertà (oltre che Ncd) durerà fino al gennaio 2015 ed è stata alla base sia della nuova legge elettorale (Italicum) sia della riforma costituzionale sottoposta a referendum. La riforma sarà votata da tutta la maggioranza di governo e da tutto il centro-destra fino all’approvazione (in prima lettura) al Senato: non proprio il testo definitivo, ma quasi. Da ricordare che la stessa Lega ha un atteggiamento costruttivo (Calderoli stesso, al Senato, è correlatore con Angela Finocchiaro).

Si può dunque dire che la riforma costituzionale è figlia della determinazione del presidente Napolitano, dell’elezione a segretario di Renzi e della sua iniziativa politica, nonché dell’intesa fra Pd, suoi alleati di governo (centristi vari e Ncd) e Forza Italia.

Chi ha voluto (e perché) il referendum sulla riforma costituzionale

Si fa un referendum di tipo confermativo per rimettere la scelta definitiva al corpo elettorale perché la Costituzione lo consente (art. 138.3) e perché tutti lo vogliono.

Lo vogliono coloro che in Parlamento si sono opposti al progetto poi approvato come hanno sempre detto; lo vogliono il Governo e la maggioranza per dare alla riforma stessa una importante – si potrebbe dire, necessaria – legittimazione popolare. Tanto più che la maggioranza per la riforma è frutto di una vittoria elettorale striminzita (alla Camera), di una lotteria di premi (al Senato), il tutto sulla base di una legge elettorale poi censurata a proposito del meccanismo di attribuzione dei seggi dalla Corte costituzionale (sent. 1/2014).

Se è assurda la tesi che – a causa di quella sentenza – il Parlamento avrebbe dovuto bloccare ogni attività riformista e magari essere sciolto sulla base di una legge elettorale fasulla (frutto casuale della vituperata legge Calderoli meno le parti fatte cadere dalla Corte: due punti che lasciavano in piedi molte altre incongruenze), è comprensibile e anzi auspicabile conferire alla riforma il crisma del consenso direttamente espresso da parte dei cittadini elettori.

Fonte: http://formiche.net/author/carlofusaro/


L’iter della riforma costituzionale – speciale referendum

Il testo è stato discusso in parlamento per circa 2 anni. Sono state necessarie tre letture da entrambi i rami e 6 approvazioni per decretare il testo finale e il 4 dicembre ci sarà il referendum. Tutte le tappe della riforma costituzionale.

L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di assicurare una corretta e approfondita discussione in aula. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente esteso, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al senato che hanno azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.

Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la riforma ha dunque richiesto 731 giorni di discussione, di cui 346 al senato e 385 alla camera . Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge, nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi dell’iter legislativo.

Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7 contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.

L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore (percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

Fonte: Openopolis

Legenda


Referendum costituzionale 2016: le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi

Quanto si avvicina la legge Renzi-Boschi alla riforma Berlusconi del 2006? Parecchio, secondo l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

In una lettera aperta al Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitanopubblicata dal quotidiano La Repubblica, l’ex direttore della Scuola Normale di Pisa ha affermato che l’attuale riforma ricalca in buona sostanza quella targata Berlusconi-Bossi. Secondo Settis

“analogo è il rafforzamento dell’esecutivo, in ambo i casi presentato come finalità delle modifiche. Assai simile è la metamorfosi del Senato (‘federale’ nel 2006, ‘delle autonomie’ nel 2016), che in ambo i casi non esprime la fiducia al governo. Quasi identico al precedente del 2006, in questo nuovo tentativo di riforma, è il ‘bicameralismo imperfetto’ […]”.

Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Cerchiamo di scoprirlo.

Dopo continui rinvii, la data della consultazione referendaria con cui gli italiani decideranno se approvare o respingere il progetto di riforma costituzionale targato Renzi-Boschi è stata fissata per il 4 dicembre.

Poco più di 10 anni fa, nell’estate del 2006, andava in scena un altro referendum costituzionale. La riforma su cui all’epoca gli italiani si espressero viene accostata da molti a quella attuale. Eppure, nonostante i punti di contatto, profonde differenze separano i due testi, a partire dall’enorme peso attribuito alla figura del premier dalla riforma voluta da Berlusconi: elemento, questo, che non viene praticamente toccato dal ddl Boschi.

Quali sono le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi, bocciata dagli italiani col referendum del 2006? In vista di quello che si preannuncia come l’evento politico più importante dell’anno, ossia il referendum costituzionale del prossimo inverno, è bene dare uno sguardo ai punti in comune e alle principali differenze tra i due progetti di riforma costituzionale, varati esattamente a 10 anni di distanza l’uno dall’altro.

In molti hanno sottolineato le analogie – così come le divergenze – tra la riforma costituzionale passata nel corso della XIV legislatura su iniziativa dell’allora maggioranza di centrodestra, e il ddl Boschi, approvato lo scorso aprile in via definitiva e ora sottoposto al giudizio degli italiani. Dunque, cerchiamo di analizzare le differenze e le somiglianze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi.

Quello del 25-26 giugno 2006 fu il secondo referendum costituzionale sottoposto agli italiani: il primo si svolse nel 2001. Contro le modifiche alla Carta volute dal centrodestra votò il 61,3% degli italiani, che quest’anno sono chiamati a esprimersi su un nuovo progetto di riforma. Nel dettaglio, di seguito vedremo quali sono i punti in comune tra la riforma del 2006 e il cosiddetto ddl Renzi-Boschi.

Differenze tra il ddl Boschi e la riforma di Berlusconi del 2006

La riforma del 2006 mette mano in modo massiccio alla seconda parte della Costituzione approvata nel 1947. Ecco una breve scheda che la analizza punto per punto, confrontandola con quella attuale.

Composizione del Parlamento:

  • Riforma 2006 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato federale, organo che rappresenta gli interessi delle comunità locali.
  • Riforma 2016 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato delle autonomie, elemento di raccordo tra lo Stato centrale e gli enti territoriali (regioni e comuni).

Numero dei parlamentari ed elezione senatori:

  • Riforma 2006 : la Camera è costituita da 518 deputati, il numero dei senatori scende a 252. Questi ultimi vengono eletti in ciascuna Regione contestualmente ai consigli regionali. In caso di scioglimento anticipato di un consiglio regionale, il nuovo resta in carica solo fino alla fine della legislatura del Senato. Ogni regione dovrà eleggere almeno sei senatori (ma a Molise e Val d’Aosta ne spettano rispettivamente due e uno), ai quali si aggiungono i 42 delegati delle Regioni. Sarà eleggibile chi ha 25 anni. I deputati a vita prendono il posto dei senatori a vita e possono essere solo 3.
  • Riforma 2016 : i deputati restano 630, a Palazzo Madama troviamo invece 95 senatori (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori) eletti dai consigli regionali su indicazione popolare – quindi non più in occasione delle elezioni politiche – più altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica, i quali resteranno in carica per 7 anni: spariscono quindi i senatori a vita. I nuovi membri del Senato resteranno in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale.

Iter delle leggi:

  • Riforma 2006 : la Camera esamina le leggi riguardanti le materie riservate allo Stato. Il Senato può chiedere un riesame (serve una richiesta di due quinti dei senatori), quindi il testo fa ritorno alla Camera, che decide definitivamente. Il Senato esamina le leggi riguardanti le materie riservate sia allo Stato che alle regioni (materie concorrenti), ma anche le leggi di bilancio e la finanziaria. La Camera può chiedere di riesaminarle (serve una richiesta dei due quinti dei deputati). Il Senato non può più sfiduciare il premier.
  • Riforma 2016 : la Camera è l’unica a votare la fiducia all’esecutivo. Il Senato avrà piena competenza solo su riforme e leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera di modificare le leggi ordinarie, ma quest’ultima non sarà tenuta a dar seguito alla richiesta (sparisce dunque la navetta parlamentare).

Elezione e poteri del Presidente della Repubblica:

  • Riforma 2006 : il Capo dello Stato è è eletto da un’assemblea composta da deputati, senatori, presidenti delle regioni e da tre delegati per ciascun consiglio regionale. Perde il potere di sciogliere le Camere e quello di scegliere il primo ministro.
  • Riforma 2016 : cambia il meccanismo di elezione del Capo dello Stato, per la quale viene modificato il quorum. Dal quarto scrutinio in poi ci vuole la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea, e non più la maggioranza assoluta come accade oggi. Dal settimo scrutinio sono necessari i tre quinti dei votanti. Spariscono inoltre i cosiddetti grandi elettori.

Poteri del premier:

  • Riforma 2006 : aumentano i poteri del “primo ministro”, che può licenziare i ministri, dirigere la loro politica (e non più soltanto coordinarla), sciogliere direttamente la Camera. Di fronte a questa decisione, i deputati della maggioranza hanno la facoltà di indicare un nuovo premier. Se invece la Camera vota una mozione di sfiducia contro il primo ministro, è previsto lo scioglimento automatico dell’assemblea. La sua di fatto è un’elezione diretta (anche se il suo nome non è stampato sulla scheda). Sulla base dei risultati delle elezioni il Presidente della Repubblica nomina primo ministro il leader della coalizione vincente. Per insediarsi non ha bisogno della fiducia della Camera.
  • Riforma 2016 : non vengono modificati i poteri del presidente del Consiglio.

Rapporto tra Stato e Regioni:

  • Riforma 2006 : alle Regioni viene spetta la competenza esclusiva su importanti materie come l’organizzazione della Sanità, l’organizzazione scolastica e la polizia locale. Viene introdotta una clausola di interesse nazionale: ovvero, il governo può bloccare una legge regionale che pregiudichi l’interesse nazionale. Della questione si occupa il Senato; se la Regione non cambia la legge incriminata, il Senato può chiedere al Capo dello Stato di abrogarla.
  • Riforma 2016 : lo Stato centrale si riappropria di importanti competenze che ora sono appannaggio delle Regioni, come: “la tutela e la promozione della concorrenza; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro pubblico; le disposizioni generali per la tutela della salute; la sicurezza alimentare; la tutela e sicurezza del lavoro, nonché le politiche attive del lavoro; l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria e la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”.

Giudici della Corte Costituzionale:

  • Riforma 2006 : sono 15, di cui quattro nominati dal Capo dello Stato, quattro dalla magistratura, sette dal Senato federale integrato dai presidenti delle Regioni.
  • Riforma 2016 : dei 15 giudici costituzionali, 3 vengono eletti dalla Camera e 2 dal Senato.

Referendum:

  • Riforma 2006 : affinché il referendum confermativo sia valido, deve votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Il referendum inoltre può essere chiesto anche se la legge costituzionale viene approvata in Parlamento con la maggioranza dei due terzi: in questo caso non c’è bisogno del quorum.
  • Riforma 2016 : viene introdotto il referendum propositivo. Per quanto riguarda quello abrogativo, se è richiesto da almeno 800mila elettori invece che 500mila, è valido anche nel caso voti la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche; se è richiesto da almeno 500mila elettori ma meno di 800mila, o da cinque consigli regionali, rimane invariato il quorum della maggioranza degli aventi diritto.

Fonte: Forexinfo


 Rassegna stampa

Gli elettorati di Pd e Pdl si sfaldano, quello del M5s e sempre piu compatto – Fondazione Cattaneo

Referendum: a dire no sono stati giovani, disoccupati e i meno abbienti – Il sole24 ore

Le cinque ragioni di una sconfitta – Galli della Loggia

Milano si aggrappa a Wall Street e argina le perdite

Borsa Milano chiude con balzo +4,15% ultima-ora-ansa

«Non credevo mi odiassero così» L’idea dell’addio alla segreteria PD

Autoanalisi di un vincitore senza gioia

15380404_10154662117511590_7613031689183348009_n

cy7tyiexaaarg2a cy7vws_xcagfhgi

Articoli in primo piano

In manifestazione c’ero anch’io

In manifestazione c’ero anch’io e c’ero con la pinguina di Giuliana Maria Dea. Non ci credete? Ecco la prova nelle foto qui sotto. Sì, quello è il mio nome, quella sono io, sono con la pinguina di Giuliana. E sono felice ed emozionata.

Faccio parte di un piccolo gruppo di donne che senza nessuna formalizzazione si sono ritrovate a discutere intorno a questa manifestazione. Quello che mi ha attirata, in primis, è stata la volontà di portare avanti un discorso contro il femminicidio, contro la violenza di genere insieme ai maschi. Infatti ci sono anche uomini nel gruppo e c’è anche mio marito (da ora in poi Marito). Con loro tutte mi sono confidata e con loro ho condiviso considerazioni e perplessità. Anche durezze e divergenze. E alla fine mi piacciono, spigoli compresi.

Sabato non ci potevo essere e come me altre. A un certo punto la proposta di Carola: portarci lo stesso con loro. Così è nata l’idea delle etichette da appiccicarsi addosso: una di loro ha portato in manifestazione il mio nome per tutto il giorno. Senza insistere, senza chiedere giustificazioni. Non potevo, punto. Giulia ha scritto il nome. Giuliana mi ha portata.

img_3954-270x480

Io sono grata a queste persone, a queste donne. Quando ho visto la foto delle pinguina con l’etichetta mi si è si è stampato un gran sorriso in faccia. Perché hanno pensato a me. E perché così, senza neanche sembrare, sta rinascendo qualcosa che è legame. Qualcosa che ha che fare con il consiglio comunale aperto dove ho donato, a fine seduta, un’opera realizzata da me e da Marito alla Commissione Pari Opportunità.

15134697_10211418681611851_2296934981802869425_n

Titolo: “Colei che è il tempo”. Foto: Collettivo Ephemeris (Ilaria Sabbatini e Marcantonio Lunardi) Modella: Nicol Claroni

Ma tutto questo è cominciato prima, da quando ho parlato con Marito e abbiamo deciso di realizzare questa foto, da quando ho sentito Nicol e l’idea le è piaciuta, da quando a Lucca è stata uccisa Vania Vannucci e qualcosa ha fatto uno scatto nella mia coscienza. Sì, fin da prima mi interessavo di questioni di genere e mi rendevo conto del fenomeno della violenza contro le donne. Ma la notizia di Vania fu un pugno nello stomaco. Sperammo che sopravvivesse: sapevamo che aveva parlato prima di perdere conoscenza. La mattina dopo morì e ci trovrammo spaesati di fronte a una cosa più grande di noi. Le colleghe di Vania organizzarono subito una manifestazione spontanea.

vania-vannucchi-6-agosto-2016-11-copia

Poi ci fu l’altra manifestazione, quella istituzionale, dove ho incontrato Michela che mi spiegato che esisteva l’Associazione Luna e ho scoperto una cosa che si chiama Codice Rosa. Un sistema di aiuto che mi fa pensare che non è vero che non cambia mai nulla. Codice Rosa è un cambiamento grosso, ora bisogno sostenerlo e non con le buone parole ma con buoni soldi.

Tutto questo mi fa pensare che in modi nuovi e strani ci stiamo muovendo insieme. Mi fa sentire parte di un qualcosa come non mi succedeva da tempo. Alcune di noi sono blogger e trattano temi legati al femminile e al femminismo. Abbiamo sfumature diversissime eppure siamo una rete. E questa rete si interfaccia con la realtà offline, la supporta, le da voce anche quando i grandi media passano in sordina una manifestazione di 200.000 persone.

Nessuno ci darà spazio se non ce lo prendiamo. Nessuno ci regalerà nulla. Però sappiamo scrivere, sappiamo comunicare, sappiamo condividere, sappiamo vedere il post sopra il nostro e sappiamo riconoscere un pezzo interessante sul blog delle altre.  Io credo che questo sia un grande potenziale. Niente a che vedere con le esperienze simili. Siamo diverse dagli altri fenomeni perché abbiamo un forte denominatore comun e un’ironia irrinunciabile. Non è un caso se ho capito tutto questo grazie a una pinguina in una manifestazione di fine novembre.

Ilaria Sabbatini

Cartoline dalla manifestazione contro la violenza sulle donne

Non una di meno: la manifestazione che c’era

Acqua sul fuoco. Il femminicidio di Lucca

Contro la violenza sulle donne: media, scuola, diritti

Articoli in primo piano

Le donne non salveranno il mondo

Riflessioni a margine del femminile in politica.

Ieri è stata una giornata complicata. Dovevo far passare due ore di attesa al bar in piazza, la radio mandava musica brutta e volevo fare qualcosa di quel poco tempo. Dato che avevo trascurato il blog ho messo via l’articolo che avrei dovuto leggere e ho provato a scrivere per me stessa. Perché ruminatiolaica rappresenta proprio questo: uno spazio dove convoglio tutti quei pensieri che non hanno cittadinanza altrove, a metà tra il diario e il gruppo di auto aiuto.

Nei giorni scorsi ci sono state le elezioni americane e inevitabilmente, con una candidata donna, si è aperta la questione del femminile in politica, nella società e nel lavoro. Ovviamente ho delle convinzioni ma in mezzo a tanti commentatori infervorati ho scelto il silenzio, la lettura e il linguaggio per immagini. Per il resto preferisco sentire l’opinione dei giornalisti USA e dei giornalisti italiani che scrivono dagli USA. Scusate ma mi sembrano più qualificati a parlare.

Questo vale anche nel caso delle analisi sulla questione femminile nelle elezioni americane. Trovo saggio aspettare e ascoltare quel che hanno da dire quelle che hanno votato – o non votato – a questo giro. L’occasione era ghiotta: con una donna che ha sfiorato il tetto di cristallo sono stati in molti a lanciarsi in analisi che forse meriterebbero qualche riflessione in più. Si va da quelli per cui la candidata ha perso solo perché è una donna a quelli per cui la candidata ha perso proprio perché è poco donna.

Gramellini ha scritto un pezzo sulla Clinton e il suo (non) essere femminile in politica. A dire la verità, della candidata americana non mi preme granché, mentre mi interessa molto la questione del femminile. Visto che non mi appassiona commentare le elezioni americane, facciamo che per questa volta non si parla della candidata ma di una categoria astratta: una donna che, a prescindere dal suo schieramento, si confronta con la politica in un paese occidentale. L’articolo dice cose un po’ fuori tempo massimo, come “il femminile che salverà il mondo”. Concetti  vaghi che in epoche diverse sono ritornati come un mantra. E probabilmente è proprio questo il punto debole del discorso. Perché mai il femminile dovrebbe salvare il mondo? Molte donne hanno impiegato anni a emanciparsi dalla sindrome della crocerossina. Perché incastrarle di nuovo in quel cliché che, seppure nobilitato, trapela apertamente dal concetto di femminile salvifico?

Oggi mia suocera ha detto una cosa che mi ha colpita. Stavamo uscendo, lei sarebbe rimasta sola tutto il giorno. Così suo figlio le ha ricordato di tenere d’occhio il riscaldamento e di alzarlo se aveva freddo. Lei ha risposto che ci avrebbe fatto trovare la casa calda per quando tornavamo. Sembrerebbe carino, a una prima occhiata, ma in realtà non lo è. Perché lei, addestrata a una cultura da cui non riesce ad emanciparsi, si mette sempre all’ultimo posto. Non è il principio cristiano dell’ama il prossimo tuo come te stesso perché il te stesso, secondo il cristianesimo lo si deve pur amare. Non è neppure una forma di sacrificio. È che lei non ammetterà mai che se ha freddo ha diritto di alzare il riscaldamento anche se è da sola. Forse lo farà, se starà male, ma non ammetterà mai con sé stessa di averne pieno diritto. Una vita di negazione che non conosce pausa nemmeno quando è il figlio a prendersi cura di lei.

Scusate se oso dirlo ma questo non è amore e non è nemmeno abnegazione: è solo una pervicace abitudine a negarsi che non le permette nemmeno di riconoscere i propri bisogni primari. L’amore e l’accoglienza lei li esercita in modo profondissimo ma in altre forme, senza rendersene conto e senza sapergli dare un nome. Però è abituata a considerare amore questo. Dunque no, le donne non salveranno il mondo. Non finché le donne non impareranno a salvare sé stesse. Il che non vuol dire essere cattive, sgraziate o maleducate ma semplicemente riconoscersi il diritto a quella sana percentuale di egoismo e aggressività che è ancora considerata il principale distinguo tra maschi e femmine.

Cosa significa auspicare che le donne facciano politica “comportandosi da femmine”? Significa semplicemente che il modello comportamentale aggressivo non è riconosciuto come possibilità femminile ma come esclusivo appannaggio del genere maschile. Eppure sappiamo benissimo – al di là della retorica di circostanza – che tutto questo non è vero. È l’esperienza stessa che ci mette di fronte a uomini delicati e a donne forti. Il problema non sono queste tipologie di persone, che del resto sono sempre esistite. Il problema è quando gli uomini delicati vengono individuati come poco virili e le donne forti come poco femminili. Il problema, in sostanza, è la banalizzazione di una fenomenologia eterogenea, positivamente eterogenea e che dovrebbe rimanere tale.

Con buona pace di tutti non siamo solo uomini e donne, siamo anche uomini diversi e donne diverse. Non c’è un modello di donna che vada bene e uno che vada male per le sue propensioni caratteriali. Il punto chiave è proprio questo: i modelli, anche quelli edulcorati di Gramellini, rischiano prima o poi di diventare gabbie. Non la gabbia maschile di cui parla per la Clinton ma proprio la gabbia dei modelli di riferimento in sé, maschili o femminili che siano. Aggiungerei, infatti, che la questione non riguarda solo il femminile e lo fa intuire questa campagna australiana che, di fronte alla crescita dei suicidi maschili, rivendica il diritto degli uomini alla manifestazione delle proprie emozioni. Già, perché siamo macchine complesse e credo non sia possibile – né legittimo – pensare di eliminare interi pezzi del nostro comportamento solo perché siamo maschi o siamo femmine.

Mia nonna la chiamavano la Marescialla e già questo dice tutto. Nipote tardiva, non l’ho mai conosciuta in vita ma mi hanno molto parlato di lei. Ha salvato delle persone in guerra, ha fatto partorire le donne, ha condotto figli e famiglia con piglio garibaldino. Nonna era una donna aggressiva. Questa donna mai conosciuta ha affascinato tutti con la sua incapacità di rimanere fedele al ruolo ritagliato per le femmine del suo tempo. Di fronte all’esplosione della bomba che aveva arrestato il respiro a mia madre, non è stata gentile: ha scosso la bambina finché non ha ripreso a respirare. Di fronte al vicino a cui era esploso il bengala non è stata simpatica: si è buttata in avanti con la coperta per soffocare il fosforo. Di fronte ai soldati che volevano trastullarsi con le adolescenti di casa non è stata accogliente: ha mentito e li ha allontanati. È stata controllata, determinata e falsa. Nonna era la Marescialla, dura nei comportamenti e determinata nella protezione e nell’accoglienza. Per fare ciò che ha fatto ci voleva molta aggressività e freddezza, non sarebbe bastato niente di meno.

Nel pezzo di Gramellini mancano alcuni concetti fondamentali. Le donne – e anche gli uomini – possono tranquillamente essere secchioni ma secchione non significa antipatico. I nerd, maschi e femmine, sono ormai del tutto sdoganati/e da quell’etichetta. E non è accettabile neppure l’equazione per cui “rassicurante e controllata” significa falsa. Si può essere aggressive, certo, ma il problema non è quello. Il problema è che l’aggressività maschile è legittimata mentre quella femminile censurata.

“L’innato pragmatismo delle donne” (cit.) è qualcosa che stride come le unghie sulla lavagna. Perché non esiste niente di simile inteso in senso genetico. È un’affermazione che sfiora le logiche del sessismo nella misura si propone in modo deterministico e parascientifico. Nelle sfumature della natura femminile ci sono tutte le corde, non solo quelle della grazia, della dolcezza e dell’accoglienza. Sdoganarle è il gradino successivo di un pensiero veramente complesso.

Gramellini in una nota seguita al suo pezzo elogia l’accoglienza e precisa che “accoglienza, non è essere né freddi né aggressivi”. E anche qui credo si sbagli. L’accoglienza è qualcosa di caldo quando tutto è sereno. Quando la situazione è eccezionale accoglienza significa anche freddezza e aggressività. Accogliere qualcuno, infatti, implica anche di proteggerlo.

Forse il problema è che si continua a pensare al vincolo dell’accoglienza come una vocazione esclusivamente femminile. Forse non bisogna pensare a una femminilizzazione della politica ma a uno smantellamento del paradigma violento, a prescindere dal genere. Forse bisogna ammettere che le donne sono molto diverse tra loro. Forse è arrivato il momento di sfatare il luogo comune per cui le donne non sono aggressive di natura. Forse non bisogna più chiedere alle donne di partecipare al gioco preoccupandosi di rispettare un mandato fintamente naturale che in molte non riconoscono più.

Siamo diverse e abbiamo diritto ad esserlo. Mansuete o insofferenti, affettuose o irruente, bonarie o battagliere. Le donne possono e sanno essere aggressive, sì: adesso è il momento di accettare che in mezzo alle tante sfumature del femminile ci possa essere anche questa.

Ilaria Sabbatini

 

 

Disegno di Fabio Magnasciutti

 

Articoli in primo piano

Hai diffuso il video? Stronzo!

Scusatemi per il titolo, sapete che uso il turpiloquio quando è strettamente necessario. In questo caso era strettamente necessario per parodiare la parodia. Dopo il successo mediatico del video dove si vedono due persone durante una fellatio erano infatti fiorite le parodie sul tormentone “Hai fatto il video? Bravoh”. Fate caso alle parole. All’inizio avevo scritto che si vedeva una ragazza mentre faceva sesso orale a un ragazzo poi però ho corretto perché questo è un punto vista che può essere ribaltato. Si può benissimo dire che nel video si vede il membro di un ragazzo che chiede del sesso orale a una ragazza.

Le parole sono importanti, mi faceva notare un’amica ieri, e condivideva con me un banner dove si legge: «Strangolata una prostituta» corretto in «donna». Non fatemi puntualizzare che non tutti gli uomini sono assassini o stupratori: lo dico in continuazione su questo blog. Ma le parole fanno la differenza e sono il riflesso di una mentalità. Per una fellatio ci vogliono un pene e una bocca. Perché, per la stessa identica pratica, la bocca dovrebbe provare vergogna e il pene essere orgoglioso?

La vicenda che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone è squallida ma non per il sesso o per il video. Non mi interessa giudicare i comportamenti sessuali di qualcuno. La vicenda è squallida perché chi ha girato il video con lei si è sentito in una posizione forte quindi ha creduto di essere in diritto di diffonderlo. Ho visto il filmato ma non lo linkerò perché comunque è una cosa intima e lei non voleva che fosse diffuso. Voglio solo far notare che lei, con quelle famose parole, cercava di eccitare lui. E voglio anche evidenziare quello che accade dopo la frase all’origine di tutte le parodie. A un certo punto si sente lui che dice: «Ci sta un signore là». Il signore gli dice qualcosa e il ragazzo risponde: «Scusate!». Sta sorridendo imbarazzato, lo si sente dal tono di voce, ridacchia. Anche la ragazza dice qualcosa e lui rivolto a lei spiega: «Signore ‘sti cazzi, sono di casa qua. E infatti ho detto “scusate”». Poi di nuovo verso quello fuori ripete imbarazzato: «Sì, scusa eh. Scusami. Scusami». Lui è l’eroe lei è la sgualdrina.

Chi ha visto questo video o anche solo sentito l’audio aveva elementi per giudicare − non tutti ma molti. Oggi Peter Gomez ha scritto questo incipit: «Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone». È vero, non sono stati i soli e sono stati gli unici a scusarsi. Sto cercando l’articolo in cui si ipotizzava che Tiziana Cantone stesse cercando di farsi strada come pornostar. Avevo letto il titolo poco fa, ma l’articolo non si trova: il link reinderizza sul mea culpa di Gomez. Così è la rete: un giorno sei sulla cresta dell’onda e il giorno dopo ti trovi scaraventato a terra. Credi di aver scritto una cosa brillante e poco dopo te ne penti. Succede. Nessuno ne è esente. L’importante è assumersi le proprie responsabilità. Ma non mi piace il bullismo. Non mi piace contro Tiziana Cantone e neanche contro Elisa D’Ospina che aveva scritto il pezzo scomparso (vi si leggeva tra l’altro: “Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?”). Ognuno però si assuma le proprie responsabilità.

Chi ha realizzato le parodie su Tiziana Cantone, le magliette, i gruppi Facebook, chi aveva partecipato a quello che era diventato un fenomeno virale probabilmente non sapeva che la messa online del video non era consensuale. Ora però sanno, tutti sanno: un tizio le ha fatto un video, più video, mentre faceva sesso con lei. In un primo momento risultava che lui avesse condiviso quei filmati privati senza il consenso di lei. Ora sembra che lei stessa li abbia inoltrati a quattro amici. Uno o più amici sono stati gli artefici della diffusione in rete. Alle spalle di lei. Forse pensando di essere ganzi hanno compiuto un atto di una violenza inaudita. Il video ha assunto dimensioni virali e lei è diventata la zoccola, lo zimbello della rete. Tiziana Cantone ha cercato di far smettere quella giostra sospinta dall’ondata di slut shaming, l’onta della sgualdrina. Stava per cambiare identità, scomparendo pur di proteggersi, e alla fine si è suicidata.

I video che sono circolati sono atti di bullismo. Lei sapeva di essere ripresa. Fare sesso le piaceva e magari le piaceva pure fare i video. E allora cosa cambia? Questo non aggiunge né toglie niente al sopruso di cui è stata vittima. Il fatto stesso di poter vedere quei video ci rende testimoni di un atto violento. Una violenza che non è nell’atto sessuale e nemmeno nella sua registrazione. Una violenza che consiste nell’aver calpestato i limiti di uno spazio privato e delicato rendendolo pubblico all’insaputa di lei, anzi ai suoi danni.

Alla luce di questa consapevolezza e di ciò che ne è seguito le parodie  diventano qualcosa di macabro e vagamente necrofilo. Assumetevi le vostre responsabilità, solo questo. Leggendo del caso anch’io mi sono sono imbattuta in uno youtuber che aveva fatto una parodia di Tiziana Cantone. Niente di eccezionale, solo una delle tante varianti del tormentone «Hai fatto il video? Bravoh». Gli altri utenti stavano lasciando commenti durissimi sotto il video della sua parodia e lui si lamentava accusando l’ipocrisia del suo pubblico. Fin qui tutto abbastanza banale. Sennonché il tizio aveva fatto un secondo video in cui diceva che la ragazza se l’era cercata.

Di solito non scrivo su Youtube stavolta invece ho deciso di lasciargli un commento. Non è nel mio stile offendere le persone, aggredirle o infamarle. Così gli ho scritto che non avevo visto il suo primo video e non mi interessava. Ma questo suo secondo video di lamentazioni mi nauseava perché diceva – parole sue – che la ragazza se l’era cercata. Ho fatto una banale constatazione: a causa di quanto aveva detto sarebbe stato sputtanato esattamente come la ragazza. Gli ho fatto notare che i blogger e gli altri youtuber ne avrebbero parlato e lui sarebbe stato sulla bocca di tutti. Dopo questa esperienza avrebbe potuto raccontare se era divertente o no essere bullizzato dalla rete. Ma gli ho anche detto che faceva ancora in tempo a salvarsi, a cancellare il video. E lui l’ha cancellato.

Era molto arrabbiato con l’ipocrisia della rete che prima ti esalta e poi ti butta giù dal trono. Il titolo del video era vergognoso, come le cose che diceva al suo interno: Tiziana Cantone si suicida e tutti moralisti?! Magari in parte aveva anche ragione ma non ho potuto finire di sentire i suoi argomenti. Adesso il suo video è privato. Ho lo screenshot con la sua faccia, conosco il nickname che usa e so come arrivare al suo canale. Non userò queste informazioni perché non mi piace il bullismo. Anche perché rispetto il fatto che abbia ritirato il video. Sono molti i tizi che fanno queste sparate a cuor leggero e poi si pentono, come quello di cui ha fatto lo screenshot la Lucarelli. Lui ha continuato a bullizzare Tiziana Cantone anche da morta ma di fronte alle reazioni ha cancellato il suo messaggio infame.

tizio

Un’amica mi ha segnalato un tizio, uno dei tanti, che ha scritto di Tiziana Cantone: “ha fatto la zoccola e poi si è pentita”. Non commento, non ne vale la pena, quello che penso l’ho già detto. Però vedete, cari signori, anche molti commentatori d’assalto poi si sono pentiti. I social sono una cosa ben strana. Un giorno vi portano in cima al mondo e il giorno dopo vi sbattono a terra e anche più giù. State sempre attenti a quello che scrivete, alle parole che usate, perché le parole sono importanti. E prima o poi vi accorgerete di quanto sia facile che vi si ritorcano contro.

.


Ps.

Per documentazione aggiungo alcune informazioni. Francesco Capozza, vicepresidente di Corecom Marche, ha scritto questo tweet, sono seguite le reazione degli utenti che hanno provocato una sequela di esternazioni. Il profilo Twitter risulta disattivato. La testata DIRE riferisce che è stato fatto decadere dal suo incarico.

capozza

Pps.

È uscita la notizia che anche il primo commentatore Antonio Foglia, lo cito perché ormai il nome è noto, è stato rimosso dall’incarico. L’orchestra sinfonica di Salerno, dopo aver preso le distanze da quanto lui ha scritto, lo ha allontanato per le offese a Tiziana Cantone, la ragazza che si è suicidata

Sul web è nata una nuova stella: Tiziana Cantone di Elisa D’ospina

Tiziana Cantone, gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web

Valentina Nappi: Tiziana Cantone? È slut-shaming

Perché non è stato il web a uccidere Tiziana Cantone

Storia di una colonna di destra infame

Antonio Foglia e quel post contro Tiziana Cantone, addio all’orchestra

La Lucarelli vendica Tiziana Cantone (sic)

Antonio Foglia licenziato dall’Orchestra

La gogna è una cultura

1-viugihdbsttwtwvzzklcpg

 

14344236_988216787990454_8696729275959030593_n

Articoli in primo piano

Una ragazza movimentata

Lo stupro è una questione di potere, partiamo da questo assunto. Ricorro a tale concetto perché sta montando il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo stuprata per più di due anni da un gruppo di ragazzi tra cui il suo presunto fidanzato. Lei aveva 13 anni quando è iniziato; loro, i ragazzi, erano sulla ventina e ce n’era anche uno di 30. Prima di tutto diamo alle cose il loro nome. Un trentenne che ha rapporti sessuali con una bambina delle medie si chiama in un modo solo: pedofilo. Ci sono 17 anni di differenza, potrebbe essere sua figlia. Gli altri è come se fossero andati con la loro sorellina piccola. Questi tizi non hanno la minima idea di cosa sia il sesso. Pensano di praticarlo e di essere ganzi ma in realtà praticano soltanto il potere.

Il fidanzato che ha dato il via agli abusi si chiama Davide Schimizzi, 22 anni, fratello di un poliziotto, Nino, che invece di denunciarlo come avrebbe dovuto fare, lo consigliava su come mentire. Mi aspetto dei provvedimenti nei confronti di entrambi. Una volta questo Davide, dopo aver fatto sesso con la ragazzina, ci ha fatto andare il suo amico Lorenzo Tripodi, 21 anni, incensurato. Lei si è ribellata ma l’hanno sopraffatta. Poi ci sono stati Antonio Verduci, 22 anni, figlio di un maresciallo dell’esercito e Giovanni Iamonte, 30 anni, figlio di Remigio, un esponente della cosca locale della ’ndrangheta. Lui la ricevette la prima volta come regalo di compleanno. Poi ci sono Daniele Benedetto, 21 anni, già noto alle forze dell’ordine; Pasquale Principato, 22 anni; Michele Nucera, 22 anni; un diciottenne che all’epoca era minorenne e Domenico Mario Pitasi accusato di favoreggiamento.

Oltre a questi ragazzi c’è un paese intero: una parte sicuramente sana, una parte malsana. Magari la parte malsana è spaventata dalla presenza di uno ‘ndranghetista tra gli accusati insieme al figlio di un maresciallo e al fratello di un poliziotto. O magari quei cittadini hanno solo la testa piena di luoghi comuni sul fatto che non bisogna immischiarsi. In qualsiasi caso la parte malsana del paese di Melito Porto Salvo ha detto cose inaccettabili. Di fronte a questi virgolettati, «Se l’è cercata!», «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione», «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», ho voluto capire perché ci fosse stata una simile reazione e se fosse stata davvero così univoca.

In realtà no, non è stata una reazione univoca. Ci sono state delle persone che hanno manifestato e marciato in solidarietà alla vittima. Qualcuno dice solo 400, qualcuno dice 1000, in ogni caso se si pensa che c’è di mezzo la criminalità organizzata e il figlio di un esponente della ’ndrangheta questi numeri valgono di più. A Lucca (comune di 90.000 abitanti) per le due manifestazioni contro il femminicidio di Vania Vannucchi si parlava di un migliaio di persone a raduno. Ma è certo più facile metterci la faccia quando non devi aver paura di qualcuno. Ovviamente condanno la mentalità omertosa di cui parla anche il procuratore Raho nella conferenza stampa ma voglio dire che è facile giudicare quando non si rischia nulla. La mia conclusione è semplice: ci sono state 400-1000 persone che hanno manifestato, poche o tante che fossero sono state coraggiose ed è comunque un inizio.

Riguardo ai genitori il procuratore Raho parla di paura, racconta che il padre ha contattato lo ‘ndranghetista Iamonte perché la cosa finisse. L’associazione Libera incoraggia a sostenere i genitori e, nonostante le mie molte perplessità, sono d’accordo con questa posizione. I genitori non si sono rivolti subito alle forze dell’ordine ma alla fine hanno fatto la scelta giusta. Pur con tutti i dubbi non possiamo metterli in croce proprio adesso che si sono sganciati dalla logica della paura e della sottomissione. Forse non è chiaro il concetto ma il loro è un atto di ribellione a una mentalità che non prevede alcuna denuncia. Lo si capisce soprattutto se si guarda a Davide Schimizzi e a Nino, il poliziotto che avrebbe dovuto garantire la legalità e invece consiglia al fratello stupratore: «non devi dire niente, non devi parlare». Voi ve la immaginate una famiglia che affronta da sola lo ‘ndranghetista, il poliziotto e il figlio del maresciallo? Io ci andrei piano con i giudizi e soprattutto con le facili generalizzazioni.

Capisco chi afferma che la partecipazione alla manifestazione avrebbe dovuto essere massiccia, hanno ragione a dire che le dodicimila persone mancanti sono quelle che hanno preferito non entrare in merito: è così, non c’è discussione. I presidenti delle associazioni ConDivisa e AmmazzateciTutti dichiarano: «Quel silenzio degli onesti è spietato quanto i pervertiti che stupravano da oltre due anni la bimba». Gli onesti non possono tacere e rimanere onesti perché quando tacciono la loro stessa onestà si inquina. A prescindere dai numeri della manifestazione, nella serie di eventi che hanno portato allo stupro continuato della ragazzina ci sono state molte mancanze: è mancata la presenza della famiglia, è mancata la presenza della parrocchia, è mancata la presenza della politica, è mancata la presenza della società civile. Ed è questo che spaventa tutti: il vuoto che ha permesso che accadesse l’inaccettabile.

Nel 2008 a Melito c’era stata una sparatoria durante una recita e un bambino era rimasto ferito alla gola, il proiettile si era incastrato nella nuca. Questi fatti dimostrano che la ‘ndrangheta non conosce l’onore e non rispetta nemmeno i bambini perché li colpisce e li stupra. Questi fatti, però, dimostrano anche che la paura corrisponde a qualcosa di molto reale e che manifestare in piazza, denunciare, sostenere le proprie giuste ragioni non è affatto una cosa scontata. A Melito Porto Salvo ci sono stati i vili e gli onesti. Da una parte la signora che, intervistata, se ne lava le mani. Dall’altra quella che propone l’educazione sentimentale nelle scuole. Da una parte il preside della bambina che dice che la comunità si fa i fatti propri, ognuno si guarda la propria famiglia ed è meglio così. Dall’altra le professoresse che ascoltano e denunciano.

Già, sono state le professoresse che hanno capito da dove nasceva il disagio della ragazzina. Una delle insegnanti dopo aver intuito che qualcosa non andava ha parlato con la madre che però ha rifiutato di comunicare la notizia al consiglio di classe per attivare le procedure previste dalla legge. Da un tema in classe era emersa qualche traccia, la mamma aveva letto il compito e quando aveva chiesto spiegazioni la ragazzina aveva raccontato tutto. Lei però aveva deciso di non rivelare i fatti per non portare discredito alla famiglia, forse anche per paura. Era rassegnata e pensava che cambiare paese fosse la soluzione.

È ovvio che questo atteggiamento disturbi e scandalizzi. Ma chiedetevi perché le vittime di abusi familiari spesso non denunciano il comportamento dei loro congiunti. Non è solo perché credono erroneamente di essere amate. È anche perché temono il giudizio degli altri, non vogliono gettare discredito sulla propria famiglia. E allora si illudono di poter gestire la situazione da sole, pur di non esporsi alla vergogna, pur di non doversi misurare pubblicamente con persone socialmente più grandi e più forti di loro. La soluzione quindi non è dare addosso alla madre o al padre: tutta la nostra riprovazione non cambierà la situazione neanche di un millimetro. L’unica speranza è quella di innescare un cambiamento tale da impedire che questa situazione si verifichi ancora. Risolvere quei vuoti che rendono possibili simili eventi.

Il clima di omertà è innegabile: la madre, il padre e la cugina della ragazzina pur conoscendo i fatti non hanno denunciato. Il poliziotto, incitava il fratello stupratore al silenzio invece di spingerlo a costituirsi. Dei giovani adulti caricavano in macchina una ragazzina delle medie all’uscita di scuola due volte alla settimana e nessuno ha visto niente. Ma questa è solo una parte dei fatti. Se si riesce a scorgere il quadro per intero ci sono anche le professoresse che hanno aiutato a far emergere il fatto, ci sono quei 400 o 1000 cittadini che si sono schierati con la ragazzina,  c’è il padre che alla fine ha denunciato, ci sono i carabinieri che hanno catturato gli stupratori e i loro favoreggiatori.

Ho letto che la ragazzina ha messo sul suo profilo Facebook un aforisma di Nietzsche: «La migliore saggezza è tacere e andare oltre». Beh, ragazzina, se mi leggi volevo dirti che tu hai già parlato e lo hai fatto nel modo giusto. Non è colpa tua quello che è successo. Non hai fatto niente per meritarti ciò che ti è capitato. Hai fatto bene a parlare e sbagliano quelli che ti stanno criticando. Non so esattamente cosa vuol dire che sei movimentata ma tante di noi lo sono o lo sono state e sono diventate grandi donne. Non importa quanti uomini hai avuto: basta un solo rapporto per costituire una violenza. Non importa se andavi a letto con ragazzi più grandi: non avevano il diritto di abusare di te. Quello che mi ha colpito però non è stato il can-can dei giornali ma quello che è stato detto su di te dagli inquirenti.

Chi sta conducendo le indagini ti ha definita rigorosa che in questo contesto è una cosa importante. Dicono di te che non tiri nel mucchio ma che distingui ciò che ti è stato imposto da ciò che hai voluto. Questo non fa di te una donna peggiore di altre, semmai la dignità che dimostri ti rende migliore di chi ti giudica. Dicono di te che sei lucida e consapevole. Dicono di te che hai un rigoroso senso di giustizia e una assoluta fedeltà al vero. Dicono di te che sei dignitosa e coerente. Dicono di te che questo è il presupposto perché tu possa recuperare tutte le tue potenzialità interiori. Sei una bella persona, a quanto pare, e diventerai una grande donna perché in parte già lo sei. Tu non lo sai ma rappresenti una speranza per molte: ragazzine come te ma anche donne adulte. Non tutte trovano il coraggio di denunciare e non tutte vengono aiutate, esattamente come è successo a te. Ma tu sei ancora in piedi e ce la stai facendo. Continua a parlare non dare retta ai filosofi e alle malelingue. Continua ad essere come sei. Perché in mezzo a tutta questa meschinità tu ne esci come un gigante. Anzi una gigantessa.


Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Intervento di Don Benvenuto Malara, del sindaco di Melito, di Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera  ➘

(per la polemica sul servizio giornalistico vedere al minuti 16,22)

Intervista procuratore De Raho ➘

Conferenza stampa del procuratore De Raho ➘

Notizia arresti ➘

Antonio Marziale sociologo e giornalista italiano. Fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori ➘

Se l’è andata a cercare

Stupro di gruppo su una 13enne, 9 arresti a Reggio Calabria

Melito Porto Salvo: appena 400 persone alla fiaccolata, si tace e acconsente alla violenza

Tredicenne vittima del branco: accuse lucide senza vendetta

ConDivisa e Ammazzateci Tutti : “Grazie ai Carabinieri che hanno salvato la bimba stuprata dagli ‘ndranghetisti”

Violentata e chiamata “prostituta”, il caso Melito e l’ipocrisia dell’Italia peggiore

Violenza a Melito, le parole del preside: “La scuola non c’entra”

Reggio, la tredicenne violentata «La mamma nascose gli abusi»

Violenza di gruppo, il Cdr Rai Calabria: «Parole sindaco Melito ci sorprendono»

Solo in cento vanno alla fiaccolata per la 13enne violentata

Le mamme cattive esistono

Marcia silenziosa è segno di speranza

Articoli in primo piano

Fertility day

Si sta diffondendo piano piano la notizia del fertility day indetto per il 22 settembre. La notizia si può leggere sul sito del ministero della salute dove a pagina 1 del Piano Nazionale per la Fertilità si spiega che si vuol «celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”» (i maiuscoli sono nel testo).

Lasciamo da parte il concetto di “prestigio” collegato a “maternità”. Lasciamo da parte l’uso delle maiuscole che sa di dolce stilnovodonna angelicata. La rivoluzione di cui si parla è riassunta nei punti che precedono l’annuncio, soprattutto il quarto: «Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione».

La rivoluzione di cui si parla, dunque, è quella di passare da una concezione della fertilità come bisogno della coppia a una concezione della fertilità come bisogno della società. Bene, andiamo avanti: registriamo però che il documento riconosce il valore sociale delle fertilità, quindi della genitorialità, quindi della gravidanza. A questo punto ci si aspetterebbe un discorso sugli aiuti concreti ai neo genitori e alle neo mamme che in Italia sono una categoria particolarmente fragile.

Così, per curiosità, ho fatto una prova: ho cercato nel testo la parola “aiuto”, come aiuto economico, provvedimenti d’aiuto etc.. La parola ricorre prevalentemente nel senso di “aiuto medico” al concepimento. Non è la chiave corretta. Con “sostegno” va meglio, è la chiave di ricerca giusta. Il risultato però è sorprendente perché tra le primissime ricorrenze spicca questa frase: «Va evidenziato che la contrazione della fecondità riguarda tutti gli Stati UE. Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa, che hanno attuato importanti politiche a sostegno della natalità, restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione”. A seguire: «Il nostro Paese si pone quindi all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali».

Francamente si sente odore di autoassoluzione lontano un chilometro. Mi vengono in mente parecchie amiche e amici (sì, anche gli uomini possono desiderare dei figli) che si sono dovuti gestire la genitorialità in solitudine rispetto alle istituzioni. Parlo di una genitorialità in condizioni economiche precarie, sviluppata tra mille equilibrismi che vanno molto al di là del concetto di “sapersi arrangiare”. Mi vengono in mente amici che hanno rinunciato ai figli per paura di non potervi provvedere economicamente. Amici che sotto il ricatto della perdita del lavoro hanno rimandato e rimandano ancora. Amiche che alla notizia di una possibile gravidanza non sanno se gioire o disperarsi. E voi ci venite a parlare di orologio biologico?

Questa campagna susciterà rabbia, ci vuole poco a prevederlo, e la rabbia si alimenterà dalla sensazione di avere di fronte un muro di gomma invece di un interlocutore serio. È al contempo un problema politico e un errore di comunicazione. Da quanto tempo le donne, le coppie, i precari stanno chiedendo di essere messi in condizione di poter fare figli? Datele a noi le facilitazioni che hanno le famiglie e le madri negli altri paesi. Dateli a noi gli asili, le garanzie, i contributi economici. Datele a noi le assicurazioni contrattuali. Non ci sarà bisogno che lo Stato ci venga a spiegare che dobbiamo fare figli: li faremo da soli. Perché molti i figli li vogliono ma non possono farli. Perché c’è chi ha rinunciato ai figli e nessuna istituzione è stata ad ascoltare. Perché nessuno fa i figli per lo Stato ma li fa per pura scommessa sul futuro e oggi abbiamo tutti paura del futuro. Abbiamo paura per noi e per i nostri figli: quelli che abbiamo e quelli che potremmo avere.

Con che coraggio è stata bandita questa campagna nel momento in cui i consultori, gli asili, le reti sociali vengono a mancare? Con che coraggio si additano ancora una volta i giovani, ancora una volta le donne? Con che coraggio si fanno proclami senza fornire i mezzi concreti per mettere in atto quello che si richiede? Con che coraggio ci si pone come giudici invece che come ascoltatori di bisogni frustrati? Con che diritto lo Stato si intromette nelle scelte personali? Lo Stato, una grandissima possibilità ce l’avrebbe davvero: quella di creare le condizioni ottimali perché le persone che vogliono fare figli si sentano tutelate e li facciano. In questo senso c’è davvero un ampio margine di manovra per migliorare.

Volete che si facciano figli? Anzitutto parlate di famiglie e non di singole donne. Le donne, in questa campagna, appaiono come semplici fattrici. Se esiste un linguaggio adatto alla specie umana per parlare della gravidanza e non è un caso (incinta, non pregna). Le immagini della campagna per la fertilità parlano solo di ventri, di uteri, di acque, di orologio biologico. Del corpo delle donne come spazio pubblico. Le immagini di questa campagna giocano deliberatamente con le ansie e le frustrazioni delle donne, si insinuano nel loro corpo, nel loro personale, le ricattano e le mortificano.

Sfogliando le cartoline si scopre che non solo si mortificano le donne ma si marginalizzano gli uomini facendo della fertilità una mera questione di utero e di sperma. Gli uomini non si sono niente di più che degli inseminatori. Si legge nel documento «Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili». No, la genitorialità non è solo questione di ruoli e la complessità delle persone non è mai riducibile a pura mansione di genere.

Si tratta sempre di scelte, non di atti dovuti: a questo principio non si deve derogare mai. E tenuto conto di questo presupposto cosa può fare lo Stato per frenare la crisi demografica? Può fare molto rispetto ad adesso, può fare quello che fanno gli altri Stati: aiutare le famiglie a sostenere la genitorialità, come si sta chiedendo da anni e da molte parti. Aiutare concretamente senza campagne velleitarie e senza un uso auto-assolutorio delle statistiche. Non basta dire che i paesi che fanno politiche di sostegno «restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione». Se la soglia di sostituzione è 2.1, una cosa è stare a 1,97 come la Francia e un’altra è stare a 1.34 come l’Italia. Quindi fate politiche di sostegno perché passare da 1,34 a 1.97 sarebbe già un progresso. Create le situazioni concrete per favorire la genitorialità e vedrete che qualcosa succede.

.

Le richieste riguardo al #fertilityday dunque sono tre e sono molto semplici

  1. rendere possibile una genitorialità sostenibile: compatibile col lavoro e con le condizioni economiche delle famiglie
  2. diffondere una cultura per cui la genitorialità riguarda tanto gli uomini quanto le donne
  3. cambiare la comunicazione

.

Ps. Tutti i commenti sono graditi e preziosi, anche le storie personali


Qui sotto

la campagna reale e la campagna fake di Ruminatiolaica

.

Campagna fake di Ruminatiolaica: Il #fertilityday, quello vero

 

Public Space, il corpo delle donne come luogo pubblico, ispirato al saggio di Barbara Duden

Articoli in primo piano

Bikini per burkini

Con l’estate che sta finendo anche la discussione sul burkini sembra agli sgoccioli. Scrivo due cose giusto per non perdere l’onda: tra un po’ sarà autunno e nessuno si occuperà più dell’argomento. Quando gli ombrelloni si chiuderanno e i costumi verranno messi via in attesa della prossima prova, passeremo a parlare d’altro. In effetti accade anche altro sotto il cielo delle questioni di genere. Accade, ad esempio, che l’attivista LGBT turca Hande Kader è stata ritrovata stuprata e bruciata, accade che a Rio per la prima volta un’atleta Iraniana vince una medaglia, accade che c’è uno scontro in atto sulla taglia delle donne in Occidente, accade che continuano i femminicidi, accade che vengono sottratte risorse alle case protette, accade che i consultori stanno sparendo, accade che delle presentatrici egiziane sono state sospese perché troppo grasse e accadono moltissime altre cose. Ma pare che su questo “altro” non ci saranno grandi dibattiti.

Se pensate che il mio sia il solito benaltrismo vi sbagliate perché il problema è esattamente questo. Per portare avanti una discussione ideologizzata si stanno mettendo da parte delle cose importanti che riguardano i diritti delle donne, qui e ora; immigrate e non. Se ciò non bastasse a me pare che la discussione sia del tutto decentrata rispetto al problema che vorrebbe affrontare che è quello dell’autodeterminazione femminile in una condizione di passaggio. È giusto e doveroso parlare di dress code in rapporto all’autodeterminazione femminile ma abbiamo scelto il modo più inutile e pretestuoso per farlo, mettendo sotto accusa le donne invece di porci al loro fianco.

Le discussioni di questi giorni mi hanno fatto venire in mente un episodio di qualche anno fa. Al mare in Corsica, capitò che andassi a nuotare completamente da sola. Non c’era nessuno dei miei amici e la  spiaggia era quasi deserta. Mentre nuotavo in santa pace mi sentii strattonare e andai sotto. Bevvi un po’ prima di capire che c’era un labrador da salvataggio vicino a me. Quando potei toccare il fondo con i piedi presi il cane e lo portai a riva. Lo consegnai al padrone che lo rimise al guinzaglio e si scusò. Il succo della storia è che non avevo bisogno di essere salvata, non ero in difficoltà e quando lo feci presente nessuno insisté per salvarmi.

Oggi mi hanno chiesto se mi piace il burkini: la risposta è NO. Mi chiedessero se condivido il divieto la risposta sarebbe sempre NO. Pochi arrivano al secondo passaggio, eppure il fatto che una cosa non mi piaccia non implica la necessità di vietarla. Guardandomi intorno mi sembra che nessuno metta in dubbio che il burkini sia un abbigliamento che pone dei problemi. Però trovo ridicolo quando mi sento domandare se sono favorevole o contraria. Cos’è, un referendum o un quiz a premi? Sì ho appena risposto ma l’ho fatto perché non voglio che vengano strumentalizzate le cose che scrivo. Il fatto che mi piaccia o meno non è il nocciolo del problema e mi sento sotto ricatto nel dover chiarire l’ovvio.

Perché dovrei essere pro o contro un abbigliamento che non uso? Non l’ho nemmeno mai visto se non in fotografia. Perché dovrebbe essere consequenziale che le cose a me sgradite vadano vietate? Capisco che un abbigliamento insolito possa disturbare. Ma credo che il punto chiave sia stabilire fino a dove può spingersi il nostro diritto di interpretare il grado di libertà di una persona. Detto in altre parole, dovremmo porci il problema se una persona ha davvero bisogno di essere salvata e se vuole esserlo.

Se vogliamo analizzare la questione del burkini, la discussione si articola in due parti. Una parte riguarda la percezione esterna: il modo in cui noi recepiamo, proiettiamo e rappresentiamo la libertà delle altre donne. La seconda parte riguarda la percezione interna: il modo in cui le donne che indossano il burkini percepiscono il rapporto con il proprio corpo e con il genere maschile. Al di là delle affermazioni apodittiche, l’unica cosa sensata da fare sarebbe stabilire una qualche comunicazione con le donne interessate. O, per meglio dire, cercare un confronto tra la percezione esterna e la percezione interna del problema.

Di solito a questo punto c’è sempre qualcuno pronto a dire che quelle donne hanno introiettato una mentalità patriarcale, che non sono in grado di decidere per sé stesse, che non sanno quale sia la vera libertà perché sono cresciute dentro società castranti e maschiliste. Personalmente credo sempre nella possibilità della crepa e nella sua capacità di rompere le superfici più dure. Ma soprattutto non posso evitare di pensare che quello è lo stesso identico argomento di chi vuole imporre alle donne un abbigliamento coprente e modesto. Tu non sei padrona del tuo corpo allora decido io per te. Tu non sei padrona del tuo corpo quindi decido che ti devi coprire. Tu non sei padrona del tuo copro quindi decido che ti devi scoprire.

Il punto debole di questo atteggiamento è che le donne non sono MAI considerate quale soggetto delle proprie scelte, giuste o sbagliate che siano. Da questa discussione è totalmente scomparsa la sua parte più importante: cosa pensano le donne che indossano effettivamente il burkini. Perché il punto non è che a me il burkini piaccia o non piaccia ma quanto diritto ho di interferire nelle scelte di persone di cui non conosco la cultura e di cui ignoro totalmente le valutazioni. Qualcuno pensa seriamente che le donne liberate a forza dal burkini si butteranno seduta stante sul bikini? Non vi sembra di avvertire la presenza ingombrante di un certo Pigmalione? Le donne non si liberano comandando loro cosa devono fare. Dire “copriti per legge” oppure “scopriti per legge” non fa nessuna differenza per colei che deve accettare su di sé la decisione altrui: tanto nessuno le chiede mai come vuole vestirsi.

Schermata 2016-08-18 alle 02.32.41

L’altra sera guardando le olimpiadi e gli atleti occidentali che si esibivano in tuta lunga al galà della ginnastica (ritmica, atlete bielorusse, minutaggio 1:02:31) ho messo insieme alcuni pensieri e parecchie domande. Il benessere nei propri panni ognuno lo decide per sé. Nessuna/o vuole essere salvata/o per forza, mai. I processi di emancipazione sono sempre e solo volontari. Con le donne ci si può parlare per sapere cosa pensano invece di decidere al posto loro. Salvare le donne per forza cosa è se non patriarcato? Voler educare le/gli altre/i per forza non è una forma di colonialismo culturale? Il divieto del burkini provocherà il passaggio forzato al bikini o limiterà ancor di più la libertà delle donne? È legittimo pretendere che una persona passi dal burkini al bikini? Che differenza c’è tra un maschio-padrone che mi impone di vestirmi e un qualsiasi altro padrone/a che mi impone di spogliarmi? Perché un maschio che mi impone di vestirmi è oppressivo e chi mi impone di spogliarmi è liberatorio? Perché è così difficile accettare che nessuno ha il diritto di impormi il modo in cui devo essere libera?

Guardando la discussione da un punto di vista esterno, non dobbiamo chiederci se il burkini è giusto o no per le altre donne. Dobbiamo chiederci semplicemente se il burkini è giusto per noi. Io non credo che lo indosserò ma quanto al vederlo indossare a me interessa solo se pone problemi di riconoscibilità del volto e se limita la mia libertà. La risposta è no, non pone problemi di riconoscibilità e non limita la mia libertà. Qualcuno obietterà che le donne che indossano il burkini hanno introiettato la loro stessa oppressione, come dicevo sopra. Ma così facendo le si priva una volta di più della capacità di avere voce in capitolo, di decidere qualcosa su sé stesse. Anche perché noi non sappiamo esattamente quale sia la reale condizione rispetto al burkini. Possiamo solo fare delle ipotesi. O imparare a comunicare.

I. S.

 
.
.

Esercizio di stile con le ipotesi

Ipotesi n. 1) Il burkini è uno strumento di sottomissione maschilista. Soluzione: Vietarlo, punto e basta. Implicazioni: Dato il maschilismo imperante le donne non potranno più andare al mare e non faranno più sport.

Ipotesi n. 2) Qualche donna sceglie il burkini perché ne è convinta e probabilmente gli da un significato  che a noi sfugge. Soluzione: Le diciamo che secondo noi lei è schiava e che la liberiamo perché sappiamo cosa è meglio per lei. Implicazioni: Oltre che ai maschi burkinizzatori, quella deve sottomettersi pure a noi. A torto o a ragione lei la percepirà come un’imposizione. Avvertenza: guardate che la logica del liberatore e del selvaggio non funziona.

Ipotesi n. 3) Il burkini è oggettivamente limitante. Soluzione: Lasciamo che ciascuna decida se portarlo o no.  Implicazioni: Gli inevitabili scambi culturali entreranno in azione, quelle donne saranno a contatto con un modello diverso. Tra qualche tempo porteranno ancora l’indumento. Oppure lo abbandoneranno.

Ipotesi n. 4) Le donne non potevano fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Soluzione: Il burkini ha permesso di fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Implicazioni: se le donne vivono in una società dove si aboliscono le cause dell’oppressione (cioè non gli si impone di portare l’indumento e neanche di toglierlo) allora saranno libere di scegliere.

Ipotesi n. 5) Per alcune donne la copertura è una scelta consapevole. Soluzione: si può comunicare con le donne che la praticano. Implicazioni: si accetta la loro scelta e si va avanti.

.



Rassegna Stampa

Petite histoire du « burkini », des origines aux polémiques

The BURQINI ™ _ BURKINI ™ Brand Story

Modest swimwear for ladies & girls _ Aqua Modesta

Burkini fuori legge in Francia_ antiterrorismo

Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini

‘Burqa plage’, in spiaggia col velo – Arabpress

Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini

Burkini in spiaggia, i sindaci sardi contro il divieto_ noi non lo vietiamo

Francia, anche Valls contro il burkini. _Incompatibile con i nostri valori

Serracchiani contro Valls_ Il burkini non va vietato

Il burkini e il principio di laicità

Burkini, vietarlo è un atto di libertà

Sgrena Il burkini_ Puro esibizionismo

Le musulmane alla sfida dei diritti – La Stampa

Zanardo_ Io femminista vi dico_ vietare il burkini_è giusto

Burkini_ cara Zanardo, il tuo femminismo è autoritario

Il divieto del burkini è un segno di laicità o di islamofobia

Il burkini e le incredibili balle di Lorella Zanardo

Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Famiglia Cristiana

Micromega – Perché è giusto vietare il burkini

La foto usata negli articoli sul burkini_ sapete chi è?

Del velo del corpo e della libertà Ilda Curti

Il divieto di indossare il burkini_ Un’idiozia pericolosa

Troppo in carne, 8 conduttrici sospese da tv Egitto

Il burqa d’Occidente e’ la taglia 42

Intorno al Burkini _ bei zauberei

Burchini, ipocriti e babbei

Il burkini è una trappola vietarlo è sbagliato- H.-B. Levy

La Francia vieta il burkini ma vende le armi ai sauditi

Perché vietare il Burkini in Italia sarebbe incostituzionale

«Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini»

French police make woman remove clothing on Nice beach following burkini ban

Burchini si, burchini no e occhi ciechi di stato

A cause de son interdiction, le burkini devient un symbole de révolution

Mediatori culturali – Femminismo islamico_ più radicale di quello secolare

Discorso sulla servitù volontaria

Le concept de l’obéissance de l’épouse au sein du mariage

Articoli in primo piano

Acqua sul fuoco. Il femminicidio di Lucca

Lucca, 3 agosto 2016

Quello spazio vicino all’obitorio dell’ex ospedale di Lucca è un angolo che noi lucchesi conosciamo bene. È vicino al pronto soccorso, ci sono passata svariate volte con i legamenti incrinati o una colica in corso. È uno spazio triste ma familiare che ha visto pezzi importanti della mia vita. Andavo lì a fumare tutte le volte che ricoveravano mia madre dopo la diagnosi di cancro. Lì passeggiavo avanti e indietro cercando di assorbire la notizia della morte di un caro amico. Li ho pianto, abbracciato e bestemmiato. Perfino io che non bestemmio mai.

Lì una donna è stata data alle fiamme. Ha concesso fiducia una volta di troppo all’uomo che l’ha ingannata. Ha lottato per la propria vita ed è stata sconfitta. La prima cosa da fare è smettere di dire o anche solo di far intendere che lei potrebbe avere una co-responsabilità nell’evento. Non è lei che ha sbagliato: è lui che l’ha attirata in una trappola. Bisogna dire alle donne di non fidarsi dell’ultimo chiarimento, di non aver paura di passare per stronze. Perché è meglio una stronza viva di un’educata ragazza morta.

Dice il giornale che lei ha detto il nome del suo aggressore. Dice il giornale che ha chiesto di avvertire la sua famiglia. Perché era lucida, col 90% della pelle bruciata ma lucida. Dice il giornale che l’hanno soccorsa mentre gridava, mentre cercava di strapparsi i vestiti incendiati. I soccorritori ci hanno parlato e poi finalmente non è stata più presente a sé stessa perché l’hanno sedata. Stamani lei ha smesso di vivere.

C’era una tanica di liquido infiammabile, c’era una discussione in corso e quando le parole sono finite è stato il momento del fuoco. No, lui non è un mostro, è un essere umano, perfino un padre di famiglia, e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Non dobbiamo mai dimenticare che l’assassino è un uomo, non un alieno, non un animale: niente di diverso da quello che siamo anche noi. Anni fa, studiando per un lavoro, ho guardato un documentario sulla storia e il pensiero di Etty Hillesum. A un certo punto dei ragazzi intervistano Michale Wery, dell’Istituto di Neuroscienze di Bruxelles, sul fatto che la Hillesum (proprio lei) parla della barbarie che si può trovare dentro ciascuno di noi.

Wery dice: non spiego la barbarie; osservo me stesso. Ci sono volte in cui mi sono detto che c’è qualcosa di barbaro in me. Sono rimasto colpito dal potenziale di violenza che ho dentro. Poco tempo fa tenevo in braccio il gattino di mia figlia. Mi sono accorto che l’avrei potuto strangolare con una facilità assoluta e questa consapevolezza mi ha portato a interrogarmi. Quando ero giovane mio cugino mi ha chiesto di fare il bagnetto a suo figlio. Era neonato e in quell’istante mi sono reso conto che quel piccolo essere vivente era alla mia mercé. Quel giorno ho preso coscienza del potere che avevo su questo essere vivente. Quale sarà il limite?

Vent’anni dopo – continua Wery – stavo lavorando in giardino e ho sentito qualcuno gridare e chiamarmi per nome. Il mio vicino era caduto nel pozzo e stava annegando. Sapevo benissimo di doverlo aiutare, nonostante ciò ho avuto un’immagine terribile: “puoi fare ciò che vuoi di quest’uomo”. Hai il potere di trovare un modo per tirarlo fuori e salvarlo, hai il potere di ucciderlo. In quei momenti della mia vita ho avuto potere sull’altro. E mi dico: presta attenzione alla barbarie che dorme in te. Il fatto di dare un nome a queste cose, il fatto di parlarne, mi fa capire che non ne ho veramente paura. E questo ci rende più liberi rispetto alle tendenze che vivono in noi.

Il discorso di Wery mi incuriosì e ci ho pensato letteralmente per anni. La stessa cosa che lui racconta la sperimentiamo con i cuccioli, con i bambini, con le persone che ci chiedono aiuto. Una sensazione di potere assoluto che si presenta di fronte a chi consideriamo inferiore o più debole. Questo è l’elemento in grado di scatenare la barbarie in ciascuno di noi. Ogni giorno scegliamo diversamente ma ogni giorno questa possibilità può presentarsi. La natura di ogni essere umano può, all’occorrenza, essere violenta.

Accettare questo significa rinunciare all’idea del mostro che, in realtà, è solo il nome che diamo al riflesso della nostra paura. Noi abbiamo dentro (anche) pulsioni violente ed esserne consapevoli vuol dire accettare la necessità di farci i conti e di gestirle. Nessuna rabbia, nessuno sfogo sarebbe sufficiente a compensare lo stupore e il gelo che coglie leggendo la storia della donna data alle fiamme a Lucca. Quindi non fatelo, non cedete alla tentazione di pensare che l’assassino sia qualcosa di diverso da un uomo. Non lasciatevi andare all’emotività facile dei discorsi forcaioli. Rimanete lucidi. Riflettete. Ragionate. Perché quando c’è caos c’è sempre qualcuno che riesce a mescolare nel torbido.

Di riprove ce ne sono a bizzeffe ogni volta. Quando accadono dei femminicidi mi metto a leggere i commenti sotto gli articoli dei giornali on-line: sono osservatòri eccellenti per l’antropologia contemporanea. Ieri un tizio, assai forcaiolo, scriveva che siamo 60 milioni di italiani e solo lo 0,001% ha una mente malata; se poi consideriamo che un terzo dei femminicidi sono commessi da “persone che è nella loro cultura” la percentuale scende ancora. “Questa è una mosca bianca”, diceva parlando dell’uomo che ha dato fuoco a Vania Vannucchi.

Noi no, noi non siamo mai. La cosa non ci riguarda. L’assassino è sempre un’eccezione. A noi non potrà mai capitare perché siamo “persone che NON è nella nostra cultura”. Eppure i dati affermano che le donne, anche in Italia, vengono per lo più uccise da persone conosciute, dentro la famiglia, dentro le relazioni e solo raramente da qualcuno al di fuori. Prima o poi bisognerà avere il coraggio di dire che le famiglie che uccidono, le relazioni che uccidono, gli uomini che uccidono sono proprio i nostri.

Lo stesso tizio aggiungeva: comunque leggo commenti di donne che dicono “mamme educate i vostri figli” bene e io aggiungo “mamme educate le vostre figlie perché anche una sola mamma che ammazza un figlio è una vergogna”. Il che significa che una donna che abortisce è uguale a un uomo che da fuoco a una donna. Chiaro, semplice, lineare. E da qui a dire che una donna se l’è meritato il passo è veramente breve. La cultura che uccide è esattamente questa. Una cultura che fa diventare le vittime sempre meritevoli di una qualche punizione.

Capite perché, soprattutto ora, bisogna mantenere i nervi saldi e non lasciarsi andare a reazioni emotive? Controllate quello che dite. Tenete a bada l’emotività tanto – mi spiace dirlo – domani ve ne sarete dimenticati. E non è colpa vostra: è normale. Vania Vannucchi suscita una pena immensa. Una compassione, una solidarietà, una rabbia infinita per come è morta. Giustamente oggi ci sentiamo tutti suoi amici. Ma la realtà è che per noi non è sorella, amica, parente e nemmeno conoscente. La sua morte atroce non ci sconvolgerà la vita come invece la sconvolgerà ai suoi figli. Noi non siamo cattivi perché ci dimenticheremo il suo nome. Semplicemente ricorderemo il caso della donna di Lucca bruciata viva dall’ex ma dimenticheremo tutti i dettagli.

Io non lo so cosa possiamo fare, qual è la reazione giusta: so solo cosa farò io. Io che ora sono piena di rabbia e ho il nodo alla gola tutte le volte che ne parlo. Non invocherò la morte per l’omicida. Non cederò alla retorica del “dovrebbe fare la stessa fine”. Non parlerò di pene severe perché, in realtà, non so qual è la situazione della giustizia. Invece di inveire mi informerò su cosa cosa prevede la legge per questo tipo di omicidio che si chiama femminicidio e che ha una componente così forte di crudeltà. Mi farò delle domande sui miei rapporti con gli uomini, quelli che sono stati, quelli che sono e quelli che saranno. Mi chiederò se la prevenzione è sufficiente e sicuramente la risposta sarà no. Mi chiederò dove sono le falle nel nostro sistema culturale, falle talmente gravi da far diventare il femminicidio un’emergenza sociale.

È un problema culturale, diciamo sempre. Ma avete pensato a cosa davvero significa “problema culturale”? Significa che c’è un filo sottile che collega l’omicidio all’umiliazione, all’offesa, alla mortificazione. Significa che c’è un filo sottile che congiunge l’omicidio e le pubblicità a contenuto violento e sessista. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Avete mai pensato agli uomini che mettono a tacere la compagna dandole della troia mentre niente di quello che ruota intorno alla sessualità maschile può essere considerato allo stesso livello offensivo? Gli uomini non sono violenti per natura così come le donne non nascono predestinate a subire. Sono scelte. Ma non scelte improvvise e improvvisate: sono scelte che si fanno ogni giorno, un’occasione dopo l’altra.

La violenza va riconosciuta prima di tutto in sé stessi per smantellare collettivamente la palude di luoghi comuni e sottovalutazioni in cui ci siamo arenati. Offendere è violenza, picchiare è violenza, schiaffeggiare è violenza, umiliare è violenza, minacciare è violenza, mortificare è violenza, impaurire è violenza, perseguitare è violenza, isolare è violenza, opprimere è violenza, ricattare è violenza. Bisogna dire a tutte le donne senza eccezioni: se lui supera il limite denuncialo, non ti fare scrupoli, chiama telefono rosa, nessun’altra può farlo al posto tuo. Le apparenze non contano niente: non c’è più nulla da salvare. Neanche se è tuo marito, tuo padre, il tuo fidanzato: l’uomo che tutti ritengono essere una brava persona. Neanche se pensi che amici e parenti ti criticheranno. Sta proprio succedendo a te, anche se non riesci a capacitarti. E non devi essere sola perché i centri anti violenza sono stati pensati per te. Questo hanno bisogno di sentirsi dire le donne: che non devono più preoccuparsi di salvare le apparenze e che hanno una via d’uscita reale.

Mio marito mi ha comprato uno spray pepper rosa. Dopo quello che è successo mi ha rimproverato perché lo dimentico sempre in giro. Non ha paura per me, ha paura perché io non ho paura. Allora mi sono seduta, l’ho guardato e gli ho detto che avrei dovuto avere paura di lui. Le donne non vengono uccise da estranei, vengono uccise da quelli che conoscono bene. È questa la conseguenza del clima in cui viviamo: tenere d’occhio la persona che ami, a cui affideresti la tua vita, e chiederti se lui è diverso, se lui supererebbe il limite. Certo che è diverso – ti dici – sennò non lo ameresti mica! Ma poi ti accorgi che tutte le donne colpite dalla violenza maschile pensavano più o meno lo stesso. Noi siamo andati vicini a oltrepassare il limite ma non è mai successo. E allora che differenza c’è? C’è che ci siamo accorti di poterci fare del male. Allora abbiamo deciso di essere i custodi di noi stessi. Non so se funzionerà, questa però è la risposta migliore che abbiamo.

Ilaria Sabbatini

Intervista a Michale Wery, dell’Istituto di Neuroscienze di Bruxelles

.


.

Elenco dei centri antiviolenza aderenti alla Rete Nazionale Antiviolenza 1522 e alla Associazione nazionale Dire (Donne In Rete contro la violenza).
Fonte: Dipartimento per le Pari Opportunità

Tratto da Presa Diretta

ABRUZZO

Associazione Ananke Onlus

Via Tavo 248, 65100 – Pescara (PE)
Tel: 085/4283.851
web: http://www.centroananke.it
Email: info@centroananke.it

Biblioteca delle Donne Melusine – Centro Antiviolenza l’Aquila
Via Alcide De Gasperi 45, 67100 – L’Aquila (AQ)
Tel: 0862/65985
Email: centroantiviolenza.laquila@gmail.com

Centro Antiviolenza “La Libellula”
Via San Polo 46, 67039 – Sulmona (AQ)
Tel: 0864/566918
Web: http://www.horizonservice.it
Email: cav.libellula@alice.it
Posti letto: 6

Centro Provinciale Antiviolenza Donne “La Fenice”
Via Taraschi, 9 64100 Teramo (TE)
Telefono: 0861 029009
E-Mail: lafenice@provincia.teramo.it

CRI – Centro Antiviolenza
via Pietro Falco 1 ( c / o sede del comitato provinciale di Croce Rossa)- Chieti (CH)
Numero verde: 800 32 00 78
Web: http://www.crichieti.net
Email: centroantiviolenza@crichieti.net

Telefono Rosa – Associazione Il Filo di Arianna
Via Cesare De Lollis, 23 66100 Chieti (CH)
Telefono: 0871 347999

BASILICATA

Telefono Donna – Casa per le donne “Ester Scardaccione”
Via dei Ligustri 32, 85100 – Potenza – (PZ)
Tel: 0971 / 5555.1
Web: http://www.telefonodonnapotenza.it
Email: info@telefonodonnapotenza.it
Posti letto: 5


CALABRIA

CAD – Centro Antiviolenza Donne
Via XXV Aprile, 89900 – Vibo Valentia (VV)
Tel: 8000.83525 – 0963/471628
Email: cpatania@email.it
Casa delle donne – Centro Italiano Femminile
Via Ravagnese Sup. 151, 89131 – Reggio Calabria (RC)
Numero Verde: 800.7741.10
Tel. 0965.644857
Email: cifcasadelledonne.rc@libero.it

Coop. Agorà Kroton
Via Spiaggia delle Forche 25, 88900 Crotone – (CR)
Web: http://www.agorakroton.it
Email: info@agorakroton.it

Telefono Donna Centro «Roberta Lanzino»
Via Caloprese 56, 87100 – Cosenza (CS)
Tel: 0984/36311
Emergenze: 329/8981723
Email: contro33@centrolanzino.191.it

U.O. Salute Donna Infanzia a Adolescenza ASP – Crotone (CR)
Via Cutro, 17 88900 Crotone (KR)
Telefono: 0962 924837

CAMPANIA

Associazione «Le Kassandre» – Sportello S.A.I.

Via De Meis, 131, 80100 – Napoli (NA)
Tel: 081/19313277
Cell: 333-8864293
Web: http://www.lekassandre.com
Email: info@lekassandre.com

Associazione Volontarie Telefono Rosa di Napoli

via Mergellina 44, 80100 – Napoli (NA)
tel: 081-668691
Email: telefonorosadinapoli@gmail.com.

Centro «Eva» – Centro di accoglienza per donne in difficoltà e loro figli minori

Via Amendola 15, 81024 Maddaloni (CE),
tel. 0823-204145
Web: http://www.cooperativaeva.it
Email: antiviolenzaeva@libero.it
Posti letto:6

Centro antiviolenza familiare “Il Girasole”

Via Nicola Nicolini 54, 80100 – Napoli (NA)
Numero verde: 800 134371
Web: http://www.centrogirasole.org
Email: info@centrogirasole.org

Centro ascolto Antiviolenza «Aurora»
Via Posillipo – P.co Carelli 8/C, 80100 – Napoli (NA)
Telefono: 081.7953191
E-mail: centrodonna@comune.napoli.it
Posti letto: 6

Centro Ascolto Donna
Via Bastioni 4, 84125 Salerno (SA)
Tel: 089 226000
Email: info@caritassalerno.it

Coop Soc. «Aradia» – Santa Maria Capua Vetere (CE)

Corso Garibaldi 19, S. Maria Capua a Vetere (CE).
Tel: 0823 – 8498.44
Web: http://www.coopdedalus.it

La casa di Marinella
Indirizzo Riservato 80011 – Acerra (NA)
Tel: 081/5201470
Email: casadimarinellaonlus@libero.it
Posti letto: 5

Linea Rosa – Associazione «Spazio Donna» – Salerno (SA)

Piazza Vittorio Veneto, 2, 84123 Salerno (SA)
Tel 089 254242
Web: spaziodonnasalerno.it
Email: spaziodonnasalerno@alice.it

Servizio di sostegno e accompagnamento delle donne vittime di abuso e violenza – Nola (NA)
Piazza Duomo,1, Nola
Tel 081/8239714
Web: -www.agenziaareanolana.it,
Email: segreteria@ambito11.areanolana.com

Sportello Lilith, Associazione «Sott´e´ncoppa»
Via Luca Giordano 24 – 
San Sebastiano al Vesuvio (NA)
Tel: tel. 0815749320
Web: http://www.sportellolilith.it
Email: sansebastiano@sportellolilith.it

Telefono Rosa
Viale Lamberti – Palazzo della Salute 81100 Caserta (CE)
Tel: 0823/354126
Web: http://www.spaziodonnaonlus.it
Email: spaziodonnaonlus@libero.it
Posti Letto 12

Telefono Rosa

via Aniello Palumbo – Giugliano (NA)
Numero verde: 800231277 – 081 3306391
Email: spazioaspasia@libero.it

EMILIA ROMAGNA

Associazione «Casa delle Donne» Onlus
Via Del Gambero 77 – 41124 – Modena (MO)
Tel: 059/361050
Web: http://www.donnecontroviolenza.it
Email: most@donnecontrolaviolenza.it
Posti letto: 9

Casa delle Donne – Associazione Nondasola

Via Melegari 2/a – 42100 – Eemilia (RE)
Tel: 0522/920880
web: http://www.nondasola.it
Email: info@nondasola.it
Posti letto: 6

Casa per le donne per non subire violenza

Via dell’Oro 3, – Bologna (BO)
Tel: 051/333173 (accoglienza) 051/6440163 (uffici)
Web: http://www.casadonne.it
Email: casadonne@women.it
Posti letto: 20

Centro Antiviolenza Filo Donna

Via E. Curiel, 51 47121 Forlì (FC)
Telefono: 0543 552855
E-Mail: donafio@tiscali.it

Centro Antiviolenza
Vicolo Grossardi 8 – 43125 – Parma (PR)
Tel: 0521/238885
Web: http://www.acavpr.it
Email: acavpr@libero.it
Posti letto: 25

Centro Donna
Via Tina Gori 58, 47100 – Forlì (FC)Cesena
Tel: 0543/712660
Web: http://www.comune.forli.fc.it
Email: centrodonna@comune.forli.fc.it
Posti Letto: 9

Centro Donne Giustizia

via Terranuova 12 b, 44100 – Ferrara (FE)
Tel: 0532/247440
Web: associazioni.comune.fe.it
Email: donnagiustizia.fe@libero.it
Posti letto: 12

Città delle Donne – Telefono Rosa

Via Romagnosi 33 – 29100 – Piacenza (PC)
Tel: 0523/334833
Email: telefonorosapiacenza@libero.it
Posti letto: 6

Demetra donne in aiuto
Corso Garibaldi 116 – 48022 – Lugo (RA)
Tel: 0545/27168
Web: http://www.perglialtri/demetra
Email: donne@demetra-lugo.it

Gruppo di lavoro sulla violenza alle donne presso Centro Donna
Via Tina Gori 58 47100 – Forlì (FC)
Tel: 0543/712660
Web: http://www.comune.forli.fc.it
Email: centrodonna@comune.forli.fc.it
Posti letto: 9

Gruppo giustizia UDI

Via Castiglione 24, 40100 – Bologna (BO)
Tel: 051/232313
Web: http://www.udibologna.altervista.org
Email: udibo@libero.it

Gruppo Donne e Giustizia
Via Del Gambero 77 – 41100 – Modena (MO)
Tel: 059/361861
Web: http://www.donnegiustiziamodena.it
Email: donnegiust@gmail.com

La Cicoria
Piazzale Giovanni dalle Bande Nere ex Lolli, 11 40027 Imola (BO)
Telefono: 333 2197061

Linea Rosa
Via Mazzini 57/a – 48100 – Ravenna (RA)
Tel: 0544/216316
Web: http://www.linearosa.it
Email: linearosa@racine.ra.it
Posti letto: 18

Linea rosa

Piazza Farini, 35 – 48026 Russi (RA)
Telefono: 0544 583901

«Rompi il silenzio» – Centro di prima accoglienza
Via Marzabotto 30, 47900 – Rimini (RN)
Tel: 346/5016665
Web: http://www.rompiilsilenzio.org
Email: info@rompiilsilenzio.org
Posti letto: 6

S.O.S Donna – Bologna (BO)

Via Saragozza 221/b , 40135 – Bologna (BO)
Tel: 051/434345 – 800453009
Email: sosdonna.bologna@sosdonna.org

SOS Donna – Faenza
Via Laderchi 3 – 48018 – Faenza (RA)
Tel: 0546/22060
Web: http://www.sosdonna.com
Email: info@sosdonna.com
Posti letto: 10

Telefono «Ascolto Donna»
Viale Barilla, 26 43121 Parma (PR)
Telefono: 0521 770231
E-Mail: coopluna@libero.it

 

FRIULI VENEZIA GIULIA

Associazione S.O.S. Rosa Onlus
Via A. Baiamonti 22- 34170 – Gorizia (GO)
Tel: 0481/32954
Web: http://www.sosrosa.it
Email: sosrosa@alice.it
Posti letto: 5

Centro Antiviolenza GOAP

Via S. Silvestro 5 – 34121 – Trieste (TS)
Tel: 040/3478827
Web: http://www.goap.it
Email: info@goap.it
Posti letto: 18

Da donna a DONNA
Via Roma 13 – 34077 – Ronchi dei legionari (GO)
Tel: 0481/474700 – 333/2810048
Web: http://www.dadonnaadonna.org
Email: info@dadonnaadonna.org
Posti letto: 5

Iotunoivoi Donne insieme Centro Antiviolenza
Via Martignacco 23- 33100 – Udine (UD)
Tel: 0432/421011
Web: ww.iotunoivoi.it
Email: iotunoivoi@iotunoivoi.it
Posti letto: 16

Voce Donna onlus
Viale Cossetti 16 – 33170 – Pordenone (PN)
Tel: 0434/21779
Web: http://vocedonnapn.it/
Email: vocedonnapn@gmail.com
Posti letto: 11

Zero tolerance contro la violenza sulle donne
Viale Duodo 77 – 33100 – Udine (UD)
Tel: 0432/271699 0432/271077 800.531.135
Email: zerotolerance@comune.udine.it
Posti letto: 6

LAZIO

Associazione Erinna – Donne contro la violenza alle donne Onlus
Corso Italia 71 -01020 – Viterbo (VT)
Tel: 0761 342056
Email: e.rinna@yahoo.it

Associazione Sostegno Donna
Piazza Fulvio Nobiliore, 5 00044 Cocciano (RM)
Telefono: 06 94015165
Web: http://www.sostegnodonna.it
Email: sostegnodonnaonlus@libero.it

ASSOLEI Sportello Donna Onlus
Via Benedetta, 28 00153 Roma (RM)
Telefono: 06 5809363
Web: http://www.assolei.it
E-Mail: info@assolei.it

CAPIT Rieti Sportello Antiviolenza Il Filo di Ana

Via L. Canali,1 02100 Rieti (RI)
Telefono: 0746 491039
Web: http://www.sportelloantiviolenza.it
E-Mail: capitrieti@libero.it

Centro Ascolto: Centro Essere Donna
Via Traiano lotto 17/8 04019 – Terracina (LT)
Tel: 0773/1769082
Email: centroesseredonna@libero.it
Posti letto: 6

Centro antiviolenza provinciale per donne e minori vittime di violenza
Via Pietra Liscia, 32 03023 Ceccano (FR)
Telefono: 800 479898 0775 601115
E-Mail: cpa.ceccano@libero.it

Centro Antiviolenza del Comune di Roma
Via di Torre Spaccata, 157 00169 Roma (RM)
Telefono: 06 23269049
E-Mail: centroantiviolenza.comuneroma@virtusitalia.it

Centro Donna «Lilith»
Via Massimo d’Azeglio 9 – 04100 – Latina (LT)
Tel: 0773/664165
Email: centrodonnalilith@gmail.com
Posti letto: 7

Centro Donna LISA – Associazione donna in genere
Via Rosina Anselmi 41 00139 – Roma (RM)
Tel: 06/87141661
Web: http://www.centrodonnalisa.it
Email: info@centrodonnalisa.it

Centro Prov.le «La Ginestra» Prima Accoglienza e Assistenza sociale per donne in difficoltà
Via Colle Tocciarello 1 00138 – Valmontone (RM)
Tel: 06/9591187 3357688458
Web: casainternazionaledelledonne.org
Email: cadd.valmontone@libero.it
Posti letto: 12

Differenza donna – Centro Prov.le «Maree»
Via Monte delle Capre 23 00100 – Roma (RM)
Tel: 06/6535499
Email: centromaree1@tiscali.net
Posti letto: 10

Differenza donna – Centro Prov.le per donne che non vogliono subire violenza
Viale di Villa Pamphili, 100 00165 Roma (RM)
Telefono: 06 5810926
E-Mail: ceproant@tiscalinet.it
Posti letto: 8

NO.DI «I Nostri Diritto» – Roma (RM)
Via Borgo Pio, 15 00193 Roma (RM)
Telefono: 06 6833688
E-Mail: associazionenodi@hotmail.it

Le lune
Via dei Mughetti 2 – 00012 – Guidonia (RM)
Tel: 0774/343223 366/1669013

Servizio accoglienza ed ascolto per donne in difficoltà della Casa Internazionale delle donne di Roma

Via della Penitenza, 37 00165 Roma (RM)
Telefono: 06 68809502
Web: http://www.casainternazionale delle donne.org
E-Mail: sportellocidd@yahoo.it

Servizio antiviolenza SOS donna h24 del Comune di Roma
Via Statilio Ottato, 33 00175 Roma (RM)
Telefono: 06 71077015
http://www.sosdonnacomuneroma.org

Stella Polare – Risorsa Donna
Largo San Giovanni 03039 – Sora (FR)
Tel: 0776/839275
Web: http://www.risorsedonna.org
Mail: info@risorsedonna.org
Posti letto: 3

Sportello di Consulenza Giuridica C.O.D.I
Via della Lungara, 19 00165 Roma

Sportello Donna San Camillo c\o Ospedale San Camillo

Circonvallazione gianicolense, 87 00152 Roma (RM)
Telefono: 06 58703216
Web: http://www.befreecooperativa.org/sportellodonna
E-Mail: mailto:sportellodonna.sancamillo@gmail.com

Sportello Donna – Ambulatorio Ospedale S. Gallicano
Via delle Fratte di Trastevere Roma (RM)
Telefono: 06 58543690

Telefono Rosa – Roma (RM)
Viale Mazzini, 73 00195 Roma (RM)
Telefono: 06 37518261
Web: http://www.telefonorosa.org
E-Mail: telefonorosa@alice.it

LIGURIA

Centro Accoglienza per non subire violenza di Genova
Via Cairoli, 14/7 16124 Genova (GE)
Telefono: 010 2461716
Web: udige.it
Email: udige@libero.it
Posti letto: 8

Centro Provinciale Antiviolenza
Via Mascherona, 19 16123 Genova (GE)
Telefono: 010 20976222
E-Mail: centroantiviolenza@comune.genova.it

Telefono Donna
Via Corridoni 5- 91100 – La spezia (SP)
Tel: 0187/703338
Email: udi.laspezia@email.it

Telefono Donna
Via Sormano 12- 17100 – Savona (SV)
Tel: 0198/313399
Web: http://www.provincia.savona.it
Email: telefonodonna.savona@libero.it

LOMBARDIA

A.I.D.A. – Associazione Incontro Donne Antiviolenza Onlus
Via Gallarati 2 26100 – Cremona (CR)
Tel: 37/380999
Web: http://www.sitisolidali.it
Email: aida.onlus@virgilio.it

Aiuto donna – Uscire dalla violenza
Via San Lazzaro 3 – 24126 – Bergamo (BG)
Tel: 035/212933
Web: http://www.aiutodonna.it
Email: info@aiutodonna.it

Associazione «L´altra metà del cielo» -Telefono Donna Merate
Via S.Ambrogio 17 – 23807 – Merate (LC)
Tel: 039/9900678
Email: altrametadelcielo@yahoo.it
Posti letto: 4

Associazione Casa delle Donne
Via S. Faustino 38 25122 – Brescia (BS)
Tel: 030/2400636
Web: http://www.casadelledonne-bs.it
Mail: casa@casadelledonne.191.it

Associazione Donne contro la violenza onlus

Via XX Settembre 115 26013 – Crema (CR)
Tel: 037/380999
Web: http://www.controlaviolenza.it
Email: assocdonne@alice.it
Posti letto: 2

Casa di Accoglienza delle donne maltrattate

Via Piacenza 14 – 20100 – Milano (MI)
Telefono: 02 55015519
Web: http://www.cadmi.org
Email: cadmmi@tin.it
Posti letto: 15

Centro Aiuto alle donne maltrattate – Cadom
Via Mentana 43 . 20900 – Monza (MB)
Tel: 039/2840006
Web: http://www.cadom.it
Email: cadomonza@centrodonnemaltrattate.191.it

Cerchi d´acqua Coop. Soc. A.R.L.
Via Verona 9 – 20100 – Milano (MI)
Tel: 02/58430117
Web: http://www.cerchidacqua.org
Email: info@cerchidacqua.org

Cooperativa «Liberamente» – Percorsi di donne contro la violenza
Corso Garibaldi 37/b – 27100 – Pavia (PV)
Tel: 0382/32136
Web: http://www.centroantiviolenzapv.it
Email: info@centroantiviolenzapv.it

Donne insieme contro la violenza
via dei Pini 8 20090 – Pieve Emanuele (MI)
Telefono: 02 90422123
Web: http://www.donneinsieme.org
Email: info@donneinsieme.org

EOS – Centro ascolto e accompagnamento contro la violenza, le molestie sessuali e i maltrattamenti alle donne e ai minori
Via Staurenghi, 24 21100 Varese (VA)
Telefono: 0332 231271
E-Mail: eosvarese@virgilio.it

Sportello Artemisia
Indirizzo Riservato 20093 – Cologno monzese (MI)
Tel: 800.097.999
Email: artemisia@comune.colognomonzese.mi.it

Sportello Donna
Piazza Giovanni Paolo II – presso Comune di Desio 20832 Desio (MB)
Telefono: 0362 392508
E-Mail: info@whitemathilda.org

Sportello donna Sirio
Via Cavallotti 24047 Treviglio (BG)
Tel: Tel.: 0363.301.773 – 0363.303.571
Web: http://www.centrosirio.it

Telefono Azzurro Rosa
Via San Zino, 174 25124 Brescia (BS)
Telefono: 030 3530301
E-Mail: info@azzurrorosa.it

Telefono Donna
Via Castelnuovo 1 22100 – Como (CO)
Tel: 031/304585
Web: http://www.telefonodonnacomo.it
Email: segreteria@telefonodonnacomo.it
Posti letto: 11

Telefono Donna c/o Serv. Psicologia Az.Osp. Niguarda cà Granda Milano – Milano (MI)
Piazza Ospedale Maggiore, 3 20162 Milano (MI)
Telefono: 02 64443043 02 64443044
E-Mail: telefono.donna@tiscali.it

Telefono Donna
Via Parini 6 – 23900 – (LC)
Tel: 0341/363484
Web: http://www.telefonodonnalecco.it
Email: teldonnalecco@alice.it

Telefono Rosa
Via Tassoni 14 – 46100 – Mantova (MN)
Tel: 0376/225656
Web: http://www.telefonorosamantova.it
Mail: telefonorosa@tin.it

MARCHE

Associazione «Donne e Giustizia»
Via Cialdini 24 a – 60122 – Ancona (AN)
Tel: 800032810 071/205376
Email: donne.giustizia@libero.it

Casa rifugio Zefiro

P.zza Stamira 13 – 60122 – Ancona (AN)
Tel: 071/2075383
Web: lagemma.org
Email: casarifugio@lagemma.org
Posti letto: 7

Insieme contro la violenza di genere – Centro Antiviolenza

via Romagna 7 63039 – San benedetto del tronto (AP)
tel: 800 021314
Email: centroantiviolenza.ap@alice.it

Parla con Noi (centro provinciale)
Via Diaz, 10 61100 Pesaro (PU)
Telefono: 0721 639014
E-Mail: parlaconnoi@provincia.ps.it

Percorsi Donna – Telefono Donna
c/o Punto di Accoglienza Territoriale P.le Marconi 14 – 63900 – Sant’elpidio al mare (FM)
Telefono: 800 215809
Web: http://www.ontheroadonlus.it
Email: percorsidonna@ontheroadonlus.it


MOLISE

Consultorio ASL Isernia – Isernia
Via XXIV Maggio, 140 86170 Isernia
Telefono: 0865 442403

PIEMONTE

Associazione «Me.Dea»
Via Palermo 33 – 15121 – Alessandria (AL)
Tel: 0131/226289
Web: http://www.medeacontroviolenza.it
Email: me.deacontroviolenza@gmail.com

Centro d’ascolto «Orecchio di Venere» – Ispettorato Croce Rossa Italiana Asti

Via Ugo Foscolo, 7 14100 Asti (AT)
Telefono: 0141 1855172
E-Mail: centroascolto.cri@gmail.com

Telefono Donna
Via Carlo Emanuele III, 34 – 12100 – (CN)
Tel: 0171/631515
Email: telefono.donna@libero.it

Associazione «Mai+Sole» – Savigliano (Cuneo)
Via Beggiamo, 7 – 12038 Savigliano (CN)
Tel: 39 335 1701008
Email: info@maipiusole.it
Web:www.maipiusole.it

Centro Supporto ed Ascolto Vittime di Violenza DEMETRA A.O.U. Citta’ della Salute e della Scienza di Torino

Via Cherasco 23 – 10126 Torino (TO)
Tel: 011/6335899 – 335/7169000
Email: pschinco2@cittadellasalute.to.it

Centro donne contro la violenza
via Vanchiglia 6 – 10124 – Torino (to)
tel: 011/882436
Web: http://www.unionedelledonne.it
Email: unionedelledonne@libero.it

Centro Servizi Donna della Provincia di Novara
Via Greppi 7 – 28100 – Novara (NO)
Tel: 0321/378737
Email: csdonna@provincia.novara.it

Centro Svolta Donna c/o ASL TO3 – Pinerolo (TO)
Telefono: 334 3664768
E-Mail: info@svoltadonna.it

Centro S.V.S.
C.so Spezia 60-Ospedale S.Anna – 10126 – Torino (TO)
Tel: 011/3134180
Web: http://www.oirmsantanna.piemonte.it/site/soccorso
Email: svs@oirmsantanna.piemonte.it

Sportello Donna
Corso Matteotti 90 -28047 – Oleggio (NO)
Tel: 0321/994288
Web: http://www.cisasservizi.it
Email: sportellodonna@cisasservizi.it

Sportello Donna Arona
Via San Carlo 2- 28041 – Arona (NO)
Tel: 0322/231122
Web: comune.arona.no.it
Email: puntodonna@comune.arona.no.it

Ufficio «Accogliere le Donne» – Serv. Soc. Settore Famiglia e Sussiedarietà Comune Torino
Via Villa Bruino, 4 10122 Torino (TO)
Telefono: 011 4431562
Web: http://www.relazioniefamiglie.comune.torino.it
E-Mail: relazioniefamiglie@comune.torino.it

Telefono Rosa
Via Assietta, 13/A 10128 Torino (TO)
Tel: 011/530666
Web: http://www.telefonorosatorino.it
Email: telefonorosa@mandragola.com
Posti letto: 8

Libera associazione per le donne d´oggi – «Donne e Futuro» Onlus – Torino (TO)
Via Barbaoux, 31 10122 Torino (TO)
Telefono: 011 5187438
Web: http://www.donnefuturo.com
E-Mail: donne@tin.it

PUGLIA

«Filo di Arianna» Coop. Sociale A.R.L

Via Previdenza, 11 71016 San Severo (FG)
Telefono: 0882 241951
E-Mail: filodiarianna22@libero.it

Associazione Donne Insieme onlus – Centro antiviolenza «Renata Fonte
Via S. Maria del Paradiso, 12 73100 Lecce (LE)
Telefono: 800098822 0832 305767
E-Mail: donneinsieme.rf@libero.it

Associazione Riscoprirsi
Via Quarti 21 -76123 – Andria (BT)
Tel: 0883/764901 – 380/3450670
Web: http://www.riscoprirsi.it
Email: cav.riscoprirsi@gmail.com

Io Donna per non subire violenza
Via Cappuccini 8 – 72100 – Brindisi (BR)
Tel: 0831/522034
Web: http://www.associazioneiodonna.com
Email: associazioneiodonna@hotmail.it

La Giraffa
Via Napoli 308 – 70100 – Bari (BA)
Tel: 080/5741461
Web: http://www.giraffaonlus.it
Email: info@giraffaonlus.it
Posti letto: 8

Osservatorio Giulia Rossella Centro antiviolenza onlus
P.zza A. Moro16 -76121 – Barletta (BT)
Tel: 0883/310293
Email: centroantiviolenza@libero.it

Safiya
Via Don Luigi Sturzo n.c. – 70100 – Polignano a mare (BA
Tel: 333/2640790
Email: safiya.onlus@libero.it

Sostegno Donna
Via Dante 221 – 1/B – 74100 – Taranto (TA)
Tel: 099/7786652
Email: alzaiadonne@libero.it

Sportello Antiviolenza
Via Giulio Cesare 22 -72100 – Brindisi (BR)
Tel: 338/8750396
Email: cav.aporti@yahoo.it
Posti letto: 10

Telefono Donna
Via della Repubblica 54- 71100 – Foggia (FG)
Tel: 0881/772499
Email: impegnodonna@virgilio.it

SARDEGNA

Associazione Donne al Traguardo Onlus
Via Monsignor Piovella 26 – 09123 Cagliari (CA)
Web: http://www.donnealtraguardo.com
Email: donnealtraguardo@hotmail.com

Centro antiviolenza per donne e minori
via Paganini 22 – 09025 Sanluri (VS)
tel: 800 777 991
web: http://www.provincia.mediocampidano.it

Donna Ceteris
Via Cimarosa, 7 09128 Cagliari (CA)
Tel: 070/492400
Web: http://www.donnaceteris.org
Email: info@donnaceteris.org

Donna Eleonora
P.zza Eleonora 44 – 09170 – Oristano (OR)
Tel: 0783/71286
Web: http://www.centroantiviolenzaoristano.it
E-Mail: info@centroantiviolenzaoristano.it
Posti letto: 5

Onda Rosa Centro Antiviolenza

indirizzo riservato- 08100 – Nuoro (NU)
Tel: 0784/38883
Email: ondarosa.nuoro@tiscali.it
Posti letto: 10

Progetto Aurora antiviolenza per Donne e Minori
Via dei Mille 61 – 07100 – Sassari (SS)
Tel: 800042248
Email: progetto.aurora@amistade.org
Posti letto:10

Prospettiva Donna

via Genova, 51 – 07026 – Olbia (OT)
Tel: 0789 / 27466
Web: http://www.prospettivadonna.it
Email: infoprospettivadonna@gmail.com

Spazio Donna
Via Tola, 20 07014 Ozieri (SS)
Telefono: 079 787399
E-Mail: sdspaziodonna@gmail.com

SICILIA

Associazione nuova vita – Ragusa (Ra)
Via Ecce Homo – 97100 – Ragusa (RG)
Tel: 0932/246788
Email: associazione.nuovavita@alice.it

Associazione Thamaia onlus “Telefono Donna
Via G. Macherione 14 – 95127 – Catania (CT)
Tel: 095/7223990
Web: http://www.thamaia.org
Email: centroantiviolenza@thamaia.org

Cedav Onlus – Centro Donne Antiviolenza

Via Luciano Manara, 22 – 98123 – Messina (ME)
Tel: 345/2630913 090 678303
Web: http://www.cedavmessina.it
Email: cedav@virgilio.it

Centro Antiviolenza Antistalking «La Nereide»
Via Servi di Maria 99 – 96100 – Siracusa (SR)
Tel: 0931/61000
Web: http://www.lanereide.it
Email: anereide.sr@virgilio.it

Centro Antiviolenza Adid
Viale Aldo Moro, 47 – 90047 – Partinico (PA)
Tel: 0918782684 – 0918918209
Web: http://www.adid.altervista.org
Email: FidelisOnlus@libero.it

Centro Ascolto – Stop violenza
Via San Francesco d’Assisi, 4 91100 Trapani (TP)
Telefono: 800453552
E-Mail: sportelloh@provincia.trapani.it

Centro ascolto per donne che vivono maltrattamento e/o violenza
Viale della Vittoria, 321 92100 Agrigento (AG)
Telefono: 0922 20462

Centro Donna Antiviolenza
Via Papa Giovanni XXIII, 1 97013 Comiso (RG)
Tel.: 0932.74911
Web: http://www.comune.comiso.rg.it

Centro antiviolenza Caltagirone
Via Grazia, 43 45041 Caltagirone (CT)
Telefono: 0933 57904
E-Mail: ass.albanuova@virgilio.it

Cooperativa Arcadia
Via Volturno 106 – 90100 – Palermo (PA)
Tel: 091/6124207
Email: serenascaffidi@libero.it
Posti letto 14

Donne Nuove
via P. Mattarella snc – 90019 – Trabia (PA)
Tel: 091/8147520
Web: http://www.coopnuovagenerazione.it
Email: nuovagen@libero.it
Posti letto: 20

Le Onde Onlus
Via XX Settembre 57 – 90141 – Palermo (PA)
Tel: 091/327973
Web: http://www.leonde.org
Email: leonde@tin.it
Posti letto 16

Rete centri antiviolenza
ASL – Presidio La Pizzuta – 96100 – Siracusa (SR)
Tel: 0931/492752
Web: http://www.reteantiviolenza.siracusa.it
Email: reteantiviolenzasiracusa@virgilio.it

Servizio di Accoglienza per le donne Vittime di Violenza – A.N.G.E.L.I.

via degli Studi 2 – 96016 – Lentini (SR)
Tel: 095/7835316
Web: http://www.antiviolenzaangeli.com
Email: antiviolenzaangeli@libero.it

Sportello antiviolenza Associazione Donneinsieme Sandra Crescimanno

Via Generale Muscarà 2 – 94100 – Piazza armerina (EN)
Tel: 0935/982436
Web: http://www.associazionedonneinsieme.it

TOSCANA

«Centro Donna» – Servizio del Comune di Livorno

Largo Strozzi,3 57123 Livorno
Telefono 0586 890053
Web: http://www.comune.livorno.it
Email: centrodonnalivorno@yahoo.it

Aiuto Donna – Servizio del Comune di Pistoia

c/o Assessorato Politiche Sociali 51100 Pistoia (PT)
Telefono: 0573 21175
E-Mail: aiutodonna@comune.pistoia.it

Associazione Luna
Piazza San Romano 4 (Parcheggio Lorenzini) – 55100 – Lucca (LU)
Tel: 0583/997928
Web: http://www.associazioneluna.it
Mail: mail@associazioneluna.it
Posti letto: 8

Associazione Amica Donna
Piazza Grande 7 – 53045 – Montepulciano (SI)
Tel: 0578/712418
Web: http://www.associazioneamicadonna.it
Email: info@associazioneamicadonna.it

Casa delle Donne di Viareggio – Centro ascolto «L’una per l’Altra»

Via Marco Polo 6 – 55049 – Viareggio (LU)
Tel: 800614822
Web http://www.casadelledonne.it
Mail: centroantiviolenzaviareggio@gmail.com

Centro Accoglienza Donne Maltrattate – Associazione Olimpia De Gouges
Via Trieste 5 – 58100 – Grosseto (GR)
Tel: 0564/413884
Web: http://www.olympiadegouges.it
Email: c.antiviolenza@provincia.grosseto.it

Centro Aiuto Donna «Lilith»

Via XX Settembre, 17 50054 Empoli (FI)
Tel: 0571 725156
Web: http://www.lilithcentroaiutodonna.it/
E-Mail: gruppolilith@anpas.empoli.fi.it
Centro di Ascolto donna chiama donna – Carrara (MC)
Via Carriona, 42 – Carrara c/o ex Mulino Forti
Web: http://www.comune.carrara.ms.it/

Centro Donna
Via Cavour, 19 54100 Massa Carrara (MS)
Telefono: 0585 45527
Web: http://portale.provincia.ms.it

Centro Donna – Piombino (LI)
Via Lerario 92/94 57025 Piombino (LI)
Telefono: 0565 49419
Web: http://www.comune.piombino.li.it
Email: centroantiviolenza@tiscali.it

Centro Donna contro la Violenza «Catia Franci» – Associazione Artemisia

Via del Mezzetta 1/int. – 50135 – Firenze (FI)
Tel: 055/602311/601375
Web: http://www.artemisiacentroantiviolenza.it
Email: artemisia@fol.it
Posti letto: 16

Centro Tutela Giuridica per donne e minori
Via Diaz, 7 57100 Livorno (LI)
Telefono: 0586 887009
E-Mail: centrotut.giuridica@gmail.com

Donne che sostengono donne
Piazza G. Rossa 16 – Ponte a Egola – 56028 – San miniato (PI)
Tel: 0571/843061
Web: associazionefrida.it
Email: associazione.frida@libero.it

Donna chiama donna
V.le Mazzini 95 – 53100 – Siena (SI)
Tel: 0577/222416
Email: donnachiamadonna@libero.it

Donne Insieme Val d´Elsa
Via Oberdan 42 – 53034 – Colle val d’elsa (SI)
Tel: 0577/901570
Email: donneinsiemevaldelsa@gmail.com
La Nara
Via Verdi 19 – 59100 – Prato (PO)
Tel: 0574/34472
Web: http://www.alicecoop.it
Email: lanara@alicecoop.it
posti letto: 7

Liberetutte

Via Marconi 51 – 51016 – Montecatini terme (PT)
Tel: 0572/910311
Web: http://www.liberetutte.org
Email: info@liberetutte.org
Posti letto: 13

Pronto Donna
Piazza Santa Maria in Gradi 4 – 52100 – Arezzo (AR)
Tel: 0575/355053
Web: http://www.prontodonna.it
Email: info@prontodonna.it
posti letto: 5

Sportello Informa Donna del Comune di Massa Marittima
Via Goldoni, 22 58024 Massa Marittima (GR)
Telefono: 0566 940242
E-Mail: sportelloinformadonna@comune.massamarittima.gr.it

Telefono Donna
Via Galli Tassi, 8 56126 Pisa (PI)
Telefono: 050 561628
Web: http://www.comune.pisa.it/casadonna
Posti letto: 8


TRENTINO ALTO ADIGE

Centro Antiviolenza per Donne in situazione di abuso
Via della Dogana, 1 38100 Trento (TN)
Telefono: 0461 220048
E-Mail: mailto:centroantiviolenzatn@tin.it
Web: http.//www.centroantiviolenzatn.it

Centro d’Ascolto Antiviolenza Associazione «Donne aiutano donne»

Via Paul Von Sternbach, 8 39031 Brunico (BZ)
Telefono: 800 310303
E-Mail: serviziocasadonne.brunico@rolmail.net

Centro d’Ascolto Antiviolenza Associazione «Gea Verein»
Via del Ronco,17 39100 Bolzano (BZ)
Telefono: 800 276433 0471 513399
Web: http://www.casadelledonnebz.it
E-Mail: frau.gea@virgilio.it
Posti letto: 6

Centro d’Ascolto antiviolenza della Comunità Comprensoriale Valle Isarco
Vicolo Cappuccini, 2 39043 Bressanone (BZ)
Telefono: 800 601330 0472 270450
E-Mail: frauen.bzgeisacktal@gvcc.ne

Casa delle donne Frauenhausdienst
Via Stazione 27 – 39042 – Bressanone (BZ)
Tel: 800 601 330
Web: http://www.bzgeisacktal.it/it/servizi-sociali/centro-antiviolenza.html
Email: frauenhaus.brixen@bzgeis.org
Posti letto: 8

Donne contro la Violenza «Frauen gegen gewalt» Onlus
Corso Libertà, 184/A 39012 Merano (BZ)
Telefono: 800 014008 0473 222335
Web: http://www.donnecontrolaviolenza.org/
E-Mail: info@perledonne.org
Posti letto: 12

UMBRIA

Associazione Albero di Antonia
Via Monte Nibbio 25 -05019 – Orvieto (TR)
Tel: 0763/300 944
Email: alberodiantonia51@yahoo.it

Centro antiviolenza Barbara Cicioni – Comitato Internazionale 8 marzo
Via della Viola, 1 – presso Casa dell’Associazionismo 06121 Perugia (PG)
Telefono: 075 42316
Web: http://www.donnemondo.it
E-Mail: donnemondo1@interfree.it

Telefono Donna – Centro Pari Opportunità Regione Umbria
Largo Cacciatori delle Alpi 5 -06121 – Perugia (PG)
Tel: 075/5046908 800861126
Web: http://www.pariopportunità.regione.umbria.it
Email: telefonodonna@regione.umbria.it

VALLE D’AOSTA

Centro Donne contro la violenza
Viale dei Partigiani 52 11100 – Aosta (AO)
Tel: 0165/238750
Web: http://www.paginegialle.it/centrodonne
Email: cdvaosta@libero.it


VENETO

Associazione «Lidodonna» Punto di Ascolto
Lungomare Marconi, 30 – Lido (Ve)
Tel: 041 5266543
Web: http://www.lidodonna.it
Email: 
E-Mail: info@lidodonna.it

Associazione Belluno Donna

Via del Piave 5 – 32100 – Belluno (BL)
Tel: 0437/981577
Web: http://www.bellunodonna.it
Email: bellunodonna@libero.it
posti letto: 8

Associazione Telefono Donna Camera del Lavoro Metropolitana – Venezia (VE)
Via Ca’ Marcello, 10 30171 Venezia (VE)
Telefono: 800 200288 041 5491225
E-Mail: telefonodonna.venezia@veneto.cgil.it

Casa di Awa
Codess Sociale Via Boccaccio 96 35100 – Padova (PD)
Tel: 3382737570
Web: http://www.codess.org
Email: casadiawa@codess.com
Posti letto: 16

Centro Antiviolenza c/o Centro Donna
Viale Garibaldi 155/A – 30174 – Mestre (VE)
Tel: 041/5349215
Web: http://www.comune.venezia.it/c-donna
Email: cittadinanza.donne@comune.venezia.it
Posti letto: 10

Centro Multidisciplinare Antiviolenza e Antistalking «La Magnolia»
Via Ca Boldù, 120 30027 San Donà di Piave (VE)
Telefono: 0421 596104
E-Mail: segreteria@fondazioneferriolibo.it

Centro Veneto Progetti Donna – Padova (PD)
Via Tripoli 3 – 35121 – Padova (PD)
Tel: 049/8721277
Web: http://www.centrodonnapadova.it/
Email: info@centrodonnapadova.it
Posti letto: 5

Donna chiama Donna
Via Torino11 – 36100 – Vicenza (VI
Tel: 0444/542377
Web: http://www.donnachiamadonna.org
Email: donnachiamadonna@gmail.com

Progetto Petra – Pari Opportunità Comune di Verona – Verona (VR)
P.zza Brà-Comune di Verona – 37121 – Verona (VR)
Tel: 800392722
Web: http://www.comune.verona.it
Email: petra.antiviolenza@comune.verona.it
Posti letto: 10

Pronto Donna
Piazza Caduti, 1 35031 Abano Terme (PD)
Telefono: 049 8245234
Web: http://www.abanoterme.net/
e-mail pariopportunita@abanoterme.net

SOS Violenza – Centro del Comune – Cooperativa Iside
Via Paccagnella, 11 30170 Mestre (VE)
Telefono: 041 9657836
E-Mail: c.donna@comune.venezia.it

Sportello Donna
c/o Assessorato Interventi Sociali del Comune di Vicenza Contrà Mure San Rocco, 34 – 36100 Vicenza (VI)
tel. 0444-222550

Telefono Rosa
Piazza Duomo 19 – 31100 – Treviso (TV)
Tel: 0422/583022
Email: telefonorosatreviso@libero.it

Telefono Rosa
Via Santa Toscana 1/p – 37131 – Verona (VR)
Tel: 045/8015831
Web: http://www.telefonorosaverona.it
Email: trverona@gmail.com

Articoli in primo piano

Magre vs grasse

Stavolta ho contato fino a dieci, non ho pubblicato subito. Perché la faccenda di Io donna mi ha dato molto molto fastidio ma non volevo farmi prendere la mano. È un po’ che osservo e quello che in parte vedo sono uomini e donne preoccupati in modo sempre più ossessivo del proprio aspetto. I più, quelli come me, provano diete e riescono a ottenere piccoli o grandi successi tra una ricaduta e l’altra. Ma gli integralisti della magrezza d’ordinanza si possono anche arrendere: se ci scappa una fetta di pizza o un bicchiere di vino non ci suicidiamo a causa del loro disprezzo.

Io sono ipotiroidea ed è una cazzata quando vi dicono che le persone sono grasse solo perché non hanno forza di volontà. Qualcuno sì e qualcuno no. Qualcuno ha un rapporto sballato col cibo, qualcuno combatte col proprio metabolismo, molti stanno facendo un percorso di autoaccettazione. Perché il primo presupposto per dimagrire, care Frau Blucher de noantri, è piacersi. Sì, piacersi così come si è, ovvero grasse. O grassi. E aspettate a farvi prendere un colpo perché non è finita.

Cosa c’è d’importante nel piacersi così come si è? C’è che se ti piaci quando sei grasso significa che rifiuti il body shaming, non certo che fai una bandiera dell’obesità morbosa. Vuol dire che stai lavorando sull’idea che prima di tutto è la tua mente la sede del disagio poi, semmai, il tuo corpo. Se una non ha problemi di salute e vuole rimanere grassa perché ha la fortuna di piacersi e di piacere ha il sacrosanto diritto di farlo. Andate a dire qualcosa a queste tizie plus size. Parliamo di femminilità a tutto tondo, parliamo di tutte le femminilità. Non solo di pesi e misure.

E siccome mi trovo sempre a decidere su quale fronte stare, dico subito che per me non c’è nessun fronte. Via, finito: non siamo magre contro grasse, non c’è nessuna battaglia. Allora perché non normodotate contro diversamente abili? Tanto che ce frega se poi qualcuna finisce a pezzi. Mica è colpa nostra, no?

Tutte le donne meritano di emanciparsi dal body shaming. Devono respingerlo ancora di più se è praticato da altre donne, cosa che rende la faccenda perfino più odiosa. A me piacciono le ragazze sempre: mi piace il corpo delle persone, ci lavoro, le fotografo e le fotografo magre, grasse, in tutte le forme, le misure e le condizioni.

Quello che voglio è che si vedano in giro ragazze magre insieme a ragazze grasse senza che il solito passante si debba sorprendere della differenza. Sì, le persone magre e le persone grasse si frequentano, si parlano, si stanno simpatiche, si piacciono e qualche volta si innamorano. Se tutto questo vi sembra banale vuol dire che siete già passati al livello successivo ma vi assicuro che i più sono rimasti indietro.

A me mancano degli ormoni che il mio corpo non produce più e francamente il peso è solo uno dei problemi, forse neanche più il grande. In queste condizioni ne risentono il tono dell’umore, il ritmo cardiaco, il metabolismo, il ciclo mestruale e per gli uomini la capacità erettile. Secondo quale logica allucinata il controllo del peso dovrebbe essere più grave di un’anomalia del ritmo cardiaco o del rischio di depressione cronica?

Facciamo a chiarirci: il mio corpo era diventato un casino e sono molto contenta di aver ripreso il controllo. Mantengo sempre alta la guardia perché non voglio più essere depressa. Prenderò farmaci per tutta la vita perché senza tiroxina non ho neppure voglia di alzarmi dal letto. E in mezzo a tutto questo, qualche idiota pretenderebbe pure di insegnarmi che i chili in più devono essere motivo di vergogna?

Grazie per il tentativo ma ci pensavo già da sola a farmi del male e sono più brava di chiunque altro. Sei arrivata seconda, tesoro. Il problema però è che io non voglio più farmi del male. E se non lo permetto a me stessa figuriamoci se lo permetto a delle sgallettate qualsiasi.

Quindi sapete che c’è? Smettetela di scassare le scatole e altre ghiandole. Ho amiche magre che si vergognano del proprio corpo anche se magro. Qualcuno addirittura pensa che si voglia promuovere la cultura dell’obesità solo perché si dice che anche le ragazze morbide vanno bene. Voi che ci avete messo le une contro le altre, andate al diavolo per questo. Shame on you. Io voglio solo cenare con le mie amiche senza chiedermi se siamo magre, normali o grasse. Senza valutare se insieme sembriamo strane. Senza che la mia corporeità debba per forza negare la loro o viceversa.

No, non stiamo promuovendo la cultura dell’obesità. E se lo credete dovete rileggervi daccapo questo post ancora e ancora. Ogni tanto penso a quelle che per interrompere lo stillicidio hanno deciso di farsi ridurre lo stomaco. È vero, è per la salute: a volte serve. Ma voi che le giudicate, avete presente cosa passano? Non è come stringere di un buco la cintura: è più come sottoporre il proprio corpo a un’operazione: con il bisturi, la sala operatoria, il sondino e tutto il repertorio.

Sto cercando un equilibrio tra la mia dieta e la mia vita sociale. Perché per le donne attive il problema è principalmente questo. Di una cosa sono sicura però: per la bella faccia di qualche ossessiva non perderò neanche un’occasione di fare festa con gli amici. Perché voglio godermi la vita. E perché sono gli amici a raccattarmi quando ne ho bisogno, non le fanatiche di qualche rivista.

Pontificate dai vostri giornali e non vi accorgete che vi comportate come quegli ex obesi che non riescono più a sentirsi magri e allora diventano carogne. Un ciccione è per sempre, mie care. E si possono fare solo due cose quando ci si sente così: o prenderla con ironia e volersi bene lo stesso oppure rovesciare addosso agli altri il veleno che vi fermenta dentro. Si chiama vomiting ed è un problema serio.

Pensateci sopra mentre noi andiamo a fare l’aperitivo.

.


Ps.

Aggiungo il commento di Laura Montalbano perché mi sembra perfettamente in linea con questo post.

Io ho sempre avuto il problema opposto: mi prendevano in giro perché troppo magra. Per un certo periodo sono anche stata presa di mira dai bulli. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state davvero traumatiche. Ci ho messo anni, una volta cresciuta, ad imparare ad accettare il mio corpo così com’è. Che non significa favorire l’anoressia o la ricerca dell’eccessiva magrezza. Esattamente come per le persone più in carne.

Ecco alcuni link che mi stanno a cuore:

Il progetto Boudoir disability di Micaela Zuliani (fotografa) e Valentina Tomirotti (blogger e giornalista)

Poi Justine Romano di Le Funky mamas mi segnala:

Secche contro tonde. Tutte contro tutte

Quelli del sabato

Leggeteli ma soprattutto guardateli: ci troverete tanta bellezza.

Articoli in primo piano

La donna scimmia è rimasta vedova

di Ilaria Sabbatini

Pochi giorni fa mio marito è arrivato a casa tardi: mentre stava rientrando ha incontrato un rallentamento del traffico. Due coniugi, 68 anni lui, 64 lei, sono morti per un incidente con la moto. Era molto silenzioso, mio marito, e io so perché. Dalla moto e dall’età si è immaginato uno stile di vita e in quella coppia così più grande di noi ha visto quello che diciamo sempre di voler diventare.

Il 7 luglio è morto Emmanuel Chidi per le percosse ricevute da Amedeo Mancini e da Andrea Fiorenza. Gli hanno cercato l’anima a forza di botte, direbbe il poeta. Anche Emmanuel Chidi era sposato e Chimiary, la vedova, è rimasta sola al mondo. Ora è il mio turno di essere silenziosa.

Emanuel a quanto pare l’ha difesa quando i due tizi di Fermo l’hanno chiamata scimmia. Qualcuno  degli amici dei tizi sminuisce la vicenda facendo victim blaming. Mancini «tira le noccioline, quando vede un negro ma lo fa per scherzare», dicono. Scimmia, sì, glielo ha detto, ma Chimiary è stata esagerata a risentirsi. Dicono.

228101_2029803113829_7543467_nAllora voglio raccontare una storia, un fatto che mi riguarda. Io sono italiana, italianissima ma per un caso della sorte mi sono capitati dei tratti somatici fortemente mediterranei. Questa sono io da molto piccola. Capelli neri, sopracciglia folte, carnagione olivastra: mi bastavano pochi giorni di sole per diventare decisamente scura. Da bambina ero convinta di essere stata adottata. Del resto molte delle persone che i miei incontravano lo chiedevano apertamente. Per tanto tempo hanno creduto che non fossi italiana. Ma all’epoca, cresciuta in una famiglia media, con una sorella molto più grande inserita nel mondo missionario, la cosa non presentava particolari problemi.

Ero orgogliosa di come ero e il fatto di possedere dei tratti così riconoscibili era diventato connaturato all’immagine che avevo di me stessa. Nelle recite, mi ritagliavano sempre ruoli esotici e questo mi faceva piacere. Ormai era il mio tratto distintivo e io riuscivo a sentirmi carina perché non c’erano solo Biancaneve e Cenerentola ma esisteva anche Pocahontas.

Lo scherzare sulla mia fisiognomica ha accompagnato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza senza particolari problemi, finché un giorno qualcuno ha pensato bene di porre fine a quella forma di spensieratezza. Un pomeriggio d’estate uscivo dall’università. Tenevo i libri stretti al petto e mi ero avvicinata a un tizio perché avevo visto in faccia il ladro che gli aveva aperto la macchina e gli aveva rubato tutto.

Volevo aiutarlo ma il tizio, senza ascoltare una parola, mi apostrofò con “zingara di merda”. Provai a chiarire ma ero solo una ragazzina ingenua che come tutti gli ingenui tentava di spiegare qualcosa a qualcuno che non voleva ascoltare. Quello che per me era sempre stato normale, improvvisamente era diventato  elemento di discriminazione.

Io non ho mai messo in discussione il mio aspetto per questi motivi. Non ho mai sentito il bisogno di essere bionda, non ho mai desiderato nient’altro che la mia pelle scura, non ho mai voluto occhi chiari. Mi vado bene così come sono perché ci sono cresciuta in questa pelle e l’ho amata per la sua particolarità. Non sono sufficienti a mettermi in crisi un taglio lungo degli occhi o una carnagione scura.

Così arriviamo a Chimiary, la scimmia, l’orango, la negra. Arriviamo a suo marito Emmanuel che la difende. Arriviamo a mio marito, dalla pelle chiara e delicata che – a differenza di me – rischia sempre l’eritema solare. Mio marito che ha pianto per i due coniugi morti sulla strada vedendo in loro quello che noi vorremmo essere: due che si amano, che vogliono solo invecchiare insieme ed essere liberi. Mio marito che non riuscirei a fermare se oggi mi dicessero ancora zingara di merda. Oppure scimmia.

Chissà se Amedeo Mancini e Andrea Fiorenza hanno mai visto La donna scimmia di Marco Ferreri. Chissà se vedendolo sarebbero in grado di capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Mio marito è la persona con cui sono cresciuta affrontando insieme le cose peggiori della vita. La morte sul lavoro, le malattie dei genitori, le difficoltà, il dolore, le perdite precoci, il dover ricominciare sempre daccapo senza trovare mai pace. Cose che ci hanno provato profondamente ma hanno forgiato la nostra relazione rendendola una realtà di cui noi stessi ci sorprendiamo. Mi ritengo una donna autonoma e indipendente ma sono consapevole che tutto questo sono riuscita a superarlo perché c’era lui, perché andiamo avanti affiancati.

Signori c’è poco da fare. Sono la persona meno indicata a dirlo, data la mia natura poco incline al romanticismo, ma quello che porta una donna e un uomo a non mollare dopo aver perso tutto si chiama solo in una maniera: amore. E non è perché sono neri, nigeriani, profughi che il loro amore è meno intenso, meno vero di altri. I neri non vivono i sentimenti in modo diverso dai bianchi.

In fondo il razzismo è una cosa abbastanza banale: è l’idea che le responsabilità e i meriti non sono individuali ma riguardano l’intero gruppo a cui una persona appartiene o si presume appartenga. È il pensiero che se un nero ruba allora tutti i neri rubano, se un arabo è un estremista allora tutti gli arabi sono estremisti, se un italiano è mafioso allora tutti gli italiani sono mafiosi. È la supposizione che se una ragazza ha tratti somatici forti significa che non è italiana e costituisce un pericolo.

Ma la catena dei pregiudizi è un meccanismo implacabile che una volta innescato non si sa dove possa andare a parare. Perché se è vero che quando un nero ruba allora tutti i neri rubano, è vero anche che quando un imprenditore truffa allora tutti gli imprenditori truffano, quando un bianco è razzista allora tutti i bianchi sono razzisti, quando una donna è sleale allora tutte le donne sono sleali, quando un maschio è violento allora tutti i maschi sono violenti.

La famiglia di Chimiary è stata sterminata dai fanatici di Boko Haram. Lei e il marito hanno perso una figlia di due anni uccisa dagli estremisti. Il secondo bambino in arrivo lei lo ha abortito durante la fuga a causa delle botte ricevute. Si potrebbe impazzire già solo per questo. Però c’è lui e con lui c’è un futuro, una possibilità. Lui diventa il tuo giubbotto di salvataggio perché stai affogando ma non sei sola ad affrontare tutto il male che la vita ti ha riservato. E alla fine, lui, lo sposi. Non per fermarti bensì per far ripartire una nuova vita: la tua.

Ma qualcuno decide che tu sei negra, quindi sei una scimmia, un orango, una bestia. E tu dovresti tacere perché in fondo è uno scherzo. Si sa, è normale, sono ragazzi. Di quasi quarant’anni ma sono ragazzi. Allegroni che tirano le noccioline ai negri per gioco. E tuo marito, dovrebbe abbassare gli occhi perché è un negro anche lui, un essere inferiore, uno di “quelli là” che di certo non sono pari a noi che siamo bianchi e abbiamo una cultura superiore.

Peccato però che  sei cristiana e lo è anche tuo marito. Ma ai due bianchi non interessa: l’essere cristiani gli interessa solo a fasi alterne, quando torna comodo a loro. Tu con tuo marito fuggi dai Boko Haram ma i due bianchi non lo sanno, sanno solo che sei negra. I Boko Haram uccidono, stuprano, prendono schiave sessuali.  Tuo marito era contro i Boko Haram al punto da fuggire per non diventarne vittima o complice ma i due bianchi non lo sanno. Non si pongono il problema. Non hanno dubbi. Tu sei nera, sei africana dunque sei come i Boko Haram, gli estremisti islamici da cui cerchi scampo. Ai due bianchi non interessa.

Perché, ovviamente, siamo tutti contro l’estremismo islamico, siamo tutti contro i Boko Haram. Ma laddove ha fallito l’estremismo islamico è riuscita la cultura razzista. Sì, è stata la cultura razzista e non l’estremismo islamico che alla fine ha ucciso un cristiano, perché lui all’estremismo islamico era sfuggito.

Mi pare evidente che a questo punto è urgente chiedersi chi è davvero contro l’estremismo islamico e chi lo cita solo per riempirsi la bocca. Perché di fronte all’estremismo ci sono solo due scelte: o ci si oppone o si è complici.

Articoli in primo piano

Dacca, Bangladesh: l’attentato al quartiere Gulshan

Rassegna stampa

Foto di Gulshan

Gulshan Ave,Dhaka,Bangladesh


Claudio, Adele, Simona e le altre vittime dell’assalto di Dacca

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/02/news/bangladesh_dacca_italiani-143266138/


Dhaka_ le parole sono fondamentali!

Fonte: http://www.invisiblearabs.com/2016/07/02/dhaka-le-parole-sono-fondamentali/


Il terrorismo alimenta il terrorismo. La sua radice deve essere affrontata con onestà, sincerità e coraggio.

Colpendo gente straniera i terroristi si sono assicurati una risonanza mediatica che non avrebbero avuto se avessero fatto strage solo di locali come solitamente accade nel Paese.

Attacchi alle minoranze religiose, indù, buddiste e cristiane. E adesso anche ai cittadini stranieri.

Bangladesh_ attacco a Dacca. Cittadini stranieri nel mirino

Fonte: http://agensir.it/mondo/2016/07/02/bangladesh-attacco-a-dacca-cittadini-stranieri-nel-mirino-sale-la-paura-delle-minoranze-religiose-del-paese/


La situazione è andata peggiorando nel corso dell’ultimo anno, è precipitata a settembre con l’uccisione di un cooperante italiano. Fino ad allora all’interno della comunità italiana non c’era paura, anzi. Sapevamo tutti che qui vigeva una sorta di razzismo al contrario: eri straniero quindi non saresti stato colpito dalla violenza generale. Questi due episodi hanno cambiato tutto, sono seguite delle forti ondate di rimpatri di parenti degli italiani che lavorano qui. Ora me ne aspetto una ancora più grossa.

Voi avete anche una scuola: avete anche studenti musulmani?
Certamente, il Paese è a maggioranza musulmana e la gran parte dei nostri studenti è di religione musulmana: diciamo, su 530 studenti, l’80%, a differenza degli insegnanti che sono quasi tutti cristiani. Ma attenzione, all’uomo della strada, al bengalese che incontri per strada, non interessa nulla che tu sia di un’altra religione, o  il fatto che tu sia straniero. A originare questi fatti sono influenze esterne, non si tratta di azioni naturali rispetto al clima che si respira normalmente qui. Poi non so dire se, come sostengono alcuni osservatori, ci sia dietro l’Arabia Saudita. Ma di certo le nuove scuole coraniche che hanno appena aperto non sono amichevoli, nei nostri confronti, e se provi ad andare a visitarle o a parlare con loro ti guardano male, a differenza di quanto è sempre successo con le vecchie scuole.

La verità è che quando giro per la città vedo ragazzi che non hanno alcuna possibilità, senza futuro, il livello generale d’istruzione è davvero basso, chi li vuole spingere verso forme di integralismo ha vita facile.

Padre Marangi_ «A Dacca il terrorismo ha influenze straniere, ma la povertà è terreno fertile»

Fonte: http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/07/02/strage-di-dacca-padre-marangi-a-dacca-il-terrorismo-ha-influenze-straniere-ma-la-poverta-e-terreno-fertile/


Di chi sono opera le uccisioni cui ho fatto cenno sopra?
Sembra che siano questi gruppetti che, messi al bando, hanno studiato una strategia di disturbo per creare disagio in campo internazionale e in campo interno. Primo obiettivo loro sarebbe il governo, da rovesciare a tutti i costi; ma non mancherebbe un obiettivo più ampio: darsi una legittimità come terroristi, in qualche modo mettendosi sotto l’ombrello dell’ISIS (e di Al Qaeda?), che vorrebbero far arrivare con il suo “califfato” anche in Bangladesh.

La strategia consiste nel colpire tutti i tipi di minoranze, per ora con uccisioni sporadiche; quale sarà il passo successivo è difficile dirlo. Hanno colpito dapprima agnostici e atei (o persone da loro classificate come tali), poi stranieri appartenenti a O.N.G. che si occupano di diritti umani e delle donne, hindu, sciiti, omosessuali dichiarati, ahmadyia, un prete cattolico e un pastore protestante, un cristiano convertito dall’islam, buddisti, anche musulmani sunniti (per lo più insegnanti) accusati di favorire la tradizione “baul”, poeti e cantastorie molto popolari, che esprimono una religiosità di tipo mistico e non settario. La scelta cade su persone conosciute e stimate nelle loro zone come buone, dialoganti.

Come va_ – Schegge di Bengala

Fonte: http://cagnasso.missionline.org/2016/05/24/come-va/


Dacca, commando ‘grazia’ studente musulmano ma lui rifiuta di lasciare amiche_ ucciso – Repubblica

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/03/news/dacca_bangladesh_studente_storia-143341153/


 

13606510_10208775710624583_532534618470093958_n

Articoli in primo piano

Fiaccolata in memoria delle vittime della strage di Orlando – Lucca, 15 giugno 2016

La licenza è creative commons: l’associazione Lucca Aut, organizzatrice dell’evento può usare tranquillamente le immagini e i video. I media e le associazioni devono citare obbligatoriamente la fonte.

 

Lettera di una ragazza musulmana indirizzata a LuccAut (Orlando 3)

Fiaccolata in memoria delle vittime della strage di Orlando – Lucca, 15 giugno 2016

Articoli in primo piano

Prova costume: come sabotare sé stesse in leggerezza.

di Ilaria Sabbatini

Visto che si avvicina la prova costume e inizia la relativa campagna mediatica ho delle considerazioni da fare. Io non ho la cellulite, sono grassa; non ho le cicce pendule, sono piena. Ma non comprerò creme miracolose e nemmeno mutande snellenti. L’unica cosa che mi impegno a fare è di smetterla di guardarmi in tutte le vetrine per sorprendere i miei difetti. Per il resto continuerò ad amare i profumi, le belle scarpe, i vestiti, il makeup e il colore nero come ho sempre fatto.

La mie mutande snellenti sono le amiche intelligenti che mi ritrovo. Guardatevi intorno, signore e signorine, osservate le vostre amiche e se sono come le mie accendete incensi ai vostri Lari e ai vostri Penati nei secoli dei secoli, perché non avete idea di quanto siete state fortunate. Non state a vedere se sono magre o se sono grasse, se sono gnocche o se sono racchie, se sono toniche o flaccide, se sono fresche o passatelle. Guardate se sono brillanti e spiritose perché poi le loro parole faranno la differenza come la stanno facendo per me.

Non è passata neanche una settimana dallo scandalo Sarandon che ricominciano a bombardarci con la prova costume. Un approccio talmente favorevole alle donne da far pensare ad amene usanze come il niqab. Sì, quell’abito di lunghezza monacale, in genere nero, dotato di una finestrella per gli occhi. Attenzione però a non confondete il niqab con il burqa: potrebbe essere fatale per le vostre quotazioni di figaggine. Il niqab ha la finestrella, il burqa ha la rete e questa differenza è molto importante. Infatti, finché avete il contorno occhi liscio potete permettervi un comodo niqab ma se siete state poco attente e avete lasciato vincere le zampe di gallina allora, mi dispiace per voi, ma dovete passare al più coprente burqa.

Il vantaggio evidente di questo stile di abbigliamento è di nascondere il vostro vergognoso difetto, cioè le rughe del contorno occhi, lasciando però trapelare qualcosa del vostro sguardo maliardo che potrebbe ancora sedurre qualche maschio dai gusti semplici e di bocca buona. A proposito, mi raccomando, tanto kajal e tanto rimmel ché dietro la rete risaltano poco. Del resto si sa: c’è sempre qualcuno che apprezza un buon brodo, basta che la gallina vecchia non si faccia vedere troppo in giro.

Siete sorpresi di questa mia apologia del velo integrale? E perché mai dovreste esserlo? Meglio rendersene conto subito e reagire invece di ritrovarsi a una certa età e non riconoscere la propria immagine allo specchio. Per esempio, se aprite le braccia e non siete toniche, le cicce pendule potrebbero farvi sembrare uno scoiattolo volante. Oppure, se avete sempre avuto le guance piene, improvvisamente potreste vedere un mastino napoletano che si lava i denti al posto vostro.

Vogliamo poi parlare dei cedimenti delle tette? Quelle tette ormai mitologiche perché a un certo punto della vostra carriera diventeranno così cedevoli che ve le potrete comodamente arrotolare a mo’ di foulard intorno al collo simulando disinvoltura? Oppure parliamo delle chiappe che un bel giorno prenderanno le distanze dal vostro bacino per un’antica e invincibile attrazione verso i vostri talloni?

Bisogna vietare i due pezzi alle ciccione, non c’è dubbio, ma pure a quelle troppo secche. Non è mica bella l’esposizione impunita dei rotolini girovita o delle grandi pianure senzatette. E sicuramente dopo i dopo i 25 anni vanno vietate la canottiere per non vedere in giro quelle ali di pollo che svolazzano al vento tra l’ascella e la costola. Le gonne poi non ne parliamo: ma avete presenti le grinze che si formano sopra il ginocchio a tutte quelle che hanno già superato la pubertà?

(Vedi foto sottostante).

Quindi facciamo così: costume intero per le secche e le ciccione. Però un attimo… così rimangono fuori le gambe e il plissettato del ginocchio non sta tanto bene. Allora costume intero con braghettoni così si nasconde il plissettato, la coscia cellulitica e pure la gamba secca. Perché va bene lo stacco di coscia ma se non è tornita come si deve è inutile anche averci la gamba lunga. Per dare un po’ di grazia al tutto si potrebbe aggiungere un pareo alla caviglia, così sdrammatizza anche l’outfit.

Il costume intero nasconde bene la carenza o l’eccesso di tette. Resta però il problema dell’ala di pollo: come si diceva, dopo i 25 la canottiera neanche a pensarci. A quel punto andrebbe bene una maximaglia di cotone. Non troppo aderente, ovviamente, sennò si vede la ciccia pendula. Direi che le maniche a pipistrello sono perfette per varie ragioni. E poi ci vorrebbe anche qualcosa per il collo perché è brutto quando comincia a rammollirsi e fa l’effetto fisarmonica. Lì poi sono cazzi: neanche la chirurgia riesce a tenere in piedi l’impalcatura. Direi quindi di nascondere pliche e pappagorgie dentro una bella sciarpa morbida, magari di seta e anche griffata.

Rimane il problema della faccia: molte di noi non possono permettersi interventi facciali continui. Non solo per una questione di costi ma anche per un discorso di orari di lavoro. Con tutto quello che abbiamo da fare non possiamo certo permetterci convalescenze continue per tirare su la palpebra o puntellare lo zigomo. Una bella maschera facciale in cotone traspirante potrebbe risolvere ogni ambascia a modico prezzo. Tipo quelle dei wrestler messicani ma impreziosite con inserti di sartoria.

Sì, direi che come outfit ci siamo e possiamo fare un po’ di conti su quelle due o tre cosette da comprare per essere presentabili col nostro corpo imperfetto e alla nostra età. Dei braghettoni, un costume intero a spalla larga, il pareo coprente fino alla caviglia, la maximaglia con maniche a pipistrello, lo sciarpone di seta griffato e la maschera facciale in puro cotone traspirante con inserti pregiati. In più kajal e rimmel per pelli mature.

Onestamente, a questo punto, è più pratico il burqa. Ed è pure meno ipocrita.

.

Affettuosi saluti a tutte, mie care,

e godetevi la bella stagione.

.

Articoli in primo piano

Il giornalista, la madre e la bambina uccisa

di Ilaria Sabbatini

Questo post in realtà si potrebbe anche intitolare: “Debolezza sociale e sessualizzazione precoce”. In effetti era stata quella la mia prima scelta ma ho capito che non sarebbe interessato a nessuno. È la polemica su Augias che in questo momento tira e il caso mediatico della morte di una bambina abusata. Ho scritto un post sulla mia bacheca FB riguardo alla recente polemica e ci sono state risposte interessanti, per questo ho deciso di prendere appunti. Qui potete leggere la discussione, il testo del post è questo:

«Ma veramente c’è una polemica perché Augias ha detto che la bambina uccisa era vestita e atteggiata come un’adolescente? Perché mi sembra una polemica superflua. Se volete sapere perché guardate il documentario “Divine“, guardate il modo in cui spesso la moda rappresenta le bambine, guardate i concorsi di bellezza per bambine, guardate un po’ di trasmissioni con bambine che si esibiscono. Il potere modellizzante dei media e la debolezza del sistema sociale».

Quelli che pensano che Augias abbia accusato la bambina giustificando così l’aggressore hanno sbagliato in pieno. Se non altro perché Augias, checché se ne pensi, non è stupido né suicida. Forse moralista, forse indelicato ma niente affatto sprovveduto. E visto che ci siamo è bene chiarire di nuovo un concetto fondamentale: chi considera il modo di proporsi di un minore come una giustificazione per l’abusante, sta solo affermando un illecito e malsano “diritto” degli adulti a prevaricare sui minori.

A me sembra chiaro che invece, a torto o a ragione, Augias ha accusato la madre. Personalmente ritengo che in questo – non in altro – abbia sbagliato a causa del vezzo di indicare un responsabile morale unico, sempre e invariabilmente lo stesso. Augias ha aggiustato il tiro in corsa ma alla fine neanche più di tanto.

“Di questa foto” – osserva – “mi ha fatto impressione il contrasto tra lo sfondo, con quella statuina dorata di Padre Pio, e questa bambina, che aveva 5-6 anni. La guardi bene, guardi come è atteggiata, come è pettinata, come sono i boccoli che cadono. Questa qui è una bambina che ha 5-6 anni e che si atteggia come se ne avesse 16-18“. E aggiunge: “Tutta la mia pietà per questa povera madre, per carità, ma c’è questo stridore che mi fa capire che anche si erano un po’ persi i punti di riferimento“

A chi è riferito quel ““, solo e sempre alla madre o anche a qualcuno altro? Ed è esattamente questo che trovo discutibile. Perché in fondo Augias punta il dito senza tenere conto che non esiste solo una madre, esiste anche un padre, esistono dei parenti, dei nonni, degli amici, dei conoscenti. «Mia figlia è forte perché ha preso da me. Mia figlia l’ha ammazzata la fortezza che c’aveva ché non ha parlato. Perché se mia figlia era debole, oggi stava qua». Queste sono le parole con cui il padre, in perfetta buona fede, spiega la morte della bambina. Quindi sì, sarà politicamente scorretto perché ci si aspetta di sentirsi dire che tutti gli ambienti nascondono abusi ma vivere in un quartiere abbandonato a sé stesso e infestato dalla camorra fa differenza.

Mi pare che ci siano pochi dubbi sul fatto che la violenza e l’uccisione della bambina si siano consumati in un ambiente molto degradato: non ci si possono aspettare comportamenti diversi da quelli registrati, abusanti e omertosi. Il che non vuol dire che in altri ambienti non avvengano cose altrettanto terribili. Il ceto sociale non è una discriminante ma la mancanza di una rete sociale non solo lo è ma è anche la più grave di tutte. Quella bambina non viveva nel vuoto siderale. Dove erano – dove sono – le istituzioni, le scuole, gli assistenti sociali, le strutture di accoglienza, un qualsiasi soggetto che sia in grado di intercettare il disagio in cui vivono questi figli prima che ne ammazzino qualcuno e ne abusino  altri?

Il problema della sessualizzazione precoce esiste. C’è da discutere in che forma, se e come, ma certamente esiste. Augias, lo ravvede anche in questo caso. Si può discutere se Augias abbia agito bene o male ma non è questo il problema. È il dito, non la luna. La vera sfida è spostare l’attenzione dal caso mediatico del momento alla questione nuda e cruda, spogliata dalla polemica passeggera.

Credo che la risposta si trovi in quest’articolo che mi ha segnalato un’amica e che parla delle ‘salicelle’, un posto dove le bambine si vendono per 10 euro e dove l’abuso è comune. Per avere un termine di paragone, l’articolo sulle ‘salicelle’, porta la data del 30 aprile 2016, la bimba di Caivano è stata uccisa il 24 giugno del 2014. Due anni fa.

«Questo è il quartiere delle mamme-bambine “Quando ci servono i soldi, ci mandano sotto la scala a giocare con gli zii“, raccontano con spensieratezza le ragazzine delle ‘salicelle’. Dieci euro ricevute dalle mani sozze degli “amici di mamma”. In quasi tutte le famiglie c’è un minore che è già genitore. A 25 anni molte sono nonne, l’incesto è affare quotidiano e i preti lo ripetono invano: “Finitela di abusare dei vostri figli”. Poi seguono le richieste di trasferimento».

Nell’abuso di minori non c’è una discriminante di ceto, no, ma c’è la discriminante della mancanza di reti sociali, di modelli alternativi, di soluzioni diverse. Ho l’impressione che l’altra metà della risposta si trovi proprio in mezzo a noi, in questa società fragile, segnata dalla mancanza di punti di appiglio per i più deboli e appesantita da una modellizzazione che spinge alla sessualizzazione e alla sessualizzazione precoce. Una modellizzazione che pervade tutti gli ambienti ma nei cui confronti i contesti più deboli – socialmente e culturalmente più deboli – hanno inevitabilmente meno difese.

Aggiungo qualche link, aspettando altri contributi perché questa è una discussione aperta e spero proprio che non finirà oggi, con una fiammata di polemiche senza arrivare neanche vicini al cuore del problema.

Fortuna Loffredo, Augias: “Dalla foto aveva 6 anni ma si atteggiava a sedicenne”

Viaggio alle “Salicelle”, dove lo Stato non c’è e una bambina vale 10 euro

Porta a porta (20:21 intervista alla madre, al padre, al nonno)

Di martedì (intervista ad Augias)

Minchia, che mi tocca difendere Augias

Dalla parte di Corrado Augias

Fortuna Loffredo, Augias e i boccoli da sedicenne

Miti sullo stupro, sessualizzazione delle bambine e Corrado Augias

Caivano, Augias si difende dopo le polemiche sulla sua frase

Corrado Augias: “Mai visto una bimba truccata e conciata come Fortuna, tradita anche dalla madre senza riferimenti culturali”

Caivano, nei disegni di Fortuna il disagio e la rabbia della piccola vittima

Fortuna Loffredo, il sollievo dell’amica “libera” dalla famiglia: “Ho detto finalmente la verità, ora sono felice”

Omicidio Fortuna, parla la mamma: “Non voglio credere che ha subito abusi”

Articoli in primo piano

Scusi, ma lei in cosa si è distinto?

Due parole sul “brutta, grassa e casalinga” alla candidata sindaco di Milano.

Di Ilaria Sabbatini

Dico subito che non è la mia candidata: non avrei potuto votarla e anche potendo non credo che l’avrei votata. Ma il punto, lo sappiamo tutti, non è questo quindi è inutile raccontarsi storie.

Del “brutta” e del “grassa” ne parliamo dopo. Della “casalinga” e della “disoccupata”, ne parliamo subito: secondo i dati ISTAT le casalinghe in Italia nell’anno passato erano circa 7,5 milioni. Ognuno ne tragga le conseguenze che crede, elettorali e non.

Riguardo il “brutta” e “grassa”, Il Fatto cita un tizio il cui profilo è visibile su Facebook. Vogliamo dare un giudizio estetico? Bene, facciamolo pure ma facciamolo fino in fondo: guardiamo da che pulpito.

Riguardo l’attinenza del “brutta” e “grassa” con l’abilità professionale di una persona, in particolare di una donna, proviamo a vedere l’effetto che fa l’etichetta di brutta accanto alla solita qualifica professionale.

E dopo tutto ciò chiediamo a chi ha commentato e a chi commenterà in questo modo: «Scusi signore ma lei in che campo si è distinto?».

 

L’immagine in evidenza fa parte della campagna contro il sessismo in pubblicità promossa da Art Directors Club Italiano 

Articoli in primo piano

Colonia: storie, linguaggi e bilanci di genere

di Ilaria Sabbatini

Una premessa  

Oggi è il 6 marzo 2016. Tra poco sarà la festa della donna e sono passati due mesi da quando si è diffusa la notizia delle molestie di massa subite da una grande quantità di donne durante il capodanno di Colonia.  Finora avevo omesso di parlarne se non con pochissime persone ma da ieri è cambiato qualcosa. Sono stata invitata dalla Città delle donne di Lucca a parlare di quello che era successo insieme a Giulia Blasi e Daniela Grossi.

Il mio intervento si è articolato in due parti: nella prima ho analizzato un caso di trasformazione di una immagine fino al suo totale rovesciamento in un messaggio di segno totalmente contrario; nella seconda ho riportato i dati che avevo raccolto accennando a qualche analisi. Non è necessario che le leggiate entrambi: la prima è propedeutica alla seconda nel senso che rappresenta un fenomeno simile dal punto di vista del rovesciamento semantico di un messaggio. La seconda parte è mirata agli eventi accaduti a Colonia, nel capodanno 2015-2016. Scegliete voi quello che più vi piace.

 

Prima parte: storia di un’immagine

Sono partita dal lavoro di Rosea Lake, una ragazza di Vancouver studentessa di fotografia che ha ideato un’immagine estremamente potente in relazione ai pregiudizi che si sviluppano contro le donne a seconda del loto abbigliamento. Il lavoro di Rosea Lake si intitola Judgment, è del 2013 ed è di un impatto visivo fortissimo il che l’ha reso in breve tempo un fenomeno virale.

grande

Rosea Lake, Judgments, 2013

La cosa interessante di questo approccio è che va in due direzioni: se la gonna troppo corta decreta giudizi che vanno da “seduttiva” a “puttana”, da ginocchio in giù si da “vecchio stile”, a “puritana” fino a “carampana”. Rosea Lake non insiste sul solo diritto di portare la gonna corta ma anche su quello di portarla lunga a proprio piacimento senza per questo essere infilate di forza in categorie di giudizio morale. La fotografa di Vancouver spiega che questo progetto le ha fatto prendere in considerazione i suoi stessi preconcetti riguardo alle donne. Dava per scontato, dice, che tutte le donne che indossavano l’hijab fossero oppresse, giudicava negativamente le donne che non esprimevano la propria sessualità in un modo che lei ritenevo adeguato e conclude dicendo che adesso le piace di essere più aperta.

Il progetto di Rosea Lake ha avuto una diffusione vastissima tanto che nel 2014 la medesima idea è stata ripresa dalla scuola pubblicitaria Miami Ad School Europe, con sede ad Amburgo. Si tratta di una simulazione di campagna attribuita solo in via progettuale alla associazione svizzera Terre de Femmes con sede ad Amburgo. Come si può vedere qui sotto, l’intero progetto rimane assolutamente rispettoso dell’idea originale nell’impostazione delle immagini e nel contenuto salvo modificare leggermene le didascalie. Inoltre il nuovo progetto sviluppava l’idea ampliando il concetto dalla lunghezza della gonna all’altezza dei tacchi e alla profondità della scollatura.

Questa campagna simulata ha continuato sull’onda del successo online e in brevissimo tempo si è diffusa fino al punto da porre l’associazione Terre de Femmes di fronte alla necessità di prendere una posizione. Infatti la campagna non era stata commissionata dall’associazione ma risultava in piena consonanza con i suoi fini e le sue politiche. Così Terre de Femmes ha deciso di sostenere la campagna a posteriori facendo un comunicato in cui chiariva di non essere coinvolta nella sua creazione e nella sua pubblicazione ma riconoscendo che si tratta di una campagna ben fatta e condivisibile.

002343_12445

Gioia! Online 3 ottobre 2014

Un’altra declinazione dell’idea iniziale di Rosea Lake è stata quella della rivista Gioia che ha ripreso l’immagine e le didascalie per declinarle nella moda contemporanea. Sostanzialmente il messaggio iniziale è ripreso e non pare che sia stata messa in atto alcuna manipolazione del suo contenuto.

Anche Radio 1, Belgio si è cimentata nell’esercizio. In questa foto è applicata all’abbigliamento maschile la stessa logica discriminatoria e giudicante che è stata usata per l’abbigliamento femminile. Le didascalie in fiammingo dicono: molto gay, gay, pantaloncini di spugna, boyscout, voce bianca, non si fa, Tintin in Congo, acqua in casa, scelto da mamma e comprato da me. L’immagine è costruita in modo da assomigliare a quella originale. La posizione delle gambe, i colori, gli sfondi e si direbbe anche le luci, sono del tutto simili. Si gioca e si risemantizza un messaggio ma senza stravolgerlo.

Un discorso completamente diverso va fatto invece sulla manipolazione dell’immagine da parte dell’associazione belga Woman Against Islamisation. L’operazione che è stata fatta rispetto all’immagine di Rosea Lake non è stata solo di stravolgimento del senso generale e particolare delle didascalie ma si è cambiata radicalmente l’impostazione dell’immagine facendo diventare quella che era una fotografia di documentazione una rappresentazione fortemente sessualizzata. Le didascalie dicono: lapidazione, stupro, puttana, sgualdrina, provocante, islam moderato e conforme alla sharia. Il titolo complessivo della campagna è: libertà o islam.

In ogni caso la traduzione delle didascalie passa quasi in secondo piano rispetto al tipo di immagine che si è voluto creare. Si notino la diversa posizione delle gambe, il diverso abbigliamento, la diversa gestione delle luci, la scelta delle gambe di una modella truccate (e in effetti si tratta di una Miss Belgio) contro le gambe di una ragazza normale, lo sfondo completamente uniformato come se si trattasse del merchandising di un prodotto. Se ci fossero dei dubbi, una seconda immagine toglierà qualsiasi incertezza sul tipo di campagna che è stata impostata da Woman Against Islamisation.

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Se da un lato si è spostato tutto il sistema di didascalie verso il basso, rendendo lecita solo la lunghezza dell’abito che arriva fino ai piedi, dall’altro lato si è spostata la semantica della libertà occidentale al punto da farla coincidere con la pura e semplice libertà di mostrare il corpo. In sostanza la campagna “Libertà o islam” racconta questo: noi siamo libere di mostrarci in questo modo. Ma in realtà, al di là dei problemi posti dal trattamento dell’immagine femminile, questa è una battaglia di retroguardia, basti guardare questa raccolta di immagini che fanno leva sull’immagine femminile stereotipata. Dunque libertà declinata esclusivamente come libertà di aderire a una iper-sessualizzazione del corpo. Libertà necessaria ma niente affatto sufficiente.

Rosea Lake, m

Rosea Lake, #mychoicenotyours

Rosea Lake, com’era prevedibile, ha avuto una reazione negativa e ha dichiarato la sua disapprovazione per la campagna “Libertà o islam” rispondendo con l’ashtag #mychoicenotyours e utilizzando la propria immagine per prendere posizione. Questa azione non ha avuto la stessa forza pervasiva delle altre immagini, nel senso che l’immagine della fotografa che protestava ha avuto minor circolazione. Questo è un po’ il destino di molte delle azioni di smentita: i media perdono interesse e il messaggio passa con fatica. Ma la posizione #mychoicenotyours ha provocato comunque una mobilitazione come si può vedere anche dal video di youtube della campagna.

È stata sorprendente, invece, la reazione della Loubutin, la famosa casa di moda che crea le scarpe più rinomate del momento. Forse qualcuno ci ha fatto già caso ma le scarpe utilizzate nella campagna di Woman Against Islamisation, a suola rossa e a suola gialla, sono proprio delle Loubutin. Ebbene la casa di moda non ha voluto in alcun modo essere collegata con la campagna e non si è limitata a fare una dichiarazione ma ha fatto bloccare la campagna islamofobica e ha ottenuto il ritiro delle immagini. Break. Qui finisce la prima parte del mio intervento in cui ho cercato di mostrare, attraverso una storia per immagini, come sia possibile declinare un’idea in tante varianti ma al contempo quale differenza corra tra il rispetto dell’intuizione originaria e il suo stravolgimento strumentale finalizzato alla formulazione di messaggio del tutto eterogeneo.

Seconda parte: numeri e media

Non si era ancora fatto in tempo a capire cosa era successo che già erano partite le voci di protesta contro le donne, in particolare le femministe, che non prendevano posizione. Si è parlato di reticenza, di eccessiva cautela, di tardiva condanna. Bene, allora facciamo due conti. Le violenze di Colonia sono accadute nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016. I fatti sono stati resi noti e poi diffusi tramite i media solo il 4 gennaio. Il 5 gennaio è arrivata puntuale la manifestazione delle femministe tedesche che ha raccolto le adesioni della quasi totalità delle femministe europee e in taluni casi anche la partecipazione di persona. Euronews attribuisce la foto qui sotto alla manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016 e il cartello recita: “Contro il sessismo contro il razzismo”. La foto è diventata famosa ovunque e documenta l’immediatezza sorprendente della reazione delle donne tedesche. Eppure, nonostante questo, si è voluto comunque parlare di reticenza e timore.

colonia

Manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016

Le ipotesi a questo punto sono due: o c’è una scarsa attenzione alla circolazione delle notizie oppure questa non è stata considerata una risposta valida. Ma siccome chi ha sollevato l’eccezione del ritardo non sono degli sprovveduti (né delle sprovvedute) non è credibile che si sia trattato solo di disinformazione. In sostanza sembrerebbe che, siccome la risposta non è piaciuta, allora non è stata tenuta in considerazione esattamente come se non ci fosse mai stata. In realtà la risposta c’è stata ed è stata forte, chiara, immediata, condivisa ma è stata una risposta che non ha soddisfatto le aspettative cosicché si è continuato a parlare ad libitum della necessità di qualcosa che in realtà era già avvenuto. Intorno a questa idea del ritardo si è fatto un battage intenso, si sono esercitate pressioni politiche da varie parti probabilmente nell’intento di spingere le reazioni delle donne in una direzione precisa. Quali che siano state le motivazioni, tali pressioni non hanno tenuto conto della realtà. E la realtà è stata che le femministe tedesche e le donne europee che le hanno sostenute da ogni dove hanno risposto subito e senza esitazioni con un messaggio preciso: “contro il sessismo, contro il razzismo”.

Se poi si vuole restringere il campo alle donne italiane basta fare un controllo online: non si tratterà di reazioni riferibili a una sigla unitaria, le si potrà trovare nella forma sbriciolata degli interventi di singole voci, ma le reazioni ci sono state e del resto il femminismo non è una chiesa. Soprattutto, in Italia, si è avvertito come problema pressante quello di capire la natura e l’entità del fenomeno. I lanci sono stati del tipo Stupro di massa in Germania: mille immigrati violentano 80 donne (5 gennaio) e contemporaneamente arrivavano notizie sui ritardi nel rendere pubblici i fatti, sul silenzio mediatico, sulle prime dichiarazioni della polizia. Il primo gennaio la polizia di Colonia parlava di una nottata trascorsa senza incidenti. Il 4 gennaio l’informazione era completamente cambiata. Nei giorni successivi si sono rincorse notizie contraddittorie e lo sforzo dei mezzi di informazione era quello di capire cosa era successo, perché la polizia non era intervenuta, quali erano i reati. Non credo che sia realistico pensare che si potesse dare un’altra risposta rispetto a quella che è stata data: “Gegen Sexismus, Gegen Rassismus”. Possiamo discutere se sia sufficiente o meno ma non possiamo mettere in discussione che ci sia stata.

La cosa che invece preoccupa di più, a meno che non la si legga come una conferma, è il fatto che dopo la fiammata iniziale la notizia dei fatti di Colonia non tenga più banco nel mainstream. Il problema è che in realtà anche adesso la chiarezza è poca e mancano le prese di posizione, quelle sì importanti, assunte al di fuori dell’ondata mediatica del momento. Le voci che stigmatizzavano la lentezza delle femministe, adesso tacciono. E anche laddove − disperse in mille rivoli − le donne si organizzano e parlano di Colonia con razionalità, i fustigatori della prim’ora sembrano distratti da altre più urgenti questioni. Col trascorrere del tempo una qualche chiarezza è stata raggiunta. Magari manca ancora la risposta a molte le domande che ci si dovrebbe porre ma di certo si sa di più di quello che si sapeva in prossimità dell’esplosione del caso Colonia.

Il 16 febbraio è stata divulgato il rapporto ufficiale della polizia. In una ricerca del 16 febbraio, alle ore 16:10, svolta in italiano impostando le parole chiave “Colonia procuratore” risultavano i titoli contrastanti riportati sopra. “Non c’era quasi nessun rifugiato”, “Sono migranti gran parte degli accusati”, “Solo 3 rifugiati tra i molestatori”. C’è da dire che il procuratore stesso ha dovuto smentire la notizia a quanto pare fraintesa dall’Indipendent e poi diffusa sulla stampa anglofona. Il procuratore Ulrich Bremer ha smentito che soltanto tre degli accusati per le aggressioni di Colonia fossero dei rifugiati e questa situazione non ha fatto altro che aumentare le incertezze. Sta di fatto che nello stesso momento i media italiani online, e ho riferito solo il campione dei primi risultati su google, stavano dando notizie opposte.

I dati che è stato possibile raccogliere sono i seguenti. Ad ogni blocco di informazioni allego la relativa fonte per documentare tutti i passaggi alcuni dei quali sono particolarmente delicati.

Dei 73 accusati: 30 arrivano dal Marocco, 27 dall’Algeria, 3 dalla Tunisia, 4 dall’Iraq, 3 dalla Siria, 1 dal Montenegro, 1 dalla Libia, 1 dall’Iran, 3 sono tedeschi    (La Stampa)

Di 1054 denunce 454 riguardano aggressioni sessuali, 600 furti  (BF.be, Repubblica)

Solo in 1 caso si è valutata l’accusa infondata: si trattava di una persona squilibrata   (Welt)

In totale i sospettati sono 73, «in grande maggioranza» richiedenti asilo o persone giunte in Germania illegalmente. Il procuratore Bremer conferma comunque che i due gruppi più numerosi provengono da Paesi del Nord Africa: Marocco e Algeria.

Al momento agli arresti ci sono 15 sospetti. Contro di loro gli inquirenti muovono accuse di reati contro il patrimonio, in un solo caso di delitto a sfondo sessuale (Il Corriere)

C’è da notare però che nonostante la precisione dei numeri rimane irrisolto il problema − vero o falso che sia − che ha tenuto banco tra l’opinione pubblica di una gran parte d’Europa: gli aggressori facevano parte dell’ultima ondata di richiedenti asilo politico? Ossia: erano i richiedenti asilo arrivati con i recenti procedimenti di accoglimento adottati dalla Germania? Erano persone presenti sul suolo tedesco da più tempo? Quanti erano gli uni e quanti erano gli altri? Questo non è dato saperlo. Nelle cifre non vengono scorporati i dati circa il numero degli immigrati del 2015 e quelli precedenti, dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, delle persone con cittadinanza e degli eventuali respinti. La loro composizione religiosa non è ancora certa dal momento che non sono stati forniti dati, non è nota la loro età e non si sa siano accompagnati dalle loro famiglie o meno. Ci sarebbe ancora ancora molto da sapere e spero che diventi possibile prima che tutti ci dimentichiamo del caso.

Alcune delle presenti presenti in sala si sono sorprese molto e io stessa, abituata al dubbio come metodo di lavoro, in una frazione di secondo ho ripassato mentalmente la mia fonte per avere la sicurezza che risultasse davvero un solo caso di delitto a sfondo sessuale. Ebbene questo è proprio ciò che riporta il Corriere della Sera del 15 febbraio 2016. Se le cose stanno in questo modo evidentemente c’è un problema. Non vi sono dubbi che a Colonia sia successo qualcosa di grave e di grandi dimensioni: 1054 denunce di cui 454 riguardano aggressioni sessuali. È un numero enorme. Un solo caso verificato come accusa infondata, un solo caso di delitto a sfondo sessuale che corrisponderà sicuramente allo stupro di cui si era parlato fin dall’inizio.

Qualcuna delle mie conoscenti mi aveva messo la pulce nell’orecchio e io ho approfondito quel filone stando attenta ad appoggiarmi a studi attendibili. Non ho fatto studi di diritto così mi sono messa a studiare la tesi di dottorato di Francesco Macrì che si occupa del diritto penale sessuale. L’ho trovata online perché questo lavoro ha ottenuto il premio della Firenze University Press come miglior tesi di dottorato. Nella legislazione tedesca i reati sessuali sono regolati dagli articoli dal 174 al 182 del codice penale inquadrati come reati contro l’autodeterminazione sessuale. Macrì spiega che la riforma legislativa del 1974 ha spostato l’accento dalla “moralità pubblica” al più adeguato concetto di “libertà di autodeterminazione sessuale”. L’innovazione ha tipizzato i nuovi reati contro l´auto-determinazione sessuale incentrandoli sulla nozione di atti sessuali. Il codice, in realtà, non fornisce una vera e propria definizione di “atti sessuali”, bensì dispone unicamente che, tra di essi, assumano rilevanza penale sessuale soltanto quelli di una certa gravità. L´interprete deve stabilire quando si è effettivamente in presenza di un “atto sessuale” e quando invece no. Inoltre deve identificare i parametri per definire gli “atti sessuali di rilievo”. Una condotta, per essere qualificata “atto sessuale” deve presentare già nella sua materialità una connotazione di carattere sessuale. In assenza di una caratterizzazione oggettiva ´sessualmente orientata´ una condotta umana non può dunque essere qualificata quale “atto sessuale” unicamente in considerazione dell´intento sessuale soggettivamente presente nel suo autore. Non è dato rinvenire, ad esempio, tracce di ricostruzioni ermeneutiche che operino una selezione – casistica attraverso un’elencazione vera e propria, o astratta previa identificazione di un parametro (come ad es. quello delle “zone erogene”) – delle parti del corpo il cui toccamento si configuri come atto sessuale. (Francesco Macrì, Verso un nuovo diritto penale sessualeFirenze University Press, 2010, pp. 67-69).

Un’altra considerazione interessante da fare è quella sullo squilibrio del bilancio di genere. I dati nudi estrapolati dagli studi della sociologa Valerie Hudson sono i seguenti. 1 milione di migranti in Europa dal Medio Oriente e dal Nord Africa nell’ultimo anno. C’è un motivo specifico per cui tanti uomini stanno lasciando paesi come l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria: essi rischiano maggiormente di essere costretti a unirsi a gruppi combattenti oppure di essere uccisi o catturati da questi ultimi. Secondo International Organization of Migration il 66.26 % di migranti adulti registrati lo scorso anno in Italia e in Grecia sono maschi. Più del 20% di migranti sono minori di età inferiore ai 18 anni. La metà dei minori che viaggiano in Europa viaggia non accompagnata. Il 90% dei minori non accompagnati sono maschi. Se nel caso degli adulti il bilancio di genere è in qualche modo riequilibrato dalla prassi del ricongiungimento familiare, questo sottoinsieme maschile non ottiene la dispensa speciale per portare i coniugi. Uno dei motivi principali è che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che i paesi dell’Unione europea non sono tenuti a riconoscere la legalità del matrimoni tra bambini. (Valerie Hudson, Europe’s Man Problem, Politico, 6 gennaio 2016)

La Hudson sostiene la tesi che le società in cui il bilancio di genere è maggiormente in equilibrio sono società più stabili. I dati che il suo lavoro riporta sono interessanti perché oltre ad essere basati su fonti attendibili affrontano la questione del bilancio di genere in modo scientifico e non ideologico. Il lavoro della Hudson è diviso in due parti: la prima è una valutazione del bilancio di genere, la seconda è un proiezione degli effetti del disequilibrio nel bilancio di genere nel futuro. La seconda parte ha già subito contestazioni documentate mentre la prima, ossia la pura raccolta dati, al momento non ha avuto sostanziali smentite. Non è escluso che delle delle critiche efficaci saranno mosse in futuro e in quel caso riprenderemo in mano la questione.

Lorenzo Monfregola, in un intervento su Gli stati generali dell’11 febbraio 2016 ha provato a riassumere le reazioni che si sono verificate di fronte al caso di Colonia e alla sua coda mediatica.

  • La provenienza degli aggressori non significa nulla. Qualcuno ha sostenuto questa posizione ma allora bisogna concludere che alla fine a Colonia non è successo niente di particolare?
  • La disperazione, la miseria, l’alienazione. Quando si fa riferimento a questo tipo di giustificazione in realtà si sta dicendo che la violenza è intrinseca alla condizione di migrante. Dato che tutti i migranti sono potenzialmente soggetti a una o più di queste condizioni bisogna dedurne che tutti i migranti sono potenziali autori di violenze?
  • È chiaro che il crimine sessuale sia una tendenza diffusa in certi paesi di quell’area.  Chi si pone su questa posizione non sa dire di quali aree si tratta e nemmeno su quali ragioni si basa questa considerazione. Suggerisce semplicemente che la violenza sia una caratteristica etnica, genetica e razziale.
  • Rifiuto dell’approccio culturale religioso. E questo è un passaggio molto delicato. Il rapporto delle culture arabe o islamiche (termini che non sono sinonimi) entra o no in frizione con le libertà laiche di una società profondamente secolarizzata? Rinunciare a porsi questa domanda o evitare a priori di affrontarla significa lasciare campo libero alla interpretazione xenofobe e islamofobe. Rinunciare a porsi questa domanda significa lasciare che a rispondere siano quelli per cui le violenze hanno direttamente a che fare con le fedi religiose e vanno inserite in un più ampio disegno di terrorismo diffuso.

Trovare un equilibrio non sarà semplice. Bisognerà considerare che l’origine degli aggressori di Colonia non può essere ignorata, ma nemmeno può essere usata strumentalmente. E bisognerà confrontarsi con l’evoluzione più o meno avanzata della destrutturazione delle forme di violenza, a partire dalla loro accettazione culturale e sociale.

Nello stesso giorno in cui a Lucca si teneva il convegno su Colonia, a Milano veniva presentato il progetto Aisha, per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne dentro la comunità musulmana. Una delle promotrici, la sociologa Sumaya Abdel Qader ha spiegato il suo approccio al caso di Colonia in un articolo sul Corriere del 14 gennaio 2016. Un passaggio in particolare mi è sembrato interessante perché sintetizza in poche parole un discorso tutt’altro che scontato.

Certamente non si può negare che nei Paesi a maggioranza di musulmani si possono riscontrare inaccettabili pratiche contro le donne, dettate da tradizioni patriarcali, maschiliste e misogine e che queste possono essere riproposte anche qui; ma un conto è dire questo e un conto è addossare le colpe di ciò a una religione che non si conosce se non attraverso alcuni individui.

Dopo questa lunga analisi non sento il bisogno di dire quale sia la mia posizione in rapporto ai fatti di Colonia. Ho analizzato i materiali a disposizione cercando di selezionare i più significativi. Si è scritto infatti moltissimo su Colonia ma moltissimo di quello che si è scritto porta su di sé il marchio di un ideologismo pregiudiziale di un orientamento o di un altro. Credo che però si possa tentare nuova via, finora non sufficientemente indagata: quella di confrontarsi con le donne provenienti dai paesi arabi o musulmani. Loro fanno parte delle nostre stesse comunità e si stanno ponendo i nostri stessi problemi di donne europee. Mentre scrivo mi rendo conto che perfino le parole diventano cedevoli tanto è fragile il terreno su cui ci stiamo muovendo. Ma anche per questo la sfida si fa interessante e forse varrebbe la pena finalmente di raccoglierla.

Ringrazio Frauke G. Joris per l’aiuto

Ps. se ci sono refusi o errori per favore ditemelo.

Bibliografia minima


Video dell’intero convegno 

Francesco Macrì – Verso un nuovo diritto penale sessuale

German criminal code

I reati sessuali nei confronti dei minori in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti d’America

Joumana Haddad – Le viol et nos hommes

Kamel Daoud – Cologne, lieu de fantasmes

La Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica

Le copertine dei giornali tedeschi su Colonia accusate di razzismo – Il Post

Lorenzo Monfregola – Il fuoco di Colonia continua a bruciare

Michel de Montaigne e il cannibale felice di Francesco Lamendola

Patric Jean – Le aggressioni di Colonia sono frutto della misoginia e non della presenza dei profughi

Sumaya Abdel Qader – Colonia, Islam e libertà delle donne

Valerie Hudson – Europe’s Man Problem – POLITICO Magazine

Articoli in primo piano

Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

di Ilaria Sabbatini    

Grandi discussioni sotto il sole ma anche un po’ di confusione. Prima di iniziare voglio dire che mi piacerebbe svelenire il clima e ritornare a delle modalità di confronto più accettabili. Non stiamo parlando di un referendum da votare domani e non sono necessari attacchi personali o boutade sarcastiche. Non servono alla discussione e anzi sono convinta che la facciano regredire. Per quanto mi riguarda, se mi capita di citare qualcuno è per interloquire, non per sbertucciarlo e questo è quanto. Seguendo il dibattito sempre più accesso sulla Gravidanza Per Altri (GPA) mi imbatto spesso in affermazioni sorprendenti. Non che non siano moralmente generose, intendiamoci, solo che non sono così logiche come sembrano. Stavolta è la volta di “se posso donare un rene, perché non il mio utero?”. Fatto salvo il mio rispetto per Emma Bonino sotto molti punti di vista, mi permetto delle precisazioni perché mi sono interessata molto da vicino alla donazione di rene e non in senso figurato.

Farò un po’ di storytelling, giusto per far capire la situazione da cui parto. Se vi annoia saltate al sesto paragrafo. Per una serie di motivi legati alla mia formazione e alle mie convinzioni fin da adolescente sono stata una convinta assertrice della donazione di organi. Il problema era che, essendo minorenne, non potevo decidere. Quando lo annunciai, in casa scoppiò il putiferio perché mia madre si opponeva con tutte le sue forze. Non ne parlammo più ma appena compii diciotto anni andai alla sede di riferimento e mi iscrissi come donatrice di organi. Mi rilasciarono un tesserino da tenere nel portafoglio. Ero così orgogliosa che me ne andai con l’impressione di essere cresciuta di dieci centimetri in altezza. Ricordo che era un giorno caldo di luglio e viaggiavo come sempre con la mia bici rossa da città. Prima di mettere via il talloncino che mi era stato consegnato, mi venne la curiosità di leggere. C’era scritto: “in caso di morte telefonare a”. Onestamente non me l’aspettavo. Per quanto sembri banale non avevo considerato l’eventualità che per fare la donazione di organi bisogna essere morti. Avevo diciotto anni, una bici rossa, una madre contraria e mi sentii venire meno la forza nella gambe. Se volevo donare i miei organi dovevo essere morta e non ne avevo nessunissima voglia. Per una frazione di secondo mi immaginai di tornare dentro a chiarire che no, non avevo capito i termini della faccenda. Ma non lo feci perché la parte razionale di me sapeva di aver fatto la cosa giusta.

Qualche anno dopo mio padre sviluppò una patologia renale seria. Scoprirono che il rene sinistro era atrofizzato e il rene destro era affetto da una forma di insufficienza progressiva che lo costrinse prima a una dieta specifica poi alla dialisi. All’inizio sembrava che potesse andare avanti a lungo ma il suo corpo, a differenza di altri, reagiva male. Imparai a conoscere il reparto ospedaliero e gli altri nefropatici. Alcuni stavano bene e altri, come mio padre, no. La dialisi consiste in un lavaggio completo del sangue che può essere effettuato a casa o in ospedale. Esistono due tipi di trattamento: mio padre faceva quello ospedaliero. Erano tre dialisi settimanali che duravano da un minimo di 4 ore a un massimo di 6. Oltre ad avere ripercussioni sulle sue attività questo implicava restrizioni sulla dieta e sulla quantità di liquidi che poteva assumere. Doveva bere pochissimo, aveva sempre sete e non faceva più la pipì.

Piano piano si indebolì e si allettò. La cosa non accade a tutti i dializzati ma lui doveva essere accompagnato anche negli spostamenti minimi. Per me vederlo scivolare a poco a poco mantenendo la mente lucida era una cosa difficile da accettare così, non so per quale ragionamento, mi convinsi che bisognava porre un rimedio e che toccava a me. Ci pensai a lungo e quando mi sentii pronta parlai al nefrologo della mia intenzione di donare un rene. Non ero impazzita e non mi ero fatta travolgere da una reazione d’istinto. Mi ero fatta i conti sul mio stato di salute, avevo cercato informazioni sulla possibilità di vivere con un rene solo, mi ero documentata sulla questione della compatibilità e sugli aspetti legali. Avevo deciso che era fattibile ma avevo dimenticato un dettaglio.

Ammesso e non concesso che il mio organo fosse compatibile con il suo corpo, il rischio che io correvo era eccessivo rispetto alle possibilità di riuscita e alle sue aspettative di vita. Mio padre non sapeva nulla delle mie intenzioni. Avevo pensato anche a questo: se mai fosse stato possibile glielo avrei detto dopo. Ma la risposta che ricevetti dai medici in sostanza era un no. Detto in parole povere non potevo donare un rene perché il gioco non valeva la candela. Mio padre andò avanti ancora per un po’ tra alti e bassi. Nel frattempo, per vie che ignoro, mia madre si convinse dell’importanza della donazione di organi. Mia sorella non aveva bisogno di convincersi. Non sono sicura che lei sappia cosa avevo macchinato ma del resto non aveva senso parlarne prima che i medici mi avessero dato una risposta. Comunque, quando papà se ne andò ci informarono che era possibile fare la donazione di cornee. Non ci fu bisogno di ragionare molto: eravamo tutte e tre d’accordo. Il medico ci spiegò il perché il percome della prassi. Si decise che fossi io a firmare. Ancora una volta ero partita a testa alta ma quando appoggiai la penna per scrivere il mio nome mi accorsi che mi tremava la mano.

Racconto questo non per dire quanto siamo carini e gentili in famiglia: al contrario siamo stati una famiglia conflittuale e isterica come poche. Racconto questo perché mi sono documentata sulla donazione di organi in vita. Racconto questo per dire che se si ritiene la gravidanza per altri paragonabile alla donazione di rene, bisogna sapere davvero cosa è la donazione da vivo. Anzitutto va detto che è legale ed eticamente lecito fare la donazione di organi in vita. Ma va precisato che non si può far pagare la donazione di un rene né di qualsiasi altro organo. Ci sono paesi che hanno ammesso la donazione di sangue dietro pagamento ma il presidente AVIS italiano nel 2012 ha parlato espressamente di “donatori periodici, volontari, non remunerati”. Ha dichiarato anche che nel 2011 in Italia si è raggiunta l’autosufficienza nell’approvvigionamento del sangue. E questo nonostante che i donatori non siano remunerati come accade in altri paesi.

Per la donazione di organi la situazione è un po’ diversa. Nel 2011 l’Italia, aveva 22 donatori per milione di persone, che non sembra un gran risultato ma la rende comunque terza tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia. La donazione di organi allo stato attuale delle cose è molto inferiore alla richiesta. Dunque qualcuno paga per averli e si è anche discusso se far diventare il pagamento una pratica legale. La riterreste una possibilità lecita o una eventualità discriminatoria? AIDO una delle più importanti associazioni a sostegno della donazione di organi dice questoSi può vendere o acquistare un organo? No, è illegale vendere o comprare organi umani. La donazione degli organi e tessuti è un atto anonimo e gratuito di solidarietà. Non è permessa alcun tipo di remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. 

Il paragone tra GPA e donazione di organi può sembrare ovvio ma le cose cambiano quando lo si mette alla prova portandolo alle estreme conseguenze. Facciamo una verifica: l’ipotesi di pagare la donazione di organi è accettabile oppure no? Il paragone tiene ancora dopo aver risposto a questa domanda? Dal mio punto di vista regge solo in un caso: che la GPA non preveda remunerazione economica. Solo la GPA altruistica è alla pari della donazione di organi. Perché se non si tiene conto del problema centrale del compenso della gestante si finisce per parlare a vuoto. La differenza, ancora una volta, sta tutta lì: surrogazione altruistica e surrogazione dietro compenso. E non è cosa che riguarda solo le persone coinvolte o i vip del momento perché si tratta di un cambiamento antropologico che ci coinvolge tutti nella misura in cui il fenomeno sta uscendo dall’ombra e si mostra di colpo molto più diffuso di quello che non si poteva supporre.

Ovviamente non intendo dire che le spese sanitarie sostenute da un donatore di organi (o da una gestante per altri) debbano ricadere sul donatore stesso. Se si sviluppa coerentemente il paragone con la donazione di organi,  va tenuto conto che il calo delle donazioni in vita è dovuto proprio a questo problema. In una lettera del 2015, la Segretaria della salute degli Stati Uniti evidenziava che uno dei motivi principali del declino della donazione in vita è che i donatori (statunitensi) si trovano a dover sostenere i costi assistenziali di tasca propria. Questo è un limite enorme che vale per tutte le azioni di tipo altruistico. A mio parere il principio dovrebbe valere anche per l’adozione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Io credo che sia fondamentale affermare il principio che il gesto altruistico debba sempre essere accompagnato da un’adeguata assistenza per far sì che i costi non ricadano sul donatore. Ma è una prospettiva completamente diversa dal prevedere un pagamento per il donatore e credo che tutti noi, interessati a questo dibattito, dovremmo evitare nasconderci dietro la foglia di fico delle definizioni di comodo. La generosità di una ragazza lontana non è gratuita, costa cifre diverse a seconda dei casi e a seconda dei paesi. Molte delle donne che vi si prestano non lo farebbero se non fossero pagate. Quindi, pur senza giudicare nessuno, diamo alle cose il loro nome e cominciamo a fare chiarezza almeno nel linguaggio. Vogliamo parlare di GPA? Vogliamo parlare di gratuità? Benissimo. Ma se vogliamo parlare di “gratuità pagata” c’è qualcosa che non torna. Perché i casi sono tre e non andrebbero confusi: gratuità, spese non a carico della gestante e pagamento della gestazione.

È possibile che la GPA sia un atto altruistico e sarebbe limitante negarlo. Ma non si può pretendere che la GPA sia definita atto altruistico anche quanto prevede un compenso per la portatrice. Non mi sembra sufficiente dire che il pagamento non inficia il gesto di generosità per risolvere la questione. Non per una considerazione di ordine morale ma perché è un ragionamento incoerente dal punto di vista logico e linguistico. Sviluppo una metafora della Lalli: se io pago il dovuto e il gelataio mi porge il gelato con gentilezza non posso dire che mi ha regalato il gelato. In questo modo non sto dando un giudizio morale ma sto semplicemente seguendo una coerenza logica. È ovvio che ci possa essere un bel dialogo e un rapporto di grande fiducia col gelataio, ma se io pago e lui mi da qualcosa non è un atto di generosità: il dono è quando qualcuno mi da qualcosa senza pagare. Un atto di generosità è anche quando io sostengo tutte le spese perché lui possa fare il gelato. Pago il latte, pago la frutta, pago lo zucchero, pago tutto quello che c’è da pagare e lui mi regala il suo lavoro. Ma nell’esatto momento in cui io scambio il gelato con un compenso che va direttamente al gelataio, quello smette di essere un dono e ritorna ad essere uno scambio economico. Non pretendo di decidere se questo sia lecito o illecito ma una cosa me la aspetto: che si parli con coerenza e non ci si nasconda dietro le parole.

Si può anche affrontare la questione della legittimità di pagare una donna che sostenga una GPA. E intendo proprio pagare, non accollarsi le spese sanitarie. Del resto nel caso della donazione di organi discussioni di questo tipo esistono e se ne parla apertamente. Il motivo per cui non si fanno pagare gli organi o la disponibilità a donare è che la pratica innescherebbe una dinamica pericolosa a partire da due considerazioni: 1) la differenza tra chi può permettersi di comprare un organo e chi no; 2) la disparità tra chi può comprare un organo e chi pensa di venderlo per ricavarci denaro, a prescindere che sia più o meno povero. Nel 2004 si parlava di incoraggiare le donazioni di organo da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento e si è anche calcolata la cifra necessaria. Non mi risulta che l’ipotesi abbia avuto seguito: non credo nemmeno che sia stata fatta una proposta. Ma se si paragona la GPA alla donazione di organi, qualcuno mi spieghi perché poi ci si dovrebbe scandalizzare di fronte all’idea di pagare un polmone, una parte di fegato o un rene.

Molti giustamente rilevano che nelle cliniche americane non sono ammesse donatrici povere o in stato di bisogno. Permettetemi di dubitare che questa politica sia per il bene delle potenziali gestanti. Il punto non credo che sia lo stato di miseria delle candidate alla GPA (problema che pure esiste) quanto piuttosto la differenza di condizione sociale tra i genitori genetici e la donna che affronterà la gravidanza. Non mi risultano casi in cui una gestante surrogata sia più ricca dei genitori che ricorrono a lei. Parliamone apertamente, non limitiamoci a lanciare invettive che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché bisogna circonfondere questo atto, che si configura come una qualsiasi prestazione di servizi, di un’aura di bontà non richiesta? Se io pago una donna perché svolga una GPA è uno scambio commerciale: resta da vedere se sia accettabile oppure no. Può anche darsi di sì ma perché evocare per forza l’argomento della gratuità e della generosità?

Eppure io ritengo possibile che una donna si presti alla GPA in modo totalmente altruistico. Non mi sembra né irrazionale né oppressivo. È del tutto comprensibile che una persona voglia fare un atto radicale per un proprio caro/a, sia esso un/a familiare o un amico/a, nell’ottica laica di poter disporre del proprio corpo. Rimanendo nel parallelo tra GPA e donazione, a me non è stato possibile misurarmi fino in fondo con quella scelta ma avrei rinunciato a una parte del mio corpo purché una persona a me cara avesse una prospettiva. Ovviamente avrei deciso compatibilmente col mio stato di salute ma sì, penso che lo avrei fatto. E credo che sia questo il motivo per cui non trovo scandalosa l’eventualità. A patto che sia sempre e solo in una prospettiva altruistica.

Ps. Visto che ne parliamo e visto che c’è sempre un gran bisogno questo è il tesserino da compilare e questa è la semplice procedura da seguire per diventare donatori.

Articoli in primo piano

Uteri portatili e portatrici di utero

di Ilaria Sabbatini

Bene, oggi sarà una giornata elettrica. Qui siamo tutti malatini, la libreria è esplosa, i panni da mettere via fanno concorrenza a quelli da lavare, la valigia non è ancora sfatta, ho preso sonno a un’ora indecente e devo sbrigare una quantità di lavoro superiore alla quantità di tempo a disposizione. Tutto normale insomma, compresi i sensi di colpa per il fatto di mettermi a scrivere di attualità mentre dovrei dedicare la testolina ad altre più urgenti questioni pratiche. Nel bel mezzo di questa tempesta domestica e lavorativa, infatti, mi sono giunti gli echi delle polemiche sulla paternità di Vendola che però − rullo di tamburi − parlano di tutto fuorché della Gravidanza Per Altri, altrimenti detta GPA.

Vorrei anzitutto sgombrare il campo dalle oscillazioni linguistiche ponendo l’attenzione su un testo che, a prescindere dalle conclusioni, ha il grande merito di fare chiarezza. Sto parlando dell’articolo di Michela Murgia in cui si affronta la questione della differenza tra gravidanza e maternità fino ad arrivare a definire un linguaggio puntuale per nominare i nuovi fenomeni. Non sono d’accordo su tutto ciò che la Murgia dice ma riguardo all’aspetto linguistico ho adottato in pieno le sue definizioni a partire da gravidanza surrogata al posto di maternità perché sono due cose radicalmente differenti. Attenzione a queste possibili scelte perché, anche se non sembra, implicano già delle posizioni ideologiche ossia un orientamento valoriale specifico.

In secondo luogo vorrei chiarire una volta per tutte che no, non sono le femministe borghesi a porsi dei problemi per la gravidanza surrogata. È esattamente il contrario: sono le femministe più incazzate a farlo, quelle che si sporcano le mani con i gruppi di assistenza legale. Quindi fatemi e fatevi un favore: siate oneste con voi stesse e assestate il tiro di questa polemica semplicistica e riduttiva. La gravidanza surrogata non è una questione per anime belle e apre squarci di riflessione su realtà politiche scomode che non si possono affrontare a colpi di amore, buoni sentimenti e generosità.

Del resto, anche dall’altra parte, c’è tutto un fiorire di enfasi sui legami di pancia che mi lascia perplessa. Non metto in discussione la bellezza dell’esperienza della gravidanza ma non penso nemmeno di essere particolarmente cinica e insensibile. Semplicemente credo sia vero che la maternità si impara ed è, questa, una prospettiva migliore sotto tutti i punti di vista. Ad esempio evita il rischio di impantanarsi nelle secche colpevolizzanti che attribuiscono patenti di buone o cattive madri sulla base di un istinto tutt’altro che dimostrabile. Se poi si vuole salvare la valenza etica dell’adozione bisogna sacrificare molta parte della retorica del legame biologico e dell’istinto materno. Non per negare l’esistenza di quel legame biologico ma per scansare il rischio di fare del legame con i figli adottivi una maternità di serie B.

La questione della GPA è una prassi che pone problemi politici seri riguardo la disparità sociale ed economica tra genitori genetici e gestanti. Non volete affrontare questo aspetto? Bene, fatevi da parte perché il cuore del problema è tutto lì. Il punto critico della GPA è proprio il pagamento della prestazione e lì si scontreranno veramente le posizioni quando cadranno le questioni più o meno complementari. La faccenda della libera scelta delle donne, come del resto la retorica della maternità di sangue, diventano puro orpello nel preciso momento in cui vengono scollate dal problema urgente della questione economica.

E già che ci siamo parliamo proprio di questi due punti: l’autodeterminazione delle donne e la maternità uterina. Ovviamente non sarò esaustiva perché i panni chiamano e il lavoro incombe. La retorica della maternità uterina pone un piccolo insignificante problema, come accennavo sopra. Chi continua sulla strada dell’esaltazione di un legame che passa necessariamente dal cordone ombelicale prima o poi dovrà confrontarsi con la contraddizione della maternità adottiva. Una madre adottiva è meno madre perché non ha sentito il bambino muoversi nella sua pancia? Perché non ha stabilito un legame prenatale? Al di là della questione teorica, proprio in questo periodo sto osservando un padre e una madre in attesa del ricongiungimento con le figlie adottive e la loro dedizione mi sconvolge letteralmente. Non hanno vissuto la scoperta della gravidanza, né la gestazione, né l’allattamento, stanno ancora lottando per portarle a casa eppure non ho il minimo dubbio, guardandoli, che quelle bambine siano già figlie loro a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda la libertà delle donne, invece, ho sentito pochi argomenti. Sicuramente è un caso o una distrazione ma ho intercettato per lo più molte battute sarcastiche nei confronti delle femministe borghesi. Le femministe borghesi sarebbero, nella vulgata, quelle femministe che si pongono dei problemi  sulla GPA e che − questo lo concedo − eccedono sulla retorica della gravidanza biologica. Bene, se pensate che la GPA faccia parte del bagaglio di libertà delle donne sarebbe bello che ne spiegaste il motivo in maniera non necessariamente polemica. Credo che molte donne siano interessante ad ascoltare questi argomenti e credo anche che il tipo di questione si meriti di più del sarcasmo di qualche battuta tagliente. Mi spiego meglio: l’approccio ironico è sempre indispensabile, ma ironia e sarcasmo sono due cose diverse: nell’ironia si ride con, nel sarcasmo si ride di. E credo che non dovremmo dimenticarci che la GPA, in un modo e nell’altro, è una questione che ci riguarda tutte.

La mia posizione sulla GPA è assai complessa: se credete di intuirla al volo da queste righe vi sbagliate. Ho scritto quello che ho scritto solo per sgombrare il campo da elementi di disturbo e l’ho fatto principalmente per chiarire un po’ di cose a me stessa. Penso che le discussioni si dovrebbero fare sempre sulle scelte, mai sulle persone, tanto meno nei toni eccessivi che si sono adottati contro Vendola fino ad arrivare al vero e proprio parossismo.

Tutto questo però non deve far dimenticare una cosa. In un articolo che non mi trova granché d’accordo la Tavella riferisce una frase che mi ha colpito. In un’intervista a Le iene, due padri, Sergio Lo Giudice e il suo compagno, hanno parlato della loro esperienza con la gravidanza surrogata.  Siccome verifico sempre le mie fonti non mi sono fidata della Tavella e sono andata a cercare direttamente il video di Mediaset  (minuto 1:48). Da una parte ho apprezzato molto la chiarezza di Sergio Lo Giudice che ha parlato apertamente dei costi. Ma alla domanda sul pagamento della gestante surrogata ha risposto in un modo che non condivido e che anzi ho trovato irritante. Domanda: “La portatrice è stata pagata, comunque“. Risposta: “Questo non incide in nessun modo sulla valenza etica di un gesto di questo genere“. Fine.

No, mi dispiace, questa affermazione per me non è accettabile. Sono d’accordo su molte cose ma non si può risolvere tutto così. È troppo sbrigativo ed è inadeguato alla gravità del dibattito. Perché il nocciolo del dibattito sta esattamente lì: la portatrice è stata pagata. Non è una questione di mercificazione dei bambini, di figli biologici, di diritto reale o presunto alla genitorialità. Sì, ci sono anche questi aspetti da considerare ma il punto scivoloso e, direi, estremamente pericoloso è esattamente quello: la portatrice è stata pagata. Non si può eludere e non si può far finta che non costituisca un problema, nemmeno nel caso in cui si accetti in toto il principio della legittimità della gestazione per altri.

Soprattutto non si possono mettere alla pari la figura della portatrice pagata e la figura della portatrice gratuita. Non so nemmeno che linguaggio usare perché non ho intenzioni discriminatorie: sono le definizioni stesse ad essere troppo fragili e complesse.  Sono convinta che la gravidanza surrogata gratuita sia una cosa completamente diversa dalla gravidanza surrogata con scambio economico e le due cose andrebbero trattate come fenomeni differenti.

Le sfumature nelle legislazioni nazionali sono tantissime: si va dai casi in cui la gravidanza surrogata è vietata fino ai casi in cui è esplicitamente permesso il pagamento della prestazione. In Italia, Francia e Germania la gravidanza surrogata è vietata. In Argentina, Nord Australia, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Irlanda, Giappone, Paesi Bassi, Venezuela, alcuni stati statunitensi la gravidanza surrogata non è esplicitamente vietata ma spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono dei pagamenti, mentre sono accettate le maternità altruistiche, quelle in cui sono previste solo cifre che rimborsino le spese sostenute dalle donne per la gravidanza. In Grecia, Israele, Sudafrica e, parzialmente, in Nuova Zelanda e in Australia la surrogazione è esplicitamente permessa e regolata. Nel Regno Unito le condizioni dell’accordo sono verificate dopo la nascita del bambino. In India, Russia, Thailandia, Uganda, Ucraina e alcuni stati degli Stati Uniti è consentito il pagamento esplicito della gravidanza surrogata. Capite perché è così importante individuare la nazionalità della portatrice? Capite le implicazioni sociali? Capite la centralità della questione del pagamento della gravidanza surrogata?

Eppure la portatrice è proprio la figura che sparisce nella cronaca odierna, quella che si tende a nascondere sotto il tappeto della polvere. Si parla solo dei bambini e dei genitori genetici che − è bene chiarirlo − possono essere indistintamente omo o etero. È una cosa comprensibile che padri, madri e neonati siano al centro dell’attenzione ma mi sorprende che la figura della portatrice sparisca completamente proprio mentre si esalta la generosità del suo gesto, i rapporti che durano e la gratitudine che ispira. Non dico che la portatrice debba stare nelle foto di famiglia tra i genitori, ma questa scarsità di riferimenti alla sua presenza onestamente mi turba.

Qualche giorno fa un’amica mi faceva notare un sistema che potrebbe essere utile a chiarire il concetto: per la donazione del sangue si prevedono i contributi figurativi per chi si assenta dal lavoro a questo scopo ma la persona non riceve denaro. La stessa cosa vale per la donazione del midollo osseo o di un organo, scelte a forte impatto fisico in cui è altamente rischioso introdurre il principio di remunerazione. Senza contare la possibilità di far passare come rimborso spese quella che invece è una remunerazione vera e propria. Checchè se ne pensi è con questo ordine di problemi che bisogna misurarsi.

Non mi preoccupa il fatto che una donna possa liberamente portare avanti una gravidanza per una coppia sterile. Tutt’altro. Capisco che a qualcuno possa non piacere ma da un punto di vista laico lo trovo perfettamente legittimo e addirittura generoso. Mi penso nel ruolo di gestante per mia sorella, per una cara amica, per un amico del cuore e non c’è niente, in tutta onestà, che mi paia brutto o umiliante. Non mi serve nemmeno di tirare in ballo le vicende bibliche di Sara e Agar o di Rachele e Billa perché stiamo ragionando su un piano prettamente laico. Del resto, se si osserva lo sviluppo della vicenda, si noterà non solo che Agar è una schiava e non sceglie la propria gravidanza ma  viene abbandonata con il figlio nell’esatto momento in cui Sara concepisce per conto suo. L’argomento diventa difficile da maneggiare a favore dell’una o dell’altra tesi. Chiusa parentesi. Quello che mi preoccupa, dicevo, è pensare alla gestazione per altri associata a uno scambio di denaro e mi preoccupa il fatto che possa incentivare forme di ulteriore sbilanciamento tra poveri e ricchi.

Mi sembra poi contraddittorio parlare di diritto alla genitorialità − vero o presunto che sia − se il fatto stesso di perseguirlo rischia di introdurre disparità. Se si tratta di diritti devono essere diritti garantiti a tutti, senza distinzione alcuna per ragioni (…) di origine sociale, di ricchezza o di altra condizione. Nella Dichiarazione del 1948 sono citati diritti come la presunzione di innocenza, la libertà di movimento, la cittadinanza, il matrimonio, il lavoro. Io non lo so se si può parlare di diritto alla maternità e alla paternità però so che non ha molto senso parlare di diritti se non si tiene conto dei rischi di sbilanciamento sociale che questi possono produrre. E mi riferisco sia allo sbilanciamento tra le coppie che possono accedere alla genitorialità surrogata e quelle che non possono, sia allo sbilanciamento inteso come disparità economica tra i genitori genetici e la potenziale gestante surrogata.

Ancora una volta ho meno sicurezze alla fine di questa riflessione di quando ho iniziato a scrivere. Non penso, al momento, che sia fondamentale raggiungere una posizione definitiva e mi riservo di cambiare ancora, ragionare ancora, confrontarmi ancora. Due sole cose mi sono chiare: la prima è che in tutto questo dibattito è sparito il tema dell’adozione tradizionale per le coppie sterili, per le persone single, per le coppie omoaffettive. La seconda è il fatto che se ci si vuole distinguere dai “bassifondi della politica”, come ha detto Vendola, bisogna farlo senza ricorrere a scappatoie di comodo, affrontando il nocciolo duro dei problemi a viso aperto, senza girarci intorno.  Combattere gli slogan con gli slogan non è mai stata una buona idea, da qualunque parte venisse.

Articoli in primo piano

In morte di una donna banale

di  Ilaria Sabbatini

Stamani mi è capitato di leggere un articolo sulla vicenda di Gloria Rosboch, di cui non conoscevo nemmeno la morte, e mi ha suscitato emozioni contrastanti. Pena sicuramente ma anche qualcosa di non facilmente definibile. Un fastidio, una noia, una specie di ronzio di sottofondo che non riuscivo a identificare.

Essendo miope, il mio corpo deve aver bilanciato dandomi un udito molto fine. Questo però ha delle controindicazioni perché riesco a sentire il ronzio delle lampade e degli apparecchi elettronici che abbiamo in casa. Mi succede quando sono l’ultima ad andare a dormire, le stanze sono silenziose e in giro non c’è alcun tipo di rumore. Allora comincio a sentire il ronzio di funzionamento delle lampade, delle luci di sicurezza, del modem o di qualche altro aggeggio. All’inizio non capisco cosa sia poi mi metto all’ascolto e inseguo il ronzio fino a individuarlo e a spegnerlo.

Stamani, essendo domenica, c’era più silenzio del solito e mentre leggevo avvertivo un senso di fastidio vago, difficilmente identificabile. Un ronzio di altro genere. Non gli ho dato subito peso ma poi, rileggendo i giornali nel pomeriggio, ho avuto chiaro che quell’impressione era reale e ho voluto metterla a fuoco. Si legge che la signora Gloria Rosboch, insegnante, è morta uccisa da un allievo, ingannata, tradita, truffata. Ma invece di insistere sugli eventi che hanno portato alla sua morte o sull’azione criminosa, alcuni hanno scelto di spostare lo sguardo su di lei, sul suo aspetto, sulla sua vita, sulle sue aspettative.

Il quadro che ne esce è desolante e se all’inizio può suscitare pena per una fragilità spezzata, l’insistenza su questi aspetti risulta alla fine eccessiva. Qualcosa di simile alla carità pelosa di chi, atteggiandosi a compassione, finisce per mettere in risalto la miseria squallida del compatito. Il gusto dell’anomalia pare appena legittimato da una pietà di prammatica che è difficile non pensare come auto-assolutoria. Ricorda un po’ quelli che guardano con insistenza una persona con handicap ma lo fanno con l’occhio languido e lucido. Prendo due o tre articoli e isolo alcune frasi per spiegare meglio. Non importa da che giornale e da che autore: farete presto a trovarli in rete.

“L’umile e ordinato perimetro della sua