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Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

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