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The hidden figures. Donne, nere e scienziate NASA

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The hidden figures

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile 207

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Ricordatevi questi nomi perché ne sentirete parlare. Di professione scienziate, matematiche e fisiche afroamericane, hanno preso parte ai programmi Mercury e Apollo 11 della Nasa. Oggi un film porta alla luce la loro storia nascosta.

Hidden figures, in Italiano Il diritto di contare, è un film del 2016 di Theodore Melfi, che parla della partecipazione di un gruppo di donne ai programmi spaziali NASA a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Stiamo parlando dell’America segregazionista e delle lotte per i diritti civili, quando i bagni, gli autobus e le scuole erano divisi tra bianchi e neri. Le leggi segregazioniste furono abrogate nel 1964 con il Civil Rights Act, quando vennero dichiarate illegali nelle strutture pubbliche. Ma nel 1965 si raggiunse il punto più alto della battaglia per i diritti civili mediante una il Voting Rights Act, che introduceva regole severe per assicurare il diritto di voto a tutti i cittadini, garantendo così le minoranze.  Per dare un’idea di quali erano i tempi in Alabama, nel 1955, Rosa Louise Parks aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco venendo arrestata. Nel 1960 degli agenti federali scortavano Ruby Bridges a una scuola della Louisiana. La bambina era la prima a entrare in una scuola per soli bianchi grazie a un ordine federale. Nel 1964 tre attivisti per i diritti civili degli afroamericani venivano uccisi in Mississippi da un gruppo del Ku Klux Klan. Nel 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. Tre anni prima era toccato a Malcolm X, durante un discorso pubblico.

Sullo sfondo di questi eventi drammatici le brillanti menti di tre donne afroamericane stavano dando il loro contributo allo sviluppo del programma spaziale americano.

Katherine Coleman Goble Johnson: fisica, scienziata e matematica, calcolava le traiettorie, le finestre di lancio e i percorsi di ritorno di emergenza dei voli. Mary Jackson, matematica, aveva seguito i corsi post laurea in una scuola serale per bianchi frequentata da soli maschi, ottenendo le qualifiche necessarie a diventare la prima ingegnere donna nera della NASA. Dorothy Vaughn, matematica, la meno conosciuta delle tre, fu la prima donna afroamericana a supervisionare uno staff di ricerca alla NASA, come capo della sezione di programmazione della Divisione Analisi e calcolo di Langley. Ricordatevi i loro nomi, ricordatevi il loro contributo, ricordatevi che sono donne e afroamericane.

Nelle loro vicende si concentrano ed esplodono vari pregiudizi sulle donne, la scienza e la capacità di comando. Le loro storie rappresentano una sintesi di quello che oggi viene chiamato approccio intersezionale alle questioni di genere, un approccio che tiene conto delle donne non come categoria astratta ma come individui con proprie peculiarità, inseriti in situazioni specifiche. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, donna, vegetariana, etc. (Amartya Sen) Essa fa parte di diverse collettività simultaneamente, ognuna delle quali le conferisce una determinata identità. Approccio intersezionale significa questo: considerare le donne come identità complesse e fatte di appartenenze culturali molteplici e contemporanee. E lo potete vedere rappresentato nella storia delle tre scienziate nere della Nasa oggi raccontate in film.

Ilaria Sabbatini

 

Quelle donne negate

Sentire il loro accento fa male. Parlano toscano, come me. Loro sono di Follonica. Sono lavoratori normali, senza particolari privilegi e probabilmente senza particolari stipendi. Appartengono alla categoria dei deboli, come tanti. Eppure si sono sentiti più forti di quelle due donne che raccoglievano il cartone e gli oggetti rotti.

Ridevano mentre le donne gridavano. Le hanno rinchiuse nella gabbia semplicemente perché quei due uomini pensavano di poterlo fare, ritenendosi in una posizione di forza. Pensavano anche che fosse lecito, dato che hanno pubblicato il video che li incrimina. Capaci di colpirle perché le ritenevano deboli. Loro, che probabilmente sono impotenti di fronte a quelli che occupano il gradino superiore. L’azienda li ha scaricati: ora i due chineranno la testa di fronte a chi è più grosso. Poveracci che ritengono ganzo bullizzare due donne.

Quello che mi colpisce, però, non è la povertà morale di questi uomini. Personaggi da poco, appartenenti a una tipologia nota che abita le mille zone di margine delle nostre città. No, non mi stupiscono loro. Mi stupisce invece l’incapacità dei media di chiamare le due vittime “donne“. Non importano le nostre posizioni politiche, non importa cosa si pensa della comunità rom: esiste un minimo comune denominatore da cui non si può prescindere. Esiste qualcosa che vale sia per la destra che per la sinistra, qualcosa in cui ci si deve poter riconoscere. Di questo qualcosa fa parte l’opposizione alla violenza di genere, lo schierarsi senza ambiguità contro chi esercita violenza verso le donne.

Qualcuno dirà che hanno fatto bene a bullizzare due rom. Chi oserebbe dire che hanno fatto bene a bullizzare due donne? A questa chiarezza di linguaggio hanno derogato in molti omettendo di chiamare “donne” le donne. Glissando sul fatto che gli aggressori hanno agito contro le donne anche perché erano donne. Omettendo di dire che i due commessi non avrebbero osato comportarsi similmente nei confronti di due uomini. Semplicemente perché ne avrebbero avuto paura. E così, non chiamandole “donne”, si continua a esercitare violenza contro di loro. Persone che prima di tutto vanno chiamate donne e poi, se vogliamo, possiamo chiamarle in base all’etnia: rom, sinti, caucasiche o anche semite, a seconda di quello che si vuole sottolineare.

Volete la riprova? Leggete gli stessi titoli sostituendo le parole giuste: “Chiudono due donne nella gabbia e poi mettono il video sul web”, “Donne chiuse in gabbiotto”, “Donne chiuse nell’area rifiuti”. Fa un’altra impressione, non c’è dubbio. E sapete perché? Perché tutti censuriamo la violenza contro le donne: sarebbe una vergogna il contrario. L’escamotage migliore per sottrarsi a questa vergogna è di negare lo statuto di donne. Così, senza sembrare, viene sdoganata la violenza contro quelle due donne negando il fatto prioritario: ossia che sono a tutti gli effetti delle donne.

Dare la notizia che sono state ingabbiate e non saperle chiamare “donne”, fornisce l’esatta misura di quanto stiamo sottovalutando la violenza di genere come concausa della violenza generale in cui siamo immersi. Leggete bene quello che ho scritto, prima di dire che il genere non c’entra. Non sto parlando del fatto di cronaca, sto dicendo che il problema è non saperle chiamare col loro nome, cioè donne. Con rarissime eccezioni, non lo dice nessun giornale. Esse dunque sono negate come donne e non c’è peggior forma di misoginia del negare a una donna la condizione di donna. Come se l’età, l’aspetto, la classe sociale o l’etnia potessero essere elementi che annullano la condizione di donna.

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Aggiornamento:

Riporto una questione a margine. Qualcuna ha mosso obiezione a questa lettura richiamando il concetto di intersezionalità senza però chiarire in che modo si applica alla situazione. Ne viene fuori l’idea che nel caso di Follonica è in gioco la sola discriminazione etnica, essendo ininfluente il fatto che si tratti di donne. Questa affermazione è in contraddizione con l’approccio intersezionale che dice di voler difendere. Provo a definire il concetto di intersezionalità perché non è scontato che tutti lo conoscano e non può essere una cosa per poche iniziate. Semplificando si può dire che ogni persona non è definita da una sola categoria. Nei fatti una donna non è solo donna ma può essere lesbica, precaria, nera, disabile, etc. Essa può subire discriminazione in quanto donna, in quanto lesbica, in quanto precaria, in quanto nera, in quanto disabile, etc. Il post va esattamente nel direzione del considerare le varie componenti della persona, poiché stigmatizza l’atteggiamento di ridurne l’identità a un solo elemento: la sua etnia (si veda Amartya Sen, Identita_e_violenza). Semmai è l’obiezione che manca di approccio intersezionale poiché riduce le persone ad un unico elemento etnico (rom) cercando di omettere che si tratta anche di donne.

Girotondo

Il motivo per cui pubblico questa immagine è perché qualcuno l’ha segnalata ad una mia amica su FB e lei è stata bloccata. Allora ho preso l’immagine e l’ho pubblicata sul mio profilo taggando la mia amica. Ha resistito un po’ poi è stata segnalata anche sul mio profilo, probabilmente dalla stessa persona. Allora ho preso la foto e ho messo le pecette (la seconda foto) e l’ho ripubblicata. Due volte: una in un nuovo post; una nel vecchio post. Pensavo che le pecette la mettessero al sicuro invece l’immagine del nuovo post è stata cancellata, quella del vecchio post “rinnovata” invece è rimasta (per ora). Adesso metto la foto qui in modo che sia sempre disponibile.

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Bikini per burkini

Con l’estate che sta finendo anche la discussione sul burkini sembra agli sgoccioli. Scrivo due cose giusto per non perdere l’onda: tra un po’ sarà autunno e nessuno si occuperà più dell’argomento. Quando gli ombrelloni si chiuderanno e i costumi verranno messi via in attesa della prossima prova, passeremo a parlare d’altro. In effetti accade anche altro sotto il cielo delle questioni di genere. Accade, ad esempio, che l’attivista LGBT turca Hande Kader è stata ritrovata stuprata e bruciata, accade che a Rio per la prima volta un’atleta Iraniana vince una medaglia, accade che c’è uno scontro in atto sulla taglia delle donne in Occidente, accade che continuano i femminicidi, accade che vengono sottratte risorse alle case protette, accade che i consultori stanno sparendo, accade che delle presentatrici egiziane sono state sospese perché troppo grasse e accadono moltissime altre cose. Ma pare che su questo “altro” non ci saranno grandi dibattiti.

Se pensate che il mio sia il solito benaltrismo vi sbagliate perché il problema è esattamente questo. Per portare avanti una discussione ideologizzata si stanno mettendo da parte delle cose importanti che riguardano i diritti delle donne, qui e ora; immigrate e non. Se ciò non bastasse a me pare che la discussione sia del tutto decentrata rispetto al problema che vorrebbe affrontare che è quello dell’autodeterminazione femminile in una condizione di passaggio. È giusto e doveroso parlare di dress code in rapporto all’autodeterminazione femminile ma abbiamo scelto il modo più inutile e pretestuoso per farlo, mettendo sotto accusa le donne invece di porci al loro fianco.

Le discussioni di questi giorni mi hanno fatto venire in mente un episodio di qualche anno fa. Al mare in Corsica, capitò che andassi a nuotare completamente da sola. Non c’era nessuno dei miei amici e la  spiaggia era quasi deserta. Mentre nuotavo in santa pace mi sentii strattonare e andai sotto. Bevvi un po’ prima di capire che c’era un labrador da salvataggio vicino a me. Quando potei toccare il fondo con i piedi presi il cane e lo portai a riva. Lo consegnai al padrone che lo rimise al guinzaglio e si scusò. Il succo della storia è che non avevo bisogno di essere salvata, non ero in difficoltà e quando lo feci presente nessuno insisté per salvarmi.

Oggi mi hanno chiesto se mi piace il burkini: la risposta è NO. Mi chiedessero se condivido il divieto la risposta sarebbe sempre NO. Pochi arrivano al secondo passaggio, eppure il fatto che una cosa non mi piaccia non implica la necessità di vietarla. Guardandomi intorno mi sembra che nessuno metta in dubbio che il burkini sia un abbigliamento che pone dei problemi. Però trovo ridicolo quando mi sento domandare se sono favorevole o contraria. Cos’è, un referendum o un quiz a premi? Sì ho appena risposto ma l’ho fatto perché non voglio che vengano strumentalizzate le cose che scrivo. Il fatto che mi piaccia o meno non è il nocciolo del problema e mi sento sotto ricatto nel dover chiarire l’ovvio.

Perché dovrei essere pro o contro un abbigliamento che non uso? Non l’ho nemmeno mai visto se non in fotografia. Perché dovrebbe essere consequenziale che le cose a me sgradite vadano vietate? Capisco che un abbigliamento insolito possa disturbare. Ma credo che il punto chiave sia stabilire fino a dove può spingersi il nostro diritto di interpretare il grado di libertà di una persona. Detto in altre parole, dovremmo porci il problema se una persona ha davvero bisogno di essere salvata e se vuole esserlo.

Se vogliamo analizzare la questione del burkini, la discussione si articola in due parti. Una parte riguarda la percezione esterna: il modo in cui noi recepiamo, proiettiamo e rappresentiamo la libertà delle altre donne. La seconda parte riguarda la percezione interna: il modo in cui le donne che indossano il burkini percepiscono il rapporto con il proprio corpo e con il genere maschile. Al di là delle affermazioni apodittiche, l’unica cosa sensata da fare sarebbe stabilire una qualche comunicazione con le donne interessate. O, per meglio dire, cercare un confronto tra la percezione esterna e la percezione interna del problema.

Di solito a questo punto c’è sempre qualcuno pronto a dire che quelle donne hanno introiettato una mentalità patriarcale, che non sono in grado di decidere per sé stesse, che non sanno quale sia la vera libertà perché sono cresciute dentro società castranti e maschiliste. Personalmente credo sempre nella possibilità della crepa e nella sua capacità di rompere le superfici più dure. Ma soprattutto non posso evitare di pensare che quello è lo stesso identico argomento di chi vuole imporre alle donne un abbigliamento coprente e modesto. Tu non sei padrona del tuo corpo allora decido io per te. Tu non sei padrona del tuo corpo quindi decido che ti devi coprire. Tu non sei padrona del tuo copro quindi decido che ti devi scoprire.

Il punto debole di questo atteggiamento è che le donne non sono MAI considerate quale soggetto delle proprie scelte, giuste o sbagliate che siano. Da questa discussione è totalmente scomparsa la sua parte più importante: cosa pensano le donne che indossano effettivamente il burkini. Perché il punto non è che a me il burkini piaccia o non piaccia ma quanto diritto ho di interferire nelle scelte di persone di cui non conosco la cultura e di cui ignoro totalmente le valutazioni. Qualcuno pensa seriamente che le donne liberate a forza dal burkini si butteranno seduta stante sul bikini? Non vi sembra di avvertire la presenza ingombrante di un certo Pigmalione? Le donne non si liberano comandando loro cosa devono fare. Dire “copriti per legge” oppure “scopriti per legge” non fa nessuna differenza per colei che deve accettare su di sé la decisione altrui: tanto nessuno le chiede mai come vuole vestirsi.

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L’altra sera guardando le olimpiadi e gli atleti occidentali che si esibivano in tuta lunga al galà della ginnastica (ritmica, atlete bielorusse, minutaggio 1:02:31) ho messo insieme alcuni pensieri e parecchie domande. Il benessere nei propri panni ognuno lo decide per sé. Nessuna/o vuole essere salvata/o per forza, mai. I processi di emancipazione sono sempre e solo volontari. Con le donne ci si può parlare per sapere cosa pensano invece di decidere al posto loro. Salvare le donne per forza cosa è se non patriarcato? Voler educare le/gli altre/i per forza non è una forma di colonialismo culturale? Il divieto del burkini provocherà il passaggio forzato al bikini o limiterà ancor di più la libertà delle donne? È legittimo pretendere che una persona passi dal burkini al bikini? Che differenza c’è tra un maschio-padrone che mi impone di vestirmi e un qualsiasi altro padrone/a che mi impone di spogliarmi? Perché un maschio che mi impone di vestirmi è oppressivo e chi mi impone di spogliarmi è liberatorio? Perché è così difficile accettare che nessuno ha il diritto di impormi il modo in cui devo essere libera?

Guardando la discussione da un punto di vista esterno, non dobbiamo chiederci se il burkini è giusto o no per le altre donne. Dobbiamo chiederci semplicemente se il burkini è giusto per noi. Io non credo che lo indosserò ma quanto al vederlo indossare a me interessa solo se pone problemi di riconoscibilità del volto e se limita la mia libertà. La risposta è no, non pone problemi di riconoscibilità e non limita la mia libertà. Qualcuno obietterà che le donne che indossano il burkini hanno introiettato la loro stessa oppressione, come dicevo sopra. Ma così facendo le si priva una volta di più della capacità di avere voce in capitolo, di decidere qualcosa su sé stesse. Anche perché noi non sappiamo esattamente quale sia la reale condizione rispetto al burkini. Possiamo solo fare delle ipotesi. O imparare a comunicare.

I. S.

 
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Esercizio di stile con le ipotesi

Ipotesi n. 1) Il burkini è uno strumento di sottomissione maschilista. Soluzione: Vietarlo, punto e basta. Implicazioni: Dato il maschilismo imperante le donne non potranno più andare al mare e non faranno più sport.

Ipotesi n. 2) Qualche donna sceglie il burkini perché ne è convinta e probabilmente gli da un significato  che a noi sfugge. Soluzione: Le diciamo che secondo noi lei è schiava e che la liberiamo perché sappiamo cosa è meglio per lei. Implicazioni: Oltre che ai maschi burkinizzatori, quella deve sottomettersi pure a noi. A torto o a ragione lei la percepirà come un’imposizione. Avvertenza: guardate che la logica del liberatore e del selvaggio non funziona.

Ipotesi n. 3) Il burkini è oggettivamente limitante. Soluzione: Lasciamo che ciascuna decida se portarlo o no.  Implicazioni: Gli inevitabili scambi culturali entreranno in azione, quelle donne saranno a contatto con un modello diverso. Tra qualche tempo porteranno ancora l’indumento. Oppure lo abbandoneranno.

Ipotesi n. 4) Le donne non potevano fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Soluzione: Il burkini ha permesso di fare calcio, sport, nuoto, spiaggia etc. Implicazioni: se le donne vivono in una società dove si aboliscono le cause dell’oppressione (cioè non gli si impone di portare l’indumento e neanche di toglierlo) allora saranno libere di scegliere.

Ipotesi n. 5) Per alcune donne la copertura è una scelta consapevole. Soluzione: si può comunicare con le donne che la praticano. Implicazioni: si accetta la loro scelta e si va avanti.

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Rassegna Stampa

Petite histoire du « burkini », des origines aux polémiques

The BURQINI ™ _ BURKINI ™ Brand Story

Modest swimwear for ladies & girls _ Aqua Modesta

Burkini fuori legge in Francia_ antiterrorismo

Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini

‘Burqa plage’, in spiaggia col velo – Arabpress

Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini

Burkini in spiaggia, i sindaci sardi contro il divieto_ noi non lo vietiamo

Francia, anche Valls contro il burkini. _Incompatibile con i nostri valori

Serracchiani contro Valls_ Il burkini non va vietato

Il burkini e il principio di laicità

Burkini, vietarlo è un atto di libertà

Sgrena Il burkini_ Puro esibizionismo

Le musulmane alla sfida dei diritti – La Stampa

Zanardo_ Io femminista vi dico_ vietare il burkini_è giusto

Burkini_ cara Zanardo, il tuo femminismo è autoritario

Il divieto del burkini è un segno di laicità o di islamofobia

Il burkini e le incredibili balle di Lorella Zanardo

Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Famiglia Cristiana

Micromega – Perché è giusto vietare il burkini

La foto usata negli articoli sul burkini_ sapete chi è?

Del velo del corpo e della libertà Ilda Curti

Il divieto di indossare il burkini_ Un’idiozia pericolosa

Troppo in carne, 8 conduttrici sospese da tv Egitto

Il burqa d’Occidente e’ la taglia 42

Intorno al Burkini _ bei zauberei

Burchini, ipocriti e babbei

Il burkini è una trappola vietarlo è sbagliato- H.-B. Levy

La Francia vieta il burkini ma vende le armi ai sauditi

Perché vietare il Burkini in Italia sarebbe incostituzionale

«Io, 18enne italiana, da quest’anno vado al mare col burkini»

French police make woman remove clothing on Nice beach following burkini ban

Burchini si, burchini no e occhi ciechi di stato

A cause de son interdiction, le burkini devient un symbole de révolution

Mediatori culturali – Femminismo islamico_ più radicale di quello secolare

Discorso sulla servitù volontaria

Le concept de l’obéissance de l’épouse au sein du mariage

8 donne per 8 marzo

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile, n 13 

(dal progetto Voglio essere un cuore pensante – Donne oltre le persecuzioni, Capannori, 2010)

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Nel 2010 mi è stato proposto di partecipare come storica a progetto che, partendo dal tema della shoah studiasse se esisteva un approccio tipico delle donne rispetto alle violenze che le avevano coinvolte. Accettai e il progetto prese forma in seno a un gruppo di lavoro quasi interamente al femminile creato dagli assessorati alla cultura e alle attività giovanili di Capannori. Ringrazio per questo Loredana, Anna, Serena, Elena, Cinzia, Gianni, Marco, Alida, e tutte le persone con cui ho avuto il privilegio di lavorare in quell’occasione.

L’idea si tradusse in una mostra che adottò come titolo un passo dei diari di Etty Hillesum, la giovane scrittrice olandese morta nel 1943 nel campo di Auschwitz. Con l’affermazione “Voglio essere un cuore pensante” la Hillesum interrogava tutti noi su un punto preciso: si può resistere alla discriminazione e alla violenza con uno spirito che non si lasci sopraffare dalla paura e dall’odio?

Quando si commemorano le figure del passato se ne piange la perdita, se ne esalta il coraggio, se ne addita il sacrificio. Si ricordano “in morte”, insomma, o comunque nel loro essere vittime. Ma alcune donne, invece, possono solo essere celebrate “in vita” e nel superamento della condizione stessa di vittime.

La Hillesum, dal cui diario è partita l’idea, non è stata solo Etty l’ebrea, Etty la perseguitata, Etty la martire del lager. Certo, è stata tutto questo. Ma è stata anche Etty che ha trovato una via d’uscita alla negazione di ogni dignità umana riaffermando la propria inalienabile natura umana. Etty, nella condizione di crescente restrizione in cui è stata costretta a vivere, con la sua intuizione di unire cuore e cervello, ha riscattato la prigionia, ha superato la paura, ha ricostruito la dignità negata di quegli uomini e quelle donne tormentati.

In nome della lezione della Hillesum questo progetto non è stato commemorativo ma propositivo. Propositivo di un modello che viene delineato dalle figure descritte, attraverso le loro storie e i brani del loro pensiero. Non perché siano compatite o omaggiate ma perché possano provocare, oggi e sempre, le nostre coscienze.

Questa non è una raccolta di immaginette oleografiche. Non sono donne da santificare laicamente. Sono donne normali dalle cui scelte è scaturita l’eccezionalità. Nessuna di loro era soltanto una vittima quando veniva colpita, umiliata, stuprata, esiliata, internata. In loro c’erano già i germi di una irresistibile volontà di non abbandonarsi alla propria condizione. Le loro storie sono vicine. Le loro storie sono le nostre storie.

È per noi stesse e per tutte loro, passate o recenti, per tutte le testimoni piccole e grandi della dignità umana, che possiamo sperimentarci come “cuori pensanti”.

Ilaria Sabbatini

E ora la pubblicità

Collezione organizzata per categorie delle pubblicità a sfondo sessista.

Violenza

 


Carne

 


Genitali


Pratiche sessuali


Rapporti di potere


Stereotipi


Voyerismo


Allusioni verbali

 


Giochi di parole


Figa


Piselli e patate


Tanto per…


Ironia?


 

Old Style

 

La violenza nella pubblicità: i casi di Dolce & Gabbana e Relish Publisessismo, sguardi sulla pubblicità sessista

Server Donne – Dolce e Gabbana_ ritirate questa pubblicità violenta e sessista

La gnocca e la pubblicità

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La prosciutta – il video non è visibile perché tutte le volte che lo carico sul mio canale youtube viene cancellato per supposta violazione del copyright segnalata dall’azienza. Ho smesso di caricarlo perché se l’avessi fatto un’altra volta il mio canale youtube sarebbe stato chiuso. Faccio notare che tutti gli altri video e spezzoni della trasmissione televisiva “Scherzi a parte” si possono rintracciare con estrema facilità su youtube tranne questo. Per questo lascio il link morto, perché a mio parere testimonia la consapevolezza di una situazione da parte della produzione. Provo però a rimettere il video linkandolo da Dailymotion.

Anche da Dailymotion è stato cancellato. Allora andiamo a ripescarlo direttamente dalla pagina di mediaset dal minuto 8.00 potete vedere il clou di questo video

http://www.video.mediaset.it/video/scherziaparte/scherzi/300957/la-prosciutta.html#tc-s1-c1-o1-p1

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Da dividere con gli amici

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La pubblicità  di FATFREEFILMS – Dir. Milovan Radovic (per Sagafalabella)

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Gli stereotipi della pubblicità visti dai pubblitari dell’agenzia BOH!

Se gli uomini prendessero il posto delle donne nella pubblicità

Buzzfeed ha avuto l’idea geniale di ricreare 3 pubblicità famose invertendo il ruolo della donna e dell’uomo. Doritos, una catena di Fast Food e GoDaddy.com avevano orientato le loro campagne pubblicitarie sull’influenza esercitata dalle donne sexy. Una pratica spesso denunciata che vede la donna utilizzata come oggetto di desiderio sessuale per vendere un prodotto. Anche se alcune di queste pubblicità sono ironiche, vedere uomini in posizioni scandalose fa riflettere sulla ridicolosità degli spot immaginati da alcune aziende

 

Pensiero altro

Non ho mai amato troppo le giornate dedicate alla lotta contro soprusi e ingiustizie di vario genere o a favore di diritti e garanzie di base. Non perché non sia d’accordo con questo tipo di mobilitazioni, ovviamente, ma temo sempre che queste giornate funzionino da valvola di scarico; circolano parole, testimonianze, dichiarazioni anche impegnative ma poi i riflettori si spengono, le coscienze anche e si attende la ricorrenza dell’anno successivo. La giornata di oggi però, contro tutte le forme di violenza perpetrate contro le donne, mi impone riflessioni, forse banali e superficiali ma per me urgenti, che avrei voglia di condividere soprattutto con i miei amici e conoscenti maschietti. I messaggi che circolano e lo spirito che li anima devono essere rivolti in primo luogo a noi maschi, non alle donne. Siamo noi la questione centrale, non dimentichiamolo mai. Siamo noi il problema. Siamo noi gli autori di quelle violenze, di quelle volgarità, di quei soprusi che oggi si dichiara di voler combattere. Individualmente possiamo anche non sentirci responsabili perché ci reputiamo buoni mariti, compagni e padri ma a livello collettivo siamo coinvolti tutti. Ognuno di noi contribuisce, direttamente o meno, ad alimentare quella mentalità subdolamente maschilista che si annida in un numero incredibilmente alto di aspetti del nostro vivere quotidiano: giornali, televisione, pubblicità, mercificazione sempre più spregiudicata e poi violenze, di ogni tipo, fisiche e psicologiche.
Ma siamo noi uomini a doverci interrogare sul serio, a metterci in discussione, a protestare e combattere con veemenza quando altri uomini contribuiscono a questa vergognosa deriva. Il nostro silenzio ci rende complici anche se il nostro rispetto nei confronti delle donne è indiscutibile. Invece mi guardo intorno, leggo gli articoli e i post più interessanti, seguo le iniziative più coinvolgenti e registro con rabbia e stupore che quasi sempre sono prodotti da donne che esprimono con coraggio la loro ribellione. Quelle voci sono meravigliose, voglio continuare a sentirle, la mia coscienza ne ha bisogno come l’aria; ma a quelle voci ne devono corrispondere mille volte di più altre, quelle degli uomini che prendono consapevolezza di una questione centrale per la nostra qualità della vita e la affrontano senza paure, vergogne o peggio supponenza. Dobbiamo parlarne assolutamente, magari tra di noi prima di tradurlo in una discussione più ampia, ma bisogna che sui social e nelle associazioni questo aspetto venga dibattuto senza più remore. La giornata di oggi è dedicata a noi uomini e a una delle nostre peggiori espressioni. Non è facile parlarne i modo costruttivo ma secondo me è assolutamente necessario. (Luca Mantelli)

 

Per sè stesse

Prima, delle figura delle donne se ne è impossessata la tradizione culturale negando loro la condizione di soggetti, poi se ne è impossessata la pubblicità completandone la riduzione a oggetti, poi se ne è impossessata la politica sbatacchiando le protagoniste di qua e di là tra velinismo e moralismo, adesso se ne impossessa la propaganda nazionale che guarda alla dimensione internazionale giocando la carta delle donne vittime e delle donne guerrigliere. Francamente sono infastidita. Non perché io non rispetti le vittime o le guerrigliere, ché anzi le piango e le ammiro come sorelle a cui guardare. No, io sono infastidita perché il rispetto passa da una cosa semplice: il “per sè stesse“. Rispetto significa rispettare le vittime e le guerrigliere “per sè stesse”. Rispetto significa non usare le vittime e le guerrigliere per parlare di qualcosa d’altro, attribuendo loro una connotazione arbitraria sulla base dello scopo dello scrivente. Non avete mai sentito le espressioni “i neri hanno il ritmo nel sangue” o “gli omosessuali sono più sensibili degli altri”? Beh, sono frasi razziste. Anche se pronunciate con intenzioni positive e formulate con parole corrette hanno lo stesso presupposto che se dicessero “negri” e “finocchi”: loro sono diversi da noi, che siamo il metro del mondo. Fateci un favore, fatemi un favore, fatevi un favore: rifletteteci. In fondo un xx e un xy hanno solo una lettera di differenza.

Con affetto Ilaria