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Bullismo: parlarne sì ma seriamente

Quello leggerete qui è il risultato di una sfida. Non troverete impressioni individuali ma solo dati statistici e opinioni di persone professionalmente coinvolte dal tema del bullismo: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, educatori.

Io che scrivo non sono professionalmente qualificata in questo ambito: sono un’umanista stanca di una situazione in cui hanno preso la parola tutti – anche quelli che non avevano niente da dire – mentre gli unici che sono in grado di dire qualcosa di qualificato non sono stati ascoltati o nel migliore dei casi hanno ottenuto spazi risicati. Io non mi accontento più di un commento generalista per questo sono andata alla ricerca di letture utili, in una sorta di esperimento condiviso attuato attraverso il mio blog. Peraltro è un esperimento in evoluzione dunque incoraggio i lettori a lasciare altre eventuali indicazioni nei commenti.

Ruminatiolaica è un piccolo blog ma grazie all’aiuto dei miei contatti social sto provando a mettere insieme una rassegna che entri più addentro al problema e lo faccia in modo appropriato. Perché quella del bullismo non è una questione da opinionisti tuttologi ma ha implicazioni talmente profonde da sviluppare conseguenze a lungo termine che ci riguardano tutti.

Una volta tanto, invece di intervistare il personaggio mediatico di turno, si potrebbe dare la priorità a una/o psicoterapeuta, se non altro per avere un punto di vista che esuli dai luoghi comuni e dalle impressioni individuali. Se il problema del bullismo è sentito in modo così urgente sarebbe opportuno privilegiare opinioni qualificate. E visto che per ora non viene fatto proviamo a farlo noi, senza alcuna pretesa di esaustività.

Di seguito riporterò articoli e interviste che mi sono state segnalate da persone che lavorano nell’ambito di competenza della psicologia, della psicoterapia e dell’educazione.

Dati statistici, Fonte CENSIS

«Processi formativi» del 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016

Roma, 2 dicembre 2016 – Bullismo e cyberbullismo, fenomeni diffusi nella parziale consapevolezza di giovani e famiglie. Il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. La percentuale sale al 55,6% tra le femmine e al 53,3% tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni. Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese, eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%). Su internet sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Il 47,5% degli oltre 1.800 dirigenti scolastici interpellati dal Censis indica i luoghi di aggregazione giovanile come quelli in cui si verificano più frequentemente episodi di bullismo, poi il tragitto casa-scuola (34,6%) e le scuole (24,4%). Ma è in internet che il bullismo trova ormai terreno fertile, secondo il 76,6%. Nel corso della propria carriera il 75,8% dei dirigenti scolastici si è trovato a gestire più casi di bullismo: il 65,1% di bullismo tradizionale e il 52,8% di cyberbullismo. Per l’80,7% dei dirigenti, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti. Il 51,8% dei dirigenti ha organizzato incontri sulle insidie di internet con i genitori, avvalendosi prevalentemente del supporto delle Forze dell’ordine (69,4%) e di psicologi o operatori delle Asl (49,9%). All’attivismo delle scuole non ha corrisposto però un’equivalente partecipazione delle famiglie, che è stata bassa nel 58,9% dei casi, media nel 36% e alta solo in un marginale 5,2% di scuole.

L’iniezione digitale nella scuola italiana. Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) sta entrando nel suo secondo anno di operatività, ma emergono alcune criticità. Il principale rischio, segnalato dal 77,2% dei 1.221 dirigenti scolastici interpellati nell’ambito di una indagine Hewlett-Packard-Censis, è quello di un’offerta formativa inadeguata o insufficiente. Al secondo posto (70,9%) si colloca il rischio che l’entusiasmo tecnologico metta in ombra la rivisitazione dei modelli pedagogici, ovvero che le tecnologie siano utilizzate nelle scuole con un approccio didattico tradizionale. Quasi la metà dei dirigenti (47,6%) esprime il dubbio che il Piano accentuerà le disparità tra le scuole «forti», con esperienze pregresse, buona dotazione tecnologica e docenti formati all’uso delle nuove tecnologie, e le scuole che si affacciano ora al mondo digitale. Il 40% dei dirigenti delle scuole del Mezzogiorno fa riferimento a una «scuola digitale a due velocità».

La capacità inclusiva dell’Iefp degli allievi con disabilità. Il sistema dell’istruzione e formazione professionale (Iefp) si rivolge ai giovani che per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione-diritto/dovere all’istruzione e alla formazione optano per percorsi di breve durata e professionalizzanti. In soli tre anni, a partire dal 2011-2012 gli iscritti al triennio sono cresciuti del 56,5%, e nel 2013-2014 sono in totale 316.000. Tra il 2012 e il 2014 gli iscritti con disabilità ai percorsi triennali risultano essere tendenzialmente in crescita, essendo passati dai 14.340 del 2012-2013 ai 17.117 del 2014-2015. Cresce anche la loro incidenza sul totale degli iscritti, passata dal 5,2% al 6,5%: valori significativamente più elevati di quelli rilevabili nel primo triennio di scuola superiore, dove nel 2012-2013 e nel 2013-2014 la presenza di alunni con disabilità è stata pari rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Sono i corsi per operatore della ristorazione quelli che riscuotono il maggiore gradimento (32%), seguiti a distanza da quelli per operatore del benessere (8,8%) e operatore amministrativo-segretariale (7,1%). Sono soprattutto le istituzioni formative ad accogliere questa tipologia di allievi (7,5% degli iscritti), mentre nei percorsi Iefp attivati nelle scuole la quota si attesta al 6%. Le istituzioni formative svolgono nei confronti dei disabili una preziosa funzione di inclusione. Ma l’approccio formativo serve anche per l’acquisizione di competenze di base e specialistiche in grado di fornire professionalizzazione e occupabilità.

L’attrattività dell’Alta formazione artistica e musicale, nonostante l’attesa della riforma. Successo per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam): considerando sia i corsi pre-accademici, sia i corsi di livello terziario, si è passati dai 54.984 iscritti del 1999-2000 agli 87.003 del 2015-2016 (+58,2%). Un incremento conseguente all’attivazione dei corsi accademici riformati: tra il 2008-2009 e il 2015-2016 gli iscritti a corsi di livello terziario sono passati da 48.281 a 63.054 (+56,5%). Un’attrattività esercitata anche in ambito internazionale, grazie alla tradizione e al prestigio delle discipline artistiche in Italia. Per la sola fascia accademica, gli stranieri iscritti sono 10.710 nell’a.a. 2015-2016, con un incremento del 10,7% sull’anno precedente e un peso sul totale degli iscritti del 17% (il corrispondente indicatore per il sistema universitario nell’insieme è pari al 4,3% nel 2014-2015). Le strutture più frequentate sono le Accademie di belle arti statali e non, con il 22,3% di stranieri iscritti ai corsi di I e II livello, pari al 70,3% degli stranieri che scelgono l’Italia per conseguire un titolo terziario in campo artistico-musicale. Secondo i dati del 2014-2015, gran parte del successo estero dell’offerta Afam dipende dal consistente flusso in ingresso di cinesi (circa il 52% del totale). Secondo i direttori Afam interpellati dal Censis, le principali criticità riguardano la mancata emanazione dei decreti attuativi della legge 508/99 (per l’84,5%), l’insufficienza dei fondi disponibili (59,2%) e le modalità di reclutamento obsolete e non meritocratiche (53,5%). Va garantita la possibilità di reclutare docenti di prestigio (per il 70,7%), rafforzato il collegamento con il mondo del lavoro (68,3%), migliorati i servizi di accoglienza e diritto allo studio (63,4%). Per i direttori delle Accademie di belle arti è urgente avviare i dottorati di ricerca, completando l’offerta formativa e sviluppando le attività di ricerca (68,8%). Il 56,3% di loro vedrebbe con favore lo sviluppo di un’offerta di corsi a pagamento per gli stranieri interessati.

I ridotti sbocchi professionali, principale causa di insoddisfazione delle scelte universitarie. La ridotta attrattività dell’istruzione universitaria è ormai un fenomeno di lungo periodo. Il cambio di segno delle immatricolazioni nell’anno accademico 2014-2015 (+1,1% sull’anno precedente) fa sperare in una inversione di tendenza. A quattro anni dal conseguimento del titolo, il 68,4% dei laureati ha indicato l’interesse disciplinare quale principale motivo per la scelta del percorso universitario intrapreso, seguito a distanza dalla convinzione che l’immatricolazione al corso di laurea preferito garantiva buone prospettive lavorative (16,3%). Tuttavia, il 32,4% oggi non si riscriverebbe allo stesso corso. Circa il 20% di chi disconosce la scelta fatta individua la causa nella maturazione di nuovi interessi, ma quasi il 60% è insoddisfatto per gli sbocchi professionali della laurea conseguita (e il livello di insoddisfazione è superiore di oltre 8 punti percentuali tra le laureate rispetto ai colleghi maschi). La scelta universitaria, anche se causa di qualche rimpianto, resta pur sempre un’esperienza positiva per i più. L’86,1% di chi non si iscriverebbe di nuovo al corso di studi prescelto dichiara, nonostante tutto, di volersi riscrivere.


Dati statistici, Fonte ISTAT

Comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi: Bullismo

Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale.

Hanno subìto ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti più i ragazzi 11-13enni (22,5%) che gli adolescenti 14-17enni (17,9%); più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%). Tra gli studenti delle superiori, i liceali sono in testa (19,4%); seguono gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%).

Le vittime assidue di soprusi raggiungono il 23% degli 11-17enni nel Nord del paese. Considerando anche le azioni avvenute sporadicamente (qualche volta nell’anno), sono oltre il 57% i giovanissimi oggetto di prepotenze residenti al Nord.

Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).

Le prepotenze più comuni consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici. Tra le ragazze è minima la differenza tra prepotenze di tipo “diretto” e “indiretto” (rispettivamente 16,7% e 14%). Al contrario, tra i maschi le forme dirette (17%) sono più del doppio di quelle indirette (7,7%)


 

 Contributi

Sergio Astori, Narcisisti di oggi (e di domani?)  

Sergio Astori, Psichiatra e docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano

Narciso sta prendendo il posto di Edipo nelle menti e nei cuori dei nostri giovani? Incuriosisce che «per dirsi qualche cosa» i ragazzi degli anni Sessanta, secondo il ritornello composto da Franco Migliacci (1963), dovessero «farsi mandare dalla mamma a prendere il latte», mentre quelli di oggi «per comandare» debbano andare «in tangenziale» (Fabio Rovazzi, Daniele “Danti” Lazzarin, 2016). I “nati nel nuovo millennio” sono descritti dai mass media come autoreferenziali, poco motivati, impacciati nel confronto con mamme ipercinetiche e padri latitanti: i cosiddetti Papà-Pig, perché il padre di Peppa Pig non sa fare quasi nulla e la famiglia lo dimentica anche al picnic. Nella rappresentazione popolare sembrano giovani orfani di genitori, consolabili solo col piacere chimico. «I tuoi genitori ti han sbattuto fuori, ti chiamo hai la batteria scarica, fatti ogni singola droga, per asciugarti ogni singola lacrima» rappa Gué Pequeno (2013). Sono davvero così fragili i pronipoti di Gianni Morandi? Sui mezzi pubblici incrocio gruppi di studenti che sanno alternare la commozione per il film Disney visto la sera prima a risatine maliziose su quanto “tira la foto di un tipo” sui social. 

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Patrizia Fistesmaire, La tensione della cosa pubblica*

* l’articolo in versione integrale è stato concesso dall’autrice a questo blog

Patrizia Fistesmaire, Dirigente Psicologa e Psicoterapeuta Responsabile del Consultorio della Zona Piana di Lucca

L’episodio di Lucca è un evento triste perché mette tutti gli adulti di fronte ad un’inquietudine esistenziale ove si tende a porsi nei panni del professore più che del giovane. Non siamo di fronte ad un conflitto generazionale ma ad un atto che segue una logica differente dalla contestazione e dalla lotta tra il giovane e l’adulto, tra lo studente e la scuola, per l’affermazione di sé e di diritti considerati dei principi per cui cercare uno scontro. Preoccupa la modalità di aggressione, non soltanto l’aggressione in sé. L’umiliazione e la spettacolarizzazione di questa (…). Immortalare un’immagine e diffonderla significa dargli una vita propria che spesso sfugge sia all’intenzione che alla consapevolezza di chi lo ha fatto. Ma gli adolescenti di oggi hanno nuovi bisogni rispetto al passato poiché sono figli di una società notevolmente mutata.

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Ma première pensée a été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme. C’est souvent ma méthode – partir de la première idée qui me vient en tête, sans juger si elle est bonne ou mauvaise. C’est un principe qui peut s’autoriser de la psychanalyse (…). Mon point de départ a donc été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme, et pourquoi. Car qui dit symptôme en psychanalyse dit déplacement de la pulsion, ou du moins, dans les termes freudiens, substitution d’une satisfaction de la pulsion – ce qui, en lacanien, peut se traduire par jouissance (…). Voilà la question que je me suis posée : l’émergence de la violence, n’est-ce pas le témoignage qu’il n’y a pas eu de substitution de jouissance ?

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 Con il bullismo abbiamo sempre usato l’approccio sbagliato?

Il Post

La strategia di Pikas si chiama “metodo dell’interesse condiviso” e oltre ad essere applicato nei paesi scandinavi da circa trent’anni viene utilizzato in via sperimentale in alcuni paesi francofoni come Francia, Belgio e Svizzera, e anche in Australia. Due ricercatori australiani hanno condotto un’indagine su questo metodo dimostrando nel 2010 che, ovunque sia stato messo in pratica, ha raggiunto ottimi risultati. Il metodo parte dal presupposto che le molestie e il bullismo siano un fenomeno di gruppo: ci sono studenti il ​​cui coinvolgimento è maggiore, altri che partecipano in modo indiretto (ad esempio ridendo) e poi c’è il resto della classe che resta a guardare.

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Bullismo: genitori, che fate?

intervista a Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore del consultorio sull’adolescenza dell’istituto “Minotauro”.

Altroconsumo

Il bullismo è un fenomeno sottostimato, come risulta nella nostra inchiesta?

Ė poco conosciuto nella sua definizione specifica, c’è invece una banalizzazione del significato della parola bullismo: di solito i genitori lo riferiscono genericamente a dispetti e prevaricazioni o a normali difficoltà che i figli possono incontrare in età scolastica.

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Ersilia Menesini è Professoressa Ordinaria di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Firenze. Nel monografico estivo di Psicologia e scuola (luglio/agosto 2015) Il bullismo a scuola. Come prevenirlo, come intervenire si rivolge agli insegnanti, agli psicologi scolastici, ad altri professionisti che lavorano in collaborazione con la scuola e ai genitori.

Il libro nasce per dare una visione più completa e aggiornata del fenomeno bullismo, descrivere e approfondire alcune strategie per la prevenzione e il contrasto del problema e offrire strumenti utili per intervenire in modo efficace.

 

 


Le  letture

 Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi a crescere? Come si può aiutare un figlio se si preferisce il ruolo di madri-sorelle o padri-fratelli? Nel corso degli ultimi cinquant’anni siamo passati da una generazione di genitori autoritari a una generazione di genitori deboli. Ma la soluzione non è tornare indietro. Secondo Ammaniti è necessario cambiare marcia, non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Non si tratta di ricreare vecchie barriere, ma di capire che la separazione serve a salvaguardare le differenze che caratterizzano ogni essere umano. Leggere l’anteprima
 I servizi di psichiatria vedono crescere il numero di giovani che accusano forme di disagio psichico. Un fatto allarmante, che più che il segnale di un aumento delle patologie, è il sintomo di un malessere generale che permea la società. Un fenomeno che costringe a interrogarci su che cosa si basi la nostra società, su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non ci fosse, ma la fede nel progresso è sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri.
 Après l’enfance, c’est le temps des métamorphoses. Après l’enfance, il faut trouver de nouveaux mots, de nouvelles façons de dire, d’écrire – sur les murs, sur le corps parfois – pour faire trace de sa présence. Ou bien effacer toute trace de ce corps en trop. Après l’enfance, on s’affronte à des terreurs insoupçonnées, à des attraits naissants, et il n’y a pas de mode d’emploi qui dise comment faire. Alors, on s’avance à plusieurs, en bande ou avec la meilleure copine. D’autres appuis se proposent, combien plus périlleux et radicaux parfois.  Après l’enfance, nous ne pouvons plus nous contenter de tendre aux jeunes gens et aux jeunes filles déboussolés le miroir d’une adolescence qui ne reflète que nos rêves ou nos peurs – de parents, d’adultes, de citoyens.
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Quale presepe?

È da tanto che non scrivo. Il lavoro mi ha preso tutto il tempo e non c’è stato spazio per i pensieri personali. Ora, a meno di un mese dal Natale, mi prendo un attimo per riflettere su alcune cose che voglio condividere.

Per me il presepe è sinonimo di odore di resina e scosse salate alla punta della lingua. Cominciava sempre con mio padre che comprava un abete vero, con le radici, che poi avremmo piantato da qualche parte. Non c’era coscienza ecologista ma solo l’idea che non valeva la pena di far morire un albero. Le file delle lucine non si cambiavano mai, si sostituivano le lampadine rotte e per capire quali si usava la pila. Funzionava così: si prendeva una batteria grande, di quelle quadrate con due linguelle, si prendeva una lucina e si avvicinava alle linguelle: se si accendeva poteva essere conservata altrimenti veniva buttata. Quando non si sapeva più se la pila era carica si testava con la punta della lingua: si avvicinava alle linguelle e se si sentiva una scossa salata era segno che la carica c’era ancora. Due giorni interi servivano a questa liturgia laica: sistemare l’albero, testare le file di lucine, verificare le palline, che erano tutte di vetro e si rompevano sempre, disporre i festoni argentati e infine issare il puntale.

Poi si passava al presepe. Da settimane si teneva da parte la carta marrone del pane per fare la montagne. Ma prima delle montagne si disponeva un fondale scuro. Mio papà e io, che eravamo filologici, usavamo un drappo di raso blu notte scelto dalla mia mamma che, in qualità di sarta, era la nostra consulente per i materiali. Dietro il drappo di raso disponevamo le lucine rigorosamente bianche a fare le stelle. Poi il raso, poi le montagne. A quel punto serviva il muschio che andavamo a raccogliere sui poggi delle mura urbane o vicino alle polle nella campagna. Lo facevamo asciugare un po’ sui caloriferi, prima di metterlo nel presepe, e così gli odori diventavano più complessi: resina di pino, tessuto scaldato, muschio fresco, lievito di pane.

Per me il presepe è ancora questo: resina, muschio, pane e calore. Tessuto scaldato. Solo così ha un senso e può accogliere le figurine. A un certo punto capii che non erano tanto credibili le casette con la neve come se fosse un panorama alpino. Allora smettemmo di usare le casette e passammo alla sabbia, ai sassi, ai cammelli e alle palme. Non sapevo bene se tutto ciò fosse più realistico ma mi pareva più logica la palma della conifera e la sabbia al posto della neve. I personaggi rimanevano gli stessi perché non si riuscivano a trovare trovare figurine dai tratti mediorientali. Così c’era una sacra famiglia caucasica e bionda in mezzo a palmizi e cammelli. Niente laghetti e fiumicelli: solo oasi di palme per abbeverare le greggi. Ecco, quella confusione di luoghi, di etnie, di specie animali e vegetali per me si chiamava presepe. E ancora oggi il presepe è rimasto quello.

Ilaria Sabbatini

Questo è il racconto evangelico della Natività:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo». (Vangelo di Luca, capitolo 2, 7)

Video: alcuni genitori protestano davanti alla scuola di Rozzano

La signora nel video dice tra gli applausi: “la nostra legge è questa”. Con tutta la simpatia che ho per il presepe e il rispetto profondo che nutro per le religioni, la donna non sa cosa sta dicendo: parla a vanvera. Queste persone non stanno offendendo i laici, non gli atei ma gli stessi cattolici e tutte le persone intelligenti di questo paese. Se costoro non conoscono le leggi italiane che studino la costituzione perché questa “non è la nostra legge“. Poi facciano pure quel che piace loro: carole, coretti, presepi, sacre rappresentazioni ma non dicano scempiaggini offensive delle leggi italiane.

 

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Il comunicato del dirigente scolastico della scuola di Rozzano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La carta dei luoghi

 

La condizione reale della scuola di Rozzano

CasaPound blocca l’ingresso dei bimbi rom a scuola

“Fuori gli ebrei dalla scuola pubblica”

In seguito al Decreto Legge del 5 settembre 1938 – le cosiddette “leggi razziali” – per l’iscrizione alle scuole pubbliche occorre presentare un attestato di non appartenenza alla razza ebraica. Alunni ed alunne ebrei non possono frequentare la scuola statale. Gli insegnanti ebrei vengono “dispensati” dal servizio o pensionati.

Legislazione antiebraica del 1938

Principali provvedimenti antiebraici nel settore scolastico
• RDL n. 1390 del 5 settembre 1938, “Provvedimenti per la difesa della razza nella
scuola fascista” (GU n. 209 del 13 settembre 1938), convertito nella Legge n. 99 del
5 gennaio 1939 (GU n. 31 del 7 febbraio 1939)
• RDL n. 1630 del 23 settembre 1938, “Istituzione di scuole elementari per fanciulli
di razza ebraica” (GU n. 245 del 25 ottobre 1938), convertito nella Legge n. 94 del 5
gennaio 1939 (GU n. 31 del 7 febbraio 1939)
• RDL n. 1779 del 15 novembre 1938, “Integrazione e coordinamento in unico testo
delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana”, convertito
nella Legge n. 98 del 5 gennaio 1939 (GU n. 31, 7 febbraio 1939)
Disegno del senese Mino Maccari (1898-1989) dedicato a Telesio
Interlandi (1921-1989), già direttore de Il Tevere e ora de
La difesa della razza (pubblicato il 25 nov. 1938)

 

Nastasi – L’allontanamento degli italiani ebrei dalle scuole e dalle università

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La manifestazione del Blocco Studentesco in via Cesare Lombroso a Roma

 

Roma, CasaPound blocca l’ingresso dei bimbi rom a scuola. La condanna del Campidoglio – Repubblica