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Scommettere sulla fiducia

Chi mantiene una vita è come se mantenesse un mondo intero (Talmud)
Chi avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera (Corano)
.

Oggi volevo ricordare la giornata della vittime dell’immigrazione. Così ho deciso di usare le frasi del Talmud e del Corano che tanto mi avevano colpito associandovi una foto. Volevo solo fare un post su Facebook ma poi ho cominciato a riflettere su cosa mi aveva portato proprio a questa scelta e ho pensato che fosse un processo interessante.

Cercavo un’immagine che rappresentasse il rovescio positivo della medaglia, qualcosa che puntasse su quello che si può fare e che rappresentasse gli effetti concreti ed emozionali di un comportamento aperto. Perché noi siamo ammalati di paura e la paura ci chiude.

Si siamo ammalati di paura e lo siamo tutti. Paura del futuro, paura della povertà, paura dell’altro simile a noi, paura di chi ha un’opinione diversa, paura del dialogo, paura dell’autocritica, paura delle sfumature, paura di chi non è perfettamente allineato, paura dei dubbi, paura delle domande, paura gli uni degli altri, paura del diverso, paura del migrante, paura delle istituzioni, paura in tutte le sue forme. Talmente tanta paura da congelarci nelle nostre posizioni reciproche senza più poterci muovere.

Ho scelto una donna delle istituzioni e non è un caso. Prima di tutto perché le istituzioni possono avere un approccio aperto, non solo sanzionatorio o censorio. Poi perché si tratta di una donna a capo di un istituto importante, per mostrare che questo è possibile, che è già accaduto e accadrà ancora.

Questa è una donna che allatta una bambina, in una questura. Un corto circuito molteplice. Una nativa italiana e una no. Insieme, in un gesto profondamente intimo ma anche doloroso. Favour in questa immagine aveva nove mesi ed era appena rimasta orfana della madre che la accompagnava nella traversata ed era incinta di un altro bambino.

Così è successa la cosa più naturale e umana del mondo: è scattata la reazione di protezione. Un essere umano fragile e in pericolo viene assistito da un altro essere umano che lo protegge, lo nutre e lo consola.

Non è un’esclusiva delle anime buone e tanto meno delle madri: tutta questa roba ce l’abbiamo dentro di noi. La paura ce la fa sotterrare in fondo alle coscienze, sotto uno strato di motivazioni varie, ma ce l’abbiamo. Ce l’abbiamo tutti. E non perché siamo buoni ma perché siamo umani.

Umani, ovvero esseri senzienti dotati di auto-consapevolezza, figli dell’istinto di sopravvivenza e di un flusso di cultura continuo che ci collega alla storia della nostra stessa fragilità. Ecco perché oggi non griderò al razzismo e non userò le foto di morti annegati che pure conosco molto bene.

Voglio provare a cambiare stile di comunicazione. Semplicemente perché la manifestazione dell’empatia umana è già accaduta molte volte. E anche se spesso ce lo dimentichiamo, questo dimostra in modo inequivocabile che accadrà di nuovo e che potrà coinvolgere ciascuno di noi.

Non è stato semplice elaborare questo nuovo approccio e non sono neanche sicura che vada bene. In ogni caso ha significato una lunga riflessione sul modo in cui ci relazioniamo, sul mio stesso modo di comunicare, sul perché è così difficile ascoltare gli altri quando non sono il nostro specchio identico.

Ha significato cambiare non solo linguaggio ma anche stato d’animo e propensione verso gli altri, soprattutto verso coloro che non la pensano come me. Ha significato capire la quota di violenza che mi abita quando presumo che negli altri non ci sia empatia umana. Ecco perché oggi voglio scommettere sul contrario. Scommettere sulla fiducia.

Ilaria Sabbatini

Nella foto: Maria Volpe, capo della questura di Agrigento, che si prende cura della piccola Favour, maggio 2017

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Manuale per una lettura critica della stampa

A) STRUTTURAZIONE DELL’INFORMAZIONE NEL PERIODICO

1. LOCALIZZAZIONE ED ESTENSIONE DELLA NOTIZIA

Il luogo e lo spazio che occupa una notizia influisce in maniera fondamentale nella sua percezione da parte del lettore, relativizza la sua importanza e favorisce il fatto che una determinata informazione possa passare più o meno inosservata in funzione degli interessi del periodico. Sotto l’apparenza di stare informando in maniera dettagliata sopra una gran quantità di fatti di attualità, i media stabiliscono in realtà una gerarchizzazione interessata degli stessi, secondo la loro localizzazione ed estensione, che privilegia quindi certe notizie ed emargina e quasi occulta altre.

Si possono considerare varie forme di risaltare o nascondere una notizia che dipendono dal luogo e dallo spazio che occupa:

1.1 Secondo le pagine dove appare

Le notizie in copertina e nelle prime pagine sono quelle che si leggono per prime dato che risaltano fra le altre come le più importanti. Influiscono dunque sopra i lettori dandogli come già selezionati alcuni centri di interesse a scapito di altri. Nella stessa maniera si può risaltare di più una notizia se si presenta in una pagina dispari poiché si presta più attenzione a quella (è più “in vista”). Di fatto, inserire un annuncio in una pagina dispari è sempre più caro che in una pagina pari, perché risulta più visibile.

1.2 Secondo la sua ubicazione nella pagina

Se è situata, per esempio, negli angoli superiori, sopra tutto quelli a destra, una notizia salta più agli occhi che in altre posizioni. La composizione finale della pagina può quindi servire per emarginare certe notizie e risaltare altre.

1.3 Secondo la sua estensione

L’ampiezza di una notizia, vale a dire: il numero di pagine che un periodico le dedica e quello dei giorni che lo mantiene “di attualità” sono un buon metro dell’interesse che il periodico vuole dare (e che i lettori diamo) ad un determinato argomento.

Un esempio che illustra i punti anteriori lo troviamo in El Mundo 27-5-99 (vedi pag. 38) che dedica la copertina e le due prime pagine interne al processo di Milosevic da parte del Tribunale de L’Aia (il giorno successivo appare una nota in prima pagina ed una pagina interna -vedi pag. 39 – così come successivi commenti al riguardo durante le settimane posteriori). La denuncia, in cambio, che la Yugoslavia presenta nello stesso tribunale contro la NATO solo si merita in quello stesso giornale del giorno 3 di Giugno mezza colonna in una pagina (pari) interna (vedi pag. 40).

1.4 Secondo la sezione in cui appare

Tutto il giornale è suddiviso in sezioni, in base generalmente a due criteri distinti:

Sezioni di estensione o portata: Opinione, Internazionale, Nazionale, Regionale, e incluso Locale. Determinano la rilevanza o la portata che ha una notizia.

Sezioni specializzate: Società, Cultura, Economia, Sport, ecc. Determinano il carattere o l’interpretazione della notizia.

Questa suddivisione della realtà non è implicita nei fatti, ma dipende dal criterio soggettivo di ogni periodico. In teoria suddivisione in queste sezioni si realizza per ordinare l’informazione e facilitare la sua comprensione.

Però, oltre il proposito di organizzare le informazioni, l’assegnazione di una notizia ad una o un’altra sezione di solito ha un’influenza importante sopra la sua rilevanza e diffusione, e sopra l’interpretazione che gli si da.

a) Effetti sulla rilevanza e la diffusione

Tutte le sezioni non hanno la stessa importanza né diffusione, ma hanno una gerarchizzazione. Quanto prima si ponga una sezione, normalmente le sue notizie saranno più risaltate. L’ordine delle sezioni varia a seconda dei periodici, ma di solito è: Opinioni, Nazionale, Internazionale, Società, Cultura, Regionale (diffusione che non oltrepassa la regione corrispondente), Economia.

La collocazione di una notizia in una o un’altra sezione, anche se spesso può risultare abbastanza ragionevole, altre volte risulta senza dubbio arbitraria e discutibile. Così la scelta della sezione può avere l’effetto di risaltare molto o emarginare totalmente un avvenimento.

Per esempio, la sezione delle Opinioni (contiene gli Editoriali ed i colonnisti ed umoristi più prestigiosi) è, per la sua collocazione, una delle più lette di qualsiasi testata. Ed il criterio per decidere se un fatto si merita o no di essere commentato in Opinioni, o come “argomento del giorno” negli Editoriali, è totalmente arbitrario. Si tratta semplicemente di ciò che il giornale considera più rilevante.

Nel caso delle altre sezioni, anche se i criteri di collocazione sono di solito più chiari, ci si può trovare ugualmente un certo grado di arbitrarietà. Risulta spesso abbastanza arbitrario e interessato il fatto che, per esempio, a molte dichiarazioni dei politici, estratte dai loro continui “deliri”, bisticci e strategie, gli si attribuisca importanza nazionale, mentre si relegano quasi tutte le mobilitazioni sociali importanti a sezioni “più discrete” come Società, Regionale (che non vengono diffuse al di fuori della regione) o incluso Economia.

Per esempio, alle dichiarazioni del politico nazionalista basco Arzallus, estratte da un discorso fatto in una festa regionale, El Paìs del 25/4/00 gli da una portata Nazionale (ed internazionale, per coloro che leggano questi periodici fuori da questo stato, vedi pag. 41). Mentre una protesta effettuata da agricoltori di tutto il paese che si riunirono a Madrid per manifestare il loro malcontento per il rialzo del prezzo del petrolio, il Diario 16 del 4/5/99 (vedi pag. 42) non la riporta nella sezione Nazionale ma in quella di Madrid, per cui la diffusione e risonanza di una protesta di carattere nazionale non supera in questo caso il ristretto ambito regionale.

Da un’altro aspetto, a parte gli effetti sulla diffusione della notizia, l’aggiudicare un fatto a Nazionale o a Regionale influenza logicamente l’idea che il lettore si fa sulla sua rilevanza, come qualcosa di aneddotico o qualcosa che arriva ad interessare tutto il paese.

Però a volte si può verificare un effetto inverso nella relazione fra le sezioni Internazionale e Nazionale. Nonostante entrambe abbiano la stessa diffusione, l’inclusione di una notizia in Internazionale può cercare un effetto di lontananza conveniente (in questioni scomode o delicate). Di modo che un fatto che ci interessa in maniera importante è presentato come qualcosa di distante, estraneo alla nostra realtà più immediata e per tanto poco rilevante. Di solito questo succede in ciò che riguarda le riunioni ed accordi di organismi internazionali su temi militari (NATO, OCDE), economici (FMI, WTO) o incluso alimentari (Per esempio, la discussione sugli alimenti transgenici ci suona come qualcosa che sta succedendo “lì fuori”, quando in realtà è molto tempo che li stiamo consumando).

b) Effetti sull’interpretazione

Però è soprattutto con la collocazione in “sezioni specializzate” dove il periodico sta offrendo una chiara interpretazione previa del fatto, quindi ognuna di queste sezioni apporta un punto di vista proprio. Queste sono a diffusione nazionale, però in generale risultano più marginali delle “sezioni di estensione o portata” Nazionale e Internazionale, quindi all’interno della gerarchizzazione si situano sempre dopo di esse.

Sono inoltre sezioni dirette a un pubblico “più specializzato”, e ciò le rende ancora più marginali (come la sezione Società, autentico “ripostiglio” in cui si mescolano notizie di interesse sociale con fatti, scoperte scientifiche, ed altre curiosità ed aneddoti morbosi) o più ristrette (come la sezione Economia

Affari, che utilizza persino un gergo proprio pieno di tecnicismi).

Così succede che a certi fatti di interesse generale gli si da meno importanza collocandoli in sezioni specializzate come Società, o si restringe la sua lettura ad un “pubblico selezionato” situandoli in Economia.

Per esempio, in “El Paìs” del 30/5/99 (pag. 43) figura nella sezione di Affari-Economia una pagina intera dedicata alla Turchia sotto il titolo “Nonostante tutto Expotecnia viaggia a Istambul”. Leggendo l’articolo scopriamo che non tratta solo dati economici o commerciali, ma che apporta informazioni molto dettagliate sopra questo paese: situazione politica, relazioni con la Spagna, problema kurdo, conflitto con il governo basco per l’intenzione di questo di ospitare il governo kurdo in esilio, ecc. Vale a dire, fatti di chiaro interesse generale e non esclusivamente commerciale, come suggerisce la sezione in cui è situata la notizia. Però la sua lettura è rimasta ristretta ad impresari ed economisti.

Un altro buon esempio è quello di una notizia sulla scoperta che lo Stato Svedese ha applicato politiche di massiccio “miglioramento razziale” (mediante la sterilizzazione di persone considerate inferiori, per evitare la loro riproduzione), durante più di 40 anni e fino a quattro anni fa. Un fatto tremendamente scandaloso, che il giornale ABC del 29/3/00 (pag. 44) relega alla fine della sezione Società, insieme ad una notizia sopra un incidente di sciatori in Austria e morbose informazioni sui riti criminali di una setta apocalittica africana. La notizia passa così abbastanza inosservata, ed è interpretata in chiave aneddotica e morbosa.

In generale, l’inclusione di un fatto in una sezione specializzata si suppone che gli dia un determinato punto di vista, ugualmente specialistico, scartando altre interpretazioni che potrebbero essere altrettanto o più valide.

Per esempio, l’ABC del 1/6/99 (pag. 45) include nella sezione Economia una notizia intitolata “Convocato uno sciopero dei minatori per oggi e domani”, dando a questa un trattamento esclusivamente economico, come corrisponde alla sezione. Così non vengono trattati gli aspetti umani, sociali e del lavoro della protesta e della situazione dei minatori.

Riassumendo, uno stesso fatto si può dirigere a gente molto differente, ed interpretare in maniera molto differente a seconda della sezione specializzata in cui si includa.

Per terminare, un buon modo per sopradimensionare un fatto e generare molta attenzione su di esso è includerlo contemporaneamente in più sezioni del periodico, di modo che arriva a tutti i lettori. Per esempio, ripetendo i successi economici di un governo simultaneamente in Opinioni, Internazionale, Nazionale, Economia, Società, ed incluso negli articoli dei supplementi domenicali. Molti fatti possono essere affrontati ed interpretati da molti aspetti e punti di vista contemporaneamente, però il periodico lo fa solo quando gli risultano specialmente interessanti.

 

2. CONTORNO / CORNICE NELLA QUALE È INSERITA LA NOTIZIA

La cornice in cui si inserisce la notizia, vale a dire le altre notizie, coi loro titoli e foto, che la circondano, può influire in maniera importante sulla sua interpretazione. La maggior parte delle volte la cornice di una notizia è abbastanza casuale, o risponde alla logica delle sezioni tematiche, dello spazio disponibile, ecc. Però più spesso di quanto si possa pensare, si “disegnano” le pagine (selezione e collocamento strategico di notizie, foto, redazione di titoli, ecc.) perché anche il contorno influisca su una notizia, rafforzando così il “messaggio” negativo o positivo della stessa, smentendola, coprendola o, al contrario, risaltandola. Il “disegno” della pagina, nel suo insieme, può convertirsi in un meccanismo molto sottile di interpretazione della realtà, provocando l’associazione più o meno cosciente di idee e notizie che formalmente sono indipendenti e che non sono relazionate esplicitamente.

Un esempio chiaro si vede in El Paìs del 24/12/98 (pag. 46). La copertina riporta “Barrionuevo e Vera escono oggi dal carcere dopo l’indulto del Governo”, vale a dire, sono liberati nonostante la loro provata implicazione nel terrorismo di stato dei GAL (organizzazione illegale, ma tacitamente consentita, di poliziotti e “guardia civil” spagnoli che si dedicavano a perseguitare ed uccidere sospetti appartenenti all’ ETA). Questa notizia viene messa giusto sopra la foto di copertina relativa ad un’altra questione, con la seguente didascalia: “Ormai non ci sono più detenuti dell’ETA nelle isole Canarie”, e mostra un’auto della “Guardia Civil” (corpo di polizia simile ai Carabinieri) vicino ad un aereo militare. Due notizie in colonna, alla destra della pagina, completano la cornice: la prima, la dimissione di due ministri britannici per aver nascosto un prestito; la seconda, la condanna per corruzione dell’ex-vicepresidente Belga.

Questa composizione non è casuale: l’indulto e scarcerazione di due ex-membri del governo spagnolo per un crimine di terrorismo di stato, ha senza dubbio una componente scandalosa che si pretende neutralizzare in due maniere. Da una parte, si vuole affermare che anche col terrorismo dell’ETA si agisce in maniera benevolente, con l’avvicinamento di alcuni detenuti. Da un altro lato, si mostra la “normalità” che è la corruzione dei politici incluso in paesi “democratici da sempre” come Gran Bretagna e Belgio.

Un altro caso di uso manipolativo del contorno è l’abituale collocazione di notizie sopra occupazioni (sgomberi violenti, processi o manifestazioni conflittuali) nella sezione Nazionale vicino a notizie sopra Jarrai e la “kale borroka” (violenze e vandalismi urbani perpetrati dall’ETA) nei Paesi Baschi, seguendo la tattica del Governo di relazionare entrambi i fenomeni, presentando al movimento dei centri sociali come infiltrato e contagiato dai protagonisti della guerriglia urbana basca. Data la mancanza di prove in proposito, si fa uso di tecniche manipolative come questa.

 

3. FOTOGRAFIE ED ALTRO MATERIALE GRAFICO

Insieme ai titoli, le foto ed altro materiale grafico (disegni, schemi, cartine, ecc.) sono gli elementi di una notizia che attraggono maggiormente l’attenzione su di essa. Senza dubbio, il fatto di aggiungere o meno una foto ad una notizia, così come la sua grandezza, influisce poderosamente nel risaltare o sminuire il fatto riportato. Questa è un’altra tecnica che possiede il periodico per imporre ciò che considera fatti interessanti ed emarginare quelli che non gli interessano.

Un esempio molto comune di questa attitudine sono le notizie che si riferiscono all’ultima novità di qualche scandalo politico o qualche dichiarazione ufficiale, che di solito includono la fotografia del/la ministro/a o politico/a di turno, spesso fin troppo conosciuto dai cittadini medi, per cui questa foto non sta adempiendo nessuna funzione informativa né di verifica, ma semplicemente serve per richiamare l’attenzione e risaltare la notizia in questione.

Un buon esempio di quest’ultima cosa lo troviamo nel periodico ABC del 17/5/99 (pag. 47), in una tipica notizia di accuse e corruzioni politiche che vede come protagonista il primo ministro Spagnolo Aznar, che è accompagnata da una foto dello stesso Aznar. La foto non aggiunge assolutamente nessuna informazione ulteriore, dato che il volto di Aznar è sufficientemente conosciuto; e oltretutto non è nemmeno stata scattata nel momento in cui realizzò queste accuse, ma si tratta di una foto di archivio. Evidentemente in questo caso l’unica funzione di questa foto è risaltare la notizia attraendo l’attenzione dei lettori.

 

4. STRUTTURAZIONE DI UNA NOTIZIA: LA “PIRAMIDE ROVESCIATA”

Perché l’informazione data da una notizia sia pienamente comprensibile deve rispondere per quanto è possibile alle 6 domande basiche: cosa / chi / come / quando / dove / perché?

Le risposte (normalmente nel solito ordine) dovrebbero apparire nello svolgimento della notizia, ma i media non prestano la stessa attenzione a tutte.

Questa gerarchizzazione delle domande, per privilegiare quell’informazione che il media considera più importante, viene determinata per ciò che nel vocabolario giornalistico si conosce come la tecnica della “piramide rovesciata”, che è la forma classica di scrivere una notizia (quella che si insegna nelle facoltà e scuole di giornalismo). La piramide rovesciata struttura l’informazione nella seguente maniera:

  1. Titolo e trafiletto (riassunto in grassetto).
  2. Il fatto centrale della notizia.
  3. Antecedenti e conseguenze (contestualizzazione).
  4. Altri dati complementari (ampliazione del tema e relazione con altri fatti)

Secondo questo schema, la cosa meno rilevante è il contesto (il perché?) nel quale si produce un fatto e le sue relazioni con altri avvenimenti, dunque ciò che, seguendo la piramide rovesciata, si suole lasciare in fondo. A causa della gran quantità di notizie che contiene un giornale, la maggior parte dei lettori leggono solo titoli e trafiletti, dove ciò che risalta è il che? ed il chi? Vale a dire, si tende a descrivere il fatto isolato, fuori del contesto e svincolato da altre realtà relazionate, dato che poca gente è solita arrivare fino alla fine del testo della notizia (a meno che le interessi in particolar modo), per cui il contesto ed altri dati complementari sono di solito condannati a passare abbastanza inosservati.

D’altra parte, quando il/la redattore/trice capo ha problemi di spazio per inquadrare tutte le notizie nelle pagine, taglia sempre i testi iniziando dalla fine, per cui, la prima cosa che sparisce da una notizia è la connessione con altri fatti e la sua contestualizzazione. Questa forma di strutturare e trattare la notizia rende difficile la piena comprensione di ciò che è accaduto, quindi possiamo vedere come la stessa logica di redazione di un giornale tende ad emarginare e sacrificare gli elementi che normalmente permettono di capire più profondamente la realtà dei fatti: cause e contesto dei fatti, relazione con altri avvenimenti, ecc.

E per gli stessi motivi tende a risaltare esageratamente le cose più aneddotiche: il che? immediato (avvenimento isolato), il chi? (personificando eccessivamente molti fatti, creando personaggi pubblici o di attualità) ed il come? (i dettagli più spettacolari di come è successo il fatto, ecc.). Questo si nota molto nelle notizie relative a conflitti sociali, movimenti sociali, ecc.

4.1 Titoli e trafiletti

I titoli risaltano gli aspetti della notizia che interessa mettere in evidenza. Insieme alla fotografia, è di solito l’elemento più appariscente di una notizia, poiché funge da sintesi e richiamo dell’attenzione. Come sintesi (una frase) non lascia spazio a sfumature, è sempre abbastanza semplicista. Come richiamo tende a cercare lo scandaloso.

La curiosità è che a volte i titoli e i trafiletti iniziali non corrispondono al contenuto reale della notizia (il corpo del testo) o con le cose più importanti di questa, o incluso possono arrivare a falsare la notizia riportata. Dato che, come già abbiamo commentato, è provato che la maggior parte dei lettori leggono principalmente i titoli, qualche trafiletto iniziale (se ci sono), e leggono solo poche notizie complete, l’immagine che si formano su determinati argomenti dei quali normalmente facciano questa lettura tanto superficiale può risultare molto deformata. Il fatto che i titoli siano più manipolativi dei testi ha quindi un’importante effetto di disinformazione.

Quest’ultimo caso è chiaro in El Paìs 17/4/99 (pag. 48). Il titolo della colonna dice: “Il Pentagono sospetta che Belgrado tenga un arsenale chimico”. Sorprendentemente, il contenuto della notizia denuncia l’utilizzazione costante da parte del Pentagono di propaganda e soffiate alla stampa di “sospetti” di questo tipo (certamente, impossibili da confermare), come un’arma in più per demonizzare determinate persone o paesi (Milosevic adesso e prima Saddam Hussein) e giustificare davanti all’opinione pubblica le sue guerre. La stessa notizia che rende conto della manipolazione informativa sta, essa stessa, effettuando la stessa manipolazione alla quale si riferisce, per la maggior parte dei lettori che leggono solo il titolo di una notizia secondaria.

Un altro buon esempio è il titolo della notizia di El Paìs del 13/2/99 (pag. 49), il quale valuta in modo tagliente come fallimento il tentativo di IU (Izquierda Unida, partito di sinistra Spagnolo) di raccogliere 500.000 firme per la legge delle 35 ore (“IU fallisce nel suo tentativo di raccogliere 500.000 firme per le 35 ore”). Però leggendo il testo si scopre che il termine per raccogliere le firme non è ancora scaduto, per cui ancora non si può affermare in nessun modo che l’iniziativa sia un fallimento. Di fatto, tre mesi dopo (il 23 Maggio) IU era riuscita a raccogliere fino a 700.000 firme.

4.2 Decontestualizzazione

Anche nel caso in cui una notizia proponga informazione che risponda alle 6 domande, il “perché?” può essere spiegato solo in base alle sue ragioni più immediate e accessorie, senza permettere al lettore di arrivare a capire la situazione di partenza che originò il fatto.

Anche se la realtà è molto complessa ed i fatti non si producono in forma isolata, sulla stampa di solito sono presentati come fatti indipendenti, senza nessun vincolo con altre questioni ed aspetti della stessa realtà che sono spesso la loro causa ed origine. Il contesto passato e presente di una notizia è fondamentale per poter comprendere ed analizzare una realtà e, a partire da questa analisi, valutare e formarsi una opinione propria su quello che succede. Nella misura in cui il al lettore manchino elementi coi quali valutare l’origine e l’ampiezza di un fatto per formarsi una propria opinione in merito, risulterà più facile al giornale imporre la sua.

La decontestualizzazione può essere di due tipi:

a) Decontestualizzazione storica: Omissione di antecedenti politici, economici, sociali, internazionali, ecc. che permettano analizzare e comprendere fatti e situazioni attuali.

b) Notizie-puzzle: Dispersione e frammentazione dei differenti aspetti e cause/conseguenze di un fatto, di modo che si complica o impedisce la visione d’insieme e gli effetti che derivano da questo. La frammentazione si può fare nel tempo (pubblicazione in date distinte) e/o nello spazio (distribuendo nelle varie sezioni del periodico gli aspetti economici, sociali, internazionali ecc. di uno stesso fatto), svincolando quindi il fatto dal suo contesto attuale.

Un esempio di come questa struttura piramidale complica la comprensione globale dei fatti lo troviamo nel Diario del 16/7/99 (pag. 50). La notizia ha come titolo: “Il presidente dell’Ecuador cede alle proteste ed abbassa il prezzo della benzina”. I primi quattro paragrafi e parte del quinto (ed ultimo) si limitano a rispondere alle sei domande di base: in Ecuador (dove?) il Presidente Jamil Mahuad (chi?), alla fine (quando?) cede alle proteste riducendo e congelando il prezzo del combustibile (che? come?), col fine (perché?) di abbassare la tensione sociale e di far finire lo sciopero dei trasportatori, e le proteste degli indigeni, sindacati ed altri settori sociali.

Fin qui non fa altro che completare il titolo con dati illustrativi però non chiarificativi, come la percentuale dell’ultimo aumento del prezzo del combustibile, il giorno concreto in cui i trasportatori iniziarono lo sciopero, il tempo che si prevede che duri la congelazione dei prezzi, ecc. però ciò che si spiega appena è perché gli indigeni stanno assediando la città. Solo alla fine, nelle quattro ultime linee, per i pazienti e scarsi lettori che leggono le notizie fino alla fine, introduce la frase “rinuncia a certe manovre (ajustes) “, da cui si può dedurre che le proteste non sono solo per il rialzo del petrolio, ma per tutto un piano di manovre dello stato. Questo probabilmente era stato imposto da organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, …), ed è probabile che contemplasse tagli alle spese sociali ed imposizioni agricole ed industriali che, possibilmente, stessero peggiorando la situazione della popolazione di un paese molto impoverito.

Però tutto questo, che ci darebbe la chiave per comprendere realmente l’origine di ciò che sta succedendo in Ecuador, solo possiamo supporlo, poiché in questo caso il periodico non ha spazio per parlare di quello, almeno mentre stanno informando sulla “realtà” di un paese in una sezione tanto letta quanto quella Internazionale. Senza dubbio, alcuni dati che permettono comprendere molto meglio questi fatti si trovano in El Paìs del 25/7/99 (pag. 54) anche se nel supplemento Affari, diretto ad impresari e “specialisti” economici. Così il contrasto politico e popolare viene preso come “un ostacolo alla stabilità economica del paese” (da tenere in conto per gli oppositori), ed appaiono dati del contesto che lasciano capire la causa di questa sollevazione popolare, come gli accordi del paese con il FMI ed il risanamento bancario previsto che avrà un costo di 2500 milioni di dollari.

Un buon esempio di decontestualizzazione a puzzle lo troviamo in El Paìs 11/11/98 (pag. 52): nella copertina della sezione Economia-lavoro appare la notizia intitolata “Il governo Brasiliano taglia il 40% dei preventivi per le spese sociali”. La notizia, piena di numeri e percentuali, scarseggia senza dubbio della minima contestualizzazione che permetta di capirla. Principalmente, perché non si menziona in nessun momento la causa di un taglio così tremendo, vale a dire, gli antecedenti del fatto: Che cosa spinge il governo Brasiliano a ridurre in maniera così brutale le spese sociali? Si tratta di una notizia redatta fuori dal suo contesto preciso e per la maggior parte dei lettori rimane una informazione aneddotica e poco comprensibile.

Quattro mesi dopo, nel medesimo periodico e sezione, El Paìs 09/03/99 (vedi pag. 53), appare una notizia intitolata “il FMI indurisce le condizioni per aiutare il Brasile”. Di nuovo si tratta di una notizia molto tecnica, piena di dati macroeconomici riferiti alla situazione brasiliana ed alle imposizioni del FMI. In questa occasione la decontestualizzazione si produce al non menzionare in nessun momento le conseguenze sociali delle dure misure economiche imposte dal FMI. Per questo il lettore non può apprezzare la trascendenza della notizia, che rimane una notizia di difficile comprensione.

Adesso, se uniamo le due notizie che si riferiscono ad uno stesso fatto però separate artificialmente, riusciamo a ricomporre parte del puzzle, e comprendere meglio ciò che sta succedendo in Brasile. Però sembra che El Paìs abbia voluto evitare tutto questo, non facendo da un lato nessuna allusione alla responsabilità del Fondo Monetario Internazionale nei duri tagli sociali in Brasile, e dall’altro ignorando le conseguenze sociali delle misure imposte da questo organismo internazionale.


 B) IL LINGUAGGIO

1. IL LINGUAGGIO SCRITTO

La redazione della notizia occulta spesso, sotto la facciata della neutralità ed oggettività, la valutazione del

la giornalista e del media per il quale lavora. Possiamo distinguere diverse tecniche per far scivolare, mediante il solo uso dell’espressione scritta, l’opinione dei redattori sopra l’informazione che ci offrono:

1.1 Tono

linguaggio orientato

L’uso, a seconda dei casi, di un tono trionfalista, peggiorativo o di condanna tagliente, presentando come indiscutibile la valutazione positiva o negativa di un fatto a traverso il linguaggio, per togliere ogni dubbio e dibattito in merito.

Un esempio lo troviamo in El Paìs 3/6/99 (pag. 54) nella notizia “Anguita chiama i sette milioni che dissero no alla NATO”, nella quale il giornalista introduce una gran quantità di espressioni peggiorative ed ironiche per ridicolizzare il protagonista della notizia, e per tanto delegittimare i suoi progetti (vedi sottolineato).

Un’altra maniera più sottile per screditare una cosa mediante il linguaggio è l’uso delle virgolette. Non per trascrivere una dichiarazione, come vedremo nel punto Fonti di Informazione, ma per mettere in dubbio un termine od un fatto.

Per esempio, nelle notizie che si riferiscono alle occupazioni di solito mettono fra virgolette l’espressione Centro Sociale, mentre non accade lo stesso se si tratta di un centro sociale o culturale del comune. La stessa cosa avviene con l’espressione Scuola Popolare, che nelle notizie viene messa fra virgolette mentre non viene fatto lo stesso con le scuole statali o private. Evidentemente, in questi casi ed in molti altri le virgolette hanno la funzione di screditare e mettere in dubbio il loro contenuto.

1.2 “Parole magiche”

La creazione ed imposizione di una opinione mediante ciò che abbiamo chiamato “parole magiche”, vale a dire: termini con una connotazione positiva (sviluppo, crescita, tecnologia, Europa, moderato, competitività, impiego, flessibilità) o negativa (primitivo, radicale, illegale, fondamentalista, protezionismo). Questi sono utilizzati così ripetutamente in certi discorsi o contesti che finiscono assumendo per conto loro un valore aggiunto, una connotazione che va oltre il loro semplice significato.

Il risultato pratico è che, una volta generata la “parola magica”, basta associarla a qualsiasi tema o argomento per impregnarlo dei suoi valori. Così per presentare la liquidazione del settore pubblico come qualcosa di positivo basta risaltare (se possibile nei titoli) che questo va a generare più competitività, più crescita, o che ci avvicinerà di più all’Europa. E per giustificare e legittimare l’investimento multimilionario dello Stato in armamenti, basta riferirsi alla quantità di impiego che questo genera. In cambio, per demonizzare e criminalizzare qualsiasi iniziativa o azione dei movimenti sociali o popolari che metta in dubbio seriamente il sistema dominante, si usa ed abusa del termine “radicale”, previamente negativizzato ed associato a concetti come “fanatico”, “ultrà” o incluso “terrorista”.

(vedi gli esempi nel “Collage” di pagina 55).

1.3 Associazioni di parole e fatti

Alcune parole inoltre sono di solito associate a determinati collettivi o persone (“giovani radicali” o “giovani violenti”, “radicalismo basco”, “esercito umanitario”, “integralismo/radicalismo arabo/islamico”…) di modo che una delle due parole finisce per evocare automaticamente l’altra.

In altri casi la manipolazione si produce nell’associare ripetutamente certi collettivi con determinati fatti. Il miglior esempio è il caso di fatti delittuosi che hanno come protagonisti immigrati, nei quali solitamente viene risaltata (e normalmente nei titoli) la nazionalità o condizione di immigrato

a degli stessi. Anche se normalmente le notizie non stabiliscono una relazione diretta ed esplicita fra il fatto di essere immigrato e la delinquenza, si genera per ripetizione una stretta associazione fra l’immigrazione e fatti delittuosi o di conflitto, fomentando con ciò allarme sociale, xenofobia e razzismo.

(vedi gli esempi nel “Collage” di pagina 55).

1.4 Eufemismi e tecnicismi

Hanno l’effetto di banalizzare, ammorbidire o togliere valore alla portata di un argomento, presentandolo sprovvisto del suo proprio contenuto e significato. Per esempio, presentando un certo armamento come un prodotto di alta tecnologia, utilizzando espressioni eufemistiche come “danni collaterali” invece di civili morti quando si parla di una guerra, “forze dell’ordine” invece di forze di polizia o forze repressive, “intervento aereo o terrestre” invece di attacco, bombardamento o invasione, “maltrattamenti o violenza domestica” invece di aggressione o violenza maschilista o maschile, ecc.

Abbiamo un buon esempio in un articolo di El Mundo del 23/12/97 (vedi pag. 56) intitolato “Santa Barbara termina la creazione dell’obice più avanzato del mondo”, che presenta una nuova arma come se si trattasse della pubblicità dell’ultimo modello di una macchina. La notizia, piena di tecnicismi, sottolinea le sue qualità e prestazioni tecniche, la sua tecnologia all’avanguardia, però non dice niente sulla sua capacità distruttiva, il prezzo che costerà ai paesi che pretendano acquistarlo, in che tipo di guerre e per quali fini si può utilizzare, ecc.

(vedi esempi nel “Collage” di pagina 55).

In altri casi l’uso di un certo linguaggio tecnico, come il gergo giuridico, amministrativo o di determinate professioni complica, quando non impedisce, alla maggior parte dei lettori di comprendere il significato di certe notizie (come abbiamo visto nelle notizie di El Paìs del 11/11/98 e del 9/3/99, pagine e ).allo stesso tempo, con l’utilizzo di questi termini tecnici-specializzati si pretende di rivestire l’informazione (con le valutazioni ed opinioni che incorpora) di autorità e oggettività, appoggiandosi sul carattere di indiscutibilità che viene attribuito di solito a tutte le cose scientifiche.

1.5 Espressioni orientate

Senza che siano precisamente degli eufemismi, sono “frasi fatte” che tendono a ripetersi nel linguaggio giornalistico, e che servono per orientare in un certo senso la descrizione apparentemente oggettiva di certi fatti.

Gli esempi sono innumerevoli, anche se vale la pena di riportarne alcuni:

Per esempio, per giustificare cariche poliziani nel caso di manifestazioni, si suole utilizzare le seguenti espressioni: “La polizia si vide obbligata a caricare”, o “Provocarono la carica della polizia”. Così in molti casi si scarica la responsabilità della violenza su coloro che prendono le botte.

Quando non si verificano cariche, numerose relazioni di manifestazioni finiscono con espressioni tipo: “Non ci sono stati incidenti”. La formula non è innocente, perché sembra indicare la cosa come un fatto eccezionale. Vale a dire che sottolineando che non ci sono stati incidenti si vuol fare capire che la cosa normale sarebbe stato il contrario, e con ciò si insiste sottilmente nel conferire un’immagine violenta a certi gruppi o collettivi.

L’espressione: “Fonti ben informate” si suole utilizzare per dare affidabilità ad informazioni estratte da fonti inconfessabili, sospettose o direttamente per legittimare rumori o informazione inventata.

Il conflitto basco, tanto contaminato dalla disinformazione, ha “lanciato la moda” fra i media ufficiali dell’uso di sue espressioni orientate contrapposte: “violenti” e “democratici”, la prima per inglobare tutte le espressioni del nazionalismo basco, da ETA a coloro che votano o simpatizzano per il MLNV (Movimento di Liberazione Nazionale Basco), e la seconda per tutti gli altri, con il PNV (Partito Nazionalista Basco) gravitando fra le due etichette, a seconda del momento politico. Un concetto così ampio ed ambiguo come quello di “violenza”* è attribuito in maniera così ripetitiva, semplicista ed assoluta ad un movimento (del resto molto variegato e contraddittorio) che la tremenda campagna mediatica sta riuscendo nel fatto che basti citare l’aggettivo “i violenti” per identificare tutto il movimento nazionalista basco, convertendolo in sinonimo di violenza. E tutti i suoi oppositori in sinonimo di “democratici” o “pacifisti”.

Non ci dimentichiamo che è lo stato che ha il monopolio della violenza, contando con migliaia di persone allenate e pagate per esercitarla sotto eufemismi come “Difesa” o “sicurezza”. I celerini sono pagati tanto per controllare violentemente come per provocare la violenza; i soldati per risolvere violentemente i conflitti internazionali a favore di interessi economici o di potere delle elìtes. La legittimità istituzionale e mediatica per attribuire o esonerare dall’aggettivo “violento” un collettivo è quindi più che dubbia e criticabile. In questo caso, sia alcuni settori del MLNV sia alcuni settori dello Stato utilizzano metodi violenti, fra le altre strategie, per riuscire nei propri obbiettivi.

(vedi esempi nel “Collage” a pag. 55)

1.6 Stili narrativi

Per scrivere certe notizie spesso si utilizzano diversi stili narrativi (epico, lirico, satirico, pubblicitario), cercando così di generare un sentimento di consenso o rifiuto verso alcuni fatti che se non fossero narrati in questa maniera potrebbero suscitare nel lettore impressioni non convenienti.

Un chiaro esempio si trova in “Piccola storia di un aviatore notturno”; notizia di El Paìs del 30/5/99 (vedi pag. 57), nella quale si utilizza uno stile fra il poetico e l’epico per descrivere un bombardamento. Il giornalista dà briglia sciolta alla sua lirica fino a convertire uno scenario di guerra in un’avventura romantica, cercando di suscitare certe emozioni. Per far ciò non esita ad utilizzare figure letterarie come metafore o simili adornate con numerosi aggettivi. Riesce così a sdrammatizzare le dure conseguenze che si associano a ciò che in realtà è un polemico intervento militare di castigo, esaltando contemporaneamente fino a livelli “da film” l’operato degli aggressori aerei.

 

2. IL LINGUAGGIO DELLE IMMAGINI

Le fotografie di un periodico compiono in teoria basicamente due funzioni: verificare visivamente l’informazione riportata nel testo, rendendola più realistica, ed eventualmente aggiungere nuova informazione che completi il testo. Però in realtà la foto è utilizzata per altre “funzioni nascoste”. Abbiamo già visto per esempio nel punto 3 del capitolo A che grazie alla loro visibilità le foto potevano essere utilizzate per risaltare alcune notizie. A parte questo effetto, possono anche servire per influenzare sottilmente sul contenuto dell’informazione.

2.1 Immagini manipolative

Un’altra “funzione occulta” della fotografia consiste dunque in cambiare il senso di una notizia (alleggerendola, rinforzandola, distogliendo l’attenzione, ecc.), e può arrivare anche a contraddirla. Dato che alla fotografia viene data un’immagine di oggettività (si riceve come un “frammento della realtà stessa”), ottiene di solito una credibilità abbastanza acritica da parte del lettore e impone il suo “messaggio” al contenuto nello stesso testo. Noi lettori non siamo molto coscienti del fatto che anche la foto si costruisce e disegna come un’espressione in più col suo proprio linguaggio, secondo piani, illuminazione, uso di simboli ed altri trattamenti.

Un buon esempio di come alleggerire la durezza di una notizia tramite la foto lo abbiamo nell’articolo intitolato “Solo la metà dei detenuti tossicodipendenti riceve il trattamento con il metadone” pubblicato su El Paìs il 18/03/99 (vedi pag. 58). Per illustrare la notizia di un informe di Izquierda Unida, che denuncia le terribili condizioni di vita che soffrono i detenuti in Spagna (isolamento, torture, condizioni sanitarie insufficienti, ecc.), il periodico ha la sfacciataggine di mostrare un primo piano della piscina olimpica del carcere di Soto del Real (Madrid). Con ciò tenta evidentemente di controbattere e smentire la denuncie dell’informe, cercando di far capire che le condizioni di vita in prigione sono “di lusso” (quando in realtà la suddetta piscina la può utilizzare solo il personale ed una minoranza dei detenuti…).

In altri casi la manipolazione proviene direttamente da effetti fotografici (il già commentato linguaggio fotografico) usati per deformare o aggiustare in maniera espressiva un’immagine secondo gli interessi del media.

Come esempio di questo tipo di manipolazione abbiamo le foto della notizia apparsa in La Razòn del 20/5/99 (pag. 59) intitolata “Militanti del PSOE credono che i cartelli danneggiano i loro candidati”, nella quale si utilizza chiaramente un obbiettivo fotografico speciale, conosciuto come “grandangolare”, o l’inquadratura delle foto, per deformare le immagini ed esagerare così l’effetto visivo dei cartelli del PSOE (Partito Socialista Spagnolo), appoggiando così l’ipotesi del periodico sopra la campagna di immagine di questo partito.

Il linguaggio simbolico visivo è anche utilizzato per trasmettere certi messaggi o significati spesso in maniera abbastanza subliminale.

La foto che accompagna l’articolo di El Mundo del 25/4/00 (pag. 60) intitolato: “PP e PSOE giudicano razziste le parole di Arzallus” approfitta di un piano fotografico preso per caso durante un discorso di Arzallus (Presidente del Partito Nazionalista Basco; PNV) per attribuirgli un’immagine che si avvicina alla simbologia fascista. Infatti, nella foto il leader nazionalista basco appare alzando il braccio in un momento del suo discorso, gesto che ricorda il classico saluto fascista, che evidentemente Arzallus non ha mai avuto intenzione di fare. Senza dubbio, El Mundo decise di scegliere, e nostro parere non a caso, questa foto piena di fortuito simbolismo, fra le tante foto che aveva dello stesso discorso.

In alcuni casi, quando al giornale scarseggiano fotografie, pubblica disegni per sostituirle (abitudine comune in ABC e El Mundo), con totale libertà per ricreare ed inventare la realtà a piacere.

2.2 Campagne fotografiche

Un altro fenomeno che ha come principale elemento il linguaggio fotografico è quello che abbiamo denominato “campagne fotografiche”, che consiste nel trattamento fotografico che danno i media alle notizie relazionate con determinate tematiche specialmente sensibili.

Si può osservare, per esempio, una gran uniformità nell’illustrazione fotografica che si dà alle notizie sui paesi arabi (con sufficiente indipendenza dell’argomento trattato); si tratta in maggioranza di foto che esprimono violenza e fanatismo che hanno come principali protagonisti masse di persone o donne col velo. In questo caso si mette in relazione, per ripetizione ( per questo lo chiamiamo “campagna”, perché si va tessendo giorno per giorno) la cultura araba e la religione musulmana (che tendono ulteriormente a confondere e mescolare, quando ci sono molti musulmani che non sono arabi, ed arabi che non sono musulmani), con la violenze e l’irrazionalità.

Qualcosa di simile, anche se più complicato e sottile, succede con molte immagini che si riferiscono al conflitto nei Paesi Baschi (quante volte si mostra la polizia che carica contro i manifestanti, e quante volte “giovani radicali” incappucciati ed in azione?). Se ci si attiene alle fotografie si ha l’impressione che nel Paese Basco non ci siano mai cariche di polizia né repressione.

Una campagna più puntuale ma che ebbe un’impressionante copertura fotografica fu il trattamento visuale dato alle diverse vittime dell’ultimo conflitto in Jugoslavia, così come agli eserciti implicati: i soldati della NATO apparivano di frequente in emotivi addii alle loro famiglie o circondati da bambini kosovari, i guerriglieri albanesi dell’UCK apparivano feriti o morti, ed i soldati serbi erano sempre ritratti con un aspetto specialmente feroce e crudele.

 

3. IL LINGUAGGIO DEI NUMERI

Sono molte le notizie che includono diagrammi o grafici statistici, e ciò le dota dell’oggettività che si suole attribuire alla scienza della statistica. Anche se a volte questi grafici risultano confusi o poco comprensibili per la loro complessità, non importa molto dato che l’effetto di sicurezza e credibilità non dipende tanto dalla comprensione ma dal suo essere Statistica, Scienza.

Altre volte la notizia stessa sono i dati, le cifre, che la fanno acquisire un aspetto incontestabile, categorico, occultando o mascherando la rigorosità dello studio e la sua credibilità. La Statistica è una scienza i cui risultati finali dipendono dal processo di raccolta dei dati e dal modello che viene scelto. In qualsiasi analisi statistica, il fatto di selezionare una popolazione o un’altra, un modello od un altro, cambia in modo significativo i risultati. Per tanto succede abitualmente che venga invertito il processo di studio, vale a dire: partire da alcune conclusioni o risultati finali previamente decisi in funzione degli interessi del periodico o di altre istituzioni, e costruire un modello che li giustifichi. Non è un caso che, ad esempio, il Gruppo Prisa, proprietario di El Paìs oltre che di altri mezzi di comunicazione (anche di As, di Cinco Dìas, la Cadena Ser, Antena 3 Radio, Canal +, ecc.), sia pure il proprietario della famosa azienda di statistica Demoscopia.

Un esempio che mette in dubbio la “credibilità” di certi studi è la disparità di risultati che mostrano la Inchiesta della Popolazione Attiva (EPA) da un lato e la Contabilità Nazionale da un altro rispetto allo stesso dato: il lavoro. Sotto ogni inchiesta esistono alcuni interessi, per esempio la pubblicazione di alcuni dati o altri sopra la intenzione di voto nei processi preelettorali mobilita o meno i votanti di uno o un altro partito. Un’altra forma di manipolazione statistica è ritardare la pubblicazione degli indicatori economici. (Se si vuole ampliare l’informazione sopra la manipolazione delle statistiche vedere El Paìs del 9/4/00 (pag. 61), reportage che non a caso fu pubblicato nella specializzata sezione dell’Economia, che non a caso poca gente legge.

Però oltre la occultazione o trattamento interessato dei dati, la manipolazione si può dare anche mediante l’interpretazione degli stessi, risaltando gli aspetti positivi di alcuni risultati senza contare i negativi. Per esempio, risaltare la diminuzione della crescita dei morti in incidenti di lavoro è una manovra per dare un aspetto ottimista ad una tremenda realtà, vale a dire, che gli incidenti di lavoro continuano ad aumentare, anche se a minor ritmo. O le trionfaliste campagne del governo sulla riduzione della disoccupazione, che nasconde che si sta ottenendo grazie all’aumento della precarietà del lavoro, al peggioramento delle condizioni di lavoro, ed al togliere progressivamente ai lavoratori i loro diritti.

Un buon esempio concreto di un uso disinformativo e manipolante delle statistiche lo troviamo nella seguente notizia di El Paìs del 26/5/00 (vedi pag. 62). In piena campagna allarmista iniziata con l’approvazione della Legge sull’immigrazione per giustificare una politica restrittiva e repressiva verso l’immigrazione, El Paìs presenta con il titolo “La cifra degli immigrati inclusi nella legge sull’immigrazione supera tutte le previsioni” alcuni dati statistici con tre tipi di cifre: numero di persone prese in considerazione (che hanno chiesto semplicemente informazioni), numero di coloro che hanno sollecitato la regolarizzazione e numero di casi risolti (non indica se positivamente, cioè che hanno ottenuto la regolarizzazione, o negativamente, che gli è stata negata).

Un’analisi non tendenziosa delle cifre, non afferma assolutamente che queste sono superiori alle aspettative, ma tutto il contrario: le previsioni di 80.000 o 100.000 si riferiscono al numero di stranieri regolarizzati, ed alla metà del periodo il numero di casi risolti non arriva a 43.000 e, come dice il testo della notizia, la maggior parte positivamente ma non tutti, vale a dire che al momento il numero di stranieri regolarizzati non arriva a 40.000 persone, meno della metà delle previsioni più pessimiste.

Senza dubbio, invece di comparare le cifre adeguate (previsione di regolarizzazioni con la quantità di coloro che la hanno realmente ottenuta), ricorre alle cifre logicamente molto maggiori: numero di coloro che hanno sollecitato la regolarizzazione, o incluso di chi semplicemente ha chiesto informazioni. Questo errore è troppo elementare per essere involontario, per cui sembra che voglia creare allarme sociale con la sensazione di che per colpa della legge gli immigrati ci stanno invadendo, giustificando così la riforma della legge, che era prevista anche prima di che entrasse in vigore.


C) CONTENUTO DELL’INFORMAZIONE

1. SELEZIONE ED USO DELLE FONTI DI INFORMAZIONE

Nel linguaggio giornalistico si intendono per fonti di informazione gli elementi che forniscono al giornalista l’informazione con cui costruisce la notizia. Questi possono essere:

-persone (implicati, testimoni, esperti)

-istituzioni (politiche, giuridiche, poliziesche, impresariali, agenzie di stampa, ecc.)

-documenti (inchieste, informi, studi, altri mezzi di comunicazione, ecc.)

A volte una notizia scarseggia di fonti di informazione quindi è, nella sua totalità, il prodotto dell’osservazione diretta dei fatti da parte del giornalista. Però ciò non è molto comune, per questo il ruolo delle fonti di informazione risulta fondamentale.

In teoria si suppone che il giornalista debba cercare quelle fonti che gli possono fornire un’informazione più abbondante, disinteressata e contrastata, per cui normalmente dovrebbe ricorrere ad una grande varietà di fonti. Però la realtà è che la scelta di queste risponde spesso ad una strategia di manipolazione informativa, nel senso che dando eco a certe fonti ed ignorando altre, il media riesce a trasmettere il suo proprio punto di vista ed opinione senza perdere l’apparenza di oggettività. Il mezzo si presenta così come un mero ed asettico trasmettitore di informazioni, quando in realtà tende a scegliere come fonti quelle persone, istituzioni o documenti che sa che possono favorire i suoi interessi o con le quali vuole mantenere buone relazioni.

Da questo l’importanza dei Dipartimenti di Pubbliche Relazioni o Gabinetti Stampa, non solo di istituzioni ed organismi ufficiali, ma anche di grandi imprese e “personaggi pubblici”, il cui principale obbiettivo consiste in convertirsi in fonti di informazione assidua dei media. Altre volte vengono contrattate Agenzie di Pubbliche Relazioni, perché gestiscano l’informazione su un certo fatto.

Per esempio, nel 1991 il governo del Kuwait contrattò per 10,8 milioni di dollari una delle agenzie di pubbliche relazioni più prestigiose, la nordamericana Hill & Knowlton, con l’obbiettivo di convincere l’opinione pubblica nordamericana ed europea di intervenire nel golfo Persico.

I dipartimenti o gabinetti sono composti da esperti in comunicazione (giornalisti, pubblicitari, psicologi, sociologi, ecc.) che si incaricano di elaborare strategie e prodotti informativi molto completi e di alta qualità (notizie già redatte, reportage, foto, registrazioni, dichiarazioni, ecc.), disegnati per favorire gli interessi dell’istituzione o impresa in un determinato fatto che la riguarda. Offrendo questi “prodotti” ai giornalisti dei distinti mezzi di comunicazione diventano fonti privilegiate di informazione.

Questo fu il lavoro, per esempio, del gabinetto stampa della NATO durante l’ultimo conflitto in Yugoslavia, dato che monopolizzava buona parte dell’informazione sulla guerra. Così che la maggior parte dell’informazione diffusa dai mezzi sui bombardamenti fu previamente filtrata dalla NATO. Le altre fonti di informazione durante questo conflitto furono principalmente i Governi Alleati ed i partiti politici favorevoli all’attacco; e raramente si dava voce a chi si opponeva ad esso.

Esistono molti altri esempi di quest’uso manipolativo delle fonti di informazione: l’informazione che riguarda l’ETA la fornisce quasi sempre il Ministero degli Interni, l’informazione sulle carceri le stesse Istituzioni Penitenziarie, molto raramente gli stessi detenuti o i loro familiari (eccetto quando il detenuto è un personaggio famoso), le notizie sulle occupazioni (specialmente quando c’è uno sgombero) si nutrono dell’informazione della polizia o di rappresentanti municipali, lasciando alle dichiarazioni degli stessi occupanti uno spazio aneddotico (sempre che glielo concedano).

A volte le informazioni procedenti dalle “fonti di informazione privilegiate” (cioè, in pratica, quelle che convengono al media), riportano citazioni dirette fra virgolette di dichiarazioni pubbliche o documenti, per cui gli viene data una voce e una diffusione massiccia, propagando alla lettera i loro progetti ed il loro linguaggio.

Un buon esempio dell’uso interessato delle fonti di informazione, così come dell’abuso delle virgolette lo abbiamo nella notizia “Almunia felicita Aznar per l’esito del Governo nel negoziato con la NATO” di El Paìs del 23/12/97 (vedi pag. 63). Le due principali fonti di informazione scelte per questa notizia sono i due leader delle forze politiche più favorevoli alla NATO. Di fatto, tutto il testo è una continua e compiacente trasmissione dei loro discorsi, in gran parte letteralmente grazie all’abbondanza di frasi fra virgolette. Nonostante la appariscente protesta organizzata dagli oppositori alla piena integrazione nella Organizzazione Atlantica, questi sono appena presi in considerazione come fonte di informazione. In questo modo, diffondendo letteralmente le dichiarazioni e progetti di coloro che sono a favore della piena integrazione, ed emarginando quelli che sono contro, il periodico si schiera senza perdere l’apparenza di oggettività.

Un altro buon esempio di selezione parziale, e pertanto manipolativa, delle fonti di informazione è la notizia intitolata: “I grandi magazzini hanno venduto nel 1998 il 9 % in più ed hanno creato 15.000 posti di lavoro” pubblicata in El Paìs del 10/06/99 (vedi pag. 64). L’articolo è una esaustiva sequenza di dati economici ed impresariali procedenti nella loro totalità da un informe della ANGED (Associazione Nazionale di Grandi Imprese di Distribuzione), sicuramente confezionato e distribuito dalla sua agenzia di Pubbliche Relazioni, che presenta la sua grande crescita aziendale con un tono assolutamente trionfalista, ricorrendo, come no, all'”argomento magico” della creazione di nuovi impieghi. Al non ricorrere a nessun’altra fonte di informazione (piccoli commerci, lavoratori del ramo, sindacati, associazioni di consumatori) il periodico realizza pubblicità gratuita a queste multinazionali. Non si dice niente, per esempio, dei posti di lavoro che distruggono i grandi magazzini, che è sempre molto superiore a quello che creano (chiusura di innumerevoli piccoli commerci, che sono i maggiori creatori di posti di lavoro), delle condizioni di contrattazione e di lavoro degli impiegati, dell’impatto urbanistico che causano, delle condizioni di acquisto che impongono ai loro fornitori, ecc.

Anche se il periodico non mente (non c’è dubbio che tutti questi dati e molti di più vengono raccolti nell’informe dell’ANGED), al ricorrere ad una sola fonte di informazione e dandogli diffusione di massa in forma acritica e compiacente, sta manipolando e distorcendo la visione della realtà dei grandi magazzini e del loro impatto socioeconomico.

 

2. INFORMAZIONE FALSA

Si intende per “informazione falsa” quella che è stata deliberatamente inventata per costruire e trasmettere una realtà differente da quella che conoscono i giornalisti o le loro fonti di informazione. Falsare o inventare l’informazione è una tecnica manipolativa meno abituale delle altre che abbiamo visto fino ad ora per una semplice regione: è molto rischioso, poiché nel caso in cui si scoprissero le manipolazioni il prestigio e la credibilità del mezzo di comunicazione ne uscirebbero molto compromessi. Inventare informazione è troppo grossolano e rischioso quando esistono molti altri mezzi, come quelli visti fino ad ora, più sottili e sicuri per manipolare senza mentire letteralmente.

Però questo non significa che non si faccia, soprattutto quando si vuole influire in forma immediata ed irreversibile nell’opinione pubblica (perché, per esempio, appoggi con urgenza lo scoppio o il mantenimento di una guerra, o qualche manovra politica). Le smentite, se vengono fatte, possono arrivare in seguito, quando ormai è troppo tardi. A parte i loro effetti immediati, le bugie medianiche hanno un altro grande vantaggio: sono molto difficili da verificare per noi lettori, poiché non abbiamo i mezzi per farlo la maggior parte delle volte. Per questo è molto complicato dare esempi concreti e dettagliati di informazione falsificata. Solo una piccola parte dei casi di falsificazione di notizie vengono resi pubblici (abbiamo raccolto per questo dossier alcuni degli scarsi esempi che sono stati diffusi negli ultimi anni).

Un’altra caratteristica dell’informazione falsa è che risulta difficile sapere la sua provenienza, che può essere dalla fonte di informazione (governo, esercito, aziende, agenzie di stampa, polizia, ecc.) o direttamente dal mezzo di comunicazione.

In ogni modo, anche nel caso di un’informazione inventata dalla fonte, il media è di solito complice attivamente o passivamente, poiché suo compito sarebbe quello di verificare e contrastare ogni informazione prima di diffonderla.

2.1 Informazione falsa scritta

È la più facile da realizzare, poiché ad un giornalista bastano alcuni minuti per inventarsi qualsiasi cosa. L’informazione scritta risulta senza dubbio meno credibile ed impattante di altri tipi di informazione.

L’informazione falsa può consistere nell’invenzione di un’intera notizia. Per esempio, nell’ultimo conflitto nei Balcani l’agenzia stampa della NATO diffuse verso la fine di marzo del 1999 la falsa notizia che erano spariti numerosi intellettuali albano-kosovari, facendo credere che erano stati giustiziati dai serbi. La stampa dette un ampio eco alla notizia, senza verificarla, proponendola come una prova in più della perversità dei Serbi. Mesi dopo (una volta terminato il conflitto, come succede sempre) si seppe che questi intellettuali non erano mai spariti, che era una notizia falsa (vedi El Mundo 19/6/99, pag. 65).

Un altro esempio più vicino, nel quale le notizia falsa procede ugualmente dalla fonte di informazione (in questo caso si tratta della polizia di Barcellona) ed i media la diffondono senza nessun tipo di verifica o riprova, fu la notizia intitolata: “Una giovane resta paralizzata dopo essere picchiata da delle teste rasate” (vedi El Paìs del 29/3/00, pag.66). Poco dopo si scoprì che si trattava di un’invenzione della polizia (vedi El Paìs 31/3/00, pag. 67), sicuramente per alimentare il clima di allarme sociale ed insicurezza cittadina, e giustificare così la sua attività.

Un’altra falsatura dell’informazione consiste nell’inventare dati e fatti dentro una notizia, per orientarla secondo determinati interessi. Questa falsificazione è molto più comune, poiché non risulta così rischiosa né scandalosa come inventarsi una notizia intera (come abbiamo visto negli esempi anteriori), così quando gli interessa molti media adottano il detto “diffama, che qualcosa resta”. Per ciò spesso ricorrono a certe tecniche, come inventarsi fonti di informazione inesistenti (con la tipica formula di “secondo fonti ben informate”) per mettere in bocche anonime accuse false o tendenziose.

Un buon esempio di questo è la campagna di diffamazione che nel 1991 scatenò il giornale ABC contro la Scuola Popolare di Prosperidad (Madrid). La scuola svolgeva le sue attività in un locale di proprietà dell’Arcivescovato di Madrid, che nel 1943 affittò al Comune di Madrid, che a sua volta lo cedette nel 1982 alla scuola perché vi svolgesse le sue attività educative. Però nel 1990 il Comune ruppe unilateralmente il contratto d’affitto con l’Arcivescovato dando via libera a questo perché recuperasse il locale, espellendo la Scuola. Il caso fu sottomesso a processo nel 1991, e l’Arcivescovato ricevette tutto l’appoggio da parte dell’ABC, che iniziò una tremenda campagna di diffamazione contro la Scuola. Un articolo di quell’epoca ci può servire come esempio di falsa informazione, poiché è pieno di invenzioni, esagerazioni ed inesattezze.

Il titolo è: -Manifestazioni organizzate da comunisti per evitare lo sfratto de “La Prospe”-, datato 28/6/91 (pag. 68). Per prima cosa, attribuiscono l’organizzazione della manifestazione a “comunisti”, e più concretamente alla presidente dell’Associazione Popolare Gisela Meyer, membro di Izquierda Unida. In realtà la manifestazione fu organizzata dalla stessa Scuola “La Prospe”, senza che in ciò avesse niente a che fare Gisela Meyer ed IU. Nella scuola hanno sempre confluito una gran quantità di correnti ideologiche, da comunisti ad anarchici, ecologisti, femministe, però soprattutto numerose persone che preferiscono non essere etichettate. La Scuola è indipendente da qualsiasi partito o sindacato, per cui il semplicista e cospiratorio titolo dell’ABC è falso.

Fra i molto spropositi che contiene l’articolo (uso di virgolette, vocabolario peggiorativo e criminalizzante, ecc.) risaltano parecchie altre falsità. Come quella che “i partecipanti de La Prose abbiano lanciato minacce” (terzo paragrafo); il riferirsi a questi come ” persone che si identificano come educatori, maestri ed assistenti sociali” mettendolo in dubbio quando molti effettivamente lo sono, e in ogni caso la Scuola Popolare è riconosciuta come tale dal Ministero dell’Educazione. La rotonda affermazione (sempre nel terzo paragrafo) che “la maggioranza dei vicini applaude la decisione municipale (di chiedere lo sfratto) e dubitano della bontà delle attività impartite ne La Prospe” è ugualmente falsa, poiché il sentimento comune nel quartiere di Prosperidad è l’appoggio di numerosi vicini (nelle manifestazioni ed attività) e l’indifferenza di molti altri. L’affermazione che la maggioranza del vicinato applaude la chiusura della Scuola è dunque falsa, tanto quanto la testimonianza che segue del supposto vicino. Questa è piena di menzogne: mette in dubbio che si realizzi educazione di adulti, qualifica la partecipazione delle gente come scarsa (in quell’epoca frequentavano il locale circa 250 persone), afferma che i partecipanti nelle proteste non sono gente del quartiere ma gente “reclutata” dai “capetti” della Scuola (un collettivo come La Prospe non ha capi né recluta nessuno; non è un’organizzazione paramilitare né un partito). Anche supponendo che quell’anonimo testimone fosse reale, e non inventato come sembra (poiché riassume, dalla bocca di un “vicino”, le tipiche accuse propinate da ABC nella sua particolare campagna), il semplice fatto di diffonderle letteralmente e senza verificarle contribuisce a falsificare l’informazione.

Nell’ultimo paragrafo, sotto il titoletto “Replica”, ABC risponde ad una lettera di protesta inviata giustamente da membri de La Prospe per protestare per le falsità scritte in un articolo anteriore. In sua difesa il periodico afferma di possedere prove di tutto ciò che ha scritto, nuova bugia da aggiungere al cumulo di falsità dell’articolo.

Questa è solo una piccola parte di tutta una campagna “informativa” piena di menzogne e di dati falsi, inventati o tergiversati, che scatenò il quotidiano ABC per danneggiare La Prospe e difendere gli interessi dell’Arcivescovato di Madrid.

In generale, le notizie scritte totalmente inventate procedono dalla stessa fonte di informazione. Ed il media si trasforma in complice delle stesse quando (sia per interessi di potere, per clientelismo, per sensazionalismo, ecc.) le pubblica senza verificarle. Nel caso in cui si scopra la falsità, la responsabilità si divide fra ciò che crea la notizia e ciò che la diffonde.

In cambio la falsatura parziale dell’informazione, molto più comune e difficile da verificare, è spesso prodotto dello stesso periodico, il quale, partendo da un fatto reale, lo deforma ed adultera in funzione dei suoi interessi.

2.2 Informazione falsa visiva

Disegnare informazione visiva falsa è tecnicamente più complicato e suppone un rischio maggiore che realizzare falsa informazione scritta. Però risulta più credibile, poiché l’informazione visiva viene presa di solito come immagine della realtà stessa.

Si può generare falsa informazione visiva in varie forme:

a) Immagini inventate. Foto che sono state direttamente messe in scena.

Per esempio, verso la metà del 1999 la stampa spagnola diffuse una foto di un gruppo di zapatisti che consegnavano le armi a rappresentanti del governo messicano affermando che: “14 ribelli zapatisti disertano l’EZLN” (vedi El Paìs 31/3/99, pag. 69). Posteriormente si scoprì che era tutto una messa in scena, e che gli incappucciati che apparivano nella foto non erano zapatisti, ma gente mascherata che fingeva una falsa consegna di armi, come riporta la notizia di El Paìs del 2/4/99 (pag.70) (molto più piccola della prima e senza foto). Si può dire che la manipolazione partì dal governo messicano (manipolazione esercitata dalla fonte) e non dalla stampa, però risulta molto difficile credere che la sua diffusione sia stata realizzata senza la connivenza di quest’ultima. In ogni modo, è sorprendente che non si siano scomodati a verificare quest’informazione con l’EZLN.

b) Immagini manipolate. Foto che anche se hanno a che fare con il fatto sono state manipolate per cambiare il loro significato ed implicazione.

A volte viene fatto semplicemente tagliando la foto in maniera che cambi il suo significato. Vale a dire, manipolando l’inquadratura.

Come varie foto apparse durante la guerra dei Balcani, la cui inquadratura fu convenientemente manipolato per associare ripetutamente i gesti di Milosevic con saluti fascisti. Per esempio, nella foto apparsa in El Paìs del 28/5/99 (vedi pag. 71) si vede Milosevic con un braccio in alto e la mano stesa, e l’altro braccio non si vede (lo hanno tagliato dall’inquadratura). Si tratta di una foto di archivio (per cui scelta arbitrariamente dal periodico) e che appare in copertina. Posteriormente, dopo la denuncia di vari lettori, lo stesso quotidiano ammise che quella foto era stata tagliata e che nell’originale si vedeva coi due bracci stesi salutando l’atterraggio di un aereo, cosa che gli dà un senso completamente differente.

Però è sempre più frequente la manipolazione si realizzata mediante nuove tecniche digitali.

Così nella copertina dell’ABC del 7/7/88 (pag. 72) si vede una foto delle feste di San Fermìn dove numerose bandiere del Paìs Vasco portate dal pubblico furono manipolate con il computer per convertirle in bandiere in identificabili, ed appoggiare così il senso del titolo.

c) Immagini fuori contesto. In alcune occasioni si trovano foto che non sono inventate né manipolate, però sono totalmente e deliberatamente fuori contesto.

Un esempio celebre che apparve in tutta la stampa mondiale durante la Guerra del Golfo è la foto del cormorano moribondo macchiato di petrolio presentata dai giornali come prova dei supposti versamenti di greggio che stava realizzando il malvagio ed “eco-terrorista” Saddam Hussein per ostacolare l’invasione “alleata”. In seguito si seppe non solo che quasi tutti i versamenti in mare furono frutto dei bombardamenti nordamericani di petroliere irachene, ma che inoltre la famosa foto del cormorano era stata fatta anni addietro in un disastro ecologico dopo l’affondamento di una petroliera nel Mar del Nord. In questo caso, l’immagine era tanto deliberatamente fuori contesto che si può considerare quasi come un esempio di immagine inventata per l’occasione.

 

3. SELEZIONE DEGLI ARGOMENTI DI INFORMAZIONE

3.1 La non-informazione

a) Non-informazione assoluta

In tutti i paesi c’è una lista di “argomenti riservati”, e come tali censurati e chiusi all’informazione in generale. In Spagna fino a poco tempo fa la Guinea Equatoriale era inclusa in questa lista. Sull’utilizzo di fondi riservati, non solo non si può informare, ma nemmeno possono essere controllati dal Parlamento. Questioni classificate come di Difesa Nazionale, attività e documenti dei servizi segreti, ecc.

Logicamente, la serie di argomenti soggetti ad una censura quasi totale non sono molti, poiché lo Stato potrebbe essere facilmente accusato di mancanza di democrazia. Come commentavamo nel caso della falsa informazione, ci sono maniere più sottili per disinformare. Però i pochi argomenti vietati all’informazione generale sono totalmente fuori da qualsiasi controllo pubblico, poiché non viene mai ammessa l’esistenza di una censura, e non risulta facile accorgersi di quali sono gli argomenti la cui conoscenza ci è proibita per decisione politica.

b) Non-informazione relativa

Oltre a questi argomenti riservati, ci sono molti altri che, pur non essendo soggetti a censura possono essere sicuramente inclusi in questo capitolo sulla non informazione. Ci riferiamo a fatti o realtà sulle quali, anche se a volte viene pubblicato qualcosa in merito (poiché, come già detto, la loro censura totale risulterebbe grossolana e facilmente criticabile), le notizie che ci arrivano sono così scarse ed incomplete (il minimo perché non si possa dire che si stanno occultando totalmente) che in nessun modo si può dire che ci stiano informando realmente.

Il fenomeno della non informazione relativa ha molte cose in comune a quello della sovrinformazione, che analizzeremo più avanti. Nella stessa forma che l’offerta di qualsiasi prodotto, per quanto sia inutile, se si è capaci di diffonderlo, finisce per generare una richiesta e rimpiazzare quella di altri prodotti più necessari, l’offerta informativa che riceviamo finisce ugualmente per modellare la richiesta del “prodotto informativo”, generando interesse per questioni che realmente sono poco rilevanti o per niente, ed in cambio insensibilizzando ed annullando ogni preoccupazione per altre che incidono in maniera importante in uno o molti aspetti della nostra vita.

Per esempio, molto probabilmente la gente ammetterà che i problemi relazionati con l’alimentazione e la salute (qualità degli alimenti, manipolazione genetica degli stessi, prezzo dei prodotti alimentari, organizzazione del lavoro agricolo, i suoi costi e la creazione

soppressione di posti di lavoro) sono molto più importanti e vitali di ciò che riguarda l’industria cinematografica e la sua propaganda. Senza dubbio l’attenzione che genera nei media una consegna dei premi Oscar è infinitamente maggiore di quella creata da una riunione in cui si decidono e si profilano i criteri ed i controlli per la manipolazione genetica degli alimenti, la loro produzione e distribuzione (es. nel vertice dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, o WTO).

In questo squilibrio di interessi avrà una motivazione l’ampia attenzione mesi prima della consegna degli oscar di tutti i mezzi informativi e, al contrario, lo scarso o nullo interesse che questi mezzi danno ai vertici delle organizzazioni come il WTO, che sono presentate come riunioni di tipo “tecnico” e per tanto abbastanza estranee ai cittadini “normali”.

In ugual maniera, è molto maggiore l’attenzione prestata (dai media, e di conseguenza dal pubblico) a qualsiasi dettaglio, per piccolo che sia, della vita quotidiana di personaggi famosi, che quella diretta alle inumane condizioni di vita che i detenuti devono sopportare quotidianamente nelle carceri spagnole.

Dato che si finisce per assumere che “ciò che non si vede sui giornali o in televisione non esiste”, l’assenza sistematica di informazione su un tema, fa sì che non solo non si rivendichi il diritto a conoscerlo, ma che nemmeno sentiamo la necessità di farlo perché non siamo coscienti che esiste.

Segue una raccolta (non esaustiva) di argomenti propri della non informazione, vale a dire tradizionalmente “dimenticati” nonostante la loro importanza:

A scala nazionale:

Fra gli argomenti importanti, per la loro vicinanza ai nostri interessi ed alla nostra vita, risalta tutto ciò che è relativo ai movimenti sociali. Associazioni e collettivi che nascono precisamente per difendere e rivendicare le questioni più vitali e vicine (associazioni di vicini, movimento dei centri sociali, movimento femminista, collettivi per la difesa dei diritti dei detenuti, contro le torture ed abusi di potere, ecc.) difficilmente trovano uno spazio informativo, mentre riceviamo ripetuta ed ampia informazione sulle questioni interne dei partiti politici (che in teoria devono occuparsi di tutte queste questioni), sui loro bisticci e problemi interni.

Situazione nelle carceri. Caratteristiche della popolazione reclusa, condizioni, tipo di misure disciplinarie. In Spagna perché fosse fatto un breve riferimento a questa questione, nel febbraio del 2000 dovettero fare lo sciopero della fame molti detenuti in celle di isolamento e varie persone del Coordinamento di appoggio. Altri argomenti carcerari sono ugualmente ignorati: condizioni di vita nei riformatori giovanili, nei manicomi, in case di riposo…

Imbrogli economici: in questioni economiche statali e municipali, non si informa sui modi di aggiudicare opere e servizi, sulla distribuzione (le entità beneficiarie) di sovvenzioni ed aiuti pubblici. Quando per interessi politici si ventila qualche imbroglio in qualche quotidiano le notizie e le critiche si centrano usualmente nella politica coinvolta, non prestando quasi attenzione all’altro accusato: generalmente qualche azienda o banca. Nemmeno vengono diffusi troppo certi indulti concessi dal governo (generalmente per reati chiamati “delitti da colletto bianco”, vale a dire: evasioni massicce di imposte, grandi frodi, ecc.).

Commercio di armi, esportazioni di armi (destinatari, benefici, ecc.), seguito delle aziende belliche.

Destino finale degli aiuti per lo sviluppo, aziende che intervengono, forma di assegnazione

E molti altri argomenti che nemmeno sospettiamo…..

A scala internazionale:

Situazione del mondo indigeno in America Latina. (Guatemala, Chiapas, Brasile, Cile, ecc.)

L’Africa è un continente totalmente dimenticato dall’informazione, eccetto quando succedono grandi catastrofi naturali o selvagge guerre fratricide (incomprensibili perché non gli viene data la contestualizzazione adeguata).

Situazione dei diritti umani nei “paesi alleati” alle grandi potenze occidentali (Turchia ed il conflitto kurdo, la situazione della donna in Kuwait od in Arabia Saudita, complicità del governo o dell’esercito nella sanguinosa repressione della popolazione civile in Brasile, Colombia, Guatemala, Messico, Algeria, Thailandia, ed un lungo eccetera.)

Le implicazioni di governi, multinazionali e banche in alcuni dei commerci internazionali più torbidi e fruttiferi: commercio di armi, droga, ecc.

Politiche economiche imposte da certi organismi internazionali (FMI, BM, GATT, OMC, G8, ecc.), soprattutto in ciò che riguarda le conseguenze sociali ed umane delle loro decisioni. Chi controlla questi organismi? Chi ed in funzione di quali criteri decide le politiche da applicare?

3.2 “Informazione-fulmine”. Notizie che appaiono e scompaiono

È un fenomeno comune nel panorama informativo la repentina apparizione di numerose notizie relazionate con uno stesso argomento o con certi fatti (anche se questi esistevano già molto tempo prima, e non erano mai stati riportati come notizia). Durante un certo periodo di tempo il pubblico è bombardato da tutti i media con notizie, reportage, interviste, ecc. sopra un certo argomento, passando in primo piano nell’attualità informativa. Quando all’improvviso inizia a diminuire il flusso di notizie, arrivando a sparire completamente anche se la situazione in causa non è ancora finita o non è ancora stata risolta.

Si capisce che in molti casi questo fenomeno non è casuale, ma risponde agli interessi del mezzo informativo o delle fonti informative non rese pubbliche, spesso difficili da verificare.

a) Apparizione

Come nel caso dell’informazione falsa (vedi capitolo), nelle “informazioni-fulmine” risulta spesso ugualmente complicato distinguere se la causa della loro comparsa è direttamente attribuibile allo stesso mezzo di comunicazione o procede dalle loro fonti di informazione, che utilizzano il mezzo come diffusore. Come sappiamo, le principali fonti di informazione dei media, a parte i giornalisti, sono le agenzie di stampa internazionali (anche aziende multinazionali) e i dipartimenti di stampa o di pubbliche relazioni di istituzioni statali e delle grandi imprese (vedi capitolo Fonti di informazione). Quando una istituzione o un’impresa è molto interessata nel rendere pubblici certi fatti secondo il suo punto di vista, gli basta nutrire i media con informazione di gran qualità ed interesse perché questi abbiano un’eco.

b) Propagazione

La propagazione di “notizie fulmine” da parte di tutti i media non sempre vuol dire che tutti abbiano gli identici interessi. Spesso viene dato ciò che potremmo denominare “contagio dell’attualità”, vale a dire: se uno o più media concedono molta attenzione ad un fatto, riuscendo ad attrarre l’attenzione del pubblico, il resto dei media dovranno informare ugualmente dello stesso per non restare indietro e perdere la capacità di “offrire attualità”. Per tanto la propagazione spesso si deve a ragioni commerciali, di competitività informativa.

c) Scomparsa

Una volta che la diffusione massiccia di un fatto abbia soddisfatto gli interessi occulti a cui si doveva la sua comparsa (togliere prestigio o persino far cadere un governo, scatenamento di una guerra, ecc.), l’informazione al rispetto suole sparire con la stessa rapidità con la quale apparve, anche se la situazione o i fatti ancora non si sono risolti. In altri casi la sparizione si deve semplicemente ad un fenomeno di saturazione del pubblico, stufo di ascoltare o leggere sempre la stessa informazione sopra la stessa cosa. Così anche argomenti tremendamente drammatici (come la violenza contro le donne, le mattanze in Algeria, gli incidenti di lavoro), finiscono per banalizzarsi e si convertono in “una parte in più del paesaggio informativo” quotidiano, e smettono di avere rilevanza o interesse per il pubblico. In tal caso il media tende a farle sparire (anche se la realtà sulla quale si informa non sparisce), almeno per un periodo di tempo.

Esistono esempi molto chiari di “informazioni fulmine”:

Quello del terrorismo di stato dei GAL, ampiamente diffuso in principio dal periodico El Mundo, ed in seguito per “contagio di attualità” dal resto dei media, anni dopo del verificarsi dei fatti. L’origine di questi improvvisi bombardamenti risponde ad interessi politici ed impresariali, più o meno chiari, però per niente manifesti (i media fingono sempre neutralità). El Mundo iniziò una feroce campagna di accuse contro il governo “socialista” scatenando e dando eco alla maggior parte dei casi di corruzione. Curiosamente dalla caduta del governo del PSOE questo quotidiano ha dimenticato notevolmente il caso GAL, che a stento ritorna di attualità nell’insieme dei media (anche se restano molti processi da terminare).

Un altro esempio è la dittatura di Suharto in Indonesia; appoggiata dagli Stati Uniti e tremendamente sanguinosa, che continuava da anni ad assassinare migliaia di oppositori politici (comunisti, indipendentisti di Timor, ecc.) davanti al silenzio unanime e complice dei media occidentali. Di improvviso, circa due anni fa, iniziano ad apparire sulla stampa articoli e reportage denunciando il carattere tirannico e mafioso del regime indonesiano. Mesi dopo scoppiarono in Indonesia rivolte studentesche, ampiamente coperte dei media, e seguite dalle “dimissioni” di Suharto. Subito dopo essere stato sostituito da Habibi, uno dei suoi uomini di fiducia, d’improvviso l’Indonesia torna a sparire dalle notizie di attualità. Che è stato di Suharto? E delle proteste studentesche? Qual è la politica del nuovo governo? E c’è stato qualche cambiamento realmente democratico? In questo caso, possibilmente l’origine dell'”informazione fulmine” si deve cercare nei governi occidentali che controllano la situazione politica indonesiana (Stati Uniti o Australia); o magari nelle compagnie petrolifere che controllano la tremenda produzione di greggio di questo paese. Gli uni o gli altri sono probabilmente i responsabili della rapida diffusione e della brusca sparizione dell’informazione sull’Indonesia.

Come un esempio significativo di repentina scomparsa interessata di un’informazione risalta l’insieme di notizie sulla sollevazione zapatista in Messico. La spettacolarità e novità della sollevazione assicurò la sua massiccia diffusione all’inizio del 1994, però l’attenzione dei media si ridusse improvvisamente in maniera drastica in coincidenza con la visita del presidente messicano in Spagna. Adesso, quando la repressione dell’esercito messicano è forse maggiore, si parla appena degli zapatisti.

3.3 La sovrinformazione

Nell’altro estremo della non-informazione o carenza informativa di determinati temi troviamo il processo di “sovrinformazione” di altri. Entrambi, come facce di una stessa moneta, costituiscono una forma di disinformare. Numerosi esperti di comunicazione, come Ignacio Ramonet, centrano gran parte delle loro critiche ai media su questo fenomeno della sovrinformazione.

La sovrinformazione si manifesta in due forme differenti:

a) Sovrinformazione di alcuni aspetti di un argomento

informare in modo molto abbondante sopra certi aspetti di un argomento è una forma di emarginare altri aspetti, speso più importanti, polemici o chiarificatori. Non è che non si informi sopra questi ultimi aspetti, ma gli viene dedicato così poco spazio comparato a quello che si dedica agli altri aspetti che passano praticamente inosservati agli occhi del pubblico in generale.

Allo stesso tempo si diffonde la sensazione di essere esageratamente informati sopra un fatto, col il quale i media stanno compiendo la loro funzione, quando in realtà ci forniscono aneddoti ma scarseggiamo di chiavi per comprenderlo. Questo è il tipo di sovrinformazione più comune.

Di solito si materializza con una valanga ripetitiva di certe informazioni, dati ed immagini (spesso seguendo una linea sensazionalista, di notizia-spettacolo) senza entrare realmente nel fondo della questione.

Come abbiamo commentato, paradossalmente l’eccesso di informazione su di un tema suole produrre un effetto simile al non informare realmente sullo stesso. Per iniziare, un gran volume di informazione costante obbliga a leggere superficialmente, vale a dire, principalmente i titoli ed alcun trafiletto. E come abbiamo visto nella sezione dedicata a questi elementi, sono spesso i più manipolativi dentro una notizia. Il lettore, non essendo capace di assimilare tanta informazione, in gran parte deliberatamente superflua ed inutile, termina per saturarsi dell’argomento trattato. Questo può portare a che finisca per ignorarlo (se si oltrepassa una certa soglia di sovrinformazione) o, più comunemente, che accetti senza nessuno spirito critico la versione dei fatti con la quale lo bombardano.

Abbonda per esempio l’informazione sopra gli attentati dell’ETA ed il loro intorno, e le dichiarazioni in merito di personaggi pubblici, però si informa a mala pena sul contesto politico e sociale nei Paesi Baschi, sulla storia recente del nazionalismo basco o sulla strategia poliziesca repressiva. Centinaia di pagine di giornale, di ore di televisione e di radio, di dibattiti, discorsi ed articoli dedicati ogni giorno al conflitto basco, e senza dubbio la maggior parte della gente ignora quasi tutto sullo stesso. Quale miglior esempio di sovrinformazione disinformativa?

Un altro esempio più concreto ed illustrativo è estratto dal contesto della Guerra del Golfo: in una inchiesta realizzata a Denver (Stati Uniti) nel febbraio del 91 (in piena guerra) l’81 per cento degli interrogati era capace di rispondere quanti missili Patriot avevano lanciato “gli alleati” contro gli Scud iracheni il giorno anteriore, però solo il 2 per cento sapeva che una delle principali ragioni per cui l’Iraq aveva invaso il Kuwait alcuni mesi prima erano le manovre delle autorità kuwaitiane per abbassare il prezzo del petrolio (esempio preso dal libro”Occhio ai media!” di Michel Collon). La sovrinformazione si basa spesso sull’informare molto (e superficialmente) sul “come?” (nel caso anteriore, come si sta sviluppando la guerra) ed informare appena sul “perché?” (perché si iniziò realmente questa guerra) e sul contesto del fatto.

b) Sovrinformazione su temi banali

Alcuni argomenti aneddotici e banali sono oggetto di grande attenzione da parte dei media, presentandoli come di grande importanza. L’effetto è quello di distrarre l’attenzione pubblica da altri fatti e realtà molto più importanti per la vita delle persone e della società. Si distoglie l’attenzione da questi argomenti e si dirige verso altri meno conflittuali, in ogni caso meno compromettenti per i poteri dominanti: matrimoni reali, calcio, scandali amorosi del tipo del caso Lewinsky o sulla vita e morte di Lady D, ecc. con l’auge della telespazzatura (programmi rosa, Reality-show, ecc.) questi argomenti banali ed aneddotici hanno guadagnato un protagonismo insolito, invadendo anche le copertine dei giornali e gli spazi televisivi di informazione generale.

Col tema della sovrinformazione ha molto a che vedere la tremenda concentrazione mediatica attuale, vale a dire che sempre più mezzi di comunicazione stanno in mano a sempre meno persone. Così una azienda multimediatica è capace di diffondere uno stesso fatto, o una stessa versione dello stesso, da una grande diversità di mezzi di comunicazione, dando vita per conto suo ad una autentica campagna di sovrinformazione interessata. Come già affermava uno dei primi teorici (e pratici) della comunicazione sociale, Göbbels (responsabile della propaganda nazista nella dittatura di Hitler): “La più grande bugia ripetuta cento volte si trasforma in una grande verità”. La ripetizione asfissiante di una informazione genera credibilità, ed ancor più se si realizza da una grande quantità e varietà di media. Quindi il recettore tende a credere ad una versione dei fatti, o a dar maggiore importanza ad un argomento banale, quanto più numerosi e diversi siano gli informatori che coincidono nel dare la stessa versione, ignorando che in realtà tutti possono appartenere alla stessa azienda.

Per esempio, il gruppo mediatico spagnolo Prisa può attualmente diffondere un fatto od una versione dello stesso simultaneamente mediante le notizie dei quotidiani El Paìs e Cinco Dìas, le radio Cadena SER e Antena 3Radio ed il canale TV Canal Plus; mediante studi dell’agenzia di statistica Demoscopia e mediante monografici dei suoi editoriali Alfaguara, Aguilar, Santillana e Taurus. Poi la sovrinformazione può estendersi ad altri gruppi mediatici mediante il “contagio di attualità”.

Il fenomeno della sovrinformazione può rispondere a varie cause, a seconda dei casi e delle circostanze. Spesso la sovrinformazione di un tema banale o degli aspetti banali di un argomento risponde ad interessi politici, che hanno la loro origine nei gruppi di potere e di pressione e che contano con la collaborazione attiva dei mezzi di comunicazione. Non ci dimentichiamo che questi sono imprese spesso controllate da entità bancarie od altre multinazionali strettamente relazionate con i circoli del potere.

A questi interessi politici di solito si sommano gli interessi commerciali, di modo che spesso risulta complicato distinguere le cause reali di una campagna di sovrinformazione. Per esempio, la diffusione di fatti banali però propizi al sensazionalismo ed alla morbosità (che includano sesso, violenza, gente famosa, ecc.) ottiene sempre un notevole aumento degli ascolti o dell’acquisto della stampa. D’altra parte, la dura competizione commerciale fra aziende medianiche suole portare al “contagio di attualità”, vale a dire che se un’azienda riesce a rendere di attualità un argomento, il resto delle aziende in competizione dovrà ugualmente considerarlo, per non perdere ascolti. In questo modo, il bombardamento informativo che ci propina un gruppo aziendale si moltiplica quando la diretta concorrenza “segue la corrente per non rimanere indietro”.

Anche se ogni impresa da una versione propria dei fatti, d’accordo coi suoi interessi (ma a volte possono coincidere anche questi), in ogni caso tutti i media parlano costantemente delle stesse cose. I fatti sono ormai rabbiosa attualità, e la sovrinformazione è servita.

Un buon esempio di come dietro una stessa notizia ci possano essere tanto interessi politici come commerciali fu il Caso Lewinsky: le relazioni sessuali adultere di un Presidente di Governo (sesso, personaggio famoso) sono diffuse per ragioni politiche (da parte dell’opposizione Repubblicana, per infangarne l’immagine) con tale intensità che persino i media alleati (pro-Democratici) si vedono obbligati a trattare il tema (contagio di attualità). Nello stato spagnolo, senza dubbio, la tremenda diffusione di un caso che riguarda principalmente la politica interna americana non si spiega tanto con gli interessi politici, quanto con quelli commerciali: dovuto all’alto contenuto morboso del fatto.

Un altro caso più vicino fu quello di tre ragazze sequestrate, violentate ed assassinate ad Alcàsser verso la fine del 1992. un fatto senza dubbio terribile, però non molto più di altre migliaia che ogni anno succedono in Spagna e che non raggiungono una grande diffusione. Il triplice crimine di Alcàsser fu senza dubbio così intensamente diffuso e sfruttato dai media, che in solo una settimana il fenomeno raggiunse quote di allarme sociale. Il fatto si produsse proprio quando i Reality Shows iniziavano a guadagnare grande popolarità nella televisione spagnola, per cui l’origine di questa quasi isterica campagna di sovrinformazione fu basicamente commerciale: questo tipo di programmi trovò in un caso così morboso (violenza e sesso) il suo “battesimo del fuoco” col quale raggiunsero una quota di ascolti impressionante.

Però subito dopo il fatto fu ripreso dagli spazi di informazione generale (stampa quotidiana e telegiornali), in uno spiegamento di “giallismo” giornalistico senza precedenti. Possibilmente per ragioni commerciali: per sfruttare al massimo l’audience che i Reality-Shows erano riusciti a generare. Però anche per ragioni politiche, poiché l’allarme sociale fu tale che il governo del PSOE, con in testa il Ministro degli Interni Corcuera, ne approfittò per agire contro la magistratura (accusandola di essere troppo permissiva con i criminali) ed introdurre, con l’appoggio di un’opinione pubblica molto sensibilizzata, modificazioni che indurirono la politica di permessi penitenziari del nuovo codice penale in progetto.

Anche se secondo molti giudici tali modificazioni (che appoggiavano la linea di Corcuera e della sua criticata Legge di Sicurezza Cittadina: “Legge Corcuera”) violavano lo Stato di Diritto, il PSOE si appoggiò sull'”allarme sociale” per introdurle.


ANNESSO

NOTIZIE IN ORDINE DI COMPARSA

“Il tribunale per la ex Yugoslavia accusa Milosevic di crimini di guerra ed ordina il suo arresto”- “Milosevic, accusato di crimini di guerra dal Tribunale Internazionale per la ex Yugoslavia” El Mundo 27/5/99, pag. 38

“Milosevic, processato per aver fatto assassinare 340 persone e deportare 740000”- “Il tribunale de L’Aya ordina di arrestare Milosevic per aver deportato 740000 persone ed assassinato 340” El Mundo 28/5/99, pag. 39

“L’Aya rifiuta la prima delle richieste di Belgrado” – El Mundo 3/6/99, pag. 40

“Il PP ed il PSE giudicano xenofobe le critiche di Arzallus agli immigranti” -El Paìs 25/4/00, pag. 41

“La protesta agricola e l’apertura delle Corti collassano il centro” -Diario 16 4/5/00, pag. 42

“Nonostante tutto, Expotecnia viaggia a Istambul” -El Paìs 30/5/99, pag. 43

“La Svezia sterilizzò 230000 persone in un programma per migliorare la razza” -ABC 29/5/00, pag. 44

“Convocato uno sciopero dei minatori per oggi e domani” -ABC 1/6/99, pag. 45

“Barrionuevo e Vera escono oggi dal carcere dopo l’indulto del governo” -El Paìs 24/12/98, pag. 46

“Aznar avvisa che le politiche socialiste portano frode e corruzione” -ABC 17/5/99, pag. 47

“Il Pentagono sospetta che Belgrado tenga un arsenale chimico” El Paìs 17/4/99, pag. 48

“IU fallisce nel tentativo di raccogliere 500000 firme per le 35 ore” -El Paìs 13/2/99, pag.49

“Il presidente dell’Ecuador cede alle proteste ed abbassa il prezzo della benzina” Diario 16 16/7/99, pag. 50

“Il governo dell’Ecuador progetta di alzare le tasse” -El Paìs 25/7/99, pag.51

“Il governo brasiliano taglierà il 40 % del preventivo per le spese sociali” – El Paìs 11/11/98, pag. 52

“Il FMI indurisce le condizioni per aiutare il brasile” -El Paìs 9/3/99, pag. 53

“Anguita chiama i sette milioni che dissero no alla NATO” El Paìs 3/6/99, pag. 54

“Collage”, pag. 55

“Santa Barbara termina lo sviluppo del missile più avanzato del mondo” – El Mundo 23/12/97, pag. 56

“Piccola storia di un aviatore notturno” – El Paìs 30/5/99, pag. 57

“Solo la metà dei detenuti tossicodipendenti riceve il trattamento con metadone” – El Paìs 18/3/99, pag. 58

“Militanti del PSOE credono che i cartelli danneggino i loro candidati” -La Razòn 20/5/99, pag. 59

“PP e PSOE qualificano come razziste le parole di Arzallus” – El Mundo 25/4/00, pag. 60

“Statistica senza valore di diagnosi” – El Paìs 9/4/00, pag. 61

“La cifra degli immigranti accolti con la Legge per l’immigrazione supera tutte le previsioni” -El Paìs 26/5/00, pag. 62

“Almunia felicita Aznar per il successo del governo nei negoziati con la NATO” – El Paìs 23/12/97, pag. 63

“I grandi magazzini vendettero nel 1998 il 9 % in più e crearono 15000 posti di lavoro” -El Paìs 10/6/99, pag. 64

“La Alleanza non ha smentito ancora i suoi “errori” informativi” – El Mundo 19/6/99, pag. 65

“Una giovane rimane paralizzata dopo essere stata pestata da alcuni “teste rasate”” -El Paìs 29/3/00, pag. 66

“La polizia di Barcellona inventò l’aggressione degli “skins” ad una giovane” – El Paìs 31/3/00, pag. 67

“Manifestazioni organizzate da comunisti per evitare lo sfratto de “La Prose” -ABC 28/6/91, pag.68

“14 ribelli zapatisti disertano l’EZLN” – El Paìs 31/3/99, pag. 69

“Sospetti su che la consegna delle armi degli zapatisti fosse una “farsa” ” – El Paìs 2/4/99, pag. 70

“Il tribunale de L’Aya incolpa Milosevic per le espulsioni massicce ed i crimini in Kosovo” – El Paìs 28/5/99, pag. 71

“I navarri vogliono fare la loro festa in pace ” – ABC 7/7/88 , pag. 72


A) STRUTTURAZIONE DELL’INFORMAZIONE NEL PERIODICO

1. Localizzazione ed estensione della notizia

1.1 Secondo le pagine dove appare

1.2 Secondo la sua ubicazione nella pagina

1.3 Secondo la sua estensione

1.4 Secondo la sezione dove appare

 

2. Contorno
cornice nella quale è inserita la notizia

 

3. Fotografie ed altro materiale grafico 

 

4. Strutturazione di una notizia:
la “Piramide rovesciata”

4.1 Titoli e trafiletti

4.2 Decontestualizzazione

B) IL LINGUAGGIO

1. Il linguaggio scritto

1.1 Tono / linguaggio orientato

1.2 “Parole magiche”

1.3 Associazioni di parole e fatti

1.4 Eufemismi e tecnicismi

1.5 Espressioni orientate

1.6 Stili narrativi

 

2. Il linguaggio delle immagini

2.1 Immagini manipolative

2.2 Campagne fotografiche

 

3. Il linguaggio dei numeri

 

C) CONTENUTO DELL’INFORMAZIONE

1. Selezione ed uso delle fonti di informazione

 

2. Informazione falsa

2.1 Informazione falsa scritta

2.2 Informazione falsa visiva

 

3. Selezione degli argomenti di informazione

3.1 La non-informazione

3.2 “Informazione-Fulmine”.
Notizie che appaiono e scompaiono

3.3 La sovrinformazione

     ANNESSO: NOTIZIE PER ORDINE DI COMPARSA

 

Gruppo di Apprendistato Collettivo

COMUNICAZIONE POPOLARE


Distribuito da: SCUOLA POPOLARE PER ADULTI “LA PROSPE”
c/ Luis Cabrera, 19 28002 MADRID
Tel. : 0034 91 562 70 19 Posta elettronica : prospe@nodo50.org
Pagina web: http:// prosperesiste.nodo50.org

La lucchese in serie A. Una storia di famiglia

Mi chiamo Ilaria Sabbatini. Sono figlia di Tarcisio Sabbatini. Mio nonno Ugo era custode della cartiera di Porta san Jacopo, dove abitavano dopo essersi trasferiti. La famiglia Sabbatini veniva da Villa Basilica, famiglia di cartieranti, come mio nonno. Mio padre è stato il primo a fare un lavoro impiegatizio. Non sono mai andata d’accordo con lui ma aveva delle caratteristiche che meritavano e meritano rispetto.

Mio padre ha servito nell’esercito italiano in Albania. Io sono nata tardi, mio padre era già molto grande. Raccontava sempre di quando in Albania aveva  visto uccidere un muezzin sul minareto, sparandogli dal basso. Un soldato italiano aveva fatto fuoco senza nessuna ragione, per puro disprezzo della vita umana. Una fucilata e l’uomo era caduto. Per questo, quando è riuscito a tornare in Italia, mio padre non ha voluto rientare nell’esercito. Così è stato dichiarato disertore, anche se disertore non era, e ha rischiato di finire nei campi di lavoro, deportato in Germania. Grazie a un difetto nelle radiografie del torace, un medico per aiutarlo lo ha dichiarato tubercoloso. Lo faceva anche con altri giovani ma fu denunciato così venne ucciso e mio padre fu costretto a nascondersi nella soffitta della casa di mia madre, in campagna. Sfuggì ai rastrellamenti e rimase in vita.

Dopo la guerra, ancora molto giovane, giocava a calcio. Lui mi diceva di aver giocato nella Lucchese e di essere stato in serie A. Io mi occupavo di calcio solo per partecipare alle serate che lui organizzava a casa nostra con amici e parenti, a guardare in Tv il commento calcistico. In realtà non gli avevo mai creduto. Mio padre calciatore sì, mio padre nella Lucchese era possibile, mio padre in serie A con la Lucchese mi sembrava impossibile. Poi un amico suo, che lo conosceva da giovane, mi ha confermato di sì, che era vero: mio padre non aveva esagerato. Prima o poi controllerò se ne ho voglia. Ma ora non so se ne ho più voglia.

Io non sono mai andata d’accordo con mio padre ma lui era un uomo onesto. Politicamente e civilmente onesto. Era un cattolico, non è mai stato comunista, ma era uno che ha sempre aborrito il fascismo e il nazismo. Da lui ho imparato a conoscere figure come Don Aldo Mei, il prete fucilato sotto gli spalti delle Mura di Lucca nei pressi di Porta Elisa (come lo stadio), Don Renzo Tambellini, medaglia d’oro al merito civile e Don Arturo Paoli, ugualmente impegnato per i perseguitati e gli ebrei.

Mio padre ha giocato nella Lucchese, nella Lucchese di serie A non di serie D. E oggi avrebbe avuto schifo della sua curva. 

 

Stadio di Lucca: la curva vuota per non omaggiare il deportato

Lo scandalo della speranza

Ci sono cose che si impongono su altre stabilendo una loro priorità autonoma. In questo momento ad esempio dovrei tenere d’occhio i legumi che bollono sul fuoco e, contemporaneamente, dovrei rivedere le citazioni delle note di un libro che devo consegnare all’editore entro la fine del mese. Eppure sono qui a scrivere d’altro sotto una spinta impellente.

Oggi, 27 agosto 2017, si è celebrata la messa a cui dei militanti di Forza Nuova di Pistoia hanno promesso di presenziare per «controllare la dottrina» di Don Biancalani. La colpa del prete è stata quella di pubblicare sul proprio profilo FB le foto di alcuni ragazzi immigrati che aveva portato in piscina come premio per il lavoro svolto.

Giusto per precisare, come è stato rilevato anche da altri, il lavoro svolto da questi ragazzi è stato nella Onlus “Amici di Francesco“, una di quelle che li aiuta anche a casa loro, come ora va di moda dire. Li aiuta in un posto preciso: in Benin, uno Stato dell’Africa occidentale.

Qualcuno sostiene che la reazione violenta al post non è stata per le foto ma per la frase che le accompagnava. Fermo restando che se non fossero stati africani non ci sarebbe stato tutto questo clamore, la frase è: «Loro sono la mia patria, razzisti e fascisti i miei nemici», riportata anche da Avvenire.

In questi giorni, tra la pubblicazione delle foto e la celebrazione della messa di stamani, se ne sono sentite e viste di ogni. La minaccia neanche tanto velata di Forza Nuova, l’atto di vandalismo ai danni delle biciclette dei ragazzi, i post in stile «prima gli italiani», il vescovo che affianca il prete, i giornali che travisano, i chiarimenti della diocesi, le parti che si affrontano e infine il gesto inatteso, quello che sorprende tutti: il prete minacciato che stringe la mano agli esponenti di Forza Nuova.

A leggere di questa notizia mi è venuto da sorridere – anzi da ridere proprio – immaginandomi lo scandalo e la stizza che avrebbe provocato un simile gesto da una parte e dall’altra. Un prete schierato con i profughi, minacciato da militanti politici che si pongono su posizioni xenofobe, che stringe la mano proprio a loro.

Come interpretare questo gesto? È un gesto di perdono? Di fratellanza? Di superamento? Non lo so, non so rispondere. Ma questo gesto mi interroga perché è inaspettato, mi coglie di sorpresa. Mi spiazza molto più di quanto avrebbe fatto un rifiuto. Mi fa venire in mente che se si accolgono i migranti allora si accolgono anche i militanti estremisti di destra. Senza per questo dar loro ragione.

Accogliere non vuol dire condividere il pensiero ma riconoscere la natura umana di chi ti sta di fronte. E in fondo, a prescindere dalle appartenenze politiche, è questo che impone i cristianesimo. Non lo chiede, lo impone proprio. Provate a vedere quante volte ricorre la parola straniero nelle Scritture: sono 104 versetti. Se ne deduce che il tema dello straniero sia una delle chiavi importanti dell’esegesi biblica e anche della vicenda cristica. Poi basta leggere:

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. (…) Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? (…) E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (…)

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto. (…) Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».

È il Vangelo di Matteo, capitolo 25, e i cristiani si definiscono tali in quanto si misurano non solo con una tradizione ma con una persona e con un libro. Coloro che senza sapere nulla rimproverano la chiesa cattolica e le associazioni umanitarie al grido di «prima gli italiani» ignorano il vangelo o lo prendono per un giochetto. Ma ignorano anche quanta gente italianissima stia sfamando la Caritas e vestendo la San Vicenzo. Quanti pacchi le parrocchie consegnino alle famiglie italiane impoverite dalla crisi. Ignorano i pensionati italiani che aspettano l’apertura delle mense.

Ignorano che loro stessi possono sistemare gli abiti dismessi per darli ai poveri. Ignorano che loro stessi possono aiutare o anche solo ascoltare gli anziani soli. Ignorano che loro stessi possono chiedere aiuto per qualcuno, italiano, che ha avuto un rovescio di fortuna. Eppure c’è chi lo fa, per solidarietà verso i vicini, per senso civico, per convinzione etica. Lo fa e basta, dimostrando che non c’è alcun bisogno di polemiche: basta farlo.

In questi giorni mi tornano spesso in mente dei passi evangelici, uno più di altri. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (…)». Oggi credo che la spada sia la radicalità di chi sceglie di schierarsi con i profughi e, al tempo stesso, di tendere la mano a chi lo minaccia.

Curiosamente ieri, dopo lo sgombero di Roma, mi era capitato un video tra le mani. La testimonianza di una conversazione improbabile, non certo spontanea ma ugualmente interessante. La BBC ha divulgato un video in cui si vedono un esponente di Casapound e un migrante del Gambia che parlano di immigrazione. È evidentemente una situazione che non si è creata naturalmente ma proprio questo colpisce: l’uno di fronte all’altro parlano. Non certo per arrivare a un punto di intesa ma parlano e già questo per me è sorprendente.

http://www.bbc.com/news/av/world-europe-41038372/a-member-of-an-italian-fascist-party-faces-an-african-immigrant

Non ho scritto queste riflessioni per apologizzare il vescovo di Pistoia o per esaltare il gesto di Don Biancalani, tantomeno per dire che quelli di Forza Nuova sono dei bravi ragazzi. La mia città, Lucca, ha ancora fresca la memoria di fatti brutali provocati da questo movimento e francamente non voglio vederli ripetere. Ho scritto per un altro motivo: perché trovo molto più stimolante ciò che esce dagli schemi e che in qualche modo provoca le mie aspettative rispetto alle soluzioni rassicuranti.

Ci si sarebbe aspettati una condanna (che del resto c’è già stata) e un rifiuto. Invece il rifiuto non c’è stato, non verso quelle persone che si sono presentate stamani in chiesa, riconoscibili tra tutte. Nonostante la campagna di intolleranza, nonostante le minacce, nonostante il clima pesante che si è creato, un gesto, un semplice gesto, ha impresso alla vicenda una direzione imprevista. E questo è decisamente più interessante di qualsiasi soluzione prevedibile o prevista.

 

 

 

Il senso dell’immagine

Le immagini, più di altre forme di comunicazione, hanno una lettura molteplice. Avete presente la foto dell’infermiera e del soldato? Il 14 agosto 1945 a Times Square, il fotografo Alfred Eisenstaedt coglie un’immagine storica. Subito dopo l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale un militare bacia una giovane infermiera. Non è un bacio di passione, come tanti ipotizzarono, ma un incontro del tutto occasionale.

Racconta Alfred Eisenstaedt: «A Times Square nel V-J Day, ho visto un marinaio che correva lungo la strada afferrando qualsiasi ragazza vedesse. Che lei fosse una nonna, robusta, magra non faceva differenza. Stavo correndo davanti a lui con la mia Leica guardandomi indietro, ma nessuno dei possibili scatti mi piaceva. Poi, all’improvviso, in un lampo, ho visto che afferrava qualcosa di bianco: mi sono girato e ho cliccato nel momento in cui il marinaio baciava l’infermiera. Se lei fosse stata vestita con un abito scuro non avrei mai preso l’immagine. Lo stesso se il marinaio avesse indossato una divisa bianca. Ho scattato esattamente quattro immagini, nel giro di pochi secondi. Solo una era giusta, a causa del bilanciamento. Nelle altre l’enfasi è sbagliata – il marinaio sul lato sinistro è troppo piccolo o troppo alto».

Dunque bisogna fare attenzione alla lettura delle immagini e bisogna ricordare sempre le parole di un grande fotografo, Elliott Erwit: «La fotografia è un arte di osservazione. Ha poco a che fare con le cose che vedi e molto con il modo in cui vedi le cose».

A questo proposito riporto alcune immagini comparate senza nessun commento, tranne il luogo e la data, perché siano queste a comunicare.

Il bacio della militante NoTav al poliziotto fece molto scalpore all’uscita della foto ma la ragazza ha dichiarato: «Ci sono due cose che vorrei subito chiarire. Quella foto non è stata assolutamente organizzata ad arte, come molti hanno insinuato. Il fotografo ha solamente avuto fortuna. Ma soprattutto: il mio intento non era quello di lanciare un messaggio di pace alle forze dell’ordine. Al contrario: volevo ridicolizzare i poliziotti. Volevo metterli in imbarazzo: volevo prenderli in giro». E il poliziotto dal canto suo l’ha denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale.

Per quanto riguarda invece l’altra foto, quella dello sgombero del palazzo di Roma del 2017, la donna che compare nello scatto afferma: «Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia».

La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

“Che ipocrisia!” commenta Giuseppe, un lettore di Fotocrazia versione Facebook, quando condivido a caldo questa fotografia di Angelo Carconi dell’Ansa, subito promossa a icona dai media.

Da lontano, da un posto sicuro e tranquillo, come milioni di lettori, cerco sconcertato di capire cosa è successo a Roma, in piazza Indipendenza. Mi affido, come milioni di lettori, come è inevitabile, alle notizie, e alle immagini.

Fotografie e video si affollano sui canali Web, e mostrano persone disarmate, alcune malate, abbattute come birilli da getti d’acqua che hanno la forza di mandarti all’ospedale, mostrano occupanti che reagiscono allo sgombero gettando oggetti dalle finestre, mostrano funzionari di Polizia che incitano gli agenti a rompere le braccia a chi lo farà ancora.

Mostrano una battaglia: ma asimmetrica, insensata, violenta, a tratti disumana, mossa da un potere costituito a persone spossessate.

Cosa ci fa, in questo scenario che muove la nausea, la foto di un gesto che sembra umano, che sembra una carezza, che sembra una vicinanza?

Fa  ovviamente da contrasto, e il contrasto è un potente innesco per una foto di cronaca. Un contrasto messo immediatamente al servizio mediatico di una narrazione: il gesto bello che riscatta il brutto, lo spiraglio di umanità che rassicura il lettore e fornisce un alibi morale al suo disagio di fronte a notizie e immagini sconcertanti. Sì, li hanno menati in nome nostro, ma poi li hanno accarezzati.

In verità non sappiamo cosa mostra davvero questa fotografia. Potrebbe, per dire, anche essere tutt’altro gesto, paternalista, autoritario, perfino imperioso. Non lo sappiamo di nessuna fotografia, a pensarci bene. “Un gesto di umanità, emozionante e dolce”, dice a La Stampa il fotografo che lo ha registrato. Ovviamente neanche lui è il padrone del senso dell’immagine. Ne è in qualche modo uno spettatore, come tutti noi.

Come lo è Genet, eritrea. Che è la donna che compare nella foto. Anche lei vede questa immagine, che un giornalista dell’Huffington Post le mostra quasi in tempo reale. E la rifiuta: “Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia”, dice.

Cosa vede Il fotografo in questa foto? La stessa cosa che ci vede la protagonista o il contrario? Cosa ci vediamo noi? Cosa dovremmo vederci? Cosa vorremmo vederci? Cosai media vogliono che ci vediamo?

Nessuna immagine dice la stessa cosa a tutti, nessuna dice tutto. Alcune immagini dicono poco, spesso niente. Questa però sembra voler dire troppo.

Sembra voler negare altre immagini. La reazione contro la sua invadenza è già partita, in forma di gara a chi trova un’immagine “più vera” degli scontri di ieri, una immagine che contrasti la diffusione di quella immagine, giudicata “ipocrita” (per esempio, questa).

Ma in questo modo non facciamo che assolutizzare immagini parziali per contrapporle ad altre immagini parziali frettolosamente assolutizzate. Confermiamo solo il gioco perverso dell’iconizzazione.

In questa guerra di icone, oltretutto, rischiamo di ammazzare quel poco di servizio civile che la fotografia può ancora rendere all’umanità.

Negare questa fotografia sarebbe stolto, così come farne un alibi. La battaglia per un uso civile della fotografia si combatte, io credo, in un altro modo.

La prima cosa da fare di questa fotografia è, ovviamente, relativizzarla. Non lasciarla esistere da sola, non lasciare che occupi tutta la scena. Mostrare tutto quel che è mostrabile. La pluralità delle immagini è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La seconda cosa è contestualizzarla. Non lasciare che parli da sola: quando pretendono di farlo, le fotografie di solito raccontano bugie. Aggiungere parole che dicano tutto quel che si sa di quel che è successo prima, durante, dopo quei centesimi di secondo del clic, vicino e lontano da questa scena. La tanto disprezzata mediazione giornalistica è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La terza cosa, la più difficile, è capire cosa sta succedendo davvero in questa scena registrata da una fotocamera. Vediamo un poliziotto che cerca un contatto fisico, apparentemente non ostile, con una donna che piange. Non possiamo sapere come si sia comportato quel singolo agente prima e dopo questo gesto. Sappiamo poco (anche se lui stesso lo ha raccontato, in una intervista al Corriere della sera dove la compassione per la donna è bilanciata dalla preoccupazione per lo stress psicologico del tutore dell’ordine) di cosa significava davvero per lui quel suo gesto individuale rispetto al mandato repressivo ricevuto, e collettivamente eseguito con determinazione: uno spiraglio di umanità, una contraddizione fra atti e pensieri, tra ordini ricevuti e solidarietà umana, un momento di dubbio, un’offerta di scuse, un pentimento? Sappiamo però cosa significa per la donna a cui lo ha rivolto: un gesto “bello” usato per mascherare, per nascondere. Restituire diritto di parola ai soggetti delle fotografie è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

Non è detto che le due ipotesi, del gesto umano individuale e dell’ipocrisia collettiva, non possano essere compatibili. Le immagini sono in grado di contenere contraddizioni. Anche perché ci pensa il loro uso mediatico, come la loro condivisione orizzontale, ad abolire alcuni significati non graditi e accentuare e strumentalizzare alcuni significati “utili” a una causa, a un potere, a una ideologia.

Cosa o chi può impedire questo sequestro di senso? Il lettore. Il lettore attivo. Solo lui, il terzo personaggio (assieme al fotografo e al soggetto dell’immagine) di quel triangolo virtuoso che Ariella Azoulay ha chiamato “il contratto civile delle fotografia”, unica chancedel fotogiornalismo per (ri)trovare una funzione di liberazione e denuncia.

Tocca al lettore, quando non lo abbiano fatto i media, fare le tre cose che ho elencato prima. Con tutti i mezzi di cui dispone, soprattutto uno: il suo senso critico. La sua libera convinzione fondata su tutte le fonti a cui è in grado di accedere e di cui è in grado di pesare l’attendibilità e l’autorevolezza.

A volte non ce la farà. Può accadere che non ci siano abbastanza fonti attendibili, bisognerà rifiutare allora la tentazione di credere a quelle che coincidono con la nostre visione del mondo, occorrerà rassegnarsi a riconoscere un limite, non accettare le apparenti verità di una immagine, lasciarla dov’è, indecidibile e indecisa. Non di tutte le immagini siamo obbligati a scovare un senso per noi utile.

Ma anche in questi casi, c’è qualcosa che le fotografie possono ugualmente fare per noi. Possono nutrire la nostra “immaginazione civile” (è di nuovo una intuizione di Azoulay, ripresa e sviluppata recentemente da un importante libro di Robert Hariman e John Louis Lucaites).

Le fotografie non tentano solo (a volte fallendo) di dirci “che cosa è successo”. Possono anche suggerirci, per contrasto, che cosa non è successo, che cosa poteva o dovevaaccadere invece. Alcune foto ci costringono a chiederci cosa potrebbe essere, e purtroppo non è. Scatenano le nostre domande, il nostro bisogno di sapere quello che non possono mostrare. Questa è la loro funzione.

Questa foto, allora. Iconizzata e canalizzata dai media come alibi morale per giustificare una giornata disumana, è fortemente sospetta. Ma se è una semantizzazione che ne orienta il significato, allora un’altra semantizzazione può riscattarla.

Se anche non possiamo dire molto sul significato reale di quel gesto, sulla sua sincerità, il semplice fatto che appaia come un gesto umano ci permette, direi ci obbliga a farci una domanda: avremmo avuto bisogno ieri di più gesti come quello, avremmo bisogno che gesti come questo prevalessero sempre? Potevano gesti umani fermare la disumanità di una repressione contro persone in condizione di debolezza e di bisogno, contro portatori di diritti umani e di cittadinanza negati?

Mi rendo conto che questa proposta può sembrare pericolosamente vicina al baratro dello storytelling, che è quasi sempre una mistificazione di potere. Mentre credo sia l’opposto, un modo per smontare una narrazione fittizia.

Non si tratta di leggere questa foto come se la distinzione fra vero e falso non contasse più, e contasse solo quel che ci convince e ci gratifica. No, capire cosa è successo nella realtà resta la condizione sine qua non.

Ma una volta che ci siamo chiesti se quel gesto non è quello che sembra essere, o magari lo è ma non era sincero, o magari era sincero ma è stato poi piegato fino a diventare una maschera ipocrita – una volta che quella foto sia tornata nel suo contesto, non mostra proprio ciò che ieri è dolorosamente, colpevolmente mancato? Quella umanità che serviva e non c’è stata?

Non buttiamo via questa fotografia. Rivendichiamola, anzi, a un suo possibile diverso significato: la mancanza e dunque il bisogno urgente e assoluto di un ritorno dell’umanità contro il disumano.

Vaccini, fiducia e patto sociale

Un amico mi ha chiesto di essere chiara sulla mia posizione. Bene, accolgo il consiglio e semplifico le cose al massimo. Ritengo che i vaccini siano una cosa positiva. Il problema però rimane su come comunicare questo messaggio. Sono convinta che l’imposizione per legge, soprattutto nel clima attuale, possa peggiorare la situazione.

Ho discusso molto in questi giorni ma soprattutto ho letto. Di tutto ciò che mi è passato tra le mani due cose mi sembrano particolarmente importanti. Uno è il commento della mia amica Cinzia Marini che lavora in ambito sanitario in Norvegia dove la copertura vaccinale è altissima pur senza alcun obbligo. L’altro è un articolo di Roberta Villa, medico e giornalista scientifico, per la rivista Strade. Io non aggiungerò niente perché loro rappresentano in modo eccellente anche il mio pensiero.

Cinzia Marini

Allora, in estrema sintesi le coperture vaccinali in Norvegia* si aggirano sul 95%. Non c’è l’obbligo di niente, i vaccini sono tutti solo consigliati, ma la gente li fa. Perché? Chiede Ilaria [l’autrice di questo blog n.d.r.]. Premetto che lavoro in ambito sanitario, precisamente ricerca clinica, e conosco bene il paese perché ci vivo da vent’anni e ci ho allevato una figlia e conosco benissimo il sistema sanitario e la mentalità. Il motivo principale è il patto sociale. C’è fiducia nelle istituzioni, c’è fiducia nel sistema sanitario e nella medicina. Si fa una seria politica di prevenzione che inizia con la gravidanza e finisce con la tomba. Ci sono molti meno medici per numero di abitanti che non in Italia, ma ci sono altre figure professionali preparate che in Italia non esistono e che lavorano sul campo insieme ai medici e vicino alla gente. Potrei parlare del servizio capillare di ostetriche che seguono le donne in gravidanza o le cosiddette “Helsesøster” che ricordano quelle che ai miei tempi a Firenze negli anni 70 erano le “assistenti sanitarie” che lavorano nella scuola, seguono ogni bambino da quando nasce a quando finisce la scuola anche con visite a casa, fanno i controlli, filtrano le visite inutili dal pediatra, vaccinano, consigliano e ascoltano i dubbi e rispondono in maniera comprensibili a tutti e da pari a pari, conoscono l’evidenza scientifica ma anche l’empowerment e le tecniche comunicative. Questo riguarda anche i medici naturalmente. Si comunica da pari a pari, non nel senso che tutte le opinioni valgono uguale, esiste un’evidenza scientifica alla quale tutti i medici si attengono, non esiste un medico che sconsigli le vaccinazioni, ma non si trattano i pazienti dall’alto in basso, si è costruito da sempre un rapporto di fiducia. Questa è la ragione. Poi mi potete parlare di alto livello di istruzione, di benessere economico, di socialdemocrazia e di quello che vi pare, ma il motivo principale secondo me è il patto sociale.


VACCINI: LA FIDUCIA È UNA COSA SERIA

di Roberta Villa

Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove scientifiche esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma, come la stessa scienza dimostra, non siamo solo esseri razionali: non basta, quindi, elencare fatti e dati per (ri)conquistare la fiducia di pazienti e consumatori sempre più disorientati.

Il termine che ricorre più spesso in Italia nel dibattito sui vaccini che sta incendiando nuovi e vecchi media in queste settimane è “obbligo”: da più parti si ripete che solo costringendo i genitori a vaccinare i loro figli, pena la mancata ammissione all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, o perfino alla scuola elementare, si potranno far risalire le coperture, mettendoci al riparo da gravi malattie tuttora circolanti, come pertosse o morbillo, o che potrebbero tornare, come poliomielite o difterite. Qualcuno addirittura invoca la sospensione della patria potestà per i genitori renitenti, o la minaccia di sottrar loro i bambini e darli in adozione.

Appena però si mette il naso al di là delle mura di casa nostra, si scopre che la parola chiave del dibattito sull’esitazione vaccinale è un’altra. Ovunque si parla soprattutto di “trust”, fiducia, la fiducia che una quota crescente della popolazione di tutto il mondo più ricco ha perso nei confronti della politica, delle istituzioni in generale, e in particolare delle autorità sanitarie. E di come rimediare a questo vulnus, all’origine del calo delle coperture.

Si parla di fiducia nel recente documento “Vaccination and Trust” dell’Organizzazione mondiale della sanità, che raccoglie le prove scientifiche attualmente disponibili su cui l’agenzia fonda le sue raccomandazioni. Si parlava di costruire un rapporto di fiducia nel titolo del documento che un paio di anni fa il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha dedicato alla “Comunicazione sulle vaccinazioni”, “Communication on immunization. Building trust”. “Building trust in immunization” è anche il titolo scelto dall’UNICEF per una serie di documenti guida su come stringere alleanze per migliorare le coperture vaccinali nei diversi Paesi del mondo.

Moltissime pubblicazioni scientifiche attribuiscono a questa diffusa perdita di fiducia il recente calo delle coperture vaccinali. Un fenomeno, è bene ricordare, che non è in nessun modo “tipicamente italiano”, come a volte si sente dire, né può essere quindi ricondotto alla scarsa preparazione scientifica degli italiani, al prevalere di una cultura umanistica, o alla carenza dell’insegnamento del metodo scientifico nelle scuole, dal momento che si verifica ovunque. Il problema, declinato in vario modo, riguarda tutto il mondo.

Ma da dove nasce questa perdita di fiducia nell’autorità costituita, che in politica suscita movimenti populisti e nel campo della salute alimenta ostilità nei confronti dei vaccini e simpatia per le “medicine non convenzionali”? Alla base ci sono fenomeni sociali complessi, che si stanno studiando.

Un fattore potrebbe essere il fatto che le masse, più scolarizzate di quanto siano mai state nella storia dell’umanità, non sono più disposte a delegare le decisioni alle élite, scientifiche, economiche o socioculturali che siano, con la stessa facilità di un tempo. Le persone vogliono essere informate, coinvolte e avere in voce in capitolo, soprattutto se si tratta della propria salute. E la possibilità che insorgano dubbi o si manifestino rifiuti è il prezzo da pagare, l’altra faccia di quell’empowerment dei cittadini e dei pazienti che si è perseguito a lungo, allo scopo di superare il paternalismo che tradizionalmente governava il rapporto medico e paziente.

Bisogna pentirsi di questo processo? Non credo. Ma certamente occorre governarlo, con strumenti e modalità ancora tutte da scoprire, anche alla luce dell’introduzione di internet prima e dei social network poi, che hanno disintermediato e rivoluzionato l’accesso alla conoscenza. La società in cui viviamo non è solo una post-truth society, secondo il termine definito parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, ma anche, e forse di più, una post-trust society.

Per quanto riguarda il caso specifico, esemplare e sintomatico, dei vaccini, è senz’altro vero quel che si ripete sempre, cioè che questi farmaci sono vittima del loro successo. Hanno infatti allontanato dai nostri occhi malattie come poliomielite o difterite, che proprio per questo non fanno più paura. Non appena però appare all’orizzonte una minaccia che spaventa davvero, come le morti per meningite, o l’epidemia di ebola in Africa occidentale, le perplessità sui vaccini, o i sospetti sugli interessi economici delle case farmaceutiche che li producono, svaniscono come neve al sole. Si fa la coda per ricevere il vaccino o si impreca contro le aziende che non l’hanno mai messo a punto.

Ma non è tutto qui. A erodere la fiducia del pubblico nei confronti dei vaccini ha contribuito moltissimo anche la famosa bufala sul presunto legame tra autismo e vaccino mpr contro morbillo, parotite e rosolia, messa in piedi, con uno studio poi rivelatosi fraudolento, dal gastroenterologo inglese Andrew Wakefield. Non è un male che il paper, pur ritrattato da Lancet, che l’aveva inspiegabilmente pubblicato, sia ancora disponibile in rete, in modo che ognuno, perfino i non addetti ai lavori, possa rendersi conto della debolezza dei dati su cui furono sollevati quei sospetti: 12 bambini con disturbi dello sviluppo, in 8 dei quali i genitori segnalavano un’associazione temporale tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e la comparsa dei sintomi.

Otto bambini. Sono più di 95.000 quelli con fratelli maggiori autistici o sani, studiati in un lavoro pubblicato nel 2015 sul Journal of the American Medical Association, l’ultimo di una lunga serie che ha definitivamente smentito la falsa correlazione. Più di 1.200.000 quelli esaminati dalla metanalisi che l’anno prima ha passato al setaccio tutta la ricerca condotta per acclarare ogni dubbio su questo punto, con grande spreco di tempo e risorse. Eppure la gente continua a crederci. Perché?

Facile rispondere che le persone sono stupide. In realtà Wakefield ha scelto bene lo specchietto per le allodole con cui, per propri secondi fini economici, voleva screditare il vaccino mpr. L’autismo è una malattia di cui ancora si conoscono poco le cause e i meccanismi, che spaventa i genitori, che coinvolge le relazioni. A lungo si sono ingiustamente accusate le “mamme frigorifero” di rappresentarne il fattore scatenante, ed è quindi comprensibile la reazione di chi si attacca a una spiegazione che incolpa qualcun altro: lo Stato, i medici, le case farmaceutiche.

Non è razionale, certo, perché le prove scientifiche che assolvono i vaccini sono inequivocabili. Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma non siamo solo esseri razionali. Le nostre convinzioni sono profondamente plasmate anche da fattori emotivi, dalla nostra esperienza personale, dai bias a cui nessuno sfugge. Dimenticare tutto questo e pensare che basti fornire una “corretta informazione scientifica” va paradossalmente proprio contro la scienza che ha dimostrato l’inefficacia di questo approccio.

Le autorità, poi, dovrebbero assumersi la loro parte di colpa per la sfiducia che il pubblico ha sviluppato nei confronti loro e delle vaccinazioni in particolare. Dopo il caso Wakefield, c’è stato un altro importante fenomeno globale che ha dato una pesante spallata alla loro autorevolezza. Nel corso della pandemia influenzale da virus A (H1N1) del 2009, la cosiddetta “suina”, si fecero clamorosi errori di gestione e comunicazione, che si stanno studiando ancora oggi. Ci furono mancanze in termini di trasparenza che gettarono l’ombra di possibili conflitti di interesse sulla dichiarazione e la gestione della pandemia. Ma soprattutto non si ridimensionò l’allarme iniziale, giustificato dall’alta letalità che sembrava emergere dal focolaio messicano, alla luce dell’andamento meno grave della malattia che man mano si confermava, nei mesi seguenti, nella maggior parte delle persone colpite.

Viceversa, in Italia, si scelse la strada della rassicurazione paternalistica, con un testimonial come Topo Gigio e lo slogan: “L’influenza A è una normale influenza”. La campagna riuscì a prendere due piccioni con una fava, banalizzando in un colpo solo sia l’influenza stagionale sia quella da H1N1, che riuscì così a fare le sue vittime, “poche”, per fortuna, più o meno quelle di una “normale influenza” ma per lo più giovani e precedentemente sane. Centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, parte dei quali, ammalatisi dopo l’arrivo del vaccino, si sarebbe potuta salvare. Ma come si poteva poi pensare, all’arrivo del vaccino, di convincere le persone a farselo somministrare, se era stato tutto un falso allarme? Insomma, un pasticcio, di cui in parte paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Ecco perché sono importanti la trasparenza e l’onestà della comunicazione, senza gonfiare i dati o presentarli in modo da enfatizzarli. Per questo bisogna avere il coraggio di ammettere francamente l’incertezza, quando ci sono aspetti di cui ancora non si può essere sicuri. E occorre usare cautela e gradualità nell’introdurre cambiamenti importanti nel calendario vaccinale, se c’è il rischio che il pubblico li percepisca come indirizzati dalle aziende farmaceutiche.

Con le emozioni delle persone, con la loro percezione del rischio, tanto più se si tratta dei loro bambini piccoli, non si può agire con leggerezza. È pericoloso gridare “al lupo, al lupo!”, invocare gravi emergenze e ricorrere a mezzi estremi al di fuori delle crisi, quando ci sarebbe tutto il tempo per interventi mirati, che comprendano potenziamento dei servizi e del personale, programmi di offerta attiva e facilitata, campagne di comunicazione mirate agli operatori sanitari prima ancora che ai genitori. L’effetto boomerang potrebbe essere un’ulteriore perdita di fiducia nelle istituzioni, che davvero non ci possiamo permettere.


Esitazione vaccinale: l’obbligatorietà è la soluzione?

Di 15 giugno 2017 (fonte)

Antonio Clavenna si occupa del decreto sui vaccini e osserva che di fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali, la risposta delle istituzioni politiche si è orientata verso un rafforzamento dell’obbligatorietà. Clavenna sostiene che le misure coercitive, soprattutto in mancanza di una strategia più ampia che comprenda anche interventi educativi, formativi e organizzativi, rischiano di avere ricadute negative e di ridurre la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

La discussione sull’obbligo vaccinale e sulle modalità con cui applicarlo ha tenuto banco nella discussione politica degli ultimi mesi. Per far fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali alcune Regioni e alcuni Comuni avevano introdotto (Emilia Romagna e Trieste nel novembre 2016) o erano in procinto di introdurre (Toscana, Lombardia, Puglia) provvedimenti legislativi per inserire le vaccinazioni tra i requisiti necessari per l’accesso ai nidi e alle scuole per l’infanzia.

La discussione si è successivamente spostata a livello parlamentare, finché il 7 giugno scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” che prevede un aumento da 4 a 12 delle vaccinazioni obbligatorie, introduce l’obbligo vaccinale per l’accesso a nidi e scuole per l’infanzia e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative (fino a 7500 euro) per i genitori che rifiutano la vaccinazione per i propri figli.

C’è ampio dibattito sulla necessità e sull’utilità delle misure coercitive nell’aumentare l’adesione alle vaccinazioni. Non ci sono evidenze scientifiche che documentino l’efficacia o la non efficacia dell’obbligatorietà. Nel 2014 il gruppo di esperti chiamato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a redigere un rapporto sull’esitazione vaccinale, pur riconoscendo che in alcuni paesi l’obbligo ha contribuito a un aumento delle coperture, raccomandava di valutare con grande attenzione e cautela l’introduzione di misure coercitive che possono minare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

L’esitazione vaccinale è un fenomeno complesso, ed è errato ritenere che tutti i genitori che non vaccinano lo fanno perché contrari alle vaccinazioni. Stando alle indagini condotte anche in Italia, i veri e propri anti-vaccini rappresentano circa il 3% dei genitori, mentre una quota più ampia (10-15%) è costituita dagli esitanti, genitori che nutrono dubbi e timori, che necessitano di ascolto e rassicurazione, che ritardano le vaccinazioni e/o le effettuano solo in parte. [Valsecchi M et al Indagine sui determinanti del rifiuto dell’offerta vaccinale in Veneto. Rapporto 2011] Vi sono poi genitori che faticano ad aderire alle indicazioni del calendario vaccinale per problemi di tipo organizzativo, legati anche all’accesso ai servizi.

L’obbligo vaccinale rischia di rappresentare una risposta semplicistica, non in grado di affrontare una complessità che richiede invece interventi multimodali. Le misure coercitive comportano alcuni rischi: ridurre una fiducia già compromessa verso i medici e le istituzioni, come sottolineato dagli esperti dell’OMS; polarizzare maggiormente le posizioni e le contrapposizioni, aumentando la confusione; aumentare i contenziosi; spostare i genitori esitanti verso una maggiore contrarietà. [Leask J & Danchin M J Pediatric Child Health 2017; 53:439-444] Inoltre, l’obbligo per l’accesso ai nidi nella situazione italiana avrà molto probabilmente un impatto modesto se non irrilevante, lasciando una quota di bambini da 0-3 anni non vaccinati e con il rischio concreto che si creino nidi o asili domestici frequentati da soli non vaccinati, che potrebbero rappresentare piccoli focolai epidemici. [Clavenna A & Bonati M Ricerca&Pratica 2017 33:102-111]

D’altro canto, l’obbligo vaccinale per l’accesso al nido e alla scuola dell’infanzia può tutelare la salute della comunità scolastica, in particolare dei bambini vulnerabili che non possono essere vaccinati per problemi di salute o di chi non risponde alle vaccinazioni.

Il Decreto Legge 73/2017 (Decreto Lorenzin) presenta alcune importanti criticità. La prima è rappresentata proprio dalla scelta di ricorrere allo strumento del decreto legge: di fronte a criteri di necessità e urgenza piuttosto labili sarebbe stato preferibile affidare direttamente al parlamento il compito di legiferare.

La seconda è l’ampio numero di vaccini a cui il provvedimento si riferisce.

Il Decreto Lorenzin pone l’Italia tra le nazioni con il maggior numero di vaccinazioni obbligatorie e la prima in Europa (dove peraltro nella maggior parte dei paesi non vige alcun obbligo). Non solo, ma è un deciso cambio di rotta rispetto alle scelte della politica sanitaria degli ultimi 20 anni, indirizzate verso un percorso di superamento dell’obbligo vaccinale.

Per quanto il profilo di sicurezza ed efficacia sia favorevole per tutti i 12 vaccini, occorre considerare che le malattie infettive prevenibili sono differenti in termini di contagiosità e rischio di complicanze gravi o letali, così come sono diversi i vaccini per entità e durata dell’efficacia protettiva (e di conseguenza per necessità di dosi di richiamo, anche in età adulta). Mettere i vaccini sullo stesso piano implica il non identificare e non condividere con la popolazione quali sono le priorità per la salute pubblica.

Tra i 12 obbligatori, vi sono vaccini che hanno un beneficio che riguarda prevalentemente o esclusivamente il singolo bambino e l’obbligo per l’accesso alla comunità scolastica non è giustificabile con la necessità di tutelare la salute dei compagni. In parte questo può essere dovuto alla disponibilità di vaccini combinati (come nel caso dell’esavalente o del morbillo-parotite-rosolia), ma l’obbligatorietà dei vaccini contro la meningite è poco comprensibile: il meningococco ha una contagiosità poco elevata e la maggior parte dei casi di contagio avviene da portatori sani del batterio, che hanno prevalenza maggiore tra gli adolescenti e i giovani adulti. Questo significa che per ridurre la capacità del batterio di circolare è importante vaccinare questa fascia di età, mentre le vaccinazioni effettuate nell’infanzia servono soprattutto a proteggere il singolo bambino.

Desta particolare perplessità la scelta di rendere obbligatorio (per i nati a partire dal 2017) il vaccino contro il meningococco B: si tratta di un vaccino introdotto in commercio da pochi anni e inserito nel calendario vaccinale solo a gennaio con il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Molte nazioni europee hanno scelto di non inserirlo nei programmi di vaccinazione perché non costo-efficace (alcuni paesi lo raccomandano, ma il costo dell’acquisto è a carico delle famiglie). A oggi l’efficacia sul campo e nella pratica del vaccino contro il meningococco B necessita di essere approfondita: dai dati disponibili sembra, per esempio, che l’efficacia protettiva si riduca dopo 2 anni e che il vaccino potrebbe non essere in grado di ridurre i portatori sani [Sadarangani M & Pollard AJ Clinical Microbiology and Infection 2016; 22: S103-S112]. Inoltre, i casi di meningococco B si concentrano nei bambini minori di 4 anni e in particolare nel primo anno di vita. L’esclusione dalle scuole dell’infanzia dei non vaccinati contro il B ha davvero poco senso (tra l’altro, un bambino vaccinato nel primo anno di età potrebbe anche non essere più coperto dal vaccino).

Suscitano anche perplessità le sanzioni proposte, per quanto già previste dalla precedente normativa, che potrebbero potenzialmente portare a un’esenzione legata al reddito.

La tutela della salute pubblica avrebbe dovuto eventualmente prevedere un obbligo limitato alle vaccinazioni di maggiore impatto per la comunità (quelle contro morbillo e pertosse, più poliomielite e difterite, attualmente eliminate ma che potrebbero verificarsi nuovamente).

In ogni caso, per morbillo e pertosse occorre ricordare come non sia sufficiente vaccinare solo la popolazione pediatrica. Nel caso della pertosse la protezione dei bambini, specie nel primo anno di vita, si ottiene attraverso la vaccinazione dei famigliari e dei caregiver, mentre per il morbillo l’eliminazione della malattia necessita di strategie di recupero degli adolescenti e degli adulti suscettibili, a partire dagli operatori sanitari e dal personale scolastico.

A questo riguardo va sottolineato come più del 70% dei casi ammalatisi durante la recente epidemia di morbillo aveva più di 15 anni, e come circa 1 su 10 era un operatore sanitario. Le strategie di recupero (catch-up) previste nei piani del Ministero della Salute fin dal 1999 sono state scarsamente attuate. Purtroppo non è stata effettuata alcuna riflessione da parte delle istituzioni preposte su queste mancanze (che hanno in parte contribuito all’epidemia osservata in questi mesi) e su come porvi rimedio.

Resta, infine, da capire quale sarà la strategia complessiva in cui si inserirà l’obbligo, come si concretizzeranno gli interventi informativi ed educativi e quale sarà l’impatto del provvedimento sull’attività dei servizi vaccinali e degli istituti scolastici.

Qualunque sia la visione sull’obbligo vaccinale, dovrebbe essere opinione comune che questo rappresenta una sconfitta per tutti: comunità civile, genitori, ma soprattutto operatori sanitari e istituzioni, politiche e non. Nel 1995 il Consiglio Superiore di Sanità, aveva ravvisato “l’opportunità di considerare, in virtù dell’evoluzione culturale ed economica della società italiana, lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevoli della comunità”, come avviene nella maggior parte delle nazioni europee. L’Italia non è riuscita a portare a termine il lungo percorso verso il superamento dell’obbligo vaccinale e le responsabilità sono comuni e condivise. Ritenere che si tratti solo di un problema culturale, tipicamente italiano e non risolvibile altrimenti, è una visione non del tutto aderente alla realtà.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza


La coercizione, il burionismo e il fallimento conclamato della comunicazione in medicina

di Annalisa Corbo (fonte)

“La capacità degli operatori sanitari di porsi in modo equilibrato ed efficace nell’ascolto e nell’osservazione di ciò che il paziente può comunicare e di dialogare in maniera altrettanto efficace sia con i pazienti che con colleghi e collaboratori, è un’abilità, spesso sottovalutata, che deve essere adeguatamente promossa in ogni contesto di cura”. (2015, Ministero della Salute, Direzione Generale della programmazione sanitaria, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti”, Ufficio III)

La situazione

Il giorno 19 maggio 2017 è stato approvato il Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli per per diverse patologie pena il non inserimento a scuola (già dall’anno scolastico 2017/2018) e già a partire dal nido oltre che la segnalazione diretta da parte dell’ASL al Tribunale dei Minori per l’avvio al procedimento della sospensione della responsabilità genitoriale. Ecco l’elenco di queste patologie, assieme alla copertura ufficiale registrata nel 2015:

antipoliomielitica (93,4%)

anti-difterica (93,35%)

anti-tetanica (93,56%)

anti-epatite B (93,2 %)

anti-pertosse (93,3 %)

anti Haemophilus Influenzae  tipo B (93,03 %)

anti-meningococcica B (anti-meningococcica età pediatrica 88,73%)

anti-meningococcica C (76,62 %)

anti-morbillo (85,29%

anti-rosolia (85,22%)

anti-parotite (85,23%)

anti-varicella (30,73%)

Il livello ottimale per la copertura vaccinale per garantire la cosiddetta immunità di gregge è del 95%. Per tutte le malattie, siamo sotto tale soglia e il trend è in diminuzione. Nel 2011, per esempio, in Italia eravamo oltre il 96%.

Di seguito l’andamento vaccinale per la Poliomielite (Istituto Superiore di Sanità):

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Cos’è successo dopo il 2012? Cosa ha portato i genitori italiani a vaccinare sempre meno nonostante, secondo i dati ufficiali, gli effetti collaterali gravi dei vaccini abbiano un’incidenza infinitamente inferiore rispetto ai danni gravi provocati dalle malattie per cui si vaccinano i bambini?

Sono andata a spulciare gli studi publicati dall’Istituto Superiore di Sanità e ne ho trovati due entrambi davvero molto validi ed interessanti in italiano: uno svolto su territorio veneto (2009 poi ridiscusso nel 2013 in occasione della giornata delle vaccinazioni) e uno in Emilia Romagna (studio statistico tra i bambini nati tra il 2007 e il 2011), oltre i numerosi articoli esteri molto accurati sia sulla cosiddetta vaccine hesitancy, sia a livello di misurazione, sia a livello di proposta strategica per farvi fronte. Non ho trovato pubblicazioni online di studi a livello nazionale se non in inglese, che vi segnalo in bibliografia e su cui baso alcune delle mie osservazioni.

La prima risposta alla domanda “cosa è avvenuto?” che leggendo i dati viene da dare sul decremento vaccinale, è la mala informazione che riceve un forte impulso dalla diffusione dell’utilizzo di Internet e dei social network. Questa è aiutata dalla tendenza di alcuni genitori ad affidarsi a frotte di comunicatori, spesso titolati, che hanno fatto proselitismo, in buona o in cattiva fede, con notizie false o inesatte, talvolta sensazionalistiche e spesso fuorvianti, accogliendo ed ascoltando persone dubbiose e spaventate.  Viene voglia di pensare quindi che i genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli, siano una manica di ignoranti da etichettare come persone senza senso civico, ostili alle regole della buona convivenza comune. Entrambi gli studi italiani smentiscono questa visione così come gli studi stranieri.

In Italia genitore dubbioso tipico è un genitore o sotto i 25 anni o sopra i 35, di estrazione culturale medio alta, informatizzato e molto interessato al tema vaccinale.  Il primo dato che emerge dallo studio veneto inoltre è che 4300 famiglie hanno partecipato allo studio, un numero molto elevato rispetto alla popolazione regionale, dandoci la certezza che per tutti i genitori quello delle vaccinazioni è un tema caldo.  I dati di tale studio indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando. Ma anche i “non vaccinanti” si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su qualche vaccinazione (un dato interessante è che tra i più favorevoli ai vaccini, ci sono gli stranieri). Colpisce il fatto che in momenti in cui non vi è un vero e proprio allarme legato alla diffusione di una malattia, la percezione del pericolo legato alla malattia stessa sia attutita a fronte della paura degli eventi avversi immediati più di quelli a lungo termine delle vaccinazioni che da quella malattia proteggono.

La mala informazione non passa però solo da coloro che diffondono notizie false o inesatte: l’aria di sfiducia nel Sistema Sanitario Nazionale che aleggia tra i dubbiosi dipinge una sanità che viene percepita dall’utenza come poco trasparente, poco dialogante e poco attenta al paziente. In fatto di vaccinazioni, dato che si tratta di una azione preventiva, tale sentore può avere effetti molto più incidenti sul comportamento e sull’allontanamento da tale prassi, soprattutto in un momento storico che si avvicina all’emergenza ma che ancora non lo è, in cui gli effetti gravi delle malattie per cui ci si vaccina, non sono ancora così diffusi.

Ma dove si informano i genitori?

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico. Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i “non vaccinati”. (Valsecchi, 2009)

I genitori che vaccinano sempre meno o procrastinano sono in diversi casi genitori in preda a paure ed ansie difficili da gestire e che talvolta non trovano lo spazio di ascolto e di informazione adeguato nelle sedi appropriate. Negli studi presi in considerazione, viene illustrato come i genitori esitanti siano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con un’unica strategia e all’interno delle strategie che hanno il maggior successo, ci sono quelle improntate al dialogo e all’informazione.Il colloquio pre-vaccinale, per esempio, è promosso dallo studio pubblicato dall’ISS come prassi estremamente incidente sulla presa di decisione finale.

Veniamo ora alle strategie che riguardano le vaccinazioni obbligatorie. Dallo stesso studio sopra citato, emerge che la sospensione dell’obbligo non abbia modificato le adesioni. In occasione della ridiscussione nel 2013 durante la Giornata delle Vaccinazioni, il dott. Leonardo Speri, uno degli autori del documento che analizza l’adesione nella Regione Veneto, sostiene che anche in Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia.

È infatti cresciuto anche il numero di medici che accolgono le preoccupazioni di alcune famiglie programmando calendari vaccinali completi ma alternativi.

Quando si ha una popolazione che segue una scelta vaccinale fluida e in trasformazione indipendentemente dall’obbligo, non si può ragionare semplificando.

Il complesso fenomeno dell’esitazione vaccinale non è solo italiano ed è diventato talmente importante e preoccupante che il WHO (World Health Organization) ha costituito un gruppo di studio, il “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”, con lo scopo di analizzarlo e di dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. Nel documento prodotto da questo gruppo di esperti  viene ribadito che è fondamentale che ciascun Paese proceda prima all’analisi del fenomeno al proprio interno proprio perché le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche. Da questa conoscenza deriva poi l’adozione delle politiche più adeguate al proprio territorio.

… L’Italia l’ha fatto prima di proporre 12 vaccini obbligatori pena il non inserimento nella scuola dell’obbligo?

 

La comunicazione ai tempi del burionismo

Uno scenario sconfortante per chi, come me, insegna comunicazione in ambito sanitario,  è osservare sui social network l’erigersi di barricate in cui le persone si auto-etichettano o vengono etichettate con i più fantasiosi epiteti (da “servi del potere” a “zecche ignoranti” a “pro-vax” o “anti-vax” ecc ecc) ingaggiando sterili conflitti che le portano a essere a favore o contro i vaccini, conflitti durante i quali sono sistematicamente ignorati gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Ancora più sconfortante è osservare come professionisti della medicina alimentino tale polarizzazione non facendo altro che rafforzare le posizioni di chi è male informato.

La mia attenzione, negli ultimi mesi, è planata sulla pagina FB del Prof. Burioni. Il professore che comunica contenuti scientificamente accreditati e scientificamente impeccabili, usa una modalità di comunicazione che vizia il controproducente fenomeno sociale della polarizzazione delle posizioni e dell’etichettamento delle persone. Se si presenta un dubbio, questo non viene accolto, analizzato ed eventualmente contestato ma immediatamente messo a tacere con azioni verbali aggressive indirizzate alla qualità della persona e non al fatto in questione, cosa che invece meriterebbe spazio e tempo.

La cosa che mi porta ad essere ancora più critica nei confronti di tale tipo di comunicazione è il fatto che questa sia distante dai principi e dai valori di incertezza ed apertura di cui il pensiero scientifico è costituzionalmente permeo. “La scienza non è democratica” (cit. Burioni, da commento in pagina FB) è una profonda inesattezza. La scienza è per sua primaria natura in evoluzione e in divenire e questo tipo di comunicazione aggressiva è controproducente per il pensiero scientifico stesso oltre che distante dai principi del rinnovato Codice Deontologico dei medici che pone l’accento sulla necessità di adeguare la professionalità alla realtà sociale in evoluzione. Il pensiero scientifico e soprattutto la prassi medica non  hanno lo scopo di polarizzare o domandare ragione bensì valorizzare la distinzione di competenze per favorire l’affidamento ed è proprio nel cosiddetto “burnout” del professionista della medicina che si annida il pericolo della depersonalizzazione cioè di quel distacco del professionista della cura dall’utente e che lo porta a disinteressarsi alla qualità o problematica umana del proprio interlocutore.

Il nostro amico burnout

Secondo il sindacato ANAAO, molti medici e operatori sanitari sono a rischio burnout. Diverse le cause percepite dagli stessi medici intervistati: eccessivo condizionamento della politica nei confronti della professione e della carriera, carichi di lavoro pesanti, mancanza di personale, l’aumento dei contenziosi. Il burnout è una sindrome da esaurimento emotivo molto diffusa, soprattutto tra chi ha nella relazione con un’utenza il focus del proprio lavoro. In una delle sue manifestazioni più evidenti, il burnout porta il professionista a depersonalizzare la relazione con i propri interlocutori (spesso i pazienti ma a volte anche colleghi e collaboratori), perdendo completamente l’interesse nei confronti della relazione con loro. Gestire il burnout in medicina non è semplice ma è possibile in quanto una famiglia dubbiosa non è “parte di una percentuale di persone che non capiscono” ma ha una sua propria storia, sempre diversa. Far fronte alle paure dell’utenza dubbiosa è possibile: serve informazione, formazione, trasparenza e ascolto oltre che studi approfonditi e riferiti alla vaccine hesitancy locale, in modo da avere strumenti per farvi fronte.

Immaginatevi la scena

Vesto i panni della psicodrammatista e vi invito ad immaginarvi una scena che potrebbe essere molto comune: una famiglia è convocata in ambulatorio vaccinale per la prima volta ma è molto titubante e anche un po’ spaventata: essendo una famiglia interessata alla salute e ai metodi di cura, ha letto molti articoli online e si è imbattuta anche in alcuni articoli che parlano degli effetti avversi dei vaccini, ha guardato video dove medici immunologi citano ricerche pubblicate che parlano delle impurità dannose che sono contenute nei vaccini in commercio, per cui ha il timore che il vaccino che sta per somministrare al figlio potrebbe compromettere seriamente la sua salute. Il figlio dei vicini di casa, poco dopo la vaccinazione è stato malissimo. Però quando hanno riferito la cosa, sono stati liquidati con un frettoloso: “Non può essere stata la vaccinazione”. Hanno anche saputo che forse i vaccini provocano l’autismo anche se poi quello studio è stato invalidato ma “chissà quante pressioni che ci saranno state”, sicuramente “le case farmaceutiche avranno fatto di tutto per affossare la verità”. Del resto, “regalano viaggi ai medici!” Proprio quei medici che oggi incontrano. La famiglia viene invitata a firmare un foglio dove dichiarano che il bambino non è allergico a determinate sostanze (ma loro non lo sanno in quanto il bambino ha 3 mesi) e che la famiglia stessa si prende la responsabilità di ogni effetto avverso. La famiglia mostra il proprio scetticismo ai medici e agli operatori dell’ambulatorio che, ormai esauriti da attacchi alla loro professionalità, frustrati e screditati, rispondono risentiti con tecnicismi e si mostrano ostili. Il conflitto si apre e si cristallizza sulle posizioni invece che sugli interessi comuni (il benessere del bambino) quindi la famiglia torna a casa arrabbiata, senza aver vaccinato il bambino, più confusa di prima e trova accoglienza e comprensione da parte di chi promuove alternative alle vaccinazioni.

Chi ha fatto mala informazione in questo caso? Servono operatori sanitari non solo preparati tecnicamente ma anche formati alla comunicazione oltre che tutelati a livello emotivo. Serve tempo e competenza per spiegare, raccontare, illustrare, placare ansie, accogliere perché è la medicina che deve tornare ad essere depositaria di fiducia, proprio perché dimostra di mettersi costantemente in discussione come effettivamente fa, in qualità di disciplina scientifica e solo con la trasparenza si può parlare di messa in discussione. Perché la competenza e la coscienziosità professionale sono attitudini sia scientifiche sia democratiche e in questo, coloro che hanno un dubbio, devono tornare ad avere fiducia. Serve che qualcuno aiuti i medici a gestire la frustrazione e a rispondere a questa con una gestione appropriata delle proprie emozioni e del conseguente comportamento di ruolo adeguato e qualcuno che guidi i genitori verso una scelta consapevole.

Coercizione

In quest’ottica… a quanto servirà quindi questo obbligo di 12 vaccinazioni pena l’esclusione dalla scuola (dell’obbligo) e il sollevamento dalla responsabilità genitoriale per favorire la cultura della prevenzione? Se stiamo ai numeri delle ricerche precedenti, poco. Se dovessimo promuovere l’ottica della trasparenza, ancora meno. La coercizione è un atto di chiusura del dialogo tra istituzione e cittadini, specchio di uno Stato che riconosce di non avere le risorse per prendere provvedimenti in direzione educativa e di promozione della salute, oltre a decretare il fallimento della comunicazione in medicina operatore-paziente nell’ambito delle vaccinazioni e della prevenzione.

Il clima di fiducia in seno al quale nasce e si sviluppa il senso civico, prevede onestà, sempre, anche quando la sincerità è difficile da mostrare e la cultura della prevenzione e il rispetto delle istituzioni è ciò che a tutti i cittadini dovrebbe permeare da uno Stato rispettoso, depositario di fiducia e attento ai cambiamenti sociali.

Il nostro Stato, oggi, sarebbe capace di ciò?

Art. 20

Relazione di cura

La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura.

(Codice di Deontologia medica)

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Vaccini: una discussione oltre le ideologie

La posizione della Rete Sostenibilità e Salute

Nella nostra società ci troviamo oggi di fronte a una vera battaglia sul tema delle vaccinazioni, in un contesto ideologizzato in cui sembra impossibile rimanere estranei agli schieramenti del tutto a favore o tutto contro “i vaccini” (“pro-vax” vs “no-vax”). Questo tema, che negli ultimi mesi è stato strumentalizzato anche in ambito politico, è diventato così delicato che anche chi tenta di esprimersi in maniera non ideologica o strumentale e con riferimento a prove scientifiche può purtroppo venire posizionato da una parte o dall’altra della barricata e posto sul banco degli accusati. La Rete Sostenibilità e Salute, che al suo interno raccoglie oltre 25 associazioni (composte da medici, operatori sanitari e cittadini) che si occupano di salute da molto tempo, ritiene che per affrontare un tema complesso come quello dei vaccini sia necessario uscire dalla sfera ideologica e avviare una seria riflessione collettiva a partire dalle prove scientifiche disponibili e senza forzature. Di seguito presentiamo alcune considerazioni generali e un primo caso di concreta esemplificazione. 1. Da un punto di vista scientifico si dovrebbe evitare di proclamare verità “assolute, incontrovertibili e definitive” (ciò vale anche per scienze dure come la fisica). Da una prospettiva epistemologica è infatti considerato scientifico, a differenza degli enunciati della fede, proprio solo ciò che in linea di principio è “falsificabile” (principio di falsificazione di Popper). In questa prospettiva un serio dibattito scientifico su qualsiasi tema, incluso quello dei vaccini, non solo è lecito ma è parte del processo dialettico di costruzione e ridefinizione della conoscenza scientifica. 2. Pur con l’ovvia adesione al concetto di “vaccinazione”, riteniamo tuttavia che non abbia senso discutere di “vaccini”, come qualcosa da “prendere o lasciare” in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti collaterali, costi e va dunque valutato in modo specifico. In un dibattito scientifico non si potrebbe né asserire che tutti i vaccini esistenti abbiano prove altrettanto solide di efficacia, sicurezza e favorevole rapporto rischi e costi/benefici, né tanto meno il contrario. Dovrebbe invece essere possibile esprimersi su ogni singolo vaccino e su ogni strategia vaccinale, come si fa per farmaci differenti, sia pure accomunati da meccanismi d’azione simili. 3. È assodato che molti vaccini hanno rappresentato per la salute dell’Umanità un passo avanti enorme. Sono presenti contestualmente: A) molti vaccini con forti/fortissime prove di effetti positivi a livello individuale e/o di comunità di gran lunga superiori ai possibili effetti negativi e con profilo di costoefficacia molto favorevole B) alcuni vaccini, o alcune strategie di implementazione, con importanti segnali di inappropriatezza se proposti a tutta la popolazione o in alcuni gruppi. Ci limiteremo a un solo esempio concreto (Scheda con allegati su vaccino antimeningococco B), perché vorremmo che in questa fase il dibattito scientifico potesse svolgersi in contesti scientifici appropriati, senza censure né sanzioni. Ciò eviterebbe sia strumentalizzazioni mediatiche che stanno compromettendo un suo civile svolgimento, sia di diffondere senza necessità nella popolazione dubbi che in sede scientifica possono trovare risposte esaurienti e, auspichiamo, consensuali. C) anche vaccini collocabili in specifiche “aree grigie” meritevoli di ulteriori indagini, in cui le prove scientifiche a disposizione non permettono di raggiungere conclusioni solide. Nei casi rientranti nel punto A riteniamo fondamentale promuovere la vaccinazione, in quelli del gruppo B chiediamo di poter ridiscutere con argomentazioni scientifiche le strategie d’offerta del Piano Nazionale Vaccini/PNV. Anche nei casi di rilevante incertezza (gruppo C), pensiamo andrebbe fatta salva la possibilità di ciascuno di accedere alle relative vaccinazioni, a condizioni controllate dalla Sanità pubblica, come messo in atto con merito da più Regioni. Purché sia assicurato a chi chiede di effettuarle un consenso davvero informato, sui gradi di incertezza e sulla reale entità non solo dei benefici attesi, ma anche delle reazioni avverse rilevate negli studi registrativi randomizzati controllati e dalla farmacovigilanza attiva. Nel nostro ordinamento il consenso informato a qualunque trattamento sanitario è il fondamento della liceità dell’attività sanitaria, e rappresenta un “valore finale” (valore in sé, di rango sovraordinato) indipendente dall’esito stesso dell’atto sanitario. Vorremmo anche portare all’attenzione scientifica alcune “aree grigie” cruciali per la salute e la sicurezza della comunità e per la sostenibilità del nostro SSN, che meriterebbero di essere chiarite attraverso ricerche realizzate con supporto istituzionale, indipendenti da sponsor commerciali e con ricercatori senza conflitti di interesse. 4. In un’ottica sistemica e di medicina centrata sulla persona non è opportuno riferirsi solo alla popolazione generale, ma è necessario ragionare su specifici gruppi di popolazione. Vi sono, infatti, alcuni vaccini che hanno mostrato in studi randomizzati su esiti clinici maggiori prove convincenti di appropriatezza per alcuni gruppi di persone (es. il vaccino antinfluenzale negli anziani cardiopatici: Udell JA et al. JAMA. 2013;310:1711-20; Donzelli A e Battaggia A. Ricerca & Pratica 2014;30:1-12), o che potrebbero essere inappropriati in alcuni specifici gruppi (es. donne nel primo trimestre di gravidanza: Zerbo O et al. JAMA Pediatr 2017;171:1711-20 e Comment). In relazione a quanto sopra, la Rete Sostenibilità e Salute ritiene urgente: avviare un serio dibattito all’interno della comunità scientifica sul tema dei vaccini, che consenta di superare contrapposizioni ideologiche e di presentare alla popolazione informazioni complete basate sulle migliori prove disponibili. Per ristabilire una relazione di fiducia tra comunità scientifica e cittadini è anche necessario che le informazioni fornite siano indipendenti da interessi commerciali. Siamo convinti che si possa promuovere la salute, così come un’offerta vaccinale con altissima adesione, solo se la cittadinanza sarà informata in modo credibile e adeguato, e sarà attiva e consapevole. In coerenza, riteniamo opportuno che il “board” per una legge nazionale intesa a rendere obbligatorie le vaccinazioni per iscriversi a scuola, attivato dall’Onorevole Gelli (http://bit.ly/2pWmAL4) con le maggiori Società scientifiche che si occupano di vaccini e il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, includa anche esperti indipendenti dalle Società scientifiche, liberi da potenziali conflitti di interesse, per affrontare nel contesto appropriato alcuni temi scientifici controversi. Un’accelerazione su una legge nazionale che estenda l’obbligo a gran parte delle vaccinazioni incluse nel PNV sarebbe una forzatura se soffoca il confronto scientifico e gli indispensabili contributi che ne possono derivare. Ad eccezione della profilassi antimorbillo, per cui ha basi scientifiche puntare al 95% della copertura, per altri vaccini non si vedono al momento condizioni di emergenza né di urgenza tali da giustificare l’adozione di provvedimenti coercitivi. La copertura necessaria è infatti inferiore al 95% per altri vaccini (e ovviamente irrilevante per l’antitetanica), come si può verificare da documenti dell’Istituto Superiore di Sanità – All. A e Andre FE et al, Bulletin of the WHO 2008;86:140- 6. Come RSS è stato avviato un gruppo di lavoro interdisciplinare per confrontarci in merito a importanti punti controversi, su cui non va impedito il dibattito della comunità scientifica. Ne esemplifichiamo alcuni: 1) vaccini o aspetti connessi a singole vaccinazioni che si trovano tuttora nella sopracitata “zona grigia”, meritevoli di ulteriore ricerca prima di considerarli oggetto di forte raccomandazione 2) iniziative per migliorare il sistema di sorveglianza post marketing per i farmaci in generale e i vaccini in particolare (partendo da esempi come quelli della Regione Veneto, che ha tassi di segnalazione di reazioni avverse 25-28 volte maggiori di quelli della media delle altre Regioni – v. http://bit.ly/2rf7V1Z pag. 21) 3) durata dell’immunità. Non tutti i vaccini proteggono “a vita”, per non pochi la protezione è solo di alcuni anni come ammette il PNV, che chiede ad es.: – una rivaccinazione annuale antinfluenzale per tutti dai 50 anni – richiami ravvicinati fino a 18 anni per vaccini anti difterite, tetano, pertosse e poliomielite, poi rivaccinazioni decennali universali per le prime tre. – o come il documento congiunto SIF, SItI, SIP, FIMMG, FIMP, che auspica già una rivaccinazione antipertosse ogni cinque anni per gli operatori sanitari a contatto con il neonato, perché “dati recenti indicano che alcuni soggetti possono essere ritornati allo stato di suscettibilità dopo alcuni anni”. L’implicazione è che i bambini sono già circondati da soggetti esposti ad es. alla pertosse, a partire da chi li accompagna/preleva dalla scuola. Ciò implica che alcune strategie di implementazione andrebbero ripensate in un’ottica di lungo periodo, per evitare che per alcune malattie si sposti solo l’età di trasmissione, con rischi potenzialmente più seri per anziani e malati cronici. 4) collocare i vaccini nel più ampio contesto delle politiche di prevenzione. Dato che, a livello sistemico, le malattie infettive si manifestano per l’interazione tra un agente infettante, un ospite (e le sue difese) e un ambiente, la prevenzione dovrebbe intervenire sulle tre componenti. In quest’ottica bisognerebbe darsi priorità sia tra le vaccinazioni, sia nell’insieme degli interventi preventivi: non si possono usare “tutti i vaccini disponibili” e trascurare ad es. gli interventi sugli stili di vita con grande e documentata efficacia nel ridurre sia morbosità e mortalità per malattie infettive, sia malattie croniche e mortalità generale. 5) Non ci risultano prove comparative che la coercizione ottenga risultati migliori di altre misure di informazione credibile e ricerca del consenso e responsabilizzazione sociale [in Italia il Veneto ha tassi di copertura molto soddisfacenti (Bollettino SItI Campania 17-5-17), pur avendo sospeso l’obbligo dal 2008, fatta salva un’immediata reintroduzione in caso di necessità]. Una revisione sistematica (Ames HMR et al. Cochrane review 2017 http://bit.ly/2q6klcq) conclude che i genitori vogliono informazioni bilanciate su benefici e rischi, imparziali, chiare e specifiche per specifiche esigenze informative (gli esitanti desiderano più informazione). Prima di generalizzare ed estendere misure obbligatorie, generando uno stato di allarme collettivo, sarebbe opportuno (e corretta applicazione di un metodo scientifico) valutare i risultati comparativi tra Regioni che hanno o no vincolato la frequenza scolastica all’esecuzione di vaccinazioni, fatta salva la possibilità di considerare la reintroduzione dell’obbligo in realtà locali dove il monitoraggio mostrasse discesa dei tassi di copertura ai livelli sopra indicati nell’All. A.

Bologna, 29 Maggio 2017 Rete Sostenibilità e Salute


* Vaccinazioni in Norvegia

Informazioni accessibili sul sito governativo, traduzione di Cinzia Marini.

Subito dopo la nascita, una Helsesøster (infermiera specializzata in infanzia e prevenzione) comunale va a trovare la famiglia a casa e si presenta, vede l’ambiente e il bambino, dà consigli. Questa Helsesøster, del consultorio comunale di ogni quartiere o paese, segue il bambino fino all’età scolare, dopodichè viene seguito da quella della scuola. Nel consultorio si fanno anche i controlli pediatrici, il pediatra è comunale e gratuito.

Nessun vaccino è obbligatorio per la frequenza scolastica o di nido/asilo. Esiste però un programma di vaccini consigliati, che viene offerto gratuitamente a tutti i bambini. I genitori vengono invitati singolarmente al consultorio pubblico di quartiere per essere informati e/o avere chiarimenti, dopodichè si può decidere di non farli, così come in qualsiasi momento si può cambiare idea e richiederli, nel qual caso la Helsesøster farà un calendario vaccinale ad hoc.

Non si firma consenso informato scritto per il vaccino, ma si firma un consenso generico (permetto/non permetto). Tutte le informazioni sugli effetti collaterali sono accessibili su siti governativi e su depliant del Ministero della Salute. I genitori ricevono per posta un appuntamento per ogni vaccinazione. La Helsesøster registra eventuali reazioni avverse e le inserisce in un database governativo. In aggiunta, registra i vaccini fatti in un database al quale ognuno ha accesso personalmente (per i minori, i genitori) e sul quale si può vedere quali vaccini si sono fatti, quando, e stamparsi il certificato.

Le coperture vaccinali in Norvegia si aggirano sul 95%.

In tutto i vaccini consigliati sono 12:

Difterite, tetano, pertosse, Hib (influenza), epatite B, pneumococco, polio, morbillo, parotite, rosolia, rotavirus, HPV.

Se il padre o la madre provengono da un paese con alta incidenza di tubercolosi, viene offerto anche il vaccino BCG antitubercolosi.

Calendario dei vaccini

6 settimane:

Prima dose rotavirus (perorale).

3 mesi:

Seconda dose rotavirus (perorale)

Prima dose esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib e epatite B)

Prima dose pneumococco

5 mesi:

Seconda dose esavalente

Seconda dose pneumococco

12 mesi:

Terza dose esavalente

Terza dose pneumococco

15 mesi:

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

7–8 anni (2. classe):

Quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio)

11–12 anni (6. classe)

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

12–13 anni (7. classe)

Per le bambine: HPV (papilloma), tre dosi in un anno

15–16 anni (10. classe)

Seconda dose del quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio).


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Vaccini una discussione oltre le ideologie

Società contro scienza 

 

Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

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Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

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Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF