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Referendum 2016 analisi e documenti

Come e perché è nata la necessaria riforma costituzionale
Carlo Fusaro (sostenitore del si)

Gli approfondimenti a puntate del prof. Carlo Fusaro, professore di diritto elettorale e parlamentare presso la Scuola “C. Alfieri” dell’Università di Firenze

Questa riforma nasce dalla drammatica crisi dell’avvio della XVII legislatura. Le elezioni del febbraio 2013 consegnano un sistema politico improvvisamente divenuto tripolare: il Pd e i suoi alleati, il Popolo della libertà e la Lega, il nuovo Movimento 5Stelle si ripartiscono i voti in misura quasi equivalente. Fallisce l’ambizione di costruire un ulteriore polo intorno alla figura del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, senatore a vita cui era stato affidato il compito difficile e impopolare (per le misure da prendere) di fronteggiare la crisi del debito pubblico italiano, derivante a sua volta dalla crisi finanziaria mondiale e dall’insipienza e dall’incapacità di reagirvi del IV governo Berlusconi. A parte la maggior difficoltà di governare un sistema politico tri- o multipolare (rispetto a uno bipolare), la presenza di tre grandi forze parlamentari in sé non sarebbe stata un dramma.

Se non che: (A) la combinazione bicameralismo paritario-legge elettorale Calderoli (quella del 2005, voluta dal centro-destra berlusconiano) aveva prodotto uno squilibrio fra Camera e Senato; la vittoria (di misura) del Pd di Bersani aveva portato a una Camera con maggioranza Pd – Sel (ma Sel andò subito per conto proprio, in barba agli accordi preelettorali) e un Senato nel quale, invece, il Pd aveva (ed ha) solo un terzo dei componenti; (B) soprattutto si vide subito che il M5S, forte all’inizio di 108 deputati e 54 senatori, non era è disponibile ad alcun tipo di collaborazione in vista del governo del Paese: né col Pd né con Pd e Popolo delle libertà. Questo rese subito difficile la formazione di un qualsiasi governo, nonostante gli sforzi iniziali di Bersani.

Si arrivò così alla scadenza del mandato del presidente Napolitano. Alle votazioni per l’elezione del nuovo presidente il Pd non fu in grado di sostenere compattamente un proprio candidato da votarsi (necessariamente) con le altre forze politiche: caddero sia Marini sia Prodi. A questo punto tutte le forze politiche, tranne M5S e Lega, si rivolsero a Napolitano chiedendogli di accettare – per la prima volta nella storia – un secondo mandato. Napolitano accettò ma premettendo che non intendeva restare per tutto il settennato (per ragioni di età) e che condizionava la sua disponibilità al fatto che la legislatura fosse stata dedicata alle riforme anche costituzionali, sulla base di una collaborazione fra forze di centro-sinistra e di centro-destra (cioè Pd, Scelta civica, Popolo delle Libertà).

Nasce così il Governo Letta. E viene costituita una speciale Commissione di 42 esperti (tutti accademici, qualcuno con precedente militanza politica), presieduta del Ministro per le riforme Gaetano Quagliariello che rassegnerà le sue conclusioni il 17 settembre 2013: esse saranno la base del successivo progetto del Governo Renzi. Nel contempo si avvia una proposta di revisione dell’art. 138 Cost. per assicurare (come nel 1993 e nel 1997) un percorso accelerato e con referendum conclusivo della revisione della Parte Seconda della Costituzione. Questo progetto verrà approvato da Camera e Senato ma poi abbandonato: infatti il tentativo di collaborazione governativa e per le riforme fra Pd e Popolo delle Libertà naufraga a causa della vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore (in ossequio alla c.d. Legge Severino e comunque alla sua condanna in sede penale per reati tributari).

Così Berlusconi si tira fuori e il Popolo delle libertà si divide: rinasce Forza Italia (che va all’opposizione) e nasce il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che raccoglie i parlamentari (e i ministri) dell’ex Popolo delle Libertà che vogliono continuare la collaborazione di governo e per le riforme. Dalle c.d. larghe intese si passa a una specie di piccola intesa, comunque sufficiente (di poco) a garantire la maggioranza (forte alla Camera grazie al premio, debole al Senato).

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Negli stessi giorni la Corte costituzionale decide che la legge elettorale del 2005 (quella voluta da Berlusconi, Casini e Calderoli) è incostituzionale in due punti chiave (il premio, la mancanza di preferenze, vedi 15. e 16.). Renzi, anche per questo, rilancia immediatamente la strategia delle riforme e persegue – limitatamente a questa – un’intesa con Berlusconi, il quale si trova nel momento di massima debolezza e vede questa come l’unica opportunità di continuare a contare qualcosa. Nasce il c.d. patto del Nazareno, nome giornalistico derivante dal fatto che il primo solenne incontro fra Berlusconi e il neosegretario Pd Renzi avvenne presso la sede del Pd, appunto in via del Nazareno a Roma.

Berlusconi e Renzi raggiungono un accordo che ha per oggetto: legge elettorale, riforma costituzionale (limitatamente a bicameralismo e revisione del titolo V più punti minori). Subito dopo (febbraio 2014) Renzi sostituisce Letta alla guida del governo per assumersi in prima persona la responsabilità delle riforme in una fase in cui l’esecutivo appariva appannato e senza iniziativa (in questo modo si realizza una prima importante riforma di fatto: il leader del maggior partito di governo è anche presidente del Consiglio, come previsto – del resto – dallo Statuto del PD, se il partito governa naturalmente). L’intesa Renzi Berlusconi ovvero Pd/Popolo delle Libertà (oltre che Ncd) durerà fino al gennaio 2015 ed è stata alla base sia della nuova legge elettorale (Italicum) sia della riforma costituzionale sottoposta a referendum. La riforma sarà votata da tutta la maggioranza di governo e da tutto il centro-destra fino all’approvazione (in prima lettura) al Senato: non proprio il testo definitivo, ma quasi. Da ricordare che la stessa Lega ha un atteggiamento costruttivo (Calderoli stesso, al Senato, è correlatore con Angela Finocchiaro).

Si può dunque dire che la riforma costituzionale è figlia della determinazione del presidente Napolitano, dell’elezione a segretario di Renzi e della sua iniziativa politica, nonché dell’intesa fra Pd, suoi alleati di governo (centristi vari e Ncd) e Forza Italia.

Chi ha voluto (e perché) il referendum sulla riforma costituzionale

Si fa un referendum di tipo confermativo per rimettere la scelta definitiva al corpo elettorale perché la Costituzione lo consente (art. 138.3) e perché tutti lo vogliono.

Lo vogliono coloro che in Parlamento si sono opposti al progetto poi approvato come hanno sempre detto; lo vogliono il Governo e la maggioranza per dare alla riforma stessa una importante – si potrebbe dire, necessaria – legittimazione popolare. Tanto più che la maggioranza per la riforma è frutto di una vittoria elettorale striminzita (alla Camera), di una lotteria di premi (al Senato), il tutto sulla base di una legge elettorale poi censurata a proposito del meccanismo di attribuzione dei seggi dalla Corte costituzionale (sent. 1/2014).

Se è assurda la tesi che – a causa di quella sentenza – il Parlamento avrebbe dovuto bloccare ogni attività riformista e magari essere sciolto sulla base di una legge elettorale fasulla (frutto casuale della vituperata legge Calderoli meno le parti fatte cadere dalla Corte: due punti che lasciavano in piedi molte altre incongruenze), è comprensibile e anzi auspicabile conferire alla riforma il crisma del consenso direttamente espresso da parte dei cittadini elettori.

Fonte: http://formiche.net/author/carlofusaro/


L’iter della riforma costituzionale – speciale referendum

Il testo è stato discusso in parlamento per circa 2 anni. Sono state necessarie tre letture da entrambi i rami e 6 approvazioni per decretare il testo finale e il 4 dicembre ci sarà il referendum. Tutte le tappe della riforma costituzionale.

L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di assicurare una corretta e approfondita discussione in aula. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente esteso, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al senato che hanno azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.

Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la riforma ha dunque richiesto 731 giorni di discussione, di cui 346 al senato e 385 alla camera . Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge, nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi dell’iter legislativo.

Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7 contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.

L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore (percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

Fonte: Openopolis

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Referendum costituzionale 2016: le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi

Quanto si avvicina la legge Renzi-Boschi alla riforma Berlusconi del 2006? Parecchio, secondo l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

In una lettera aperta al Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitanopubblicata dal quotidiano La Repubblica, l’ex direttore della Scuola Normale di Pisa ha affermato che l’attuale riforma ricalca in buona sostanza quella targata Berlusconi-Bossi. Secondo Settis

“analogo è il rafforzamento dell’esecutivo, in ambo i casi presentato come finalità delle modifiche. Assai simile è la metamorfosi del Senato (‘federale’ nel 2006, ‘delle autonomie’ nel 2016), che in ambo i casi non esprime la fiducia al governo. Quasi identico al precedente del 2006, in questo nuovo tentativo di riforma, è il ‘bicameralismo imperfetto’ […]”.

Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Cerchiamo di scoprirlo.

Dopo continui rinvii, la data della consultazione referendaria con cui gli italiani decideranno se approvare o respingere il progetto di riforma costituzionale targato Renzi-Boschi è stata fissata per il 4 dicembre.

Poco più di 10 anni fa, nell’estate del 2006, andava in scena un altro referendum costituzionale. La riforma su cui all’epoca gli italiani si espressero viene accostata da molti a quella attuale. Eppure, nonostante i punti di contatto, profonde differenze separano i due testi, a partire dall’enorme peso attribuito alla figura del premier dalla riforma voluta da Berlusconi: elemento, questo, che non viene praticamente toccato dal ddl Boschi.

Quali sono le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi, bocciata dagli italiani col referendum del 2006? In vista di quello che si preannuncia come l’evento politico più importante dell’anno, ossia il referendum costituzionale del prossimo inverno, è bene dare uno sguardo ai punti in comune e alle principali differenze tra i due progetti di riforma costituzionale, varati esattamente a 10 anni di distanza l’uno dall’altro.

In molti hanno sottolineato le analogie – così come le divergenze – tra la riforma costituzionale passata nel corso della XIV legislatura su iniziativa dell’allora maggioranza di centrodestra, e il ddl Boschi, approvato lo scorso aprile in via definitiva e ora sottoposto al giudizio degli italiani. Dunque, cerchiamo di analizzare le differenze e le somiglianze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi.

Quello del 25-26 giugno 2006 fu il secondo referendum costituzionale sottoposto agli italiani: il primo si svolse nel 2001. Contro le modifiche alla Carta volute dal centrodestra votò il 61,3% degli italiani, che quest’anno sono chiamati a esprimersi su un nuovo progetto di riforma. Nel dettaglio, di seguito vedremo quali sono i punti in comune tra la riforma del 2006 e il cosiddetto ddl Renzi-Boschi.

Differenze tra il ddl Boschi e la riforma di Berlusconi del 2006

La riforma del 2006 mette mano in modo massiccio alla seconda parte della Costituzione approvata nel 1947. Ecco una breve scheda che la analizza punto per punto, confrontandola con quella attuale.

Composizione del Parlamento:

  • Riforma 2006 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato federale, organo che rappresenta gli interessi delle comunità locali.
  • Riforma 2016 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato delle autonomie, elemento di raccordo tra lo Stato centrale e gli enti territoriali (regioni e comuni).

Numero dei parlamentari ed elezione senatori:

  • Riforma 2006 : la Camera è costituita da 518 deputati, il numero dei senatori scende a 252. Questi ultimi vengono eletti in ciascuna Regione contestualmente ai consigli regionali. In caso di scioglimento anticipato di un consiglio regionale, il nuovo resta in carica solo fino alla fine della legislatura del Senato. Ogni regione dovrà eleggere almeno sei senatori (ma a Molise e Val d’Aosta ne spettano rispettivamente due e uno), ai quali si aggiungono i 42 delegati delle Regioni. Sarà eleggibile chi ha 25 anni. I deputati a vita prendono il posto dei senatori a vita e possono essere solo 3.
  • Riforma 2016 : i deputati restano 630, a Palazzo Madama troviamo invece 95 senatori (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori) eletti dai consigli regionali su indicazione popolare – quindi non più in occasione delle elezioni politiche – più altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica, i quali resteranno in carica per 7 anni: spariscono quindi i senatori a vita. I nuovi membri del Senato resteranno in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale.

Iter delle leggi:

  • Riforma 2006 : la Camera esamina le leggi riguardanti le materie riservate allo Stato. Il Senato può chiedere un riesame (serve una richiesta di due quinti dei senatori), quindi il testo fa ritorno alla Camera, che decide definitivamente. Il Senato esamina le leggi riguardanti le materie riservate sia allo Stato che alle regioni (materie concorrenti), ma anche le leggi di bilancio e la finanziaria. La Camera può chiedere di riesaminarle (serve una richiesta dei due quinti dei deputati). Il Senato non può più sfiduciare il premier.
  • Riforma 2016 : la Camera è l’unica a votare la fiducia all’esecutivo. Il Senato avrà piena competenza solo su riforme e leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera di modificare le leggi ordinarie, ma quest’ultima non sarà tenuta a dar seguito alla richiesta (sparisce dunque la navetta parlamentare).

Elezione e poteri del Presidente della Repubblica:

  • Riforma 2006 : il Capo dello Stato è è eletto da un’assemblea composta da deputati, senatori, presidenti delle regioni e da tre delegati per ciascun consiglio regionale. Perde il potere di sciogliere le Camere e quello di scegliere il primo ministro.
  • Riforma 2016 : cambia il meccanismo di elezione del Capo dello Stato, per la quale viene modificato il quorum. Dal quarto scrutinio in poi ci vuole la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea, e non più la maggioranza assoluta come accade oggi. Dal settimo scrutinio sono necessari i tre quinti dei votanti. Spariscono inoltre i cosiddetti grandi elettori.

Poteri del premier:

  • Riforma 2006 : aumentano i poteri del “primo ministro”, che può licenziare i ministri, dirigere la loro politica (e non più soltanto coordinarla), sciogliere direttamente la Camera. Di fronte a questa decisione, i deputati della maggioranza hanno la facoltà di indicare un nuovo premier. Se invece la Camera vota una mozione di sfiducia contro il primo ministro, è previsto lo scioglimento automatico dell’assemblea. La sua di fatto è un’elezione diretta (anche se il suo nome non è stampato sulla scheda). Sulla base dei risultati delle elezioni il Presidente della Repubblica nomina primo ministro il leader della coalizione vincente. Per insediarsi non ha bisogno della fiducia della Camera.
  • Riforma 2016 : non vengono modificati i poteri del presidente del Consiglio.

Rapporto tra Stato e Regioni:

  • Riforma 2006 : alle Regioni viene spetta la competenza esclusiva su importanti materie come l’organizzazione della Sanità, l’organizzazione scolastica e la polizia locale. Viene introdotta una clausola di interesse nazionale: ovvero, il governo può bloccare una legge regionale che pregiudichi l’interesse nazionale. Della questione si occupa il Senato; se la Regione non cambia la legge incriminata, il Senato può chiedere al Capo dello Stato di abrogarla.
  • Riforma 2016 : lo Stato centrale si riappropria di importanti competenze che ora sono appannaggio delle Regioni, come: “la tutela e la promozione della concorrenza; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro pubblico; le disposizioni generali per la tutela della salute; la sicurezza alimentare; la tutela e sicurezza del lavoro, nonché le politiche attive del lavoro; l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria e la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”.

Giudici della Corte Costituzionale:

  • Riforma 2006 : sono 15, di cui quattro nominati dal Capo dello Stato, quattro dalla magistratura, sette dal Senato federale integrato dai presidenti delle Regioni.
  • Riforma 2016 : dei 15 giudici costituzionali, 3 vengono eletti dalla Camera e 2 dal Senato.

Referendum:

  • Riforma 2006 : affinché il referendum confermativo sia valido, deve votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Il referendum inoltre può essere chiesto anche se la legge costituzionale viene approvata in Parlamento con la maggioranza dei due terzi: in questo caso non c’è bisogno del quorum.
  • Riforma 2016 : viene introdotto il referendum propositivo. Per quanto riguarda quello abrogativo, se è richiesto da almeno 800mila elettori invece che 500mila, è valido anche nel caso voti la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche; se è richiesto da almeno 500mila elettori ma meno di 800mila, o da cinque consigli regionali, rimane invariato il quorum della maggioranza degli aventi diritto.

Fonte: Forexinfo


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Reciprocità

LA FIERA DELLA STUPIDITA’

A proposito dei Social Networks, temo proprio che il vecchio Umberto Eco avesse ragione. Noi usiamo troppo spesso, per esempio a proposito di certi partiti politici e dei loro troppo disinvolti quadri, parlare di “opinioni da Bar dello Sport”: io farei questo, farei quello, butterei in prigione quest’altro, bombarderei quell’altro eccetera. E’ vero:  d’altronde, i Bar dello Sport non hanno mai preteso di presentarsi come emicicli parlamentari o seminari accademici. E a volte poi vi si sentono anche opinioni sensate. Eco osservava giustamente che, se certi  adepti dei Social Networks esprimessero a voce alta, nel loro bar sottocasa, certe loro diciamo così “idee”, rischierebbero sul serio di venir coperti d’insulti se non seppelliti dall’ilarità generale. Ma, “nel silenzio della sua cameretta”, come si diceva una volta delle studentesse che tenevano il loro pudico diario, c’è qualcuno che  viene invaso da quel delirio di onnipotenza che fa cadere tutti i freni inibitorii: nessuno ti ascolta, e allora dai fiato alle tue trombe come se parlassi davanti a milioni di persone; e, col computer davanti, succede ohimè proprio così.  Poi, e una volta che una sciocchezza sia pur piramidale viene messa on line, state certi che ci sarà sempre qualche imbecille pronto a rilanciarla, magari a confutarla con una sciocchezza ancora più grossa o a rincarare la dose. E d’entropia maniacale la rete sta ormai scoppiando.

Tanto per dare qualche esempio di stupidità informatico-telematica, mi limito a tre specifici casi toscani, tanto più che purtroppo alcuni dei “postanti” (nei Social Networks,notoriamente, i messaggi vengono “postati”) hanno tentato di tirare in ballo anche me chiedendomi pareri e via dicendo.

Primo caso. Sembra (mi hanno descritto l’immagine, ma io non l’ho controllata di persona) che la signora sindachessa di Cascina, nobilissima cittadina in provincia di Pisa, abbia messo in giro una specie di adesivo di quelli che si attaccano sulle pareti o sulle auto: vi si ammira la scenetta d’una bella e vigorosa ragazza con tanto di trecce biondorosse ed elmo munito di corna, evidente icona simbolica dell’Europa o comunque di un’europea, che a calci butta fuori un goffo maialino in vesti musulmane.

Ammettiamo che ciò sia esatto (io, ripeto, non ho visto quel che mi è stato descritto ma non trasmesso). Non stiamo a sottilizzare sulla tastiera simbolica della scenetta, per carità. Certo, verrebbe da osservare che in terra di Toscana gli elmi muniti di corna (a parte altri sottintesi di carattere anch’esso simbologico, ma riferito ad equilibri sentimentali ed altro…) non si sono mai visti o quasi. Storicamente, nonostante una ferma convinzione mediatica, i vichinghi non portavano roba del genere; si trattava piuttosto di ornamenti celtici, ma di celti a nord dell’Arno dopo il IV secolo a. C. se ne sono sempre visti pochi. E poi, a voler proprio sottilizzare, sulle nostre coste pirati saraceni ce ne sono stati, è vero: tra IX e XI  secolo arabi e berberi, poi ancora fra XV e XIX turchi e barbareschi; me abbiamo avuto noie anche dai vichinghi, durante il X secolo, portassero o no elmi cornuti; quindi assimilarli proprio a noi sarebbe cosa un po’ ardita. E poi, ciliegina sulla torta: siamo sicuri, signora sindachessa (per favore, non chiamatela “sindaca!”), che i rapporti fra Toscana e Islam siano sempre stati poi così cattivi? Lasciamo perdere l’emiro libanese Fakhr ed-Din, arrivato tra fine Cinquecento e primi del Seicento da noi e festosamente accolto dai granduchi medicei; ma come la mettiamo con la nobilissima signora, Berta duchessa di Toscana, che ai primi del X secolo scriveva nientemeno che una lettera al califfo di Baghdad proponendole ufficialmente la sua mano? Le sembra impossibile? Allora inviti a Cascina per una bella conferenza in merito la professoressa Catia Renzi Rizzo, allieva dell’indimenticabile medievista pisano Marco Tangheroni, che ha studiato a lungo quella lettera e quell’episodio: essa sarà in grado di spiegare dottamente ai cascinesi che noialtri toscanacci avremmo potuto avere il Principe dei Credenti come sovrano.

Il che, senza dubbio, avrebbe impresso un iter diverso anche alla faccenda dell’erigenda moschea pisana, contro la quale – e nonostante il fermo parere del primo cittadino – alcuni personaggi dimentichi della Costituzione stanno raccogliendo firme referendarie. Diritti costituzionali a parte (lo sapete che ci sono dei musulmani tra i cittadini italiani? Pare più di un milione e mezzo. Che fate, negate loro un diritto civile?), ho fatto la mia brava inchiesta tra chi “non vuole” la moschea a Pisa: alcuni naturalmente hanno parlato dello sconcio del paesaggio con i nostri bei campanili (“…evviva la torre di Pisa – che pende che pende ma che non vien giù!..”) – e con buona pace d’infiniti sconci contro i quali nessuno o quali protesta -;  poi c’è chi ha tirato in ballo la Tradizione, le nostre radici eccetera e così via  fallaciando e magdicristianallamiando: e va bene. Ma a volte l’argomentare si è fatto più fino. Reciprocità, che diàmine! Ce le fanno fare i musulmani a noi, le chiese? No! E allora?

La reciprocità è un forte e delicato argomento etico, giuridico e storico. Peccato che a livello etico sia infame, a livello giuridico improponibile, a livello storico ridicolo. E ne spiego i perché.

A livello etico, noi “occidentali” e “moderni”, piaccia o meno, abbiamo i nostri princìpi. Che a me personalmente, sia ben chiaro non piacciono nemmeno troppo. Ma non posso chiamarmene fuori: specie in momenti come questi. Uno di questi princìpi è la tolleranza, dalla quale discende la libertà di culto per ciascuno beninteso nel quadro delle leggi vigenti, come parte irrinunziabile dei diritti del genere umano. I diritti non sono negoziabili: io non ho il diritto di accordarli a chicchessia “a patto che”: o ci si crede e allora si difendono in senso assoluto e senza se e senza ma, o no. Io credo fermamente nel diritto di ciascuno di adorare il dio che vuole o di non adorarlo; magari, e lo confesso, in passato avrei lottato strenuamente contro questo principio, ma oggi è parte della società nella quale vivo e dello stato al quale, come pubblico funzionario, ho giurato fedeltà. E sia chiaro che se qualche beduino vuol impedire ai cristiani di costruire chiese in casa sua – dov’è a sua volta libero di farlo – bene, tale divieto non mi piace e direi anche che non è in linea né con il Corano né con la shari’ah: posso anche far quanto è in me per fargli cambiar idea, ma certo personalmente non lascio che quel che vuole lui condizioni quel che penso io o modifichi le cose in cui credo. Non mi lascio comandare da un saraceno. Il contrario – cioè, appunto, cercar di assecondarlo invocando nello specifico la “reciprocità” ed entrar in contraddizione con noi stessi – sarebbe infame.

A livello giuridico, è noto che la reciprocità è applicabile solo tra soggetti omogenei: ad esempio, due stati possono stabilire un regime di reciprocità in campi che simmetricamente e reciprocamente li riguardino. Ma qui si parla di stati (e stati laici, Vaticano a parte) da una parte, si una molteplicità di stati e di istituzioni connesse con l’Islam (che non ha alcuna forma istituzionale e normativa che lo rappresenti unitariamente e ufficialmente) dall’altro. Che cosa dovrebbe fare il governo della repubblica italiana: rompere i rapporti con tutti i paesi musulmani che non accettassero l’apertura di chiese cattoliche sul loro territorio? Ma con quale diritto un governo laico può adottare una posizione del genere senza incontrare l’opposizione di una parte dei suoi cittadini? E poi, con quali interlocutori dovremmo sostenerla? Ve l’immaginate il divieto di costruire una moschea nella quale andrebbero a pregare, in Italia, fedeli palestinesi, siriani, libici, egiziani, albanesi, bosniaci, senegalesi, e presentare tutto ciò come rappresaglia contro il re dell’Arabia saudita che non vuol far costruire chiese cristiane sul suo territorio? Palestinesi, siriani, libici, egiziani, albanesi, bosniaci e senegalesi risponderebbero in coro che a casa loro le chiese cristiane ci sono eccome; quanto al re dell’Arabia saudita, per nulla toccato dalla rappresaglia, continuerebbe tranquillamente a far quanto sta già facendo.  Ergo, l’argomento della reciprocità è giuridicamente improponibile

A livello storico, Il Corano riconosce e accorda ai “popoli del Libro” il diritto alla loro diversità di credenze. Sino dai primi tempi dell’espansione dell’umma (la “comunità dei fedeli”) fuori della penisola arabica, immediatamente dopo la morte nel 632 del Profeta, nella shari’a – il diritto musulmano, fondato sul Corano come Parola di Dio, sulla sunnacome tradizione avviata da Muhammad e dai suoi seguaci e sul fiqh, la giurisprudenza – si andò elaborando la distinzione tra un Dar al Islam, o al Salam (“territorio dell’Islam”, o “della pace”), abitato del tutto o in prevalenza dai musulmani, e il Dar al Harb (“territorio della guerra”), destinato ad esser conquistato da parte dei musulmani. Ma non tutti i non-musulmani potevano essere trattati alla stessa maniera: se da una parte  esistono i “pagani”, gli “idolatri”, i “politeisti” (cioè i kuffar o kafirun – al singolare kafir – i “negatori di Dio”), che debbono essere eliminati con la predicazione (cioè convertiti) o con le armi, dall’altra v’è l’ahl al-Kitab, la “gente del Libro” credente nel Dio unico grazie alla Rivelazione affidata a un Libro sacro: quindi gli ebrei, i cristiani, gli zoroastriani (Corano, sura II, Al-Baqara/La Giovenca, 62), nei confronti dei quali vale il principio della dhimma(“protezione”). I dhimmi, assoggettati ma anche protetti,  debbono pagare due tipi d’imposta, la jizya e il kharaj  e osservare alcune regole che limitano la loro libertà, ma hanno in cambio diritto ad esercitare in forma privata il loro culto e non possono venir costretti alla conversione. Si tratta di una normativa severa che comunque, in termini di quel che oggi noi definiamo “tolleranza”, rendeva possibile la vita di ebrei e cristiani in terra d’Islam (laddove quella dei musulmani in terra musulmana era praticamente impraticabile). D’altronde, i musulmani restavano e restano fedeli al principio lucidamente enunziato dal Corano,  sura V, Al-Ma’-ida/La mensa imbandita, 48: “Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate dunque in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi”. La shari’ah stabilisce in quali termini i dhimmi hanno diritto al loro culto: e a livello giurisprudenziale si sono messi in atto in quasi tutti i paesi musulmani (eccezion fatta per il regno dell’Arabia saudita e qualche emirato della penisola arabica) meccanismi giurisprudenziali che permettono a chiese cristiane e a sinagoghe ebraiche di restare aperte: che si siano verificati momenti di persecuzione o episodi di vioìlenza è vero, ma ciò non inficia un dato di fatto che rende sic et simpliciterridicolo, a livello storico, l’invocare una reciprocità in linea di principio improponibile e de facto sia pur imperfettamente presente.

E ciò sia detto quando non si arriva a rivendicazioni che, sul piano obiettivo, metono francamente allegria. Come quella di certi buoni fedeli che, scandalizzati, hanno protestato – sempre on line: ma qualcuno anche sui giornali – perché “non c’è reciprocità” nel fatto che i musulmani si sono presentati di recente nelle chiese, durante le cerimonie comuni in seguito agli ultimi eventi terroristici, a capo coperto secondo la loro tradizione. “Quando entriamo nelle loro moschee ci fanno togliere le scarpe – hanno commentato alcuni buontemponi -; perché noi non obblighiamo loro a scoprirsi la testa?”. A dire il vero, e a voler rispondere a tale osservazione con un impegno che forse essa non merita, varrebbe quanto ho detto or ora a proposito della reciprocità sul piano morale: noi “occidentali” siamo stati protagonisti di un “processo di secolarizzazione” che personalmente non mi piace, ma in seguito al quale ci siamo fatti più duttili, più “tolleranti”, forse – ammetiamolo – anche un po’ cialtroni. Io, ad esempio, non ho nulla contro un imam o un rabbino che apprestandosi alla preghiera si coprono la testa secondo la loro rispettiva tradizione, anche se sono ospiti in un tempio cristiano: mentre mi danno un gran fastidio i turisti che pretendono di entrare in chiesa (e perfino in un museo) portando shorts, t-shirts al limite della canottiera e infradito; quanto alle donne, gradirei che nelle chiese cristiane si velassero (come grazie a Dio molte sono tornate a fare: e non mi risulta che ciò sa manifestazione di antifemminismo).  Ma al di là di ciò, auguro a chi protesta perché nelle moschee non si lascia entrar gente calzata a non accettare mai un invito a cena in Europa settentrionale, o anche in Russia e in gran parte degli Stati Uniti: perché anche lì si obbligano o comunque s’invitano gli ospiti a girar in calzini o ad accettare delle pantofole. Nei paesi polverosi o sabbiosi, come in quelli nei quali ghiaccio, neve e fango abbondano, le padrone di casa tengono a difendere il proprio parquet. Nelle moschee, in generale, il apvimento è coperto da tappeti: l’invito a scalzarsi è liturgico (si pensi all’ordine ricevuto da Mosè dinanzi al roveto ardente dell’Oreb), ma anche pratico. E qui la reciprocità non c’entra: basta il buonsenso. FC

Reblog: Minima Cardiniana 134

Scatole e scatoloni: la memoria selettiva e la censura ai musei capitolini

A nessuno è piaciuta la mossa di coprire le statue ai musei capitolini per la visita di Rouhani ma se c’è una cosa fastidiosa – veramente fastidiosa – è la memoria selettiva. Quindi facciamo un po’ di  mente locale. Non commenterò le notizie, mi limiterò a riportarle così come le hanno date i giornali. La ricerca è stata molto veloce quindi non sarà sicuramente esaustiva. Se volete contribuire ve ne sarò grata. Nel frattempo ringrazio tutti quelli che in questi giorni stanno facendo esercizio di memoria.

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Ilaria

Cosa manca alle religioni per accettare l’omosessualità

 L’intervento di Mancuso al convegno sull’omosessualità tenutosi martedì 19 maggio nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica 

Schermata 2015-05-18 alle 23.46.06Anche se oggi il giudizio delle religioni sull’omosessualità è per lo più di condanna, qualcosa sta cambiando. È ormai citatissima la frase di papa Francesco del 28 luglio 2013: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? ». Affermazione scioccante perché i Papi, compresi gli immediati predecessori di Francesco, hanno sempre formulato esplicite valutazioni sull’omosessualità, e sempre di condanna. Nel 2006 il Dalai Lama riaffermava la disapprovazione buddhista: «Una coppia gay è venuta a trovarmi cercando il mio appoggio e la mia benedizione: ho dovuto spiegare loro i nostri insegnamenti. Una donna mi ha presentato un’altra donna come sua moglie: sconcertante». Nel 2014 l’approccio è stato diverso: «Se due persone, una coppia, sentono veramente che quel modo è più pratico, più fonte di soddisfazione, e se entrambi sono pienamente d’accordo, allora va bene»…

Oggi tutte le religioni presentano tale oscillazione, in esse si nota l’evoluzione prodotta dallo “spirito del mondo”, per riprendere l’espressione con cui Hegel qualificava l’azione divina. È in atto nel mondo una complessiva riscrittura dei rapporti tra singolo e società: all’insegna del primato non più della società e delle sue tradizioni, ma del singolo e della sua realizzazione, un movimento che sta portando a valorizzare i soggetti tradizionalmente più emarginati, tra cui appunto gli omosessuali. Ne viene che oggi l’atteggiamento delle religioni sull’omosessualità presenta orientamenti molto diversi, dalla tradizionale e intransigente condanna alla più totale accoglienza. È vero tuttavia che le religioni abramitiche sono tradizionalmente più chiuse e che tra esse la posizione più rigida è quella dell’islam: ancora oggi nella gran parte del mondo musulmano l’omosessualità non è socialmente accettata e in alcuni paesi (Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Iran, Mauritania, Nigeria, Sudan, Yemen) è persino punita con la pena di morte. Ciononostante in altri paesi a maggioranza musulmana non è più illegale, e in Albania, Libano e Turchia vi sono addirittura discussioni sulla legalizzazione dei matrimoni gay.
All’interno dell’ebraismo gli ebrei ortodossi considerano l’omosessualità un peccato e tendono a escludere le persone con tale orientamento, gli ebrei conservatori accettano le persone ma rifiutano la pratica omosessuale, gli ebrei riformisti ritengono l’omosessualità accettabile in tutti i suoi aspetti tanto quanto l’eterosessualità.
All’interno del cristianesimo si riproduce la medesima situazione, non solo a seconda delle diverse chiese, ma anche all’interno di una stessa chiesa. I luterani per esempio in Missouri dicono no all’ordinazione, alla benedizione delle coppie, ai matrimoni e persino all’accoglienza tra i fedeli dei gay, mentre in altri stati Usa e in Canada dicono sì su tutte e quattro le questioni. Si può comunque dire che il mondo protestante pentecostale (tra cui avventisti, assemblee di Dio, mormoni, testimoni di Geova) è generalmente contrario ai diritti gay, mentre il protestantesimo storico (tra cui luterani, riformati, anglicani, battisti, valdesi) è più favorevole.
La Chiesa cattolica riproduce la medesima dialettica, anche se sbilanciata a favore del no. La dottrina è giunta a dire sì all’accoglienza delle persone gay (cf. Catechismo, art. 2358) ma è ferma nel dire no alla benedizione della coppia e al matrimonio. Tale no si basa sul ritenere peccaminosa ogni forma di espressione omosessuale della sessualità: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (art. 2357). Da qui una conseguenza implacabile: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità» (art. 2359). Più controversa è la posizione sull’ordinazione sacerdotale. In un documento del 2005 della Congregazione per l’Educazione cattolica sull’ammissione in seminario di omosessuali si legge: «La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Ciò non impedisce tuttavia la presenza di omosessuali tra il clero cattolico e le comunità religiose maschili e femminili, con una percentuale difficilmente quantificabile ma certo non inferiore rispetto alla società, e da molti ritenuta doppia o ancora maggiore.
La maggioranza dei fedeli cattolici, soprattutto tra africani e asiatici, condivide l’intransigenza dottrinale, mentre a favore dei diritti gay vi sono specifici movimenti di fedeli omosessuali, non pochi teologi e religiosi, persino singoli vescovi, e qualche giorno fa la Conferenza episcopale tedesca e la Conferenza episcopale svizzera. Ha scritto quest’ultima: «La pretesa che le persone omosessuali vivano castamente viene respinta perché considerata ingiusta e inumana. La maggior parte dei fedeli considera legittimo il desiderio delle persone omosessuali di avere dei rapporti e delle relazioni di coppia e una grande maggioranza auspica che la Chiesa le riconosca, apprezzi e benedica“.
In ambito cristiano gli argomenti contro l’amore omosessuale sono due: la Bibbia e la natura. Il primo si basa su alcuni testi biblici che condannano esplicitamente l’omosessualità, in particolare Levitico 18,22-23 e 1Corinzi 6,9-10. Il secondo dice che c’è un imprescindibile dato naturale che si impone alla coscienza al punto da diventare legge, legge naturale, il quale mostra che il maschio cerca la femmina e la femmina cerca il maschio, sicché ogni altra ricerca di affettività è da considerarsi innaturale, espressione o di una patologia o di una vera e propria perversione, cioè o malattia o peccato.
Qual è la forza degli argomenti? L’argomento scritturistico è molto debole, non solo perché Gesù non ha detto una sola parola al riguardo, ma soprattutto perché nella Bibbia si trovano testi di ogni tipo, tra cui alcuni oggi avvertiti come eticamente insostenibili. I testi biblici che condannano le persone omosessuali io ritengo siano da collocare tra questi, accanto a quelli che incitano alla violenza o che sostengono la subordinazione della donna. E in quanto tali sono da superare.
Per quanto attiene all’argomento basato sulla natura, personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l’attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l’omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un’altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l’argomento contro l’amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere.
Gli argomenti a favore si concentrano in uno solo: il diritto alla piena integrazione sociale di ogni essere umano a prescindere dagli orientamenti sessuali, così come si prescinde da età, ricchezza, istruzione, religione, colore della pelle. Accettare una persona significa accettarla anche nel suo orientamento omosessuale. Non si può dire, come fa la dottrina cattolica attuale, di voler accettare le persone ma non il loro orientamento affettivo e sessuale, perché una persona è anche la sua affettività e la sua sessualità.
La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascuno di realizzarsi integralmente in tutte le dimensioni della sua personalità. Io credo che anche la maturità di una comunità cristiana si misura sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio, così come sono venuti al mondo, nessuna dimensione esclusa.

 Vito Mancuso la Repubblica 19 maggio 2015