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In questa categoria vanno i miei scritti di carattere generale, che non sono stati pubblicati su riviste scientifiche.

Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento causale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

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Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

In questi giorni si legge spesso che “la scelta è tra la dignità e la carriera”, e ovviamente si elogia chi sceglie la dignità. Per la precisione si elogiano le donne che scelgono la dignità, lasciando sottaciuto che questo implica una perdita lavorativa.

Il discorso poi non è così semplice. Viviamo in una società che ci ha abituati a pensare il lavoro come dimostrazione del nostro valore. Se uno non lavora non è solo un problema economico ma anche un fallimento sociale. Non è solo questione di come sopravvivere ma di scomparire di fronte alla società. In altre parole se su un piatto della bilancia c’è la propria dignità, sull’altro piatto non c’è semplicemente la carriera ma la stessa esistenza sociale. Non a caso si cita il lavoro meno prestigioso come soluzione ai ricatti sessuali, invece dell’abolizione dei ricatti.

Dunque, se vogliamo fare un discorso serio sulle molestie sul lavoro, dobbiamo anzitutto uscire dalla logica scandalistica e dalla caccia alle streghe. In secondo luogo dobbiamo prendere coscienza di cosa significa il lavoro nel suo complesso, non semplicemente come fatto economico ma come elemento di partecipazione sociale. È di questo che stiamo parlando non di “povere ma oneste”. 

Metto il link della discussione sotto il post perché è davvero interessante

 

La lucchese in serie A. Una storia di famiglia

Mi chiamo Ilaria Sabbatini. Sono figlia di Tarcisio Sabbatini. Mio nonno Ugo era custode della cartiera di Porta san Jacopo, dove abitavano dopo essersi trasferiti. La famiglia Sabbatini veniva da Villa Basilica, famiglia di cartieranti, come mio nonno. Mio padre è stato il primo a fare un lavoro impiegatizio. Non sono mai andata d’accordo con lui ma aveva delle caratteristiche che meritavano e meritano rispetto.

Mio padre ha servito nell’esercito italiano in Albania. Io sono nata tardi, mio padre era già molto grande. Raccontava sempre di quando in Albania aveva  visto uccidere un muezzin sul minareto, sparandogli dal basso. Un soldato italiano aveva fatto fuoco senza nessuna ragione, per puro disprezzo della vita umana. Una fucilata e l’uomo era caduto. Per questo, quando è riuscito a tornare in Italia, mio padre non ha voluto rientare nell’esercito. Così è stato dichiarato disertore, anche se disertore non era, e ha rischiato di finire nei campi di lavoro, deportato in Germania. Grazie a un difetto nelle radiografie del torace, un medico per aiutarlo lo ha dichiarato tubercoloso. Lo faceva anche con altri giovani ma fu denunciato così venne ucciso e mio padre fu costretto a nascondersi nella soffitta della casa di mia madre, in campagna. Sfuggì ai rastrellamenti e rimase in vita.

Dopo la guerra, ancora molto giovane, giocava a calcio. Lui mi diceva di aver giocato nella Lucchese e di essere stato in serie A. Io mi occupavo di calcio solo per partecipare alle serate che lui organizzava a casa nostra con amici e parenti, a guardare in Tv il commento calcistico. In realtà non gli avevo mai creduto. Mio padre calciatore sì, mio padre nella Lucchese era possibile, mio padre in serie A con la Lucchese mi sembrava impossibile. Poi un amico suo, che lo conosceva da giovane, mi ha confermato di sì, che era vero: mio padre non aveva esagerato. Prima o poi controllerò se ne ho voglia. Ma ora non so se ne ho più voglia.

Io non sono mai andata d’accordo con mio padre ma lui era un uomo onesto. Politicamente e civilmente onesto. Era un cattolico, non è mai stato comunista, ma era uno che ha sempre aborrito il fascismo e il nazismo. Da lui ho imparato a conoscere figure come Don Aldo Mei, il prete fucilato sotto gli spalti delle Mura di Lucca nei pressi di Porta Elisa (come lo stadio), Don Renzo Tambellini, medaglia d’oro al merito civile e Don Arturo Paoli, ugualmente impegnato per i perseguitati e gli ebrei.

Mio padre ha giocato nella Lucchese, nella Lucchese di serie A non di serie D. E oggi avrebbe avuto schifo della sua curva. 

 

Stadio di Lucca: la curva vuota per non omaggiare il deportato

L’origine della campagna #metoo

Vi chiedo un favore, cerchiamo di fare una corretta attribuzione dell’origine del movimento  #metoo che non è stato inventato da Alyssa Milano ma da Tarana Burke, attivista nera femminista, e non è partita per Weinstein ma ben 10 anni fa. Alyssa Milano ha ripreso il nome come hashtag rendendolo famoso ma non lo ha inventato lei: si è associata a un fenomeno che esisteva da tempo. Il che da un significato diverso alla campagna internazionale nel cui contesto si colloca anche la reazione all’affaire Weinstein. Ecco, facciamo in modo che tutto questo non sia letto solo attraverso il filtro dello star system. Non è una questione di giusto o ingiusto ma si tratta proprio del significato politico di quello che sta succedendo e della continuità di una battaglia che non va ridotta alle esigenze mediatiche del momento. 

Me Too è iniziato 10 anni fa dall’idea dell’attivista Tarana Burke e non da un hashtag. La Burke, fondatrice dell’organizzazione giovanile Just Be Inc., ha creato la campagna nel 2007, molto prima che gli hashtag esistessero. Ha ideato il nome per descrivere un movimento, intento a sostenere le donne residenti in comunità sfavorite che avevano subito aggrssioni sessuali.

Activist Tarana Burke started the Me Too movement in 2007

 

Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

Ilaria Sabbatini

 

Questo post si sviluppa nel successivo: Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

 

 

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Miriana Trevisan: C_era anche un nome per noi, «Figa bianca»

Asia Argento a Cartabianca

Una psicoterapeuta esperta di abusi ci spiega perché dovremmo credere ad Asia Argento

Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache

 

#quellavoltache: non può succedere a me

Ero minorenne e nella grande città ho incrociato un molestatore sulla metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero. Lui non è sceso, non ha fatto in tempo, ed è finita lì.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Riesci a sottrarti con un guizzo e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il percorso di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta. In quel tipo di corpo cresciuto in fretta non ero stata abituata a gestire i cambiamenti.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. Se non sei pronta a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un uomo che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà.

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il tizio della metro per dargli lo schiaffo che si meritava. Ma non solo a lui, anche al modello educativo che mi ha resa incapace di reagire.

 

Questo post racconta una storia realmente accaduta e fa parte della narrazione collettiva #quellavoltache. Racconta la tua storia con hashtag #quellavoltache. Raccontala come credi sul blog, su Facebook, con una nota pubblica, su Twitter, su Instagram, con una storia o in modo anonimo. Vediamo che succede.

Pesci grossi e pesci piccoli. Abusi nell’era del gossip.

Puntuali come sempre sono arrivate le difese d’ufficio del produttore Harvey Weinstein e lo scarico delle colpe su quelle che lo accusano di abusi ma hanno fatto carriera lo stesso e parlano solo ora che sono al sicuro.

Intanto sappiate che l’informazione “solo ora” non corrisponde al vero: c’era stata un’inchiesta giornalistica nel 2004 che però era finita nel nulla. Poi davvero trovate strano che una parli quando si sente al sicuro, piuttosto che quando è più vulnerabile? Davvero vi sorprende che denunciando in diverse si sentano più protette?

Sì anch’io mi faccio delle domande, non ho certezze a priori. Cerco di capire le modalità in cui si è sviluppata questa vicenda e sono arrivata all’ovvia conclusione che certe dinamiche non risparmino nessuno a nessun livello. Che poi ci sia un regolamento di conti in corso è probabilmente vero, ma da qui ad accusare chi esce allo scoperto raccontando l’abuso subito ce ne corre parecchio, anzi troppo.

Screditare chi denuncia gli abusi crea un circolo vizioso. Recriminare sulla tempistica, sulle modalità e sui silenzi di chi denuncia fa parte integrante del problema. Ci si chiede perché hanno parlato dopo così tanto tempo. Beh, probabilmente proprio perché sapevano − come sanno in molte − ciò che sarebbe successo: l’atto di uscire allo scoperto gli si sarebbe rivoltato contro.

E non è un caso che tutte queste denunce siano avvenute insieme. Avete presente la metafora del pesce grosso che mangia il pesce piccolo ma a sua volta può essere mangiato dai pesci più piccoli di lui quando questi si coalizzano? Ecco io la vedo così. Semmai la domanda che mi faccio è: quanto danno continuerà a fare l’apparente irrilevanza della richiesta di favori sessuali in cambio di una carriera?

Ci sono due elementi su cui sto riflettendo: che le accusatrici siano persone affermate è un dato di fatto; che anche le persone affermate siano ricattabili è un altro dato di fatto. Per quanto mi riguarda mi chiedo se il problema non sia, in generale, che non si perdona alle abusate di disattendere il copione che ci si aspetta dalle vittime: distrutte, fallite e rannicchiate in un angolo. Avete mai notato che perfino nelle iniziative a favore delle donne non si riesce a uscire dall’immagine stereotipata dell’occhio nero e della posizione fetale?

Molti non riescono a far combaciare l’immagine vincente di queste donne con la debolezza che implica l’essere state vittime. E forse è un po’ questo l’inganno della nostra società ipermediatizzata. Ricche, privilegiate, potenti: in pratica è come dire che possono tutto. Beh, probabilmente la cosa più interessante che racconta questa storia è proprio questo: non è vero, non basta essere ricchi e potenti, conta solo a che livello ti trovi della catena alimentare.

Certo, la gente che ha tanto di più dei comuni mortali suscita facilmente avversione, mica solo ammirazione. I privilegi non attirano le simpatie e questo caso non è diverso. Ma il rischio di non riconoscere gli abusi laddove si compiono è troppo grande per limitarsi a questo tipo di approccio. Per quanto sia difficile immaginarselo, quando si parla di abusi sul lavoro, c’è un filo rosso che collega la condizione delle donne a tutti i livelli sociali.

Sapete come funzionano gli abusi sul posto di lavoro? Ti propongono qualcosa in cui vedi il tuo futuro. Ti colgono nelle tue debolezze: vuoi un lavoro, vuoi uno stipendio, vuoi una carriera. Ed è bene ribadire che in questo non c’è niente di illegittimo. Poi ti molestano. Pensi anche di renderlo pubblico ma sai che tra un pesce grosso e un pesce piccolo, vincerà il pesce grosso. Temi di essere fatta a pezzi e forse anche di rimediare una denuncia. Hai paura che la cosa ti stronchi la carriera. A volte però non puoi fare a meno di frequentare lo stesso ambiente e le stesse persone. E continui a non parlare proprio perché frequenti lo stesso ambiente che temi ti si potrebbe rivoltare contro.

Qualcuno dice che c’è un’implicita connivenza se si accetta una avance per fare carriera. Beh qui non si parla di avances accettate ma avances imposte e c’è una bella differenza. Ma a parte questo, nessuno ci pensa che se l’idea di uomini che pretendono sesso in cambio di lavoro non fosse socialmente normalizzata adesso non staremmo qui a parlarne?

Le avances si possono assecondare e addirittura favorire, oppure ci si può essere costrette: è la differenza che oggi si fa finta di non vedere. Quando si creano sistemi chiusi in cui vigono regole e leggi proprie basate sullo scambio sessuale-economico abbiamo un problema che riguarda quelle che lo subiscono e quelle che lo accettano, quelle che se avvantaggiano e quelle che vengono escluse perché lo rifiutano. Ed è un problema di rapporti di genere, che va ben al di là del gossip del momento.

 

 

Bibliografia

From Aggressive Overtures to Sexual Assault_ Harvey Weinstein_s Accusers Tell Their Stories _ The New Yorker

What Harvey and Trump have in common – Women in the World in Association with The New York Times – WITW

Weinstein e lo scandalo sessuale, la stilista Donna Karan_ «Forse le vittime se la sono cercata» – Corriere

Weinstein, Natalia Aspesi_ «Se mi chiedi un massaggio in ufficio e io te lo concedo, poi non mi posso stupire su come va a finire»

Cara Natalia Aspesi, due cose su Asia Argento e il caso Weinstein – VICE

Se Paltrow, Jolie e le altre avessero raccontato prima le molestie subite da Weinstein, le avrebbero massacrate