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Scusi, ma lei in cosa si è distinto?

Due parole sul “brutta, grassa e casalinga” alla candidata sindaco di Milano.

Di Ilaria Sabbatini

Dico subito che non è la mia candidata: non avrei potuto votarla e anche potendo non credo che l’avrei votata. Ma il punto, lo sappiamo tutti, non è questo quindi è inutile raccontarsi storie.

Del “brutta” e del “grassa” ne parliamo dopo. Della “casalinga” e della “disoccupata”, ne parliamo subito: secondo i dati ISTAT le casalinghe in Italia nell’anno passato erano circa 7,5 milioni. Ognuno ne tragga le conseguenze che crede, elettorali e non.

Riguardo il “brutta” e “grassa”, Il Fatto cita un tizio il cui profilo è visibile su Facebook. Vogliamo dare un giudizio estetico? Bene, facciamolo pure ma facciamolo fino in fondo: guardiamo da che pulpito.

Riguardo l’attinenza del “brutta” e “grassa” con l’abilità professionale di una persona, in particolare di una donna, proviamo a vedere l’effetto che fa l’etichetta di brutta accanto alla solita qualifica professionale.

E dopo tutto ciò chiediamo a chi ha commentato e a chi commenterà in questo modo: «Scusi signore ma lei in che campo si è distinto?».

 

L’immagine in evidenza fa parte della campagna contro il sessismo in pubblicità promossa da Art Directors Club Italiano 

Colonia: storie, linguaggi e bilanci di genere

di Ilaria Sabbatini

Una premessa  

Oggi è il 6 marzo 2016. Tra poco sarà la festa della donna e sono passati due mesi da quando si è diffusa la notizia delle molestie di massa subite da una grande quantità di donne durante il capodanno di Colonia.  Finora avevo omesso di parlarne se non con pochissime persone ma da ieri è cambiato qualcosa. Sono stata invitata dalla Città delle donne di Lucca a parlare di quello che era successo insieme a Giulia Blasi e Daniela Grossi.

Il mio intervento si è articolato in due parti: nella prima ho analizzato un caso di trasformazione di una immagine fino al suo totale rovesciamento in un messaggio di segno totalmente contrario; nella seconda ho riportato i dati che avevo raccolto accennando a qualche analisi. Non è necessario che le leggiate entrambi: la prima è propedeutica alla seconda nel senso che rappresenta un fenomeno simile dal punto di vista del rovesciamento semantico di un messaggio. La seconda parte è mirata agli eventi accaduti a Colonia, nel capodanno 2015-2016. Scegliete voi quello che più vi piace.

 

Prima parte: storia di un’immagine

Sono partita dal lavoro di Rosea Lake, una ragazza di Vancouver studentessa di fotografia che ha ideato un’immagine estremamente potente in relazione ai pregiudizi che si sviluppano contro le donne a seconda del loto abbigliamento. Il lavoro di Rosea Lake si intitola Judgment, è del 2013 ed è di un impatto visivo fortissimo il che l’ha reso in breve tempo un fenomeno virale.

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Rosea Lake, Judgments, 2013

La cosa interessante di questo approccio è che va in due direzioni: se la gonna troppo corta decreta giudizi che vanno da “seduttiva” a “puttana”, da ginocchio in giù si da “vecchio stile”, a “puritana” fino a “carampana”. Rosea Lake non insiste sul solo diritto di portare la gonna corta ma anche su quello di portarla lunga a proprio piacimento senza per questo essere infilate di forza in categorie di giudizio morale. La fotografa di Vancouver spiega che questo progetto le ha fatto prendere in considerazione i suoi stessi preconcetti riguardo alle donne. Dava per scontato, dice, che tutte le donne che indossavano l’hijab fossero oppresse, giudicava negativamente le donne che non esprimevano la propria sessualità in un modo che lei ritenevo adeguato e conclude dicendo che adesso le piace di essere più aperta.

Il progetto di Rosea Lake ha avuto una diffusione vastissima tanto che nel 2014 la medesima idea è stata ripresa dalla scuola pubblicitaria Miami Ad School Europe, con sede ad Amburgo. Si tratta di una simulazione di campagna attribuita solo in via progettuale alla associazione svizzera Terre de Femmes con sede ad Amburgo. Come si può vedere qui sotto, l’intero progetto rimane assolutamente rispettoso dell’idea originale nell’impostazione delle immagini e nel contenuto salvo modificare leggermene le didascalie. Inoltre il nuovo progetto sviluppava l’idea ampliando il concetto dalla lunghezza della gonna all’altezza dei tacchi e alla profondità della scollatura.

Questa campagna simulata ha continuato sull’onda del successo online e in brevissimo tempo si è diffusa fino al punto da porre l’associazione Terre de Femmes di fronte alla necessità di prendere una posizione. Infatti la campagna non era stata commissionata dall’associazione ma risultava in piena consonanza con i suoi fini e le sue politiche. Così Terre de Femmes ha deciso di sostenere la campagna a posteriori facendo un comunicato in cui chiariva di non essere coinvolta nella sua creazione e nella sua pubblicazione ma riconoscendo che si tratta di una campagna ben fatta e condivisibile.

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Gioia! Online 3 ottobre 2014

Un’altra declinazione dell’idea iniziale di Rosea Lake è stata quella della rivista Gioia che ha ripreso l’immagine e le didascalie per declinarle nella moda contemporanea. Sostanzialmente il messaggio iniziale è ripreso e non pare che sia stata messa in atto alcuna manipolazione del suo contenuto.

Anche Radio 1, Belgio si è cimentata nell’esercizio. In questa foto è applicata all’abbigliamento maschile la stessa logica discriminatoria e giudicante che è stata usata per l’abbigliamento femminile. Le didascalie in fiammingo dicono: molto gay, gay, pantaloncini di spugna, boyscout, voce bianca, non si fa, Tintin in Congo, acqua in casa, scelto da mamma e comprato da me. L’immagine è costruita in modo da assomigliare a quella originale. La posizione delle gambe, i colori, gli sfondi e si direbbe anche le luci, sono del tutto simili. Si gioca e si risemantizza un messaggio ma senza stravolgerlo.

Un discorso completamente diverso va fatto invece sulla manipolazione dell’immagine da parte dell’associazione belga Woman Against Islamisation. L’operazione che è stata fatta rispetto all’immagine di Rosea Lake non è stata solo di stravolgimento del senso generale e particolare delle didascalie ma si è cambiata radicalmente l’impostazione dell’immagine facendo diventare quella che era una fotografia di documentazione una rappresentazione fortemente sessualizzata. Le didascalie dicono: lapidazione, stupro, puttana, sgualdrina, provocante, islam moderato e conforme alla sharia. Il titolo complessivo della campagna è: libertà o islam.

In ogni caso la traduzione delle didascalie passa quasi in secondo piano rispetto al tipo di immagine che si è voluto creare. Si notino la diversa posizione delle gambe, il diverso abbigliamento, la diversa gestione delle luci, la scelta delle gambe di una modella truccate (e in effetti si tratta di una Miss Belgio) contro le gambe di una ragazza normale, lo sfondo completamente uniformato come se si trattasse del merchandising di un prodotto. Se ci fossero dei dubbi, una seconda immagine toglierà qualsiasi incertezza sul tipo di campagna che è stata impostata da Woman Against Islamisation.

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Se da un lato si è spostato tutto il sistema di didascalie verso il basso, rendendo lecita solo la lunghezza dell’abito che arriva fino ai piedi, dall’altro lato si è spostata la semantica della libertà occidentale al punto da farla coincidere con la pura e semplice libertà di mostrare il corpo. In sostanza la campagna “Libertà o islam” racconta questo: noi siamo libere di mostrarci in questo modo. Ma in realtà, al di là dei problemi posti dal trattamento dell’immagine femminile, questa è una battaglia di retroguardia, basti guardare questa raccolta di immagini che fanno leva sull’immagine femminile stereotipata. Dunque libertà declinata esclusivamente come libertà di aderire a una iper-sessualizzazione del corpo. Libertà necessaria ma niente affatto sufficiente.

Rosea Lake, m

Rosea Lake, #mychoicenotyours

Rosea Lake, com’era prevedibile, ha avuto una reazione negativa e ha dichiarato la sua disapprovazione per la campagna “Libertà o islam” rispondendo con l’ashtag #mychoicenotyours e utilizzando la propria immagine per prendere posizione. Questa azione non ha avuto la stessa forza pervasiva delle altre immagini, nel senso che l’immagine della fotografa che protestava ha avuto minor circolazione. Questo è un po’ il destino di molte delle azioni di smentita: i media perdono interesse e il messaggio passa con fatica. Ma la posizione #mychoicenotyours ha provocato comunque una mobilitazione come si può vedere anche dal video di youtube della campagna.

È stata sorprendente, invece, la reazione della Loubutin, la famosa casa di moda che crea le scarpe più rinomate del momento. Forse qualcuno ci ha fatto già caso ma le scarpe utilizzate nella campagna di Woman Against Islamisation, a suola rossa e a suola gialla, sono proprio delle Loubutin. Ebbene la casa di moda non ha voluto in alcun modo essere collegata con la campagna e non si è limitata a fare una dichiarazione ma ha fatto bloccare la campagna islamofobica e ha ottenuto il ritiro delle immagini. Break. Qui finisce la prima parte del mio intervento in cui ho cercato di mostrare, attraverso una storia per immagini, come sia possibile declinare un’idea in tante varianti ma al contempo quale differenza corra tra il rispetto dell’intuizione originaria e il suo stravolgimento strumentale finalizzato alla formulazione di messaggio del tutto eterogeneo.

Seconda parte: numeri e media

Non si era ancora fatto in tempo a capire cosa era successo che già erano partite le voci di protesta contro le donne, in particolare le femministe, che non prendevano posizione. Si è parlato di reticenza, di eccessiva cautela, di tardiva condanna. Bene, allora facciamo due conti. Le violenze di Colonia sono accadute nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016. I fatti sono stati resi noti e poi diffusi tramite i media solo il 4 gennaio. Il 5 gennaio è arrivata puntuale la manifestazione delle femministe tedesche che ha raccolto le adesioni della quasi totalità delle femministe europee e in taluni casi anche la partecipazione di persona. Euronews attribuisce la foto qui sotto alla manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016 e il cartello recita: “Contro il sessismo contro il razzismo”. La foto è diventata famosa ovunque e documenta l’immediatezza sorprendente della reazione delle donne tedesche. Eppure, nonostante questo, si è voluto comunque parlare di reticenza e timore.

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Manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016

Le ipotesi a questo punto sono due: o c’è una scarsa attenzione alla circolazione delle notizie oppure questa non è stata considerata una risposta valida. Ma siccome chi ha sollevato l’eccezione del ritardo non sono degli sprovveduti (né delle sprovvedute) non è credibile che si sia trattato solo di disinformazione. In sostanza sembrerebbe che, siccome la risposta non è piaciuta, allora non è stata tenuta in considerazione esattamente come se non ci fosse mai stata. In realtà la risposta c’è stata ed è stata forte, chiara, immediata, condivisa ma è stata una risposta che non ha soddisfatto le aspettative cosicché si è continuato a parlare ad libitum della necessità di qualcosa che in realtà era già avvenuto. Intorno a questa idea del ritardo si è fatto un battage intenso, si sono esercitate pressioni politiche da varie parti probabilmente nell’intento di spingere le reazioni delle donne in una direzione precisa. Quali che siano state le motivazioni, tali pressioni non hanno tenuto conto della realtà. E la realtà è stata che le femministe tedesche e le donne europee che le hanno sostenute da ogni dove hanno risposto subito e senza esitazioni con un messaggio preciso: “contro il sessismo, contro il razzismo”.

Se poi si vuole restringere il campo alle donne italiane basta fare un controllo online: non si tratterà di reazioni riferibili a una sigla unitaria, le si potrà trovare nella forma sbriciolata degli interventi di singole voci, ma le reazioni ci sono state e del resto il femminismo non è una chiesa. Soprattutto, in Italia, si è avvertito come problema pressante quello di capire la natura e l’entità del fenomeno. I lanci sono stati del tipo Stupro di massa in Germania: mille immigrati violentano 80 donne (5 gennaio) e contemporaneamente arrivavano notizie sui ritardi nel rendere pubblici i fatti, sul silenzio mediatico, sulle prime dichiarazioni della polizia. Il primo gennaio la polizia di Colonia parlava di una nottata trascorsa senza incidenti. Il 4 gennaio l’informazione era completamente cambiata. Nei giorni successivi si sono rincorse notizie contraddittorie e lo sforzo dei mezzi di informazione era quello di capire cosa era successo, perché la polizia non era intervenuta, quali erano i reati. Non credo che sia realistico pensare che si potesse dare un’altra risposta rispetto a quella che è stata data: “Gegen Sexismus, Gegen Rassismus”. Possiamo discutere se sia sufficiente o meno ma non possiamo mettere in discussione che ci sia stata.

La cosa che invece preoccupa di più, a meno che non la si legga come una conferma, è il fatto che dopo la fiammata iniziale la notizia dei fatti di Colonia non tenga più banco nel mainstream. Il problema è che in realtà anche adesso la chiarezza è poca e mancano le prese di posizione, quelle sì importanti, assunte al di fuori dell’ondata mediatica del momento. Le voci che stigmatizzavano la lentezza delle femministe, adesso tacciono. E anche laddove − disperse in mille rivoli − le donne si organizzano e parlano di Colonia con razionalità, i fustigatori della prim’ora sembrano distratti da altre più urgenti questioni. Col trascorrere del tempo una qualche chiarezza è stata raggiunta. Magari manca ancora la risposta a molte le domande che ci si dovrebbe porre ma di certo si sa di più di quello che si sapeva in prossimità dell’esplosione del caso Colonia.

Il 16 febbraio è stata divulgato il rapporto ufficiale della polizia. In una ricerca del 16 febbraio, alle ore 16:10, svolta in italiano impostando le parole chiave “Colonia procuratore” risultavano i titoli contrastanti riportati sopra. “Non c’era quasi nessun rifugiato”, “Sono migranti gran parte degli accusati”, “Solo 3 rifugiati tra i molestatori”. C’è da dire che il procuratore stesso ha dovuto smentire la notizia a quanto pare fraintesa dall’Indipendent e poi diffusa sulla stampa anglofona. Il procuratore Ulrich Bremer ha smentito che soltanto tre degli accusati per le aggressioni di Colonia fossero dei rifugiati e questa situazione non ha fatto altro che aumentare le incertezze. Sta di fatto che nello stesso momento i media italiani online, e ho riferito solo il campione dei primi risultati su google, stavano dando notizie opposte.

I dati che è stato possibile raccogliere sono i seguenti. Ad ogni blocco di informazioni allego la relativa fonte per documentare tutti i passaggi alcuni dei quali sono particolarmente delicati.

Dei 73 accusati: 30 arrivano dal Marocco, 27 dall’Algeria, 3 dalla Tunisia, 4 dall’Iraq, 3 dalla Siria, 1 dal Montenegro, 1 dalla Libia, 1 dall’Iran, 3 sono tedeschi    (La Stampa)

Di 1054 denunce 454 riguardano aggressioni sessuali, 600 furti  (BF.be, Repubblica)

Solo in 1 caso si è valutata l’accusa infondata: si trattava di una persona squilibrata   (Welt)

In totale i sospettati sono 73, «in grande maggioranza» richiedenti asilo o persone giunte in Germania illegalmente. Il procuratore Bremer conferma comunque che i due gruppi più numerosi provengono da Paesi del Nord Africa: Marocco e Algeria.

Al momento agli arresti ci sono 15 sospetti. Contro di loro gli inquirenti muovono accuse di reati contro il patrimonio, in un solo caso di delitto a sfondo sessuale (Il Corriere)

C’è da notare però che nonostante la precisione dei numeri rimane irrisolto il problema − vero o falso che sia − che ha tenuto banco tra l’opinione pubblica di una gran parte d’Europa: gli aggressori facevano parte dell’ultima ondata di richiedenti asilo politico? Ossia: erano i richiedenti asilo arrivati con i recenti procedimenti di accoglimento adottati dalla Germania? Erano persone presenti sul suolo tedesco da più tempo? Quanti erano gli uni e quanti erano gli altri? Questo non è dato saperlo. Nelle cifre non vengono scorporati i dati circa il numero degli immigrati del 2015 e quelli precedenti, dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, delle persone con cittadinanza e degli eventuali respinti. La loro composizione religiosa non è ancora certa dal momento che non sono stati forniti dati, non è nota la loro età e non si sa siano accompagnati dalle loro famiglie o meno. Ci sarebbe ancora ancora molto da sapere e spero che diventi possibile prima che tutti ci dimentichiamo del caso.

Alcune delle presenti presenti in sala si sono sorprese molto e io stessa, abituata al dubbio come metodo di lavoro, in una frazione di secondo ho ripassato mentalmente la mia fonte per avere la sicurezza che risultasse davvero un solo caso di delitto a sfondo sessuale. Ebbene questo è proprio ciò che riporta il Corriere della Sera del 15 febbraio 2016. Se le cose stanno in questo modo evidentemente c’è un problema. Non vi sono dubbi che a Colonia sia successo qualcosa di grave e di grandi dimensioni: 1054 denunce di cui 454 riguardano aggressioni sessuali. È un numero enorme. Un solo caso verificato come accusa infondata, un solo caso di delitto a sfondo sessuale che corrisponderà sicuramente allo stupro di cui si era parlato fin dall’inizio.

Qualcuna delle mie conoscenti mi aveva messo la pulce nell’orecchio e io ho approfondito quel filone stando attenta ad appoggiarmi a studi attendibili. Non ho fatto studi di diritto così mi sono messa a studiare la tesi di dottorato di Francesco Macrì che si occupa del diritto penale sessuale. L’ho trovata online perché questo lavoro ha ottenuto il premio della Firenze University Press come miglior tesi di dottorato. Nella legislazione tedesca i reati sessuali sono regolati dagli articoli dal 174 al 182 del codice penale inquadrati come reati contro l’autodeterminazione sessuale. Macrì spiega che la riforma legislativa del 1974 ha spostato l’accento dalla “moralità pubblica” al più adeguato concetto di “libertà di autodeterminazione sessuale”. L’innovazione ha tipizzato i nuovi reati contro l´auto-determinazione sessuale incentrandoli sulla nozione di atti sessuali. Il codice, in realtà, non fornisce una vera e propria definizione di “atti sessuali”, bensì dispone unicamente che, tra di essi, assumano rilevanza penale sessuale soltanto quelli di una certa gravità. L´interprete deve stabilire quando si è effettivamente in presenza di un “atto sessuale” e quando invece no. Inoltre deve identificare i parametri per definire gli “atti sessuali di rilievo”. Una condotta, per essere qualificata “atto sessuale” deve presentare già nella sua materialità una connotazione di carattere sessuale. In assenza di una caratterizzazione oggettiva ´sessualmente orientata´ una condotta umana non può dunque essere qualificata quale “atto sessuale” unicamente in considerazione dell´intento sessuale soggettivamente presente nel suo autore. Non è dato rinvenire, ad esempio, tracce di ricostruzioni ermeneutiche che operino una selezione – casistica attraverso un’elencazione vera e propria, o astratta previa identificazione di un parametro (come ad es. quello delle “zone erogene”) – delle parti del corpo il cui toccamento si configuri come atto sessuale. (Francesco Macrì, Verso un nuovo diritto penale sessualeFirenze University Press, 2010, pp. 67-69).

Un’altra considerazione interessante da fare è quella sullo squilibrio del bilancio di genere. I dati nudi estrapolati dagli studi della sociologa Valerie Hudson sono i seguenti. 1 milione di migranti in Europa dal Medio Oriente e dal Nord Africa nell’ultimo anno. C’è un motivo specifico per cui tanti uomini stanno lasciando paesi come l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria: essi rischiano maggiormente di essere costretti a unirsi a gruppi combattenti oppure di essere uccisi o catturati da questi ultimi. Secondo International Organization of Migration il 66.26 % di migranti adulti registrati lo scorso anno in Italia e in Grecia sono maschi. Più del 20% di migranti sono minori di età inferiore ai 18 anni. La metà dei minori che viaggiano in Europa viaggia non accompagnata. Il 90% dei minori non accompagnati sono maschi. Se nel caso degli adulti il bilancio di genere è in qualche modo riequilibrato dalla prassi del ricongiungimento familiare, questo sottoinsieme maschile non ottiene la dispensa speciale per portare i coniugi. Uno dei motivi principali è che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che i paesi dell’Unione europea non sono tenuti a riconoscere la legalità del matrimoni tra bambini. (Valerie Hudson, Europe’s Man Problem, Politico, 6 gennaio 2016)

La Hudson sostiene la tesi che le società in cui il bilancio di genere è maggiormente in equilibrio sono società più stabili. I dati che il suo lavoro riporta sono interessanti perché oltre ad essere basati su fonti attendibili affrontano la questione del bilancio di genere in modo scientifico e non ideologico. Il lavoro della Hudson è diviso in due parti: la prima è una valutazione del bilancio di genere, la seconda è un proiezione degli effetti del disequilibrio nel bilancio di genere nel futuro. La seconda parte ha già subito contestazioni documentate mentre la prima, ossia la pura raccolta dati, al momento non ha avuto sostanziali smentite. Non è escluso che delle delle critiche efficaci saranno mosse in futuro e in quel caso riprenderemo in mano la questione.

Lorenzo Monfregola, in un intervento su Gli stati generali dell’11 febbraio 2016 ha provato a riassumere le reazioni che si sono verificate di fronte al caso di Colonia e alla sua coda mediatica.

  • La provenienza degli aggressori non significa nulla. Qualcuno ha sostenuto questa posizione ma allora bisogna concludere che alla fine a Colonia non è successo niente di particolare?
  • La disperazione, la miseria, l’alienazione. Quando si fa riferimento a questo tipo di giustificazione in realtà si sta dicendo che la violenza è intrinseca alla condizione di migrante. Dato che tutti i migranti sono potenzialmente soggetti a una o più di queste condizioni bisogna dedurne che tutti i migranti sono potenziali autori di violenze?
  • È chiaro che il crimine sessuale sia una tendenza diffusa in certi paesi di quell’area.  Chi si pone su questa posizione non sa dire di quali aree si tratta e nemmeno su quali ragioni si basa questa considerazione. Suggerisce semplicemente che la violenza sia una caratteristica etnica, genetica e razziale.
  • Rifiuto dell’approccio culturale religioso. E questo è un passaggio molto delicato. Il rapporto delle culture arabe o islamiche (termini che non sono sinonimi) entra o no in frizione con le libertà laiche di una società profondamente secolarizzata? Rinunciare a porsi questa domanda o evitare a priori di affrontarla significa lasciare campo libero alla interpretazione xenofobe e islamofobe. Rinunciare a porsi questa domanda significa lasciare che a rispondere siano quelli per cui le violenze hanno direttamente a che fare con le fedi religiose e vanno inserite in un più ampio disegno di terrorismo diffuso.

Trovare un equilibrio non sarà semplice. Bisognerà considerare che l’origine degli aggressori di Colonia non può essere ignorata, ma nemmeno può essere usata strumentalmente. E bisognerà confrontarsi con l’evoluzione più o meno avanzata della destrutturazione delle forme di violenza, a partire dalla loro accettazione culturale e sociale.

Nello stesso giorno in cui a Lucca si teneva il convegno su Colonia, a Milano veniva presentato il progetto Aisha, per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne dentro la comunità musulmana. Una delle promotrici, la sociologa Sumaya Abdel Qader ha spiegato il suo approccio al caso di Colonia in un articolo sul Corriere del 14 gennaio 2016. Un passaggio in particolare mi è sembrato interessante perché sintetizza in poche parole un discorso tutt’altro che scontato.

Certamente non si può negare che nei Paesi a maggioranza di musulmani si possono riscontrare inaccettabili pratiche contro le donne, dettate da tradizioni patriarcali, maschiliste e misogine e che queste possono essere riproposte anche qui; ma un conto è dire questo e un conto è addossare le colpe di ciò a una religione che non si conosce se non attraverso alcuni individui.

Dopo questa lunga analisi non sento il bisogno di dire quale sia la mia posizione in rapporto ai fatti di Colonia. Ho analizzato i materiali a disposizione cercando di selezionare i più significativi. Si è scritto infatti moltissimo su Colonia ma moltissimo di quello che si è scritto porta su di sé il marchio di un ideologismo pregiudiziale di un orientamento o di un altro. Credo che però si possa tentare nuova via, finora non sufficientemente indagata: quella di confrontarsi con le donne provenienti dai paesi arabi o musulmani. Loro fanno parte delle nostre stesse comunità e si stanno ponendo i nostri stessi problemi di donne europee. Mentre scrivo mi rendo conto che perfino le parole diventano cedevoli tanto è fragile il terreno su cui ci stiamo muovendo. Ma anche per questo la sfida si fa interessante e forse varrebbe la pena finalmente di raccoglierla.

Ringrazio Frauke G. Joris per l’aiuto

Ps. se ci sono refusi o errori per favore ditemelo.

Bibliografia minima


Video dell’intero convegno 

Francesco Macrì – Verso un nuovo diritto penale sessuale

German criminal code

I reati sessuali nei confronti dei minori in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti d’America

Joumana Haddad – Le viol et nos hommes

Kamel Daoud – Cologne, lieu de fantasmes

La Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica

Le copertine dei giornali tedeschi su Colonia accusate di razzismo – Il Post

Lorenzo Monfregola – Il fuoco di Colonia continua a bruciare

Michel de Montaigne e il cannibale felice di Francesco Lamendola

Patric Jean – Le aggressioni di Colonia sono frutto della misoginia e non della presenza dei profughi

Sumaya Abdel Qader – Colonia, Islam e libertà delle donne

Valerie Hudson – Europe’s Man Problem – POLITICO Magazine

Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

di Ilaria Sabbatini    

Grandi discussioni sotto il sole ma anche un po’ di confusione. Prima di iniziare voglio dire che mi piacerebbe svelenire il clima e ritornare a delle modalità di confronto più accettabili. Non stiamo parlando di un referendum da votare domani e non sono necessari attacchi personali o boutade sarcastiche. Non servono alla discussione e anzi sono convinta che la facciano regredire. Per quanto mi riguarda, se mi capita di citare qualcuno è per interloquire, non per sbertucciarlo e questo è quanto. Seguendo il dibattito sempre più accesso sulla Gravidanza Per Altri (GPA) mi imbatto spesso in affermazioni sorprendenti. Non che non siano moralmente generose, intendiamoci, solo che non sono così logiche come sembrano. Stavolta è la volta di “se posso donare un rene, perché non il mio utero?”. Fatto salvo il mio rispetto per Emma Bonino sotto molti punti di vista, mi permetto delle precisazioni perché mi sono interessata molto da vicino alla donazione di rene e non in senso figurato.

Farò un po’ di storytelling, giusto per far capire la situazione da cui parto. Se vi annoia saltate al sesto paragrafo. Per una serie di motivi legati alla mia formazione e alle mie convinzioni fin da adolescente sono stata una convinta assertrice della donazione di organi. Il problema era che, essendo minorenne, non potevo decidere. Quando lo annunciai, in casa scoppiò il putiferio perché mia madre si opponeva con tutte le sue forze. Non ne parlammo più ma appena compii diciotto anni andai alla sede di riferimento e mi iscrissi come donatrice di organi. Mi rilasciarono un tesserino da tenere nel portafoglio. Ero così orgogliosa che me ne andai con l’impressione di essere cresciuta di dieci centimetri in altezza. Ricordo che era un giorno caldo di luglio e viaggiavo come sempre con la mia bici rossa da città. Prima di mettere via il talloncino che mi era stato consegnato, mi venne la curiosità di leggere. C’era scritto: “in caso di morte telefonare a”. Onestamente non me l’aspettavo. Per quanto sembri banale non avevo considerato l’eventualità che per fare la donazione di organi bisogna essere morti. Avevo diciotto anni, una bici rossa, una madre contraria e mi sentii venire meno la forza nella gambe. Se volevo donare i miei organi dovevo essere morta e non ne avevo nessunissima voglia. Per una frazione di secondo mi immaginai di tornare dentro a chiarire che no, non avevo capito i termini della faccenda. Ma non lo feci perché la parte razionale di me sapeva di aver fatto la cosa giusta.

Qualche anno dopo mio padre sviluppò una patologia renale seria. Scoprirono che il rene sinistro era atrofizzato e il rene destro era affetto da una forma di insufficienza progressiva che lo costrinse prima a una dieta specifica poi alla dialisi. All’inizio sembrava che potesse andare avanti a lungo ma il suo corpo, a differenza di altri, reagiva male. Imparai a conoscere il reparto ospedaliero e gli altri nefropatici. Alcuni stavano bene e altri, come mio padre, no. La dialisi consiste in un lavaggio completo del sangue che può essere effettuato a casa o in ospedale. Esistono due tipi di trattamento: mio padre faceva quello ospedaliero. Erano tre dialisi settimanali che duravano da un minimo di 4 ore a un massimo di 6. Oltre ad avere ripercussioni sulle sue attività questo implicava restrizioni sulla dieta e sulla quantità di liquidi che poteva assumere. Doveva bere pochissimo, aveva sempre sete e non faceva più la pipì.

Piano piano si indebolì e si allettò. La cosa non accade a tutti i dializzati ma lui doveva essere accompagnato anche negli spostamenti minimi. Per me vederlo scivolare a poco a poco mantenendo la mente lucida era una cosa difficile da accettare così, non so per quale ragionamento, mi convinsi che bisognava porre un rimedio e che toccava a me. Ci pensai a lungo e quando mi sentii pronta parlai al nefrologo della mia intenzione di donare un rene. Non ero impazzita e non mi ero fatta travolgere da una reazione d’istinto. Mi ero fatta i conti sul mio stato di salute, avevo cercato informazioni sulla possibilità di vivere con un rene solo, mi ero documentata sulla questione della compatibilità e sugli aspetti legali. Avevo deciso che era fattibile ma avevo dimenticato un dettaglio.

Ammesso e non concesso che il mio organo fosse compatibile con il suo corpo, il rischio che io correvo era eccessivo rispetto alle possibilità di riuscita e alle sue aspettative di vita. Mio padre non sapeva nulla delle mie intenzioni. Avevo pensato anche a questo: se mai fosse stato possibile glielo avrei detto dopo. Ma la risposta che ricevetti dai medici in sostanza era un no. Detto in parole povere non potevo donare un rene perché il gioco non valeva la candela. Mio padre andò avanti ancora per un po’ tra alti e bassi. Nel frattempo, per vie che ignoro, mia madre si convinse dell’importanza della donazione di organi. Mia sorella non aveva bisogno di convincersi. Non sono sicura che lei sappia cosa avevo macchinato ma del resto non aveva senso parlarne prima che i medici mi avessero dato una risposta. Comunque, quando papà se ne andò ci informarono che era possibile fare la donazione di cornee. Non ci fu bisogno di ragionare molto: eravamo tutte e tre d’accordo. Il medico ci spiegò il perché il percome della prassi. Si decise che fossi io a firmare. Ancora una volta ero partita a testa alta ma quando appoggiai la penna per scrivere il mio nome mi accorsi che mi tremava la mano.

Racconto questo non per dire quanto siamo carini e gentili in famiglia: al contrario siamo stati una famiglia conflittuale e isterica come poche. Racconto questo perché mi sono documentata sulla donazione di organi in vita. Racconto questo per dire che se si ritiene la gravidanza per altri paragonabile alla donazione di rene, bisogna sapere davvero cosa è la donazione da vivo. Anzitutto va detto che è legale ed eticamente lecito fare la donazione di organi in vita. Ma va precisato che non si può far pagare la donazione di un rene né di qualsiasi altro organo. Ci sono paesi che hanno ammesso la donazione di sangue dietro pagamento ma il presidente AVIS italiano nel 2012 ha parlato espressamente di “donatori periodici, volontari, non remunerati”. Ha dichiarato anche che nel 2011 in Italia si è raggiunta l’autosufficienza nell’approvvigionamento del sangue. E questo nonostante che i donatori non siano remunerati come accade in altri paesi.

Per la donazione di organi la situazione è un po’ diversa. Nel 2011 l’Italia, aveva 22 donatori per milione di persone, che non sembra un gran risultato ma la rende comunque terza tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia. La donazione di organi allo stato attuale delle cose è molto inferiore alla richiesta. Dunque qualcuno paga per averli e si è anche discusso se far diventare il pagamento una pratica legale. La riterreste una possibilità lecita o una eventualità discriminatoria? AIDO una delle più importanti associazioni a sostegno della donazione di organi dice questoSi può vendere o acquistare un organo? No, è illegale vendere o comprare organi umani. La donazione degli organi e tessuti è un atto anonimo e gratuito di solidarietà. Non è permessa alcun tipo di remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. 

Il paragone tra GPA e donazione di organi può sembrare ovvio ma le cose cambiano quando lo si mette alla prova portandolo alle estreme conseguenze. Facciamo una verifica: l’ipotesi di pagare la donazione di organi è accettabile oppure no? Il paragone tiene ancora dopo aver risposto a questa domanda? Dal mio punto di vista regge solo in un caso: che la GPA non preveda remunerazione economica. Solo la GPA altruistica è alla pari della donazione di organi. Perché se non si tiene conto del problema centrale del compenso della gestante si finisce per parlare a vuoto. La differenza, ancora una volta, sta tutta lì: surrogazione altruistica e surrogazione dietro compenso. E non è cosa che riguarda solo le persone coinvolte o i vip del momento perché si tratta di un cambiamento antropologico che ci coinvolge tutti nella misura in cui il fenomeno sta uscendo dall’ombra e si mostra di colpo molto più diffuso di quello che non si poteva supporre.

Ovviamente non intendo dire che le spese sanitarie sostenute da un donatore di organi (o da una gestante per altri) debbano ricadere sul donatore stesso. Se si sviluppa coerentemente il paragone con la donazione di organi,  va tenuto conto che il calo delle donazioni in vita è dovuto proprio a questo problema. In una lettera del 2015, la Segretaria della salute degli Stati Uniti evidenziava che uno dei motivi principali del declino della donazione in vita è che i donatori (statunitensi) si trovano a dover sostenere i costi assistenziali di tasca propria. Questo è un limite enorme che vale per tutte le azioni di tipo altruistico. A mio parere il principio dovrebbe valere anche per l’adozione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Io credo che sia fondamentale affermare il principio che il gesto altruistico debba sempre essere accompagnato da un’adeguata assistenza per far sì che i costi non ricadano sul donatore. Ma è una prospettiva completamente diversa dal prevedere un pagamento per il donatore e credo che tutti noi, interessati a questo dibattito, dovremmo evitare nasconderci dietro la foglia di fico delle definizioni di comodo. La generosità di una ragazza lontana non è gratuita, costa cifre diverse a seconda dei casi e a seconda dei paesi. Molte delle donne che vi si prestano non lo farebbero se non fossero pagate. Quindi, pur senza giudicare nessuno, diamo alle cose il loro nome e cominciamo a fare chiarezza almeno nel linguaggio. Vogliamo parlare di GPA? Vogliamo parlare di gratuità? Benissimo. Ma se vogliamo parlare di “gratuità pagata” c’è qualcosa che non torna. Perché i casi sono tre e non andrebbero confusi: gratuità, spese non a carico della gestante e pagamento della gestazione.

È possibile che la GPA sia un atto altruistico e sarebbe limitante negarlo. Ma non si può pretendere che la GPA sia definita atto altruistico anche quanto prevede un compenso per la portatrice. Non mi sembra sufficiente dire che il pagamento non inficia il gesto di generosità per risolvere la questione. Non per una considerazione di ordine morale ma perché è un ragionamento incoerente dal punto di vista logico e linguistico. Sviluppo una metafora della Lalli: se io pago il dovuto e il gelataio mi porge il gelato con gentilezza non posso dire che mi ha regalato il gelato. In questo modo non sto dando un giudizio morale ma sto semplicemente seguendo una coerenza logica. È ovvio che ci possa essere un bel dialogo e un rapporto di grande fiducia col gelataio, ma se io pago e lui mi da qualcosa non è un atto di generosità: il dono è quando qualcuno mi da qualcosa senza pagare. Un atto di generosità è anche quando io sostengo tutte le spese perché lui possa fare il gelato. Pago il latte, pago la frutta, pago lo zucchero, pago tutto quello che c’è da pagare e lui mi regala il suo lavoro. Ma nell’esatto momento in cui io scambio il gelato con un compenso che va direttamente al gelataio, quello smette di essere un dono e ritorna ad essere uno scambio economico. Non pretendo di decidere se questo sia lecito o illecito ma una cosa me la aspetto: che si parli con coerenza e non ci si nasconda dietro le parole.

Si può anche affrontare la questione della legittimità di pagare una donna che sostenga una GPA. E intendo proprio pagare, non accollarsi le spese sanitarie. Del resto nel caso della donazione di organi discussioni di questo tipo esistono e se ne parla apertamente. Il motivo per cui non si fanno pagare gli organi o la disponibilità a donare è che la pratica innescherebbe una dinamica pericolosa a partire da due considerazioni: 1) la differenza tra chi può permettersi di comprare un organo e chi no; 2) la disparità tra chi può comprare un organo e chi pensa di venderlo per ricavarci denaro, a prescindere che sia più o meno povero. Nel 2004 si parlava di incoraggiare le donazioni di organo da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento e si è anche calcolata la cifra necessaria. Non mi risulta che l’ipotesi abbia avuto seguito: non credo nemmeno che sia stata fatta una proposta. Ma se si paragona la GPA alla donazione di organi, qualcuno mi spieghi perché poi ci si dovrebbe scandalizzare di fronte all’idea di pagare un polmone, una parte di fegato o un rene.

Molti giustamente rilevano che nelle cliniche americane non sono ammesse donatrici povere o in stato di bisogno. Permettetemi di dubitare che questa politica sia per il bene delle potenziali gestanti. Il punto non credo che sia lo stato di miseria delle candidate alla GPA (problema che pure esiste) quanto piuttosto la differenza di condizione sociale tra i genitori genetici e la donna che affronterà la gravidanza. Non mi risultano casi in cui una gestante surrogata sia più ricca dei genitori che ricorrono a lei. Parliamone apertamente, non limitiamoci a lanciare invettive che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché bisogna circonfondere questo atto, che si configura come una qualsiasi prestazione di servizi, di un’aura di bontà non richiesta? Se io pago una donna perché svolga una GPA è uno scambio commerciale: resta da vedere se sia accettabile oppure no. Può anche darsi di sì ma perché evocare per forza l’argomento della gratuità e della generosità?

Eppure io ritengo possibile che una donna si presti alla GPA in modo totalmente altruistico. Non mi sembra né irrazionale né oppressivo. È del tutto comprensibile che una persona voglia fare un atto radicale per un proprio caro/a, sia esso un/a familiare o un amico/a, nell’ottica laica di poter disporre del proprio corpo. Rimanendo nel parallelo tra GPA e donazione, a me non è stato possibile misurarmi fino in fondo con quella scelta ma avrei rinunciato a una parte del mio corpo purché una persona a me cara avesse una prospettiva. Ovviamente avrei deciso compatibilmente col mio stato di salute ma sì, penso che lo avrei fatto. E credo che sia questo il motivo per cui non trovo scandalosa l’eventualità. A patto che sia sempre e solo in una prospettiva altruistica.

Ps. Visto che ne parliamo e visto che c’è sempre un gran bisogno questo è il tesserino da compilare e questa è la semplice procedura da seguire per diventare donatori.

In morte di una donna banale

di  Ilaria Sabbatini

Stamani mi è capitato di leggere un articolo sulla vicenda di Gloria Rosboch, di cui non conoscevo nemmeno la morte, e mi ha suscitato emozioni contrastanti. Pena sicuramente ma anche qualcosa di non facilmente definibile. Un fastidio, una noia, una specie di ronzio di sottofondo che non riuscivo a identificare.

Essendo miope, il mio corpo deve aver bilanciato dandomi un udito molto fine. Questo però ha delle controindicazioni perché riesco a sentire il ronzio delle lampade e degli apparecchi elettronici che abbiamo in casa. Mi succede quando sono l’ultima ad andare a dormire, le stanze sono silenziose e in giro non c’è alcun tipo di rumore. Allora comincio a sentire il ronzio di funzionamento delle lampade, delle luci di sicurezza, del modem o di qualche altro aggeggio. All’inizio non capisco cosa sia poi mi metto all’ascolto e inseguo il ronzio fino a individuarlo e a spegnerlo.

Stamani, essendo domenica, c’era più silenzio del solito e mentre leggevo avvertivo un senso di fastidio vago, difficilmente identificabile. Un ronzio di altro genere. Non gli ho dato subito peso ma poi, rileggendo i giornali nel pomeriggio, ho avuto chiaro che quell’impressione era reale e ho voluto metterla a fuoco. Si legge che la signora Gloria Rosboch, insegnante, è morta uccisa da un allievo, ingannata, tradita, truffata. Ma invece di insistere sugli eventi che hanno portato alla sua morte o sull’azione criminosa, alcuni hanno scelto di spostare lo sguardo su di lei, sul suo aspetto, sulla sua vita, sulle sue aspettative.

Il quadro che ne esce è desolante e se all’inizio può suscitare pena per una fragilità spezzata, l’insistenza su questi aspetti risulta alla fine eccessiva. Qualcosa di simile alla carità pelosa di chi, atteggiandosi a compassione, finisce per mettere in risalto la miseria squallida del compatito. Il gusto dell’anomalia pare appena legittimato da una pietà di prammatica che è difficile non pensare come auto-assolutoria. Ricorda un po’ quelli che guardano con insistenza una persona con handicap ma lo fanno con l’occhio languido e lucido. Prendo due o tre articoli e isolo alcune frasi per spiegare meglio. Non importa da che giornale e da che autore: farete presto a trovarli in rete.

“L’umile e ordinato perimetro della sua semplicità, con i vecchi vestiti ripiegati nel cellophane dentro i cassetti dell’armadio, i centrini sulla tavola per mangiare, il comodino con la sveglia e la tappezzeria di fiori e dolci arabeschi della camera da letto”.

“Le domeniche passate sul divano di finta pelle a guardare le partite della Juventus assieme al papà”. “La mesta tranquillità delle sue abitudini… i dolci silenzi delle serate senza niente da fare davanti alla tv, questi giorni senza ambizioni“. “La notte di Capodanno festeggiava sempre solo assieme ai genitori andando subito a letto a mezzanotte”. “Lei guardava le partite con papà”.

Le gozzaniane buone cose di pessimo gusto sono vezzi lusinghieri, al confronto. Mancano il Loreto impagliato e i fiori in cornice per essere davanti a L’amica di nonna Speranza che rispetto alla “povera Gloria” risulta perfino una personalità brillante.

“Lei [Gloria] è già vecchia, con la testa, ma le va bene così“. “[L’omicida] legge Nicholas Sparks, mentre Gloria tiene sul comodino la biografia di Del Piero”. “Lui sogna l’America, per lei, invece, questa casa è veramente tutto il suo mondo”.

“Gloria timida e insicura”, “sempre sola, non bellissima“. “Lei 49 anni, lui 30 di meno”. “Vestita come la brava maestrina”, “i suoi abiti tutti uguali“. “Non aveva mai conosciuto altro mondo all’infuori della sua casa”. “Le foto della famiglia e della sua solitudine sparse nelle camere”.

Sicuramente è tutto vero ma è vero anche altro. Che era una professoressa di francese, che era laureata, che aveva gli occhiali, che era appassionata di calcio, che era considerata un’insegnante severa, che era rispettata, che era una precaria come tante di noi. Che era una donna, che aveva una dignità e un lavoro, che aveva dei problemi, che andava dal parrucchiere, che qualcuno la conosceva, che aveva comunque dei desideri. Che il femminicidio prescinde dal tipo di aspetto e dal tipo di vita di una donna: dipende tutto da quello che si decide di mettere in luce.

P.s. Ero molto indecisa su questo titolo. Non avrei voluto scriverlo perché non è quello che penso. Ma vorrei che servisse a provocare chi la pensa così di questa donna.

Cosa manca alle religioni per accettare l’omosessualità

 L’intervento di Mancuso al convegno sull’omosessualità tenutosi martedì 19 maggio nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica 

Schermata 2015-05-18 alle 23.46.06Anche se oggi il giudizio delle religioni sull’omosessualità è per lo più di condanna, qualcosa sta cambiando. È ormai citatissima la frase di papa Francesco del 28 luglio 2013: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? ». Affermazione scioccante perché i Papi, compresi gli immediati predecessori di Francesco, hanno sempre formulato esplicite valutazioni sull’omosessualità, e sempre di condanna. Nel 2006 il Dalai Lama riaffermava la disapprovazione buddhista: «Una coppia gay è venuta a trovarmi cercando il mio appoggio e la mia benedizione: ho dovuto spiegare loro i nostri insegnamenti. Una donna mi ha presentato un’altra donna come sua moglie: sconcertante». Nel 2014 l’approccio è stato diverso: «Se due persone, una coppia, sentono veramente che quel modo è più pratico, più fonte di soddisfazione, e se entrambi sono pienamente d’accordo, allora va bene»…

Oggi tutte le religioni presentano tale oscillazione, in esse si nota l’evoluzione prodotta dallo “spirito del mondo”, per riprendere l’espressione con cui Hegel qualificava l’azione divina. È in atto nel mondo una complessiva riscrittura dei rapporti tra singolo e società: all’insegna del primato non più della società e delle sue tradizioni, ma del singolo e della sua realizzazione, un movimento che sta portando a valorizzare i soggetti tradizionalmente più emarginati, tra cui appunto gli omosessuali. Ne viene che oggi l’atteggiamento delle religioni sull’omosessualità presenta orientamenti molto diversi, dalla tradizionale e intransigente condanna alla più totale accoglienza. È vero tuttavia che le religioni abramitiche sono tradizionalmente più chiuse e che tra esse la posizione più rigida è quella dell’islam: ancora oggi nella gran parte del mondo musulmano l’omosessualità non è socialmente accettata e in alcuni paesi (Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Iran, Mauritania, Nigeria, Sudan, Yemen) è persino punita con la pena di morte. Ciononostante in altri paesi a maggioranza musulmana non è più illegale, e in Albania, Libano e Turchia vi sono addirittura discussioni sulla legalizzazione dei matrimoni gay.
All’interno dell’ebraismo gli ebrei ortodossi considerano l’omosessualità un peccato e tendono a escludere le persone con tale orientamento, gli ebrei conservatori accettano le persone ma rifiutano la pratica omosessuale, gli ebrei riformisti ritengono l’omosessualità accettabile in tutti i suoi aspetti tanto quanto l’eterosessualità.
All’interno del cristianesimo si riproduce la medesima situazione, non solo a seconda delle diverse chiese, ma anche all’interno di una stessa chiesa. I luterani per esempio in Missouri dicono no all’ordinazione, alla benedizione delle coppie, ai matrimoni e persino all’accoglienza tra i fedeli dei gay, mentre in altri stati Usa e in Canada dicono sì su tutte e quattro le questioni. Si può comunque dire che il mondo protestante pentecostale (tra cui avventisti, assemblee di Dio, mormoni, testimoni di Geova) è generalmente contrario ai diritti gay, mentre il protestantesimo storico (tra cui luterani, riformati, anglicani, battisti, valdesi) è più favorevole.
La Chiesa cattolica riproduce la medesima dialettica, anche se sbilanciata a favore del no. La dottrina è giunta a dire sì all’accoglienza delle persone gay (cf. Catechismo, art. 2358) ma è ferma nel dire no alla benedizione della coppia e al matrimonio. Tale no si basa sul ritenere peccaminosa ogni forma di espressione omosessuale della sessualità: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (art. 2357). Da qui una conseguenza implacabile: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità» (art. 2359). Più controversa è la posizione sull’ordinazione sacerdotale. In un documento del 2005 della Congregazione per l’Educazione cattolica sull’ammissione in seminario di omosessuali si legge: «La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Ciò non impedisce tuttavia la presenza di omosessuali tra il clero cattolico e le comunità religiose maschili e femminili, con una percentuale difficilmente quantificabile ma certo non inferiore rispetto alla società, e da molti ritenuta doppia o ancora maggiore.
La maggioranza dei fedeli cattolici, soprattutto tra africani e asiatici, condivide l’intransigenza dottrinale, mentre a favore dei diritti gay vi sono specifici movimenti di fedeli omosessuali, non pochi teologi e religiosi, persino singoli vescovi, e qualche giorno fa la Conferenza episcopale tedesca e la Conferenza episcopale svizzera. Ha scritto quest’ultima: «La pretesa che le persone omosessuali vivano castamente viene respinta perché considerata ingiusta e inumana. La maggior parte dei fedeli considera legittimo il desiderio delle persone omosessuali di avere dei rapporti e delle relazioni di coppia e una grande maggioranza auspica che la Chiesa le riconosca, apprezzi e benedica“.
In ambito cristiano gli argomenti contro l’amore omosessuale sono due: la Bibbia e la natura. Il primo si basa su alcuni testi biblici che condannano esplicitamente l’omosessualità, in particolare Levitico 18,22-23 e 1Corinzi 6,9-10. Il secondo dice che c’è un imprescindibile dato naturale che si impone alla coscienza al punto da diventare legge, legge naturale, il quale mostra che il maschio cerca la femmina e la femmina cerca il maschio, sicché ogni altra ricerca di affettività è da considerarsi innaturale, espressione o di una patologia o di una vera e propria perversione, cioè o malattia o peccato.
Qual è la forza degli argomenti? L’argomento scritturistico è molto debole, non solo perché Gesù non ha detto una sola parola al riguardo, ma soprattutto perché nella Bibbia si trovano testi di ogni tipo, tra cui alcuni oggi avvertiti come eticamente insostenibili. I testi biblici che condannano le persone omosessuali io ritengo siano da collocare tra questi, accanto a quelli che incitano alla violenza o che sostengono la subordinazione della donna. E in quanto tali sono da superare.
Per quanto attiene all’argomento basato sulla natura, personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l’attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l’omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un’altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l’argomento contro l’amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere.
Gli argomenti a favore si concentrano in uno solo: il diritto alla piena integrazione sociale di ogni essere umano a prescindere dagli orientamenti sessuali, così come si prescinde da età, ricchezza, istruzione, religione, colore della pelle. Accettare una persona significa accettarla anche nel suo orientamento omosessuale. Non si può dire, come fa la dottrina cattolica attuale, di voler accettare le persone ma non il loro orientamento affettivo e sessuale, perché una persona è anche la sua affettività e la sua sessualità.
La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascuno di realizzarsi integralmente in tutte le dimensioni della sua personalità. Io credo che anche la maturità di una comunità cristiana si misura sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio, così come sono venuti al mondo, nessuna dimensione esclusa.

 Vito Mancuso la Repubblica 19 maggio 2015

Il Papa e le favole proibite

Oggi ho letto una notizia che mi ha colpito. Non è di quelle che fanno tanto rumore, non è cronaca nera, non è uno scandalo, non è una cosa per cui indignarsi. Al contrario è una notizia di piccolo cabotaggio ma a suo modo molto preziosa. È vero che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Ma è importante che le foreste crescano anche se pochi se ne accorgono. Dunque ecco qua: il Papa ha scritto a Francesca Pardi. Non vi dice nulla questo nome? E se invece io parlassi dello scandalo gender, del sindaco di Venezia, dei 49 volumi di favole  messi al bando perché accusati di diffondere la teoria gender? Forse quello farebbe ancora accendere una lampadina in testa. Sì, parlo proprio di quella brutta vicenda in cui furono tolti dalle biblioteche delle scuole di Venezia racconti come Piccolo blu e piccolo giallo, Pezzettino, Guizzino, Orecchie di farfalla, A caccia dell’orso, Il libro delle famiglieIl gatto e il pesce, Ninna nanna per una pecorella, Piccolo uovo e molti altri. Se cliccate sui link potete vedere e ascoltare le favole interpretate dai bambini delle scuole, dalle mamme, dai librai e anche da un autore. Soffermiamoci su Piccolo uovo: Piccolo uovo non vuole nascere perché non sa dove andrà a finire così inizia un viaggio che gli farà conoscere diversi tipi di famiglia. Tra le famiglie che incontra ce n’è anche una con due papà pinguini e due pinguinetti. Così come c’è una famiglia con mamma e papà coniglio e tre coniglietti. Una famiglia con due mamme gatte e un gattino. Una famiglia di un ippopotamo e un ippopotamino. E famiglie di razze diverse, adottive o interraziali. Per inciso: stiamo parlando di cagnolini, gattini e canguri, è solo per questo che uso la categoria di “razza”.  Francesca Pardi è l’autrice del libro e ha scritto al Papa. Il fatto è che il Papa le ha risposto e Francesca, di cui ho l’autorizzazione, lo racconta così.

IL PAPA MI HA RISPOSTO!

In occasione del family day, prima del “fattaccio” del sindaco di Venezia, scrissi una seconda lettera a Papa Francesco, questa volta senza renderla pubblica e ALLEGANDO UNA COPIA DI OGNUNO DEI NOSTRI LIBRI, compreso “Piccolo uovo” e “Perché hai due mamme”.

Ho trovato la risposta nella cassetta delle lettere, una comunicazione privata scritta da Monsignor Peter Brian Wells a nome di Papa Francesco, su carta intestata del Vaticano, indirizzata a me e Meri: MI RINGRAZIA PER IL DELICATO GESTO E PER I SENTIMENTI CHE LO HANNO SUGGERITO E AUSPICA UNA SEMPRE PIU’ PROFICUA ATTIVITA’ AL SERVIZIO DELLE GIOVANI GENERAZIONI E DELLA DIFFUSIONE DEGLI AUTENTICI VALORI UMANI E CRISTIANI.
E poi impartisce a me e alla mia signora la Benedizione Apostolica!

Niente libri da bandire, dunque, per il Papa, ma solo da leggere.
Ecco la lettera che gli avevo scritto, allegando alcune nostre foto e gli orridi volantini del Comitato Difendiamo i nostri figli:

 Milano 19 Giugno 2015
Caro Papa Francesco,
Le porgo i miei omaggi, sono Francesca Pardi, fondatrice assieme a Maria Silvia Fiengo, della casa editrice per bambini Lo Stampatello.
Chissà se ha ricevuto la mia precedente lettera. La scrissi tempo fa per parlarLe della mia famiglia, composta da due mamme e 4 bambini.
Oggi Le scrivo di nuovo perché voglio farLe un piccolo omaggio: l’intero catalogo dei nostri libri.
Vorrei tanto che li leggesse.
Non troverebbe, tra queste pagine, neanche l’ombra di quella teoria del gender di cui sarebbero lo strumento principale: dov’è che diciamo ai bambini che possono scegliere il proprio genere? dove parliamo loro di sesso?
Il comitato “difendiamo i nostri figli” di Gianfranco Amato e Adinolfi, sostenuto da La Maif Pour Tous e da molte parrocchie sparse nel paese, sta in questo periodo infangando il nostro nome e raccontando falsità sul nostro lavoro che ci offendono profondamente.
Allego alla presente una copia del volantino dove fanno uso improprio delle immagini dei nostri libri.
Fanno incontri dove ci citano nome e cognome (me e Maria Silvia) dicendo che sosteniamo l’insegnamento della masturbazione ai bambini nelle scuole, aizzando la gente contro di noi.
Io e Maria Silvia abbiamo iniziato questo lavoro e creato la casa editrice per amore dei nostri figli, allego alcune foto per mostrarle chi siamo. Il libro “Perché hai due mamme?” è semplicemente la nostra (la loro) storia, così come il libro “Perché hai due papà?” è la storia di una famiglia che conosciamo personalmente. Non abbiamo l’aiuto economico di nessuno, sosteniamo una politica di inclusione, accoglienza e trasparenza nelle scuole, e nient’altro.
Non è ideologia ma solo amore per il prossimo.
Diverse organizzazioni cattoliche si stanno abbassando a comportamenti indegni, deformano la realtà di proposito, proprio loro che dovrebbero mostrare una tempra morale superiore: vorrei tanto che le fermasse.
Questo non è il modo di portare avanti nessuna battaglia, neppure se si è certi di essere nel giusto: diffamazione, mistificazione, scorrettezza non sono sistemi degni della Sua Chiesa.
Noi abbiamo rispetto per i cattolici, abbiamo rispetto per chi vede il mondo diversamente da noi e persino per chi non vorrebbe dei figli omosessuali. Del resto io stessa non vorrei un figlio prete, ma non per questo cercherei di impedirgli di prendere i voti se lo desiderasse.
Moltissimi cattolici ci restituiscono lo stesso rispetto, perché non possiamo averlo indietro da tutte le gerarchie della Chiesa? È così difficile portare rispetto per chi fa scelte diverse dalle proprie, riconoscere il rigore morale fuori dal proprio giardino?
Questi signori, invece di parlare ai propri seguaci per rinforzare le loro scelte, invece di cercare di convincere le persone con delle argomentazioni valide, infangano di continuo chi compie scelte differenti.
Quale educazione può avere origine dalla paura? Come può essere il nostro inferno in terra a diffondere la Vostra parola di Dio?
Vede, nella gran parte dei casi gli omosessuali sono persone per bene e chi di loro è genitore affronta il proprio compito con grande responsabilità e competenza. Io penso che questo sia sufficiente per meritare rispetto, attenzione e interesse per un confronto civile. Lei non crede?
Mi rendo conto che molte persone avrebbero più bisogno di me di ricevere la Sua attenzione, eppure questi sono argomenti che interessano tutto il paese negli ultimi tempi, tante persone sono coinvolte, tante mettono le proprie speranze in una Chiesa che non sia integralista e disumana come l’abbiamo conosciuta in altre epoche storiche.
Un potere che non sa confrontarsi con il cambiamento è un potere fragile e vuoto di contenuti, e invece io penso che Lei presti molta attenzione ai contenuti, per questo mi ostino a cercare di raggiungerLa con la mia voce.
La saluto cordialmente e, nel caso avesse davvero letto questa lettera fino a qui, la ringrazio infinitamente per averlo fatto. Con tutto il cuore.
Francesca Pardi

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La notizia sul Corriere del Veneto: Il Papa scrive all’autrice dei libri gender

I nani sono sconvolti. Storie di favole proibite

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I nani sono sconvolti: 49 volumi di favole sono stati messi al bando perché accusati di diffondere la teoria gender. Per rendersi conto delle cose bisogna toccare con mano, così sono andata da Angela, in biblioteca, a leggermi “Piccolo blu e piccolo giallo”, uno dei libri banditi. Prima non ne conoscevo nemmeno l’esistenza così, in un certo senso, devo ringraziare il sindaco censore. A causa del dibattito che ha sollevato il ritiro dei 49 libri, sono venuta a sapere che esisteva quel capolavoro mignon. Parla di due colori, il blu e il giallo, che giocando si confondono e formano il verde. Come verdi, i genitori non li riconoscono e li rifiutano. Allora i verdi si mettono a piangere lacrime blu e lacrime gialle e da quelle lacrime si ricompongono piccolo blu e piccolo giallo. I due amici vanno da papà blu e da mamma blu. Felici di rivedere il figlio, i genitori blu abbracciano entrambi i bambini. Ed è a quel punto, nell’abbraccio, che i genitori blu si confondono con piccolo giallo e formano il verde. Questa, secondo qualcuno, è la teoria gender. È vero, una favola delle 49 parla di un gatto che adotta un uccello, però non era la stessa cosa dell’osannata e adorabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”? Qualcuno mi spieghi dove sta la differenza: perché “Rosso Micione” è eversivo mentre la Gabbianella è accettabile? C’è anche una storia che riguarda due papà pinguini. E di fronte a questo io non discuto: se a qualcuno non piace, non lo deve mica leggere! Il fatto è che proprio quel qualcuno ha detto: “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” e si è messo in piedi, a leggere libri in silenzio. Quei libri vengono dalle librerie di casa ma anche dagli scaffali delle biblioteche pubbliche e scolastiche. Loro hanno avuto la libertà di prendere i libri e leggerli. Io non rivendico che tutti i libri siano letti da tutti né cerco di convincere qualcuno a leggere qualcosa che non vuole. Ma sta di fatto che qualcuno non ha più la libertà di prendere i libri e leggerli. Quell’affermazione – “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” – deve valere per tutti, ma proprio tutti, altrimenti conta meno di zero. Questo è proprio uno di quei casi in cui “o tutti o nessuno”. E dunque quei libri in biblioteca ci devono stare, anche se qualcuno non li leggerà e non li vorrà mai leggere. Ci devono stare per una questione di pluralismo, per una questione di rispetto, per una questione di intelligenza. E, se vogliamo, anche di senso dell’opportunità. Vedete? Avete proibito “Piccolo blu e piccolo giallo” ma la prima cosa che ho fatto è stata proprio di andarlo a chiedere in prestito. Non lo avevo mai letto e volevo capire. Non sapevo che il testo era brevissimo e si legge tutto d’un fiato, in biblioteca, tra una cosa e l’altra. A un adulto bastano meno di due minuti per finirlo, se non si sofferma sulla grazia delle immagini e della scelte semantiche. Incuriosita perché Evelina mi aveva detto che c’era una versione video, sono andata a cercarla. Ho scoperto che non c’era solo quella ma ce n’erano anche altre di fiabe proibite: qualcuno si è preso la briga di leggerle, animarle o farle illustrare dai bambini. Non tutte le favole sono reperibili e va detto che la cosa più bella è leggerle nelle sedi giuste: la scuola o la biblioteca. In ogni caso questo assaggio serve a dare un’idea di cosa stiamo parlando. In uno dei libri, “La cosa più importante”, un bambino torna da scuola con il compito di dire qual è la cosa più importante per ricostruire il mondo. Il bambino lo domanda a tante persone diverse ma, invece di una sola risposta, ne ottiene tante: tutte diverse. Vedendo puntare il dito contro “Il pentolino di Antonino” non si può non pensare che si stia proprio cercando di soffocare  la cosa più importante.

Ilaria Sabbatini


La lista dei 49 libri ritirati