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Il mio (non) nemico

Oggi ho avuto una discussione, la solita di tante altre volte, tutte le volte con le stesse domande e le stesse risposte. «Non possiamo aiutarli a casa loro?» chiede il mio interlocutore. «Lo dico per loro, ci sono tanti bambini che sono qui senza nessuno, restano soli».

Ho fatto esercizio di pazienza. Non mi sento migliore del mio interlocutore perché semplicemente non lo sono, non in questo contesto. Ascolto i suoi dubbi, le sue paure, il suo non arrivare a fine mese. Cose vere, cose che non meritano il mio disprezzo. Se lo disprezzassi snobberei qualcuno che si sente mancare il terreno sotto i piedi e ha paura di perdere gli appigli su cui si è sempre retto. Non rispetterei la sua vita di lavoro e sacrifici. Non terrei conto della sua generosità che invece conosco.

Chiedo cosa lo turba. Mi dice che non lo sa, che non se ne intende. Ipotizza che forse basterebbe raccogliere una decina di euro a testa per aiutarli a casa loro. Non reagisco, non sbraito. Penso in silenzio. Poi gli chiedo dell’ultima spesa che ha fatto, quanto è costata e piano piano si comincia a ragionare di realtà, di numeri, di cose concrete. Riesce a capire le proporzioni. Gli chiedo se ci tiene davvero ai bimbi soli in questo paese straniero. Mi dice di sì e sono certa che ci crede. È una persona normale, come tante altre: né cattiva né buona. È preoccupato, spaventato non capisce come agire né cosa lo aspetta. Ha paura del futuro.

Gli dico che se è preoccupato per i minori soli potrebbe regalare una parte di quello che non gli serve. Chessò, dei vestiti, una piccola cifra, una spesa alimentare. È una strategia per farlo ragionare. Risponde che non gli avanza nulla e anche su questo so che non mente. Gli dico che io aiuto qualcuno “a casa sua”. Mi chiede informazioni.

Mi chiede come si chiama quella persona e io gli dico un nome femminile. Abbiamo voluto sostenere una ragazza, ha 15 anni, va a scuola, la aiutiamo per l’istruzione e per le cose quotidiane di cui ha bisogno. Abbiamo la sua foto: è una spilungona con gli occhi grandi, è nera. Che lo sia è un caso. Non ci siamo fatti tante domande: è capitato che sapessimo di questi ragazzi rimasti orfani e ci siamo proposti così, semplicemente.

Lei sa che ci siamo, ci ha scritto. È una ragazzina. Una ragazzina orfana che sta studiando. È il futuro. Sapere che lei esiste mi rassicura. Lei è una scommessa per i tempi che verranno e che spero siano più clementi con tutti noi.

Non è lei il mio nemico, come non lo sono quelli che inseguono una speranza in un paese straniero. Il mio nemico è la mancanza di lavoro, l’instabilità economica, le pensioni che non arrivano a fine mese, i soldi che non bastano, i servizi che si riducono.

Non è lei il mio nemico, lei è il mio canale di comunicazione col mondo, quello che c’è al di là delle paure di tutti noi. Quello in cui ci si rende conto che le differenze non sono tra bianchi e neri, europei e immigrati, ma solo tra chi può permettersi una vita decente e chi no.

 

Ps.

«Il complottista non interagisce con chi smonta le bufale. In uno studio del 2015 effettuato su 54 milioni di utenti di Facebook, abbiamo dimostrato che solo un utente su dodici interagisce con voci contraddittorie. Chi aderisce a una teoria del complotto entra in una comfort zone in cui nessuno contraddice le mie idee. A quel punto, ogni tentativo di smentire una bufala porta a polarizzare le posizioni, e a radicalizzarle» (…).

«Forse una chiave sta nel dimostrare empatia con l’interlocutore».

Quando le bufale disintegrano il dialogo

Quando le bufale disintegrano il dialogo  PDF

 

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Gli hotel agli immigrati

Un estratto di una inchiesta del Post sui luoghi dove vengono ospitati gli immigrati


Il Populista parla dell’hotel Kulm di Portofino, in Liguria: che è un albergo quattro stelle oggi chiuso ricavato in un’antica villa sulla costa di cui viene anche mostrata una bella foto, ma che non ha mai ospitato migranti (come con una strana giravolta sembra riconoscere anche l’articolo) e che non li ospiterà mai, ha spiegato al Post Paolo Pezzana, sindaco di Sori e responsabile immigrazione di Anci Liguria. Non c’è mai stato nemmeno il progetto di avere migranti al Kulm, ha spiegato Pezzana, e se ne era parlato solo perché l’albergo – chiuso dal 2013 e senza prospettive di riapertura a breve termine – era stato inserito dalla prefettura in un elenco preliminare di strutture eventualmente utilizzabili per i migranti. Per la proprietà – Unipol, oggi – non ci sarebbe nessun vantaggio nell’ospitare migranti al Kulm (un albergo troppo costoso da gestire senza prospettive di guadagno importante, dice Pezzana), e requisire l’albergo comporterebbe per la prefettura costi altissimi perché andrebbe previsto anche un indennizzo per la proprietà a prezzi di mercato.

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(Una foto del Kulm di Portofino usata dal Populista: nessun richiedente asilo è mai stato ospitato in questo albergo)

Un altro esempio è il Nigahotel di Azzano Mella, in provincia di Brescia, sulla strada provinciale che unisce la tangenziale di Brescia con la provincia di Cremona: nell’articolo del Populista è quello di cui si vede una bella stanza con letto a baldacchino, di cui altro non viene raccontato ma la foto è sufficiente a suggerire che i migranti siano accolti in stanze del genere. Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ci ha spiegato la situazione nel suo albergo mostrandoci le strutture. Al Nigahotel sono ospitati circa 60 migranti dopo che Riva ha vinto un bando della prefettura di Brescia che cercava strutture idonee a ospitare richiedenti asilo in attesa di avere risposte sulla loro domanda di protezione internazionale.
Riva ha diviso il suo albergo in due parti, chiudendo i corridoi con porte e cancelli in ferro battuto. Alcune delle stanze, 12 su 28, sono state riadattate per accogliere i richiedenti asilo mandati dalla prefettura: gli arredamenti dell’albergo (ristrutturato tutto nel 2013) sono stati sostituiti con letti a castello di ferro, di quelli che si trovano negli ostelli per la gioventù, economici tavoli di legno e armadi. Ogni camera ha quattro o cinque letti, a seconda della sua metratura, e il bagno. Con i circa 35 euro quotidiani a persona di rimborso previsto dalla prefettura, al Nigahotel i migranti sono alloggiati in camere quadruple con letti a castello, con un servizio di internet wifi (un obbligo richiesto dall’accordo con la prefettura) e una televisione (che non è invece un obbligo). Le pulizie vengono fatte per lo più dagli ospiti e quando occorre da una società. Per lavare i vestiti c’è una zona lavanderia, mentre le lenzuola vengono lavate una volta alla settimana.

Al Nigahotel il Post ha visto le camere usate dai richiedenti asilo, senza poterle fotografare: pulite e dignitose, disordinate di borse, scarpe e vestiti, di certo non lussuose. Quella nella foto mostrata dal Populista non è destinata ai migranti: si trova nella parte dell’albergo ancora aperta al pubblico – dove le camere sono ancora arredate “da albergo” – e Riva spiega che viene usata spesso dalle coppie che tengono il ricevimento nuziale nel vicino ristorante. Le camere ancora aperte al pubblico al Nigahotel vanno dai 65 euro ai 95 euro a notte.

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(Il Nigahotel di Azzano Mella – Il Post)

Una situazione simile a quella del Nigahotel c’è all’Hotel Rosa dei Venti di Venturina, in provincia di Livorno: è un tre stelle ancora aperto al pubblico che a fine agosto, quando il Post ha parlato con la gestione, aveva 70 ospiti paganti per la stagione turistica e 20 migranti (a cui, per esempio, non è concesso l’uso della piscina dell’albergo). Anche il Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova, ospita alcuni migranti insieme ai consueti clienti: è un ostello comunale, economico. L’Hotel Myriam di Lignano è un tre stelle che durante la stagione invernale del 2014 e del 2015 ha ospitato dai 60 ai 100 migranti in collaborazione con la Croce Rossa e la prefettura: il proprietario definisce la sua struttura “modesta ma dignitosa”.

Del Plaza Hotel di Varese il Populista mostra una foto dell’ingresso: sei persone sotto l’insegna dell’albergo e la targa che ne indica le tre stelle visibile sulla sinistra. Il Plaza Hotel di Varese, però, non esiste più: l’albergo ha chiuso nel 2012 e dal maggio scorso la struttura, una palazzina di nessun pregio sulla strada che collega Varese e Masnago, è stata presa in affitto dalla Onlus Fondazione Progetto Arca di Milano che ha vinto un bando dello scorso aprile della prefettura di Varese e che ora ospita 70 persone. Il direttore della Onlus Alberto Senigallia ha spiegato che quando hanno preso in affitto il vecchio Plaza, dell’arredamento dell’albergo non era rimasto niente se non pochi tavoli: le camere in cui sono ospitati i migranti ora sono delle quadruple con letti a castello di ferro (le foto sono della Fondazione Progetto Arca). Le pulizie ordinarie in camera sono fatte dagli ospiti insieme a un addetto, vestiti e biancheria del letto vengono ritirati e lavati una volta a settimana. La foto usata dal Populista è probabilmente del 2011, quando l’albergo ormai in fase di chiusura ospitò già per qualche mese dei migranti.

 

In situazioni simili ci sono diverse altre strutture. L’Hotel Genziana di Prada, una frazione dei comuni di Brenzone e San Zeno di Montagna in provincia di Verona e isolato dal centro, è un vecchio due stelle chiuso da tempo e requisito nel 2015 dalla prefettura per ospitare 80 migranti: l’albergo aveva invece 31 posti letto in 17 stanze, c’è stato quindi un notevole aumento del numero dei letti in ogni camera (il numero dei letti che possono essere usati per i richiedenti asilo dipende dalla metratura delle camere, secondo disposizioni della prefettura). Al Post, che ha parlato con i responsabili della cooperativa che gestisce l’albergo, non è stato concesso di visitarne l’interno.

L’Hotel Villa San Francesco di Orta San Giulio, in provincia di Novara è chiuso da anni ed è stato preso in affitto dalla Onlus Versoprobo e ora ospita 99 persone. C’è il wifi, una televisione in spazio comune, un parco. L’Hotel Belvedere di Corleone è un ex albergo a tre stelle: non siamo riusciti ad avere informazioni precise sulle condizioni della struttura dalla cooperativa che lo gestisce, ma un operatore che ci lavora ci ha spiegato al telefono che sono ospitati circa 60 richiedenti asilo: c’è una piscina, come mostra la foto del Populista, ma è stata chiusa quando l’albergo è diventato un centro per migranti e non è dunque utilizzabile. L’Hotel Domus Adele, di Vicenza, era un due stelle che ha cominciato ad accogliere migranti nel 2011 quando gli affari andavano male e funziona come centro di primo arrivo per i richiedenti asilo; l’Hotel Il Canovadi Sandrigo, in provincia di Vicenza, è stato un quattro stelle, poi ha chiuso per diversi problemi anche strutturali che non lo rendevano utilizzabile come un quattro stelle, è stata avviata una procedura fallimentare e dopo qualche anno è stato rilevato e gestito da una società che oggi ci ospita 102 migranti (tra loro una decina di bambini): non c’è alcuna piscina e c’è il wifi. L‘Hotel Villa Mokarta è un tre stelle a Salemi, provincia di Trapani, che ospita 120 migranti in accordo con la prefettura locale: il gestore, Salvatore Cascia della fondazione ARCA (che non ha nessuna relazione con l’omonima Onlus di Milano), ha spiegato al Post che l’albergo è di livello “medio”, che ci sono il wifi e la televisione negli spazi comuni e che la piscina c’è ma è stata chiusa per ragioni di sicurezza.

 

 

“Togliere posti ai turisti
L’articolo del Populista sostiene anche che l’accoglienza dei migranti negli alberghi venga gestita a spese dei turisti da parte degli albergatori, lasciando intendere che gli albergatori guadagnino dall’ospitare migranti nei loro alberghi sottraendo posto ai turisti e danneggiando l’economia. I due aspetti, come ha potuto verificare il Post, sono in effetti collegati ma in un opposto rapporto di causa ed effetto: il giro di affari derivante dal turismo negli ultimi anni è calato per molti alberghi e ospitare i migranti sembra essere diventato per molti albergatori un modo di far sopravvivere le loro imprese in difficoltà, persino conservando posti di lavoro.

Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ha cominciato per esempio a ospitare richiedenti asilo nel 2011 dopo che la prefettura di Brescia aveva minacciato di requisire alcune strutture turistiche sul lago d’Iseo, offrendo in accordo con la Federalberghi locale alcune camere nella sua struttura i cui affari non andavano più benissimo. Il Nigahotel si trova in una zona industriale poco fuori Brescia che ha subito gli effetti della crisi economica facendo calare anche il lavoro per le strutture ricettive della zona: Riva, che si definisce «un leghista della prima ora», dice che ospitare i migranti è stato un naturale adattamento ai cambiamenti del mercato. Non ci sono più turisti o rappresentanti, ci sono i richiedenti asilo.

Dal 2011 il numero di migranti ospitati è cresciuto, Riva ha creato due società e una cooperativa per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo, ha assunto 42 persone e ora ospita in tutto circa 300 persone su 16 strutture della provincia che stavano attraversando momenti di affari difficili o che avevano già chiuso. «Salvini e Maroni» dice Riva, «non hanno capito niente di come si gestisce l’immigrazione», criticando l’ostracismo da parte di alcune istituzioni verso chi ha fatto scelte come la sua e citando strampalate richieste di destinare più camere per accogliere i turisti di EXPO ad alberghi che si trovavano a due ore di auto dalla fiera di Rho che ha ospitato EXPO.

L’albergo Stella di Bormio, citato dal Populista, anche in altri articoli su alcuni richiedenti asilo che erano stati “alle terme di Bormio”, si trova in condizioni anche peggiori: il gestore della struttura aveva raccontato di aver scelto di ospitare richiedenti asilo per evitare di dover chiudere e licenziare il suo personale, citando un drastico calo nel numero dei suoi ospiti negli ultimi anni. Il gestore del Mokarta di Salemi ha raccontato cose simili: la conversione della struttura a CAS – Centro di Accoglienza Straordinaria – è stata fatta a inizio 2014 dopo che per anni il numero calante e la discontinuità delle prenotazioni aveva reso molto difficile la gestione dell’albergo.

Tra gli altri alberghi o ex alberghi citati dal Populista su cui il Post è stato in grado di fare verifiche non ci sono casi di albergatori che abbiano deciso di ospitare richiedenti asilo a scapito di richieste turistiche e solo in pochi casi, l’hotel Rosa dei venti e ilVenetian Hostel, i richiedenti asilo sono ospitati in strutture ancora aperte al pubblico e comunque in minoranza rispetto al numero degli ospiti totali. In tutti gli altri casi i richiedenti asilo sono ospitati in strutture che avevano già chiuso al pubblico e che molto spesso sono state prese in affitto da cooperative e Onlus che le hanno riaperte per ospitare i richiedenti asilo.

Sui giornali locali si trovano notizie di alcuni problemi legati al Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova. La cooperativa che gestisce i migranti al Venetian Hostel, Ecofficina, non ha risposto alle richieste di informazioni. Dai giornali locali risulta che Ecofficina gestisca oltre 1.500 richiedenti protezione sul territorio. I responsabili di Ecofficina sono attualmente indagati dalla procura di Rovigo per maltrattamenti in relazione ai richiedenti ospitati all’hotel Maxim di Montagnana per fatti avvenuto nel dicembre 2014 e sono indagati anche dalla procura di Padova per truffa e falso. In questa vicenda è coinvolta anche una funzionaria della Prefettura di Padova che ha ricevuto un avviso di garanzia per turbata libertà degli incanti e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale.

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)


Rassegna stampa

I posti dove ospitiamo i migranti

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La forza delle cose e la debolezza dell’Europa

Franco Cardini

14/04/2011

Qui, davvero, bisogna distinguere tra chi ha capito qualcosa della millenaria lezione della storia e chi non ne ha capito un accidente. Si obietterà che qui la storia non serve, che queste sono questioni pratiche, problemi seri: ma appunto questo è il punto. La storia è una disciplina serissima, che non è per nulla magistra vitae ma che tuttavia è essenziale e preziosa per comprendere il mondo nel quale ci stiamo movendo e le forze che vi si agitano.

La storia del pastore nomade Abele e del contadino stanziale Caino somiglia come una goccia d’acqua a quella dell’empio nomade Remo che non rispetta i limiti e i segni tracciati sul terreno e del saggio agricoltore e costruttore di citta Romolo che difende il solco tracciato con tutto il civile egoismo del quale la sua spada fratricida e capace. Pensateci. Perche dite quel che volete e pensate quel che vi pare, ma se ci dimentichiamo anche di Caino e Abele, anche di Romolo e Remo, allora sul serio non siamo piu nessuno. Per questo, non e il piccolo e tronfio signor Castelli, impettito e ben pettinato col suo panciotto, a sputazzare l’infamia tipo “Ai migranti per il momento non possiamo ancora sparare” (sottintendendo che sarebbe bello farlo, e che prima o poi lo faremo). Chi parla non è io ridicolo signor Castelli; come a pronunziare verità filosofiche dei profondita degne del Bar dello Sport del tipo “fuori da i’ ball”, non e l’allevatore di trote Bossi. No: chi parla è sempre l’eterna clava di Caino, è sempre l’empia spada di Romolo. E noi sappiamo che proprio perché il momento è difficile l’umanità e la ragione stanno da un’altra parte. E’ proprio nei momenti difficili che si deve restar fedeli all’umanità e alla ragione.

Sbarcano con tutti i mezzi, ormai. Carrette del mare, ex pescherecci che tengono il mare per miracolo (e per ottenere un posto in piedi sui quali si paga quanto su un transatlantico di lusso), gommoni: su di essi, poveracci stivati, carne umana che ricorda quella degli schiavi i quali, nelle stive dei bastimenti fino a un paio di secoli fa, con le loro povere vite hanno reso ricco l’Occidente. Ci sono delle donne anche incinte, donne che partoriscono; ci sono bambini che muoiono sul bagnasciuga o che aprono gli occhi fra quattro stracci, mentre qualcuno pietoso li lava con l’acqua contenuta in una tanica da benzina. Intanto, è fresca di giornata la notizia che le acciaierie Marcegaglia sbarcano in Cina: non vi dice nulla questo interessantissimo scambio di migranti? E’ di ieri la notizia che l’Europa non riesce a trovare una politica comune efficace per accogliere alcune migliaia di disperati e che tutti si preoccupano delle “nuove invasioni barbariche”, intanto pero i listini di stamattina parlavano dell’euro che vola e delle quotazioni delle imprese europee in borsa che s’impennano. Com’e che i ruoli al mondo sono cosi mai distribuiti? Che c’è chi rischia la pelle per passare il mare, poi e costretto perfino a cercar di evadere da campi di lavoro predisposti per lui, mentre nei paesi che “ospitano” (un verbo che fa quasi ridere…) questi disgraziati c’è, evidentemente, chi si dispera e protesta, e minaccia di sparare, e intanto esporta lavoro e tira su dei bei soldi?

Cacciatevi tre cose in testa, cristianucci europei. Primo: al mondo siamo sei miliardi, e stiamo tutti sulla stessa barca che si chiama terra, e qualcuno può anche aggrapparsi al bordo e rischiar di affogare mentre qualcun altro lo guarda con disprezzo dall’alto, sedendo al bar della prima Classe e sorseggiando un drink, ma alla fine o ci salviamo tutti o naufraghiamo insieme. Secondo: a parte i disagi di certe zone come Lampedusa (che è sacrosanto fare l’impossibile per aiutare: e lorsignori di Parigi e di Berlino debbono fare la loro parte, non fingere che si sia davanti a un’invasione di cavallette che riguarda quei terroni degli euromediterranei…), l’Europa è perfettamente in grado di ospitare alcune decine di migliaia di profughi: se ne arrivassero cinque milioni, sarebbero ancora l’1% della popolazione del continente, quindi ripartiamo spese e carichi e piantiamola di fare storie. Terzo: la ricreazione è finita, siamo alla vigilia delle vacche magre, qualcuno sta preparandoci i conti da pagare e la prosperità che abbiamo conosciuto noi occidentali non ci riguarderà piu nei prossimi decenni, mentre chi non l’ha mai conosciuta continuerà a non conoscerla mai (o pensate che di qui a trent’anni sarà immaginabile un mondo nel quale un miliardo e passa di cinesi possa consumare come hanno consumato europei occidentali e nordamericani, più o meno ottocento milioni di persone, nel secolo scorso?).

Quindi, siete avvisati. Rimboccarsi le maniche, e aggiungere parecchi posti a tavola perché, volenti o nolenti, c’è un sacco di amici in più. O spartiamo il companatico, o saranno dolori. Uscite una buona volta dai centri commerciali, cristianucci ben nutriti e calzati adidas. E rientrate nella storia. Quella d’oggi. Questa.

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