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Se l’è maiala

È partita la campagna #nessunascusa in relazione alla sentenza per i fatti della Fortezza da Basso del 26 luglio 2008. Ci ho pensato molto, ho letto la sentenza, ho letto ciò che ha scritto la ragazza, ho letto ciò che ha scritto uno dei ragazzi, ho letto le opinioni di chi ha commentato sul mio blog, ho letto le opinioni sui giornali. E ho considerato tutti come potenziali vittime e non come potenziali colpevoli.

Non è stata una cosa semplice: i testi di tipo legale non sono proprio agevolissimi, ma era un impegno doveroso anche solo per smentire il luogo comune di chi ritiene che i lettori, come me, si facciamo le opinioni per pregiudizio, senza nemmeno leggere. È vero spesso questo succede, ma nel mio caso no: ho letto di tutto, anche quello che mi costava fatica, quello che trovavo sgradevole o quello che mi sembrava inadeguato. Ho letto solo cercando la coerenza interna delle frasi, dei discorsi, delle ipotesi.

Ovviamente non ho avuto accesso alle carte processuali perché non essendo coinvolta nel caso non ne ho facoltà. Ed è giusto così: è una forma di tutela verso le persone coinvolte. Poco importa se siano le vittime o gli imputati: hanno comunque dei diritti che non decadono in nessun caso. È bene ricordarlo.

Mi ci è voluto parecchio per arrivare a questa conclusione. Non desidero conoscere la ragazza perché non voglio essere influenzata nella mia opinione. È indifferente che io provi o meno simpatia per lei perché è evidente che, in qualunque caso, lei ha diritto a una tutela ed è fondamentale che le sia fornito tutto il supporto e tutto l’aiuto necessario. Non desidero conoscere nemmeno i ragazzi perché ho l’impressione che non si rendano conto di quello che è successo. E forse  è veramente questa la cosa più grave.

Ci sono delle asimmetrie profonde nelle considerazioni che sono state fatte su questo caso. Non parlo più soltanto della sentenza ma anche delle opinioni che sono state espresse in varie sedi. Qualcuno, per sfuggire anche alla minima ombra di femminismo, si è fatto prendere da un impeto di ipercorrettismo del politically correct. Il mio professore di storia della lingua, ci raccontava il caso di alcuni scriventi toscani: dopo essere stati redarguiti per la pronuncia de “il bimbo sarta” erano diventati talmente zelanti da dire “vado dalla salta per farmi fare un vestito”. Sforzo ammirevole, risultato sbilanciato. In taluni giudizi è successo qualcosa di simile: invece di guardare alla coerenza o incoerenza del racconto si è praticato un eccesso di zelo antifemminista. È vero c’è stata una gogna mediatica per i ragazzi imputati. Ma va anche detto che la vita della ragazza è stata messa in piazza molto più del necessario. Veramente molto, molto più del necessario. Ed è vera anche un’altra cosa: probabilmente i ragazzi pensano di non aver fatto niente di male. Forse è proprio questo l’elemento più grave.

Oggi più che mai, prendendo spunto dal dibattito per il caso della Fortezza ma cercando di superarlo in una prospettiva di lunga durata, ritengo sia fondamentale ribadire alcuni concetti per stabilire il limite tra il diritto e l’abuso:

  • Dolk - Sex dollUna donna è ubriaca e non deve essere toccata
  • Una donna è mezza nuda e non deve essere toccata (ci penseranno le autorità a multare)
  • Una donna cavalca un toro meccanico e non deve essere toccata
  • Una donna mostra le mutande e non deve essere toccata
  • Una donna si presta a film erotici e non deve essere toccata
  • Una donna è “maiala” (cito dalla sentenza: «se l’é maiala…») e non deve essere toccata
  • Una donna é promiscua e non deve essere toccata senza un’espressa volontà
  • Una donna può di sfiorare il rapporto sessuale e ha il diritto di tirarsi indietro in qualsiasi momento
  • Una donna ha inoltre il diritto di andare a letto con il primo partner e di rifiutare il secondo

Ovviamente vale anche l’equivalente maschile che, seppur non documentato, sta cominciando a emergere. Parlo di uomini che in età giovanile hanno sentito l’obbligo morale di avere rapporti con le ragazze anche se avevano perso ogni desiderio. Secondo la vulgata è così che si devono comportare gli uomini: mai rinunciare, mai mostrare debolezza, ma essere meno che testosteronici. In una parola alcuni uomini sentono che non possono tirarsi indietro nemmeno se non hanno voglia di fare l’amore. Allora diciamo anche questo: gli uomini possono rifiutare di avere rapporti sessuali, gli uomini possono fare petting e nonostante questo possono tirarsi indietro in qualsiasi momento: ciò è assolutamente legittimo. O il rapporto sessuale è completamente consensuale e voluto da entrambe le parti oppure non è.

Dico questo non perché sono femminista: non potrei esserlo nemmeno  anagraficamente. Sono nata e cresciuta dopo il femminismo e francamente non ne condivido nemmeno tutti gli sviluppi attuali ma questa è un’altra faccenda.  Dico questo perché scindo il linguaggio verbale (o non-verbale) e simbolico di una persona dalla espressione palese di assenso. Deve essere chiaro, senza ombra di dubbio, che le persone coinvolte sono consensuali. Tant’è vero che il punto più dibattuto è proprio quello dell’ubriachezza perché l’ubriachezza può inficiare la capacità di esprimere consenso.

Non capisco la scelta di ritenere i due buttafuori inattendibili perché condizionati dai sensi di colpa indotti dal clamore mediatico. Sensi di colpa per cosa? Se la ragazza fosse stata lucida, come si presuppone, i buttafuori non avrebbero avuto alcun motivo di provare sensi di colpa. Era lucida, era consenziente e dunque perfettamente capace di esprimere la sua volontà. Perché i buttafuori, avendola vista perfettamente presente a sé stessa e padrona della situazione, avrebbero dovuto sviluppare un “postumo senso di colpa”? A me non sembra coerente sul piano logico.

Anche l’idea delle redenzione della ragazza, pentita e piena di vergogna, contrasta con l’immagine libertina che ne è stata tratteggiata. Lucida, disinibita, promiscua, presente a sé stessa, consenziente: perché avrebbe dovuto sentire improvvisamente un bisogno di redenzione per una gang bang? Una ragazza che gira film spinti – con elementi di perversione  – perché dovrebbe vergognarsi di aver avuto un rapporto multiplo in cui era del tutto consenziente? Cito: «Film splatter intriso di scene di sesso e di violenza che aveva mostrato di reggere senza problemi».  E altrove: «Scene di sevizie, violenze e perversione».

Appunto: perché una che regge senza problemi scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, improvvisamente si vergogna che diventi risaputa la sua partecipazione a una gang bang? Simulare lo stupro le avrebbe forse restituito una nuova innocenza rispetto al film che aveva girato? Avrebbe cancellato il pensiero dei comportamenti che aveva avuto? In che contorto modo avrebbe potuto verificarsi il ripristino della sua buona fama?

Ho fatto un film spinto, sono stata promiscua, ho avuto rapporti sessuali in un luogo pubblico, ho fatto sesso con il mio fidanzato e con i suoi amici singolarmente, sono conosciuta per essere “maiala” (cit.), mi ubriaco in varie occasioni, vomito e do spettacolo in tutti i modi, pratico una fellatio nel gabinetto, faccio una gang bang… ma l’unica cosa di cui mi vergogno è che quest’ultima cosa si venga a sapere. Non le decine di cose prima, ivi compreso un film spinto e un coito in pubblico, ma proprio l’ultima.

Il film a cui lei aveva partecipato, era fatto per essere visto, fosse anche da pochi eletti. Si sarebbe certo saputo della sua partecipazione, come di fatto è stato. La ragazza «aveva mostrato di reggere senza problemi», dice la sentenza. E allora? Per quel che ne so non è mica un reato. Anzi direi che è questa capacità di “reggere” che solleva dei dubbi: se aveva retto a tutto perché di punto in bianco si è posta quei problemi che non si era mai posta prima?

Non mi importa che si sappia che mi presto a film spinti, che regalo fellatio, che vado con questo e con quello, che faccio sesso in piazza ma mi sconvolge che si sappia che in una specifica occasione ho fatto sesso di gruppo. Di tutto il resto me ne frego ma proprio di quel preciso, esatto comportamento no. E badate bene: non mi da noia farlo, il sesso di gruppo, mi da noia che si sappia. È esattamente questo il nocciolo del problema: dov’è andata a finire la coerenza in tutto questo discorso?

La reazione di pentimento e vergogna attribuita alla ragazza contrasta con la possibilità di un rapporto sessuale multiplo, lucido e consenziente. Tanto più per una ragazza che fino a quel momento aveva dimostrato di non avere freni inibitori. La ragazza, per di più, non era solo disinibita ma come afferma la sentenza era “un tipo non facilmente condizionabile”. Se le ragazza era disinvolta, disinibita e sicura di sé non si capisce perché poi abbia sentito il bisogno di mentire dopo una gang bang in cui si era divertita. Per vergogna? E perché mai? Di una gang bang ne è conoscenza solo chi partecipa. La notizia non avrà mai il potenziale di diffusione che può avere un video.

Dunque lei avrebbe dovuto essere disinibita, promiscua, sicura di sé, capace di reggere senza problemi a scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, ma poi provare un improvviso pudore dopo una gang bang consensuale. Sul piano logico la cosa è assai poco convincente. È solo dopo tutti questi ragionamenti che sono arrivata alle mie conclusioni. E le mie conclusioni sono che quel “ma poi” non è una risposta accettabile.

Il comportamento sessuale della ragazza può piacere o non piacere ma non tocca a noi giudicarlo. La promiscuità non è sanzionata dalla legge, la pornografia non é illegale e tanto meno il soft-porno, l’infedeltà tra fidanzati non è reato. L’unica cosa sanzionabile poteva essere quel rapporto sessuale in piazza ma anche qui erano stati in due ad averlo: una donna e un uomo. Quello che faceva la ragazza del suo corpo, come gestiva le sue storie sentimentali, il modo in cui si vestiva non ci riguarda ci riguarda affatto.

Come lei si comportava non può essere considerato un incoraggiamento a dare per scontato l’assenso della ragazza. Quello che è accaduto a tutti i livelli, passetto dopo passetto, non è stato altro che uno scivolamento semantico da un “No basta, lasciatemi stare” a un “Se l’è maiala…” per arrivare a un tacito consenso. In tutta onestà, nessuna scusa.

Ilaria Sabbatini

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Immagini della manifestazione alla Fortezza da Basso del luglio 2015. Foto: Luca Mantelli

In questo blog leggi anche:

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

Le zozzette

Sentenza definitiva per i fatti di Firenze del 26 07 2008

Disegno:

Dolk, Sex doll, murale

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

In questi giorni è stata resa pubblica la sentenza di assoluzione in appello dei sei accusati per stupro di gruppo. I fatti riferiti sarebbero avvenuti a Firenze, presso la Fortezza da Basso, il 26/7/208. La sentenza riporta la data del 4/3/2015: è possibile leggerla sul blog Al di là del buco.

Ho letto tutta la sentenza e l’ho trovata un’esperienza interessante. La procedura ha molto a che fare con la critica delle fonti quindi, essendo io una storica, ho provato ad applicare a quello che leggevo lo stesso tipo di analisi che applico ai documenti storici. Ciò che mi pare emerga dalla sentenza è il fatto che il nodo centrale della valutazione riguarda lo stato di ubriachezza della presunta vittima. Dico “presunta” perché in questo momento io non mi pongo né come donna, né come giudice, né come moralizzatrice ma semplicemente come persona che analizza i fatti con gli strumenti della logica.

Tutta la sentenza di assoluzione (sì l’ho letta tutta) mi pare si basi su due idee chiave:

1) la ragazza era lucida quindi capace di intendere e di volere

2) la ragazza era consenziente quindi non si è trattato di un atto sessuale imposto.

In questo tipo di struttura logica, nel ragionamento così com’è organizzato, se il presupposto della lucidicità vacilla, vacilla anche quello della consensualità. Perché, ovviamente, una persona ubriaca non può essere consensuale. E proprio per questo ritengo che sarebbe importante dare un’orario preciso al referto alcolemico di cui si parla nella sentenza, referto che asserisce lo stato di non ubriachezza della ragazza.

Perché è così importante? È così importante per un motivo semplice: se la ragazza era ubrica non poteva dare il suo consenso all’atto sessuale. Viceversa se la ragazza lucida il suo comportamento era consapevole. Se era ubriaca e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei non era in grado di opporsi. Se viceversa era lucida e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei era in grado di opporsi. Dunque il primo punto critico del ragionamento è esattamente questo: la ragazza era in grado di opporsi oppure la raggazza non era in grado i opporsi?

Quello mi colpisce del documento è che riscontro un puntiglio estremo in tutto. Gli orari delle telefonate, l’orario dell’uscita dalla fortezza, l’orario di rientro a casa, il numero di shottini bevuti (si dice prima 7 poi 4). Tutto, veramente tutto, è stato riportato nella sentenza con una puntualità encomiabile. Però quando si tratta di riportare l’esatto orario del rilevamento alcolemico, quello non si trova. Eppure si dice che la ragazza non era ubriaca.

Tutto preciso tranne quello. Perché?

Se viene asserito che la ragazza non era ubriaca bisognerà avere modo di verificare se lo fosse oppure no. Cioé dovremmo avere la possibilità di sapere con precisione se la ragazza era ubriaca oppure lucida. Nella documento si fa riferimento al tasso alcolemico rilevato sulla presunta vittima.

I tempi di smaltimento dell’alcol sono indicati da ACI nell’articolo che allego. Al momento non ho trovato una fonte migliore ma la ritengo abbastanza affidabile in quanto l’ubriachezza rientra nel campo di competenze che riguardano lo specifico ambito di intervento dell’associazione in questione. L’ubriachezza, infatti, riguarda la capacità di guida, oltre che la lucidità di giudizio. Leggo nel testo: “Il ritmo di smaltimento del fegato è costante e l’alcool risulta completamente eliminato nell’arco di 7 ore”. (ACI – Sicurezza stradale – Cosa c’è da sapere, paragrafo 1: Effetti oggettivi dell’alcol). Dunque assumiamo il dato delle 7 ore per lo smaltimento completo dell’alcol dall’organismo”.

La ragazza è usciva dalla fortezza con gli altri alle 1:30, alle 4:15 tornava a casa. Il giorno dopo si rivolgeva al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi. Mi pare che il tempo trascorso sia molto importante per poter stabilire se fosse davvero ubriaca oppure no. Se per esempio erano passate almeno 7 ore dall’assunzione l’alcol non sarebbe potuto risultare. Però non viene riportato l’orario delle analisi, ossia l’orario di rilevamento del tasso alcolemico. Quindi non sappiamo se al momento del rilevamente il tasso alcolico avrebbe potuto essere effettivamente rilevabile oppure no. Ma ugualmente il tasso alcolico insufficiente viene usato come elemento per dire che la ragazza non era significativamente ubriaca. Io non sono un avvocato ma ritengo che il dato sia incompleto proprio in riferimento al tipo di uso che si fa del dato. In storiografia il procedimento di analisi che ho attuato si chiamerebbe “critica della fonti”.

Sappiamo che dopo 7 ore l’alcol è completamente smaltito. Sappiamo che la ragazza torna a casa alle 04:15. È riferito nella sentenza che la ragazza è andata a letto senza lavarsi i denti. Quindi la ragazza ha dormito, non è andata subito al pronto soccorso. Poi, sempre nella sentenza, viene riferito che il giorno dopo si è rivolta al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi.

Il giorno dopo. Benissimo. Ma il giorno dopo quando? Si suppone che in quella circostanza le abbiano fatto l’alcolemia. E anche questo non viene esplicitato, quindi io vorrei sapere se l’analisi alcolemica si svolta contestualmente all’accoglimento della ragazza al pronto soccorso oppure in una situazion e un tempo separati. Per fare un esempio se il rilevamento alcolemico è stato effettuato quando la ragazza ha sporto denuncia.

Ma appunto: a che ora l’alcoltest? “Il giorno dopo” alle 5 del mattino, per esempio, potevano rilevarsi ancora tracce di alcol. “Il giorno dopo” verso le 9:00, le 10:00 le tracce si sarebbero indebolite per il naturale processo di smaltimento. E infine nessuna traccia d’alcol sarebbe più stata rilevabile. Perché, ovviamente, il fegato della ragazza l’avrebbe smaltita entro le 7 ore dall’assunzione.

Queste sono le domande che mi pongo come cittadina e come storica che analizza i fatti.

Ilaria Sabbatini

Testo PDF della sentenza: Sentenza-Firenze-fatti-del-26-07-2008

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La sentenza della corte costituzionale americana

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Titoli

La sentenza della Corte Suprema Americana, venerdì 26 giugno 2015, ha legalizzato il matrimonio gay in tutto il paese. Americano. La sentenza coincide esattamente con il fallimento dei negoziati europei per decidere sul debito della Grecia. No all’estensione del programma di aiuti oltre il 30 giugno. I giornali titolano e riferiscono in modo schizofrenico giocando su nomi dei link che non corripondono più ai titolo reali dei pezzi: Tsipras chiede ai greci un no all’Europa. Rimane il Sole24Ore a mantenere i titoli che annuncia che sono anche i più attenti alle parole: No dei leader europei alla proroga degli aiuti alla Grecia fino al referendum. “Le parole sono importanti”, diceva quello.

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Grecia. Una donna cammina vicino alla scritta: “Signora Merkel le vogliamo ancora bene”.

No, non si possono separare i singoli sentimenti, è tutto insieme appassionatamente: gioia, preoccupazione, frustrazione, ricordi di gente vera malmenata davvero, denunce, battaglie, pianti, feste, delusioni e incertezze. Non sono io, la guastafeste, è che le cose più importanti che succedono non sono mai per caso e hanno sempre un prezzo. Questo prezzo sono tutte le persone che hanno pagato negli anni. Quindi, che questo sia un omaggio a tutti coloro, uomini o donne, etero o omo, famosi o sconosciuti, gay o lesbiche, trans o altro, grazie ai quali è stato possibile.

Divisa a metà, combattuta come sempre, sono preoccupata per una parte degli amici miei e contenta per altri amici. Non per altro ma perché spero che anche loro, qui in Italia, possano arrivare a qualcosa, visto che intorno sta cambiando tutto. Non esistono diritti se non esistono le persone. Per me preoccupazione e gioia non sono concetti astratti ma sono facce, discorsi e gratitudini convidise. C’è tanto bisogno di sorridere. Tutti, ma proprio tutti. Soprattutto c’è bisogno di sorridere per i poveracci ché ce ne sono tanti di tanti tipi. Ci sono ricchi e ci sono poveri anche tra i gay e questo fa tanta differenza per i loro diritti. Ma c’è anche bisogno di tenerezza e di leggerezza. C’è bisogno di ricordarsi che lo stesso paese che ha fatto questa gran cosa – perché è una gran cosa – non ha ancora del tutto abolito la pena di morte, per esempio. C’è bisogno di ricordarsi che in Italia non c’è la legge contro la tortura e qui, gli omosessuali, invece di farli sposare li menano proprio. Ma quelli poveri in genere è più facile.

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Piazza Stefano Cucchi

Ieri è stata emessa la sentenza di secondo grado nel processo per la morte di Stefano Cucchi: tutti assolti, anche i medici. Secondo la ricostruzione de La stampa la storia della sua morte si sintetizza così:

il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dalla polizia con 12 confezioni di hashish e tre di cocaina. Pesa 43 chili e non ha traumi fisici. Ma già al processo si presenta con evidenti ematomi agli occhi. In seguito viene visitato all’ospedale che certifica lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Viene chiesto il ricovero per il giovane, ma è lui stesso che rifiuta. In carcere le sue condizioni peggiorano e Stefano Cucchi muore all’Ospedale Pertini il 22 ottobre 2009. A quel punto pesa solo più 37 chili. Dopo la morte il personale carcerario nega di aver esercitato violenza. Il sottosegretario di Stato Giovanardi dichiara che Cucchi è morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza e dice che Stefano era sieropositivo. Due giorni dopo si scusa. Nei due giorni successivi la famiglia, per fermare le illazioni, pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio nelle quali si vedono chiaramente traumi da violente percosse e un chiaro stato di denutrizione. Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico di tre medici dell’ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi e quello di omicidio preterintenzionale a tre agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma. Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta, richiesta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto le persone coinvolte dalle indagini. Il 13 dicembre 2012 i periti stabiliscono che Stefano è morto a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Affermano inoltre che lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale, ma non è possibile stabilire quale delle due cose sia accaduta. Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini a un anno e quattro mesi e il primario a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie. Tutti assolti: medici, infermieri e agenti. E’ questa la sentenza del processo d’appello: «Insufficienza di prove». Il legale della famiglia annuncia ricorso in Cassazione.

Di fronte a tutto questo le parole si accalcano nella mente in disordine: è la negazione di ogni razionalità. Stefano Cucchi era vivo, bisognoso di aiuto, incasinato, ma vivo. “Vivo” nel senso che respirava, mangiava, beveva, camminava, rideva, piangeva, parlava. Faceva le cose che fanno i vivi. Malato, forse, ma vivo. Forse faceva uso di sostanze ma era vivo. Ora, io sono donatrice di organi e per motivi contingenti devo sapere quali sono le condizioni legali che stabiliscono la differenza tra vita e morte. La morte (cerebrale) si riconosce dall’assenza di alcune caratteristiche come i segni di coscienza, la respirazione autonoma, il battito cardiaco, i ritmi sonno-veglia, i riflessi del tronco encefalico, la possibilità di un recupero. Stefano Cucchi aveva tutti questi requisiti: era legalmente vivo. E i tentativi di farlo passare per malato e drogato non aggiungono nè tolgono niente a questa ovvia considerazione: Stefano Cucchi, quando è stato fermato, era vivo. Non in pericolo di vita, vivo. Non con il corpo traumatizzato, vivo. Non con intenzioni suicide, vivo.

Il segretario del SAP ha dichiarato: “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze“. Come dicevo questo non aggiunge nè toglie niente all’evidenza: Stefano Cucchi, quando è stato fermato, era vivo e, secondo i referti, non presentava traumi fisici. Se i traumi che gli sono stati riscontrati sono dovuti a botte o a cadute è questione dibattuta ma anche questo non cambia nulla all’evidenza del fatto che Stefano Cucchi è entrato in carcere da vivo e non presentava traumi. Qualsiasi cosa sia successa è successa dopo, una volta entrato in carcere. Il suo corpo si è ricoperto di traumi e nel giro di sei giorni è passato dalla condizione clinica di essere umano vivo a quella di corpo senza vita. Secondo i referti, quando venne visitato all’ospedale gli furono certificate lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Durante l’udienza furono mostrate 40 lesioni da trauma: oltre la metà erano lesioni da difesa. Secondo i referti, le lesioni si erano verificate tra il momento del fermo e il momento della morte avvenuta in regime di detenzione.

Non ha alcuna importanza che Stefano Cucchi abbia rifiutato il ricovero: il quel frangente la sua vita e le sue condizioni di salute erano sotto la responsabilità di chi lo aveva in custodia. Che siano stati i medici o il personale carcerario le cose sono andate così: prima qualcuno lo ha fatto passare dalla condizione di assenza di traumi fisici alla condizione di lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Poi dalla condizione di 43 chili alla condizione di 37 chili. Si dice che Stefano Cucchi abbia rifiutato il ricovero. Io non so se sia vero o no ma ammettiamo che sia vero. La famiglia di Eluana Englaro aveva chiesto l’interruzione dell’alimentazione forzata: non è stata concessa. Infatti per la legge italiana idratazione e alimentazione forzata non si possono rifiutare. La questione ha sollevato polemiche con interventi illustri come quello di Umberto Veronesi. Come si fa a non domandarsi perché, nel caso di Stefano Cucchi, non è stata semplicemente applicata la legge? Idratazione e alimentazione forzata non si possono rifiutare: allora perché Stefano Cucchi non è stato idratato e alimentato? Bisogna davvero pensare che qualcuno dev’essere idratato e nutrito ma qualcuno no?

Perfino Giovanardi afferma che Stefano Cucchi «doveva essere curato e alimentato anche coattivamente, in quanto non in grado di gestirsi a causa delle patologie». Con un po’ di sforzo potrebbe anche riconoscere che, se prima uno non ha traumi e dopo riporta lesioni plurime, qualche dubbio sull’esistenza di un pestaggio sarebbe doveroso farselo venire.

Sento ripetere spesso, in questa circostanza, che le sentenze devono essere rispettate. E’ vero, le sentenze si rispettano. Ma prima di tutto si deve rispettare lo Stato. E lo Stato, attraverso la commissione parlamentare d’inchiesta, ha stabilito che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Perché se è stato riconosciuto l’abbandono terapeutico non ci sono responsabili? Amnesty Italia ha affermato che la sentenza “non accerta alcuna responsabilità per un decesso che tutto appare meno che accidentale o auto­procurato”.

La questione del fine vita, in Italia, ha suscitato e susciterà ancora molte polemiche. Si ricordi il caso Englaro, si ricordi il caso Welby, si ricordino le discussioni sulla lettera della nipote di Carlo Maria Martini. Tutto questo è avvenuto per alcune vite al termine. Ed è una questione importante che interroga tutti noi sulle modalità del trapasso, sulla possibilità di scegliere, sulla laicità o meno dello Stato. Io sono una donatrice di organi della prima ora e proprio questa scelta è la mia parola definitiva riguardo alla questione. Poi c’è anche la faccenda dell’ingresso alla vita. Attualmente l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è garantita dalla legge 194/78. La normativa prevede che si possa abortire entro i primi 90 giorni dal concepimento. A causa del dilagare dell’obiezione di coscienza il Comitato europeo dei diritti sociali ha accolto il ricorso dell’International Planned Parenthood Federation European Network stabilendo che in Italia il fenomeno si svolge in maniera tale da rendere di fatto impossibile il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Ciò avviene in violazione della legge 194 e in violazione dei diritti sociali europei. A me non interessa stabilire se sia giusto o sbagliato: sulla vita al suo inizio e alla sua fine vi sono opinioni molto differenti e in Italia si registrano tendenze restrittive. Eppure nel caso di “vita conclamata” non c’è neanche la minima parte di quella spinta alla sacralizzazione che accompagna la “vita nascente” e la “vita morente”. Come se la vita di un essere umano vivente avesse meno valore della vita di un feto o di un moribondo. In Italia esistono anche leggi che tutelano i diritti degli animali. La Polizia di stato, sul suo sito, prevede una pagina dedicata ai diritti e doveri  verso gli animali d’affezione con un rimando alla legge 189 del 20 luglio 2004 contenente le disposizioni sul maltrattamento. Sono felice che esista una legge che recita: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. Peccato però che non esista il reato di tortura degli esseri umani.

In questo proliferare di omaggi alla vita si avverte infatti un tremendo sentore di ipocrisia. Non entro nel merito delle questioni etiche perché la discussione portebbe lontano. Ma esiste un dato di fatto inequivocabile: in un paese formalmente ligio al rispetto della vita in ingresso e in uscita, alcune vite umane nel pieno della loro esplicazione non valgono assolutamente nulla. Esiste una legge sulla crudeltà contro gli animali ma non esiste il reato di tortura per gli esseri umani. Già, è proprio così. L’Italia ha sottoscritto e ratificato convenzioni internazionali per l’introduzione del reato di tortura nel Codice Penale, ma la legge non c’è. E Stefano Cucchi è solo la 148ma vittima del carcere italiano. La sicurezza e la disciplina si sono tradotte in violenza morbosa e ottusa. Come nell’esperimento di Stanford, l’autorità è diventata puro esercizio vessatorio. Non una sola, bensì più e più volte. La causa si può riassumere in tre semplici parole: REATO DI TORTURA. L’assenza del reato di tortura fa sì che si possano perpretare tutte le violenze possibili senza una configurazione di reato. Poi ogni tanto ci scappa il morto: è questo che racconta il caso Cucchi. Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Francesco MastrogiovanniFederico Perna sono i pochi nomi arrivati all’opinione pubblica grazie alla mobilitazione dei familiari ma i casi sono molti di più. L’intitolazione di una piazza a Stefano Cucchi non lo riporterebbe in vita, non darebbe giustizia alla famiglia ma esprimerebbe il sentimento profondo di una grande parte dei cittadini italiani. Tra cui me.

Se veramente volete fare qualcosa, oltre l’indignazione legittima, firmate l’appello di Amnesty Italia: introdurre il reato di tortura!

A Ilaria Cucchi

VIDEO INCHIESTA “Le nostre prigioni, viaggio nelle carceri italiane” di Antonio Crispino

VIDEO INCHIESTA “Le nostre prigioni, chiamiamole tortura” di Antonio Crispino


Patrie galere: tutti i morti nelle carceri italiane dal 2002 al 2012 – Mappa interattiva

Le morti in carcere per cause non chiare dal 2002 al 2012 – Dossier

Dossier Morire di carcere – Ristretti.it

Le violenze di Bolzaneto – Giuseppe D’Avanzo

Dossier casi sospetti – Ristretti.it


 

Lettera Aperta sul caso Stefano Cucchi scritta dal medico del Pertini Flaminia Bruno datata 25 febbraio 2011

Io, poliziotto, chiedo scusa alla famiglia di Stefano Cucchi per l’oltraggio infinito datata 4 novembre 2014