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Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

AstraRicerche_Cera_di_Cupra_Sintesi

Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

Il caso Guinness Good Times

Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF

Lavanda

Oggi è una bellissima giornata di primavera. Fa ancora freddo ma le piante in giardino sono impazienti di gemmare. Le campanule blu sono già sbocciate, la camelia rosa sta dando fiori da giorni, l’uva rimette i primi butti, la siepe di gelsomino produce foglioline tenere. L’orto è stato zappato, siamo pronti per sistemare la spalliera di rose carminio per il rosolio e le marmellate. Il susino, il ciliegio e gli albicocchi sono carichi di fiori. Ho trapiantato la nuova ortensia bianca nell’aiuola a nord. La vecchia pianta è morta per la secchina. Spero di aver trovato un posto dove l’ortensia possa prosperare e sopravvivere all’estate.

C’è bisogno di trapiantare ciò che presto sboccerà e bisogna farlo prima che cominci. Oggi è il giorno giusto. Abbiamo deciso di spostare un enorme cespuglio di lavanda: sarà dura. Mi metto a scavare con vanga e pala ma mi manca totalmente la tecnica. Marito ha un’infiammazione al dente, è sotto antibiotici da giorni, non può farlo. Io però ho fretta e lo convinco che farò il lavoro da sola, basta che mi coordini. Dopo tanti anni di vita in città, dove non sono mai andata oltre un terrazzino con i gerani, gestire piante, siepi e alberi da frutto è una cosa che mi entusiasma. Comincio a infilare la pala, taglio la terra, sento le radici periferiche che cedono. La pila di arenaria vicino al cespuglio mi impedisce di lavorare. Facendo leva in qualsiasi modo la sposto lontano dalla lavanda e svuoto l’acqua. Ma il prato diventa scivoloso. Mentre spingo la pietra cado di culo, mi sporco, sudo, mi spezzo un’unghia dentro i guanti gommati. Già questo basterebbe ma mi prende la ridarella e mi gira un po’ la testa. Marito mi guarda ironico mentre sono seduta sul prato, tra le risate, incapace di alzarmi.

Quando recupero la postura eretta vedo avvicinarsi una signora cotonata con cagnolino al seguito. Appena arriva al mio giardino attacca bottone: “Eh, questi uomini che ci guardano lavorare…”. Non alzo nemmeno la testa, sbuffo spostando una zolla e spiego: “Lui ha un ascesso, non può”. Lascio correre, intanto zappo e do di pala. Ogni tanto mi tiro giù la canotta e su i pantaloni: l’inesperienza mi ha tradito nella scelta dell’outfit. Però ho i sabot da giardinaggio color lilla e la suola verdolina. Li ho presi a sconto, facendo la spesa, e ne vado molto fiera.

Mi fermo per asciugarmi la fronte e vedo il cane che piscia sulla mia siepe di gelsomino. Nel mio giardino − dovete sapere − sono quasi tutte piante aromatiche e profumate. Lavanda, gelsomino, menta, salvia, rosmarino, erba luigia, melissa, nepitella, timo, alloro, maggiorana. C’è un motivo preciso per questa scelta: ha a che fare con la quantità di essenze e profumi vicino allo specchio di camera. Il cane non può saperlo. La padrona, invece, non si pone nemmeno il problema. Mentre il loppide appoggia a terra la zampina sollevata, la cotonata non si arrende: “L’ascesso… si, come mio marito. Tutte le scuse trovano”. Mi si chiude un pochino la vena, ma tutto sommato sono calma: rapidamente mi figuro come potrebbe finire la conversazione. E decido che ne ho abbastanza.

Mi sento sdoppiata, come sempre quando tradisco la gentilezza fino alla morte a cui mi hanno educata. Decido di non assecondare il luogo comune e ascolto la mia voce come se fosse quella di un’altra: “Se è come il suo non lo so. Preferisco farlo io che portarlo al pronto soccorso”. Lei abbozza una mediazione. Ma non mi sento in vena di mediare e neanche di sorvolare. È una faccenda piccola ma non posso sempre nascondermi in un sorrisetto ingessato. “Buongiorno”, mi dice. “Buongiorno”, rispondo, e sorrido senza malizia. Marito resta muto ma ha l’occhio ironico.

Alzo la testa verso mia suocera che si affaccia: deve aver sentito la vibrazione bassa. “Spero che non fosse tua amica”. “Mai conosciuta”. Entriamo nel soggiorno assolato, mi siedo. Marito mi guarda mentre sistema la spesa e carica la macchinetta del caffè: “Che si diceva dei pregiudizi di genere?”. Per oggi al posto così. Ho le mani secche ma profumano di lavanda.