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Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento causale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

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Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.

Susanna e i vecchioni

Susanna e i vecchioni. Artemisia Gentileschi 1610

Libro di Daniele, capitolo 13

Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakìm, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio. I suoi genitori, che erano giusti, avevano educato la figlia secondo la legge di Mosè. Ioakìm era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui. In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: «L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo». Questi frequentavano la casa di Ioakìm e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro. Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito. I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi. Eran colpiti tutt’e due dalla passione per lei, ma l’uno nascondeva all’altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei. Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro: «Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare» e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.
Mentre aspettavano l’occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo. Non c’era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla. Susanna disse alle ancelle: «Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno». Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti. Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì. I servi di casa, all’udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo. Quando gli anziani ebbero fatto il loro racconto, i servi si sentirono molto confusi, perché mai era stata detta una simile cosa di Susanna. Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakìm, suo marito e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna. Rivolti al popolo dissero: «Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakìm». Mandarono a chiamarla ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari e amici piangevano.
I due anziani si alzarono in mezzo al popolo e posero le mani sulla sua testa. Essa piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore. Gli anziani dissero: «Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l’ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni». La moltitudine prestò loro fede poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce.
Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei!».
Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole?». Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei».
Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità». Daniele esclamò: «Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò». Separati che furono, Daniele disse al primo: «O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?». Rispose: «Sotto un lentisco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due». Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: «Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme?». Rispose: «Sotto un leccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire».
Allora tutta l’assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakìm e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo.

 

Per un commento sull’opera

http://opportunitadigenere.blogspot.it/2017/11/lo-sguardo-di-artemisia-gentileschi.html

Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

In questi giorni si legge spesso che “la scelta è tra la dignità e la carriera”, e ovviamente si elogia chi sceglie la dignità. Per la precisione si elogiano le donne che scelgono la dignità, lasciando sottaciuto che questo implica una perdita lavorativa.

Il discorso poi non è così semplice. Viviamo in una società che ci ha abituati a pensare il lavoro come dimostrazione del nostro valore. Se uno non lavora non è solo un problema economico ma anche un fallimento sociale. Non è solo questione di come sopravvivere ma di scomparire di fronte alla società. In altre parole se su un piatto della bilancia c’è la propria dignità, sull’altro piatto non c’è semplicemente la carriera ma la stessa esistenza sociale. Non a caso si cita il lavoro meno prestigioso come soluzione ai ricatti sessuali, invece dell’abolizione dei ricatti.

Dunque, se vogliamo fare un discorso serio sulle molestie sul lavoro, dobbiamo anzitutto uscire dalla logica scandalistica e dalla caccia alle streghe. In secondo luogo dobbiamo prendere coscienza di cosa significa il lavoro nel suo complesso, non semplicemente come fatto economico ma come elemento di partecipazione sociale. È di questo che stiamo parlando non di “povere ma oneste”. 

Metto il link della discussione sotto il post perché è davvero interessante

 

La lucchese in serie A. Una storia di famiglia

Mi chiamo Ilaria Sabbatini. Sono figlia di Tarcisio Sabbatini. Mio nonno Ugo era custode della cartiera di Porta san Jacopo, dove abitavano dopo essersi trasferiti. La famiglia Sabbatini veniva da Villa Basilica, famiglia di cartieranti, come mio nonno. Mio padre è stato il primo a fare un lavoro impiegatizio. Non sono mai andata d’accordo con lui ma aveva delle caratteristiche che meritavano e meritano rispetto.

Mio padre ha servito nell’esercito italiano in Albania. Io sono nata tardi, mio padre era già molto grande. Raccontava sempre di quando in Albania aveva  visto uccidere un muezzin sul minareto, sparandogli dal basso. Un soldato italiano aveva fatto fuoco senza nessuna ragione, per puro disprezzo della vita umana. Una fucilata e l’uomo era caduto. Per questo, quando è riuscito a tornare in Italia, mio padre non ha voluto rientare nell’esercito. Così è stato dichiarato disertore, anche se disertore non era, e ha rischiato di finire nei campi di lavoro, deportato in Germania. Grazie a un difetto nelle radiografie del torace, un medico per aiutarlo lo ha dichiarato tubercoloso. Lo faceva anche con altri giovani ma fu denunciato così venne ucciso e mio padre fu costretto a nascondersi nella soffitta della casa di mia madre, in campagna. Sfuggì ai rastrellamenti e rimase in vita.

Dopo la guerra, ancora molto giovane, giocava a calcio. Lui mi diceva di aver giocato nella Lucchese e di essere stato in serie A. Io mi occupavo di calcio solo per partecipare alle serate che lui organizzava a casa nostra con amici e parenti, a guardare in Tv il commento calcistico. In realtà non gli avevo mai creduto. Mio padre calciatore sì, mio padre nella Lucchese era possibile, mio padre in serie A con la Lucchese mi sembrava impossibile. Poi un amico suo, che lo conosceva da giovane, mi ha confermato di sì, che era vero: mio padre non aveva esagerato. Prima o poi controllerò se ne ho voglia. Ma ora non so se ne ho più voglia.

Io non sono mai andata d’accordo con mio padre ma lui era un uomo onesto. Politicamente e civilmente onesto. Era un cattolico, non è mai stato comunista, ma era uno che ha sempre aborrito il fascismo e il nazismo. Da lui ho imparato a conoscere figure come Don Aldo Mei, il prete fucilato sotto gli spalti delle Mura di Lucca nei pressi di Porta Elisa (come lo stadio), Don Renzo Tambellini, medaglia d’oro al merito civile e Don Arturo Paoli, ugualmente impegnato per i perseguitati e gli ebrei.

Mio padre ha giocato nella Lucchese, nella Lucchese di serie A non di serie D. E oggi avrebbe avuto schifo della sua curva. 

 

Stadio di Lucca: la curva vuota per non omaggiare il deportato

L’origine della campagna #metoo

Vi chiedo un favore, cerchiamo di fare una corretta attribuzione dell’origine del movimento  #metoo che non è stato inventato da Alyssa Milano ma da Tarana Burke, attivista nera femminista, e non è partita per Weinstein ma ben 10 anni fa. Alyssa Milano ha ripreso il nome come hashtag rendendolo famoso ma non lo ha inventato lei: si è associata a un fenomeno che esisteva da tempo. Il che da un significato diverso alla campagna internazionale nel cui contesto si colloca anche la reazione all’affaire Weinstein. Ecco, facciamo in modo che tutto questo non sia letto solo attraverso il filtro dello star system. Non è una questione di giusto o ingiusto ma si tratta proprio del significato politico di quello che sta succedendo e della continuità di una battaglia che non va ridotta alle esigenze mediatiche del momento. 

Me Too è iniziato 10 anni fa dall’idea dell’attivista Tarana Burke e non da un hashtag. La Burke, fondatrice dell’organizzazione giovanile Just Be Inc., ha creato la campagna nel 2007, molto prima che gli hashtag esistessero. Ha ideato il nome per descrivere un movimento, intento a sostenere le donne residenti in comunità sfavorite che avevano subito aggrssioni sessuali.

Activist Tarana Burke started the Me Too movement in 2007

 

Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

Ilaria Sabbatini

 

Questo post si sviluppa nel successivo: Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

 

 

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Miriana Trevisan: C_era anche un nome per noi, «Figa bianca»

Asia Argento a Cartabianca

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Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache