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Primo Maggio. Prima il lavoro

Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Primo Maggio. Prima il lavoro

Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, Università Cattolica di Milano

Nessuno resti indietro. Papa Francesco, la dignità del lavoro e l’inclusione sociale di Roberto Alborghetti é un patrimonio enorme racchiuso in meno di cento pagine. Il giornalista e saggista bergamasco riassume “il modo alternativo” a quello dei mercati finanziari e monetari di considerare il diritto del lavoro: per la Chiesa esso è “un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace”. Da abile autore di biografie, Alborghetti rintraccia nella storia personale e pubblica di Bergoglio tali e tanti elementi da delineare l’identikit di un paladino della democrazia inclusiva e partecipativa. Il Papa che definisce “vergognoso” il fatto che ai lavoratori sia chiesto di rinunciare ai propri diritti e che, senza tregua, come già faceva instancabilmente da Arcivescovo a Buenos Aires, chiede di non dimenticare le notizie delle ”morti bianche”. L’unica guida di calibro mondiale in grado di tracciare, anche con espressioni originali, una linea di separazione netta tra “lavoro degno” e “lavoro schiavo”. Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Come? Per Papa Francesco dalle “periferie” le cose del mondo si percepiscono in maniera diversa e i cambiamenti sociali e culturali si realizzano prima che altrove; occorre denunciare la corruzione, disinnescare il conflitto sociale, sentirsi tutti, ognuno per la sua parte, responsabili di ciò che ci accade. Il suo essere al di sopra di ogni linea politica ben si comprende ascoltando le confidenze di Bergoglio: “Mi accusarono di essere un gesuita pro-salesiano” dice Francesco, perché da arcivescovo ricordava che Don Bosco aveva aperto scuole di arti e di mestieri. La sua matrice latinoamericana si coglie: “I ragazzi e le ragazze sono molto poveri; alcuni vengono addirittura scalzi a scuola” scriveva alla sorella Maria Elena quando da novizio chiese di lavorare come insegnante e fu mandato in Cile. Con il volumetto, si scopre chi possa aver contribuito a rendere tanto tenace il Pontefice: “Le cose vanno fatte bene. Mi stava dicendo che il lavoro va sempre preso con molta serietà” è il ricordo vivo di Francesca Ambrogetti, il capo a cui aveva prestato assistenza in un laboratorio di analisi. Bergoglio è davvero convinto che tutto sia stato per lui un tirocinio a “spingere le persone a tornare a credere”: durante una visita pastorale ad una parrocchia romana è stato questo il commento al lavoro prestato un tempo agli ingressi di un locale da ballo.

“L’impatto nella vita del futuro Papa – documenta il testo – con i problemi e i drammi del lavoro non fa parte di un episodio provvisorio o di una delimitata fase storica, ma si allarga al cammino di una intera esistenza. Anzi, ne modella e ne forma il vissuto quotidiano, a partire dai giorni della fanciullezza, quando in famiglia ascoltava attento e con gli occhi sgranati il racconto dei genitori e dei nonni, che narravano storie di emigrazione, di fatiche, di sacrifici e spesso di dolore”.

“Nessuno resti indietro” è un titolo azzeccato che non si potrà dimenticare ripensando al fatto che avremmo potuto non avere il primo Vescovo latinoamericano di Roma se il ragionier Mario Bergoglio, il papà di Papa Francesco, come era nelle prime intenzioni, fosse salito a Genova a bordo del piroscafo “Principessa Mafalda” che, navigando con 1264 nostri connazionali verso le Americhe, si inabissò a largo di Bahia. È stato il più grande naufragio della Marina mercantile italiana. Le 344 vittime del 1927 obbligano a tenere lo sguardo rivolto a chi, oggi, in questo primo maggio di festa, cerca ancora per via di mare dignità e inclusione.


Alla fine la vita è un faccenda appassionante e a volte propone circostanze insolite. Accade ad esempio che un amico, docente della Cattolica, mi proponga di pubblicare una sua riflessione sul mio blogghino. Dovete sapere che ho una formazione cattolica (la sezione about spiega chi sono), i miei interessi si orientano verso lo studio delle religioni, ma non sono praticante e ho sviluppato il mio pensiero in senso laico. Ebbene, questa situazione mi piace molto perché mi permette di attuare la maggiore delle mie priorità: il superamento della logica degli steccati.

Ilaria Sabbatini

Nell’immagine: Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864. Rappresenta dei braccianti durante il loro lavoro, impegnati a trascinare con delle corde una chiatta, lungo l’argine dell’Arno (chiamato “alzaia”).

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Bullismo: parlarne sì ma seriamente

Quello leggerete qui è il risultato di una sfida. Non troverete impressioni individuali ma solo dati statistici e opinioni di persone professionalmente coinvolte dal tema del bullismo: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, educatori.

Io che scrivo non sono professionalmente qualificata in questo ambito: sono un’umanista stanca di una situazione in cui hanno preso la parola tutti – anche quelli che non avevano niente da dire – mentre gli unici che sono in grado di dire qualcosa di qualificato non sono stati ascoltati o nel migliore dei casi hanno ottenuto spazi risicati. Io non mi accontento più di un commento generalista per questo sono andata alla ricerca di letture utili, in una sorta di esperimento condiviso attuato attraverso il mio blog. Peraltro è un esperimento in evoluzione dunque incoraggio i lettori a lasciare altre eventuali indicazioni nei commenti.

Ruminatiolaica è un piccolo blog ma grazie all’aiuto dei miei contatti social sto provando a mettere insieme una rassegna che entri più addentro al problema e lo faccia in modo appropriato. Perché quella del bullismo non è una questione da opinionisti tuttologi ma ha implicazioni talmente profonde da sviluppare conseguenze a lungo termine che ci riguardano tutti.

Una volta tanto, invece di intervistare il personaggio mediatico di turno, si potrebbe dare la priorità a una/o psicoterapeuta, se non altro per avere un punto di vista che esuli dai luoghi comuni e dalle impressioni individuali. Se il problema del bullismo è sentito in modo così urgente sarebbe opportuno privilegiare opinioni qualificate. E visto che per ora non viene fatto proviamo a farlo noi, senza alcuna pretesa di esaustività.

Di seguito riporterò articoli e interviste che mi sono state segnalate da persone che lavorano nell’ambito di competenza della psicologia, della psicoterapia e dell’educazione.

Dati statistici, Fonte CENSIS

«Processi formativi» del 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016

Roma, 2 dicembre 2016 – Bullismo e cyberbullismo, fenomeni diffusi nella parziale consapevolezza di giovani e famiglie. Il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. La percentuale sale al 55,6% tra le femmine e al 53,3% tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni. Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese, eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%). Su internet sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Il 47,5% degli oltre 1.800 dirigenti scolastici interpellati dal Censis indica i luoghi di aggregazione giovanile come quelli in cui si verificano più frequentemente episodi di bullismo, poi il tragitto casa-scuola (34,6%) e le scuole (24,4%). Ma è in internet che il bullismo trova ormai terreno fertile, secondo il 76,6%. Nel corso della propria carriera il 75,8% dei dirigenti scolastici si è trovato a gestire più casi di bullismo: il 65,1% di bullismo tradizionale e il 52,8% di cyberbullismo. Per l’80,7% dei dirigenti, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti. Il 51,8% dei dirigenti ha organizzato incontri sulle insidie di internet con i genitori, avvalendosi prevalentemente del supporto delle Forze dell’ordine (69,4%) e di psicologi o operatori delle Asl (49,9%). All’attivismo delle scuole non ha corrisposto però un’equivalente partecipazione delle famiglie, che è stata bassa nel 58,9% dei casi, media nel 36% e alta solo in un marginale 5,2% di scuole.

L’iniezione digitale nella scuola italiana. Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) sta entrando nel suo secondo anno di operatività, ma emergono alcune criticità. Il principale rischio, segnalato dal 77,2% dei 1.221 dirigenti scolastici interpellati nell’ambito di una indagine Hewlett-Packard-Censis, è quello di un’offerta formativa inadeguata o insufficiente. Al secondo posto (70,9%) si colloca il rischio che l’entusiasmo tecnologico metta in ombra la rivisitazione dei modelli pedagogici, ovvero che le tecnologie siano utilizzate nelle scuole con un approccio didattico tradizionale. Quasi la metà dei dirigenti (47,6%) esprime il dubbio che il Piano accentuerà le disparità tra le scuole «forti», con esperienze pregresse, buona dotazione tecnologica e docenti formati all’uso delle nuove tecnologie, e le scuole che si affacciano ora al mondo digitale. Il 40% dei dirigenti delle scuole del Mezzogiorno fa riferimento a una «scuola digitale a due velocità».

La capacità inclusiva dell’Iefp degli allievi con disabilità. Il sistema dell’istruzione e formazione professionale (Iefp) si rivolge ai giovani che per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione-diritto/dovere all’istruzione e alla formazione optano per percorsi di breve durata e professionalizzanti. In soli tre anni, a partire dal 2011-2012 gli iscritti al triennio sono cresciuti del 56,5%, e nel 2013-2014 sono in totale 316.000. Tra il 2012 e il 2014 gli iscritti con disabilità ai percorsi triennali risultano essere tendenzialmente in crescita, essendo passati dai 14.340 del 2012-2013 ai 17.117 del 2014-2015. Cresce anche la loro incidenza sul totale degli iscritti, passata dal 5,2% al 6,5%: valori significativamente più elevati di quelli rilevabili nel primo triennio di scuola superiore, dove nel 2012-2013 e nel 2013-2014 la presenza di alunni con disabilità è stata pari rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Sono i corsi per operatore della ristorazione quelli che riscuotono il maggiore gradimento (32%), seguiti a distanza da quelli per operatore del benessere (8,8%) e operatore amministrativo-segretariale (7,1%). Sono soprattutto le istituzioni formative ad accogliere questa tipologia di allievi (7,5% degli iscritti), mentre nei percorsi Iefp attivati nelle scuole la quota si attesta al 6%. Le istituzioni formative svolgono nei confronti dei disabili una preziosa funzione di inclusione. Ma l’approccio formativo serve anche per l’acquisizione di competenze di base e specialistiche in grado di fornire professionalizzazione e occupabilità.

L’attrattività dell’Alta formazione artistica e musicale, nonostante l’attesa della riforma. Successo per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam): considerando sia i corsi pre-accademici, sia i corsi di livello terziario, si è passati dai 54.984 iscritti del 1999-2000 agli 87.003 del 2015-2016 (+58,2%). Un incremento conseguente all’attivazione dei corsi accademici riformati: tra il 2008-2009 e il 2015-2016 gli iscritti a corsi di livello terziario sono passati da 48.281 a 63.054 (+56,5%). Un’attrattività esercitata anche in ambito internazionale, grazie alla tradizione e al prestigio delle discipline artistiche in Italia. Per la sola fascia accademica, gli stranieri iscritti sono 10.710 nell’a.a. 2015-2016, con un incremento del 10,7% sull’anno precedente e un peso sul totale degli iscritti del 17% (il corrispondente indicatore per il sistema universitario nell’insieme è pari al 4,3% nel 2014-2015). Le strutture più frequentate sono le Accademie di belle arti statali e non, con il 22,3% di stranieri iscritti ai corsi di I e II livello, pari al 70,3% degli stranieri che scelgono l’Italia per conseguire un titolo terziario in campo artistico-musicale. Secondo i dati del 2014-2015, gran parte del successo estero dell’offerta Afam dipende dal consistente flusso in ingresso di cinesi (circa il 52% del totale). Secondo i direttori Afam interpellati dal Censis, le principali criticità riguardano la mancata emanazione dei decreti attuativi della legge 508/99 (per l’84,5%), l’insufficienza dei fondi disponibili (59,2%) e le modalità di reclutamento obsolete e non meritocratiche (53,5%). Va garantita la possibilità di reclutare docenti di prestigio (per il 70,7%), rafforzato il collegamento con il mondo del lavoro (68,3%), migliorati i servizi di accoglienza e diritto allo studio (63,4%). Per i direttori delle Accademie di belle arti è urgente avviare i dottorati di ricerca, completando l’offerta formativa e sviluppando le attività di ricerca (68,8%). Il 56,3% di loro vedrebbe con favore lo sviluppo di un’offerta di corsi a pagamento per gli stranieri interessati.

I ridotti sbocchi professionali, principale causa di insoddisfazione delle scelte universitarie. La ridotta attrattività dell’istruzione universitaria è ormai un fenomeno di lungo periodo. Il cambio di segno delle immatricolazioni nell’anno accademico 2014-2015 (+1,1% sull’anno precedente) fa sperare in una inversione di tendenza. A quattro anni dal conseguimento del titolo, il 68,4% dei laureati ha indicato l’interesse disciplinare quale principale motivo per la scelta del percorso universitario intrapreso, seguito a distanza dalla convinzione che l’immatricolazione al corso di laurea preferito garantiva buone prospettive lavorative (16,3%). Tuttavia, il 32,4% oggi non si riscriverebbe allo stesso corso. Circa il 20% di chi disconosce la scelta fatta individua la causa nella maturazione di nuovi interessi, ma quasi il 60% è insoddisfatto per gli sbocchi professionali della laurea conseguita (e il livello di insoddisfazione è superiore di oltre 8 punti percentuali tra le laureate rispetto ai colleghi maschi). La scelta universitaria, anche se causa di qualche rimpianto, resta pur sempre un’esperienza positiva per i più. L’86,1% di chi non si iscriverebbe di nuovo al corso di studi prescelto dichiara, nonostante tutto, di volersi riscrivere.


Dati statistici, Fonte ISTAT

Comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi: Bullismo

Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale.

Hanno subìto ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti più i ragazzi 11-13enni (22,5%) che gli adolescenti 14-17enni (17,9%); più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%). Tra gli studenti delle superiori, i liceali sono in testa (19,4%); seguono gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%).

Le vittime assidue di soprusi raggiungono il 23% degli 11-17enni nel Nord del paese. Considerando anche le azioni avvenute sporadicamente (qualche volta nell’anno), sono oltre il 57% i giovanissimi oggetto di prepotenze residenti al Nord.

Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).

Le prepotenze più comuni consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici. Tra le ragazze è minima la differenza tra prepotenze di tipo “diretto” e “indiretto” (rispettivamente 16,7% e 14%). Al contrario, tra i maschi le forme dirette (17%) sono più del doppio di quelle indirette (7,7%)


 

 Contributi

Sergio Astori, Narcisisti di oggi (e di domani?)  

Sergio Astori, Psichiatra e docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano

Narciso sta prendendo il posto di Edipo nelle menti e nei cuori dei nostri giovani? Incuriosisce che «per dirsi qualche cosa» i ragazzi degli anni Sessanta, secondo il ritornello composto da Franco Migliacci (1963), dovessero «farsi mandare dalla mamma a prendere il latte», mentre quelli di oggi «per comandare» debbano andare «in tangenziale» (Fabio Rovazzi, Daniele “Danti” Lazzarin, 2016). I “nati nel nuovo millennio” sono descritti dai mass media come autoreferenziali, poco motivati, impacciati nel confronto con mamme ipercinetiche e padri latitanti: i cosiddetti Papà-Pig, perché il padre di Peppa Pig non sa fare quasi nulla e la famiglia lo dimentica anche al picnic. Nella rappresentazione popolare sembrano giovani orfani di genitori, consolabili solo col piacere chimico. «I tuoi genitori ti han sbattuto fuori, ti chiamo hai la batteria scarica, fatti ogni singola droga, per asciugarti ogni singola lacrima» rappa Gué Pequeno (2013). Sono davvero così fragili i pronipoti di Gianni Morandi? Sui mezzi pubblici incrocio gruppi di studenti che sanno alternare la commozione per il film Disney visto la sera prima a risatine maliziose su quanto “tira la foto di un tipo” sui social. 

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Patrizia Fistesmaire, La tensione della cosa pubblica*

* l’articolo in versione integrale è stato concesso dall’autrice a questo blog

Patrizia Fistesmaire, Dirigente Psicologa e Psicoterapeuta Responsabile del Consultorio della Zona Piana di Lucca

L’episodio di Lucca è un evento triste perché mette tutti gli adulti di fronte ad un’inquietudine esistenziale ove si tende a porsi nei panni del professore più che del giovane. Non siamo di fronte ad un conflitto generazionale ma ad un atto che segue una logica differente dalla contestazione e dalla lotta tra il giovane e l’adulto, tra lo studente e la scuola, per l’affermazione di sé e di diritti considerati dei principi per cui cercare uno scontro. Preoccupa la modalità di aggressione, non soltanto l’aggressione in sé. L’umiliazione e la spettacolarizzazione di questa (…). Immortalare un’immagine e diffonderla significa dargli una vita propria che spesso sfugge sia all’intenzione che alla consapevolezza di chi lo ha fatto. Ma gli adolescenti di oggi hanno nuovi bisogni rispetto al passato poiché sono figli di una società notevolmente mutata.

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Ma première pensée a été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme. C’est souvent ma méthode – partir de la première idée qui me vient en tête, sans juger si elle est bonne ou mauvaise. C’est un principe qui peut s’autoriser de la psychanalyse (…). Mon point de départ a donc été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme, et pourquoi. Car qui dit symptôme en psychanalyse dit déplacement de la pulsion, ou du moins, dans les termes freudiens, substitution d’une satisfaction de la pulsion – ce qui, en lacanien, peut se traduire par jouissance (…). Voilà la question que je me suis posée : l’émergence de la violence, n’est-ce pas le témoignage qu’il n’y a pas eu de substitution de jouissance ?

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 Con il bullismo abbiamo sempre usato l’approccio sbagliato?

Il Post

La strategia di Pikas si chiama “metodo dell’interesse condiviso” e oltre ad essere applicato nei paesi scandinavi da circa trent’anni viene utilizzato in via sperimentale in alcuni paesi francofoni come Francia, Belgio e Svizzera, e anche in Australia. Due ricercatori australiani hanno condotto un’indagine su questo metodo dimostrando nel 2010 che, ovunque sia stato messo in pratica, ha raggiunto ottimi risultati. Il metodo parte dal presupposto che le molestie e il bullismo siano un fenomeno di gruppo: ci sono studenti il ​​cui coinvolgimento è maggiore, altri che partecipano in modo indiretto (ad esempio ridendo) e poi c’è il resto della classe che resta a guardare.

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Bullismo: genitori, che fate?

intervista a Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore del consultorio sull’adolescenza dell’istituto “Minotauro”.

Altroconsumo

Il bullismo è un fenomeno sottostimato, come risulta nella nostra inchiesta?

Ė poco conosciuto nella sua definizione specifica, c’è invece una banalizzazione del significato della parola bullismo: di solito i genitori lo riferiscono genericamente a dispetti e prevaricazioni o a normali difficoltà che i figli possono incontrare in età scolastica.

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Ersilia Menesini è Professoressa Ordinaria di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Firenze. Nel monografico estivo di Psicologia e scuola (luglio/agosto 2015) Il bullismo a scuola. Come prevenirlo, come intervenire si rivolge agli insegnanti, agli psicologi scolastici, ad altri professionisti che lavorano in collaborazione con la scuola e ai genitori.

Il libro nasce per dare una visione più completa e aggiornata del fenomeno bullismo, descrivere e approfondire alcune strategie per la prevenzione e il contrasto del problema e offrire strumenti utili per intervenire in modo efficace.

 

 


Le  letture

 Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi a crescere? Come si può aiutare un figlio se si preferisce il ruolo di madri-sorelle o padri-fratelli? Nel corso degli ultimi cinquant’anni siamo passati da una generazione di genitori autoritari a una generazione di genitori deboli. Ma la soluzione non è tornare indietro. Secondo Ammaniti è necessario cambiare marcia, non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Non si tratta di ricreare vecchie barriere, ma di capire che la separazione serve a salvaguardare le differenze che caratterizzano ogni essere umano. Leggere l’anteprima
 I servizi di psichiatria vedono crescere il numero di giovani che accusano forme di disagio psichico. Un fatto allarmante, che più che il segnale di un aumento delle patologie, è il sintomo di un malessere generale che permea la società. Un fenomeno che costringe a interrogarci su che cosa si basi la nostra società, su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non ci fosse, ma la fede nel progresso è sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri.
 Après l’enfance, c’est le temps des métamorphoses. Après l’enfance, il faut trouver de nouveaux mots, de nouvelles façons de dire, d’écrire – sur les murs, sur le corps parfois – pour faire trace de sa présence. Ou bien effacer toute trace de ce corps en trop. Après l’enfance, on s’affronte à des terreurs insoupçonnées, à des attraits naissants, et il n’y a pas de mode d’emploi qui dise comment faire. Alors, on s’avance à plusieurs, en bande ou avec la meilleure copine. D’autres appuis se proposent, combien plus périlleux et radicaux parfois.  Après l’enfance, nous ne pouvons plus nous contenter de tendre aux jeunes gens et aux jeunes filles déboussolés le miroir d’une adolescence qui ne reflète que nos rêves ou nos peurs – de parents, d’adultes, de citoyens.

Bullismo e media

Spiega un giornale che all’ITC Carrara di Lucca è assalto dei media. Da giorni le telecamere rincorrono anche il professore che è stato aggredito. Lui ha chiesto qualche permesso per assentarsi. «Oggi le troupe de Le Iene e quelle di Domenica Live si sono presentate a scuola per cercare di parlare con preside, docenti e ragazzi».

Cari operatori dei media, vi dico bravi. Bravi perché date sempre più visibilità mediatica all’ITC Carrara di Lucca, la scuola del professore bullizzato. Non preoccupatevi delle conseguenze, non ponetevi limiti: andateci con la troupe de Le iene e con quella della D’Urso, andateci con i telegiornali, gonfiate ancora di più questo grande baraccone che avete costruito.

Al posto degli animali ammaestrati metteteci gli studenti che bestemmiano con il casco in testa. Fate in modo che questi ragazzi si rivedano in televisione più e più volte. Fate in modo che li vedano tutti e che i bulli ottengano quella visibilità che cercavano. Anzi dategli una medaglia per le impennate di share che vi fanno ottenere. Fate in modo che li vedano anche i loro compagni e gli studenti delle altre scuole di ogni ordine e grado.

Così impareranno una volta per tutte che se vogliono avere visibilità garantita il modo migliore è quello di essere arroganti, irrispettosi e aggressivi. Applausi: state costruendo la prossima generazione di bulli.

http://m.iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2018/04/24/news/prof-aggredito-parla-il-bullo-succedeva-tutti-i-giorni-ora-paura-delle-minacce-video-1.16752812

Professore si inginocchi

Un professore dell’istituto tecnico Carrara di Lucca è stato aggredito da uno studente con queste parole: “Prof non mi faccia incazzare, non mi faccia incazzare. Mi metta sei, lei non ha capito nulla, chi è che comanda? Chi è che comanda? Si inginocchi!”.

La notizia è diventata virale dopo la diffusione in rete e un pubblico enorme si è sentito chiamato in causa. Tantissime persone hanno condiviso il video scandalizzate e hanno commentato nei modi più disparati arrivando ad assumere atteggiamenti molto aggressivi. Il che è curioso considerando che stavano proprio stigmatizzando un comportamento aggressivo.

I commentatori hanno dato la colpa dell’accaduto a questo o a quello secondo un’interpretazione del tutto aleatoria: ai genitori, agli insegnanti, alla famiglia, alla scuola, all’assessore, alla televisione, a internet, al lassismo. Un giornale locale ha dato la notizia che il professore si è realmente inginocchiato di fronte al ragazzo, cosa che non risulta da alcuna testimonianza e tanto meno dal video. 

Tutto ciò mi sembra non solo sbagliato ma pericoloso perché rappresenta un approccio irrazionale al problema che allontana dalla questione centrale: capire cosa è successo. Abbiamo visto un minorenne urlare addosso al professore sessantenne e questa è l’evidenza dei fatti. Ma nessuno di noi sa come si sia potuta verificare quella situazione, cosa significhi, quali siano i precedenti, quale sia il contesto o se il ragazzo sia disturbato. 

Tutti noi abbiamo memoria di un compagno di classe intemperante o aggressivo. Il mio si chiamava Marcello, era mio amico, e menava a sangue un altro ragazzo per semplice antipatia. Nessuno riusciva a fargli cambiare idea. Lo picchiava ogni volta che poteva e quando li tennero lontani lui lo andava a cercare. La sua aggressività arrivò al punto che gli adulti lo dovevano fermare fisicamente. Marcello ruppe un dente al nostro maestro. Una volta si chiuse a chiave nell’aula minacciando di buttarsi dalla finestra del secondo piano. Poi fu cambiato di classe e fece cadere la veneziana sulla testa dell’altra maestra mandandola al pronto soccorso.

Quando si verificavano questi episodi noi bambini non sapevamo come reagire. Non avevamo la possibilità di fare video e non esistevano i social quindi non fu diffusa alcuna immagine. Nessuno parlò con i giornali, nemmeno quelli locali, e la cosa rimase interna alla scuola. Ci furono dei provvedimenti ma il caso non ebbe alcuna eco. Ne parlavamo solo noi ragazzini della scuola e i nostri genitori. Il che tutto sommato lasciava un certo margine di manovra agli educatori per fare il loro lavoro lontano dall’attenzione e dalla pressione mediatica. Il ragazzino bullizzato fu protetto adeguatamente, dell’altro non ricordo il destino.

Ragazzi violenti o disturbati sono sempre esistiti. Questo non rende il fatto meno grave ma ci dovrebbe insegnare a non scandalizzarsi dell’ovvio. Non  dovremmo concentrarci su “signora mia, questi giovani” ma sullo sforzo di capire cosa sta realmente succedendo. Si è abbassata la soglia del lecito? È probabile ma il fenomeno va studiato. Il ragazzo è disturbato? È una cosa che andrebbe indagata. Si sta diffondendo il bullismo? Sì ma l’indignazione non basta: c’è bisogno di numeri, di dati, di un approccio razionale al problema che non si basi sulla semplice percezione individuale.

Peraltro la questione della percezione non è affatto scontata e tantomeno secondaria. C’è stato un periodo in cui i media parlavano continuamente dei cani aggressivi. Poi è stata la volta dei sassi gettati dal cavalcavia e dopo si parlava solo delle crudeltà sugli animali. Filoni tematici che si sono imposti a ondate successive focalizzando tutta l’attenzione dei media, con l’effetto di una lente deformante. Anche in questo caso, da mesi ormai, siamo nel filone tematico della scuola contro le famiglie e delle famiglie contro la scuola.

In altre parole siamo continuamente esposti a un’informazione che mostra insistentemente casi di maestri violenti contro i bambini, di genitori violenti contro gli insegnanti, di allievi violenti contro i professori, di ragazzi violenti contro altri ragazzi. Sembra che se ne parli ma in realtà resta tutto superficiale e finora non si è riusciti a capire quale sia la reale dimensione del fenomeno. Non si riesce a misurarlo in termini quantitativi  e nemmeno in termini qualitativi 

L’unica cosa certa è che il fenomeno esiste ed è sicuramente degno di nota. Altrettanto certo è il fatto che non dovrebbe essere trattato come un qualsiasi filone sensazionalistico. Per gli studenti coinvolti sono previsti provvedimenti gravi da parte della scuola. Per di più uno dei video diffusi da loro stessi ha fatto partire le indagini di Digos e Polizia postale. In poche parole quei ragazzi sono in un grosso guaio.

Tutto comprensibile e legittimo, ma se la cosa finisce qui abbiamo solo tamponato un’urgenza senza affrontare il problema. E non abbiamo affrontato il problema perché abbiamo ascoltato tutti tranne le persone preposte a occuparsi delle difficoltà relazionali e comportamentali dei ragazzi. Dove sono gli psicologi della scuola? Dove sono gli psicoterapeuti? Qual è la loro interpretazione dell’accaduto? Tra tutte le opinioni la loro è una delle più importanti, sicuramente la più qualificata, ma finora non è mai stata ascoltata.

In tutta questa storia si sta dimenticando una cosa fondamentale: il docente e l’allievo sono esseri umani, persone di cui prendersi cura. Dovremmo smetterla, noi per primi, di speculare su eventi che non si conoscono, di cui non si conosce la diffusione. Dovremmo affrontare il fenomeno razionalmente in rapporto ai casi individuali, come quello di Lucca, ma anche in termini statistici. Il problema esiste, è ingombrante e va ben oltre l’indignazione collettiva del momento.

 

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Minacce e offese al prof riprese in 4 video – Lucca in Diretta

Beatrice era bella

Betrice Inguì si è suicidata per il disagio verso il suo corpo. Questo raccontano i giornali sulla base di quanto lei aveva scritto sul suo diario. Ieri alla stazione di Porta Susa (Torino) si è lasciata cadere all’indietro sui binari mentre stava arrivando il treno che l’ha travolta. È una di quelle cose che fanno arrabbiare all’istante perché aveva 15 anni e poteva essere tutto quello che voleva.

Ho guardato la foto della sua prima comunione: era una ragazzina sovrappeso e con la faccetta buffa come lo siamo stati in molti alla sua età. Poi siamo cresciuti e alcuni sono cambiati, altri no. Non si sa niente del perché sia arrivata a stare talmente male con sé stessa da togliersi la vita. Le canzoni che suonano in testa in queste occasioni non bastano a spiegare gli eventi. Sono invecchiate, non dicono nulla alle giovanissime generazioni. E a dirla francamente pure alcuni adulti sentono il bisogno di rinfrescare l’aria.

Eppure siamo ancora qui a parlare delle stesse cose, ancora la vergogna del corpo, senza riuscire a sottrarsi al corto circuito micidiale di colpevolizzazione e idealizzazione. Non è vero che i grassi hanno il cuore grande e non è vero che sono buoni solo perché sono grassi. Anche perché non c’è nessun bisogno di compensare con le proprie doti morali quelle che vengono giudicate indegnità fisiche. Le persone grasse non si devono far perdonare di nulla e non devono giustificare la loro esistenza di fronte al mondo.

La stessa cosa vale per quelli molto magri, ovviamente, che magari sono meno tartassati da parte dei media ma sono tartassati dalle persone che incontrano, dai compagni di scuola, dagli amici o dai parenti ficcanaso. Per certi versi, però, i media possono rendere tutte le fisicità più gradevoli, più accettabili. Da un po’ di tempo infatti esistono anche alcune modelle oversize accanto alle modelle normopeso o ipermagre. E non è un male. Il problema infatti non è il magro o il grasso di per sé, il problema è la modellizzazione univoca.

Se mi dicono che il modello fisico sottopeso è l’unico positivo io rifiuto il condizionamento MA continuo a rispettare le persone sottopeso. Se mi dicono che il modello fisico obeso è l’unico positivo io rifiuto il condizionamento MA continuo a rispettare le persone obese. Anche se la promozione dell’obesità come modello positivo non risulta ad oggi pervenuta.  Franca Sozzani, alle prime polemiche sull’argomento, non a caso si chiedeva come fosse possibile dire che la moda incoraggiasse al tempo stesso l’anoressia e l’obesità.

Non faccio alcuna fatica a vedere che tutte le persone hanno una loro potenziale bellezza ed è logico perché in termini assoluti la bellezza non può essere definita semplicemente da un canone. Se mi si vuole imporre un canone secondo cui la bellezza si colloca solo entro un range definitivo di pesi, misure e taglie, io lo rifiuto. Perché gli standard di questo tipo sono ovviamente discrezionali e mutevoli. Nel tempo i canoni estetici del corpo cambiano secondo tendenze che non sono poi così diverse dai corsi e ricorsi che caratterizzano la moda.

Se poi si vuole associare la questione del peso al tema della salute io credo che si sbagli semplicemente obiettivo. Lo stanno a dimostrare tutte quelle persone sottopeso e sovrappeso che sono perfettamente sane. Va accettato una volta per tutte che siano le analisi mediche a stabilire se una persona è in salute e non basta l’occhio di un passante o un polemista che vuole dare lezioni di vita agli altri.

Non si possono confondere gli standard clinici con la percezione sociale del corpo. E anche questo non basta: si deve scegliere senza ambiguità tra l’autostima e il biasimo. Perché è veramente schizofrenico incoraggiare le persone ad avere una considerazione positiva del proprio corpo ma al tempo stesso dire loro che non possono considerarsi belli per come sono. Lo scopo dell’autostima non è essere socialmente accettabili ma far convivere quello che siamo e quello che vorremmo (o dovremmo) essere.

Ultimamente si discute dell’eventuale esempio negativo dato dalle donne oversize che si mostrano sul palco o in passerella. Ecco, io onestamente non capisco perché vedendo Mia Tyler che indossa un vestito si dovrebbe sentire il bisogno di procacciarsi una teglia di pasta al forno. Più realisticamente la reazione sarà di voler capire come sono abbinati gli abiti, quali stanno meglio su quel corpo, che tagli lo fanno sembrare più fine, che colori lo valorizzano. Tutto qui.

Se qualcuno teme che ci si senta incoraggiati da queste immagini a saccheggiare il frigo, stia pur certo che sarebbe successo comunque: il meccanismo del binge alimentare funziona su dinamiche di conflitto interiore, non di pacificazione. Se poi vogliamo fare un discorso serio sulla salute delle persone dobbiamo prendere atto di una cosa molto semplice: non possiamo costringere nessuno a cambiare il proprio corpo solo perché secondo noi non va bene. Al massimo possiamo creare le condizioni favorevoli nella consapevolezza che la scelta è solo degli interessati. E le condizioni favorevoli partono dall’autostima cioè dall’amarsi per come si è: anche obesi se si è obesi.

Una persona comincia a volersi migliorare non nel momento in cui non si accetta ma quando è in pace con sé stessa. Se si odia perché è grassa questo stato emotivo non farà che indurre comportamenti sbilanciati creando un circolo vizioso tra abitudini sbagliate e insoddisfazione di sé. É una fallacia logica la convinzione che il sentirsi a disagio sia utile al cambiamento. Questo può valere − forse − per le cose che ci accadono ma il corpo che abbiamo non è qualcosa di esterno: siamo noi.

Dunque ben venga l’autostima, ben vengano le donne oversize nello spettacolo e nella moda. Quando vedo persone dalla fisicità importante che hanno un buon percorso professionale non penso di raggiungere il loro peso, penso che ce l’hanno fatta nonostante quello. E se loro ce l’hanno fatta ce la possono fare anche altri. E se loro sono in grado di vestirsi bene ed essere “perfino” belle, allora penso che si possa essere gradevoli anche con una fisicità importante. Così, gradualmente, si assume quell’approccio mentale positivo in cui i cambiamenti sono possibili proprio perché nessuno ce li impone. Quell’approccio che inizia nel superamento del disagio verso il proprio corpo.

 

 

Aggiornamenti:
Beatrice Inguì e Giente Honesta: l’odio sui social per la ragazza suicida a Torino – Corriere.it Rivoli, i compagni di scuola suonano Eric Clapton per l_addio a Beatrice – Corriere.it

#quellavoltache, il libro sulle molestie

Pochi mesi fa, donne di tutte le condizioni hanno raccontato sui social network le storie delle molestie subite. A qualche mese di distanza da quel racconto collettivo una della cose più interessanti da registrare sono le reazioni in senso contrario. C’è infatti qualcuno che continua a ripetere ossessivamente di finirla con questa lagna che relega le donne a un’immutabile ruolo di vittima. Sarebbe una posizione condivisibile se non fosse che manca qualsiasi relazione tra il racconto collettivo, frutto di un atto di ribellione, e il processo di vittimizzazione.

Raccontarsi pubblicamente è un atto di coraggio: lo si fa perché si è arrabbiate e perché si vuole smascherare il gioco di un rispetto formale, e non sostanziale, propinato a beneficio dello status quo. È talmente evidente la natura combattiva dell’azione che si rimprovera al movimento di essere troppo aggressivo, come è accaduto nella lettera delle attrici francesi che – giocando con la semantica dell’ovvio – rivendicavano la «libertà di essere molestate». Se da una parte si rinfaccia la lagna e dall’altra l’aggressività, è chiaro che esiste un problema nei confronti delle donne che rompono il silenzio. Cosa ci si aspetta dalle molestate: che siano più arrabbiate o più tranquille, più dure o più remissive, che parlino o che tacciano? Perché in qualunque modo si muovano pare che arrechino fastidio alla cattiva coscienza di una qualche fetta dell’opinione pubblica.

Nell’arcipelago di varia umanità delle posizioni avverse, la più surreale è comunque l’accusa di moralismo che vorrebbe ridurre un fenomeno internazionale di massa a una questione di perbenismo da boudoir. Ho parlato con molte delle donne che hanno rotto il silenzio e sarà forse un caso ma dicono tutte di amare il sesso. Ciò che non amano è di essere strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la loro volontà. Quando la loro volontà è protagonista e partecipe, non solo vogliono essere strusciate, palpate, baciate e approcciate: vogliono a loro volta strusciare, palpare, baciare e tutto quanto segue. Aderire alla campagna degli hashtag non ha significato promuovere la castità e il cilicio, bensì scegliere una sessualità positiva e propositiva, consapevole e partecipe.

Per l’Italia, l’hashthag #quellavoltache è nato il 12 ottobre 2017 su proposta della giornalista Giulia Blasi, pochi giorni prima della campagna americana #metoo. Anche se ancora nessuno lo sapeva, in quel momento era nato un racconto corale che grazie alla passione di un gruppo di donne avrebbe preso la forma del libro. Il racconto non è mai stato proposto come atto di giustizia sommaria e tanto meno come caccia alle streghe. Della caccia alle streghe manca anzi la cosa essenziale: le donne che hanno raccontato le molestie, tramite gli hashtag, hanno messo la propria faccia e la propria storia ma non il nome del molestatore.

Per una persona che ha subito molestie il primo problema da affrontare non è quello(pur importantissimo) di essere creduta ma di capire cosa le sta succedendo. Salvo comportamenti plateali, si stenta a capacitarsi: il confronto con le altre serve a capire che si è vissuta la stessa vicenda, a dare un nome e una spiegazione alla propria storia. Incrociare le informazioni aiuta a rendersi conto degli eventi e a prendere interamente coscienza del proprio vissuto. Condividere i racconti delle molestie subite significa mettere a disposizione i materiali necessari per confrontarsi con queste storie, per conoscerne gli schemi, per individuarne i comportamenti. Significa creare uno strumento di autodifesa e di critica sociale, gli aspetti più importanti di #quellavoltache. Ora sta ai lettori raccogliere l’eredità di queste storie con tutte le domande che pongono.

Ilaria Sabbatini

Il libro si può acquistare qui: http://www.manifestolibri.it/shopnew/product.php?id_product=770

Presentazione del libro #quellavoltache Casa delle donne di Roma, 9 marzo 2018 con Giulia Blasi, Anna Lanave e Marianna Peracchi, curatrici del Libro e Miriana Trevisan (video di Plautilla Bricci)

PresaDiretta: Sesso e potere

 

PresaDiretta propone un reportage girato tra l’Italia e gli Stati Uniti sulle molestie sessuali, gli abusi e le disparità uomo donna. Un viaggio straordinario in un mondo che sta cambiando, fino a ieri le donne reagivano col silenzio, oggi non più. Tutto è cominciato a Hollywood. Uno dei più grandi scandali nel mondo del cinema, quello che ha travolto il grande produttore Harvey Weinstein, accusato da decine di attrici, modelle e impiegate di abusi, stupri e molestie sessuali.

 

Cultura Commestibile 253 (marzo 2018), p. 21

 

 

Le parole e i buoni propositi

La grande sorpresa di stamani: benché me ne fossi completamente dimenticata sto rispettando i buoni propositi per il 2018. Mi manca il profumo, il viaggio e gli stivaletti ma ci sto lavorando.

1a) Osserva sempre le persone e cerca di capire: chi sa poche cose ma crede di sapere tutto; chi pensa di essere migliore degli altri ma non si mette mai in discussione; chi si è fatto una cultura ma la usa come forma di snobismo.

1b) Si gentile se sono gentili, sii neutra mentre cerchi di capire dopodiché smetti di prenderli sul serio, autorizzati a pensare che li hai sovrastimati e concentrati sull’idea che il rispetto non si può regalare a nessuno.

 

2) L’errore che stiamo facendo da troppo tempo è di pensare che le parole siano solo parole. Le parole sono idee, modi di concepire il mondo, riflessi di un clima interiore che si trasmette dagli uni agli altri e si può trasformare in una lettura della realtà che a sua volta condiziona la realtà stessa.

Dunque il pensiero è fare un uso più ecologico delle parole. E soprattutto aspettarsi un uso ecologico delle parole.

 

3) Dato che ho scritto tante cose ideali adesso il proposito per l’anno nuovo è un buono libri a tante cifre o tanti buoni libri piccoli che fa lo stesso; quel cappotto carino in stile vintage, oppure quell’altro a patchwork che forse è la volta del rosso; un paio di stivaletti nuovi grigi o blu; due profumi due, ma tipo Dyptique e Hermes; un viaggetto; più teatro e robe simili, ché va bene lo spirito ma si pensa meglio con codeste gratifiche.