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Lettera d’amore da #metoo

Con molta calma e dolcezza, sottovoce e lentamente per non turbare nessuno. Ecco immaginatemi così: vi sto parlando con tutta la delicatezza che so e che posso. In fondo è quasi una lettera d’amore. È da un po’ che ci penso e ne parlo con Marito, ne parlo con le amiche, ne parlo con tutti quelli che ne vogliono parlare.

La lettera delle tre Catherine − Deneuve, Millet, Robbe-Grillet (googolate chi sono per favore) − non è stata fraintesa neanche un po’. È stata proprio contestata in pieno, esattamente come quando si fa un frontale con la macchina che veniva dalla corsia opposta. Una andava in una direzione, l’altra nella direzione contraria e si sono prese in pieno. Quindi non venitemi a riportare leggende: non c’è nessun malentendu, abbiamo capito bene e per essere sicure l’abbiamo letta pure in francese.

La successiva presunta lettera di scuse della Deneuve non è una lettera di scuse. Ma neanche un po’, scordatevelo proprio. Tant’è vero che la prima lettera collettiva usava l’ambiguo importuner e la seconda il netto harcelement. In sostanza è stato un passo falso raddrizzato al volo, ma senza alcun malentendu. Tutte le donne di #metoo − ma dico tutte − difendono la libertà di corteggiamento. E questo è il gioco sporco che cercava di fare la lettera francese: sovrapporre la molestia (harcelement) e il corteggiamento più o meno tenace (importuner). Di conseguenza dipinge per contrasto le donne di #metoo come avverse al corteggiamento, frigide, moraliste, misandriche o addirittura sessuofobe.

Sarà un caso, ma tutte quelle con cui ho parlato amano il sesso su una scala che va da mediamente, ad assai, a parecchio, a proprio tanto, a tantissimo. Poi è fisiologico che nelll’insieme ci sia anche qualche donna asessuale in senso lato. Ma del resto, se dall’altra parte ci può stare tranquillamente una dominatrice sadomachista praticante come Robbe-Grillet, allora decadono le insinuazioni di indifferenza o fobia del sesso mosse alle donne di #metoo. Se non c’entra niente la lettera francese con le preferenze sessuali delle firmatarie, allora non c’entra niente nemmeno la campagna #metoo con l’approccio personale di queste donne alla sessualità.

Datevi pace perché è stato dichiarato da tutte le parti − e più di così restano solo i sottotitoli − che non c’è alcuna volontà moralizzatrice o castratoria. Se la volete sentire spiegata in un’altra maniera, alle donne di #metoo piace fare l’amore, piacciono gli uomini (o le donne), piace il sesso e pure la sperimentazione. Vi sorprendereste di certe confidenze che ovviamente non dirò. Però potete sempre immaginarle a piacimento.

In linea generale il discorso portato avanti da #metoo non è poi così difficile da capire e si articola in due punti:

1) L’unico risultato che vogliamo ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la nostra volontà.

2) Quando c’è la nostra volontà vogliamo essere strusciate, palpate, baciate e anche di più: vogliamo strusciare, palpare, baciare e tutto quanto segue.

Postilla: Se non avete capito che aderire alla campagna metoo non significa promuovere il cilicio e praticare la castità ma scegliere una sessualità positiva e propositiva, partecipe e gaudente, sperimentale e gioiosa [ommioddìo quindi il sesso piace anche a loro] allora avete già perso il gioco della seduzione amici cari e vi resta da fare soltanto una cosa ma non sarò io a suggerire quale.

E una volta per tutte finitela di dire che #metoo è l’origine di tutto. #Metoo è un fenomeno contemporaneo a #balancetonporc e #quellavoltache. Chiedetevi perché in tanti paesi diversi sono nati movimenti così simili nello stesso momento: potrebbe essere la volta buona che capite cosa sta succedendo.

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Ringrazio Silver a cui ho fregato questa epica vignetta.

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Tavolo 86

Stavolta condivido un pezzo che non ho scritto io ma che mi ha colpita molto. Durante una discussione sulla mia bacheca, Serena ha messo insieme queste parole che non volevo andassero perdute. Le ritengo importanti, oneste, necessarie e per me è un piacere dar loro risalto con il mio piccolo blog. Il motivo del contendere è lo scontrino, anzi il prescontrino emesso da un ristorante romano in cui si poteva leggere la dicitura “tavolo 86 – ciccione” (minuscolo) e la cui vicenda è descritta qui.

 

Ciccione, anzi, ciccione, con la minuscola come l’hanno scritto, è ciccione. Aggettivo che da sempre viene usato per dileggio e sempre più spesso proprio dispregiativamente. Mi colpisce la quantità di giustificazioni che viene portata a difesa del presunto diritto di scrivere questa roba sul preconto. Apprezzo molto la schiettezza di chi spiega che sono i soprannomi* dati ai clienti per gestire gli ordini, perché è così, è quello che si fa, però poi se toppi, ti becchi le conseguenze e zitto. E invece sembra di no. Era il cameriere, era il soprannome, addirittura per tanti, in un ambiente di cinesi, quasi la certezza del cognome.

Perché? Secondo me perché c’era scritto ciccione. Se ci fosse stato scritto frocio, lesbica, comunista, ebreo, muso giallo o nero, terrorista Isis, sono sicura che la reazione sarebbe stata diversa ed univoca, di totale sdegno e condanna. Ma hanno scritto ciccione. L’insulto (con tutti i suoi derivati) principe del body shaming. Principe, perché li ci potresti fare qualcosa. Potresti e dovresti rimediare, evitare, prevenire. E non lo fai. Addirittura non vuoi, gravando sul bilancio della sanità e, sia mai, sul senso estetico di tanti raffinati cultori di bellezza.

Pelato, sgorbio, culone, avrebbero avuto lo stesso riscontro forse, anche se, sono sicura, più leggero, perché li, sì, dovresti e potresti rimediare ma non c’è volontarietà. Il ciccione invece se la cerca, se la vuole e se la mantiene. Quindi se viene appellato come tale non è grave. Il censore interiore va di scatto a cercare una via d’uscita x l’offendente, perché sostanzialmente giustificato.

Seconda riflessione, sul perché sarebbe meno grave se tale termine si riferisse al cameriere. Perché il cameriere viene pagato. E no, non è meno grave per niente. Pagare non è comprare, il compenso è per il lavoro, non per la libertà di dileggio. In un mondo che tanto tiene alle forme e alla correttezza, la bussola mi pare impazzita parecchio.

Serena Badalassi

 

* Questo è il preconto, non deve andare al cliente. In pratica è quello che esce nei punti dove si preparano le domande (di solito bar e cucina) nei locali dove gli ordini si prendono elettronicamente. Ciccione è un modo per individuare il cliente nella sala. Spesso i camerieri quando i coperti sono tanti devono fissare in testa delle caratteristiche per non sbagliare comanda. Per quanto possa sembrare brutto, si vede che il suo essere ciccione lo individuava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’immagine di apertura: Lisandro Rota, Destinazione paradiso http://www.lisandrorota.it/

Il peso è mio, me lo gestico io

Ogni giorno c’è un appuntamento fisso col body shaming. Prevalentemente per le donne che, malgrado tutto, sono sempre in qualche modo inadeguate. Quando si parla di peso la vergogna sociale si allarga e un po’ se la beccano anche gli uomini ma le donne sono senza dubbio obiettivi privilegiati di insulto per l’imposizione di dover piacere sempre a qualcuno. I pregiudizi vanno in decomposizione ma sono davvero duri a morire. Oggi mi è capitata sott’occhio la foto di Ashley Graham che fa sport in bikini sulla spiaggia e questi che allego sono i commenti. Nella media sembrano diventati più buoni ma forse era solo che stavo guardando nel posto sbagliato.

Questo non è mostrare con orgoglio le curve ma problemi di salute nella specie sovrappeso quindi smettiamola con sti finti buonismi come non va bene l’eccessiva magrezza.

Quante storieee… secondo me, Ashley è obesa e ha un bel problema di autovalutazione… oppure fa finta vedendo vantaggi economici..

A me tutto questo esibizionismo del corpo ha stufato. E manifestazioni di questo genere dubito possano curare i complessi di inferiorità di chi non ha un corpo perfetto. Io non trovo sia così sbagliato riscoprire il valore del pudore che non significa andare in giro col burqa ma nemmeno esporsi come delle bistecche di manzo dal macellaio.

Di questi tempi oppure sei vegano, salutista, palestrato ecc oppure ti vanti di essere balena e sfoggi la tua cellulite e cosce sproporzionate sui social col pretexto del body positivism.

Avete rotto con questa che di bello non ha nulla, non e’ curvy un cavolo e’ obesa.

Le curvy sono altre …sta qui è Obesy

Finalmente nel suo habitat naturale  [figurina della balena]

Alcuni dei commentatori si credono perfino spiritosi. Ashley Graham è questa ragazza qui ma è molto più facile che l’abbiate vista in costume.

Come Ashley Graham, Tess Holliday, Mia Tyler e altre modelle sono oggetto di attacchi molto violenti per il loro peso e il loro aspetto. Lo sono perché sono esposte e fanno notizia. Ma come loro vengono attaccate anche molte donne che compiono un atto di lesa maestà non conformandosi al modello dominante. In questo post parlerò del bullismo verso di loro e tutto ciò che dirò vale per le donne in sovrappeso come per quelle in sottopeso, troppo magre, con poche tette, il sedere troppo piatto o le cosce secche. Anche per quelle come Elisabeth Lizzie Velasquez, nata con una sindrome che non le fa accumulare peso e per questo bollata come la donna “più brutta del mondo”.

Hate speech: non c’è altra definizione per questi commenti. Parole e discorsi che hanno l’unico  scopo di esprimere intolleranza verso una persona o un gruppo. Visto che spesso la scusa utilizzata per attaccare le persone in sovrappeso è quella della salute eccomi qui: sto perdendo peso, faccio una vita sana, ho una dieta impeccabile. Ho perso 10 chili e ne perderò altri.

Non dimagrisco perché un/a deficiente qualsiasi mi ha detto che non vado bene. Non dimagrisco nemmeno per piacere al mio compagno. Non dimagrisco per essere accettata. Dimagrisco perché ho deciso io di farlo e le uniche persone a cui permetto di definirmi in base al mio peso sono i miei medici.

Ne ho tre: una endocrinologa, una psicologa e una alimentarista. L’esperienza più interessante di questo percorso è stata quella con la psicologa che ha dovuto verificare se non avevo binge, bulimia o iperfagia. Se non conoscete queste parole cercatele: vi si aprirà un mondo.

Dandyna, una ragazza italiana che usava il blog per parlare di questi disturbi, nel 2006 decise di raccontare la sua storia. Leggendola si capisce una cosa tanto semplice quanto ignorata: l’ecces siva magrezza e l’eccessivo peso sono una questione di gradi. “Ho avuto l’anoressia a 14/15 anni, l’iperfagia a 16/17/18, e la bulimia dai 19 a ora”. Dandyna prima è dimagrita oltremisura e poi è raddoppiata di peso.

Io non sono bulimica e non mi capitano binge: mi piace mangiare e non me vergogno. Anche con l’alimentazione attuale continuo a provare il piacere del cibo e mi privo di ben poco. Non rinuncio agli aperitivi, alle pizze e alle grigliate. Strano vero? Non mi sento in colpa, non mi vergogno e addirittura mi piaccio. Mi piaccio non per i 10 chili persi né per quelli che perderò.

Mi piaccio perché mi piacciono il mio volto e il mio corpo. Mi piaccio per come mi vesto e per i profumi che scelgo. Mi piaccio perché gli amici mi hanno sempre accettata. Mi piaccio perché il peso non è mai stato un problema né un impedimento a intessere rapporti affettivi e ad avere una soddisfacente vita sessuale. Ovviamente, ho dovuto imparare a piacermi e i luoghi comuni in cui siamo costantemente immersi non mi hanno aiutata.

Quello che tanti ignorano è che con 10 chili in meno non ci si sente più belle o più accettate. Tempo fa, nonostante io non sia mai stata particolarmente magra, ero come voi che non riuscite a guardare con serenità alle persone obese. Ma ho sempre avuto chiaro, a differenza di voi, che il problema era dentro di me non dentro di loro.

Finalmente sono entrata in cura: l’ho fatto in modo serio, presso un reparto ospedaliero. Mi vergognavo come una ladra a trovarmi in mezzo a quelle persone. Non volevo essere come loro anche se lo ero. Poi ho cominciato a notare qualcosa di strano. C’erano sì persone in sovrappeso e anche molto, ma c’erano pure persone magre e anche molto. C’erano gli adulti e c’erano i bambini: figli obesi di genitori magri e viceversa.

Mi veniva istintivo confrontarmi. Chi è stato in sovrappeso almeno una volta lo sa: guardi gli altri come termine di paragone per cercare la tua sicurezza. “Sì vabé − pensi − ma forse sono più magra di lei”. Dopo la mia prima visita, uscendo dall’ascensore, ho visto una bellissima ragazza. Non esagero, era davvero molto bella e molto in sovrappeso. Ci siamo salutate con lo sguardo, come al solito ho fatto la valutazione di come appaio e sì, ero meno di lei. Mentre stavo per uscire dal reparto l’ho sentita dire a chi la accompagnava: “Ho perso 40 chili. Fino qui ci sono arrivata”.

Questa frase sentita per caso, insieme al mio solito pensiero comparativo, è stata un pugno nello stomaco. Quanta accidenti di determinazione ci vuole per perdere 40 chili? Questa giovane donna lo aveva fatto e io la stavo soppesando stupidamente per il suo aspetto. Non mi sono sentita cattiva: mi sono sentita scialba, banale, ordinaria. Perché guardavo lei e me stessa non con i miei occhi ma con gli occhi del luogo comune. Quanto pesi? Quanto appari grassa? Quanto riesci a sembrare normale?

Io non voglio la compassione di nessuno: sono ingrassata perché ho mangiato. Ma sono ingrassata più del normale perché il mio corpo ha un metabolismo incasinato. Quindi non mi vergognerò perché qualche deficiente non capisce una cosa così ovvia.

Adoro il cibo, come adoro il sesso, il cinema, le buone letture, gli aperitivi e la compagnia. Perché sì: il cibo significa socialità ed è un aspetto che pochi considerano. Per stare insieme ci andiamo a fare l’aperitivo, andiamo a mangiare una pizza, invitiamo gli amici a cena e ci facciamo invitare. Il cibo è esso stesso socialità. Chi infama le persone obese nella migliore delle ipotesi non ha capito niente della vita sociale, nella peggiore basa la sua autostima su una cosa pericolosamente fragile come il sentirsi migliore degli altri.

Sapete come ho cominciato la mia prima dieta? Non avevo ancora vent’anni, facevo gli allenamenti di nuoto, pesavo 56 chili. Commisi l’ingenuità di ascoltare un ragazzo che mi piaceva, uno più grande di me. Mi disse ridendo che ero grassa: forse non lo pensava nemmeno, era solo uno scherzo idiota. Decisi di andare da un alimentarista. Persi sei chili e quando mi disse che non dovevo dimagrire ancora, mollai l’alimentarista e continuai a perdere peso. A distanza di anni mi sono ricordata di quel tizio che pretendeva di giudicarmi: aveva un grave problema fisico e temeva sempre di essere schernito.

Ci si può amare benissimo con tutti i chili in più e si può essere belle: non intendo semplicemente sentirsi belle ma proprio esserlo. Posso dire con certezza che non sono i chili in meno a farci sentire migliori. Ci si sente meno gonfie, ci si vede il viso più sottile, ci si sentono gli abiti ampi. E basta. Sto dimagrendo perché devo curare una disfunzione metabolica, la stessa che finora mi ha impedito di perdere peso nonostante stessi in regola.

Sono più bella? Non credo. Sono solo più magra e sto riprendendo in mano la mia vita. Per farlo non rinuncerò a un solo aperitivo con gli amici, né a un’uscita a cena, né a sfoggiare un rossetto nuovo, né a un solo abito che mi piace. Di questo potete starne certi.

 

Manuale per una lettura critica della stampa

A) STRUTTURAZIONE DELL’INFORMAZIONE NEL PERIODICO

1. LOCALIZZAZIONE ED ESTENSIONE DELLA NOTIZIA

Il luogo e lo spazio che occupa una notizia influisce in maniera fondamentale nella sua percezione da parte del lettore, relativizza la sua importanza e favorisce il fatto che una determinata informazione possa passare più o meno inosservata in funzione degli interessi del periodico. Sotto l’apparenza di stare informando in maniera dettagliata sopra una gran quantità di fatti di attualità, i media stabiliscono in realtà una gerarchizzazione interessata degli stessi, secondo la loro localizzazione ed estensione, che privilegia quindi certe notizie ed emargina e quasi occulta altre.

Si possono considerare varie forme di risaltare o nascondere una notizia che dipendono dal luogo e dallo spazio che occupa:

1.1 Secondo le pagine dove appare

Le notizie in copertina e nelle prime pagine sono quelle che si leggono per prime dato che risaltano fra le altre come le più importanti. Influiscono dunque sopra i lettori dandogli come già selezionati alcuni centri di interesse a scapito di altri. Nella stessa maniera si può risaltare di più una notizia se si presenta in una pagina dispari poiché si presta più attenzione a quella (è più “in vista”). Di fatto, inserire un annuncio in una pagina dispari è sempre più caro che in una pagina pari, perché risulta più visibile.

1.2 Secondo la sua ubicazione nella pagina

Se è situata, per esempio, negli angoli superiori, sopra tutto quelli a destra, una notizia salta più agli occhi che in altre posizioni. La composizione finale della pagina può quindi servire per emarginare certe notizie e risaltare altre.

1.3 Secondo la sua estensione

L’ampiezza di una notizia, vale a dire: il numero di pagine che un periodico le dedica e quello dei giorni che lo mantiene “di attualità” sono un buon metro dell’interesse che il periodico vuole dare (e che i lettori diamo) ad un determinato argomento.

Un esempio che illustra i punti anteriori lo troviamo in El Mundo 27-5-99 (vedi pag. 38) che dedica la copertina e le due prime pagine interne al processo di Milosevic da parte del Tribunale de L’Aia (il giorno successivo appare una nota in prima pagina ed una pagina interna -vedi pag. 39 – così come successivi commenti al riguardo durante le settimane posteriori). La denuncia, in cambio, che la Yugoslavia presenta nello stesso tribunale contro la NATO solo si merita in quello stesso giornale del giorno 3 di Giugno mezza colonna in una pagina (pari) interna (vedi pag. 40).

1.4 Secondo la sezione in cui appare

Tutto il giornale è suddiviso in sezioni, in base generalmente a due criteri distinti:

Sezioni di estensione o portata: Opinione, Internazionale, Nazionale, Regionale, e incluso Locale. Determinano la rilevanza o la portata che ha una notizia.

Sezioni specializzate: Società, Cultura, Economia, Sport, ecc. Determinano il carattere o l’interpretazione della notizia.

Questa suddivisione della realtà non è implicita nei fatti, ma dipende dal criterio soggettivo di ogni periodico. In teoria suddivisione in queste sezioni si realizza per ordinare l’informazione e facilitare la sua comprensione.

Però, oltre il proposito di organizzare le informazioni, l’assegnazione di una notizia ad una o un’altra sezione di solito ha un’influenza importante sopra la sua rilevanza e diffusione, e sopra l’interpretazione che gli si da.

a) Effetti sulla rilevanza e la diffusione

Tutte le sezioni non hanno la stessa importanza né diffusione, ma hanno una gerarchizzazione. Quanto prima si ponga una sezione, normalmente le sue notizie saranno più risaltate. L’ordine delle sezioni varia a seconda dei periodici, ma di solito è: Opinioni, Nazionale, Internazionale, Società, Cultura, Regionale (diffusione che non oltrepassa la regione corrispondente), Economia.

La collocazione di una notizia in una o un’altra sezione, anche se spesso può risultare abbastanza ragionevole, altre volte risulta senza dubbio arbitraria e discutibile. Così la scelta della sezione può avere l’effetto di risaltare molto o emarginare totalmente un avvenimento.

Per esempio, la sezione delle Opinioni (contiene gli Editoriali ed i colonnisti ed umoristi più prestigiosi) è, per la sua collocazione, una delle più lette di qualsiasi testata. Ed il criterio per decidere se un fatto si merita o no di essere commentato in Opinioni, o come “argomento del giorno” negli Editoriali, è totalmente arbitrario. Si tratta semplicemente di ciò che il giornale considera più rilevante.

Nel caso delle altre sezioni, anche se i criteri di collocazione sono di solito più chiari, ci si può trovare ugualmente un certo grado di arbitrarietà. Risulta spesso abbastanza arbitrario e interessato il fatto che, per esempio, a molte dichiarazioni dei politici, estratte dai loro continui “deliri”, bisticci e strategie, gli si attribuisca importanza nazionale, mentre si relegano quasi tutte le mobilitazioni sociali importanti a sezioni “più discrete” come Società, Regionale (che non vengono diffuse al di fuori della regione) o incluso Economia.

Per esempio, alle dichiarazioni del politico nazionalista basco Arzallus, estratte da un discorso fatto in una festa regionale, El Paìs del 25/4/00 gli da una portata Nazionale (ed internazionale, per coloro che leggano questi periodici fuori da questo stato, vedi pag. 41). Mentre una protesta effettuata da agricoltori di tutto il paese che si riunirono a Madrid per manifestare il loro malcontento per il rialzo del prezzo del petrolio, il Diario 16 del 4/5/99 (vedi pag. 42) non la riporta nella sezione Nazionale ma in quella di Madrid, per cui la diffusione e risonanza di una protesta di carattere nazionale non supera in questo caso il ristretto ambito regionale.

Da un’altro aspetto, a parte gli effetti sulla diffusione della notizia, l’aggiudicare un fatto a Nazionale o a Regionale influenza logicamente l’idea che il lettore si fa sulla sua rilevanza, come qualcosa di aneddotico o qualcosa che arriva ad interessare tutto il paese.

Però a volte si può verificare un effetto inverso nella relazione fra le sezioni Internazionale e Nazionale. Nonostante entrambe abbiano la stessa diffusione, l’inclusione di una notizia in Internazionale può cercare un effetto di lontananza conveniente (in questioni scomode o delicate). Di modo che un fatto che ci interessa in maniera importante è presentato come qualcosa di distante, estraneo alla nostra realtà più immediata e per tanto poco rilevante. Di solito questo succede in ciò che riguarda le riunioni ed accordi di organismi internazionali su temi militari (NATO, OCDE), economici (FMI, WTO) o incluso alimentari (Per esempio, la discussione sugli alimenti transgenici ci suona come qualcosa che sta succedendo “lì fuori”, quando in realtà è molto tempo che li stiamo consumando).

b) Effetti sull’interpretazione

Però è soprattutto con la collocazione in “sezioni specializzate” dove il periodico sta offrendo una chiara interpretazione previa del fatto, quindi ognuna di queste sezioni apporta un punto di vista proprio. Queste sono a diffusione nazionale, però in generale risultano più marginali delle “sezioni di estensione o portata” Nazionale e Internazionale, quindi all’interno della gerarchizzazione si situano sempre dopo di esse.

Sono inoltre sezioni dirette a un pubblico “più specializzato”, e ciò le rende ancora più marginali (come la sezione Società, autentico “ripostiglio” in cui si mescolano notizie di interesse sociale con fatti, scoperte scientifiche, ed altre curiosità ed aneddoti morbosi) o più ristrette (come la sezione Economia

Affari, che utilizza persino un gergo proprio pieno di tecnicismi).

Così succede che a certi fatti di interesse generale gli si da meno importanza collocandoli in sezioni specializzate come Società, o si restringe la sua lettura ad un “pubblico selezionato” situandoli in Economia.

Per esempio, in “El Paìs” del 30/5/99 (pag. 43) figura nella sezione di Affari-Economia una pagina intera dedicata alla Turchia sotto il titolo “Nonostante tutto Expotecnia viaggia a Istambul”. Leggendo l’articolo scopriamo che non tratta solo dati economici o commerciali, ma che apporta informazioni molto dettagliate sopra questo paese: situazione politica, relazioni con la Spagna, problema kurdo, conflitto con il governo basco per l’intenzione di questo di ospitare il governo kurdo in esilio, ecc. Vale a dire, fatti di chiaro interesse generale e non esclusivamente commerciale, come suggerisce la sezione in cui è situata la notizia. Però la sua lettura è rimasta ristretta ad impresari ed economisti.

Un altro buon esempio è quello di una notizia sulla scoperta che lo Stato Svedese ha applicato politiche di massiccio “miglioramento razziale” (mediante la sterilizzazione di persone considerate inferiori, per evitare la loro riproduzione), durante più di 40 anni e fino a quattro anni fa. Un fatto tremendamente scandaloso, che il giornale ABC del 29/3/00 (pag. 44) relega alla fine della sezione Società, insieme ad una notizia sopra un incidente di sciatori in Austria e morbose informazioni sui riti criminali di una setta apocalittica africana. La notizia passa così abbastanza inosservata, ed è interpretata in chiave aneddotica e morbosa.

In generale, l’inclusione di un fatto in una sezione specializzata si suppone che gli dia un determinato punto di vista, ugualmente specialistico, scartando altre interpretazioni che potrebbero essere altrettanto o più valide.

Per esempio, l’ABC del 1/6/99 (pag. 45) include nella sezione Economia una notizia intitolata “Convocato uno sciopero dei minatori per oggi e domani”, dando a questa un trattamento esclusivamente economico, come corrisponde alla sezione. Così non vengono trattati gli aspetti umani, sociali e del lavoro della protesta e della situazione dei minatori.

Riassumendo, uno stesso fatto si può dirigere a gente molto differente, ed interpretare in maniera molto differente a seconda della sezione specializzata in cui si includa.

Per terminare, un buon modo per sopradimensionare un fatto e generare molta attenzione su di esso è includerlo contemporaneamente in più sezioni del periodico, di modo che arriva a tutti i lettori. Per esempio, ripetendo i successi economici di un governo simultaneamente in Opinioni, Internazionale, Nazionale, Economia, Società, ed incluso negli articoli dei supplementi domenicali. Molti fatti possono essere affrontati ed interpretati da molti aspetti e punti di vista contemporaneamente, però il periodico lo fa solo quando gli risultano specialmente interessanti.

 

2. CONTORNO / CORNICE NELLA QUALE È INSERITA LA NOTIZIA

La cornice in cui si inserisce la notizia, vale a dire le altre notizie, coi loro titoli e foto, che la circondano, può influire in maniera importante sulla sua interpretazione. La maggior parte delle volte la cornice di una notizia è abbastanza casuale, o risponde alla logica delle sezioni tematiche, dello spazio disponibile, ecc. Però più spesso di quanto si possa pensare, si “disegnano” le pagine (selezione e collocamento strategico di notizie, foto, redazione di titoli, ecc.) perché anche il contorno influisca su una notizia, rafforzando così il “messaggio” negativo o positivo della stessa, smentendola, coprendola o, al contrario, risaltandola. Il “disegno” della pagina, nel suo insieme, può convertirsi in un meccanismo molto sottile di interpretazione della realtà, provocando l’associazione più o meno cosciente di idee e notizie che formalmente sono indipendenti e che non sono relazionate esplicitamente.

Un esempio chiaro si vede in El Paìs del 24/12/98 (pag. 46). La copertina riporta “Barrionuevo e Vera escono oggi dal carcere dopo l’indulto del Governo”, vale a dire, sono liberati nonostante la loro provata implicazione nel terrorismo di stato dei GAL (organizzazione illegale, ma tacitamente consentita, di poliziotti e “guardia civil” spagnoli che si dedicavano a perseguitare ed uccidere sospetti appartenenti all’ ETA). Questa notizia viene messa giusto sopra la foto di copertina relativa ad un’altra questione, con la seguente didascalia: “Ormai non ci sono più detenuti dell’ETA nelle isole Canarie”, e mostra un’auto della “Guardia Civil” (corpo di polizia simile ai Carabinieri) vicino ad un aereo militare. Due notizie in colonna, alla destra della pagina, completano la cornice: la prima, la dimissione di due ministri britannici per aver nascosto un prestito; la seconda, la condanna per corruzione dell’ex-vicepresidente Belga.

Questa composizione non è casuale: l’indulto e scarcerazione di due ex-membri del governo spagnolo per un crimine di terrorismo di stato, ha senza dubbio una componente scandalosa che si pretende neutralizzare in due maniere. Da una parte, si vuole affermare che anche col terrorismo dell’ETA si agisce in maniera benevolente, con l’avvicinamento di alcuni detenuti. Da un altro lato, si mostra la “normalità” che è la corruzione dei politici incluso in paesi “democratici da sempre” come Gran Bretagna e Belgio.

Un altro caso di uso manipolativo del contorno è l’abituale collocazione di notizie sopra occupazioni (sgomberi violenti, processi o manifestazioni conflittuali) nella sezione Nazionale vicino a notizie sopra Jarrai e la “kale borroka” (violenze e vandalismi urbani perpetrati dall’ETA) nei Paesi Baschi, seguendo la tattica del Governo di relazionare entrambi i fenomeni, presentando al movimento dei centri sociali come infiltrato e contagiato dai protagonisti della guerriglia urbana basca. Data la mancanza di prove in proposito, si fa uso di tecniche manipolative come questa.

 

3. FOTOGRAFIE ED ALTRO MATERIALE GRAFICO

Insieme ai titoli, le foto ed altro materiale grafico (disegni, schemi, cartine, ecc.) sono gli elementi di una notizia che attraggono maggiormente l’attenzione su di essa. Senza dubbio, il fatto di aggiungere o meno una foto ad una notizia, così come la sua grandezza, influisce poderosamente nel risaltare o sminuire il fatto riportato. Questa è un’altra tecnica che possiede il periodico per imporre ciò che considera fatti interessanti ed emarginare quelli che non gli interessano.

Un esempio molto comune di questa attitudine sono le notizie che si riferiscono all’ultima novità di qualche scandalo politico o qualche dichiarazione ufficiale, che di solito includono la fotografia del/la ministro/a o politico/a di turno, spesso fin troppo conosciuto dai cittadini medi, per cui questa foto non sta adempiendo nessuna funzione informativa né di verifica, ma semplicemente serve per richiamare l’attenzione e risaltare la notizia in questione.

Un buon esempio di quest’ultima cosa lo troviamo nel periodico ABC del 17/5/99 (pag. 47), in una tipica notizia di accuse e corruzioni politiche che vede come protagonista il primo ministro Spagnolo Aznar, che è accompagnata da una foto dello stesso Aznar. La foto non aggiunge assolutamente nessuna informazione ulteriore, dato che il volto di Aznar è sufficientemente conosciuto; e oltretutto non è nemmeno stata scattata nel momento in cui realizzò queste accuse, ma si tratta di una foto di archivio. Evidentemente in questo caso l’unica funzione di questa foto è risaltare la notizia attraendo l’attenzione dei lettori.

 

4. STRUTTURAZIONE DI UNA NOTIZIA: LA “PIRAMIDE ROVESCIATA”

Perché l’informazione data da una notizia sia pienamente comprensibile deve rispondere per quanto è possibile alle 6 domande basiche: cosa / chi / come / quando / dove / perché?

Le risposte (normalmente nel solito ordine) dovrebbero apparire nello svolgimento della notizia, ma i media non prestano la stessa attenzione a tutte.

Questa gerarchizzazione delle domande, per privilegiare quell’informazione che il media considera più importante, viene determinata per ciò che nel vocabolario giornalistico si conosce come la tecnica della “piramide rovesciata”, che è la forma classica di scrivere una notizia (quella che si insegna nelle facoltà e scuole di giornalismo). La piramide rovesciata struttura l’informazione nella seguente maniera:

  1. Titolo e trafiletto (riassunto in grassetto).
  2. Il fatto centrale della notizia.
  3. Antecedenti e conseguenze (contestualizzazione).
  4. Altri dati complementari (ampliazione del tema e relazione con altri fatti)

Secondo questo schema, la cosa meno rilevante è il contesto (il perché?) nel quale si produce un fatto e le sue relazioni con altri avvenimenti, dunque ciò che, seguendo la piramide rovesciata, si suole lasciare in fondo. A causa della gran quantità di notizie che contiene un giornale, la maggior parte dei lettori leggono solo titoli e trafiletti, dove ciò che risalta è il che? ed il chi? Vale a dire, si tende a descrivere il fatto isolato, fuori del contesto e svincolato da altre realtà relazionate, dato che poca gente è solita arrivare fino alla fine del testo della notizia (a meno che le interessi in particolar modo), per cui il contesto ed altri dati complementari sono di solito condannati a passare abbastanza inosservati.

D’altra parte, quando il/la redattore/trice capo ha problemi di spazio per inquadrare tutte le notizie nelle pagine, taglia sempre i testi iniziando dalla fine, per cui, la prima cosa che sparisce da una notizia è la connessione con altri fatti e la sua contestualizzazione. Questa forma di strutturare e trattare la notizia rende difficile la piena comprensione di ciò che è accaduto, quindi possiamo vedere come la stessa logica di redazione di un giornale tende ad emarginare e sacrificare gli elementi che normalmente permettono di capire più profondamente la realtà dei fatti: cause e contesto dei fatti, relazione con altri avvenimenti, ecc.

E per gli stessi motivi tende a risaltare esageratamente le cose più aneddotiche: il che? immediato (avvenimento isolato), il chi? (personificando eccessivamente molti fatti, creando personaggi pubblici o di attualità) ed il come? (i dettagli più spettacolari di come è successo il fatto, ecc.). Questo si nota molto nelle notizie relative a conflitti sociali, movimenti sociali, ecc.

4.1 Titoli e trafiletti

I titoli risaltano gli aspetti della notizia che interessa mettere in evidenza. Insieme alla fotografia, è di solito l’elemento più appariscente di una notizia, poiché funge da sintesi e richiamo dell’attenzione. Come sintesi (una frase) non lascia spazio a sfumature, è sempre abbastanza semplicista. Come richiamo tende a cercare lo scandaloso.

La curiosità è che a volte i titoli e i trafiletti iniziali non corrispondono al contenuto reale della notizia (il corpo del testo) o con le cose più importanti di questa, o incluso possono arrivare a falsare la notizia riportata. Dato che, come già abbiamo commentato, è provato che la maggior parte dei lettori leggono principalmente i titoli, qualche trafiletto iniziale (se ci sono), e leggono solo poche notizie complete, l’immagine che si formano su determinati argomenti dei quali normalmente facciano questa lettura tanto superficiale può risultare molto deformata. Il fatto che i titoli siano più manipolativi dei testi ha quindi un’importante effetto di disinformazione.

Quest’ultimo caso è chiaro in El Paìs 17/4/99 (pag. 48). Il titolo della colonna dice: “Il Pentagono sospetta che Belgrado tenga un arsenale chimico”. Sorprendentemente, il contenuto della notizia denuncia l’utilizzazione costante da parte del Pentagono di propaganda e soffiate alla stampa di “sospetti” di questo tipo (certamente, impossibili da confermare), come un’arma in più per demonizzare determinate persone o paesi (Milosevic adesso e prima Saddam Hussein) e giustificare davanti all’opinione pubblica le sue guerre. La stessa notizia che rende conto della manipolazione informativa sta, essa stessa, effettuando la stessa manipolazione alla quale si riferisce, per la maggior parte dei lettori che leggono solo il titolo di una notizia secondaria.

Un altro buon esempio è il titolo della notizia di El Paìs del 13/2/99 (pag. 49), il quale valuta in modo tagliente come fallimento il tentativo di IU (Izquierda Unida, partito di sinistra Spagnolo) di raccogliere 500.000 firme per la legge delle 35 ore (“IU fallisce nel suo tentativo di raccogliere 500.000 firme per le 35 ore”). Però leggendo il testo si scopre che il termine per raccogliere le firme non è ancora scaduto, per cui ancora non si può affermare in nessun modo che l’iniziativa sia un fallimento. Di fatto, tre mesi dopo (il 23 Maggio) IU era riuscita a raccogliere fino a 700.000 firme.

4.2 Decontestualizzazione

Anche nel caso in cui una notizia proponga informazione che risponda alle 6 domande, il “perché?” può essere spiegato solo in base alle sue ragioni più immediate e accessorie, senza permettere al lettore di arrivare a capire la situazione di partenza che originò il fatto.

Anche se la realtà è molto complessa ed i fatti non si producono in forma isolata, sulla stampa di solito sono presentati come fatti indipendenti, senza nessun vincolo con altre questioni ed aspetti della stessa realtà che sono spesso la loro causa ed origine. Il contesto passato e presente di una notizia è fondamentale per poter comprendere ed analizzare una realtà e, a partire da questa analisi, valutare e formarsi una opinione propria su quello che succede. Nella misura in cui il al lettore manchino elementi coi quali valutare l’origine e l’ampiezza di un fatto per formarsi una propria opinione in merito, risulterà più facile al giornale imporre la sua.

La decontestualizzazione può essere di due tipi:

a) Decontestualizzazione storica: Omissione di antecedenti politici, economici, sociali, internazionali, ecc. che permettano analizzare e comprendere fatti e situazioni attuali.

b) Notizie-puzzle: Dispersione e frammentazione dei differenti aspetti e cause/conseguenze di un fatto, di modo che si complica o impedisce la visione d’insieme e gli effetti che derivano da questo. La frammentazione si può fare nel tempo (pubblicazione in date distinte) e/o nello spazio (distribuendo nelle varie sezioni del periodico gli aspetti economici, sociali, internazionali ecc. di uno stesso fatto), svincolando quindi il fatto dal suo contesto attuale.

Un esempio di come questa struttura piramidale complica la comprensione globale dei fatti lo troviamo nel Diario del 16/7/99 (pag. 50). La notizia ha come titolo: “Il presidente dell’Ecuador cede alle proteste ed abbassa il prezzo della benzina”. I primi quattro paragrafi e parte del quinto (ed ultimo) si limitano a rispondere alle sei domande di base: in Ecuador (dove?) il Presidente Jamil Mahuad (chi?), alla fine (quando?) cede alle proteste riducendo e congelando il prezzo del combustibile (che? come?), col fine (perché?) di abbassare la tensione sociale e di far finire lo sciopero dei trasportatori, e le proteste degli indigeni, sindacati ed altri settori sociali.

Fin qui non fa altro che completare il titolo con dati illustrativi però non chiarificativi, come la percentuale dell’ultimo aumento del prezzo del combustibile, il giorno concreto in cui i trasportatori iniziarono lo sciopero, il tempo che si prevede che duri la congelazione dei prezzi, ecc. però ciò che si spiega appena è perché gli indigeni stanno assediando la città. Solo alla fine, nelle quattro ultime linee, per i pazienti e scarsi lettori che leggono le notizie fino alla fine, introduce la frase “rinuncia a certe manovre (ajustes) “, da cui si può dedurre che le proteste non sono solo per il rialzo del petrolio, ma per tutto un piano di manovre dello stato. Questo probabilmente era stato imposto da organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, …), ed è probabile che contemplasse tagli alle spese sociali ed imposizioni agricole ed industriali che, possibilmente, stessero peggiorando la situazione della popolazione di un paese molto impoverito.

Però tutto questo, che ci darebbe la chiave per comprendere realmente l’origine di ciò che sta succedendo in Ecuador, solo possiamo supporlo, poiché in questo caso il periodico non ha spazio per parlare di quello, almeno mentre stanno informando sulla “realtà” di un paese in una sezione tanto letta quanto quella Internazionale. Senza dubbio, alcuni dati che permettono comprendere molto meglio questi fatti si trovano in El Paìs del 25/7/99 (pag. 54) anche se nel supplemento Affari, diretto ad impresari e “specialisti” economici. Così il contrasto politico e popolare viene preso come “un ostacolo alla stabilità economica del paese” (da tenere in conto per gli oppositori), ed appaiono dati del contesto che lasciano capire la causa di questa sollevazione popolare, come gli accordi del paese con il FMI ed il risanamento bancario previsto che avrà un costo di 2500 milioni di dollari.

Un buon esempio di decontestualizzazione a puzzle lo troviamo in El Paìs 11/11/98 (pag. 52): nella copertina della sezione Economia-lavoro appare la notizia intitolata “Il governo Brasiliano taglia il 40% dei preventivi per le spese sociali”. La notizia, piena di numeri e percentuali, scarseggia senza dubbio della minima contestualizzazione che permetta di capirla. Principalmente, perché non si menziona in nessun momento la causa di un taglio così tremendo, vale a dire, gli antecedenti del fatto: Che cosa spinge il governo Brasiliano a ridurre in maniera così brutale le spese sociali? Si tratta di una notizia redatta fuori dal suo contesto preciso e per la maggior parte dei lettori rimane una informazione aneddotica e poco comprensibile.

Quattro mesi dopo, nel medesimo periodico e sezione, El Paìs 09/03/99 (vedi pag. 53), appare una notizia intitolata “il FMI indurisce le condizioni per aiutare il Brasile”. Di nuovo si tratta di una notizia molto tecnica, piena di dati macroeconomici riferiti alla situazione brasiliana ed alle imposizioni del FMI. In questa occasione la decontestualizzazione si produce al non menzionare in nessun momento le conseguenze sociali delle dure misure economiche imposte dal FMI. Per questo il lettore non può apprezzare la trascendenza della notizia, che rimane una notizia di difficile comprensione.

Adesso, se uniamo le due notizie che si riferiscono ad uno stesso fatto però separate artificialmente, riusciamo a ricomporre parte del puzzle, e comprendere meglio ciò che sta succedendo in Brasile. Però sembra che El Paìs abbia voluto evitare tutto questo, non facendo da un lato nessuna allusione alla responsabilità del Fondo Monetario Internazionale nei duri tagli sociali in Brasile, e dall’altro ignorando le conseguenze sociali delle misure imposte da questo organismo internazionale.


 B) IL LINGUAGGIO

1. IL LINGUAGGIO SCRITTO

La redazione della notizia occulta spesso, sotto la facciata della neutralità ed oggettività, la valutazione del

la giornalista e del media per il quale lavora. Possiamo distinguere diverse tecniche per far scivolare, mediante il solo uso dell’espressione scritta, l’opinione dei redattori sopra l’informazione che ci offrono:

1.1 Tono

linguaggio orientato

L’uso, a seconda dei casi, di un tono trionfalista, peggiorativo o di condanna tagliente, presentando come indiscutibile la valutazione positiva o negativa di un fatto a traverso il linguaggio, per togliere ogni dubbio e dibattito in merito.

Un esempio lo troviamo in El Paìs 3/6/99 (pag. 54) nella notizia “Anguita chiama i sette milioni che dissero no alla NATO”, nella quale il giornalista introduce una gran quantità di espressioni peggiorative ed ironiche per ridicolizzare il protagonista della notizia, e per tanto delegittimare i suoi progetti (vedi sottolineato).

Un’altra maniera più sottile per screditare una cosa mediante il linguaggio è l’uso delle virgolette. Non per trascrivere una dichiarazione, come vedremo nel punto Fonti di Informazione, ma per mettere in dubbio un termine od un fatto.

Per esempio, nelle notizie che si riferiscono alle occupazioni di solito mettono fra virgolette l’espressione Centro Sociale, mentre non accade lo stesso se si tratta di un centro sociale o culturale del comune. La stessa cosa avviene con l’espressione Scuola Popolare, che nelle notizie viene messa fra virgolette mentre non viene fatto lo stesso con le scuole statali o private. Evidentemente, in questi casi ed in molti altri le virgolette hanno la funzione di screditare e mettere in dubbio il loro contenuto.

1.2 “Parole magiche”

La creazione ed imposizione di una opinione mediante ciò che abbiamo chiamato “parole magiche”, vale a dire: termini con una connotazione positiva (sviluppo, crescita, tecnologia, Europa, moderato, competitività, impiego, flessibilità) o negativa (primitivo, radicale, illegale, fondamentalista, protezionismo). Questi sono utilizzati così ripetutamente in certi discorsi o contesti che finiscono assumendo per conto loro un valore aggiunto, una connotazione che va oltre il loro semplice significato.

Il risultato pratico è che, una volta generata la “parola magica”, basta associarla a qualsiasi tema o argomento per impregnarlo dei suoi valori. Così per presentare la liquidazione del settore pubblico come qualcosa di positivo basta risaltare (se possibile nei titoli) che questo va a generare più competitività, più crescita, o che ci avvicinerà di più all’Europa. E per giustificare e legittimare l’investimento multimilionario dello Stato in armamenti, basta riferirsi alla quantità di impiego che questo genera. In cambio, per demonizzare e criminalizzare qualsiasi iniziativa o azione dei movimenti sociali o popolari che metta in dubbio seriamente il sistema dominante, si usa ed abusa del termine “radicale”, previamente negativizzato ed associato a concetti come “fanatico”, “ultrà” o incluso “terrorista”.

(vedi gli esempi nel “Collage” di pagina 55).

1.3 Associazioni di parole e fatti

Alcune parole inoltre sono di solito associate a determinati collettivi o persone (“giovani radicali” o “giovani violenti”, “radicalismo basco”, “esercito umanitario”, “integralismo/radicalismo arabo/islamico”…) di modo che una delle due parole finisce per evocare automaticamente l’altra.

In altri casi la manipolazione si produce nell’associare ripetutamente certi collettivi con determinati fatti. Il miglior esempio è il caso di fatti delittuosi che hanno come protagonisti immigrati, nei quali solitamente viene risaltata (e normalmente nei titoli) la nazionalità o condizione di immigrato

a degli stessi. Anche se normalmente le notizie non stabiliscono una relazione diretta ed esplicita fra il fatto di essere immigrato e la delinquenza, si genera per ripetizione una stretta associazione fra l’immigrazione e fatti delittuosi o di conflitto, fomentando con ciò allarme sociale, xenofobia e razzismo.

(vedi gli esempi nel “Collage” di pagina 55).

1.4 Eufemismi e tecnicismi

Hanno l’effetto di banalizzare, ammorbidire o togliere valore alla portata di un argomento, presentandolo sprovvisto del suo proprio contenuto e significato. Per esempio, presentando un certo armamento come un prodotto di alta tecnologia, utilizzando espressioni eufemistiche come “danni collaterali” invece di civili morti quando si parla di una guerra, “forze dell’ordine” invece di forze di polizia o forze repressive, “intervento aereo o terrestre” invece di attacco, bombardamento o invasione, “maltrattamenti o violenza domestica” invece di aggressione o violenza maschilista o maschile, ecc.

Abbiamo un buon esempio in un articolo di El Mundo del 23/12/97 (vedi pag. 56) intitolato “Santa Barbara termina la creazione dell’obice più avanzato del mondo”, che presenta una nuova arma come se si trattasse della pubblicità dell’ultimo modello di una macchina. La notizia, piena di tecnicismi, sottolinea le sue qualità e prestazioni tecniche, la sua tecnologia all’avanguardia, però non dice niente sulla sua capacità distruttiva, il prezzo che costerà ai paesi che pretendano acquistarlo, in che tipo di guerre e per quali fini si può utilizzare, ecc.

(vedi esempi nel “Collage” di pagina 55).

In altri casi l’uso di un certo linguaggio tecnico, come il gergo giuridico, amministrativo o di determinate professioni complica, quando non impedisce, alla maggior parte dei lettori di comprendere il significato di certe notizie (come abbiamo visto nelle notizie di El Paìs del 11/11/98 e del 9/3/99, pagine e ).allo stesso tempo, con l’utilizzo di questi termini tecnici-specializzati si pretende di rivestire l’informazione (con le valutazioni ed opinioni che incorpora) di autorità e oggettività, appoggiandosi sul carattere di indiscutibilità che viene attribuito di solito a tutte le cose scientifiche.

1.5 Espressioni orientate

Senza che siano precisamente degli eufemismi, sono “frasi fatte” che tendono a ripetersi nel linguaggio giornalistico, e che servono per orientare in un certo senso la descrizione apparentemente oggettiva di certi fatti.

Gli esempi sono innumerevoli, anche se vale la pena di riportarne alcuni:

Per esempio, per giustificare cariche poliziani nel caso di manifestazioni, si suole utilizzare le seguenti espressioni: “La polizia si vide obbligata a caricare”, o “Provocarono la carica della polizia”. Così in molti casi si scarica la responsabilità della violenza su coloro che prendono le botte.

Quando non si verificano cariche, numerose relazioni di manifestazioni finiscono con espressioni tipo: “Non ci sono stati incidenti”. La formula non è innocente, perché sembra indicare la cosa come un fatto eccezionale. Vale a dire che sottolineando che non ci sono stati incidenti si vuol fare capire che la cosa normale sarebbe stato il contrario, e con ciò si insiste sottilmente nel conferire un’immagine violenta a certi gruppi o collettivi.

L’espressione: “Fonti ben informate” si suole utilizzare per dare affidabilità ad informazioni estratte da fonti inconfessabili, sospettose o direttamente per legittimare rumori o informazione inventata.

Il conflitto basco, tanto contaminato dalla disinformazione, ha “lanciato la moda” fra i media ufficiali dell’uso di sue espressioni orientate contrapposte: “violenti” e “democratici”, la prima per inglobare tutte le espressioni del nazionalismo basco, da ETA a coloro che votano o simpatizzano per il MLNV (Movimento di Liberazione Nazionale Basco), e la seconda per tutti gli altri, con il PNV (Partito Nazionalista Basco) gravitando fra le due etichette, a seconda del momento politico. Un concetto così ampio ed ambiguo come quello di “violenza”* è attribuito in maniera così ripetitiva, semplicista ed assoluta ad un movimento (del resto molto variegato e contraddittorio) che la tremenda campagna mediatica sta riuscendo nel fatto che basti citare l’aggettivo “i violenti” per identificare tutto il movimento nazionalista basco, convertendolo in sinonimo di violenza. E tutti i suoi oppositori in sinonimo di “democratici” o “pacifisti”.

Non ci dimentichiamo che è lo stato che ha il monopolio della violenza, contando con migliaia di persone allenate e pagate per esercitarla sotto eufemismi come “Difesa” o “sicurezza”. I celerini sono pagati tanto per controllare violentemente come per provocare la violenza; i soldati per risolvere violentemente i conflitti internazionali a favore di interessi economici o di potere delle elìtes. La legittimità istituzionale e mediatica per attribuire o esonerare dall’aggettivo “violento” un collettivo è quindi più che dubbia e criticabile. In questo caso, sia alcuni settori del MLNV sia alcuni settori dello Stato utilizzano metodi violenti, fra le altre strategie, per riuscire nei propri obbiettivi.

(vedi esempi nel “Collage” a pag. 55)

1.6 Stili narrativi

Per scrivere certe notizie spesso si utilizzano diversi stili narrativi (epico, lirico, satirico, pubblicitario), cercando così di generare un sentimento di consenso o rifiuto verso alcuni fatti che se non fossero narrati in questa maniera potrebbero suscitare nel lettore impressioni non convenienti.

Un chiaro esempio si trova in “Piccola storia di un aviatore notturno”; notizia di El Paìs del 30/5/99 (vedi pag. 57), nella quale si utilizza uno stile fra il poetico e l’epico per descrivere un bombardamento. Il giornalista dà briglia sciolta alla sua lirica fino a convertire uno scenario di guerra in un’avventura romantica, cercando di suscitare certe emozioni. Per far ciò non esita ad utilizzare figure letterarie come metafore o simili adornate con numerosi aggettivi. Riesce così a sdrammatizzare le dure conseguenze che si associano a ciò che in realtà è un polemico intervento militare di castigo, esaltando contemporaneamente fino a livelli “da film” l’operato degli aggressori aerei.

 

2. IL LINGUAGGIO DELLE IMMAGINI

Le fotografie di un periodico compiono in teoria basicamente due funzioni: verificare visivamente l’informazione riportata nel testo, rendendola più realistica, ed eventualmente aggiungere nuova informazione che completi il testo. Però in realtà la foto è utilizzata per altre “funzioni nascoste”. Abbiamo già visto per esempio nel punto 3 del capitolo A che grazie alla loro visibilità le foto potevano essere utilizzate per risaltare alcune notizie. A parte questo effetto, possono anche servire per influenzare sottilmente sul contenuto dell’informazione.

2.1 Immagini manipolative

Un’altra “funzione occulta” della fotografia consiste dunque in cambiare il senso di una notizia (alleggerendola, rinforzandola, distogliendo l’attenzione, ecc.), e può arrivare anche a contraddirla. Dato che alla fotografia viene data un’immagine di oggettività (si riceve come un “frammento della realtà stessa”), ottiene di solito una credibilità abbastanza acritica da parte del lettore e impone il suo “messaggio” al contenuto nello stesso testo. Noi lettori non siamo molto coscienti del fatto che anche la foto si costruisce e disegna come un’espressione in più col suo proprio linguaggio, secondo piani, illuminazione, uso di simboli ed altri trattamenti.

Un buon esempio di come alleggerire la durezza di una notizia tramite la foto lo abbiamo nell’articolo intitolato “Solo la metà dei detenuti tossicodipendenti riceve il trattamento con il metadone” pubblicato su El Paìs il 18/03/99 (vedi pag. 58). Per illustrare la notizia di un informe di Izquierda Unida, che denuncia le terribili condizioni di vita che soffrono i detenuti in Spagna (isolamento, torture, condizioni sanitarie insufficienti, ecc.), il periodico ha la sfacciataggine di mostrare un primo piano della piscina olimpica del carcere di Soto del Real (Madrid). Con ciò tenta evidentemente di controbattere e smentire la denuncie dell’informe, cercando di far capire che le condizioni di vita in prigione sono “di lusso” (quando in realtà la suddetta piscina la può utilizzare solo il personale ed una minoranza dei detenuti…).

In altri casi la manipolazione proviene direttamente da effetti fotografici (il già commentato linguaggio fotografico) usati per deformare o aggiustare in maniera espressiva un’immagine secondo gli interessi del media.

Come esempio di questo tipo di manipolazione abbiamo le foto della notizia apparsa in La Razòn del 20/5/99 (pag. 59) intitolata “Militanti del PSOE credono che i cartelli danneggiano i loro candidati”, nella quale si utilizza chiaramente un obbiettivo fotografico speciale, conosciuto come “grandangolare”, o l’inquadratura delle foto, per deformare le immagini ed esagerare così l’effetto visivo dei cartelli del PSOE (Partito Socialista Spagnolo), appoggiando così l’ipotesi del periodico sopra la campagna di immagine di questo partito.

Il linguaggio simbolico visivo è anche utilizzato per trasmettere certi messaggi o significati spesso in maniera abbastanza subliminale.

La foto che accompagna l’articolo di El Mundo del 25/4/00 (pag. 60) intitolato: “PP e PSOE giudicano razziste le parole di Arzallus” approfitta di un piano fotografico preso per caso durante un discorso di Arzallus (Presidente del Partito Nazionalista Basco; PNV) per attribuirgli un’immagine che si avvicina alla simbologia fascista. Infatti, nella foto il leader nazionalista basco appare alzando il braccio in un momento del suo discorso, gesto che ricorda il classico saluto fascista, che evidentemente Arzallus non ha mai avuto intenzione di fare. Senza dubbio, El Mundo decise di scegliere, e nostro parere non a caso, questa foto piena di fortuito simbolismo, fra le tante foto che aveva dello stesso discorso.

In alcuni casi, quando al giornale scarseggiano fotografie, pubblica disegni per sostituirle (abitudine comune in ABC e El Mundo), con totale libertà per ricreare ed inventare la realtà a piacere.

2.2 Campagne fotografiche

Un altro fenomeno che ha come principale elemento il linguaggio fotografico è quello che abbiamo denominato “campagne fotografiche”, che consiste nel trattamento fotografico che danno i media alle notizie relazionate con determinate tematiche specialmente sensibili.

Si può osservare, per esempio, una gran uniformità nell’illustrazione fotografica che si dà alle notizie sui paesi arabi (con sufficiente indipendenza dell’argomento trattato); si tratta in maggioranza di foto che esprimono violenza e fanatismo che hanno come principali protagonisti masse di persone o donne col velo. In questo caso si mette in relazione, per ripetizione ( per questo lo chiamiamo “campagna”, perché si va tessendo giorno per giorno) la cultura araba e la religione musulmana (che tendono ulteriormente a confondere e mescolare, quando ci sono molti musulmani che non sono arabi, ed arabi che non sono musulmani), con la violenze e l’irrazionalità.

Qualcosa di simile, anche se più complicato e sottile, succede con molte immagini che si riferiscono al conflitto nei Paesi Baschi (quante volte si mostra la polizia che carica contro i manifestanti, e quante volte “giovani radicali” incappucciati ed in azione?). Se ci si attiene alle fotografie si ha l’impressione che nel Paese Basco non ci siano mai cariche di polizia né repressione.

Una campagna più puntuale ma che ebbe un’impressionante copertura fotografica fu il trattamento visuale dato alle diverse vittime dell’ultimo conflitto in Jugoslavia, così come agli eserciti implicati: i soldati della NATO apparivano di frequente in emotivi addii alle loro famiglie o circondati da bambini kosovari, i guerriglieri albanesi dell’UCK apparivano feriti o morti, ed i soldati serbi erano sempre ritratti con un aspetto specialmente feroce e crudele.

 

3. IL LINGUAGGIO DEI NUMERI

Sono molte le notizie che includono diagrammi o grafici statistici, e ciò le dota dell’oggettività che si suole attribuire alla scienza della statistica. Anche se a volte questi grafici risultano confusi o poco comprensibili per la loro complessità, non importa molto dato che l’effetto di sicurezza e credibilità non dipende tanto dalla comprensione ma dal suo essere Statistica, Scienza.

Altre volte la notizia stessa sono i dati, le cifre, che la fanno acquisire un aspetto incontestabile, categorico, occultando o mascherando la rigorosità dello studio e la sua credibilità. La Statistica è una scienza i cui risultati finali dipendono dal processo di raccolta dei dati e dal modello che viene scelto. In qualsiasi analisi statistica, il fatto di selezionare una popolazione o un’altra, un modello od un altro, cambia in modo significativo i risultati. Per tanto succede abitualmente che venga invertito il processo di studio, vale a dire: partire da alcune conclusioni o risultati finali previamente decisi in funzione degli interessi del periodico o di altre istituzioni, e costruire un modello che li giustifichi. Non è un caso che, ad esempio, il Gruppo Prisa, proprietario di El Paìs oltre che di altri mezzi di comunicazione (anche di As, di Cinco Dìas, la Cadena Ser, Antena 3 Radio, Canal +, ecc.), sia pure il proprietario della famosa azienda di statistica Demoscopia.

Un esempio che mette in dubbio la “credibilità” di certi studi è la disparità di risultati che mostrano la Inchiesta della Popolazione Attiva (EPA) da un lato e la Contabilità Nazionale da un altro rispetto allo stesso dato: il lavoro. Sotto ogni inchiesta esistono alcuni interessi, per esempio la pubblicazione di alcuni dati o altri sopra la intenzione di voto nei processi preelettorali mobilita o meno i votanti di uno o un altro partito. Un’altra forma di manipolazione statistica è ritardare la pubblicazione degli indicatori economici. (Se si vuole ampliare l’informazione sopra la manipolazione delle statistiche vedere El Paìs del 9/4/00 (pag. 61), reportage che non a caso fu pubblicato nella specializzata sezione dell’Economia, che non a caso poca gente legge.

Però oltre la occultazione o trattamento interessato dei dati, la manipolazione si può dare anche mediante l’interpretazione degli stessi, risaltando gli aspetti positivi di alcuni risultati senza contare i negativi. Per esempio, risaltare la diminuzione della crescita dei morti in incidenti di lavoro è una manovra per dare un aspetto ottimista ad una tremenda realtà, vale a dire, che gli incidenti di lavoro continuano ad aumentare, anche se a minor ritmo. O le trionfaliste campagne del governo sulla riduzione della disoccupazione, che nasconde che si sta ottenendo grazie all’aumento della precarietà del lavoro, al peggioramento delle condizioni di lavoro, ed al togliere progressivamente ai lavoratori i loro diritti.

Un buon esempio concreto di un uso disinformativo e manipolante delle statistiche lo troviamo nella seguente notizia di El Paìs del 26/5/00 (vedi pag. 62). In piena campagna allarmista iniziata con l’approvazione della Legge sull’immigrazione per giustificare una politica restrittiva e repressiva verso l’immigrazione, El Paìs presenta con il titolo “La cifra degli immigrati inclusi nella legge sull’immigrazione supera tutte le previsioni” alcuni dati statistici con tre tipi di cifre: numero di persone prese in considerazione (che hanno chiesto semplicemente informazioni), numero di coloro che hanno sollecitato la regolarizzazione e numero di casi risolti (non indica se positivamente, cioè che hanno ottenuto la regolarizzazione, o negativamente, che gli è stata negata).

Un’analisi non tendenziosa delle cifre, non afferma assolutamente che queste sono superiori alle aspettative, ma tutto il contrario: le previsioni di 80.000 o 100.000 si riferiscono al numero di stranieri regolarizzati, ed alla metà del periodo il numero di casi risolti non arriva a 43.000 e, come dice il testo della notizia, la maggior parte positivamente ma non tutti, vale a dire che al momento il numero di stranieri regolarizzati non arriva a 40.000 persone, meno della metà delle previsioni più pessimiste.

Senza dubbio, invece di comparare le cifre adeguate (previsione di regolarizzazioni con la quantità di coloro che la hanno realmente ottenuta), ricorre alle cifre logicamente molto maggiori: numero di coloro che hanno sollecitato la regolarizzazione, o incluso di chi semplicemente ha chiesto informazioni. Questo errore è troppo elementare per essere involontario, per cui sembra che voglia creare allarme sociale con la sensazione di che per colpa della legge gli immigrati ci stanno invadendo, giustificando così la riforma della legge, che era prevista anche prima di che entrasse in vigore.


C) CONTENUTO DELL’INFORMAZIONE

1. SELEZIONE ED USO DELLE FONTI DI INFORMAZIONE

Nel linguaggio giornalistico si intendono per fonti di informazione gli elementi che forniscono al giornalista l’informazione con cui costruisce la notizia. Questi possono essere:

-persone (implicati, testimoni, esperti)

-istituzioni (politiche, giuridiche, poliziesche, impresariali, agenzie di stampa, ecc.)

-documenti (inchieste, informi, studi, altri mezzi di comunicazione, ecc.)

A volte una notizia scarseggia di fonti di informazione quindi è, nella sua totalità, il prodotto dell’osservazione diretta dei fatti da parte del giornalista. Però ciò non è molto comune, per questo il ruolo delle fonti di informazione risulta fondamentale.

In teoria si suppone che il giornalista debba cercare quelle fonti che gli possono fornire un’informazione più abbondante, disinteressata e contrastata, per cui normalmente dovrebbe ricorrere ad una grande varietà di fonti. Però la realtà è che la scelta di queste risponde spesso ad una strategia di manipolazione informativa, nel senso che dando eco a certe fonti ed ignorando altre, il media riesce a trasmettere il suo proprio punto di vista ed opinione senza perdere l’apparenza di oggettività. Il mezzo si presenta così come un mero ed asettico trasmettitore di informazioni, quando in realtà tende a scegliere come fonti quelle persone, istituzioni o documenti che sa che possono favorire i suoi interessi o con le quali vuole mantenere buone relazioni.

Da questo l’importanza dei Dipartimenti di Pubbliche Relazioni o Gabinetti Stampa, non solo di istituzioni ed organismi ufficiali, ma anche di grandi imprese e “personaggi pubblici”, il cui principale obbiettivo consiste in convertirsi in fonti di informazione assidua dei media. Altre volte vengono contrattate Agenzie di Pubbliche Relazioni, perché gestiscano l’informazione su un certo fatto.

Per esempio, nel 1991 il governo del Kuwait contrattò per 10,8 milioni di dollari una delle agenzie di pubbliche relazioni più prestigiose, la nordamericana Hill & Knowlton, con l’obbiettivo di convincere l’opinione pubblica nordamericana ed europea di intervenire nel golfo Persico.

I dipartimenti o gabinetti sono composti da esperti in comunicazione (giornalisti, pubblicitari, psicologi, sociologi, ecc.) che si incaricano di elaborare strategie e prodotti informativi molto completi e di alta qualità (notizie già redatte, reportage, foto, registrazioni, dichiarazioni, ecc.), disegnati per favorire gli interessi dell’istituzione o impresa in un determinato fatto che la riguarda. Offrendo questi “prodotti” ai giornalisti dei distinti mezzi di comunicazione diventano fonti privilegiate di informazione.

Questo fu il lavoro, per esempio, del gabinetto stampa della NATO durante l’ultimo conflitto in Yugoslavia, dato che monopolizzava buona parte dell’informazione sulla guerra. Così che la maggior parte dell’informazione diffusa dai mezzi sui bombardamenti fu previamente filtrata dalla NATO. Le altre fonti di informazione durante questo conflitto furono principalmente i Governi Alleati ed i partiti politici favorevoli all’attacco; e raramente si dava voce a chi si opponeva ad esso.

Esistono molti altri esempi di quest’uso manipolativo delle fonti di informazione: l’informazione che riguarda l’ETA la fornisce quasi sempre il Ministero degli Interni, l’informazione sulle carceri le stesse Istituzioni Penitenziarie, molto raramente gli stessi detenuti o i loro familiari (eccetto quando il detenuto è un personaggio famoso), le notizie sulle occupazioni (specialmente quando c’è uno sgombero) si nutrono dell’informazione della polizia o di rappresentanti municipali, lasciando alle dichiarazioni degli stessi occupanti uno spazio aneddotico (sempre che glielo concedano).

A volte le informazioni procedenti dalle “fonti di informazione privilegiate” (cioè, in pratica, quelle che convengono al media), riportano citazioni dirette fra virgolette di dichiarazioni pubbliche o documenti, per cui gli viene data una voce e una diffusione massiccia, propagando alla lettera i loro progetti ed il loro linguaggio.

Un buon esempio dell’uso interessato delle fonti di informazione, così come dell’abuso delle virgolette lo abbiamo nella notizia “Almunia felicita Aznar per l’esito del Governo nel negoziato con la NATO” di El Paìs del 23/12/97 (vedi pag. 63). Le due principali fonti di informazione scelte per questa notizia sono i due leader delle forze politiche più favorevoli alla NATO. Di fatto, tutto il testo è una continua e compiacente trasmissione dei loro discorsi, in gran parte letteralmente grazie all’abbondanza di frasi fra virgolette. Nonostante la appariscente protesta organizzata dagli oppositori alla piena integrazione nella Organizzazione Atlantica, questi sono appena presi in considerazione come fonte di informazione. In questo modo, diffondendo letteralmente le dichiarazioni e progetti di coloro che sono a favore della piena integrazione, ed emarginando quelli che sono contro, il periodico si schiera senza perdere l’apparenza di oggettività.

Un altro buon esempio di selezione parziale, e pertanto manipolativa, delle fonti di informazione è la notizia intitolata: “I grandi magazzini hanno venduto nel 1998 il 9 % in più ed hanno creato 15.000 posti di lavoro” pubblicata in El Paìs del 10/06/99 (vedi pag. 64). L’articolo è una esaustiva sequenza di dati economici ed impresariali procedenti nella loro totalità da un informe della ANGED (Associazione Nazionale di Grandi Imprese di Distribuzione), sicuramente confezionato e distribuito dalla sua agenzia di Pubbliche Relazioni, che presenta la sua grande crescita aziendale con un tono assolutamente trionfalista, ricorrendo, come no, all'”argomento magico” della creazione di nuovi impieghi. Al non ricorrere a nessun’altra fonte di informazione (piccoli commerci, lavoratori del ramo, sindacati, associazioni di consumatori) il periodico realizza pubblicità gratuita a queste multinazionali. Non si dice niente, per esempio, dei posti di lavoro che distruggono i grandi magazzini, che è sempre molto superiore a quello che creano (chiusura di innumerevoli piccoli commerci, che sono i maggiori creatori di posti di lavoro), delle condizioni di contrattazione e di lavoro degli impiegati, dell’impatto urbanistico che causano, delle condizioni di acquisto che impongono ai loro fornitori, ecc.

Anche se il periodico non mente (non c’è dubbio che tutti questi dati e molti di più vengono raccolti nell’informe dell’ANGED), al ricorrere ad una sola fonte di informazione e dandogli diffusione di massa in forma acritica e compiacente, sta manipolando e distorcendo la visione della realtà dei grandi magazzini e del loro impatto socioeconomico.

 

2. INFORMAZIONE FALSA

Si intende per “informazione falsa” quella che è stata deliberatamente inventata per costruire e trasmettere una realtà differente da quella che conoscono i giornalisti o le loro fonti di informazione. Falsare o inventare l’informazione è una tecnica manipolativa meno abituale delle altre che abbiamo visto fino ad ora per una semplice regione: è molto rischioso, poiché nel caso in cui si scoprissero le manipolazioni il prestigio e la credibilità del mezzo di comunicazione ne uscirebbero molto compromessi. Inventare informazione è troppo grossolano e rischioso quando esistono molti altri mezzi, come quelli visti fino ad ora, più sottili e sicuri per manipolare senza mentire letteralmente.

Però questo non significa che non si faccia, soprattutto quando si vuole influire in forma immediata ed irreversibile nell’opinione pubblica (perché, per esempio, appoggi con urgenza lo scoppio o il mantenimento di una guerra, o qualche manovra politica). Le smentite, se vengono fatte, possono arrivare in seguito, quando ormai è troppo tardi. A parte i loro effetti immediati, le bugie medianiche hanno un altro grande vantaggio: sono molto difficili da verificare per noi lettori, poiché non abbiamo i mezzi per farlo la maggior parte delle volte. Per questo è molto complicato dare esempi concreti e dettagliati di informazione falsificata. Solo una piccola parte dei casi di falsificazione di notizie vengono resi pubblici (abbiamo raccolto per questo dossier alcuni degli scarsi esempi che sono stati diffusi negli ultimi anni).

Un’altra caratteristica dell’informazione falsa è che risulta difficile sapere la sua provenienza, che può essere dalla fonte di informazione (governo, esercito, aziende, agenzie di stampa, polizia, ecc.) o direttamente dal mezzo di comunicazione.

In ogni modo, anche nel caso di un’informazione inventata dalla fonte, il media è di solito complice attivamente o passivamente, poiché suo compito sarebbe quello di verificare e contrastare ogni informazione prima di diffonderla.

2.1 Informazione falsa scritta

È la più facile da realizzare, poiché ad un giornalista bastano alcuni minuti per inventarsi qualsiasi cosa. L’informazione scritta risulta senza dubbio meno credibile ed impattante di altri tipi di informazione.

L’informazione falsa può consistere nell’invenzione di un’intera notizia. Per esempio, nell’ultimo conflitto nei Balcani l’agenzia stampa della NATO diffuse verso la fine di marzo del 1999 la falsa notizia che erano spariti numerosi intellettuali albano-kosovari, facendo credere che erano stati giustiziati dai serbi. La stampa dette un ampio eco alla notizia, senza verificarla, proponendola come una prova in più della perversità dei Serbi. Mesi dopo (una volta terminato il conflitto, come succede sempre) si seppe che questi intellettuali non erano mai spariti, che era una notizia falsa (vedi El Mundo 19/6/99, pag. 65).

Un altro esempio più vicino, nel quale le notizia falsa procede ugualmente dalla fonte di informazione (in questo caso si tratta della polizia di Barcellona) ed i media la diffondono senza nessun tipo di verifica o riprova, fu la notizia intitolata: “Una giovane resta paralizzata dopo essere picchiata da delle teste rasate” (vedi El Paìs del 29/3/00, pag.66). Poco dopo si scoprì che si trattava di un’invenzione della polizia (vedi El Paìs 31/3/00, pag. 67), sicuramente per alimentare il clima di allarme sociale ed insicurezza cittadina, e giustificare così la sua attività.

Un’altra falsatura dell’informazione consiste nell’inventare dati e fatti dentro una notizia, per orientarla secondo determinati interessi. Questa falsificazione è molto più comune, poiché non risulta così rischiosa né scandalosa come inventarsi una notizia intera (come abbiamo visto negli esempi anteriori), così quando gli interessa molti media adottano il detto “diffama, che qualcosa resta”. Per ciò spesso ricorrono a certe tecniche, come inventarsi fonti di informazione inesistenti (con la tipica formula di “secondo fonti ben informate”) per mettere in bocche anonime accuse false o tendenziose.

Un buon esempio di questo è la campagna di diffamazione che nel 1991 scatenò il giornale ABC contro la Scuola Popolare di Prosperidad (Madrid). La scuola svolgeva le sue attività in un locale di proprietà dell’Arcivescovato di Madrid, che nel 1943 affittò al Comune di Madrid, che a sua volta lo cedette nel 1982 alla scuola perché vi svolgesse le sue attività educative. Però nel 1990 il Comune ruppe unilateralmente il contratto d’affitto con l’Arcivescovato dando via libera a questo perché recuperasse il locale, espellendo la Scuola. Il caso fu sottomesso a processo nel 1991, e l’Arcivescovato ricevette tutto l’appoggio da parte dell’ABC, che iniziò una tremenda campagna di diffamazione contro la Scuola. Un articolo di quell’epoca ci può servire come esempio di falsa informazione, poiché è pieno di invenzioni, esagerazioni ed inesattezze.

Il titolo è: -Manifestazioni organizzate da comunisti per evitare lo sfratto de “La Prospe”-, datato 28/6/91 (pag. 68). Per prima cosa, attribuiscono l’organizzazione della manifestazione a “comunisti”, e più concretamente alla presidente dell’Associazione Popolare Gisela Meyer, membro di Izquierda Unida. In realtà la manifestazione fu organizzata dalla stessa Scuola “La Prospe”, senza che in ciò avesse niente a che fare Gisela Meyer ed IU. Nella scuola hanno sempre confluito una gran quantità di correnti ideologiche, da comunisti ad anarchici, ecologisti, femministe, però soprattutto numerose persone che preferiscono non essere etichettate. La Scuola è indipendente da qualsiasi partito o sindacato, per cui il semplicista e cospiratorio titolo dell’ABC è falso.

Fra i molto spropositi che contiene l’articolo (uso di virgolette, vocabolario peggiorativo e criminalizzante, ecc.) risaltano parecchie altre falsità. Come quella che “i partecipanti de La Prose abbiano lanciato minacce” (terzo paragrafo); il riferirsi a questi come ” persone che si identificano come educatori, maestri ed assistenti sociali” mettendolo in dubbio quando molti effettivamente lo sono, e in ogni caso la Scuola Popolare è riconosciuta come tale dal Ministero dell’Educazione. La rotonda affermazione (sempre nel terzo paragrafo) che “la maggioranza dei vicini applaude la decisione municipale (di chiedere lo sfratto) e dubitano della bontà delle attività impartite ne La Prospe” è ugualmente falsa, poiché il sentimento comune nel quartiere di Prosperidad è l’appoggio di numerosi vicini (nelle manifestazioni ed attività) e l’indifferenza di molti altri. L’affermazione che la maggioranza del vicinato applaude la chiusura della Scuola è dunque falsa, tanto quanto la testimonianza che segue del supposto vicino. Questa è piena di menzogne: mette in dubbio che si realizzi educazione di adulti, qualifica la partecipazione delle gente come scarsa (in quell’epoca frequentavano il locale circa 250 persone), afferma che i partecipanti nelle proteste non sono gente del quartiere ma gente “reclutata” dai “capetti” della Scuola (un collettivo come La Prospe non ha capi né recluta nessuno; non è un’organizzazione paramilitare né un partito). Anche supponendo che quell’anonimo testimone fosse reale, e non inventato come sembra (poiché riassume, dalla bocca di un “vicino”, le tipiche accuse propinate da ABC nella sua particolare campagna), il semplice fatto di diffonderle letteralmente e senza verificarle contribuisce a falsificare l’informazione.

Nell’ultimo paragrafo, sotto il titoletto “Replica”, ABC risponde ad una lettera di protesta inviata giustamente da membri de La Prospe per protestare per le falsità scritte in un articolo anteriore. In sua difesa il periodico afferma di possedere prove di tutto ciò che ha scritto, nuova bugia da aggiungere al cumulo di falsità dell’articolo.

Questa è solo una piccola parte di tutta una campagna “informativa” piena di menzogne e di dati falsi, inventati o tergiversati, che scatenò il quotidiano ABC per danneggiare La Prospe e difendere gli interessi dell’Arcivescovato di Madrid.

In generale, le notizie scritte totalmente inventate procedono dalla stessa fonte di informazione. Ed il media si trasforma in complice delle stesse quando (sia per interessi di potere, per clientelismo, per sensazionalismo, ecc.) le pubblica senza verificarle. Nel caso in cui si scopra la falsità, la responsabilità si divide fra ciò che crea la notizia e ciò che la diffonde.

In cambio la falsatura parziale dell’informazione, molto più comune e difficile da verificare, è spesso prodotto dello stesso periodico, il quale, partendo da un fatto reale, lo deforma ed adultera in funzione dei suoi interessi.

2.2 Informazione falsa visiva

Disegnare informazione visiva falsa è tecnicamente più complicato e suppone un rischio maggiore che realizzare falsa informazione scritta. Però risulta più credibile, poiché l’informazione visiva viene presa di solito come immagine della realtà stessa.

Si può generare falsa informazione visiva in varie forme:

a) Immagini inventate. Foto che sono state direttamente messe in scena.

Per esempio, verso la metà del 1999 la stampa spagnola diffuse una foto di un gruppo di zapatisti che consegnavano le armi a rappresentanti del governo messicano affermando che: “14 ribelli zapatisti disertano l’EZLN” (vedi El Paìs 31/3/99, pag. 69). Posteriormente si scoprì che era tutto una messa in scena, e che gli incappucciati che apparivano nella foto non erano zapatisti, ma gente mascherata che fingeva una falsa consegna di armi, come riporta la notizia di El Paìs del 2/4/99 (pag.70) (molto più piccola della prima e senza foto). Si può dire che la manipolazione partì dal governo messicano (manipolazione esercitata dalla fonte) e non dalla stampa, però risulta molto difficile credere che la sua diffusione sia stata realizzata senza la connivenza di quest’ultima. In ogni modo, è sorprendente che non si siano scomodati a verificare quest’informazione con l’EZLN.

b) Immagini manipolate. Foto che anche se hanno a che fare con il fatto sono state manipolate per cambiare il loro significato ed implicazione.

A volte viene fatto semplicemente tagliando la foto in maniera che cambi il suo significato. Vale a dire, manipolando l’inquadratura.

Come varie foto apparse durante la guerra dei Balcani, la cui inquadratura fu convenientemente manipolato per associare ripetutamente i gesti di Milosevic con saluti fascisti. Per esempio, nella foto apparsa in El Paìs del 28/5/99 (vedi pag. 71) si vede Milosevic con un braccio in alto e la mano stesa, e l’altro braccio non si vede (lo hanno tagliato dall’inquadratura). Si tratta di una foto di archivio (per cui scelta arbitrariamente dal periodico) e che appare in copertina. Posteriormente, dopo la denuncia di vari lettori, lo stesso quotidiano ammise che quella foto era stata tagliata e che nell’originale si vedeva coi due bracci stesi salutando l’atterraggio di un aereo, cosa che gli dà un senso completamente differente.

Però è sempre più frequente la manipolazione si realizzata mediante nuove tecniche digitali.

Così nella copertina dell’ABC del 7/7/88 (pag. 72) si vede una foto delle feste di San Fermìn dove numerose bandiere del Paìs Vasco portate dal pubblico furono manipolate con il computer per convertirle in bandiere in identificabili, ed appoggiare così il senso del titolo.

c) Immagini fuori contesto. In alcune occasioni si trovano foto che non sono inventate né manipolate, però sono totalmente e deliberatamente fuori contesto.

Un esempio celebre che apparve in tutta la stampa mondiale durante la Guerra del Golfo è la foto del cormorano moribondo macchiato di petrolio presentata dai giornali come prova dei supposti versamenti di greggio che stava realizzando il malvagio ed “eco-terrorista” Saddam Hussein per ostacolare l’invasione “alleata”. In seguito si seppe non solo che quasi tutti i versamenti in mare furono frutto dei bombardamenti nordamericani di petroliere irachene, ma che inoltre la famosa foto del cormorano era stata fatta anni addietro in un disastro ecologico dopo l’affondamento di una petroliera nel Mar del Nord. In questo caso, l’immagine era tanto deliberatamente fuori contesto che si può considerare quasi come un esempio di immagine inventata per l’occasione.

 

3. SELEZIONE DEGLI ARGOMENTI DI INFORMAZIONE

3.1 La non-informazione

a) Non-informazione assoluta

In tutti i paesi c’è una lista di “argomenti riservati”, e come tali censurati e chiusi all’informazione in generale. In Spagna fino a poco tempo fa la Guinea Equatoriale era inclusa in questa lista. Sull’utilizzo di fondi riservati, non solo non si può informare, ma nemmeno possono essere controllati dal Parlamento. Questioni classificate come di Difesa Nazionale, attività e documenti dei servizi segreti, ecc.

Logicamente, la serie di argomenti soggetti ad una censura quasi totale non sono molti, poiché lo Stato potrebbe essere facilmente accusato di mancanza di democrazia. Come commentavamo nel caso della falsa informazione, ci sono maniere più sottili per disinformare. Però i pochi argomenti vietati all’informazione generale sono totalmente fuori da qualsiasi controllo pubblico, poiché non viene mai ammessa l’esistenza di una censura, e non risulta facile accorgersi di quali sono gli argomenti la cui conoscenza ci è proibita per decisione politica.

b) Non-informazione relativa

Oltre a questi argomenti riservati, ci sono molti altri che, pur non essendo soggetti a censura possono essere sicuramente inclusi in questo capitolo sulla non informazione. Ci riferiamo a fatti o realtà sulle quali, anche se a volte viene pubblicato qualcosa in merito (poiché, come già detto, la loro censura totale risulterebbe grossolana e facilmente criticabile), le notizie che ci arrivano sono così scarse ed incomplete (il minimo perché non si possa dire che si stanno occultando totalmente) che in nessun modo si può dire che ci stiano informando realmente.

Il fenomeno della non informazione relativa ha molte cose in comune a quello della sovrinformazione, che analizzeremo più avanti. Nella stessa forma che l’offerta di qualsiasi prodotto, per quanto sia inutile, se si è capaci di diffonderlo, finisce per generare una richiesta e rimpiazzare quella di altri prodotti più necessari, l’offerta informativa che riceviamo finisce ugualmente per modellare la richiesta del “prodotto informativo”, generando interesse per questioni che realmente sono poco rilevanti o per niente, ed in cambio insensibilizzando ed annullando ogni preoccupazione per altre che incidono in maniera importante in uno o molti aspetti della nostra vita.

Per esempio, molto probabilmente la gente ammetterà che i problemi relazionati con l’alimentazione e la salute (qualità degli alimenti, manipolazione genetica degli stessi, prezzo dei prodotti alimentari, organizzazione del lavoro agricolo, i suoi costi e la creazione

soppressione di posti di lavoro) sono molto più importanti e vitali di ciò che riguarda l’industria cinematografica e la sua propaganda. Senza dubbio l’attenzione che genera nei media una consegna dei premi Oscar è infinitamente maggiore di quella creata da una riunione in cui si decidono e si profilano i criteri ed i controlli per la manipolazione genetica degli alimenti, la loro produzione e distribuzione (es. nel vertice dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, o WTO).

In questo squilibrio di interessi avrà una motivazione l’ampia attenzione mesi prima della consegna degli oscar di tutti i mezzi informativi e, al contrario, lo scarso o nullo interesse che questi mezzi danno ai vertici delle organizzazioni come il WTO, che sono presentate come riunioni di tipo “tecnico” e per tanto abbastanza estranee ai cittadini “normali”.

In ugual maniera, è molto maggiore l’attenzione prestata (dai media, e di conseguenza dal pubblico) a qualsiasi dettaglio, per piccolo che sia, della vita quotidiana di personaggi famosi, che quella diretta alle inumane condizioni di vita che i detenuti devono sopportare quotidianamente nelle carceri spagnole.

Dato che si finisce per assumere che “ciò che non si vede sui giornali o in televisione non esiste”, l’assenza sistematica di informazione su un tema, fa sì che non solo non si rivendichi il diritto a conoscerlo, ma che nemmeno sentiamo la necessità di farlo perché non siamo coscienti che esiste.

Segue una raccolta (non esaustiva) di argomenti propri della non informazione, vale a dire tradizionalmente “dimenticati” nonostante la loro importanza:

A scala nazionale:

Fra gli argomenti importanti, per la loro vicinanza ai nostri interessi ed alla nostra vita, risalta tutto ciò che è relativo ai movimenti sociali. Associazioni e collettivi che nascono precisamente per difendere e rivendicare le questioni più vitali e vicine (associazioni di vicini, movimento dei centri sociali, movimento femminista, collettivi per la difesa dei diritti dei detenuti, contro le torture ed abusi di potere, ecc.) difficilmente trovano uno spazio informativo, mentre riceviamo ripetuta ed ampia informazione sulle questioni interne dei partiti politici (che in teoria devono occuparsi di tutte queste questioni), sui loro bisticci e problemi interni.

Situazione nelle carceri. Caratteristiche della popolazione reclusa, condizioni, tipo di misure disciplinarie. In Spagna perché fosse fatto un breve riferimento a questa questione, nel febbraio del 2000 dovettero fare lo sciopero della fame molti detenuti in celle di isolamento e varie persone del Coordinamento di appoggio. Altri argomenti carcerari sono ugualmente ignorati: condizioni di vita nei riformatori giovanili, nei manicomi, in case di riposo…

Imbrogli economici: in questioni economiche statali e municipali, non si informa sui modi di aggiudicare opere e servizi, sulla distribuzione (le entità beneficiarie) di sovvenzioni ed aiuti pubblici. Quando per interessi politici si ventila qualche imbroglio in qualche quotidiano le notizie e le critiche si centrano usualmente nella politica coinvolta, non prestando quasi attenzione all’altro accusato: generalmente qualche azienda o banca. Nemmeno vengono diffusi troppo certi indulti concessi dal governo (generalmente per reati chiamati “delitti da colletto bianco”, vale a dire: evasioni massicce di imposte, grandi frodi, ecc.).

Commercio di armi, esportazioni di armi (destinatari, benefici, ecc.), seguito delle aziende belliche.

Destino finale degli aiuti per lo sviluppo, aziende che intervengono, forma di assegnazione

E molti altri argomenti che nemmeno sospettiamo…..

A scala internazionale:

Situazione del mondo indigeno in America Latina. (Guatemala, Chiapas, Brasile, Cile, ecc.)

L’Africa è un continente totalmente dimenticato dall’informazione, eccetto quando succedono grandi catastrofi naturali o selvagge guerre fratricide (incomprensibili perché non gli viene data la contestualizzazione adeguata).

Situazione dei diritti umani nei “paesi alleati” alle grandi potenze occidentali (Turchia ed il conflitto kurdo, la situazione della donna in Kuwait od in Arabia Saudita, complicità del governo o dell’esercito nella sanguinosa repressione della popolazione civile in Brasile, Colombia, Guatemala, Messico, Algeria, Thailandia, ed un lungo eccetera.)

Le implicazioni di governi, multinazionali e banche in alcuni dei commerci internazionali più torbidi e fruttiferi: commercio di armi, droga, ecc.

Politiche economiche imposte da certi organismi internazionali (FMI, BM, GATT, OMC, G8, ecc.), soprattutto in ciò che riguarda le conseguenze sociali ed umane delle loro decisioni. Chi controlla questi organismi? Chi ed in funzione di quali criteri decide le politiche da applicare?

3.2 “Informazione-fulmine”. Notizie che appaiono e scompaiono

È un fenomeno comune nel panorama informativo la repentina apparizione di numerose notizie relazionate con uno stesso argomento o con certi fatti (anche se questi esistevano già molto tempo prima, e non erano mai stati riportati come notizia). Durante un certo periodo di tempo il pubblico è bombardato da tutti i media con notizie, reportage, interviste, ecc. sopra un certo argomento, passando in primo piano nell’attualità informativa. Quando all’improvviso inizia a diminuire il flusso di notizie, arrivando a sparire completamente anche se la situazione in causa non è ancora finita o non è ancora stata risolta.

Si capisce che in molti casi questo fenomeno non è casuale, ma risponde agli interessi del mezzo informativo o delle fonti informative non rese pubbliche, spesso difficili da verificare.

a) Apparizione

Come nel caso dell’informazione falsa (vedi capitolo), nelle “informazioni-fulmine” risulta spesso ugualmente complicato distinguere se la causa della loro comparsa è direttamente attribuibile allo stesso mezzo di comunicazione o procede dalle loro fonti di informazione, che utilizzano il mezzo come diffusore. Come sappiamo, le principali fonti di informazione dei media, a parte i giornalisti, sono le agenzie di stampa internazionali (anche aziende multinazionali) e i dipartimenti di stampa o di pubbliche relazioni di istituzioni statali e delle grandi imprese (vedi capitolo Fonti di informazione). Quando una istituzione o un’impresa è molto interessata nel rendere pubblici certi fatti secondo il suo punto di vista, gli basta nutrire i media con informazione di gran qualità ed interesse perché questi abbiano un’eco.

b) Propagazione

La propagazione di “notizie fulmine” da parte di tutti i media non sempre vuol dire che tutti abbiano gli identici interessi. Spesso viene dato ciò che potremmo denominare “contagio dell’attualità”, vale a dire: se uno o più media concedono molta attenzione ad un fatto, riuscendo ad attrarre l’attenzione del pubblico, il resto dei media dovranno informare ugualmente dello stesso per non restare indietro e perdere la capacità di “offrire attualità”. Per tanto la propagazione spesso si deve a ragioni commerciali, di competitività informativa.

c) Scomparsa

Una volta che la diffusione massiccia di un fatto abbia soddisfatto gli interessi occulti a cui si doveva la sua comparsa (togliere prestigio o persino far cadere un governo, scatenamento di una guerra, ecc.), l’informazione al rispetto suole sparire con la stessa rapidità con la quale apparve, anche se la situazione o i fatti ancora non si sono risolti. In altri casi la sparizione si deve semplicemente ad un fenomeno di saturazione del pubblico, stufo di ascoltare o leggere sempre la stessa informazione sopra la stessa cosa. Così anche argomenti tremendamente drammatici (come la violenza contro le donne, le mattanze in Algeria, gli incidenti di lavoro), finiscono per banalizzarsi e si convertono in “una parte in più del paesaggio informativo” quotidiano, e smettono di avere rilevanza o interesse per il pubblico. In tal caso il media tende a farle sparire (anche se la realtà sulla quale si informa non sparisce), almeno per un periodo di tempo.

Esistono esempi molto chiari di “informazioni fulmine”:

Quello del terrorismo di stato dei GAL, ampiamente diffuso in principio dal periodico El Mundo, ed in seguito per “contagio di attualità” dal resto dei media, anni dopo del verificarsi dei fatti. L’origine di questi improvvisi bombardamenti risponde ad interessi politici ed impresariali, più o meno chiari, però per niente manifesti (i media fingono sempre neutralità). El Mundo iniziò una feroce campagna di accuse contro il governo “socialista” scatenando e dando eco alla maggior parte dei casi di corruzione. Curiosamente dalla caduta del governo del PSOE questo quotidiano ha dimenticato notevolmente il caso GAL, che a stento ritorna di attualità nell’insieme dei media (anche se restano molti processi da terminare).

Un altro esempio è la dittatura di Suharto in Indonesia; appoggiata dagli Stati Uniti e tremendamente sanguinosa, che continuava da anni ad assassinare migliaia di oppositori politici (comunisti, indipendentisti di Timor, ecc.) davanti al silenzio unanime e complice dei media occidentali. Di improvviso, circa due anni fa, iniziano ad apparire sulla stampa articoli e reportage denunciando il carattere tirannico e mafioso del regime indonesiano. Mesi dopo scoppiarono in Indonesia rivolte studentesche, ampiamente coperte dei media, e seguite dalle “dimissioni” di Suharto. Subito dopo essere stato sostituito da Habibi, uno dei suoi uomini di fiducia, d’improvviso l’Indonesia torna a sparire dalle notizie di attualità. Che è stato di Suharto? E delle proteste studentesche? Qual è la politica del nuovo governo? E c’è stato qualche cambiamento realmente democratico? In questo caso, possibilmente l’origine dell'”informazione fulmine” si deve cercare nei governi occidentali che controllano la situazione politica indonesiana (Stati Uniti o Australia); o magari nelle compagnie petrolifere che controllano la tremenda produzione di greggio di questo paese. Gli uni o gli altri sono probabilmente i responsabili della rapida diffusione e della brusca sparizione dell’informazione sull’Indonesia.

Come un esempio significativo di repentina scomparsa interessata di un’informazione risalta l’insieme di notizie sulla sollevazione zapatista in Messico. La spettacolarità e novità della sollevazione assicurò la sua massiccia diffusione all’inizio del 1994, però l’attenzione dei media si ridusse improvvisamente in maniera drastica in coincidenza con la visita del presidente messicano in Spagna. Adesso, quando la repressione dell’esercito messicano è forse maggiore, si parla appena degli zapatisti.

3.3 La sovrinformazione

Nell’altro estremo della non-informazione o carenza informativa di determinati temi troviamo il processo di “sovrinformazione” di altri. Entrambi, come facce di una stessa moneta, costituiscono una forma di disinformare. Numerosi esperti di comunicazione, come Ignacio Ramonet, centrano gran parte delle loro critiche ai media su questo fenomeno della sovrinformazione.

La sovrinformazione si manifesta in due forme differenti:

a) Sovrinformazione di alcuni aspetti di un argomento

informare in modo molto abbondante sopra certi aspetti di un argomento è una forma di emarginare altri aspetti, speso più importanti, polemici o chiarificatori. Non è che non si informi sopra questi ultimi aspetti, ma gli viene dedicato così poco spazio comparato a quello che si dedica agli altri aspetti che passano praticamente inosservati agli occhi del pubblico in generale.

Allo stesso tempo si diffonde la sensazione di essere esageratamente informati sopra un fatto, col il quale i media stanno compiendo la loro funzione, quando in realtà ci forniscono aneddoti ma scarseggiamo di chiavi per comprenderlo. Questo è il tipo di sovrinformazione più comune.

Di solito si materializza con una valanga ripetitiva di certe informazioni, dati ed immagini (spesso seguendo una linea sensazionalista, di notizia-spettacolo) senza entrare realmente nel fondo della questione.

Come abbiamo commentato, paradossalmente l’eccesso di informazione su di un tema suole produrre un effetto simile al non informare realmente sullo stesso. Per iniziare, un gran volume di informazione costante obbliga a leggere superficialmente, vale a dire, principalmente i titoli ed alcun trafiletto. E come abbiamo visto nella sezione dedicata a questi elementi, sono spesso i più manipolativi dentro una notizia. Il lettore, non essendo capace di assimilare tanta informazione, in gran parte deliberatamente superflua ed inutile, termina per saturarsi dell’argomento trattato. Questo può portare a che finisca per ignorarlo (se si oltrepassa una certa soglia di sovrinformazione) o, più comunemente, che accetti senza nessuno spirito critico la versione dei fatti con la quale lo bombardano.

Abbonda per esempio l’informazione sopra gli attentati dell’ETA ed il loro intorno, e le dichiarazioni in merito di personaggi pubblici, però si informa a mala pena sul contesto politico e sociale nei Paesi Baschi, sulla storia recente del nazionalismo basco o sulla strategia poliziesca repressiva. Centinaia di pagine di giornale, di ore di televisione e di radio, di dibattiti, discorsi ed articoli dedicati ogni giorno al conflitto basco, e senza dubbio la maggior parte della gente ignora quasi tutto sullo stesso. Quale miglior esempio di sovrinformazione disinformativa?

Un altro esempio più concreto ed illustrativo è estratto dal contesto della Guerra del Golfo: in una inchiesta realizzata a Denver (Stati Uniti) nel febbraio del 91 (in piena guerra) l’81 per cento degli interrogati era capace di rispondere quanti missili Patriot avevano lanciato “gli alleati” contro gli Scud iracheni il giorno anteriore, però solo il 2 per cento sapeva che una delle principali ragioni per cui l’Iraq aveva invaso il Kuwait alcuni mesi prima erano le manovre delle autorità kuwaitiane per abbassare il prezzo del petrolio (esempio preso dal libro”Occhio ai media!” di Michel Collon). La sovrinformazione si basa spesso sull’informare molto (e superficialmente) sul “come?” (nel caso anteriore, come si sta sviluppando la guerra) ed informare appena sul “perché?” (perché si iniziò realmente questa guerra) e sul contesto del fatto.

b) Sovrinformazione su temi banali

Alcuni argomenti aneddotici e banali sono oggetto di grande attenzione da parte dei media, presentandoli come di grande importanza. L’effetto è quello di distrarre l’attenzione pubblica da altri fatti e realtà molto più importanti per la vita delle persone e della società. Si distoglie l’attenzione da questi argomenti e si dirige verso altri meno conflittuali, in ogni caso meno compromettenti per i poteri dominanti: matrimoni reali, calcio, scandali amorosi del tipo del caso Lewinsky o sulla vita e morte di Lady D, ecc. con l’auge della telespazzatura (programmi rosa, Reality-show, ecc.) questi argomenti banali ed aneddotici hanno guadagnato un protagonismo insolito, invadendo anche le copertine dei giornali e gli spazi televisivi di informazione generale.

Col tema della sovrinformazione ha molto a che vedere la tremenda concentrazione mediatica attuale, vale a dire che sempre più mezzi di comunicazione stanno in mano a sempre meno persone. Così una azienda multimediatica è capace di diffondere uno stesso fatto, o una stessa versione dello stesso, da una grande diversità di mezzi di comunicazione, dando vita per conto suo ad una autentica campagna di sovrinformazione interessata. Come già affermava uno dei primi teorici (e pratici) della comunicazione sociale, Göbbels (responsabile della propaganda nazista nella dittatura di Hitler): “La più grande bugia ripetuta cento volte si trasforma in una grande verità”. La ripetizione asfissiante di una informazione genera credibilità, ed ancor più se si realizza da una grande quantità e varietà di media. Quindi il recettore tende a credere ad una versione dei fatti, o a dar maggiore importanza ad un argomento banale, quanto più numerosi e diversi siano gli informatori che coincidono nel dare la stessa versione, ignorando che in realtà tutti possono appartenere alla stessa azienda.

Per esempio, il gruppo mediatico spagnolo Prisa può attualmente diffondere un fatto od una versione dello stesso simultaneamente mediante le notizie dei quotidiani El Paìs e Cinco Dìas, le radio Cadena SER e Antena 3Radio ed il canale TV Canal Plus; mediante studi dell’agenzia di statistica Demoscopia e mediante monografici dei suoi editoriali Alfaguara, Aguilar, Santillana e Taurus. Poi la sovrinformazione può estendersi ad altri gruppi mediatici mediante il “contagio di attualità”.

Il fenomeno della sovrinformazione può rispondere a varie cause, a seconda dei casi e delle circostanze. Spesso la sovrinformazione di un tema banale o degli aspetti banali di un argomento risponde ad interessi politici, che hanno la loro origine nei gruppi di potere e di pressione e che contano con la collaborazione attiva dei mezzi di comunicazione. Non ci dimentichiamo che questi sono imprese spesso controllate da entità bancarie od altre multinazionali strettamente relazionate con i circoli del potere.

A questi interessi politici di solito si sommano gli interessi commerciali, di modo che spesso risulta complicato distinguere le cause reali di una campagna di sovrinformazione. Per esempio, la diffusione di fatti banali però propizi al sensazionalismo ed alla morbosità (che includano sesso, violenza, gente famosa, ecc.) ottiene sempre un notevole aumento degli ascolti o dell’acquisto della stampa. D’altra parte, la dura competizione commerciale fra aziende medianiche suole portare al “contagio di attualità”, vale a dire che se un’azienda riesce a rendere di attualità un argomento, il resto delle aziende in competizione dovrà ugualmente considerarlo, per non perdere ascolti. In questo modo, il bombardamento informativo che ci propina un gruppo aziendale si moltiplica quando la diretta concorrenza “segue la corrente per non rimanere indietro”.

Anche se ogni impresa da una versione propria dei fatti, d’accordo coi suoi interessi (ma a volte possono coincidere anche questi), in ogni caso tutti i media parlano costantemente delle stesse cose. I fatti sono ormai rabbiosa attualità, e la sovrinformazione è servita.

Un buon esempio di come dietro una stessa notizia ci possano essere tanto interessi politici come commerciali fu il Caso Lewinsky: le relazioni sessuali adultere di un Presidente di Governo (sesso, personaggio famoso) sono diffuse per ragioni politiche (da parte dell’opposizione Repubblicana, per infangarne l’immagine) con tale intensità che persino i media alleati (pro-Democratici) si vedono obbligati a trattare il tema (contagio di attualità). Nello stato spagnolo, senza dubbio, la tremenda diffusione di un caso che riguarda principalmente la politica interna americana non si spiega tanto con gli interessi politici, quanto con quelli commerciali: dovuto all’alto contenuto morboso del fatto.

Un altro caso più vicino fu quello di tre ragazze sequestrate, violentate ed assassinate ad Alcàsser verso la fine del 1992. un fatto senza dubbio terribile, però non molto più di altre migliaia che ogni anno succedono in Spagna e che non raggiungono una grande diffusione. Il triplice crimine di Alcàsser fu senza dubbio così intensamente diffuso e sfruttato dai media, che in solo una settimana il fenomeno raggiunse quote di allarme sociale. Il fatto si produsse proprio quando i Reality Shows iniziavano a guadagnare grande popolarità nella televisione spagnola, per cui l’origine di questa quasi isterica campagna di sovrinformazione fu basicamente commerciale: questo tipo di programmi trovò in un caso così morboso (violenza e sesso) il suo “battesimo del fuoco” col quale raggiunsero una quota di ascolti impressionante.

Però subito dopo il fatto fu ripreso dagli spazi di informazione generale (stampa quotidiana e telegiornali), in uno spiegamento di “giallismo” giornalistico senza precedenti. Possibilmente per ragioni commerciali: per sfruttare al massimo l’audience che i Reality-Shows erano riusciti a generare. Però anche per ragioni politiche, poiché l’allarme sociale fu tale che il governo del PSOE, con in testa il Ministro degli Interni Corcuera, ne approfittò per agire contro la magistratura (accusandola di essere troppo permissiva con i criminali) ed introdurre, con l’appoggio di un’opinione pubblica molto sensibilizzata, modificazioni che indurirono la politica di permessi penitenziari del nuovo codice penale in progetto.

Anche se secondo molti giudici tali modificazioni (che appoggiavano la linea di Corcuera e della sua criticata Legge di Sicurezza Cittadina: “Legge Corcuera”) violavano lo Stato di Diritto, il PSOE si appoggiò sull'”allarme sociale” per introdurle.


ANNESSO

NOTIZIE IN ORDINE DI COMPARSA

“Il tribunale per la ex Yugoslavia accusa Milosevic di crimini di guerra ed ordina il suo arresto”- “Milosevic, accusato di crimini di guerra dal Tribunale Internazionale per la ex Yugoslavia” El Mundo 27/5/99, pag. 38

“Milosevic, processato per aver fatto assassinare 340 persone e deportare 740000”- “Il tribunale de L’Aya ordina di arrestare Milosevic per aver deportato 740000 persone ed assassinato 340” El Mundo 28/5/99, pag. 39

“L’Aya rifiuta la prima delle richieste di Belgrado” – El Mundo 3/6/99, pag. 40

“Il PP ed il PSE giudicano xenofobe le critiche di Arzallus agli immigranti” -El Paìs 25/4/00, pag. 41

“La protesta agricola e l’apertura delle Corti collassano il centro” -Diario 16 4/5/00, pag. 42

“Nonostante tutto, Expotecnia viaggia a Istambul” -El Paìs 30/5/99, pag. 43

“La Svezia sterilizzò 230000 persone in un programma per migliorare la razza” -ABC 29/5/00, pag. 44

“Convocato uno sciopero dei minatori per oggi e domani” -ABC 1/6/99, pag. 45

“Barrionuevo e Vera escono oggi dal carcere dopo l’indulto del governo” -El Paìs 24/12/98, pag. 46

“Aznar avvisa che le politiche socialiste portano frode e corruzione” -ABC 17/5/99, pag. 47

“Il Pentagono sospetta che Belgrado tenga un arsenale chimico” El Paìs 17/4/99, pag. 48

“IU fallisce nel tentativo di raccogliere 500000 firme per le 35 ore” -El Paìs 13/2/99, pag.49

“Il presidente dell’Ecuador cede alle proteste ed abbassa il prezzo della benzina” Diario 16 16/7/99, pag. 50

“Il governo dell’Ecuador progetta di alzare le tasse” -El Paìs 25/7/99, pag.51

“Il governo brasiliano taglierà il 40 % del preventivo per le spese sociali” – El Paìs 11/11/98, pag. 52

“Il FMI indurisce le condizioni per aiutare il brasile” -El Paìs 9/3/99, pag. 53

“Anguita chiama i sette milioni che dissero no alla NATO” El Paìs 3/6/99, pag. 54

“Collage”, pag. 55

“Santa Barbara termina lo sviluppo del missile più avanzato del mondo” – El Mundo 23/12/97, pag. 56

“Piccola storia di un aviatore notturno” – El Paìs 30/5/99, pag. 57

“Solo la metà dei detenuti tossicodipendenti riceve il trattamento con metadone” – El Paìs 18/3/99, pag. 58

“Militanti del PSOE credono che i cartelli danneggino i loro candidati” -La Razòn 20/5/99, pag. 59

“PP e PSOE qualificano come razziste le parole di Arzallus” – El Mundo 25/4/00, pag. 60

“Statistica senza valore di diagnosi” – El Paìs 9/4/00, pag. 61

“La cifra degli immigranti accolti con la Legge per l’immigrazione supera tutte le previsioni” -El Paìs 26/5/00, pag. 62

“Almunia felicita Aznar per il successo del governo nei negoziati con la NATO” – El Paìs 23/12/97, pag. 63

“I grandi magazzini vendettero nel 1998 il 9 % in più e crearono 15000 posti di lavoro” -El Paìs 10/6/99, pag. 64

“La Alleanza non ha smentito ancora i suoi “errori” informativi” – El Mundo 19/6/99, pag. 65

“Una giovane rimane paralizzata dopo essere stata pestata da alcuni “teste rasate”” -El Paìs 29/3/00, pag. 66

“La polizia di Barcellona inventò l’aggressione degli “skins” ad una giovane” – El Paìs 31/3/00, pag. 67

“Manifestazioni organizzate da comunisti per evitare lo sfratto de “La Prose” -ABC 28/6/91, pag.68

“14 ribelli zapatisti disertano l’EZLN” – El Paìs 31/3/99, pag. 69

“Sospetti su che la consegna delle armi degli zapatisti fosse una “farsa” ” – El Paìs 2/4/99, pag. 70

“Il tribunale de L’Aya incolpa Milosevic per le espulsioni massicce ed i crimini in Kosovo” – El Paìs 28/5/99, pag. 71

“I navarri vogliono fare la loro festa in pace ” – ABC 7/7/88 , pag. 72


A) STRUTTURAZIONE DELL’INFORMAZIONE NEL PERIODICO

1. Localizzazione ed estensione della notizia

1.1 Secondo le pagine dove appare

1.2 Secondo la sua ubicazione nella pagina

1.3 Secondo la sua estensione

1.4 Secondo la sezione dove appare

 

2. Contorno
cornice nella quale è inserita la notizia

 

3. Fotografie ed altro materiale grafico 

 

4. Strutturazione di una notizia:
la “Piramide rovesciata”

4.1 Titoli e trafiletti

4.2 Decontestualizzazione

B) IL LINGUAGGIO

1. Il linguaggio scritto

1.1 Tono / linguaggio orientato

1.2 “Parole magiche”

1.3 Associazioni di parole e fatti

1.4 Eufemismi e tecnicismi

1.5 Espressioni orientate

1.6 Stili narrativi

 

2. Il linguaggio delle immagini

2.1 Immagini manipolative

2.2 Campagne fotografiche

 

3. Il linguaggio dei numeri

 

C) CONTENUTO DELL’INFORMAZIONE

1. Selezione ed uso delle fonti di informazione

 

2. Informazione falsa

2.1 Informazione falsa scritta

2.2 Informazione falsa visiva

 

3. Selezione degli argomenti di informazione

3.1 La non-informazione

3.2 “Informazione-Fulmine”.
Notizie che appaiono e scompaiono

3.3 La sovrinformazione

     ANNESSO: NOTIZIE PER ORDINE DI COMPARSA

 

Gruppo di Apprendistato Collettivo

COMUNICAZIONE POPOLARE


Distribuito da: SCUOLA POPOLARE PER ADULTI “LA PROSPE”
c/ Luis Cabrera, 19 28002 MADRID
Tel. : 0034 91 562 70 19 Posta elettronica : prospe@nodo50.org
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Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento casuale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.

Susanna e i vecchioni

Susanna e i vecchioni. Artemisia Gentileschi 1610

Libro di Daniele, capitolo 13

Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakìm, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio. I suoi genitori, che erano giusti, avevano educato la figlia secondo la legge di Mosè. Ioakìm era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui. In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: «L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo». Questi frequentavano la casa di Ioakìm e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro. Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito. I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi. Eran colpiti tutt’e due dalla passione per lei, ma l’uno nascondeva all’altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei. Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro: «Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare» e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.
Mentre aspettavano l’occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo. Non c’era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla. Susanna disse alle ancelle: «Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno». Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti. Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì. I servi di casa, all’udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo. Quando gli anziani ebbero fatto il loro racconto, i servi si sentirono molto confusi, perché mai era stata detta una simile cosa di Susanna. Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakìm, suo marito e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna. Rivolti al popolo dissero: «Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakìm». Mandarono a chiamarla ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari e amici piangevano.
I due anziani si alzarono in mezzo al popolo e posero le mani sulla sua testa. Essa piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore. Gli anziani dissero: «Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l’ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni». La moltitudine prestò loro fede poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce.
Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei!».
Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole?». Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei».
Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità». Daniele esclamò: «Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò». Separati che furono, Daniele disse al primo: «O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?». Rispose: «Sotto un lentisco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due». Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: «Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme?». Rispose: «Sotto un leccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire».
Allora tutta l’assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakìm e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo.

 

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