Archivio dell'autore: Ruminatiolaica

Imparerò ad anticipare le sue mosse

“C’è stato un momento in cui ho pensato: “se adesso muoio sono una donna libera”. I momenti felici ci sono stati all’inizio, se no non mi sarei innamorata. Pensavo: “io lo posso cambiare”.

I violenti noi non possiamo cambiarli. Ma tu pensi: “domani sarò brava, non parlerò, cucinerò bene, stirerò bene le camicie. Non risponderò. Imparerò ad anticipare le sue mosse”.

Mi sdoppiavo. La cosa che mi faceva più male era quando gli altri assistevano alla violenza e tacevano.

Poi nel duemila undici, dopo nove anni di silenzio e di violenze contro di me, contro i miei genitori e un tentativo di strangolamento, ho denunciato mio marito.

Io sono una sopravvissuta, un numero in una statistica. Altre meno fortunate di me non ce l’hanno fatta e non ci sono più”.

 

Grazia Biondi

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Sostengo Sumaya perché

Sostengo Sumaya Abdel Qader perché:

  • si batte per l’autodeterminazione delle donne
  • pratica il dialogo con tutte le parti
  • sostiene la laicità dello stato

 

  • rifiuta i matrimoni imposti e le spose bambine
  • rifiuta l’imposizione del velo
  • rifiuta l’infibulazione

 

#SostengoSumaya

 

Il mio (non) nemico

Oggi ho avuto una discussione, la solita di tante altre volte, tutte le volte con le stesse domande e le stesse risposte. «Non possiamo aiutarli a casa loro?» chiede il mio interlocutore. «Lo dico per loro, ci sono tanti bambini che sono qui senza nessuno, restano soli».

Ho fatto esercizio di pazienza. Non mi sento migliore del mio interlocutore perché semplicemente non lo sono, non in questo contesto. Ascolto i suoi dubbi, le sue paure, il suo non arrivare a fine mese. Cose vere, cose che non meritano il mio disprezzo. Se lo disprezzassi snobberei qualcuno che si sente mancare il terreno sotto i piedi e ha paura di perdere gli appigli su cui si è sempre retto. Non rispetterei la sua vita di lavoro e sacrifici. Non terrei conto della sua generosità che invece conosco.

Chiedo cosa lo turba. Mi dice che non lo sa, che non se ne intende. Ipotizza che forse basterebbe raccogliere una decina di euro a testa per aiutarli a casa loro. Non reagisco, non sbraito. Penso in silenzio. Poi gli chiedo dell’ultima spesa che ha fatto, quanto è costata e piano piano si comincia a ragionare di realtà, di numeri, di cose concrete. Riesce a capire le proporzioni. Gli chiedo se ci tiene davvero ai bimbi soli in questo paese straniero. Mi dice di sì e sono certa che ci crede. È una persona normale, come tante altre: né cattiva né buona. È preoccupato, spaventato non capisce come agire né cosa lo aspetta. Ha paura del futuro.

Gli dico che se è preoccupato per i minori soli potrebbe regalare una parte di quello che non gli serve. Chessò, dei vestiti, una piccola cifra, una spesa alimentare. È una strategia per farlo ragionare. Risponde che non gli avanza nulla e anche su questo so che non mente. Gli dico che io aiuto qualcuno “a casa sua”. Mi chiede informazioni.

Mi chiede come si chiama quella persona e io gli dico un nome femminile. Abbiamo voluto sostenere una ragazza, ha 15 anni, va a scuola, la aiutiamo per l’istruzione e per le cose quotidiane di cui ha bisogno. Abbiamo la sua foto: è una spilungona con gli occhi grandi, è nera. Che lo sia è un caso. Non ci siamo fatti tante domande: è capitato che sapessimo di questi ragazzi rimasti orfani e ci siamo proposti così, semplicemente.

Lei sa che ci siamo, ci ha scritto. È una ragazzina. Una ragazzina orfana che sta studiando. È il futuro. Sapere che lei esiste mi rassicura. Lei è una scommessa per i tempi che verranno e che spero siano più clementi con tutti noi.

Non è lei il mio nemico, come non lo sono quelli che inseguono una speranza in un paese straniero. Il mio nemico è la mancanza di lavoro, l’instabilità economica, le pensioni che non arrivano a fine mese, i soldi che non bastano, i servizi che si riducono.

Non è lei il mio nemico, lei è il mio canale di comunicazione col mondo, quello che c’è al di là delle paure di tutti noi. Quello in cui ci si rende conto che le differenze non sono tra bianchi e neri, europei e immigrati, ma solo tra chi può permettersi una vita decente e chi no.

 

Ps.

«Il complottista non interagisce con chi smonta le bufale. In uno studio del 2015 effettuato su 54 milioni di utenti di Facebook, abbiamo dimostrato che solo un utente su dodici interagisce con voci contraddittorie. Chi aderisce a una teoria del complotto entra in una comfort zone in cui nessuno contraddice le mie idee. A quel punto, ogni tentativo di smentire una bufala porta a polarizzare le posizioni, e a radicalizzarle» (…).

«Forse una chiave sta nel dimostrare empatia con l’interlocutore».

Quando le bufale disintegrano il dialogo

Quando le bufale disintegrano il dialogo  PDF

 

Primo Maggio. Prima il lavoro

Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Primo Maggio. Prima il lavoro

Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, Università Cattolica di Milano

Nessuno resti indietro. Papa Francesco, la dignità del lavoro e l’inclusione sociale di Roberto Alborghetti é un patrimonio enorme racchiuso in meno di cento pagine. Il giornalista e saggista bergamasco riassume “il modo alternativo” a quello dei mercati finanziari e monetari di considerare il diritto del lavoro: per la Chiesa esso è “un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace”. Da abile autore di biografie, Alborghetti rintraccia nella storia personale e pubblica di Bergoglio tali e tanti elementi da delineare l’identikit di un paladino della democrazia inclusiva e partecipativa. Il Papa che definisce “vergognoso” il fatto che ai lavoratori sia chiesto di rinunciare ai propri diritti e che, senza tregua, come già faceva instancabilmente da Arcivescovo a Buenos Aires, chiede di non dimenticare le notizie delle ”morti bianche”. L’unica guida di calibro mondiale in grado di tracciare, anche con espressioni originali, una linea di separazione netta tra “lavoro degno” e “lavoro schiavo”. Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Come? Per Papa Francesco dalle “periferie” le cose del mondo si percepiscono in maniera diversa e i cambiamenti sociali e culturali si realizzano prima che altrove; occorre denunciare la corruzione, disinnescare il conflitto sociale, sentirsi tutti, ognuno per la sua parte, responsabili di ciò che ci accade. Il suo essere al di sopra di ogni linea politica ben si comprende ascoltando le confidenze di Bergoglio: “Mi accusarono di essere un gesuita pro-salesiano” dice Francesco, perché da arcivescovo ricordava che Don Bosco aveva aperto scuole di arti e di mestieri. La sua matrice latinoamericana si coglie: “I ragazzi e le ragazze sono molto poveri; alcuni vengono addirittura scalzi a scuola” scriveva alla sorella Maria Elena quando da novizio chiese di lavorare come insegnante e fu mandato in Cile. Con il volumetto, si scopre chi possa aver contribuito a rendere tanto tenace il Pontefice: “Le cose vanno fatte bene. Mi stava dicendo che il lavoro va sempre preso con molta serietà” è il ricordo vivo di Francesca Ambrogetti, il capo a cui aveva prestato assistenza in un laboratorio di analisi. Bergoglio è davvero convinto che tutto sia stato per lui un tirocinio a “spingere le persone a tornare a credere”: durante una visita pastorale ad una parrocchia romana è stato questo il commento al lavoro prestato un tempo agli ingressi di un locale da ballo.

“L’impatto nella vita del futuro Papa – documenta il testo – con i problemi e i drammi del lavoro non fa parte di un episodio provvisorio o di una delimitata fase storica, ma si allarga al cammino di una intera esistenza. Anzi, ne modella e ne forma il vissuto quotidiano, a partire dai giorni della fanciullezza, quando in famiglia ascoltava attento e con gli occhi sgranati il racconto dei genitori e dei nonni, che narravano storie di emigrazione, di fatiche, di sacrifici e spesso di dolore”.

“Nessuno resti indietro” è un titolo azzeccato che non si potrà dimenticare ripensando al fatto che avremmo potuto non avere il primo Vescovo latinoamericano di Roma se il ragionier Mario Bergoglio, il papà di Papa Francesco, come era nelle prime intenzioni, fosse salito a Genova a bordo del piroscafo “Principessa Mafalda” che, navigando con 1264 nostri connazionali verso le Americhe, si inabissò a largo di Bahia. È stato il più grande naufragio della Marina mercantile italiana. Le 344 vittime del 1927 obbligano a tenere lo sguardo rivolto a chi, oggi, in questo primo maggio di festa, cerca ancora per via di mare dignità e inclusione.


Alla fine la vita è un faccenda appassionante e a volte propone circostanze insolite. Accade ad esempio che un amico, docente della Cattolica, mi proponga di pubblicare una sua riflessione sul mio blogghino. Dovete sapere che ho una formazione cattolica (la sezione about spiega chi sono), i miei interessi si orientano verso lo studio delle religioni, ma non sono praticante e ho sviluppato il mio pensiero in senso laico. Ebbene, questa situazione mi piace molto perché mi permette di attuare la maggiore delle mie priorità: il superamento della logica degli steccati.

Ilaria Sabbatini

Nell’immagine: Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864. Rappresenta dei braccianti durante il loro lavoro, impegnati a trascinare con delle corde una chiatta, lungo l’argine dell’Arno (chiamato “alzaia”).

Bullismo: parlarne sì ma seriamente

Quello leggerete qui è il risultato di una sfida. Non troverete impressioni individuali ma solo dati statistici e opinioni di persone professionalmente coinvolte dal tema del bullismo: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, educatori.

Io che scrivo non sono professionalmente qualificata in questo ambito: sono un’umanista stanca di una situazione in cui hanno preso la parola tutti – anche quelli che non avevano niente da dire – mentre gli unici che sono in grado di dire qualcosa di qualificato non sono stati ascoltati o nel migliore dei casi hanno ottenuto spazi risicati. Io non mi accontento più di un commento generalista per questo sono andata alla ricerca di letture utili, in una sorta di esperimento condiviso attuato attraverso il mio blog. Peraltro è un esperimento in evoluzione dunque incoraggio i lettori a lasciare altre eventuali indicazioni nei commenti.

Ruminatiolaica è un piccolo blog ma grazie all’aiuto dei miei contatti social sto provando a mettere insieme una rassegna che entri più addentro al problema e lo faccia in modo appropriato. Perché quella del bullismo non è una questione da opinionisti tuttologi ma ha implicazioni talmente profonde da sviluppare conseguenze a lungo termine che ci riguardano tutti.

Una volta tanto, invece di intervistare il personaggio mediatico di turno, si potrebbe dare la priorità a una/o psicoterapeuta, se non altro per avere un punto di vista che esuli dai luoghi comuni e dalle impressioni individuali. Se il problema del bullismo è sentito in modo così urgente sarebbe opportuno privilegiare opinioni qualificate. E visto che per ora non viene fatto proviamo a farlo noi, senza alcuna pretesa di esaustività.

Di seguito riporterò articoli e interviste che mi sono state segnalate da persone che lavorano nell’ambito di competenza della psicologia, della psicoterapia e dell’educazione.

Dati statistici, Fonte CENSIS

«Processi formativi» del 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016

Roma, 2 dicembre 2016 – Bullismo e cyberbullismo, fenomeni diffusi nella parziale consapevolezza di giovani e famiglie. Il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. La percentuale sale al 55,6% tra le femmine e al 53,3% tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni. Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese, eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%). Su internet sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Il 47,5% degli oltre 1.800 dirigenti scolastici interpellati dal Censis indica i luoghi di aggregazione giovanile come quelli in cui si verificano più frequentemente episodi di bullismo, poi il tragitto casa-scuola (34,6%) e le scuole (24,4%). Ma è in internet che il bullismo trova ormai terreno fertile, secondo il 76,6%. Nel corso della propria carriera il 75,8% dei dirigenti scolastici si è trovato a gestire più casi di bullismo: il 65,1% di bullismo tradizionale e il 52,8% di cyberbullismo. Per l’80,7% dei dirigenti, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti. Il 51,8% dei dirigenti ha organizzato incontri sulle insidie di internet con i genitori, avvalendosi prevalentemente del supporto delle Forze dell’ordine (69,4%) e di psicologi o operatori delle Asl (49,9%). All’attivismo delle scuole non ha corrisposto però un’equivalente partecipazione delle famiglie, che è stata bassa nel 58,9% dei casi, media nel 36% e alta solo in un marginale 5,2% di scuole.

L’iniezione digitale nella scuola italiana. Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) sta entrando nel suo secondo anno di operatività, ma emergono alcune criticità. Il principale rischio, segnalato dal 77,2% dei 1.221 dirigenti scolastici interpellati nell’ambito di una indagine Hewlett-Packard-Censis, è quello di un’offerta formativa inadeguata o insufficiente. Al secondo posto (70,9%) si colloca il rischio che l’entusiasmo tecnologico metta in ombra la rivisitazione dei modelli pedagogici, ovvero che le tecnologie siano utilizzate nelle scuole con un approccio didattico tradizionale. Quasi la metà dei dirigenti (47,6%) esprime il dubbio che il Piano accentuerà le disparità tra le scuole «forti», con esperienze pregresse, buona dotazione tecnologica e docenti formati all’uso delle nuove tecnologie, e le scuole che si affacciano ora al mondo digitale. Il 40% dei dirigenti delle scuole del Mezzogiorno fa riferimento a una «scuola digitale a due velocità».

La capacità inclusiva dell’Iefp degli allievi con disabilità. Il sistema dell’istruzione e formazione professionale (Iefp) si rivolge ai giovani che per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione-diritto/dovere all’istruzione e alla formazione optano per percorsi di breve durata e professionalizzanti. In soli tre anni, a partire dal 2011-2012 gli iscritti al triennio sono cresciuti del 56,5%, e nel 2013-2014 sono in totale 316.000. Tra il 2012 e il 2014 gli iscritti con disabilità ai percorsi triennali risultano essere tendenzialmente in crescita, essendo passati dai 14.340 del 2012-2013 ai 17.117 del 2014-2015. Cresce anche la loro incidenza sul totale degli iscritti, passata dal 5,2% al 6,5%: valori significativamente più elevati di quelli rilevabili nel primo triennio di scuola superiore, dove nel 2012-2013 e nel 2013-2014 la presenza di alunni con disabilità è stata pari rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Sono i corsi per operatore della ristorazione quelli che riscuotono il maggiore gradimento (32%), seguiti a distanza da quelli per operatore del benessere (8,8%) e operatore amministrativo-segretariale (7,1%). Sono soprattutto le istituzioni formative ad accogliere questa tipologia di allievi (7,5% degli iscritti), mentre nei percorsi Iefp attivati nelle scuole la quota si attesta al 6%. Le istituzioni formative svolgono nei confronti dei disabili una preziosa funzione di inclusione. Ma l’approccio formativo serve anche per l’acquisizione di competenze di base e specialistiche in grado di fornire professionalizzazione e occupabilità.

L’attrattività dell’Alta formazione artistica e musicale, nonostante l’attesa della riforma. Successo per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam): considerando sia i corsi pre-accademici, sia i corsi di livello terziario, si è passati dai 54.984 iscritti del 1999-2000 agli 87.003 del 2015-2016 (+58,2%). Un incremento conseguente all’attivazione dei corsi accademici riformati: tra il 2008-2009 e il 2015-2016 gli iscritti a corsi di livello terziario sono passati da 48.281 a 63.054 (+56,5%). Un’attrattività esercitata anche in ambito internazionale, grazie alla tradizione e al prestigio delle discipline artistiche in Italia. Per la sola fascia accademica, gli stranieri iscritti sono 10.710 nell’a.a. 2015-2016, con un incremento del 10,7% sull’anno precedente e un peso sul totale degli iscritti del 17% (il corrispondente indicatore per il sistema universitario nell’insieme è pari al 4,3% nel 2014-2015). Le strutture più frequentate sono le Accademie di belle arti statali e non, con il 22,3% di stranieri iscritti ai corsi di I e II livello, pari al 70,3% degli stranieri che scelgono l’Italia per conseguire un titolo terziario in campo artistico-musicale. Secondo i dati del 2014-2015, gran parte del successo estero dell’offerta Afam dipende dal consistente flusso in ingresso di cinesi (circa il 52% del totale). Secondo i direttori Afam interpellati dal Censis, le principali criticità riguardano la mancata emanazione dei decreti attuativi della legge 508/99 (per l’84,5%), l’insufficienza dei fondi disponibili (59,2%) e le modalità di reclutamento obsolete e non meritocratiche (53,5%). Va garantita la possibilità di reclutare docenti di prestigio (per il 70,7%), rafforzato il collegamento con il mondo del lavoro (68,3%), migliorati i servizi di accoglienza e diritto allo studio (63,4%). Per i direttori delle Accademie di belle arti è urgente avviare i dottorati di ricerca, completando l’offerta formativa e sviluppando le attività di ricerca (68,8%). Il 56,3% di loro vedrebbe con favore lo sviluppo di un’offerta di corsi a pagamento per gli stranieri interessati.

I ridotti sbocchi professionali, principale causa di insoddisfazione delle scelte universitarie. La ridotta attrattività dell’istruzione universitaria è ormai un fenomeno di lungo periodo. Il cambio di segno delle immatricolazioni nell’anno accademico 2014-2015 (+1,1% sull’anno precedente) fa sperare in una inversione di tendenza. A quattro anni dal conseguimento del titolo, il 68,4% dei laureati ha indicato l’interesse disciplinare quale principale motivo per la scelta del percorso universitario intrapreso, seguito a distanza dalla convinzione che l’immatricolazione al corso di laurea preferito garantiva buone prospettive lavorative (16,3%). Tuttavia, il 32,4% oggi non si riscriverebbe allo stesso corso. Circa il 20% di chi disconosce la scelta fatta individua la causa nella maturazione di nuovi interessi, ma quasi il 60% è insoddisfatto per gli sbocchi professionali della laurea conseguita (e il livello di insoddisfazione è superiore di oltre 8 punti percentuali tra le laureate rispetto ai colleghi maschi). La scelta universitaria, anche se causa di qualche rimpianto, resta pur sempre un’esperienza positiva per i più. L’86,1% di chi non si iscriverebbe di nuovo al corso di studi prescelto dichiara, nonostante tutto, di volersi riscrivere.


Dati statistici, Fonte ISTAT

Comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi: Bullismo

Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale.

Hanno subìto ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti più i ragazzi 11-13enni (22,5%) che gli adolescenti 14-17enni (17,9%); più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%). Tra gli studenti delle superiori, i liceali sono in testa (19,4%); seguono gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%).

Le vittime assidue di soprusi raggiungono il 23% degli 11-17enni nel Nord del paese. Considerando anche le azioni avvenute sporadicamente (qualche volta nell’anno), sono oltre il 57% i giovanissimi oggetto di prepotenze residenti al Nord.

Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).

Le prepotenze più comuni consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici. Tra le ragazze è minima la differenza tra prepotenze di tipo “diretto” e “indiretto” (rispettivamente 16,7% e 14%). Al contrario, tra i maschi le forme dirette (17%) sono più del doppio di quelle indirette (7,7%)


 

 Contributi

Sergio Astori, Narcisisti di oggi (e di domani?)  

Sergio Astori, Psichiatra e docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano

Narciso sta prendendo il posto di Edipo nelle menti e nei cuori dei nostri giovani? Incuriosisce che «per dirsi qualche cosa» i ragazzi degli anni Sessanta, secondo il ritornello composto da Franco Migliacci (1963), dovessero «farsi mandare dalla mamma a prendere il latte», mentre quelli di oggi «per comandare» debbano andare «in tangenziale» (Fabio Rovazzi, Daniele “Danti” Lazzarin, 2016). I “nati nel nuovo millennio” sono descritti dai mass media come autoreferenziali, poco motivati, impacciati nel confronto con mamme ipercinetiche e padri latitanti: i cosiddetti Papà-Pig, perché il padre di Peppa Pig non sa fare quasi nulla e la famiglia lo dimentica anche al picnic. Nella rappresentazione popolare sembrano giovani orfani di genitori, consolabili solo col piacere chimico. «I tuoi genitori ti han sbattuto fuori, ti chiamo hai la batteria scarica, fatti ogni singola droga, per asciugarti ogni singola lacrima» rappa Gué Pequeno (2013). Sono davvero così fragili i pronipoti di Gianni Morandi? Sui mezzi pubblici incrocio gruppi di studenti che sanno alternare la commozione per il film Disney visto la sera prima a risatine maliziose su quanto “tira la foto di un tipo” sui social. 

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Patrizia Fistesmaire, La tensione della cosa pubblica*

* l’articolo in versione integrale è stato concesso dall’autrice a questo blog

Patrizia Fistesmaire, Dirigente Psicologa e Psicoterapeuta Responsabile del Consultorio della Zona Piana di Lucca

L’episodio di Lucca è un evento triste perché mette tutti gli adulti di fronte ad un’inquietudine esistenziale ove si tende a porsi nei panni del professore più che del giovane. Non siamo di fronte ad un conflitto generazionale ma ad un atto che segue una logica differente dalla contestazione e dalla lotta tra il giovane e l’adulto, tra lo studente e la scuola, per l’affermazione di sé e di diritti considerati dei principi per cui cercare uno scontro. Preoccupa la modalità di aggressione, non soltanto l’aggressione in sé. L’umiliazione e la spettacolarizzazione di questa (…). Immortalare un’immagine e diffonderla significa dargli una vita propria che spesso sfugge sia all’intenzione che alla consapevolezza di chi lo ha fatto. Ma gli adolescenti di oggi hanno nuovi bisogni rispetto al passato poiché sono figli di una società notevolmente mutata.

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Ma première pensée a été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme. C’est souvent ma méthode – partir de la première idée qui me vient en tête, sans juger si elle est bonne ou mauvaise. C’est un principe qui peut s’autoriser de la psychanalyse (…). Mon point de départ a donc été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme, et pourquoi. Car qui dit symptôme en psychanalyse dit déplacement de la pulsion, ou du moins, dans les termes freudiens, substitution d’une satisfaction de la pulsion – ce qui, en lacanien, peut se traduire par jouissance (…). Voilà la question que je me suis posée : l’émergence de la violence, n’est-ce pas le témoignage qu’il n’y a pas eu de substitution de jouissance ?

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 Con il bullismo abbiamo sempre usato l’approccio sbagliato?

Il Post

La strategia di Pikas si chiama “metodo dell’interesse condiviso” e oltre ad essere applicato nei paesi scandinavi da circa trent’anni viene utilizzato in via sperimentale in alcuni paesi francofoni come Francia, Belgio e Svizzera, e anche in Australia. Due ricercatori australiani hanno condotto un’indagine su questo metodo dimostrando nel 2010 che, ovunque sia stato messo in pratica, ha raggiunto ottimi risultati. Il metodo parte dal presupposto che le molestie e il bullismo siano un fenomeno di gruppo: ci sono studenti il ​​cui coinvolgimento è maggiore, altri che partecipano in modo indiretto (ad esempio ridendo) e poi c’è il resto della classe che resta a guardare.

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Bullismo: genitori, che fate?

intervista a Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore del consultorio sull’adolescenza dell’istituto “Minotauro”.

Altroconsumo

Il bullismo è un fenomeno sottostimato, come risulta nella nostra inchiesta?

Ė poco conosciuto nella sua definizione specifica, c’è invece una banalizzazione del significato della parola bullismo: di solito i genitori lo riferiscono genericamente a dispetti e prevaricazioni o a normali difficoltà che i figli possono incontrare in età scolastica.

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Ersilia Menesini è Professoressa Ordinaria di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Firenze. Nel monografico estivo di Psicologia e scuola (luglio/agosto 2015) Il bullismo a scuola. Come prevenirlo, come intervenire si rivolge agli insegnanti, agli psicologi scolastici, ad altri professionisti che lavorano in collaborazione con la scuola e ai genitori.

Il libro nasce per dare una visione più completa e aggiornata del fenomeno bullismo, descrivere e approfondire alcune strategie per la prevenzione e il contrasto del problema e offrire strumenti utili per intervenire in modo efficace.

 

 


Le  letture

 Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi a crescere? Come si può aiutare un figlio se si preferisce il ruolo di madri-sorelle o padri-fratelli? Nel corso degli ultimi cinquant’anni siamo passati da una generazione di genitori autoritari a una generazione di genitori deboli. Ma la soluzione non è tornare indietro. Secondo Ammaniti è necessario cambiare marcia, non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Non si tratta di ricreare vecchie barriere, ma di capire che la separazione serve a salvaguardare le differenze che caratterizzano ogni essere umano. Leggere l’anteprima
 I servizi di psichiatria vedono crescere il numero di giovani che accusano forme di disagio psichico. Un fatto allarmante, che più che il segnale di un aumento delle patologie, è il sintomo di un malessere generale che permea la società. Un fenomeno che costringe a interrogarci su che cosa si basi la nostra società, su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non ci fosse, ma la fede nel progresso è sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri.
 Après l’enfance, c’est le temps des métamorphoses. Après l’enfance, il faut trouver de nouveaux mots, de nouvelles façons de dire, d’écrire – sur les murs, sur le corps parfois – pour faire trace de sa présence. Ou bien effacer toute trace de ce corps en trop. Après l’enfance, on s’affronte à des terreurs insoupçonnées, à des attraits naissants, et il n’y a pas de mode d’emploi qui dise comment faire. Alors, on s’avance à plusieurs, en bande ou avec la meilleure copine. D’autres appuis se proposent, combien plus périlleux et radicaux parfois.  Après l’enfance, nous ne pouvons plus nous contenter de tendre aux jeunes gens et aux jeunes filles déboussolés le miroir d’une adolescence qui ne reflète que nos rêves ou nos peurs – de parents, d’adultes, de citoyens.

Bullismo e media

Spiega un giornale che all’ITC Carrara di Lucca è assalto dei media. Da giorni le telecamere rincorrono anche il professore che è stato aggredito. Lui ha chiesto qualche permesso per assentarsi. «Oggi le troupe de Le Iene e quelle di Domenica Live si sono presentate a scuola per cercare di parlare con preside, docenti e ragazzi».

Cari operatori dei media, vi dico bravi. Bravi perché date sempre più visibilità mediatica all’ITC Carrara di Lucca, la scuola del professore bullizzato. Non preoccupatevi delle conseguenze, non ponetevi limiti: andateci con la troupe de Le iene e con quella della D’Urso, andateci con i telegiornali, gonfiate ancora di più questo grande baraccone che avete costruito.

Al posto degli animali ammaestrati metteteci gli studenti che bestemmiano con il casco in testa. Fate in modo che questi ragazzi si rivedano in televisione più e più volte. Fate in modo che li vedano tutti e che i bulli ottengano quella visibilità che cercavano. Anzi dategli una medaglia per le impennate di share che vi fanno ottenere. Fate in modo che li vedano anche i loro compagni e gli studenti delle altre scuole di ogni ordine e grado.

Così impareranno una volta per tutte che se vogliono avere visibilità garantita il modo migliore è quello di essere arroganti, irrispettosi e aggressivi. Applausi: state costruendo la prossima generazione di bulli.

http://m.iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2018/04/24/news/prof-aggredito-parla-il-bullo-succedeva-tutti-i-giorni-ora-paura-delle-minacce-video-1.16752812

Professore si inginocchi

Un professore dell’istituto tecnico Carrara di Lucca è stato aggredito da uno studente con queste parole: “Prof non mi faccia incazzare, non mi faccia incazzare. Mi metta sei, lei non ha capito nulla, chi è che comanda? Chi è che comanda? Si inginocchi!”.

La notizia è diventata virale dopo la diffusione in rete e un pubblico enorme si è sentito chiamato in causa. Tantissime persone hanno condiviso il video scandalizzate e hanno commentato nei modi più disparati arrivando ad assumere atteggiamenti molto aggressivi. Il che è curioso considerando che stavano proprio stigmatizzando un comportamento aggressivo.

I commentatori hanno dato la colpa dell’accaduto a questo o a quello secondo un’interpretazione del tutto aleatoria: ai genitori, agli insegnanti, alla famiglia, alla scuola, all’assessore, alla televisione, a internet, al lassismo. Un giornale locale ha dato la notizia che il professore si è realmente inginocchiato di fronte al ragazzo, cosa che non risulta da alcuna testimonianza e tanto meno dal video. 

Tutto ciò mi sembra non solo sbagliato ma pericoloso perché rappresenta un approccio irrazionale al problema che allontana dalla questione centrale: capire cosa è successo. Abbiamo visto un minorenne urlare addosso al professore sessantenne e questa è l’evidenza dei fatti. Ma nessuno di noi sa come si sia potuta verificare quella situazione, cosa significhi, quali siano i precedenti, quale sia il contesto o se il ragazzo sia disturbato. 

Tutti noi abbiamo memoria di un compagno di classe intemperante o aggressivo. Il mio si chiamava Marcello, era mio amico, e menava a sangue un altro ragazzo per semplice antipatia. Nessuno riusciva a fargli cambiare idea. Lo picchiava ogni volta che poteva e quando li tennero lontani lui lo andava a cercare. La sua aggressività arrivò al punto che gli adulti lo dovevano fermare fisicamente. Marcello ruppe un dente al nostro maestro. Una volta si chiuse a chiave nell’aula minacciando di buttarsi dalla finestra del secondo piano. Poi fu cambiato di classe e fece cadere la veneziana sulla testa dell’altra maestra mandandola al pronto soccorso.

Quando si verificavano questi episodi noi bambini non sapevamo come reagire. Non avevamo la possibilità di fare video e non esistevano i social quindi non fu diffusa alcuna immagine. Nessuno parlò con i giornali, nemmeno quelli locali, e la cosa rimase interna alla scuola. Ci furono dei provvedimenti ma il caso non ebbe alcuna eco. Ne parlavamo solo noi ragazzini della scuola e i nostri genitori. Il che tutto sommato lasciava un certo margine di manovra agli educatori per fare il loro lavoro lontano dall’attenzione e dalla pressione mediatica. Il ragazzino bullizzato fu protetto adeguatamente, dell’altro non ricordo il destino.

Ragazzi violenti o disturbati sono sempre esistiti. Questo non rende il fatto meno grave ma ci dovrebbe insegnare a non scandalizzarsi dell’ovvio. Non  dovremmo concentrarci su “signora mia, questi giovani” ma sullo sforzo di capire cosa sta realmente succedendo. Si è abbassata la soglia del lecito? È probabile ma il fenomeno va studiato. Il ragazzo è disturbato? È una cosa che andrebbe indagata. Si sta diffondendo il bullismo? Sì ma l’indignazione non basta: c’è bisogno di numeri, di dati, di un approccio razionale al problema che non si basi sulla semplice percezione individuale.

Peraltro la questione della percezione non è affatto scontata e tantomeno secondaria. C’è stato un periodo in cui i media parlavano continuamente dei cani aggressivi. Poi è stata la volta dei sassi gettati dal cavalcavia e dopo si parlava solo delle crudeltà sugli animali. Filoni tematici che si sono imposti a ondate successive focalizzando tutta l’attenzione dei media, con l’effetto di una lente deformante. Anche in questo caso, da mesi ormai, siamo nel filone tematico della scuola contro le famiglie e delle famiglie contro la scuola.

In altre parole siamo continuamente esposti a un’informazione che mostra insistentemente casi di maestri violenti contro i bambini, di genitori violenti contro gli insegnanti, di allievi violenti contro i professori, di ragazzi violenti contro altri ragazzi. Sembra che se ne parli ma in realtà resta tutto superficiale e finora non si è riusciti a capire quale sia la reale dimensione del fenomeno. Non si riesce a misurarlo in termini quantitativi  e nemmeno in termini qualitativi 

L’unica cosa certa è che il fenomeno esiste ed è sicuramente degno di nota. Altrettanto certo è il fatto che non dovrebbe essere trattato come un qualsiasi filone sensazionalistico. Per gli studenti coinvolti sono previsti provvedimenti gravi da parte della scuola. Per di più uno dei video diffusi da loro stessi ha fatto partire le indagini di Digos e Polizia postale. In poche parole quei ragazzi sono in un grosso guaio.

Tutto comprensibile e legittimo, ma se la cosa finisce qui abbiamo solo tamponato un’urgenza senza affrontare il problema. E non abbiamo affrontato il problema perché abbiamo ascoltato tutti tranne le persone preposte a occuparsi delle difficoltà relazionali e comportamentali dei ragazzi. Dove sono gli psicologi della scuola? Dove sono gli psicoterapeuti? Qual è la loro interpretazione dell’accaduto? Tra tutte le opinioni la loro è una delle più importanti, sicuramente la più qualificata, ma finora non è mai stata ascoltata.

In tutta questa storia si sta dimenticando una cosa fondamentale: il docente e l’allievo sono esseri umani, persone di cui prendersi cura. Dovremmo smetterla, noi per primi, di speculare su eventi che non si conoscono, di cui non si conosce la diffusione. Dovremmo affrontare il fenomeno razionalmente in rapporto ai casi individuali, come quello di Lucca, ma anche in termini statistici. Il problema esiste, è ingombrante e va ben oltre l’indignazione collettiva del momento.

 

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