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Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

AstraRicerche_Cera_di_Cupra_Sintesi

Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

Il caso Guinness Good Times

Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF

The hidden figures. Donne, nere e scienziate NASA

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The hidden figures

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile 207

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Ricordatevi questi nomi perché ne sentirete parlare. Di professione scienziate, matematiche e fisiche afroamericane, hanno preso parte ai programmi Mercury e Apollo 11 della Nasa. Oggi un film porta alla luce la loro storia nascosta.

Hidden figures, in Italiano Il diritto di contare, è un film del 2016 di Theodore Melfi, che parla della partecipazione di un gruppo di donne ai programmi spaziali NASA a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Stiamo parlando dell’America segregazionista e delle lotte per i diritti civili, quando i bagni, gli autobus e le scuole erano divisi tra bianchi e neri. Le leggi segregazioniste furono abrogate nel 1964 con il Civil Rights Act, quando vennero dichiarate illegali nelle strutture pubbliche. Ma nel 1965 si raggiunse il punto più alto della battaglia per i diritti civili mediante una il Voting Rights Act, che introduceva regole severe per assicurare il diritto di voto a tutti i cittadini, garantendo così le minoranze.  Per dare un’idea di quali erano i tempi in Alabama, nel 1955, Rosa Louise Parks aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco venendo arrestata. Nel 1960 degli agenti federali scortavano Ruby Bridges a una scuola della Louisiana. La bambina era la prima a entrare in una scuola per soli bianchi grazie a un ordine federale. Nel 1964 tre attivisti per i diritti civili degli afroamericani venivano uccisi in Mississippi da un gruppo del Ku Klux Klan. Nel 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. Tre anni prima era toccato a Malcolm X, durante un discorso pubblico.

Sullo sfondo di questi eventi drammatici le brillanti menti di tre donne afroamericane stavano dando il loro contributo allo sviluppo del programma spaziale americano.

Katherine Coleman Goble Johnson: fisica, scienziata e matematica, calcolava le traiettorie, le finestre di lancio e i percorsi di ritorno di emergenza dei voli. Mary Jackson, matematica, aveva seguito i corsi post laurea in una scuola serale per bianchi frequentata da soli maschi, ottenendo le qualifiche necessarie a diventare la prima ingegnere donna nera della NASA. Dorothy Vaughn, matematica, la meno conosciuta delle tre, fu la prima donna afroamericana a supervisionare uno staff di ricerca alla NASA, come capo della sezione di programmazione della Divisione Analisi e calcolo di Langley. Ricordatevi i loro nomi, ricordatevi il loro contributo, ricordatevi che sono donne e afroamericane.

Nelle loro vicende si concentrano ed esplodono vari pregiudizi sulle donne, la scienza e la capacità di comando. Le loro storie rappresentano una sintesi di quello che oggi viene chiamato approccio intersezionale alle questioni di genere, un approccio che tiene conto delle donne non come categoria astratta ma come individui con proprie peculiarità, inseriti in situazioni specifiche. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, donna, vegetariana, etc. (Amartya Sen) Essa fa parte di diverse collettività simultaneamente, ognuna delle quali le conferisce una determinata identità. Approccio intersezionale significa questo: considerare le donne come identità complesse e fatte di appartenenze culturali molteplici e contemporanee. E lo potete vedere rappresentato nella storia delle tre scienziate nere della Nasa oggi raccontate in film.

Ilaria Sabbatini

 

Quelle donne negate

Sentire il loro accento fa male. Parlano toscano, come me. Loro sono di Follonica. Sono lavoratori normali, senza particolari privilegi e probabilmente senza particolari stipendi. Appartengono alla categoria dei deboli, come tanti. Eppure si sono sentiti più forti di quelle due donne che raccoglievano il cartone e gli oggetti rotti.

Ridevano mentre le donne gridavano. Le hanno rinchiuse nella gabbia semplicemente perché quei due uomini pensavano di poterlo fare, ritenendosi in una posizione di forza. Pensavano anche che fosse lecito, dato che hanno pubblicato il video che li incrimina. Capaci di colpirle perché le ritenevano deboli. Loro, che probabilmente sono impotenti di fronte a quelli che occupano il gradino superiore. L’azienda li ha scaricati: ora i due chineranno la testa di fronte a chi è più grosso. Poveracci che ritengono ganzo bullizzare due donne.

Quello che mi colpisce, però, non è la povertà morale di questi uomini. Personaggi da poco, appartenenti a una tipologia nota che abita le mille zone di margine delle nostre città. No, non mi stupiscono loro. Mi stupisce invece l’incapacità dei media di chiamare le due vittime “donne“. Non importano le nostre posizioni politiche, non importa cosa si pensa della comunità rom: esiste un minimo comune denominatore da cui non si può prescindere. Esiste qualcosa che vale sia per la destra che per la sinistra, qualcosa in cui ci si deve poter riconoscere. Di questo qualcosa fa parte l’opposizione alla violenza di genere, lo schierarsi senza ambiguità contro chi esercita violenza verso le donne.

Qualcuno dirà che hanno fatto bene a bullizzare due rom. Chi oserebbe dire che hanno fatto bene a bullizzare due donne? A questa chiarezza di linguaggio hanno derogato in molti omettendo di chiamare “donne” le donne. Glissando sul fatto che gli aggressori hanno agito contro le donne anche perché erano donne. Omettendo di dire che i due commessi non avrebbero osato comportarsi similmente nei confronti di due uomini. Semplicemente perché ne avrebbero avuto paura. E così, non chiamandole “donne”, si continua a esercitare violenza contro di loro. Persone che prima di tutto vanno chiamate donne e poi, se vogliamo, possiamo chiamarle in base all’etnia: rom, sinti, caucasiche o anche semite, a seconda di quello che si vuole sottolineare.

Volete la riprova? Leggete gli stessi titoli sostituendo le parole giuste: “Chiudono due donne nella gabbia e poi mettono il video sul web”, “Donne chiuse in gabbiotto”, “Donne chiuse nell’area rifiuti”. Fa un’altra impressione, non c’è dubbio. E sapete perché? Perché tutti censuriamo la violenza contro le donne: sarebbe una vergogna il contrario. L’escamotage migliore per sottrarsi a questa vergogna è di negare lo statuto di donne. Così, senza sembrare, viene sdoganata la violenza contro quelle due donne negando il fatto prioritario: ossia che sono a tutti gli effetti delle donne.

Dare la notizia che sono state ingabbiate e non saperle chiamare “donne”, fornisce l’esatta misura di quanto stiamo sottovalutando la violenza di genere come concausa della violenza generale in cui siamo immersi. Leggete bene quello che ho scritto, prima di dire che il genere non c’entra. Non sto parlando del fatto di cronaca, sto dicendo che il problema è non saperle chiamare col loro nome, cioè donne. Con rarissime eccezioni, non lo dice nessun giornale. Esse dunque sono negate come donne e non c’è peggior forma di misoginia del negare a una donna la condizione di donna. Come se l’età, l’aspetto, la classe sociale o l’etnia potessero essere elementi che annullano la condizione di donna.

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Aggiornamento:

Riporto una questione a margine. Qualcuna ha mosso obiezione a questa lettura richiamando il concetto di intersezionalità senza però chiarire in che modo si applica alla situazione. Ne viene fuori l’idea che nel caso di Follonica è in gioco la sola discriminazione etnica, essendo ininfluente il fatto che si tratti di donne. Questa affermazione è in contraddizione con l’approccio intersezionale che dice di voler difendere. Provo a definire il concetto di intersezionalità perché non è scontato che tutti lo conoscano e non può essere una cosa per poche iniziate. Semplificando si può dire che ogni persona non è definita da una sola categoria. Nei fatti una donna non è solo donna ma può essere lesbica, precaria, nera, disabile, etc. Essa può subire discriminazione in quanto donna, in quanto lesbica, in quanto precaria, in quanto nera, in quanto disabile, etc. Il post va esattamente nel direzione del considerare le varie componenti della persona, poiché stigmatizza l’atteggiamento di ridurne l’identità a un solo elemento: la sua etnia (si veda Amartya Sen, Identita_e_violenza). Semmai è l’obiezione che manca di approccio intersezionale poiché riduce le persone ad un unico elemento etnico (rom) cercando di omettere che si tratta anche di donne.

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

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In manifestazione c’ero anch’io

In manifestazione c’ero anch’io e c’ero con la pinguina di Giuliana Maria Dea. Non ci credete? Ecco la prova nelle foto qui sotto. Sì, quello è il mio nome, quella sono io, sono con la pinguina di Giuliana. E sono felice ed emozionata.

Faccio parte di un piccolo gruppo di donne che senza nessuna formalizzazione si sono ritrovate a discutere intorno a questa manifestazione. Quello che mi ha attirata, in primis, è stata la volontà di portare avanti un discorso contro il femminicidio, contro la violenza di genere insieme ai maschi. Infatti ci sono anche uomini nel gruppo e c’è anche mio marito (da ora in poi Marito). Con loro tutte mi sono confidata e con loro ho condiviso considerazioni e perplessità. Anche durezze e divergenze. E alla fine mi piacciono, spigoli compresi.

Sabato non ci potevo essere e come me altre. A un certo punto la proposta di Carola: portarci lo stesso con loro. Così è nata l’idea delle etichette da appiccicarsi addosso: una di loro ha portato in manifestazione il mio nome per tutto il giorno. Senza insistere, senza chiedere giustificazioni. Non potevo, punto. Giulia ha scritto il nome. Giuliana mi ha portata.

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Io sono grata a queste persone, a queste donne. Quando ho visto la foto delle pinguina con l’etichetta mi si è si è stampato un gran sorriso in faccia. Perché hanno pensato a me. E perché così, senza neanche sembrare, sta rinascendo qualcosa che è legame. Qualcosa che ha che fare con il consiglio comunale aperto dove ho donato, a fine seduta, un’opera realizzata da me e da Marito alla Commissione Pari Opportunità.

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Titolo: “Colei che è il tempo”. Foto: Collettivo Ephemeris (Ilaria Sabbatini e Marcantonio Lunardi) Modella: Nicol Claroni

Ma tutto questo è cominciato prima, da quando ho parlato con Marito e abbiamo deciso di realizzare questa foto, da quando ho sentito Nicol e l’idea le è piaciuta, da quando a Lucca è stata uccisa Vania Vannucci e qualcosa ha fatto uno scatto nella mia coscienza. Sì, fin da prima mi interessavo di questioni di genere e mi rendevo conto del fenomeno della violenza contro le donne. Ma la notizia di Vania fu un pugno nello stomaco. Sperammo che sopravvivesse: sapevamo che aveva parlato prima di perdere conoscenza. La mattina dopo morì e ci trovrammo spaesati di fronte a una cosa più grande di noi. Le colleghe di Vania organizzarono subito una manifestazione spontanea.

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Poi ci fu l’altra manifestazione, quella istituzionale, dove ho incontrato Michela che mi spiegato che esisteva l’Associazione Luna e ho scoperto una cosa che si chiama Codice Rosa. Un sistema di aiuto che mi fa pensare che non è vero che non cambia mai nulla. Codice Rosa è un cambiamento grosso, ora bisogno sostenerlo e non con le buone parole ma con buoni soldi.

Tutto questo mi fa pensare che in modi nuovi e strani ci stiamo muovendo insieme. Mi fa sentire parte di un qualcosa come non mi succedeva da tempo. Alcune di noi sono blogger e trattano temi legati al femminile e al femminismo. Abbiamo sfumature diversissime eppure siamo una rete. E questa rete si interfaccia con la realtà offline, la supporta, le da voce anche quando i grandi media passano in sordina una manifestazione di 200.000 persone.

Nessuno ci darà spazio se non ce lo prendiamo. Nessuno ci regalerà nulla. Però sappiamo scrivere, sappiamo comunicare, sappiamo condividere, sappiamo vedere il post sopra il nostro e sappiamo riconoscere un pezzo interessante sul blog delle altre.  Io credo che questo sia un grande potenziale. Niente a che vedere con le esperienze simili. Siamo diverse dagli altri fenomeni perché abbiamo un forte denominatore comun e un’ironia irrinunciabile. Non è un caso se ho capito tutto questo grazie a una pinguina in una manifestazione di fine novembre.

Ilaria Sabbatini

Cartoline dalla manifestazione contro la violenza sulle donne

Non una di meno: la manifestazione che c’era

Acqua sul fuoco. Il femminicidio di Lucca

Contro la violenza sulle donne: media, scuola, diritti

Cartoline dalla manifestazione contro la violenza sulle donne

Immagini dalla manifestazione Non una di meno, Roma 26 novembre 2016

Ufficio Reclami

(Questo post va in onda in forma ridotta per venire incontro alle esigenze di chi è stuf* di leggere NO nelle bacheche su facebook per via della campagna referendaria entrata nell’ultima settimana. Per par condicio ci metto pure un SI, e pure un FORSE, un POTREBBE, un PURTUTTAVIA e un MAGARA, per cui ringrazio Carletto Mazzone)

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