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Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

IS

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Asia Argento a Cartabianca

Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache

 

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#quellavoltache: non può succedere a me

Ero minorenne e nella grande città ho incrociato un molestatore sulla metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero. Lui non è sceso, non ha fatto in tempo, ed è finita lì.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Riesci a sottrarti con un guizzo e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il percorso di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta. In quel tipo di corpo cresciuto in fretta non ero stata abituata a gestire i cambiamenti.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. Se non sei pronta a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un uomo che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà.

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il tizio della metro per dargli lo schiaffo che si meritava. Ma non solo a lui, anche al modello educativo che mi ha resa incapace di reagire.

 

Questo post racconta una storia realmente accaduta e fa parte della narrazione collettiva #quellavoltache. Racconta la tua storia con hashtag #quellavoltache. Raccontala come credi sul blog, su Facebook, con una nota pubblica, su Twitter, su Instagram, con una storia o in modo anonimo. Vediamo che succede.

Pesci grossi e pesci piccoli. Abusi nell’era del gossip.

Puntuali come sempre sono arrivate le difese d’ufficio del produttore Harvey Weinstein e lo scarico delle colpe su quelle che lo accusano di abusi ma hanno fatto carriera lo stesso e parlano solo ora che sono al sicuro.

Intanto sappiate che l’informazione “solo ora” non corrisponde al vero: c’era stata un’inchiesta giornalistica nel 2004 che però era finita nel nulla. Poi davvero trovate strano che una parli quando si sente al sicuro, piuttosto che quando è più vulnerabile? Davvero vi sorprende che denunciando in diverse si sentano più protette?

Sì anch’io mi faccio delle domande, non ho certezze a priori. Cerco di capire le modalità in cui si è sviluppata questa vicenda e sono arrivata all’ovvia conclusione che certe dinamiche non risparmino nessuno a nessun livello. Che poi ci sia un regolamento di conti in corso è probabilmente vero, ma da qui ad accusare chi esce allo scoperto raccontando l’abuso subito ce ne corre parecchio, anzi troppo.

Screditare chi denuncia gli abusi crea un circolo vizioso. Recriminare sulla tempistica, sulle modalità e sui silenzi di chi denuncia fa parte integrante del problema. Ci si chiede perché hanno parlato dopo così tanto tempo. Beh, probabilmente proprio perché sapevano − come sanno in molte − ciò che sarebbe successo: l’atto di uscire allo scoperto gli si sarebbe rivoltato contro.

E non è un caso che tutte queste denunce siano avvenute insieme. Avete presente la metafora del pesce grosso che mangia il pesce piccolo ma a sua volta può essere mangiato dai pesci più piccoli di lui quando questi si coalizzano? Ecco io la vedo così. Semmai la domanda che mi faccio è: quanto danno continuerà a fare l’apparente irrilevanza della richiesta di favori sessuali in cambio di una carriera?

Ci sono due elementi su cui sto riflettendo: che le accusatrici siano persone affermate è un dato di fatto; che anche le persone affermate siano ricattabili è un altro dato di fatto. Per quanto mi riguarda mi chiedo se il problema non sia, in generale, che non si perdona alle abusate di disattendere il copione che ci si aspetta dalle vittime: distrutte, fallite e rannicchiate in un angolo. Avete mai notato che perfino nelle iniziative a favore delle donne non si riesce a uscire dall’immagine stereotipata dell’occhio nero e della posizione fetale?

Molti non riescono a far combaciare l’immagine vincente di queste donne con la debolezza che implica l’essere state vittime. E forse è un po’ questo l’inganno della nostra società ipermediatizzata. Ricche, privilegiate, potenti: in pratica è come dire che possono tutto. Beh, probabilmente la cosa più interessante che racconta questa storia è proprio questo: non è vero, non basta essere ricchi e potenti, conta solo a che livello ti trovi della catena alimentare.

Certo, la gente che ha tanto di più dei comuni mortali suscita facilmente avversione, mica solo ammirazione. I privilegi non attirano le simpatie e questo caso non è diverso. Ma il rischio di non riconoscere gli abusi laddove si compiono è troppo grande per limitarsi a questo tipo di approccio. Per quanto sia difficile immaginarselo, quando si parla di abusi sul lavoro, c’è un filo rosso che collega la condizione delle donne a tutti i livelli sociali.

Sapete come funzionano gli abusi sul posto di lavoro? Ti propongono qualcosa in cui vedi il tuo futuro. Ti colgono nelle tue debolezze: vuoi un lavoro, vuoi uno stipendio, vuoi una carriera. Ed è bene ribadire che in questo non c’è niente di illegittimo. Poi ti molestano. Pensi anche di renderlo pubblico ma sai che tra un pesce grosso e un pesce piccolo, vincerà il pesce grosso. Temi di essere fatta a pezzi e forse anche di rimediare una denuncia. Hai paura che la cosa ti stronchi la carriera. A volte però non puoi fare a meno di frequentare lo stesso ambiente e le stesse persone. E continui a non parlare proprio perché frequenti lo stesso ambiente che temi ti si potrebbe rivoltare contro.

Qualcuno dice che c’è un’implicita connivenza se si accetta una avance per fare carriera. Beh qui non si parla di avances accettate ma avances imposte e c’è una bella differenza. Ma a parte questo, nessuno ci pensa che se l’idea di uomini che pretendono sesso in cambio di lavoro non fosse socialmente normalizzata adesso non staremmo qui a parlarne?

Le avances si possono assecondare e addirittura favorire, oppure ci si può essere costrette: è la differenza che oggi si fa finta di non vedere. Quando si creano sistemi chiusi in cui vigono regole e leggi proprie basate sullo scambio sessuale-economico abbiamo un problema che riguarda quelle che lo subiscono e quelle che lo accettano, quelle che se avvantaggiano e quelle che vengono escluse perché lo rifiutano. Ed è un problema di rapporti di genere, che va ben al di là del gossip del momento.

 

 

Bibliografia

From Aggressive Overtures to Sexual Assault_ Harvey Weinstein_s Accusers Tell Their Stories _ The New Yorker

What Harvey and Trump have in common – Women in the World in Association with The New York Times – WITW

Weinstein e lo scandalo sessuale, la stilista Donna Karan_ «Forse le vittime se la sono cercata» – Corriere

Weinstein, Natalia Aspesi_ «Se mi chiedi un massaggio in ufficio e io te lo concedo, poi non mi posso stupire su come va a finire»

Cara Natalia Aspesi, due cose su Asia Argento e il caso Weinstein – VICE

Se Paltrow, Jolie e le altre avessero raccontato prima le molestie subite da Weinstein, le avrebbero massacrate

 

Meglio senza guanti

In una vetrina della mia città è apparsa una maglietta con la scritta “Ti tratto con i guanti” e sotto il disegno di due guantoni da boxe pronti all’uso. Non appena la maglietta è stata fatta ritirare dalla vetrina sono fiorite le polemiche sulla libertà di espressione. E inconfondibile si è sentito lo stridìo delle unghie sui vetri di coloro che tentavano di spiegare che non è un contenuto violento. Tanto per chiarire, questi guanti da boxe non offrono gentilezze ma affermano: “Io ti tratto coi guanti”. Sono guanti da boxe che si trastullano con l’idea che “io ti meno” però “ti tratto coi guanti”. Il che, detto per inciso, denota pure uno scarso rispetto per la disciplina sportiva.

Tutto sommato le frasi a effetto come questa sono giochetti noti, non più originali dei piselli del David stampati sui grembiuli da cucina. Somigliano alle barzellette politicamente scorrette, quelle sui froci o sugli ebrei, quelle che se qualcuno le racconta in un gruppo di amici rimane un fatto privato ma se le declama sulla pubblica piazza − che piaccia o no − conferisce a quel contenuto un’approvazione.

La cosa che mi infastidisce, infatti, non è l’immagine della maglietta in sé ma il suo contesto pubblico e il continuo giocare con l’ambiguità di un messaggio che allude alla violenza ma al tempo stesso pretende di essere neutro. Ed è proprio in questo passaggio che si avverte più forte il rumore delle unghie che stridono sui vetri mentre tentano di arrampicarsi.

Il mio problema, insomma, non è per niente di tipo morale ma riguarda la semplice coerenza. Vogliamo mostrare? Mi sta benissimo: mostriamo. Ma finiamola con il giochino del muoversi sempre al limite dei significati. Dire e non dire, lanciare il sasso e ritirare la mano. Lo sappiamo come funziona e onestamente la cosa ha stancato da tempo. Io poi sono favorevole a far vedere, senza ipocrisie e falsi pudori. Usiamo dunque un manichino adeguato, che porti i segni dell’uso di quei guanti, e buttiamo alle ortiche quelle ridicole foglie di fico che anche stavolta vengono sventolate in nome di una libertà che non è libertà di espressione ma banale rivendicazione della doppiezza.

Il “destino femminile” e la retorica del controllo

Il Messaggero, 14 settembre 2017

Evidenzio solo alcuni concetti per poterci riflettere

  1. Il mito della raggiunta eguaglianza ma sappiamo che non è così, e forse non lo sarà mai.
  2. La sicurezza non si realizza attraverso la conversione degli uomini. 
  3. La colpa è del femminismo perché ha cancellato l’idea che gli uomini devono proteggere le donne.
  4. Le donne hanno un destino biologico.
  5. Il tentativo di fare delle donne degli “uomini come gli altri“, padrone del loro corpo.

Dopodiché possiamo reintrodurre l’istituto del matrimonio riparatore e lo stupro come reato contro la morale. Sono gradite le vostre riflessioni. Di seguito metto alcune immagini di una campagna contro la violenza realizzata dal Sexy shock di Bologna.

 

Il commento di Giornalettismo

Un’altra bella collezione di luoghi comuni

  1. L’uomo è cacciatore e la donna è la preda
  2. Le donne suore o puttane
  3. L’uomo o é salvatore o è stupratore (nuovo modello di luogo comune individuato da Sabrina Ancarola).

 

 

Stupro, gerarchia e priorità

L’unico modo per essere credute in caso di stupro è calcolare bene le gerarchie. Se ti stupra un nero o almeno un immigrato, uno zingaro, un albanese o comunque un disgraziato allora sì, sarai creduta. Ma fai attenzione, non ti fidare di questa solidarietà posticcia, perché è appesa a un filo assai fragile.

Finché gli servirai come argomento ti appoggeranno e saranno pronti perfino a ergerti un altare da martire. Quando non gli servirai più ti scaricheranno senza tanti complimenti. Fai attenzione quando denunci il tuo stupratore: se il tizio funziona bene come punching ball allora avrai l’approvazione delle masse. In caso contrario armati di coraggio e aggrappati forte a quei pochi che sono capaci di chiamare stupratore ogni stupratore, a prescindere dall’etnia e dalla condizione sociale.

Non ti fidare di quelli che sventolano le bandiere etniche perché la loro priorità è l’etnia non la giustizia per le vittime. Prima vedono l’etnia e poi – forse – vedono lo stupro. O, per meglio dire, la loro lesa maestà. Non parlano di te, tu non esisti, parlano degli immigrati oppure degli italiani che sono peggio. Per questo non ti devi fidare né degli uni né degli altri: a loro non interessa il tuo stupro, hanno altre priorità. Devono difendere le loro posizioni, devono stabilire chi è peggiore e tu sei solo il loro terreno di scontro.

Dal modo in cui si stanno comportando i media e da ciò che stanno tirando fuori i social emerge il profilo della gerarchia che domina l’immaginario collettivo: è in base a quella gerarchia che vengono giudicati i crimini. Prima ci sono gli uomini bianchi (e occidentali), poi le donne e infine gli immigrati.

Quella gerarchia ha una dinamica precisa: funziona solo in una direzione e il crimine consiste nell’invertirla. Se una donna bianca accusa un uomo nero, lei è una vittima. Se una donna bianca accusa un uomo bianco, lei se l’è cercata. È molto semplice alla fine: rispetta la gerarchia e stai al tuo posto. Come diceva Frank Mackey (alias Tom Cruise) in Magnolia: “rispettate il cazzo e domate la fica“. Tutti coloro che usano il sesso come esercizio di potere e di sopraffazione sono uguali, a qualsiasi latitudine. E ogni riduzione dello stupro a una disputa etnica è solo uno scontro tra due maschilismi in competizione. “Immigrati stupratori” e “i nostri sono peggio” sono posizioni equivalenti.

Questo vale per lo stupro e anche per la sua narrazione, vale per il modo in cui lo raccontano i media e vale per i concetti misogini che circolano in abbondanza. Ve lo ricordate Abid Jee, quello che scrisse: “lo stupro è peggio all’inizio, dopo le donne diventano calme”? I commenti che sto leggendo a proposito dello stupro di Firenze lo fanno sembrare un dilettante. Delle ragazze americane viene scritto quanto segue: zoccole, troie, dovrebbero buttarle in un centro di neri arrapati, luride ubriache, chissà da che scimpanzé si sono fatte scopare, le hanno montate come capre, l’hanno fatto apposta, eccetera. Abid Jee è stato licenziato dalla cooperativa dove lavorava. Ora è indagato per istigazione a delinquere. Giustamente perché chi sbaglia deve pagare. Come dovrebbe pagare ognuna di queste persone.

Chi mi legge ormai lo sa: quando succedono fatti di cronaca che mettono in subbuglio la comunità ho l’abitudine di tastare la pancia della rete per capirne gli umori. Stasera ho intercettato questo post ovviamente e banalmente falso:

Lasciate perdere il richiamo alla Boldrini, talmente ripetitivo da diventare noioso. Lasciate perdere anche la foto ripescata da un repertorio del 2012. Smontare le bufale non serve a niente se non a mettere in guardia chi già è attento a evitarle. Ciò che mi interessa sono i commenti sotto la figura e vi invito, come al solito, a farci un giro per avere contezza del clima attuale o almeno di una sua parte.

Ditemi quale differenza sostanziale vedete rispetto al commento di Abid Jee. Spiegatemi perché dovrei considerare diversamente chi racconta lo stupro – pur con tutto il beneficio del dubbio – come “capre da montare” e chi lo racconta come “la donna dopo gode”.

È la stessa misoginia, lo stesso disprezzo delle donne e della loro autonoma vita sessuale. Se non ci stanno basta far entrare il pisello. Se ci stanno sono delle capre da montare. Se osano accusare qualcuno che è gerarchicamente sopra di loro – per esempio un maschio bianco – se la sono cercata. E se esagerano nel disattendere la gerarchia sono delle luride ubriache, delle zoccole bugiarde.

Capite? C’è una gerarchia precisa e va rispettata altrimenti non si è più vittime. Si può denunciare solo dall’alto verso il il basso, dal basso verso l’alto no. Perché a molta gente – checché cerchi di raccontare – non frega niente dello stupro in sé. Frega solo di poterlo sfruttare per la propria narrazione politica.

 

Stupro per stupro non è femminismo …e neanche dignità

Oggi un tizio ha scritto un post vergognoso di commento allo stupro di Rimini. Anzi, un attimo: non LO stupro ma GLI stupri perché sì, ce ne sono stati due, la ragazza polacca e la transessuale peruviana.

Il tizio – chiamatelo come volete ma mi disturba chiamarlo per nome – ha scritto questa frase sulla pagina del Resto del Carlino e  alcuni utenti hanno fatto lo screenshot prima che il post sparisse. La notizia è stata poi riportata da svariate testate.

Se, come sembra, la notizia è confermata il tizio ha scritto una cosa vergognosa degna non solo di indignazione ma di sanzione. Il tizio lavora – ormai lavorava – per la cooperativa Lai-Momo che in prima istanza ha comunicato:

«In merito al commento sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato e confermiamo che si tratta del profilo Facebook di un nostro dipendente. Ribadiamo la nostra ferma condanna delle affermazioni contenute in questo post, in quanto profondamente contrarie ai principi che sono alla base del nostro pensiero e del nostro modo di lavorare. Stiamo prendendo tutti i provvedimenti necessari e confidiamo di potervi aggiornare in merito al più presto».

Questa è stata la dichiarazione successiva in cui la cooperativa annunciava la sospensione ai termini di legge del soggetto: «In merito al commento apparso sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato che l’autore è un nostro dipendente (…).

La persona in questione, ovviamente agendo personalmente, ha espresso affermazioni che la nostra cooperativa condanna fermamente in quanto di una gravità inaudita e profondamente contrarie ai principi e valori che sono alla base del nostro pensiero e da sempre orientano il nostro modo di lavorare (…)

Al di là di ogni ferma condanna morale già espressa, riteniamo che questo comportamento abbia danneggiato gravemente la nostra immagine e abbiamo preso fermi provvedimenti, in base a quanto consentito dalla legge. Nel rispetto delle disposizioni vigenti e del CCNL delle Cooperative sociali, infatti, abbiamo avviato oggi una procedura disciplinare e contestualmente abbiamo sospeso il dipendente in via cautelativa da ogni attività lavorativa».

Come a volte mi capita di fare, sono andata a dare un’occhiata al profilo del tizio al centro della polemica. C’era già una canea di gente che invocava impalamenti, uccisioni, smembramenti e quant’altro. I più pensavano che fosse africano e davano per scontato che fosse anche nero. La bacheca era chiusa salvo due o tre post: la folla si era accanita su quelli.

Poi uno dei post è stato cancellato e si sono spostati tutti sull’altro incitandosi a vicenda. Infine è stato cancellato il profilo stesso e ora immagino che siano tutti lì a vagare per la rete, cercando qualcun altro da attaccare. In mancanza di meglio finiranno probabilmente sulla pagina della cooperativa.

Oggi qualcuno si chiede perché le donne – le femministe – non prendono posizione. Chi l’ha detto che non prendono posizione? Io l’ho presa. La mia posizione è questa: il commento è vergognoso e il personaggio più che censurabile. Ma mi dispiace, non finisce tutto qui: ci sono altre cose da dire oltre a condannare Abid Jee.

  1. Non prendono posizione: femministe che scrivono di altre femministe come se loro stesse non fossero femministe è una cosa che veramente non si può sentire.
  2. La gravità dei fatti: un idiota che scrive che le donne godono dello stupro è in grado di distogliere l’attenzione da uno stupro? Bisogna pensare che sia più grave una frase rispetto a un duplice stupro di gruppo?
  3. Lo stupro o gli stupri: lo stupro della trans è stato trattato mediaticamente come un fatto secondario. Bisogna pensare che lo stupro di una donna e lo stupro di una trans non siano sullo stesso piano?
  4. E infine, dulcis in fundo, la prova del nove: «vorrei che stuprassero tua moglie/sorella/figlia/madre». Forse non ve ne siete accorti ma nelle ore del pomeriggio è stato tutto un fiorire di auguri e di minacce di stupro. No, non solo contro il tizio ma di preferenza contro le sue parenti femmine.

Fatevi un giro nell’orrore e considerate che questa è una minima parte di quello che ho letto e che sono riuscita a salvare. Nel tempo che è passato prima che chiudessero tutto ne ho contati almeno 65 e non avevo nemmeno finito di scorrere tutti i flame. Uno dei commenti fa quasi tenerezza: «Qui in Italia abbiamo un’altra considerazione delle donne».

 

A chi chiede dove sono le femministe , io rispondo: sono qui. Siamo qui, ben piantate a terra, mentre diciamo che stiamo dalla parte della ragazza stuprata e della trans stuprata; siamo qui a condannare un tizio che scrive «lo stupro è peggio ma solo all’inizio»; siamo qui ad affermare che un duplice stupro di gruppo è un atto criminale; siamo qui a ribadire che lo stupro di una trans è grave quanto lo stupro di una donna; siamo qui a rifiutare il renvanscismo sulla pelle delle donne.

Già, perché gente che scrive «speriamo che le donne della tua famiglia subiscano lo stesso trattamento», «vai a stuprare quella troia di tua sorella», «ti stupro tua madre»,  non sta difendendo le donne, le sta minacciando e offendendo, trattandole come proprietà degli uomini e quindi comportandosi esattamente come il tizio contro cui si scaglia.

Le femministe sono qui, fuori da qualsiasi gabbia, e non vogliono avere niente a che fare con chi minaccia stupri per vendicare stupri. Ecco dove sono le femministe.