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Beatrice era bella

Betrice Inguì si è suicidata per il disagio verso il suo corpo. Questo raccontano i giornali sulla base di quanto lei aveva scritto sul suo diario. Ieri alla stazione di Porta Susa (Torino) si è lasciata cadere all’indietro sui binari mentre stava arrivando il treno che l’ha travolta. È una di quelle cose che fanno arrabbiare all’istante perché aveva 15 anni e poteva essere tutto quello che voleva.

Ho guardato la foto della sua prima comunione: era una ragazzina sovrappeso e con la faccetta buffa come lo siamo stati in molti alla sua età. Poi siamo cresciuti e alcuni sono cambiati, altri no. Non si sa niente del perché sia arrivata a stare talmente male con sé stessa da togliersi la vita. Le canzoni che suonano in testa in queste occasioni non bastano a spiegare gli eventi. Sono invecchiate, non dicono nulla alle giovanissime generazioni. E a dirla francamente pure alcuni adulti sentono il bisogno di rinfrescare l’aria.

Eppure siamo ancora qui a parlare delle stesse cose, ancora la vergogna del corpo, senza riuscire a sottrarsi al corto circuito micidiale di colpevolizzazione e idealizzazione. Non è vero che i grassi hanno il cuore grande e non è vero che sono buoni solo perché sono grassi. Anche perché non c’è nessun bisogno di compensare con le proprie doti morali quelle che vengono giudicate indegnità fisiche. Le persone grasse non si devono far perdonare di nulla e non devono giustificare la loro esistenza di fronte al mondo.

La stessa cosa vale per quelli molto magri, ovviamente, che magari sono meno tartassati da parte dei media ma sono tartassati dalle persone che incontrano, dai compagni di scuola, dagli amici o dai parenti ficcanaso. Per certi versi, però, i media possono rendere tutte le fisicità più gradevoli, più accettabili. Da un po’ di tempo infatti esistono anche alcune modelle oversize accanto alle modelle normopeso o ipermagre. E non è un male. Il problema infatti non è il magro o il grasso di per sé, il problema è la modellizzazione univoca.

Se mi dicono che il modello fisico sottopeso è l’unico positivo io rifiuto il condizionamento MA continuo a rispettare le persone sottopeso. Se mi dicono che il modello fisico obeso è l’unico positivo io rifiuto il condizionamento MA continuo a rispettare le persone obese. Anche se la promozione dell’obesità come modello positivo non risulta ad oggi pervenuta.  Franca Sozzani, alle prime polemiche sull’argomento, non a caso si chiedeva come fosse possibile dire che la moda incoraggiasse al tempo stesso l’anoressia e l’obesità.

Non faccio alcuna fatica a vedere che tutte le persone hanno una loro potenziale bellezza ed è logico perché in termini assoluti la bellezza non può essere definita semplicemente da un canone. Se mi si vuole imporre un canone secondo cui la bellezza si colloca solo entro un range definitivo di pesi, misure e taglie, io lo rifiuto. Perché gli standard di questo tipo sono ovviamente discrezionali e mutevoli. Nel tempo i canoni estetici del corpo cambiano secondo tendenze che non sono poi così diverse dai corsi e ricorsi che caratterizzano la moda.

Se poi si vuole associare la questione del peso al tema della salute io credo che si sbagli semplicemente obiettivo. Lo stanno a dimostrare tutte quelle persone sottopeso e sovrappeso che sono perfettamente sane. Va accettato una volta per tutte che siano le analisi mediche a stabilire se una persona è in salute e non basta l’occhio di un passante o un polemista che vuole dare lezioni di vita agli altri.

Non si possono confondere gli standard clinici con la percezione sociale del corpo. E anche questo non basta: si deve scegliere senza ambiguità tra l’autostima e il biasimo. Perché è veramente schizofrenico incoraggiare le persone ad avere una considerazione positiva del proprio corpo ma al tempo stesso dire loro che non possono considerarsi belli per come sono. Lo scopo dell’autostima non è essere socialmente accettabili ma far convivere quello che siamo e quello che vorremmo (o dovremmo) essere.

Ultimamente si discute dell’eventuale esempio negativo dato dalle donne oversize che si mostrano sul palco o in passerella. Ecco, io onestamente non capisco perché vedendo Mia Tyler che indossa un vestito si dovrebbe sentire il bisogno di procacciarsi una teglia di pasta al forno. Più realisticamente la reazione sarà di voler capire come sono abbinati gli abiti, quali stanno meglio su quel corpo, che tagli lo fanno sembrare più fine, che colori lo valorizzano. Tutto qui.

Se qualcuno teme che ci si senta incoraggiati da queste immagini a saccheggiare il frigo, stia pur certo che sarebbe successo comunque: il meccanismo del binge alimentare funziona su dinamiche di conflitto interiore, non di pacificazione. Se poi vogliamo fare un discorso serio sulla salute delle persone dobbiamo prendere atto di una cosa molto semplice: non possiamo costringere nessuno a cambiare il proprio corpo solo perché secondo noi non va bene. Al massimo possiamo creare le condizioni favorevoli nella consapevolezza che la scelta è solo degli interessati. E le condizioni favorevoli partono dall’autostima cioè dall’amarsi per come si è: anche obesi se si è obesi.

Una persona comincia a volersi migliorare non nel momento in cui non si accetta ma quando è in pace con sé stessa. Se si odia perché è grassa questo stato emotivo non farà che indurre comportamenti sbilanciati creando un circolo vizioso tra abitudini sbagliate e insoddisfazione di sé. É una fallacia logica la convinzione che il sentirsi a disagio sia utile al cambiamento. Questo può valere − forse − per le cose che ci accadono ma il corpo che abbiamo non è qualcosa di esterno: siamo noi.

Dunque ben venga l’autostima, ben vengano le donne oversize nello spettacolo e nella moda. Quando vedo persone dalla fisicità importante che hanno un buon percorso professionale non penso di raggiungere il loro peso, penso che ce l’hanno fatta nonostante quello. E se loro ce l’hanno fatta ce la possono fare anche altri. E se loro sono in grado di vestirsi bene ed essere “perfino” belle, allora penso che si possa essere gradevoli anche con una fisicità importante. Così, gradualmente, si assume quell’approccio mentale positivo in cui i cambiamenti sono possibili proprio perché nessuno ce li impone. Quell’approccio che inizia nel superamento del disagio verso il proprio corpo.

 

 

Aggiornamenti:
Beatrice Inguì e Giente Honesta: l’odio sui social per la ragazza suicida a Torino – Corriere.it Rivoli, i compagni di scuola suonano Eric Clapton per l_addio a Beatrice – Corriere.it

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#quellavoltache, il libro sulle molestie

Pochi mesi fa, donne di tutte le condizioni hanno raccontato sui social network le storie delle molestie subite. A qualche mese di distanza da quel racconto collettivo una della cose più interessanti da registrare sono le reazioni in senso contrario. C’è infatti qualcuno che continua a ripetere ossessivamente di finirla con questa lagna che relega le donne a un’immutabile ruolo di vittima. Sarebbe una posizione condivisibile se non fosse che manca qualsiasi relazione tra il racconto collettivo, frutto di un atto di ribellione, e il processo di vittimizzazione.

Raccontarsi pubblicamente è un atto di coraggio: lo si fa perché si è arrabbiate e perché si vuole smascherare il gioco di un rispetto formale, e non sostanziale, propinato a beneficio dello status quo. È talmente evidente la natura combattiva dell’azione che si rimprovera al movimento di essere troppo aggressivo, come è accaduto nella lettera delle attrici francesi che – giocando con la semantica dell’ovvio – rivendicavano la «libertà di essere molestate». Se da una parte si rinfaccia la lagna e dall’altra l’aggressività, è chiaro che esiste un problema nei confronti delle donne che rompono il silenzio. Cosa ci si aspetta dalle molestate: che siano più arrabbiate o più tranquille, più dure o più remissive, che parlino o che tacciano? Perché in qualunque modo si muovano pare che arrechino fastidio alla cattiva coscienza di una qualche fetta dell’opinione pubblica.

Nell’arcipelago di varia umanità delle posizioni avverse, la più surreale è comunque l’accusa di moralismo che vorrebbe ridurre un fenomeno internazionale di massa a una questione di perbenismo da boudoir. Ho parlato con molte delle donne che hanno rotto il silenzio e sarà forse un caso ma dicono tutte di amare il sesso. Ciò che non amano è di essere strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la loro volontà. Quando la loro volontà è protagonista e partecipe, non solo vogliono essere strusciate, palpate, baciate e approcciate: vogliono a loro volta strusciare, palpare, baciare e tutto quanto segue. Aderire alla campagna degli hashtag non ha significato promuovere la castità e il cilicio, bensì scegliere una sessualità positiva e propositiva, consapevole e partecipe.

Per l’Italia, l’hashthag #quellavoltache è nato il 12 ottobre 2017 su proposta della giornalista Giulia Blasi, pochi giorni prima della campagna americana #metoo. Anche se ancora nessuno lo sapeva, in quel momento era nato un racconto corale che grazie alla passione di un gruppo di donne avrebbe preso la forma del libro. Il racconto non è mai stato proposto come atto di giustizia sommaria e tanto meno come caccia alle streghe. Della caccia alle streghe manca anzi la cosa essenziale: le donne che hanno raccontato le molestie, tramite gli hashtag, hanno messo la propria faccia e la propria storia ma non il nome del molestatore.

Per una persona che ha subito molestie il primo problema da affrontare non è quello(pur importantissimo) di essere creduta ma di capire cosa le sta succedendo. Salvo comportamenti plateali, si stenta a capacitarsi: il confronto con le altre serve a capire che si è vissuta la stessa vicenda, a dare un nome e una spiegazione alla propria storia. Incrociare le informazioni aiuta a rendersi conto degli eventi e a prendere interamente coscienza del proprio vissuto. Condividere i racconti delle molestie subite significa mettere a disposizione i materiali necessari per confrontarsi con queste storie, per conoscerne gli schemi, per individuarne i comportamenti. Significa creare uno strumento di autodifesa e di critica sociale, gli aspetti più importanti di #quellavoltache. Ora sta ai lettori raccogliere l’eredità di queste storie con tutte le domande che pongono.

Ilaria Sabbatini

Il libro si può acquistare qui: http://www.manifestolibri.it/shopnew/product.php?id_product=770

Presentazione del libro #quellavoltache Casa delle donne di Roma, 9 marzo 2018 con Giulia Blasi, Anna Lanave e Marianna Peracchi, curatrici del Libro e Miriana Trevisan (video di Plautilla Bricci)

PresaDiretta: Sesso e potere

 

PresaDiretta propone un reportage girato tra l’Italia e gli Stati Uniti sulle molestie sessuali, gli abusi e le disparità uomo donna. Un viaggio straordinario in un mondo che sta cambiando, fino a ieri le donne reagivano col silenzio, oggi non più. Tutto è cominciato a Hollywood. Uno dei più grandi scandali nel mondo del cinema, quello che ha travolto il grande produttore Harvey Weinstein, accusato da decine di attrici, modelle e impiegate di abusi, stupri e molestie sessuali.

 

Cultura Commestibile 253 (marzo 2018), p. 21

 

 

Labadessa, la normalizzazione e lo Scrondo

Stavolta parliamo di Labadessa e dei suoi apologeti. Finora l’ho evitato perché la cosa ha avuto anche troppa amplificazione ma tant’è: se tutti ne parlano, chi siamo noi per sottrarci? Scanserò la rassegna stampa perché onestamente i tormentoni mi annoiano. Direte voi: “E tu allora? Non partecipi al tormentone anche tu?”.  Sì, partecipo anch’io e infatti mi annoio da sola. Però quando ho formulato un pensiero creando un legame di significati, dopo mi dispiace buttarlo via e quindi lo appunto sul blog.

Ha raccontato tutto Maria Laura Ramello, nel suo articolo trovate la notizia e il commento.  Labadessa ha poi spiegato di essere stato bannato da FB a causa delle segnalazioni. È stato sospeso per 24 ore e su questo i suoi fan si sono molto infiammati. Un anno fa sono stata sospesa 3 giorni per pornografia a causa questa foto. Mi fu comunicato che se avessi fatto ulteriori infrazioni il mio profilo sarebbe stato definitivamente bloccato.

Jean Gaumy, Klaus Kinski e Romy Schneider durante le riprese di L’important c’est d’aimer, Andrzej Żuławski 1975

Avevo visto la foto in un museo di arte contemporanea, a una mostra. Aggirai l’ostacolo ripubblicando la stessa foto mascherata. La cosa buffa è che ho anche una serie di foto di Robert Mapplethorpe, Francesca Woodman e Joel-Peter Witkin in cui i nudi sono molto più espliciti ma per qualche alchimia social stanno sempre lì indisturbati. In ogni caso io non mi ritengo censurata. E nemmeno Labadessa ha parlato di censura anche se lo hanno fatto ampiamente i suoi solerti apologeti. Labadessa nelle sue scuse, ha fatto intendere che chi lo ha criticato crede veramente che lui “vorrebbe stuprare una ragazza!”. Beh non è per questo che è stato criticato e neanche per la sua presunta leggerezza. E qui si arriva a un punto che non è facile da spiegare.

Il gioco di Labadessa era di autorappresentarsi come un ragazzo insicuro che non sarebbe stato corrisposto dalle ragazze carine. Ok, è un gioco tipicamente nerd. La formulazione nerd poteva essere: “una così me la darebbe solo se svenuta” che però è alquanto diverso da “vorrei che fossero svenute per prenderla”. Non credo affatto che desideri veramente stuprare qualcuna ma non credo nemmeno che sia solo una battuta infelice, credo invece che sia una delle tante conseguenze della normalizzazione.

Tutta questa discussione non riguarda solo Labadessa, riguarda una cultura diffusa non facile da individuare, una cultura fatta di piccole forzature apparentemente insignificanti che un pezzettino alla volta alzano gradualmente la posta. Si chiama normalizzazione: è un processo di costruzione della normalità che passa attraverso forme non immediatamente riconoscibili. La normalizzazione non è innocua perché, se non la si disinnesca, si evolve in qualcosa di peggiore. La differenza tra la normalizzazione della battuta su un soggetto, la svalutazione di quel soggetto e la riduzione della sua autonomia è una differenza di grado non di qualità. Dunque no, quella non è solo una battuta infelice, è la conseguenza della normalizzazione e come è ovvio che sia non viene individuata. Ecco perché si chiama normalizzazione.

Sto accusando Labadessa di intenzioni violente? Certo che no. Sto dicendo però che Labadessa, e più ancora i suoi apologeti, non sembrano consapevoli di queste correlazioni che rappresentano delle differenze di grado rispetto a una cultura che loro stessi rifiutano: quella del controllo di un genere sull’altro. Il fatto è che questa cultura, piaccia o no, ci è entrata dentro e la reazione forte che c’è stata non può essere liquidata troppo semplicemente. È ovvio che non vada bene insultare e minacciare un tizio per ciò che ha scritto ma non va bene nemmeno derubricare tutto a una battuta infelice. Quando Teo Mammuccari metteva Antonella Elia sotto il suo tavolo di vetro sembrava ci fosse tanto da ridere. Poi qualcuno si incazzò e anche allora si parlò di polemiche eccessive. Ora non succederebbe più ma non è avvertita una limitazione della libertà di satira. Semplicemente è stato reso visibile il meccanismo di normalizzazione e quel meccanismo non ha fatto più ridere.

Sorvolerei sugli apologeti di Labadessa che sostengono come nella fantasia vale tutto, perché chi fantastica di uccidere qualcuno non è che poi lo uccide davvero. Ecco, io questo manco l’avevo pensato di Labadessa però mi stupisce che ci sia qualcuno che lo usa per discorsi paralleli e asimmetrici. Labadessa stesso ha detto che non desidera stuprare una ragazza: se volete difenderlo magari leggete prima cosa scrive.  Sorvolerei anche su quelli che se la prendono con i dementi della rete: quando la rete li asseconda allora si sentono appagati, quando non li asseconda allora la rete diventa il Male.

Spero di non darvi una notizia sconvolgente ma la rete non è un’entità aliena come gli Antichi di Lovecraft. Non c’è nessuna città perduta, non ci popolazioni selvagge che adorano divinità blasfeme. Voi siete la rete − esattamente come lo sono io − e poiché siete la rete, contribuite a costruire la rete con i vostri contenuti che parlano di app, di dementi e attribuiscono paternità ai desideri di stupro. Ci siete dentro. Così come siete dentro ai meccanismi di normalizzazione che ci riguardano tutti.

E ora riportiamo le cose alla loro misura passando da Chtulu allo Scrondo. Partiamo dalle referenze. Lo Scrondo era un personaggio di Disegni e Caviglia, che apparve sui primi numeri di Cattivik, nell’inserto Carta sprecata e nelle trasmissioni Matrioska e L’araba fenice. Vedi alla voce: Moana Pozzi, nudo integrale, cancellazione immediata. Questo per chiarire il contesto. Il buon Disegni tempo fa disse: «Siate impietosi: se non riuscite a capirlo, niente soggezione, non vi affannate a inventare significati che non ci sono, gli incapaci non siete voi, l’incapace è lui». Ora, volete davvero mettere sullo stesso piano una piccola malintesa libertà di battuta su Facebook con la reale censura applicata (per esempio) all’autore dello Scrondo?

Siete proprio sicuri? 

Lettera d’amore da #metoo

Con molta calma e dolcezza, sottovoce e lentamente per non turbare nessuno. Ecco immaginatemi così: vi sto parlando con tutta la delicatezza che so e che posso. In fondo è quasi una lettera d’amore. È da un po’ che ci penso e ne parlo con Marito, ne parlo con le amiche, ne parlo con tutti quelli che ne vogliono parlare.

La lettera delle tre Catherine − Deneuve, Millet, Robbe-Grillet (googolate chi sono per favore) − non è stata fraintesa neanche un po’. È stata proprio contestata in pieno, esattamente come quando si fa un frontale con la macchina che veniva dalla corsia opposta. Una andava in una direzione, l’altra nella direzione contraria e si sono prese in pieno. Quindi non venitemi a riportare leggende: non c’è nessun malentendu, abbiamo capito bene e per essere sicure l’abbiamo letta pure in francese.

La successiva presunta lettera di scuse della Deneuve non è una lettera di scuse. Ma neanche un po’, scordatevelo proprio. Tant’è vero che la prima lettera collettiva usava l’ambiguo importuner e la seconda il netto harcelement. In sostanza è stato un passo falso raddrizzato al volo, ma senza alcun malentendu. Tutte le donne di #metoo − ma dico tutte − difendono la libertà di corteggiamento. E questo è il gioco sporco che cercava di fare la lettera francese: sovrapporre la molestia (harcelement) e il corteggiamento più o meno tenace (importuner). Di conseguenza dipinge per contrasto le donne di #metoo come avverse al corteggiamento, frigide, moraliste, misandriche o addirittura sessuofobe.

Sarà un caso, ma tutte quelle con cui ho parlato amano il sesso su una scala che va da mediamente, ad assai, a parecchio, a proprio tanto, a tantissimo. Poi è fisiologico che nelll’insieme ci sia anche qualche donna asessuale in senso lato. Ma del resto, se dall’altra parte ci può stare tranquillamente una dominatrice sadomachista praticante come Robbe-Grillet, allora decadono le insinuazioni di indifferenza o fobia del sesso mosse alle donne di #metoo. Se non c’entra niente la lettera francese con le preferenze sessuali delle firmatarie, allora non c’entra niente nemmeno la campagna #metoo con l’approccio personale di queste donne alla sessualità.

Datevi pace perché è stato dichiarato da tutte le parti − e più di così restano solo i sottotitoli − che non c’è alcuna volontà moralizzatrice o castratoria. Se la volete sentire spiegata in un’altra maniera, alle donne di #metoo piace fare l’amore, piacciono gli uomini (o le donne), piace il sesso e pure la sperimentazione. Vi sorprendereste di certe confidenze che ovviamente non dirò. Però potete sempre immaginarle a piacimento.

In linea generale il discorso portato avanti da #metoo non è poi così difficile da capire e si articola in due punti:

1) L’unico risultato che vogliamo ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la nostra volontà.

2) Quando c’è la nostra volontà vogliamo essere strusciate, palpate, baciate e anche di più: vogliamo strusciare, palpare, baciare e tutto quanto segue.

Postilla: Se non avete capito che aderire alla campagna metoo non significa promuovere il cilicio e praticare la castità ma scegliere una sessualità positiva e propositiva, partecipe e gaudente, sperimentale e gioiosa [ommioddìo quindi il sesso piace anche a loro] allora avete già perso il gioco della seduzione amici cari e vi resta da fare soltanto una cosa ma non sarò io a suggerire quale.

E una volta per tutte finitela di dire che #metoo è l’origine di tutto. #Metoo è un fenomeno contemporaneo a #balancetonporc e #quellavoltache. Chiedetevi perché in tanti paesi diversi sono nati movimenti così simili nello stesso momento: potrebbe essere la volta buona che capite cosa sta succedendo.

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Ringrazio Silver a cui ho fregato questa epica vignetta.

Tavolo 86

Stavolta condivido un pezzo che non ho scritto io ma che mi ha colpita molto. Durante una discussione sulla mia bacheca, Serena ha messo insieme queste parole che non volevo andassero perdute. Le ritengo importanti, oneste, necessarie e per me è un piacere dar loro risalto con il mio piccolo blog. Il motivo del contendere è lo scontrino, anzi il prescontrino emesso da un ristorante romano in cui si poteva leggere la dicitura “tavolo 86 – ciccione” (minuscolo) e la cui vicenda è descritta qui.

 

Ciccione, anzi, ciccione, con la minuscola come l’hanno scritto, è ciccione. Aggettivo che da sempre viene usato per dileggio e sempre più spesso proprio dispregiativamente. Mi colpisce la quantità di giustificazioni che viene portata a difesa del presunto diritto di scrivere questa roba sul preconto. Apprezzo molto la schiettezza di chi spiega che sono i soprannomi* dati ai clienti per gestire gli ordini, perché è così, è quello che si fa, però poi se toppi, ti becchi le conseguenze e zitto. E invece sembra di no. Era il cameriere, era il soprannome, addirittura per tanti, in un ambiente di cinesi, quasi la certezza del cognome.

Perché? Secondo me perché c’era scritto ciccione. Se ci fosse stato scritto frocio, lesbica, comunista, ebreo, muso giallo o nero, terrorista Isis, sono sicura che la reazione sarebbe stata diversa ed univoca, di totale sdegno e condanna. Ma hanno scritto ciccione. L’insulto (con tutti i suoi derivati) principe del body shaming. Principe, perché li ci potresti fare qualcosa. Potresti e dovresti rimediare, evitare, prevenire. E non lo fai. Addirittura non vuoi, gravando sul bilancio della sanità e, sia mai, sul senso estetico di tanti raffinati cultori di bellezza.

Pelato, sgorbio, culone, avrebbero avuto lo stesso riscontro forse, anche se, sono sicura, più leggero, perché li, sì, dovresti e potresti rimediare ma non c’è volontarietà. Il ciccione invece se la cerca, se la vuole e se la mantiene. Quindi se viene appellato come tale non è grave. Il censore interiore va di scatto a cercare una via d’uscita x l’offendente, perché sostanzialmente giustificato.

Seconda riflessione, sul perché sarebbe meno grave se tale termine si riferisse al cameriere. Perché il cameriere viene pagato. E no, non è meno grave per niente. Pagare non è comprare, il compenso è per il lavoro, non per la libertà di dileggio. In un mondo che tanto tiene alle forme e alla correttezza, la bussola mi pare impazzita parecchio.

Serena Badalassi

 

* Questo è il preconto, non deve andare al cliente. In pratica è quello che esce nei punti dove si preparano le domande (di solito bar e cucina) nei locali dove gli ordini si prendono elettronicamente. Ciccione è un modo per individuare il cliente nella sala. Spesso i camerieri quando i coperti sono tanti devono fissare in testa delle caratteristiche per non sbagliare comanda. Per quanto possa sembrare brutto, si vede che il suo essere ciccione lo individuava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’immagine di apertura: Lisandro Rota, Destinazione paradiso http://www.lisandrorota.it/

Il peso è mio, me lo gestico io

Ogni giorno c’è un appuntamento fisso col body shaming. Prevalentemente per le donne che, malgrado tutto, sono sempre in qualche modo inadeguate. Quando si parla di peso la vergogna sociale si allarga e un po’ se la beccano anche gli uomini ma le donne sono senza dubbio obiettivi privilegiati di insulto per l’imposizione di dover piacere sempre a qualcuno. I pregiudizi vanno in decomposizione ma sono davvero duri a morire. Oggi mi è capitata sott’occhio la foto di Ashley Graham che fa sport in bikini sulla spiaggia e questi che allego sono i commenti. Nella media sembrano diventati più buoni ma forse era solo che stavo guardando nel posto sbagliato.

Questo non è mostrare con orgoglio le curve ma problemi di salute nella specie sovrappeso quindi smettiamola con sti finti buonismi come non va bene l’eccessiva magrezza.

Quante storieee… secondo me, Ashley è obesa e ha un bel problema di autovalutazione… oppure fa finta vedendo vantaggi economici..

A me tutto questo esibizionismo del corpo ha stufato. E manifestazioni di questo genere dubito possano curare i complessi di inferiorità di chi non ha un corpo perfetto. Io non trovo sia così sbagliato riscoprire il valore del pudore che non significa andare in giro col burqa ma nemmeno esporsi come delle bistecche di manzo dal macellaio.

Di questi tempi oppure sei vegano, salutista, palestrato ecc oppure ti vanti di essere balena e sfoggi la tua cellulite e cosce sproporzionate sui social col pretexto del body positivism.

Avete rotto con questa che di bello non ha nulla, non e’ curvy un cavolo e’ obesa.

Le curvy sono altre …sta qui è Obesy

Finalmente nel suo habitat naturale  [figurina della balena]

Alcuni dei commentatori si credono perfino spiritosi. Ashley Graham è questa ragazza qui ma è molto più facile che l’abbiate vista in costume.

Come Ashley Graham, Tess Holliday, Mia Tyler e altre modelle sono oggetto di attacchi molto violenti per il loro peso e il loro aspetto. Lo sono perché sono esposte e fanno notizia. Ma come loro vengono attaccate anche molte donne che compiono un atto di lesa maestà non conformandosi al modello dominante. In questo post parlerò del bullismo verso di loro e tutto ciò che dirò vale per le donne in sovrappeso come per quelle in sottopeso, troppo magre, con poche tette, il sedere troppo piatto o le cosce secche. Anche per quelle come Elisabeth Lizzie Velasquez, nata con una sindrome che non le fa accumulare peso e per questo bollata come la donna “più brutta del mondo”.

Hate speech: non c’è altra definizione per questi commenti. Parole e discorsi che hanno l’unico  scopo di esprimere intolleranza verso una persona o un gruppo. Visto che spesso la scusa utilizzata per attaccare le persone in sovrappeso è quella della salute eccomi qui: sto perdendo peso, faccio una vita sana, ho una dieta impeccabile. Ho perso 10 chili e ne perderò altri.

Non dimagrisco perché un/a deficiente qualsiasi mi ha detto che non vado bene. Non dimagrisco nemmeno per piacere al mio compagno. Non dimagrisco per essere accettata. Dimagrisco perché ho deciso io di farlo e le uniche persone a cui permetto di definirmi in base al mio peso sono i miei medici.

Ne ho tre: una endocrinologa, una psicologa e una alimentarista. L’esperienza più interessante di questo percorso è stata quella con la psicologa che ha dovuto verificare se non avevo binge, bulimia o iperfagia. Se non conoscete queste parole cercatele: vi si aprirà un mondo.

Dandyna, una ragazza italiana che usava il blog per parlare di questi disturbi, nel 2006 decise di raccontare la sua storia. Leggendola si capisce una cosa tanto semplice quanto ignorata: l’ecces siva magrezza e l’eccessivo peso sono una questione di gradi. “Ho avuto l’anoressia a 14/15 anni, l’iperfagia a 16/17/18, e la bulimia dai 19 a ora”. Dandyna prima è dimagrita oltremisura e poi è raddoppiata di peso.

Io non sono bulimica e non mi capitano binge: mi piace mangiare e non me vergogno. Anche con l’alimentazione attuale continuo a provare il piacere del cibo e mi privo di ben poco. Non rinuncio agli aperitivi, alle pizze e alle grigliate. Strano vero? Non mi sento in colpa, non mi vergogno e addirittura mi piaccio. Mi piaccio non per i 10 chili persi né per quelli che perderò.

Mi piaccio perché mi piacciono il mio volto e il mio corpo. Mi piaccio per come mi vesto e per i profumi che scelgo. Mi piaccio perché gli amici mi hanno sempre accettata. Mi piaccio perché il peso non è mai stato un problema né un impedimento a intessere rapporti affettivi e ad avere una soddisfacente vita sessuale. Ovviamente, ho dovuto imparare a piacermi e i luoghi comuni in cui siamo costantemente immersi non mi hanno aiutata.

Quello che tanti ignorano è che con 10 chili in meno non ci si sente più belle o più accettate. Tempo fa, nonostante io non sia mai stata particolarmente magra, ero come voi che non riuscite a guardare con serenità alle persone obese. Ma ho sempre avuto chiaro, a differenza di voi, che il problema era dentro di me non dentro di loro.

Finalmente sono entrata in cura: l’ho fatto in modo serio, presso un reparto ospedaliero. Mi vergognavo come una ladra a trovarmi in mezzo a quelle persone. Non volevo essere come loro anche se lo ero. Poi ho cominciato a notare qualcosa di strano. C’erano sì persone in sovrappeso e anche molto, ma c’erano pure persone magre e anche molto. C’erano gli adulti e c’erano i bambini: figli obesi di genitori magri e viceversa.

Mi veniva istintivo confrontarmi. Chi è stato in sovrappeso almeno una volta lo sa: guardi gli altri come termine di paragone per cercare la tua sicurezza. “Sì vabé − pensi − ma forse sono più magra di lei”. Dopo la mia prima visita, uscendo dall’ascensore, ho visto una bellissima ragazza. Non esagero, era davvero molto bella e molto in sovrappeso. Ci siamo salutate con lo sguardo, come al solito ho fatto la valutazione di come appaio e sì, ero meno di lei. Mentre stavo per uscire dal reparto l’ho sentita dire a chi la accompagnava: “Ho perso 40 chili. Fino qui ci sono arrivata”.

Questa frase sentita per caso, insieme al mio solito pensiero comparativo, è stata un pugno nello stomaco. Quanta accidenti di determinazione ci vuole per perdere 40 chili? Questa giovane donna lo aveva fatto e io la stavo soppesando stupidamente per il suo aspetto. Non mi sono sentita cattiva: mi sono sentita scialba, banale, ordinaria. Perché guardavo lei e me stessa non con i miei occhi ma con gli occhi del luogo comune. Quanto pesi? Quanto appari grassa? Quanto riesci a sembrare normale?

Io non voglio la compassione di nessuno: sono ingrassata perché ho mangiato. Ma sono ingrassata più del normale perché il mio corpo ha un metabolismo incasinato. Quindi non mi vergognerò perché qualche deficiente non capisce una cosa così ovvia.

Adoro il cibo, come adoro il sesso, il cinema, le buone letture, gli aperitivi e la compagnia. Perché sì: il cibo significa socialità ed è un aspetto che pochi considerano. Per stare insieme ci andiamo a fare l’aperitivo, andiamo a mangiare una pizza, invitiamo gli amici a cena e ci facciamo invitare. Il cibo è esso stesso socialità. Chi infama le persone obese nella migliore delle ipotesi non ha capito niente della vita sociale, nella peggiore basa la sua autostima su una cosa pericolosamente fragile come il sentirsi migliore degli altri.

Sapete come ho cominciato la mia prima dieta? Non avevo ancora vent’anni, facevo gli allenamenti di nuoto, pesavo 56 chili. Commisi l’ingenuità di ascoltare un ragazzo che mi piaceva, uno più grande di me. Mi disse ridendo che ero grassa: forse non lo pensava nemmeno, era solo uno scherzo idiota. Decisi di andare da un alimentarista. Persi sei chili e quando mi disse che non dovevo dimagrire ancora, mollai l’alimentarista e continuai a perdere peso. A distanza di anni mi sono ricordata di quel tizio che pretendeva di giudicarmi: aveva un grave problema fisico e temeva sempre di essere schernito.

Ci si può amare benissimo con tutti i chili in più e si può essere belle: non intendo semplicemente sentirsi belle ma proprio esserlo. Posso dire con certezza che non sono i chili in meno a farci sentire migliori. Ci si sente meno gonfie, ci si vede il viso più sottile, ci si sentono gli abiti ampi. E basta. Sto dimagrendo perché devo curare una disfunzione metabolica, la stessa che finora mi ha impedito di perdere peso nonostante stessi in regola.

Sono più bella? Non credo. Sono solo più magra e sto riprendendo in mano la mia vita. Per farlo non rinuncerò a un solo aperitivo con gli amici, né a un’uscita a cena, né a sfoggiare un rossetto nuovo, né a un solo abito che mi piace. Di questo potete starne certi.