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Famiglia tradizionale e non

La famiglia tradizionale esiste e mi pare che nessuno la voglia smantellare. È questa paura che dobbiamo superare se vogliamo vivere in pace. La paura di qualcosa che non esiste. Le paure, non le persone, sono il nostro nemico.

Per esempio io e mio marito, siamo una famiglia tradizionale sposata regolarmente in comune. Il fatto è che non siamo sempre stati così. Dunque siamo anche una famiglia non tradizionale. La condizione è fluida, la nostra come quella di tutti. Provenivamo da altre relazioni, ci siamo messi insieme, abbiamo abitato in case diverse, poi abbiamo convissuto, poi io mi sono trasferita e siamo stati di nuovo in case diverse, poi mi sono trasferita ancora e abbiamo di nuovo convissuto, poi ci siamo sposati e se ci sarà bisogno staremo di nuovo in case diverse.

Alla faccia dei luoghi comuni abbiamo abitato con i genitori e i nonni – casa sotto e casa sopra – perché la nostra è una famiglia solidaristica. I luoghi comuni? Li abbiamo sbriciolati nei fatti. Ci siamo occupati dei genitori e dei nonni. Abbiamo vissuto con sua madre e sua nonna entrambe vedove. Quando mio padre si è ammalato abbiamo vissuto metà tempo in una casa, la nostra, e metà tempo in un’altra casa, quella dei miei genitori, in un altra città.

Abbiamo accolto gli amici, che sentiamo far parte della nostra famiglia, non abbiamo chiesto a nessuno di rendere conto del proprio orientamento. Non per scelta ma perché non ce ne frega niente: non ha importanza se non nella misura che decidono loro. Quello che tu sei non annulla quello che io sono. E se sei suora, frate, sposato, divorziata, single, omo o trans non metti in discussione la mia identità. Per me non cambia un beneamato nulla. Nemmeno la tua appartenenza politica cambia qualcosa purché tu mi rispetti e rispetti gli altri.

Abbiamo ospitato gay di destra e femministe agnostiche, volontari di destra e attiviste di sinistra, lesbiche cattoliche e preti socialisti, coppie omo e divorziati etero, giusto per dire che gli schemi li rompe la vita stessa senza bisogno di aggiungere niente. E single, tanti amici single: famiglie pure loro, nodi che fanno parte delle reti di altre relazioni. E buddisti, ebrei, musulmani, evangelici, atei in combinazioni familiari varie. E separati, risposati, conviventi con figli e senza figli oppure con figli di altri genitori. 

Siamo padrino e madrina di bambini. Abbiamo gatti, tanti gatti: per noi non sono figli, sono gatti e li amiamo lo stesso, moltissimo. Abbiamo terra e alberi e frutta. Un giardino per cenare fuori e un orto per i pomodori. Abbiamo da accudire relazioni sociali fittissime con gli esseri umani. Perché senza gli altri non sopravvivremmo, perché non siamo monadi e nemmeno la nostra famiglia è una monade. La famiglia è un intreccio, un’ipotesi di lavoro. Siamo tradizionali? Sì. Siamo NON tradizionali? Sì. Ma non siamo mai stati una cosa sola alla volta. Chiedersi cosa siamo è un falso problema e onestamente non mi interessa. 

 

«La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz e profondamente convinta che esistano esseri intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente, le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l’unica identità o l’unica categoria di appartenenza della persona». 

Amartya Sen, Identità e violenza, traduzione di Fabio Galimberti, Editori Laterza, 2006.

Cara Bongiorno se volete aiutare le donne cacciate i soldi

Sembra brutale detto così, vero? Ma vi assicuro che non c’è altro modo di dirlo. Perché oggi ci si sta concentrando su tutto tranne che sulla vera e unica soluzione: garantire alle donne vittime di violenza una via d’uscita rapida, sicura ed economicamente praticabile. Già, perché quando chiami telefono rosa una delle prime cose che ti chiedono è: “hai un posto dove andare?”.

Eppure sembra che in troppi e troppe facciano finta di non vedere e non sentire questa urgenza. Nessuno parla più di investire fondi per finanziare i centri antiviolenza. Questo significa che si è persa di vista una cosa, tanto semplice quanto fondamentale: l’aiuto concreto richiede investimenti concreti.

Volete aiutare le donne vittime di violenza? Cacciate i soldi perché i progetti di ascolto, i centri antiviolenza, le stanze rosa, gli alloggi protetti destinati alle vittime di violenza costano. E siccome costano non si fanno con le buone intenzioni, si fanno con i soldi. E siccome trattano casi che richiedono interventi specifici hanno bisogno di personale preparato. E siccome il personale preparato non cade dal cielo, il personale preparato costa. Pure la struttura che accoglie le vittime di violenza costa, e costa tutto il sistema che conduce le donne a un rifugio sicuro. Tutto costa e tutto si paga. Ed è drammaticamente necessario. Perciò se volete aiutare le donne vittime di violenza un modo c’è: investite.

Una donna che decide di sottrarsi alla violenza ha bisogno di un’alternativa SUBITO. Il giorno che decide di lasciarsi alle spalle un passato di sopraffazioni ha bisogno di andarsene, di allontanarsi dal violento. A volte il suo stesso destino di vita o di morte dipende dalla possibilità concreta di sfuggire al violento. Dunque la parola chiave è concretezza. Che significa poter chiedere aiuto a qualcuno che ti sostiene per mezzo di strutture organizzate. Che significa poter andare via, da un’altra parte, lontano da chi ti mena. Se alle donne non si da questa possibilità allora non si sta risolvendo il problema. Si sta solo girando a vuoto.

 

Global climate strike e adulti

Quando ho sentito la lista dei luoghi dove si terranno i vari «strike climate» del 10 marzo 2019 ho avuto un flashback. Erano diciassette anni (17) che non si manifestava un movimento transnazionale – globale – di mobilitazione di tutti per il bene di tutti. Diciassette anni pesanti di disastri inauditi, guerre, crisi, conflitti sociali, contraddizioni. Nello stesso momento sarò a parlare di discriminazione di genere ma il mio cuore sarà là, dove si riallacciano i fili delle nostre speranze di tutti noi. Per un futuro migliore e per l’emozione di vedere in campo la generazione successiva di innovatori. Ho la sensazione che qualcuno stia riprendendo il testimone là dove ci era caduto dalle mani. E questo mi emoziona moltissimo.

Eppure, in questi giorni, rifletto molto sull’avvertimento attribuito a un uomo che a suo modo è stato un grande innovatore: “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Serve essere entrambi: serpenti e colombe, colombe e serpenti. Senza che l’uno predomini sull’altro. Personalmente evito la mistica della giovinezza, non personalizzo un movimento globale, non lo identifico con un solo personaggio. Sono molto attenta al green washing che si sta già palesando in pompa magna. Oh se si sta palesando. Tengo presente che la causa ambientale non è una causa dei buoni sentimenti ma una causa politica a tutti gli effetti: ovvero di concezione economica della nostra società, di rapporti di potere e pragmatismo. In altre parole non mi piace la differenza tra idea e azione, tanto per citare il poeta. E non mi riferisco agli studenti ma a chi li sostiene da posizioni politiche ambigue, che sembrano voler omologare e quindi dissinescare un movimento in cui le persone credono in buona fede e con argomenti adeguati. Non mi piace quando non si concede neanche un piccolo credito di fiducia alla voglia di cambiare. Hanno il diritto di provarci e hanno ottime ragioni. Non mi piace quando si banalizza un dibattito: per me gli argomenti come il body shaming o il sarcasmo sulla neurodiversità non hanno alcun titolo per esistere nella discussione pubblica. Chi li usa dimostra tutta la propria inadeguatezza politica. Ho capito che voglio lasciare che gli studenti facciano le loro iniziative senza di me. Non ho bisogno di essere presente alle loro manifestazioni e credo abbiano diritto a uno spazio tutto loro, come desideravo io quando ero al liceo. Me le ricordo bene le litigate. Ho però bisogno di dire che li condivido e appoggio il loro movimento. Ho bisogno di essere al loro fianco ma senza sottrargli il centro della scena. Ho bisogno di dire che credo negli stessi principi e sono contenta del loro mettersi in gioco. E vivaddio è primavera.

Riguardo alla polemiche, mi hanno fatto ricordare del 2002, quando si tenne il Social Forum a Firenze con numeri da record. Io ci andai per seguire uno workshop di giornalismo con professionisti di primo piano. Alcuni dissero che avremmo distrutto la città, preannunciarono danni incalcolabili, lanciarono allarmi sul pericolo che devastassimo i negozi e monumenti. Furono due personaggi in particolare ma non importa ormai chiamarli in causa. Molti negozi chiusero a causa del clima di paura indotto. Ma un bar, davanti alla stazione di Santa Maria Novella rimase aperto. Noi eravamo alla Fortezza da Basso, vicinissimi, numerosi e affamati. Non essendoci molte alternative andavamo lì: mi ricordo un continuo via vai di ragazzi in quell’unico bar aperto. Panini, bibite, dolci, caffè, più volte al giorno tutti i giorni che durò il meeting. Qualcuno dopo un po’ riaprì ma ormai ci eravamo affezionati al primo bar che ci aveva accolti. Ricordo di aver provato un sentimento di gratitudine verso quell’unica vetrina rimasta aperta come un gesto di fiducia. E ricordo anche che subito dopo pensai: “spero che guadagnino un sacco di soldi, alla faccia di chi non ci ha dato nemmeno una chance”. Ecco, penso che oggi stia succedendo la stessa cosa. È questione di concedere un piccolo credito di fiducia a chi crede con forza in un cambiamento possibile. Tutte le volte che passo da lì continuo a pensarci e a ridere tra me e me. La città ne uscì arricchita e il bar pure.

Detto questo, secondo me, se è un movimento globale andrà avanti, non saranno le polemiche a fermarlo. È legittimo e perfino sano che ci sia un contraddittorio e non una linea unica e uniforme. Guardiamo piuttosto a come si comportano i governi in merito all’ambiente. Guardiamo alla coerenza di chi si dichiara a favore dell’ecologia. Guardiamo alla prassi perché l’ipertrofia del simbolico troppo spesso ci ha allontanati dalle soluzioni invece di avvicinarci. Perché è possibile formulare ottime teorie che ci proteggono dal dover confrontarci con la realtà che è fatta principalmente di pratiche. Sono quelle che possono condizionare gli eventi non la normale polemica dell’opinione pubblica. Ed è su quelle che i ragazzi ci stanno chiedendo di misurarci.

 

 

#ClimateStrike

#Fridaysforfuture

 

 

 

 

I bambini non si toccano

Dividendo i bambini stranieri dai bambini italiani, negando loro lo stesso sostegno economico a parità di bisogno, non si sta solo facendo una cosa che è contro tutti i principi umani, laici o religiosi ma si stanno creando i presupposti di una società divisa. E una società divisa è quella in cui possono meglio fermentare i peggiori incubi. Sarà un miracolo se questi bambini crescendo non svilupperanno sentimenti d’odio. E se accadrà la responsabilità non sarà stata della cultura o della religione ma solo dell’insipienza di simili provvedimenti.

A Lodi fino all’estate del 2017,  la mensa scolastica e l’autobus venivano garantiti in base all’ISEE, un indice che tiene conto dei beni mobili e immobili della famiglia. Per l’anno scolastico 2018-2019, una delibera del comune ha imposto che i genitori nati fuori dall’Unione Europea dovessero presentare anche una dichiarazione di nullatenenza fornita dal paese di origine. Diversi genitori hanno cercato di procurarsi i certificati nei rispettivi paesi di provenienza ma sono difficili o impossibili da ottenere. Il rapporto è di 200 bambini esclusi rispetto a 3 domande con documentazione ritenuta completa o ancora da valutare. Per i bambini tagliati fuori non è stata concessa alcuna agevolazione.

In un commento di questo blog, un lettore abituale ha scritto una cosa che mi ha colpito moltissimo: «Se ci interessa reindirizzare le persone verso qualcosa di diverso dall’infelicità, il dialogo è fondamentale. Recentemente io questo lo considero “essere accomodanti”. Le persone accomodanti non sono lassiste, non si girano e se ne vanno. Accomodano le cose, assecondano un movimento per spingerne un altro».

Non spenderò neanche una parola di odio perché è inutile. Cercherò di essere “accomodante” cioè di aggiustare una cosa rotta: l’amore per i bambini. Non spenderò tempo a guardare quello che è successo. Farò il possibile per cambiarlo aderendo alla campagna Colmiamo la differenza della Caritas di Lodi. Se volete farlo anche voi dovete avere pazienza perché il loro sito è subissato dai contatti, in questo momento è difficile da raggiungere.

Se non riuscite a raggiungerlo provate con la pagina Facebook dell’iniziativa che fornisce informazioni per aiutare i bambini a frequentare la scuola e i suoi servizi – mensa, pre e post scuola, scuolabus – senza essere discriminati.

 

 

 

 

 

Ma aspetta… Il Coordinamento Uguali Doveri  fa sapere che a oggi – domenica 14 ottobre 2018, ore 15 – hanno ricevuto donazioni per un importo superiore ai 60.000 euro. Le domande di accesso agevolato al Comune di Lodi da parte di persone non comunitarie sono state 316: 177 per la mensa, 75 per lo scuolabus, 43 per pre e post scuola, 23 per asilo nido. Per coprire queste richieste 220.000 occorrono euro. L’importo oggi raggiunto garantisce l’accesso ai bambini esclusi dai servizi scolastici almeno fino a fine dicembre 2018. In quella data l’associazione conta sul fatto che il ricorso presentato al Tribunale di Milano avrà annullato il provvedimento che esclude i bambini.

Che sorpresa: una campagna appena aperta e già arrivata allo scopo. Eh già, a dispetto di quello che si racconta siamo tantissimi. La stessa iniziativa è sostenuta dal progetto You Hate We Donate che si propone, come spiega il titolo, di risponde con un gesto concreto e positivo. Molti blogger, utenti social, famiglie stanno sostenendo la campagna che serve a pagare le spese per i bambini esclusi.

Oggi a pranzo ne abbiamo parlato e abbiamo deciso tutti insieme di dare il nostro aiuto concreto in termini di contributo economico a questi bambini e alle loro famiglie. Ci mettiamo anche la faccia: Ilaria Sabbatini, Marcantonio Lunardi e Marisa Bonaldi. Il motivo è semplice e l’ha detto mia suocera: i bambini non si toccano.

Ora le donazioni sono chiuse ma potete tenere d’occhio la campagna Colmiamo la differenza, oppure condividere questo post, farne uno sul vostro blog o sul vostro account social, parlarne con amici, discuterne in famiglia. Potete scrivere al comune di Lodi oppure partecipare alla manifestazione. Non vi fate convincere dall’idea che non possiamo fare niente perché nel momento in cui state leggendo queste parole invece di dedicarvi ad altro, in realtà, voi state già reagendo ❤

Aggiornamento: La raccolta di fondi è sospesa

Il Coordinamento Uguali Doveri  fa sapere che a oggi – domenica 14 ottobre 2018, ore 15 – abbiamo ricevuto donazioni da più di 2.000 persone che hanno contribuito, con bonifici e pagamenti su PayPal, a raccogliere circa 60.000 euro.

Si può contribuire

• partecipando al presidio che si terrà in Piazza Broletto, sotto il municipio di Lodi, martedì 16 ottobre dalle 8.30 alle 20.30 e alle altre iniziative che saranno organizzate
• divulgando le informazioni che pubblicheremo sulla pagina facebook del Coordinamento Uguali Doveri
• scrivendo alla Sindaca sara.casanova@comune.lodi.it, al Vicesindaco lorenzo.maggi@comune.lodi.it, all’Assessore ai servizi sociali sueellen.belloni@comune.lodi.it e all’Assessore all’istruzione giuseppina.molinari@comune.lodi.it per chiedere l’annullamento delle modifiche introdotte sul Regolamento

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Un abbraccio a Cavallogoloso e a Luca.

Scommettere sulla fiducia

Chi mantiene una vita è come se mantenesse un mondo intero (Talmud)
Chi avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera (Corano)
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Oggi volevo ricordare la giornata della vittime dell’immigrazione. Così ho deciso di usare le frasi del Talmud e del Corano che tanto mi avevano colpito associandovi una foto. Volevo solo fare un post su Facebook ma poi ho cominciato a riflettere su cosa mi aveva portato proprio a questa scelta e ho pensato che fosse un processo interessante.

Cercavo un’immagine che rappresentasse il rovescio positivo della medaglia, qualcosa che puntasse su quello che si può fare e che rappresentasse gli effetti concreti ed emozionali di un comportamento aperto. Perché noi siamo ammalati di paura e la paura ci chiude.

Si siamo ammalati di paura e lo siamo tutti. Paura del futuro, paura della povertà, paura dell’altro simile a noi, paura di chi ha un’opinione diversa, paura del dialogo, paura dell’autocritica, paura delle sfumature, paura di chi non è perfettamente allineato, paura dei dubbi, paura delle domande, paura gli uni degli altri, paura del diverso, paura del migrante, paura delle istituzioni, paura in tutte le sue forme. Talmente tanta paura da congelarci nelle nostre posizioni reciproche senza più poterci muovere.

Ho scelto una donna delle istituzioni e non è un caso. Prima di tutto perché le istituzioni possono avere un approccio aperto, non solo sanzionatorio o censorio. Poi perché si tratta di una donna a capo di un istituto importante, per mostrare che questo è possibile, che è già accaduto e accadrà ancora.

Questa è una donna che allatta una bambina, in una questura. Un corto circuito molteplice. Una nativa italiana e una no. Insieme, in un gesto profondamente intimo ma anche doloroso. Favour in questa immagine aveva nove mesi ed era appena rimasta orfana della madre che la accompagnava nella traversata ed era incinta di un altro bambino.

Così è successa la cosa più naturale e umana del mondo: è scattata la reazione di protezione. Un essere umano fragile e in pericolo viene assistito da un altro essere umano che lo protegge, lo nutre e lo consola.

Non è un’esclusiva delle anime buone e tanto meno delle madri: tutta questa roba ce l’abbiamo dentro di noi. La paura ce la fa sotterrare in fondo alle coscienze, sotto uno strato di motivazioni varie, ma ce l’abbiamo. Ce l’abbiamo tutti. E non perché siamo buoni ma perché siamo umani.

Umani, ovvero esseri senzienti dotati di auto-consapevolezza, figli dell’istinto di sopravvivenza e di un flusso di cultura continuo che ci collega alla storia della nostra stessa fragilità. Ecco perché oggi non griderò al razzismo e non userò le foto di morti annegati che pure conosco molto bene.

Voglio provare a cambiare stile di comunicazione. Semplicemente perché la manifestazione dell’empatia umana è già accaduta molte volte. E anche se spesso ce lo dimentichiamo, questo dimostra in modo inequivocabile che accadrà di nuovo e che potrà coinvolgere ciascuno di noi.

Non è stato semplice elaborare questo nuovo approccio e non sono neanche sicura che vada bene. In ogni caso ha significato una lunga riflessione sul modo in cui ci relazioniamo, sul mio stesso modo di comunicare, sul perché è così difficile ascoltare gli altri quando non sono il nostro specchio identico.

Ha significato cambiare non solo linguaggio ma anche stato d’animo e propensione verso gli altri, soprattutto verso coloro che non la pensano come me. Ha significato capire la quota di violenza che mi abita quando presumo che negli altri non ci sia empatia umana. Ecco perché oggi voglio scommettere sul contrario. Scommettere sulla fiducia.

Ilaria Sabbatini

Nella foto: Maria Volpe, capo della questura di Agrigento, che si prende cura della piccola Favour, maggio 2017

Sostengo Sumaya perché

Sostengo Sumaya Abdel Qader perché:

  • si batte per l’autodeterminazione delle donne
  • pratica il dialogo con tutte le parti
  • sostiene la laicità dello stato

 

  • rifiuta i matrimoni imposti e le spose bambine
  • rifiuta l’imposizione del velo
  • rifiuta l’infibulazione

 

#SostengoSumaya

 

Primo Maggio. Prima il lavoro

Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Primo Maggio. Prima il lavoro

Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, Università Cattolica di Milano

Nessuno resti indietro. Papa Francesco, la dignità del lavoro e l’inclusione sociale di Roberto Alborghetti é un patrimonio enorme racchiuso in meno di cento pagine. Il giornalista e saggista bergamasco riassume “il modo alternativo” a quello dei mercati finanziari e monetari di considerare il diritto del lavoro: per la Chiesa esso è “un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace”. Da abile autore di biografie, Alborghetti rintraccia nella storia personale e pubblica di Bergoglio tali e tanti elementi da delineare l’identikit di un paladino della democrazia inclusiva e partecipativa. Il Papa che definisce “vergognoso” il fatto che ai lavoratori sia chiesto di rinunciare ai propri diritti e che, senza tregua, come già faceva instancabilmente da Arcivescovo a Buenos Aires, chiede di non dimenticare le notizie delle ”morti bianche”. L’unica guida di calibro mondiale in grado di tracciare, anche con espressioni originali, una linea di separazione netta tra “lavoro degno” e “lavoro schiavo”. Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Come? Per Papa Francesco dalle “periferie” le cose del mondo si percepiscono in maniera diversa e i cambiamenti sociali e culturali si realizzano prima che altrove; occorre denunciare la corruzione, disinnescare il conflitto sociale, sentirsi tutti, ognuno per la sua parte, responsabili di ciò che ci accade. Il suo essere al di sopra di ogni linea politica ben si comprende ascoltando le confidenze di Bergoglio: “Mi accusarono di essere un gesuita pro-salesiano” dice Francesco, perché da arcivescovo ricordava che Don Bosco aveva aperto scuole di arti e di mestieri. La sua matrice latinoamericana si coglie: “I ragazzi e le ragazze sono molto poveri; alcuni vengono addirittura scalzi a scuola” scriveva alla sorella Maria Elena quando da novizio chiese di lavorare come insegnante e fu mandato in Cile. Con il volumetto, si scopre chi possa aver contribuito a rendere tanto tenace il Pontefice: “Le cose vanno fatte bene. Mi stava dicendo che il lavoro va sempre preso con molta serietà” è il ricordo vivo di Francesca Ambrogetti, il capo a cui aveva prestato assistenza in un laboratorio di analisi. Bergoglio è davvero convinto che tutto sia stato per lui un tirocinio a “spingere le persone a tornare a credere”: durante una visita pastorale ad una parrocchia romana è stato questo il commento al lavoro prestato un tempo agli ingressi di un locale da ballo.

“L’impatto nella vita del futuro Papa – documenta il testo – con i problemi e i drammi del lavoro non fa parte di un episodio provvisorio o di una delimitata fase storica, ma si allarga al cammino di una intera esistenza. Anzi, ne modella e ne forma il vissuto quotidiano, a partire dai giorni della fanciullezza, quando in famiglia ascoltava attento e con gli occhi sgranati il racconto dei genitori e dei nonni, che narravano storie di emigrazione, di fatiche, di sacrifici e spesso di dolore”.

“Nessuno resti indietro” è un titolo azzeccato che non si potrà dimenticare ripensando al fatto che avremmo potuto non avere il primo Vescovo latinoamericano di Roma se il ragionier Mario Bergoglio, il papà di Papa Francesco, come era nelle prime intenzioni, fosse salito a Genova a bordo del piroscafo “Principessa Mafalda” che, navigando con 1264 nostri connazionali verso le Americhe, si inabissò a largo di Bahia. È stato il più grande naufragio della Marina mercantile italiana. Le 344 vittime del 1927 obbligano a tenere lo sguardo rivolto a chi, oggi, in questo primo maggio di festa, cerca ancora per via di mare dignità e inclusione.


Alla fine la vita è un faccenda appassionante e a volte propone circostanze insolite. Accade ad esempio che un amico, docente della Cattolica, mi proponga di pubblicare una sua riflessione sul mio blogghino. Dovete sapere che ho una formazione cattolica (la sezione about spiega chi sono), i miei interessi si orientano verso lo studio delle religioni, ma non sono praticante e ho sviluppato il mio pensiero in senso laico. Ebbene, questa situazione mi piace molto perché mi permette di attuare la maggiore delle mie priorità: il superamento della logica degli steccati.

Ilaria Sabbatini

Nell’immagine: Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864. Rappresenta dei braccianti durante il loro lavoro, impegnati a trascinare con delle corde una chiatta, lungo l’argine dell’Arno (chiamato “alzaia”).