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Non vi salverete solo perché siete italiani

La mattina di sabato 3 febbraio 2018 un uomo di Tolentino raggiunge Macerata, percorre in auto una via cittadina e spara dal mezzo in corsa. Colpisce sei persone non italiane. All’inizio non si sapeva nemmeno se fossero uomini o donne, si sapeva solo che erano neri. Piano piano arrivano anche i nomi delle vittime: Gideon Azeke, 25 anni, incensurato; Jennifer Odion, 29 anni, incensurata; Mahamadou Toure, 28 anni, incensurato; Wilson Kofi, 20 anni, incensurato; Omar Fadera, 23 anni, incensurato; Festus Omagbon, 32 anni, incensurato.

Per l’omicidio di Pamela Mastropietro, italiana, è indagato Innocent Oseghale, nigeriano, spacciatore. Per la tentata uccisione di sei persone, africane, è reo confesso Luca Traini, italiano, neofascista. Sono coetanei, reclusi nello stesso carcere. E ora guardate le facce delle vittime. Sono ragazzi. Tutti meritano la stessa giustizia, la stessa solidarietà, la stessa compassione. L’unica vera differenza è tra vittime e criminali.

Chi giustifica politicamente Traini non sta difendendo gli italiani, sta difendendo un tizio che colpisce le persone di altra nazionalità così come colpisce gli italiani. Nella sparatoria di Macerata, Traini ha esploso i colpi da un’auto in corsa. Ha ferito sei persone di nazionalità non italiana. Ma dalle immagini dei TG si vede che i colpi hanno perforato le vetrine di negozi italiani. Attività che potrebbero essere le vostre. I bambini italiani sono stati tenuti dentro le scuole perché correvano il pericolo di essere colpiti. Bambini che potrebbero essere i vostri. Questo significa che il razzismo e l’intolleranza divorano tutti, senza distinzioni. Non illudetevi, non vi salverete solo perché siete italiani.

In un sistema sociale razzista, se avete fortuna, potete schiacciare tutti quelli che non sono come voi. Se invece siete sfortunati, sarete voi ad essere schiacciati da quelli che comandano. In un sistema sociale razzista non potete essere sicuri di finire nel gruppo dei vincitori. In un sistema sociale razzista verreste indagati per capire se siete troppo scuri o troppo chiari per essere italiani, si  controllerebbe da quante generazioni lo siete, vi verrebbe chiesto se siete utili alla società o se siete un peso. In un sistema sociale razzista nessuno di voi sarebbe al sicuro: in qualsiasi momento potreste essere ritenuti non abbastanza puri. In un sistema sociale razzista nessuno di voi − seppur italiani, bianchi, occidentali − potrebbe dirsi veramente salvo. Le persone perseguitate dal nazismo e dal fascismo erano tedesche, italiane, polacche, francesi, austriache da generazioni. Il razzismo è l’inganno estremo perché prima o poi, in un modo o nell’altro, tradisce sempre chi afferma di voler difendere. Il razzismo è fedele solo a chi ne fa le regole e ne detta le leggi. Ma quelli è praticamente certo che non sarete voi.

Chi sono i sei feriti

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Labadessa, la normalizzazione e lo Scrondo

Stavolta parliamo di Labadessa e dei suoi apologeti. Finora l’ho evitato perché la cosa ha avuto anche troppa amplificazione ma tant’è: se tutti ne parlano, chi siamo noi per sottrarci? Scanserò la rassegna stampa perché onestamente i tormentoni mi annoiano. Direte voi: “E tu allora? Non partecipi al tormentone anche tu?”.  Sì, partecipo anch’io e infatti mi annoio da sola. Però quando ho formulato un pensiero creando un legame di significati, dopo mi dispiace buttarlo via e quindi lo appunto sul blog.

Ha raccontato tutto Maria Laura Ramello, nel suo articolo trovate la notizia e il commento.  Labadessa ha poi spiegato di essere stato bannato da FB a causa delle segnalazioni. È stato sospeso per 24 ore e su questo i suoi fan si sono molto infiammati. Un anno fa sono stata sospesa 3 giorni per pornografia a causa questa foto. Mi fu comunicato che se avessi fatto ulteriori infrazioni il mio profilo sarebbe stato definitivamente bloccato.

Jean Gaumy, Klaus Kinski e Romy Schneider durante le riprese di L’important c’est d’aimer, Andrzej Żuławski 1975

Avevo visto la foto in un museo di arte contemporanea, a una mostra. Aggirai l’ostacolo ripubblicando la stessa foto mascherata. La cosa buffa è che ho anche una serie di foto di Robert Mapplethorpe, Francesca Woodman e Joel-Peter Witkin in cui i nudi sono molto più espliciti ma per qualche alchimia social stanno sempre lì indisturbati. In ogni caso io non mi ritengo censurata. E nemmeno Labadessa ha parlato di censura anche se lo hanno fatto ampiamente i suoi solerti apologeti. Labadessa nelle sue scuse, ha fatto intendere che chi lo ha criticato crede veramente che lui “vorrebbe stuprare una ragazza!”. Beh non è per questo che è stato criticato e neanche per la sua presunta leggerezza. E qui si arriva a un punto che non è facile da spiegare.

Il gioco di Labadessa era di autorappresentarsi come un ragazzo insicuro che non sarebbe stato corrisposto dalle ragazze carine. Ok, è un gioco tipicamente nerd. La formulazione nerd poteva essere: “una così me la darebbe solo se svenuta” che però è alquanto diverso da “vorrei che fossero svenute per prenderla”. Non credo affatto che desideri veramente stuprare qualcuna ma non credo nemmeno che sia solo una battuta infelice, credo invece che sia una delle tante conseguenze della normalizzazione.

Tutta questa discussione non riguarda solo Labadessa, riguarda una cultura diffusa non facile da individuare, una cultura fatta di piccole forzature apparentemente insignificanti che un pezzettino alla volta alzano gradualmente la posta. Si chiama normalizzazione: è un processo di costruzione della normalità che passa attraverso forme non immediatamente riconoscibili. La normalizzazione non è innocua perché, se non la si disinnesca, si evolve in qualcosa di peggiore. La differenza tra la normalizzazione della battuta su un soggetto, la svalutazione di quel soggetto e la riduzione della sua autonomia è una differenza di grado non di qualità. Dunque no, quella non è solo una battuta infelice, è la conseguenza della normalizzazione e come è ovvio che sia non viene individuata. Ecco perché si chiama normalizzazione.

Sto accusando Labadessa di intenzioni violente? Certo che no. Sto dicendo però che Labadessa, e più ancora i suoi apologeti, non sembrano consapevoli di queste correlazioni che rappresentano delle differenze di grado rispetto a una cultura che loro stessi rifiutano: quella del controllo di un genere sull’altro. Il fatto è che questa cultura, piaccia o no, ci è entrata dentro e la reazione forte che c’è stata non può essere liquidata troppo semplicemente. È ovvio che non vada bene insultare e minacciare un tizio per ciò che ha scritto ma non va bene nemmeno derubricare tutto a una battuta infelice. Quando Teo Mammuccari metteva Antonella Elia sotto il suo tavolo di vetro sembrava ci fosse tanto da ridere. Poi qualcuno si incazzò e anche allora si parlò di polemiche eccessive. Ora non succederebbe più ma non è avvertita una limitazione della libertà di satira. Semplicemente è stato reso visibile il meccanismo di normalizzazione e quel meccanismo non ha fatto più ridere.

Sorvolerei sugli apologeti di Labadessa che sostengono come nella fantasia vale tutto, perché chi fantastica di uccidere qualcuno non è che poi lo uccide davvero. Ecco, io questo manco l’avevo pensato di Labadessa però mi stupisce che ci sia qualcuno che lo usa per discorsi paralleli e asimmetrici. Labadessa stesso ha detto che non desidera stuprare una ragazza: se volete difenderlo magari leggete prima cosa scrive.  Sorvolerei anche su quelli che se la prendono con i dementi della rete: quando la rete li asseconda allora si sentono appagati, quando non li asseconda allora la rete diventa il Male.

Spero di non darvi una notizia sconvolgente ma la rete non è un’entità aliena come gli Antichi di Lovecraft. Non c’è nessuna città perduta, non ci popolazioni selvagge che adorano divinità blasfeme. Voi siete la rete − esattamente come lo sono io − e poiché siete la rete, contribuite a costruire la rete con i vostri contenuti che parlano di app, di dementi e attribuiscono paternità ai desideri di stupro. Ci siete dentro. Così come siete dentro ai meccanismi di normalizzazione che ci riguardano tutti.

E ora riportiamo le cose alla loro misura passando da Chtulu allo Scrondo. Partiamo dalle referenze. Lo Scrondo era un personaggio di Disegni e Caviglia, che apparve sui primi numeri di Cattivik, nell’inserto Carta sprecata e nelle trasmissioni Matrioska e L’araba fenice. Vedi alla voce: Moana Pozzi, nudo integrale, cancellazione immediata. Questo per chiarire il contesto. Il buon Disegni tempo fa disse: «Siate impietosi: se non riuscite a capirlo, niente soggezione, non vi affannate a inventare significati che non ci sono, gli incapaci non siete voi, l’incapace è lui». Ora, volete davvero mettere sullo stesso piano una piccola malintesa libertà di battuta su Facebook con la reale censura applicata (per esempio) all’autore dello Scrondo?

Siete proprio sicuri? 

La razza italiana

Attilio Fontana (lega nord), candidato alla regione Lombardia, parla “razza bianca a rischio“. A me vengono in mente due o tre cose per libera associazione di idee.

Razza bianca (chianina)

La poesia Noi siamo quella razza, recitata dal rimpianto Carlo Monni in Berlinguer ti voglio bene

Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che ‘l giorno salta ‘ fossi e la sera le cene.
Lo posso gridar forte, fino a diventar fioco:
noi siamo quella razza che tromba tanto poco.
Noi siamo quella razza che al cinema s’intasa
per veder donne ignude e farsi seghe a casa.
Eppure la natura ci insegna, sia sui monti sia a valle,
che si può nascer bruchi per diventar farfalle.
Ecco noi siamo quella razza che l’è tra le più strane,
che bruchi siamo nati e bruchi si rimane.
Quella razza siamo noi, è inutile far finta,
ci ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta.

Un brano di Maledetti toscani di Curzio Malaparte

“Imparate dai toscani che non cé nulla di sacro a questo mondo, fuorché l’umano, e che l’anima di un uomo è uguale a quella di un altro”.

Tavolo 86

Stavolta condivido un pezzo che non ho scritto io ma che mi ha colpita molto. Durante una discussione sulla mia bacheca, Serena ha messo insieme queste parole che non volevo andassero perdute. Le ritengo importanti, oneste, necessarie e per me è un piacere dar loro risalto con il mio piccolo blog. Il motivo del contendere è lo scontrino, anzi il prescontrino emesso da un ristorante romano in cui si poteva leggere la dicitura “tavolo 86 – ciccione” (minuscolo) e la cui vicenda è descritta qui.

 

Ciccione, anzi, ciccione, con la minuscola come l’hanno scritto, è ciccione. Aggettivo che da sempre viene usato per dileggio e sempre più spesso proprio dispregiativamente. Mi colpisce la quantità di giustificazioni che viene portata a difesa del presunto diritto di scrivere questa roba sul preconto. Apprezzo molto la schiettezza di chi spiega che sono i soprannomi* dati ai clienti per gestire gli ordini, perché è così, è quello che si fa, però poi se toppi, ti becchi le conseguenze e zitto. E invece sembra di no. Era il cameriere, era il soprannome, addirittura per tanti, in un ambiente di cinesi, quasi la certezza del cognome.

Perché? Secondo me perché c’era scritto ciccione. Se ci fosse stato scritto frocio, lesbica, comunista, ebreo, muso giallo o nero, terrorista Isis, sono sicura che la reazione sarebbe stata diversa ed univoca, di totale sdegno e condanna. Ma hanno scritto ciccione. L’insulto (con tutti i suoi derivati) principe del body shaming. Principe, perché li ci potresti fare qualcosa. Potresti e dovresti rimediare, evitare, prevenire. E non lo fai. Addirittura non vuoi, gravando sul bilancio della sanità e, sia mai, sul senso estetico di tanti raffinati cultori di bellezza.

Pelato, sgorbio, culone, avrebbero avuto lo stesso riscontro forse, anche se, sono sicura, più leggero, perché li, sì, dovresti e potresti rimediare ma non c’è volontarietà. Il ciccione invece se la cerca, se la vuole e se la mantiene. Quindi se viene appellato come tale non è grave. Il censore interiore va di scatto a cercare una via d’uscita x l’offendente, perché sostanzialmente giustificato.

Seconda riflessione, sul perché sarebbe meno grave se tale termine si riferisse al cameriere. Perché il cameriere viene pagato. E no, non è meno grave per niente. Pagare non è comprare, il compenso è per il lavoro, non per la libertà di dileggio. In un mondo che tanto tiene alle forme e alla correttezza, la bussola mi pare impazzita parecchio.

Serena Badalassi

 

* Questo è il preconto, non deve andare al cliente. In pratica è quello che esce nei punti dove si preparano le domande (di solito bar e cucina) nei locali dove gli ordini si prendono elettronicamente. Ciccione è un modo per individuare il cliente nella sala. Spesso i camerieri quando i coperti sono tanti devono fissare in testa delle caratteristiche per non sbagliare comanda. Per quanto possa sembrare brutto, si vede che il suo essere ciccione lo individuava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’immagine di apertura: Lisandro Rota, Destinazione paradiso http://www.lisandrorota.it/

Il peso è mio, me lo gestico io

Ogni giorno c’è un appuntamento fisso col body shaming. Prevalentemente per le donne che, malgrado tutto, sono sempre in qualche modo inadeguate. Quando si parla di peso la vergogna sociale si allarga e un po’ se la beccano anche gli uomini ma le donne sono senza dubbio obiettivi privilegiati di insulto per l’imposizione di dover piacere sempre a qualcuno. I pregiudizi vanno in decomposizione ma sono davvero duri a morire. Oggi mi è capitata sott’occhio la foto di Ashley Graham che fa sport in bikini sulla spiaggia e questi che allego sono i commenti. Nella media sembrano diventati più buoni ma forse era solo che stavo guardando nel posto sbagliato.

Questo non è mostrare con orgoglio le curve ma problemi di salute nella specie sovrappeso quindi smettiamola con sti finti buonismi come non va bene l’eccessiva magrezza.

Quante storieee… secondo me, Ashley è obesa e ha un bel problema di autovalutazione… oppure fa finta vedendo vantaggi economici..

A me tutto questo esibizionismo del corpo ha stufato. E manifestazioni di questo genere dubito possano curare i complessi di inferiorità di chi non ha un corpo perfetto. Io non trovo sia così sbagliato riscoprire il valore del pudore che non significa andare in giro col burqa ma nemmeno esporsi come delle bistecche di manzo dal macellaio.

Di questi tempi oppure sei vegano, salutista, palestrato ecc oppure ti vanti di essere balena e sfoggi la tua cellulite e cosce sproporzionate sui social col pretexto del body positivism.

Avete rotto con questa che di bello non ha nulla, non e’ curvy un cavolo e’ obesa.

Le curvy sono altre …sta qui è Obesy

Finalmente nel suo habitat naturale  [figurina della balena]

Alcuni dei commentatori si credono perfino spiritosi. Ashley Graham è questa ragazza qui ma è molto più facile che l’abbiate vista in costume.

Come Ashley Graham, Tess Holliday, Mia Tyler e altre modelle sono oggetto di attacchi molto violenti per il loro peso e il loro aspetto. Lo sono perché sono esposte e fanno notizia. Ma come loro vengono attaccate anche molte donne che compiono un atto di lesa maestà non conformandosi al modello dominante. In questo post parlerò del bullismo verso di loro e tutto ciò che dirò vale per le donne in sovrappeso come per quelle in sottopeso, troppo magre, con poche tette, il sedere troppo piatto o le cosce secche. Anche per quelle come Elisabeth Lizzie Velasquez, nata con una sindrome che non le fa accumulare peso e per questo bollata come la donna “più brutta del mondo”.

Hate speech: non c’è altra definizione per questi commenti. Parole e discorsi che hanno l’unico  scopo di esprimere intolleranza verso una persona o un gruppo. Visto che spesso la scusa utilizzata per attaccare le persone in sovrappeso è quella della salute eccomi qui: sto perdendo peso, faccio una vita sana, ho una dieta impeccabile. Ho perso 10 chili e ne perderò altri.

Non dimagrisco perché un/a deficiente qualsiasi mi ha detto che non vado bene. Non dimagrisco nemmeno per piacere al mio compagno. Non dimagrisco per essere accettata. Dimagrisco perché ho deciso io di farlo e le uniche persone a cui permetto di definirmi in base al mio peso sono i miei medici.

Ne ho tre: una endocrinologa, una psicologa e una alimentarista. L’esperienza più interessante di questo percorso è stata quella con la psicologa che ha dovuto verificare se non avevo binge, bulimia o iperfagia. Se non conoscete queste parole cercatele: vi si aprirà un mondo.

Dandyna, una ragazza italiana che usava il blog per parlare di questi disturbi, nel 2006 decise di raccontare la sua storia. Leggendola si capisce una cosa tanto semplice quanto ignorata: l’ecces siva magrezza e l’eccessivo peso sono una questione di gradi. “Ho avuto l’anoressia a 14/15 anni, l’iperfagia a 16/17/18, e la bulimia dai 19 a ora”. Dandyna prima è dimagrita oltremisura e poi è raddoppiata di peso.

Io non sono bulimica e non mi capitano binge: mi piace mangiare e non me vergogno. Anche con l’alimentazione attuale continuo a provare il piacere del cibo e mi privo di ben poco. Non rinuncio agli aperitivi, alle pizze e alle grigliate. Strano vero? Non mi sento in colpa, non mi vergogno e addirittura mi piaccio. Mi piaccio non per i 10 chili persi né per quelli che perderò.

Mi piaccio perché mi piacciono il mio volto e il mio corpo. Mi piaccio per come mi vesto e per i profumi che scelgo. Mi piaccio perché gli amici mi hanno sempre accettata. Mi piaccio perché il peso non è mai stato un problema né un impedimento a intessere rapporti affettivi e ad avere una soddisfacente vita sessuale. Ovviamente, ho dovuto imparare a piacermi e i luoghi comuni in cui siamo costantemente immersi non mi hanno aiutata.

Quello che tanti ignorano è che con 10 chili in meno non ci si sente più belle o più accettate. Tempo fa, nonostante io non sia mai stata particolarmente magra, ero come voi che non riuscite a guardare con serenità alle persone obese. Ma ho sempre avuto chiaro, a differenza di voi, che il problema era dentro di me non dentro di loro.

Finalmente sono entrata in cura: l’ho fatto in modo serio, presso un reparto ospedaliero. Mi vergognavo come una ladra a trovarmi in mezzo a quelle persone. Non volevo essere come loro anche se lo ero. Poi ho cominciato a notare qualcosa di strano. C’erano sì persone in sovrappeso e anche molto, ma c’erano pure persone magre e anche molto. C’erano gli adulti e c’erano i bambini: figli obesi di genitori magri e viceversa.

Mi veniva istintivo confrontarmi. Chi è stato in sovrappeso almeno una volta lo sa: guardi gli altri come termine di paragone per cercare la tua sicurezza. “Sì vabé − pensi − ma forse sono più magra di lei”. Dopo la mia prima visita, uscendo dall’ascensore, ho visto una bellissima ragazza. Non esagero, era davvero molto bella e molto in sovrappeso. Ci siamo salutate con lo sguardo, come al solito ho fatto la valutazione di come appaio e sì, ero meno di lei. Mentre stavo per uscire dal reparto l’ho sentita dire a chi la accompagnava: “Ho perso 40 chili. Fino qui ci sono arrivata”.

Questa frase sentita per caso, insieme al mio solito pensiero comparativo, è stata un pugno nello stomaco. Quanta accidenti di determinazione ci vuole per perdere 40 chili? Questa giovane donna lo aveva fatto e io la stavo soppesando stupidamente per il suo aspetto. Non mi sono sentita cattiva: mi sono sentita scialba, banale, ordinaria. Perché guardavo lei e me stessa non con i miei occhi ma con gli occhi del luogo comune. Quanto pesi? Quanto appari grassa? Quanto riesci a sembrare normale?

Io non voglio la compassione di nessuno: sono ingrassata perché ho mangiato. Ma sono ingrassata più del normale perché il mio corpo ha un metabolismo incasinato. Quindi non mi vergognerò perché qualche deficiente non capisce una cosa così ovvia.

Adoro il cibo, come adoro il sesso, il cinema, le buone letture, gli aperitivi e la compagnia. Perché sì: il cibo significa socialità ed è un aspetto che pochi considerano. Per stare insieme ci andiamo a fare l’aperitivo, andiamo a mangiare una pizza, invitiamo gli amici a cena e ci facciamo invitare. Il cibo è esso stesso socialità. Chi infama le persone obese nella migliore delle ipotesi non ha capito niente della vita sociale, nella peggiore basa la sua autostima su una cosa pericolosamente fragile come il sentirsi migliore degli altri.

Sapete come ho cominciato la mia prima dieta? Non avevo ancora vent’anni, facevo gli allenamenti di nuoto, pesavo 56 chili. Commisi l’ingenuità di ascoltare un ragazzo che mi piaceva, uno più grande di me. Mi disse ridendo che ero grassa: forse non lo pensava nemmeno, era solo uno scherzo idiota. Decisi di andare da un alimentarista. Persi sei chili e quando mi disse che non dovevo dimagrire ancora, mollai l’alimentarista e continuai a perdere peso. A distanza di anni mi sono ricordata di quel tizio che pretendeva di giudicarmi: aveva un grave problema fisico e temeva sempre di essere schernito.

Ci si può amare benissimo con tutti i chili in più e si può essere belle: non intendo semplicemente sentirsi belle ma proprio esserlo. Posso dire con certezza che non sono i chili in meno a farci sentire migliori. Ci si sente meno gonfie, ci si vede il viso più sottile, ci si sentono gli abiti ampi. E basta. Sto dimagrendo perché devo curare una disfunzione metabolica, la stessa che finora mi ha impedito di perdere peso nonostante stessi in regola.

Sono più bella? Non credo. Sono solo più magra e sto riprendendo in mano la mia vita. Per farlo non rinuncerò a un solo aperitivo con gli amici, né a un’uscita a cena, né a sfoggiare un rossetto nuovo, né a un solo abito che mi piace. Di questo potete starne certi.

 

Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento casuale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.