Archivi categoria: Diritti

Meglio senza guanti

In una vetrina della mia città è apparsa una maglietta con la scritta “Ti tratto con i guanti” e sotto il disegno di due guantoni da boxe pronti all’uso. Non appena la maglietta è stata fatta ritirare dalla vetrina sono fiorite le polemiche sulla libertà di espressione. E inconfondibile si è sentito lo stridìo delle unghie sui vetri di coloro che tentavano di spiegare che non è un contenuto violento. Tanto per chiarire, questi guanti da boxe non offrono gentilezze ma affermano: “Io ti tratto coi guanti”. Sono guanti da boxe che si trastullano con l’idea che “io ti meno” però “ti tratto coi guanti”. Il che, detto per inciso, denota pure uno scarso rispetto per la disciplina sportiva.

Tutto sommato le frasi a effetto come questa sono giochetti noti, non più originali dei piselli del David stampati sui grembiuli da cucina. Somigliano alle barzellette politicamente scorrette, quelle sui froci o sugli ebrei, quelle che se qualcuno le racconta in un gruppo di amici rimane un fatto privato ma se le declama sulla pubblica piazza − che piaccia o no − conferisce a quel contenuto un’approvazione.

La cosa che mi infastidisce, infatti, non è l’immagine della maglietta in sé ma il suo contesto pubblico e il continuo giocare con l’ambiguità di un messaggio che allude alla violenza ma al tempo stesso pretende di essere neutro. Ed è proprio in questo passaggio che si avverte più forte il rumore delle unghie che stridono sui vetri mentre tentano di arrampicarsi.

Il mio problema, insomma, non è per niente di tipo morale ma riguarda la semplice coerenza. Vogliamo mostrare? Mi sta benissimo: mostriamo. Ma finiamola con il giochino del muoversi sempre al limite dei significati. Dire e non dire, lanciare il sasso e ritirare la mano. Lo sappiamo come funziona e onestamente la cosa ha stancato da tempo. Io poi sono favorevole a far vedere, senza ipocrisie e falsi pudori. Usiamo dunque un manichino adeguato, che porti i segni dell’uso di quei guanti, e buttiamo alle ortiche quelle ridicole foglie di fico che anche stavolta vengono sventolate in nome di una libertà che non è libertà di espressione ma banale rivendicazione della doppiezza.

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Il “destino femminile” e la retorica del controllo

Il Messaggero, 14 settembre 2017

Evidenzio solo alcuni concetti per poterci riflettere

  1. Il mito della raggiunta eguaglianza ma sappiamo che non è così, e forse non lo sarà mai.
  2. La sicurezza non si realizza attraverso la conversione degli uomini. 
  3. La colpa è del femminismo perché ha cancellato l’idea che gli uomini devono proteggere le donne.
  4. Le donne hanno un destino biologico.
  5. Il tentativo di fare delle donne degli “uomini come gli altri“, padrone del loro corpo.

Dopodiché possiamo reintrodurre l’istituto del matrimonio riparatore e lo stupro come reato contro la morale. Sono gradite le vostre riflessioni. Di seguito metto alcune immagini di una campagna contro la violenza realizzata dal Sexy shock di Bologna.

 

Il commento di Giornalettismo

Un’altra bella collezione di luoghi comuni

  1. L’uomo è cacciatore e la donna è la preda
  2. Le donne suore o puttane
  3. L’uomo o é salvatore o è stupratore (nuovo modello di luogo comune individuato da Sabrina Ancarola).

 

 

Stupro per stupro non è femminismo …e neanche dignità

Oggi un tizio ha scritto un post vergognoso di commento allo stupro di Rimini. Anzi, un attimo: non LO stupro ma GLI stupri perché sì, ce ne sono stati due, la ragazza polacca e la transessuale peruviana.

Il tizio – chiamatelo come volete ma mi disturba chiamarlo per nome – ha scritto questa frase sulla pagina del Resto del Carlino e  alcuni utenti hanno fatto lo screenshot prima che il post sparisse. La notizia è stata poi riportata da svariate testate.

Se, come sembra, la notizia è confermata il tizio ha scritto una cosa vergognosa degna non solo di indignazione ma di sanzione. Il tizio lavora – ormai lavorava – per la cooperativa Lai-Momo che in prima istanza ha comunicato:

«In merito al commento sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato e confermiamo che si tratta del profilo Facebook di un nostro dipendente. Ribadiamo la nostra ferma condanna delle affermazioni contenute in questo post, in quanto profondamente contrarie ai principi che sono alla base del nostro pensiero e del nostro modo di lavorare. Stiamo prendendo tutti i provvedimenti necessari e confidiamo di potervi aggiornare in merito al più presto».

Questa è stata la dichiarazione successiva in cui la cooperativa annunciava la sospensione ai termini di legge del soggetto: «In merito al commento apparso sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato che l’autore è un nostro dipendente (…).

La persona in questione, ovviamente agendo personalmente, ha espresso affermazioni che la nostra cooperativa condanna fermamente in quanto di una gravità inaudita e profondamente contrarie ai principi e valori che sono alla base del nostro pensiero e da sempre orientano il nostro modo di lavorare (…)

Al di là di ogni ferma condanna morale già espressa, riteniamo che questo comportamento abbia danneggiato gravemente la nostra immagine e abbiamo preso fermi provvedimenti, in base a quanto consentito dalla legge. Nel rispetto delle disposizioni vigenti e del CCNL delle Cooperative sociali, infatti, abbiamo avviato oggi una procedura disciplinare e contestualmente abbiamo sospeso il dipendente in via cautelativa da ogni attività lavorativa».

Come a volte mi capita di fare, sono andata a dare un’occhiata al profilo del tizio al centro della polemica. C’era già una canea di gente che invocava impalamenti, uccisioni, smembramenti e quant’altro. I più pensavano che fosse africano e davano per scontato che fosse anche nero. La bacheca era chiusa salvo due o tre post: la folla si era accanita su quelli.

Poi uno dei post è stato cancellato e si sono spostati tutti sull’altro incitandosi a vicenda. Infine è stato cancellato il profilo stesso e ora immagino che siano tutti lì a vagare per la rete, cercando qualcun altro da attaccare. In mancanza di meglio finiranno probabilmente sulla pagina della cooperativa.

Oggi qualcuno si chiede perché le donne – le femministe – non prendono posizione. Chi l’ha detto che non prendono posizione? Io l’ho presa. La mia posizione è questa: il commento è vergognoso e il personaggio più che censurabile. Ma mi dispiace, non finisce tutto qui: ci sono altre cose da dire oltre a condannare Abid Jee.

  1. Non prendono posizione: femministe che scrivono di altre femministe come se loro stesse non fossero femministe è una cosa che veramente non si può sentire.
  2. La gravità dei fatti: un idiota che scrive che le donne godono dello stupro è in grado di distogliere l’attenzione da uno stupro? Bisogna pensare che sia più grave una frase rispetto a un duplice stupro di gruppo?
  3. Lo stupro o gli stupri: lo stupro della trans è stato trattato mediaticamente come un fatto secondario. Bisogna pensare che lo stupro di una donna e lo stupro di una trans non siano sullo stesso piano?
  4. E infine, dulcis in fundo, la prova del nove: «vorrei che stuprassero tua moglie/sorella/figlia/madre». Forse non ve ne siete accorti ma nelle ore del pomeriggio è stato tutto un fiorire di auguri e di minacce di stupro. No, non solo contro il tizio ma di preferenza contro le sue parenti femmine.

Fatevi un giro nell’orrore e considerate che questa è una minima parte di quello che ho letto e che sono riuscita a salvare. Nel tempo che è passato prima che chiudessero tutto ne ho contati almeno 65 e non avevo nemmeno finito di scorrere tutti i flame. Uno dei commenti fa quasi tenerezza: «Qui in Italia abbiamo un’altra considerazione delle donne».

 

A chi chiede dove sono le femministe , io rispondo: sono qui. Siamo qui, ben piantate a terra, mentre diciamo che stiamo dalla parte della ragazza stuprata e della trans stuprata; siamo qui a condannare un tizio che scrive «lo stupro è peggio ma solo all’inizio»; siamo qui ad affermare che un duplice stupro di gruppo è un atto criminale; siamo qui a ribadire che lo stupro di una trans è grave quanto lo stupro di una donna; siamo qui a rifiutare il renvanscismo sulla pelle delle donne.

Già, perché gente che scrive «speriamo che le donne della tua famiglia subiscano lo stesso trattamento», «vai a stuprare quella troia di tua sorella», «ti stupro tua madre»,  non sta difendendo le donne, le sta minacciando e offendendo, trattandole come proprietà degli uomini e quindi comportandosi esattamente come il tizio contro cui si scaglia.

Le femministe sono qui, fuori da qualsiasi gabbia, e non vogliono avere niente a che fare con chi minaccia stupri per vendicare stupri. Ecco dove sono le femministe.

 

Lo scandalo della speranza

Ci sono cose che si impongono su altre stabilendo una loro priorità autonoma. In questo momento ad esempio dovrei tenere d’occhio i legumi che bollono sul fuoco e, contemporaneamente, dovrei rivedere le citazioni delle note di un libro che devo consegnare all’editore entro la fine del mese. Eppure sono qui a scrivere d’altro sotto una spinta impellente.

Oggi, 27 agosto 2017, si è celebrata la messa a cui dei militanti di Forza Nuova di Pistoia hanno promesso di presenziare per «controllare la dottrina» di Don Biancalani. La colpa del prete è stata quella di pubblicare sul proprio profilo FB le foto di alcuni ragazzi immigrati che aveva portato in piscina come premio per il lavoro svolto.

Giusto per precisare, come è stato rilevato anche da altri, il lavoro svolto da questi ragazzi è stato nella Onlus “Amici di Francesco“, una di quelle che li aiuta anche a casa loro, come ora va di moda dire. Li aiuta in un posto preciso: in Benin, uno Stato dell’Africa occidentale.

Qualcuno sostiene che la reazione violenta al post non è stata per le foto ma per la frase che le accompagnava. Fermo restando che se non fossero stati africani non ci sarebbe stato tutto questo clamore, la frase è: «Loro sono la mia patria, razzisti e fascisti i miei nemici», riportata anche da Avvenire.

In questi giorni, tra la pubblicazione delle foto e la celebrazione della messa di stamani, se ne sono sentite e viste di ogni. La minaccia neanche tanto velata di Forza Nuova, l’atto di vandalismo ai danni delle biciclette dei ragazzi, i post in stile «prima gli italiani», il vescovo che affianca il prete, i giornali che travisano, i chiarimenti della diocesi, le parti che si affrontano e infine il gesto inatteso, quello che sorprende tutti: il prete minacciato che stringe la mano agli esponenti di Forza Nuova.

A leggere di questa notizia mi è venuto da sorridere – anzi da ridere proprio – immaginandomi lo scandalo e la stizza che avrebbe provocato un simile gesto da una parte e dall’altra. Un prete schierato con i profughi, minacciato da militanti politici che si pongono su posizioni xenofobe, che stringe la mano proprio a loro.

Come interpretare questo gesto? È un gesto di perdono? Di fratellanza? Di superamento? Non lo so, non so rispondere. Ma questo gesto mi interroga perché è inaspettato, mi coglie di sorpresa. Mi spiazza molto più di quanto avrebbe fatto un rifiuto. Mi fa venire in mente che se si accolgono i migranti allora si accolgono anche i militanti estremisti di destra. Senza per questo dar loro ragione.

Accogliere non vuol dire condividere il pensiero ma riconoscere la natura umana di chi ti sta di fronte. E in fondo, a prescindere dalle appartenenze politiche, è questo che impone i cristianesimo. Non lo chiede, lo impone proprio. Provate a vedere quante volte ricorre la parola straniero nelle Scritture: sono 104 versetti. Se ne deduce che il tema dello straniero sia una delle chiavi importanti dell’esegesi biblica e anche della vicenda cristica. Poi basta leggere:

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. (…) Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? (…) E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (…)

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto. (…) Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».

È il Vangelo di Matteo, capitolo 25, e i cristiani si definiscono tali in quanto si misurano non solo con una tradizione ma con una persona e con un libro. Coloro che senza sapere nulla rimproverano la chiesa cattolica e le associazioni umanitarie al grido di «prima gli italiani» ignorano il vangelo o lo prendono per un giochetto. Ma ignorano anche quanta gente italianissima stia sfamando la Caritas e vestendo la San Vicenzo. Quanti pacchi le parrocchie consegnino alle famiglie italiane impoverite dalla crisi. Ignorano i pensionati italiani che aspettano l’apertura delle mense.

Ignorano che loro stessi possono sistemare gli abiti dismessi per darli ai poveri. Ignorano che loro stessi possono aiutare o anche solo ascoltare gli anziani soli. Ignorano che loro stessi possono chiedere aiuto per qualcuno, italiano, che ha avuto un rovescio di fortuna. Eppure c’è chi lo fa, per solidarietà verso i vicini, per senso civico, per convinzione etica. Lo fa e basta, dimostrando che non c’è alcun bisogno di polemiche: basta farlo.

In questi giorni mi tornano spesso in mente dei passi evangelici, uno più di altri. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (…)». Oggi credo che la spada sia la radicalità di chi sceglie di schierarsi con i profughi e, al tempo stesso, di tendere la mano a chi lo minaccia.

Curiosamente ieri, dopo lo sgombero di Roma, mi era capitato un video tra le mani. La testimonianza di una conversazione improbabile, non certo spontanea ma ugualmente interessante. La BBC ha divulgato un video in cui si vedono un esponente di Casapound e un migrante del Gambia che parlano di immigrazione. È evidentemente una situazione che non si è creata naturalmente ma proprio questo colpisce: l’uno di fronte all’altro parlano. Non certo per arrivare a un punto di intesa ma parlano e già questo per me è sorprendente.

http://www.bbc.com/news/av/world-europe-41038372/a-member-of-an-italian-fascist-party-faces-an-african-immigrant

Non ho scritto queste riflessioni per apologizzare il vescovo di Pistoia o per esaltare il gesto di Don Biancalani, tantomeno per dire che quelli di Forza Nuova sono dei bravi ragazzi. La mia città, Lucca, ha ancora fresca la memoria di fatti brutali provocati da questo movimento e francamente non voglio vederli ripetere. Ho scritto per un altro motivo: perché trovo molto più stimolante ciò che esce dagli schemi e che in qualche modo provoca le mie aspettative rispetto alle soluzioni rassicuranti.

Ci si sarebbe aspettati una condanna (che del resto c’è già stata) e un rifiuto. Invece il rifiuto non c’è stato, non verso quelle persone che si sono presentate stamani in chiesa, riconoscibili tra tutte. Nonostante la campagna di intolleranza, nonostante le minacce, nonostante il clima pesante che si è creato, un gesto, un semplice gesto, ha impresso alla vicenda una direzione imprevista. E questo è decisamente più interessante di qualsiasi soluzione prevedibile o prevista.

 

 

 

Ora sono liberi

Il signor Dino Bettamin, malato terminale di SLA, muore dopo la sedazione profonda. E il solito pro-life intervistato al Tg1 non trova di meglio da fare che questionare sull’alimentazione forzata. Beh, in tutta onestà, chi non ha sentito la propria madre implorare di addormentarla non dovrebbe avere diritto di parola, non al di fuori della compassione e dell’empatia.

Penso a mia madre spessissimo. Mi sembra di diventare come lei mano a mano che invecchio. Gli stessi spigoli, le stesse debolezze. È con me quando cucino ed è diventata una presenza normale, serena. La sua immagine è quella di quando me la potevo godere da adulta, noi due sole a fare pastrocchi con la cena e a fumarci le sigarette l’una dell’altra.

Eppure stasera ho sentito come se qualcuno me l’avesse strappata. D’improvviso mi è salito addosso il ricordo di quando il dolore era diventato insopportabile e lei implorava che lo facessimo smettere. Sono stata io a dare l’assenso per la sedazione profonda. È un puro caso, sarebbe potuto toccare a mia sorella. So che lei avrebbe fatto la stessa identica scelta perché ne avevamo parlato, perché sapevamo cosa voleva mamma.

Mamma aveva capito. Oh se aveva capito. E me lo aveva detto che stava morendo. Poi aveva continuato a implorare finché si era addormentata mentre io benedicevo quell’incoscienza. I medici nei giorni successivi avevano provato a diminuire la morfina. Ma come lei recuperava la coscienza, iniziava a piangere piano. Dopo due volte hanno deciso di smettere con la nostra gratitudine.

Ho cercato di trattenerla, ho visto esattamente quando ha smesso di respirare. Contavo i secondi. Mi dicevo che era un’apnea. Avrebbe di sicuro ripreso a respirare. Al mio fianco c’era un medico del personale, è rimasto a contare con me. L’ho guardato e lui ha annuito. Ho capito. Poi mi ha lasciata sola con lei. Mamma se ne è andata così, dormendo, perdendo il calore delle mani che le tenevo nelle mie. Finalmente libera.

Ed è questo l’amore. Sapere che se anche in quel momento ti sembra di romperti in due all’altezza del diaframma, non sei tu che conti ma lei, il suo dolore, il suo viaggio, il suo paradiso di persona credente, la sua pace finalmente guadagnata. Lei non è più lì, è da qualche parte che sta cercando la strada, verso il nulla o verso il tutto. Segue il suo ciclo. E non si può più tenerla legata. Si deve aprire la mano e lasciarla libera.

Questo gesto mi ha restituito lei, la nostre giornate improvvisate e imprevedibili, la spesa insieme in bicicletta anche quando era diventata cieca. Per proteggerla dalle macchine mi sono fatta tamponare da uno che andava a due all’ora. Mamma per tutta risposta si è girata stizzita a redarguirmi perché stavo ritardando. Non aveva visto niente ma dopo ci abbiamo riso. Mamma è questa.

Ora un tizio che non la conosce, che non sa perché e come ha vissuto, con quanta forza ha lottato, pretende di venire a parlare di alimentazione forzata contro la sedazione profonda. Uno che non ha la minima idea di quanta sofferenza deve aver provato per chiedere di essere addormentata, lei che sminuiva qualsiasi malanno. Un tizio che non conosce questo dolore viene a fare la morale a chi ha ringraziato Dio per averla risparmiata. Non  risparmiata dalla morte, no, ma dalla maledizione peggiore: quella della sofferenza.

Che taccia, che ascolti, che impari cos’è la compassione, com’è fatta l’empatia. Perché senza l’amore lui e la sua morale sono meno di niente.

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Questo è un mio scritto sulla libertà di decidere

Ecco come la vedevo (e mi sentivo) in quel periodo

Shirin Neshat

Shirin Neshat, artista visiva, regista e fotografa iraniana, analizza le difficili condizioni sociali all’interno della cultura islamica, con particolare attenzione al ruolo della donna. Il suo lavoro si rivolge al significato sociale, politico e psicologico dell’essere donna nelle società islamiche contemporanee. Neshat resiste alle rappresentazioni stereotipate dell’Islam. Il suo lavoro riconosce le forze intellettuali e religiose complesse che modellano l’identità delle donne musulmane nel mondo intero.

Quello che mi colpisce di lei è come sia capace di fare un discorso complesso e anche duro sulla condizione della donna nell’islam senza per questo farne necessariamente una questione antislamica. Noi qui ci affanniamo tanto a parlare di loro ma a volte basterebbe ascoltarle. Sere fa ho visto Women Without Men che è prima di tutto un film dalla fotografia straordinaria. Bene, io credo finora di non aver mai visto altro di così complesso. Capace di mantenere tre livelli di racconto: religioso, politico e di classe sociale.

Guardando un suo lavoro di arte visiva, Turbulent, si nota che la trama è semplice: un cantante uomo si esibisce e tutti lo applaudono, poi si esibisce la donna e il teatro è vuoto. Nessuno la ascolta. Messaggio semplice ma diretto, essenziale. Quello che mi viene in mente a pelle è che queste donne, spesso battagliere e coraggiose, rimangono inascoltate due volte. Nella loro società e anche nella nostra.

Si parla molto delle condizione delle donne musulmane e spesso non le si ascolta. A volta mi sono sentita un po’ in difficoltà nel rendermi conto di quanto siamo supponenti. Spesso pensiamo di conoscere cose di cui invece sappiamo poco. Pur senza un’analisi dettagliata del video, credo che il linguaggio simbolico sia ai massimi livelli, ricco di metafore e di equilibrio formale.