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I bambini non si toccano

Dividendo i bambini stranieri dai bambini italiani, negando loro lo stesso sostegno economico a parità di bisogno, non si sta solo facendo una cosa che è contro tutti i principi umani, laici o religiosi ma si stanno creando i presupposti di una società divisa. E una società divisa è quella in cui possono meglio fermentare i peggiori incubi. Sarà un miracolo se questi bambini crescendo non svilupperanno sentimenti d’odio. E se accadrà la responsabilità non sarà stata della cultura o della religione ma solo dell’insipienza di simili provvedimenti.

A Lodi fino all’estate del 2017,  la mensa scolastica e l’autobus venivano garantiti in base all’ISEE, un indice che tiene conto dei beni mobili e immobili della famiglia. Per l’anno scolastico 2018-2019, una delibera del comune ha imposto che i genitori nati fuori dall’Unione Europea dovessero presentare anche una dichiarazione di nullatenenza fornita dal paese di origine. Diversi genitori hanno cercato di procurarsi i certificati nei rispettivi paesi di provenienza ma sono difficili o impossibili da ottenere. Il rapporto è di 200 bambini esclusi rispetto a 3 domande con documentazione ritenuta completa o ancora da valutare. Per i bambini tagliati fuori non è stata concessa alcuna agevolazione.

In un commento di questo blog, un lettore abituale ha scritto una cosa che mi ha colpito moltissimo: «Se ci interessa reindirizzare le persone verso qualcosa di diverso dall’infelicità, il dialogo è fondamentale. Recentemente io questo lo considero “essere accomodanti”. Le persone accomodanti non sono lassiste, non si girano e se ne vanno. Accomodano le cose, assecondano un movimento per spingerne un altro».

Non spenderò neanche una parola di odio perché è inutile. Cercherò di essere “accomodante” cioè di aggiustare una cosa rotta: l’amore per i bambini. Non spenderò tempo a guardare quello che è successo. Farò il possibile per cambiarlo aderendo alla campagna Colmiamo la differenza della Caritas di Lodi. Se volete farlo anche voi dovete avere pazienza perché il loro sito è subissato dai contatti, in questo momento è difficile da raggiungere.

Se non riuscite a raggiungerlo provate con la pagina Facebook dell’iniziativa che fornisce informazioni per aiutare i bambini a frequentare la scuola e i suoi servizi – mensa, pre e post scuola, scuolabus – senza essere discriminati.

 

 

 

 

 

Ma aspetta… Il Coordinamento Uguali Doveri  fa sapere che a oggi – domenica 14 ottobre 2018, ore 15 – hanno ricevuto donazioni per un importo superiore ai 60.000 euro. Le domande di accesso agevolato al Comune di Lodi da parte di persone non comunitarie sono state 316: 177 per la mensa, 75 per lo scuolabus, 43 per pre e post scuola, 23 per asilo nido. Per coprire queste richieste 220.000 occorrono euro. L’importo oggi raggiunto garantisce l’accesso ai bambini esclusi dai servizi scolastici almeno fino a fine dicembre 2018. In quella data l’associazione conta sul fatto che il ricorso presentato al Tribunale di Milano avrà annullato il provvedimento che esclude i bambini.

Che sorpresa: una campagna appena aperta e già arrivata allo scopo. Eh già, a dispetto di quello che si racconta siamo tantissimi. La stessa iniziativa è sostenuta dal progetto You Hate We Donate che si propone, come spiega il titolo, di risponde con un gesto concreto e positivo. Molti blogger, utenti social, famiglie stanno sostenendo la campagna che serve a pagare le spese per i bambini esclusi.

Oggi a pranzo ne abbiamo parlato e abbiamo deciso tutti insieme di dare il nostro aiuto concreto in termini di contributo economico a questi bambini e alle loro famiglie. Ci mettiamo anche la faccia: Ilaria Sabbatini, Marcantonio Lunardi e Marisa Bonaldi. Il motivo è semplice e l’ha detto mia suocera: i bambini non si toccano.

Ora le donazioni sono chiuse ma potete tenere d’occhio la campagna Colmiamo la differenza, oppure condividere questo post, farne uno sul vostro blog o sul vostro account social, parlarne con amici, discuterne in famiglia. Potete scrivere al comune di Lodi oppure partecipare alla manifestazione. Non vi fate convincere dall’idea che non possiamo fare niente perché nel momento in cui state leggendo queste parole invece di dedicarvi ad altro, in realtà, voi state già reagendo ❤

Aggiornamento: La raccolta di fondi è sospesa

Il Coordinamento Uguali Doveri  fa sapere che a oggi – domenica 14 ottobre 2018, ore 15 – abbiamo ricevuto donazioni da più di 2.000 persone che hanno contribuito, con bonifici e pagamenti su PayPal, a raccogliere circa 60.000 euro.

Si può contribuire

• partecipando al presidio che si terrà in Piazza Broletto, sotto il municipio di Lodi, martedì 16 ottobre dalle 8.30 alle 20.30 e alle altre iniziative che saranno organizzate
• divulgando le informazioni che pubblicheremo sulla pagina facebook del Coordinamento Uguali Doveri
• scrivendo alla Sindaca sara.casanova@comune.lodi.it, al Vicesindaco lorenzo.maggi@comune.lodi.it, all’Assessore ai servizi sociali sueellen.belloni@comune.lodi.it e all’Assessore all’istruzione giuseppina.molinari@comune.lodi.it per chiedere l’annullamento delle modifiche introdotte sul Regolamento

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Un abbraccio a Cavallogoloso e a Luca.

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Scommettere sulla fiducia

Chi mantiene una vita è come se mantenesse un mondo intero (Talmud)
Chi avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera (Corano)
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Oggi volevo ricordare la giornata della vittime dell’immigrazione. Così ho deciso di usare le frasi del Talmud e del Corano che tanto mi avevano colpito associandovi una foto. Volevo solo fare un post su Facebook ma poi ho cominciato a riflettere su cosa mi aveva portato proprio a questa scelta e ho pensato che fosse un processo interessante.

Cercavo un’immagine che rappresentasse il rovescio positivo della medaglia, qualcosa che puntasse su quello che si può fare e che rappresentasse gli effetti concreti ed emozionali di un comportamento aperto. Perché noi siamo ammalati di paura e la paura ci chiude.

Si siamo ammalati di paura e lo siamo tutti. Paura del futuro, paura della povertà, paura dell’altro simile a noi, paura di chi ha un’opinione diversa, paura del dialogo, paura dell’autocritica, paura delle sfumature, paura di chi non è perfettamente allineato, paura dei dubbi, paura delle domande, paura gli uni degli altri, paura del diverso, paura del migrante, paura delle istituzioni, paura in tutte le sue forme. Talmente tanta paura da congelarci nelle nostre posizioni reciproche senza più poterci muovere.

Ho scelto una donna delle istituzioni e non è un caso. Prima di tutto perché le istituzioni possono avere un approccio aperto, non solo sanzionatorio o censorio. Poi perché si tratta di una donna a capo di un istituto importante, per mostrare che questo è possibile, che è già accaduto e accadrà ancora.

Questa è una donna che allatta una bambina, in una questura. Un corto circuito molteplice. Una nativa italiana e una no. Insieme, in un gesto profondamente intimo ma anche doloroso. Favour in questa immagine aveva nove mesi ed era appena rimasta orfana della madre che la accompagnava nella traversata ed era incinta di un altro bambino.

Così è successa la cosa più naturale e umana del mondo: è scattata la reazione di protezione. Un essere umano fragile e in pericolo viene assistito da un altro essere umano che lo protegge, lo nutre e lo consola.

Non è un’esclusiva delle anime buone e tanto meno delle madri: tutta questa roba ce l’abbiamo dentro di noi. La paura ce la fa sotterrare in fondo alle coscienze, sotto uno strato di motivazioni varie, ma ce l’abbiamo. Ce l’abbiamo tutti. E non perché siamo buoni ma perché siamo umani.

Umani, ovvero esseri senzienti dotati di auto-consapevolezza, figli dell’istinto di sopravvivenza e di un flusso di cultura continuo che ci collega alla storia della nostra stessa fragilità. Ecco perché oggi non griderò al razzismo e non userò le foto di morti annegati che pure conosco molto bene.

Voglio provare a cambiare stile di comunicazione. Semplicemente perché la manifestazione dell’empatia umana è già accaduta molte volte. E anche se spesso ce lo dimentichiamo, questo dimostra in modo inequivocabile che accadrà di nuovo e che potrà coinvolgere ciascuno di noi.

Non è stato semplice elaborare questo nuovo approccio e non sono neanche sicura che vada bene. In ogni caso ha significato una lunga riflessione sul modo in cui ci relazioniamo, sul mio stesso modo di comunicare, sul perché è così difficile ascoltare gli altri quando non sono il nostro specchio identico.

Ha significato cambiare non solo linguaggio ma anche stato d’animo e propensione verso gli altri, soprattutto verso coloro che non la pensano come me. Ha significato capire la quota di violenza che mi abita quando presumo che negli altri non ci sia empatia umana. Ecco perché oggi voglio scommettere sul contrario. Scommettere sulla fiducia.

Ilaria Sabbatini

Nella foto: Maria Volpe, capo della questura di Agrigento, che si prende cura della piccola Favour, maggio 2017

Sostengo Sumaya perché

Sostengo Sumaya Abdel Qader perché:

  • si batte per l’autodeterminazione delle donne
  • pratica il dialogo con tutte le parti
  • sostiene la laicità dello stato

 

  • rifiuta i matrimoni imposti e le spose bambine
  • rifiuta l’imposizione del velo
  • rifiuta l’infibulazione

 

#SostengoSumaya

 

Primo Maggio. Prima il lavoro

Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Primo Maggio. Prima il lavoro

Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, Università Cattolica di Milano

Nessuno resti indietro. Papa Francesco, la dignità del lavoro e l’inclusione sociale di Roberto Alborghetti é un patrimonio enorme racchiuso in meno di cento pagine. Il giornalista e saggista bergamasco riassume “il modo alternativo” a quello dei mercati finanziari e monetari di considerare il diritto del lavoro: per la Chiesa esso è “un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace”. Da abile autore di biografie, Alborghetti rintraccia nella storia personale e pubblica di Bergoglio tali e tanti elementi da delineare l’identikit di un paladino della democrazia inclusiva e partecipativa. Il Papa che definisce “vergognoso” il fatto che ai lavoratori sia chiesto di rinunciare ai propri diritti e che, senza tregua, come già faceva instancabilmente da Arcivescovo a Buenos Aires, chiede di non dimenticare le notizie delle ”morti bianche”. L’unica guida di calibro mondiale in grado di tracciare, anche con espressioni originali, una linea di separazione netta tra “lavoro degno” e “lavoro schiavo”. Ribaltare il “lavoro schiavo” si può e si deve, con tenacia, ma senza fanatismo, con passione, ma senza violenza.

Come? Per Papa Francesco dalle “periferie” le cose del mondo si percepiscono in maniera diversa e i cambiamenti sociali e culturali si realizzano prima che altrove; occorre denunciare la corruzione, disinnescare il conflitto sociale, sentirsi tutti, ognuno per la sua parte, responsabili di ciò che ci accade. Il suo essere al di sopra di ogni linea politica ben si comprende ascoltando le confidenze di Bergoglio: “Mi accusarono di essere un gesuita pro-salesiano” dice Francesco, perché da arcivescovo ricordava che Don Bosco aveva aperto scuole di arti e di mestieri. La sua matrice latinoamericana si coglie: “I ragazzi e le ragazze sono molto poveri; alcuni vengono addirittura scalzi a scuola” scriveva alla sorella Maria Elena quando da novizio chiese di lavorare come insegnante e fu mandato in Cile. Con il volumetto, si scopre chi possa aver contribuito a rendere tanto tenace il Pontefice: “Le cose vanno fatte bene. Mi stava dicendo che il lavoro va sempre preso con molta serietà” è il ricordo vivo di Francesca Ambrogetti, il capo a cui aveva prestato assistenza in un laboratorio di analisi. Bergoglio è davvero convinto che tutto sia stato per lui un tirocinio a “spingere le persone a tornare a credere”: durante una visita pastorale ad una parrocchia romana è stato questo il commento al lavoro prestato un tempo agli ingressi di un locale da ballo.

“L’impatto nella vita del futuro Papa – documenta il testo – con i problemi e i drammi del lavoro non fa parte di un episodio provvisorio o di una delimitata fase storica, ma si allarga al cammino di una intera esistenza. Anzi, ne modella e ne forma il vissuto quotidiano, a partire dai giorni della fanciullezza, quando in famiglia ascoltava attento e con gli occhi sgranati il racconto dei genitori e dei nonni, che narravano storie di emigrazione, di fatiche, di sacrifici e spesso di dolore”.

“Nessuno resti indietro” è un titolo azzeccato che non si potrà dimenticare ripensando al fatto che avremmo potuto non avere il primo Vescovo latinoamericano di Roma se il ragionier Mario Bergoglio, il papà di Papa Francesco, come era nelle prime intenzioni, fosse salito a Genova a bordo del piroscafo “Principessa Mafalda” che, navigando con 1264 nostri connazionali verso le Americhe, si inabissò a largo di Bahia. È stato il più grande naufragio della Marina mercantile italiana. Le 344 vittime del 1927 obbligano a tenere lo sguardo rivolto a chi, oggi, in questo primo maggio di festa, cerca ancora per via di mare dignità e inclusione.


Alla fine la vita è un faccenda appassionante e a volte propone circostanze insolite. Accade ad esempio che un amico, docente della Cattolica, mi proponga di pubblicare una sua riflessione sul mio blogghino. Dovete sapere che ho una formazione cattolica (la sezione about spiega chi sono), i miei interessi si orientano verso lo studio delle religioni, ma non sono praticante e ho sviluppato il mio pensiero in senso laico. Ebbene, questa situazione mi piace molto perché mi permette di attuare la maggiore delle mie priorità: il superamento della logica degli steccati.

Ilaria Sabbatini

Nell’immagine: Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864. Rappresenta dei braccianti durante il loro lavoro, impegnati a trascinare con delle corde una chiatta, lungo l’argine dell’Arno (chiamato “alzaia”).

Bullismo: parlarne sì ma seriamente

Quello leggerete qui è il risultato di una sfida. Non troverete impressioni individuali ma solo dati statistici e opinioni di persone professionalmente coinvolte dal tema del bullismo: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, educatori.

Io che scrivo non sono professionalmente qualificata in questo ambito: sono un’umanista stanca di una situazione in cui hanno preso la parola tutti – anche quelli che non avevano niente da dire – mentre gli unici che sono in grado di dire qualcosa di qualificato non sono stati ascoltati o nel migliore dei casi hanno ottenuto spazi risicati. Io non mi accontento più di un commento generalista per questo sono andata alla ricerca di letture utili, in una sorta di esperimento condiviso attuato attraverso il mio blog. Peraltro è un esperimento in evoluzione dunque incoraggio i lettori a lasciare altre eventuali indicazioni nei commenti.

Ruminatiolaica è un piccolo blog ma grazie all’aiuto dei miei contatti social sto provando a mettere insieme una rassegna che entri più addentro al problema e lo faccia in modo appropriato. Perché quella del bullismo non è una questione da opinionisti tuttologi ma ha implicazioni talmente profonde da sviluppare conseguenze a lungo termine che ci riguardano tutti.

Una volta tanto, invece di intervistare il personaggio mediatico di turno, si potrebbe dare la priorità a una/o psicoterapeuta, se non altro per avere un punto di vista che esuli dai luoghi comuni e dalle impressioni individuali. Se il problema del bullismo è sentito in modo così urgente sarebbe opportuno privilegiare opinioni qualificate. E visto che per ora non viene fatto proviamo a farlo noi, senza alcuna pretesa di esaustività.

Di seguito riporterò articoli e interviste che mi sono state segnalate da persone che lavorano nell’ambito di competenza della psicologia, della psicoterapia e dell’educazione.

Dati statistici, Fonte CENSIS

«Processi formativi» del 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016

Roma, 2 dicembre 2016 – Bullismo e cyberbullismo, fenomeni diffusi nella parziale consapevolezza di giovani e famiglie. Il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. La percentuale sale al 55,6% tra le femmine e al 53,3% tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni. Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese, eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%). Su internet sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Il 47,5% degli oltre 1.800 dirigenti scolastici interpellati dal Censis indica i luoghi di aggregazione giovanile come quelli in cui si verificano più frequentemente episodi di bullismo, poi il tragitto casa-scuola (34,6%) e le scuole (24,4%). Ma è in internet che il bullismo trova ormai terreno fertile, secondo il 76,6%. Nel corso della propria carriera il 75,8% dei dirigenti scolastici si è trovato a gestire più casi di bullismo: il 65,1% di bullismo tradizionale e il 52,8% di cyberbullismo. Per l’80,7% dei dirigenti, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti. Il 51,8% dei dirigenti ha organizzato incontri sulle insidie di internet con i genitori, avvalendosi prevalentemente del supporto delle Forze dell’ordine (69,4%) e di psicologi o operatori delle Asl (49,9%). All’attivismo delle scuole non ha corrisposto però un’equivalente partecipazione delle famiglie, che è stata bassa nel 58,9% dei casi, media nel 36% e alta solo in un marginale 5,2% di scuole.

L’iniezione digitale nella scuola italiana. Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) sta entrando nel suo secondo anno di operatività, ma emergono alcune criticità. Il principale rischio, segnalato dal 77,2% dei 1.221 dirigenti scolastici interpellati nell’ambito di una indagine Hewlett-Packard-Censis, è quello di un’offerta formativa inadeguata o insufficiente. Al secondo posto (70,9%) si colloca il rischio che l’entusiasmo tecnologico metta in ombra la rivisitazione dei modelli pedagogici, ovvero che le tecnologie siano utilizzate nelle scuole con un approccio didattico tradizionale. Quasi la metà dei dirigenti (47,6%) esprime il dubbio che il Piano accentuerà le disparità tra le scuole «forti», con esperienze pregresse, buona dotazione tecnologica e docenti formati all’uso delle nuove tecnologie, e le scuole che si affacciano ora al mondo digitale. Il 40% dei dirigenti delle scuole del Mezzogiorno fa riferimento a una «scuola digitale a due velocità».

La capacità inclusiva dell’Iefp degli allievi con disabilità. Il sistema dell’istruzione e formazione professionale (Iefp) si rivolge ai giovani che per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione-diritto/dovere all’istruzione e alla formazione optano per percorsi di breve durata e professionalizzanti. In soli tre anni, a partire dal 2011-2012 gli iscritti al triennio sono cresciuti del 56,5%, e nel 2013-2014 sono in totale 316.000. Tra il 2012 e il 2014 gli iscritti con disabilità ai percorsi triennali risultano essere tendenzialmente in crescita, essendo passati dai 14.340 del 2012-2013 ai 17.117 del 2014-2015. Cresce anche la loro incidenza sul totale degli iscritti, passata dal 5,2% al 6,5%: valori significativamente più elevati di quelli rilevabili nel primo triennio di scuola superiore, dove nel 2012-2013 e nel 2013-2014 la presenza di alunni con disabilità è stata pari rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Sono i corsi per operatore della ristorazione quelli che riscuotono il maggiore gradimento (32%), seguiti a distanza da quelli per operatore del benessere (8,8%) e operatore amministrativo-segretariale (7,1%). Sono soprattutto le istituzioni formative ad accogliere questa tipologia di allievi (7,5% degli iscritti), mentre nei percorsi Iefp attivati nelle scuole la quota si attesta al 6%. Le istituzioni formative svolgono nei confronti dei disabili una preziosa funzione di inclusione. Ma l’approccio formativo serve anche per l’acquisizione di competenze di base e specialistiche in grado di fornire professionalizzazione e occupabilità.

L’attrattività dell’Alta formazione artistica e musicale, nonostante l’attesa della riforma. Successo per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam): considerando sia i corsi pre-accademici, sia i corsi di livello terziario, si è passati dai 54.984 iscritti del 1999-2000 agli 87.003 del 2015-2016 (+58,2%). Un incremento conseguente all’attivazione dei corsi accademici riformati: tra il 2008-2009 e il 2015-2016 gli iscritti a corsi di livello terziario sono passati da 48.281 a 63.054 (+56,5%). Un’attrattività esercitata anche in ambito internazionale, grazie alla tradizione e al prestigio delle discipline artistiche in Italia. Per la sola fascia accademica, gli stranieri iscritti sono 10.710 nell’a.a. 2015-2016, con un incremento del 10,7% sull’anno precedente e un peso sul totale degli iscritti del 17% (il corrispondente indicatore per il sistema universitario nell’insieme è pari al 4,3% nel 2014-2015). Le strutture più frequentate sono le Accademie di belle arti statali e non, con il 22,3% di stranieri iscritti ai corsi di I e II livello, pari al 70,3% degli stranieri che scelgono l’Italia per conseguire un titolo terziario in campo artistico-musicale. Secondo i dati del 2014-2015, gran parte del successo estero dell’offerta Afam dipende dal consistente flusso in ingresso di cinesi (circa il 52% del totale). Secondo i direttori Afam interpellati dal Censis, le principali criticità riguardano la mancata emanazione dei decreti attuativi della legge 508/99 (per l’84,5%), l’insufficienza dei fondi disponibili (59,2%) e le modalità di reclutamento obsolete e non meritocratiche (53,5%). Va garantita la possibilità di reclutare docenti di prestigio (per il 70,7%), rafforzato il collegamento con il mondo del lavoro (68,3%), migliorati i servizi di accoglienza e diritto allo studio (63,4%). Per i direttori delle Accademie di belle arti è urgente avviare i dottorati di ricerca, completando l’offerta formativa e sviluppando le attività di ricerca (68,8%). Il 56,3% di loro vedrebbe con favore lo sviluppo di un’offerta di corsi a pagamento per gli stranieri interessati.

I ridotti sbocchi professionali, principale causa di insoddisfazione delle scelte universitarie. La ridotta attrattività dell’istruzione universitaria è ormai un fenomeno di lungo periodo. Il cambio di segno delle immatricolazioni nell’anno accademico 2014-2015 (+1,1% sull’anno precedente) fa sperare in una inversione di tendenza. A quattro anni dal conseguimento del titolo, il 68,4% dei laureati ha indicato l’interesse disciplinare quale principale motivo per la scelta del percorso universitario intrapreso, seguito a distanza dalla convinzione che l’immatricolazione al corso di laurea preferito garantiva buone prospettive lavorative (16,3%). Tuttavia, il 32,4% oggi non si riscriverebbe allo stesso corso. Circa il 20% di chi disconosce la scelta fatta individua la causa nella maturazione di nuovi interessi, ma quasi il 60% è insoddisfatto per gli sbocchi professionali della laurea conseguita (e il livello di insoddisfazione è superiore di oltre 8 punti percentuali tra le laureate rispetto ai colleghi maschi). La scelta universitaria, anche se causa di qualche rimpianto, resta pur sempre un’esperienza positiva per i più. L’86,1% di chi non si iscriverebbe di nuovo al corso di studi prescelto dichiara, nonostante tutto, di volersi riscrivere.


Dati statistici, Fonte ISTAT

Comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi: Bullismo

Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale.

Hanno subìto ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti più i ragazzi 11-13enni (22,5%) che gli adolescenti 14-17enni (17,9%); più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%). Tra gli studenti delle superiori, i liceali sono in testa (19,4%); seguono gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%).

Le vittime assidue di soprusi raggiungono il 23% degli 11-17enni nel Nord del paese. Considerando anche le azioni avvenute sporadicamente (qualche volta nell’anno), sono oltre il 57% i giovanissimi oggetto di prepotenze residenti al Nord.

Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi).

Le prepotenze più comuni consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici. Tra le ragazze è minima la differenza tra prepotenze di tipo “diretto” e “indiretto” (rispettivamente 16,7% e 14%). Al contrario, tra i maschi le forme dirette (17%) sono più del doppio di quelle indirette (7,7%)


 

 Contributi

Sergio Astori, Narcisisti di oggi (e di domani?)  

Sergio Astori, Psichiatra e docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano

Narciso sta prendendo il posto di Edipo nelle menti e nei cuori dei nostri giovani? Incuriosisce che «per dirsi qualche cosa» i ragazzi degli anni Sessanta, secondo il ritornello composto da Franco Migliacci (1963), dovessero «farsi mandare dalla mamma a prendere il latte», mentre quelli di oggi «per comandare» debbano andare «in tangenziale» (Fabio Rovazzi, Daniele “Danti” Lazzarin, 2016). I “nati nel nuovo millennio” sono descritti dai mass media come autoreferenziali, poco motivati, impacciati nel confronto con mamme ipercinetiche e padri latitanti: i cosiddetti Papà-Pig, perché il padre di Peppa Pig non sa fare quasi nulla e la famiglia lo dimentica anche al picnic. Nella rappresentazione popolare sembrano giovani orfani di genitori, consolabili solo col piacere chimico. «I tuoi genitori ti han sbattuto fuori, ti chiamo hai la batteria scarica, fatti ogni singola droga, per asciugarti ogni singola lacrima» rappa Gué Pequeno (2013). Sono davvero così fragili i pronipoti di Gianni Morandi? Sui mezzi pubblici incrocio gruppi di studenti che sanno alternare la commozione per il film Disney visto la sera prima a risatine maliziose su quanto “tira la foto di un tipo” sui social. 

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Patrizia Fistesmaire, La tensione della cosa pubblica*

* l’articolo in versione integrale è stato concesso dall’autrice a questo blog

Patrizia Fistesmaire, Dirigente Psicologa e Psicoterapeuta Responsabile del Consultorio della Zona Piana di Lucca

L’episodio di Lucca è un evento triste perché mette tutti gli adulti di fronte ad un’inquietudine esistenziale ove si tende a porsi nei panni del professore più che del giovane. Non siamo di fronte ad un conflitto generazionale ma ad un atto che segue una logica differente dalla contestazione e dalla lotta tra il giovane e l’adulto, tra lo studente e la scuola, per l’affermazione di sé e di diritti considerati dei principi per cui cercare uno scontro. Preoccupa la modalità di aggressione, non soltanto l’aggressione in sé. L’umiliazione e la spettacolarizzazione di questa (…). Immortalare un’immagine e diffonderla significa dargli una vita propria che spesso sfugge sia all’intenzione che alla consapevolezza di chi lo ha fatto. Ma gli adolescenti di oggi hanno nuovi bisogni rispetto al passato poiché sono figli di una società notevolmente mutata.

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Ma première pensée a été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme. C’est souvent ma méthode – partir de la première idée qui me vient en tête, sans juger si elle est bonne ou mauvaise. C’est un principe qui peut s’autoriser de la psychanalyse (…). Mon point de départ a donc été de me demander si la violence chez l’enfant était un symptôme, et pourquoi. Car qui dit symptôme en psychanalyse dit déplacement de la pulsion, ou du moins, dans les termes freudiens, substitution d’une satisfaction de la pulsion – ce qui, en lacanien, peut se traduire par jouissance (…). Voilà la question que je me suis posée : l’émergence de la violence, n’est-ce pas le témoignage qu’il n’y a pas eu de substitution de jouissance ?

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 Con il bullismo abbiamo sempre usato l’approccio sbagliato?

Il Post

La strategia di Pikas si chiama “metodo dell’interesse condiviso” e oltre ad essere applicato nei paesi scandinavi da circa trent’anni viene utilizzato in via sperimentale in alcuni paesi francofoni come Francia, Belgio e Svizzera, e anche in Australia. Due ricercatori australiani hanno condotto un’indagine su questo metodo dimostrando nel 2010 che, ovunque sia stato messo in pratica, ha raggiunto ottimi risultati. Il metodo parte dal presupposto che le molestie e il bullismo siano un fenomeno di gruppo: ci sono studenti il ​​cui coinvolgimento è maggiore, altri che partecipano in modo indiretto (ad esempio ridendo) e poi c’è il resto della classe che resta a guardare.

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Bullismo: genitori, che fate?

intervista a Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e direttore del consultorio sull’adolescenza dell’istituto “Minotauro”.

Altroconsumo

Il bullismo è un fenomeno sottostimato, come risulta nella nostra inchiesta?

Ė poco conosciuto nella sua definizione specifica, c’è invece una banalizzazione del significato della parola bullismo: di solito i genitori lo riferiscono genericamente a dispetti e prevaricazioni o a normali difficoltà che i figli possono incontrare in età scolastica.

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Ersilia Menesini è Professoressa Ordinaria di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Firenze. Nel monografico estivo di Psicologia e scuola (luglio/agosto 2015) Il bullismo a scuola. Come prevenirlo, come intervenire si rivolge agli insegnanti, agli psicologi scolastici, ad altri professionisti che lavorano in collaborazione con la scuola e ai genitori.

Il libro nasce per dare una visione più completa e aggiornata del fenomeno bullismo, descrivere e approfondire alcune strategie per la prevenzione e il contrasto del problema e offrire strumenti utili per intervenire in modo efficace.

 

 


Le  letture

 Se i genitori sono degli eterni adolescenti come fanno i ragazzi a crescere? Come si può aiutare un figlio se si preferisce il ruolo di madri-sorelle o padri-fratelli? Nel corso degli ultimi cinquant’anni siamo passati da una generazione di genitori autoritari a una generazione di genitori deboli. Ma la soluzione non è tornare indietro. Secondo Ammaniti è necessario cambiare marcia, non confondere l’autorità con l’autoritarismo. Non si tratta di ricreare vecchie barriere, ma di capire che la separazione serve a salvaguardare le differenze che caratterizzano ogni essere umano. Leggere l’anteprima
 I servizi di psichiatria vedono crescere il numero di giovani che accusano forme di disagio psichico. Un fatto allarmante, che più che il segnale di un aumento delle patologie, è il sintomo di un malessere generale che permea la società. Un fenomeno che costringe a interrogarci su che cosa si basi la nostra società, su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non ci fosse, ma la fede nel progresso è sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri.
 Après l’enfance, c’est le temps des métamorphoses. Après l’enfance, il faut trouver de nouveaux mots, de nouvelles façons de dire, d’écrire – sur les murs, sur le corps parfois – pour faire trace de sa présence. Ou bien effacer toute trace de ce corps en trop. Après l’enfance, on s’affronte à des terreurs insoupçonnées, à des attraits naissants, et il n’y a pas de mode d’emploi qui dise comment faire. Alors, on s’avance à plusieurs, en bande ou avec la meilleure copine. D’autres appuis se proposent, combien plus périlleux et radicaux parfois.  Après l’enfance, nous ne pouvons plus nous contenter de tendre aux jeunes gens et aux jeunes filles déboussolés le miroir d’une adolescence qui ne reflète que nos rêves ou nos peurs – de parents, d’adultes, de citoyens.

#quellavoltache, il libro sulle molestie

Pochi mesi fa, donne di tutte le condizioni hanno raccontato sui social network le storie delle molestie subite. A qualche mese di distanza da quel racconto collettivo una della cose più interessanti da registrare sono le reazioni in senso contrario. C’è infatti qualcuno che continua a ripetere ossessivamente di finirla con questa lagna che relega le donne a un’immutabile ruolo di vittima. Sarebbe una posizione condivisibile se non fosse che manca qualsiasi relazione tra il racconto collettivo, frutto di un atto di ribellione, e il processo di vittimizzazione.

Raccontarsi pubblicamente è un atto di coraggio: lo si fa perché si è arrabbiate e perché si vuole smascherare il gioco di un rispetto formale, e non sostanziale, propinato a beneficio dello status quo. È talmente evidente la natura combattiva dell’azione che si rimprovera al movimento di essere troppo aggressivo, come è accaduto nella lettera delle attrici francesi che – giocando con la semantica dell’ovvio – rivendicavano la «libertà di essere molestate». Se da una parte si rinfaccia la lagna e dall’altra l’aggressività, è chiaro che esiste un problema nei confronti delle donne che rompono il silenzio. Cosa ci si aspetta dalle molestate: che siano più arrabbiate o più tranquille, più dure o più remissive, che parlino o che tacciano? Perché in qualunque modo si muovano pare che arrechino fastidio alla cattiva coscienza di una qualche fetta dell’opinione pubblica.

Nell’arcipelago di varia umanità delle posizioni avverse, la più surreale è comunque l’accusa di moralismo che vorrebbe ridurre un fenomeno internazionale di massa a una questione di perbenismo da boudoir. Ho parlato con molte delle donne che hanno rotto il silenzio e sarà forse un caso ma dicono tutte di amare il sesso. Ciò che non amano è di essere strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la loro volontà. Quando la loro volontà è protagonista e partecipe, non solo vogliono essere strusciate, palpate, baciate e approcciate: vogliono a loro volta strusciare, palpare, baciare e tutto quanto segue. Aderire alla campagna degli hashtag non ha significato promuovere la castità e il cilicio, bensì scegliere una sessualità positiva e propositiva, consapevole e partecipe.

Per l’Italia, l’hashthag #quellavoltache è nato il 12 ottobre 2017 su proposta della giornalista Giulia Blasi, pochi giorni prima della campagna americana #metoo. Anche se ancora nessuno lo sapeva, in quel momento era nato un racconto corale che grazie alla passione di un gruppo di donne avrebbe preso la forma del libro. Il racconto non è mai stato proposto come atto di giustizia sommaria e tanto meno come caccia alle streghe. Della caccia alle streghe manca anzi la cosa essenziale: le donne che hanno raccontato le molestie, tramite gli hashtag, hanno messo la propria faccia e la propria storia ma non il nome del molestatore.

Per una persona che ha subito molestie il primo problema da affrontare non è quello(pur importantissimo) di essere creduta ma di capire cosa le sta succedendo. Salvo comportamenti plateali, si stenta a capacitarsi: il confronto con le altre serve a capire che si è vissuta la stessa vicenda, a dare un nome e una spiegazione alla propria storia. Incrociare le informazioni aiuta a rendersi conto degli eventi e a prendere interamente coscienza del proprio vissuto. Condividere i racconti delle molestie subite significa mettere a disposizione i materiali necessari per confrontarsi con queste storie, per conoscerne gli schemi, per individuarne i comportamenti. Significa creare uno strumento di autodifesa e di critica sociale, gli aspetti più importanti di #quellavoltache. Ora sta ai lettori raccogliere l’eredità di queste storie con tutte le domande che pongono.

Ilaria Sabbatini

Il libro si può acquistare qui: http://www.manifestolibri.it/shopnew/product.php?id_product=770

Presentazione del libro #quellavoltache Casa delle donne di Roma, 9 marzo 2018 con Giulia Blasi, Anna Lanave e Marianna Peracchi, curatrici del Libro e Miriana Trevisan (video di Plautilla Bricci)

PresaDiretta: Sesso e potere

 

PresaDiretta propone un reportage girato tra l’Italia e gli Stati Uniti sulle molestie sessuali, gli abusi e le disparità uomo donna. Un viaggio straordinario in un mondo che sta cambiando, fino a ieri le donne reagivano col silenzio, oggi non più. Tutto è cominciato a Hollywood. Uno dei più grandi scandali nel mondo del cinema, quello che ha travolto il grande produttore Harvey Weinstein, accusato da decine di attrici, modelle e impiegate di abusi, stupri e molestie sessuali.

 

Cultura Commestibile 253 (marzo 2018), p. 21

 

 

Non vi salverete solo perché siete italiani

La mattina di sabato 3 febbraio 2018 un uomo di Tolentino raggiunge Macerata, percorre in auto una via cittadina e spara dal mezzo in corsa. Colpisce sei persone non italiane. All’inizio non si sapeva nemmeno se fossero uomini o donne, si sapeva solo che erano neri. Piano piano arrivano anche i nomi delle vittime: Gideon Azeke, 25 anni, incensurato; Jennifer Odion, 29 anni, incensurata; Mahamadou Toure, 28 anni, incensurato; Wilson Kofi, 20 anni, incensurato; Omar Fadera, 23 anni, incensurato; Festus Omagbon, 32 anni, incensurato.

Per l’omicidio di Pamela Mastropietro, italiana, è indagato Innocent Oseghale, nigeriano, spacciatore. Per la tentata uccisione di sei persone, africane, è reo confesso Luca Traini, italiano, neofascista. Sono coetanei, reclusi nello stesso carcere. E ora guardate le facce delle vittime. Sono ragazzi. Tutti meritano la stessa giustizia, la stessa solidarietà, la stessa compassione. L’unica vera differenza è tra vittime e criminali.

Chi giustifica politicamente Traini non sta difendendo gli italiani, sta difendendo un tizio che colpisce le persone di altra nazionalità così come colpisce gli italiani. Nella sparatoria di Macerata, Traini ha esploso i colpi da un’auto in corsa. Ha ferito sei persone di nazionalità non italiana. Ma dalle immagini dei TG si vede che i colpi hanno perforato le vetrine di negozi italiani. Attività che potrebbero essere le vostre. I bambini italiani sono stati tenuti dentro le scuole perché correvano il pericolo di essere colpiti. Bambini che potrebbero essere i vostri. Questo significa che il razzismo e l’intolleranza divorano tutti, senza distinzioni. Non illudetevi, non vi salverete solo perché siete italiani.

In un sistema sociale razzista, se avete fortuna, potete schiacciare tutti quelli che non sono come voi. Se invece siete sfortunati, sarete voi ad essere schiacciati da quelli che comandano. In un sistema sociale razzista non potete essere sicuri di finire nel gruppo dei vincitori. In un sistema sociale razzista verreste indagati per capire se siete troppo scuri o troppo chiari per essere italiani, si  controllerebbe da quante generazioni lo siete, vi verrebbe chiesto se siete utili alla società o se siete un peso. In un sistema sociale razzista nessuno di voi sarebbe al sicuro: in qualsiasi momento potreste essere ritenuti non abbastanza puri. In un sistema sociale razzista nessuno di voi − seppur italiani, bianchi, occidentali − potrebbe dirsi veramente salvo. Le persone perseguitate dal nazismo e dal fascismo erano tedesche, italiane, polacche, francesi, austriache da generazioni. Il razzismo è l’inganno estremo perché prima o poi, in un modo o nell’altro, tradisce sempre chi afferma di voler difendere. Il razzismo è fedele solo a chi ne fa le regole e ne detta le leggi. Ma quelli è praticamente certo che non sarete voi.

Chi sono i sei feriti