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Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento causale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

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Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.

L’origine della campagna #metoo

Vi chiedo un favore, cerchiamo di fare una corretta attribuzione dell’origine del movimento  #metoo che non è stato inventato da Alyssa Milano ma da Tarana Burke, attivista nera femminista, e non è partita per Weinstein ma ben 10 anni fa. Alyssa Milano ha ripreso il nome come hashtag rendendolo famoso ma non lo ha inventato lei: si è associata a un fenomeno che esisteva da tempo. Il che da un significato diverso alla campagna internazionale nel cui contesto si colloca anche la reazione all’affaire Weinstein. Ecco, facciamo in modo che tutto questo non sia letto solo attraverso il filtro dello star system. Non è una questione di giusto o ingiusto ma si tratta proprio del significato politico di quello che sta succedendo e della continuità di una battaglia che non va ridotta alle esigenze mediatiche del momento. 

Me Too è iniziato 10 anni fa dall’idea dell’attivista Tarana Burke e non da un hashtag. La Burke, fondatrice dell’organizzazione giovanile Just Be Inc., ha creato la campagna nel 2007, molto prima che gli hashtag esistessero. Ha ideato il nome per descrivere un movimento, intento a sostenere le donne residenti in comunità sfavorite che avevano subito aggrssioni sessuali.

Activist Tarana Burke started the Me Too movement in 2007

 

Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

Ilaria Sabbatini

 

Questo post si sviluppa nel successivo: Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

 

 

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Miriana Trevisan: C_era anche un nome per noi, «Figa bianca»

Asia Argento a Cartabianca

Una psicoterapeuta esperta di abusi ci spiega perché dovremmo credere ad Asia Argento

Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache

 

#quellavoltache: non può succedere a me

Ero minorenne e nella grande città ho incrociato un molestatore sulla metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero. Lui non è sceso, non ha fatto in tempo, ed è finita lì.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Riesci a sottrarti con un guizzo e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il percorso di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta. In quel tipo di corpo cresciuto in fretta non ero stata abituata a gestire i cambiamenti.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. Se non sei pronta a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un uomo che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà.

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il tizio della metro per dargli lo schiaffo che si meritava. Ma non solo a lui, anche al modello educativo che mi ha resa incapace di reagire.

 

Questo post racconta una storia realmente accaduta e fa parte della narrazione collettiva #quellavoltache. Racconta la tua storia con hashtag #quellavoltache. Raccontala come credi sul blog, su Facebook, con una nota pubblica, su Twitter, su Instagram, con una storia o in modo anonimo. Vediamo che succede.

Pesci grossi e pesci piccoli. Abusi nell’era del gossip.

Puntuali come sempre sono arrivate le difese d’ufficio del produttore Harvey Weinstein e lo scarico delle colpe su quelle che lo accusano di abusi ma hanno fatto carriera lo stesso e parlano solo ora che sono al sicuro.

Intanto sappiate che l’informazione “solo ora” non corrisponde al vero: c’era stata un’inchiesta giornalistica nel 2004 che però era finita nel nulla. Poi davvero trovate strano che una parli quando si sente al sicuro, piuttosto che quando è più vulnerabile? Davvero vi sorprende che denunciando in diverse si sentano più protette?

Sì anch’io mi faccio delle domande, non ho certezze a priori. Cerco di capire le modalità in cui si è sviluppata questa vicenda e sono arrivata all’ovvia conclusione che certe dinamiche non risparmino nessuno a nessun livello. Che poi ci sia un regolamento di conti in corso è probabilmente vero, ma da qui ad accusare chi esce allo scoperto raccontando l’abuso subito ce ne corre parecchio, anzi troppo.

Screditare chi denuncia gli abusi crea un circolo vizioso. Recriminare sulla tempistica, sulle modalità e sui silenzi di chi denuncia fa parte integrante del problema. Ci si chiede perché hanno parlato dopo così tanto tempo. Beh, probabilmente proprio perché sapevano − come sanno in molte − ciò che sarebbe successo: l’atto di uscire allo scoperto gli si sarebbe rivoltato contro.

E non è un caso che tutte queste denunce siano avvenute insieme. Avete presente la metafora del pesce grosso che mangia il pesce piccolo ma a sua volta può essere mangiato dai pesci più piccoli di lui quando questi si coalizzano? Ecco io la vedo così. Semmai la domanda che mi faccio è: quanto danno continuerà a fare l’apparente irrilevanza della richiesta di favori sessuali in cambio di una carriera?

Ci sono due elementi su cui sto riflettendo: che le accusatrici siano persone affermate è un dato di fatto; che anche le persone affermate siano ricattabili è un altro dato di fatto. Per quanto mi riguarda mi chiedo se il problema non sia, in generale, che non si perdona alle abusate di disattendere il copione che ci si aspetta dalle vittime: distrutte, fallite e rannicchiate in un angolo. Avete mai notato che perfino nelle iniziative a favore delle donne non si riesce a uscire dall’immagine stereotipata dell’occhio nero e della posizione fetale?

Molti non riescono a far combaciare l’immagine vincente di queste donne con la debolezza che implica l’essere state vittime. E forse è un po’ questo l’inganno della nostra società ipermediatizzata. Ricche, privilegiate, potenti: in pratica è come dire che possono tutto. Beh, probabilmente la cosa più interessante che racconta questa storia è proprio questo: non è vero, non basta essere ricchi e potenti, conta solo a che livello ti trovi della catena alimentare.

Certo, la gente che ha tanto di più dei comuni mortali suscita facilmente avversione, mica solo ammirazione. I privilegi non attirano le simpatie e questo caso non è diverso. Ma il rischio di non riconoscere gli abusi laddove si compiono è troppo grande per limitarsi a questo tipo di approccio. Per quanto sia difficile immaginarselo, quando si parla di abusi sul lavoro, c’è un filo rosso che collega la condizione delle donne a tutti i livelli sociali.

Sapete come funzionano gli abusi sul posto di lavoro? Ti propongono qualcosa in cui vedi il tuo futuro. Ti colgono nelle tue debolezze: vuoi un lavoro, vuoi uno stipendio, vuoi una carriera. Ed è bene ribadire che in questo non c’è niente di illegittimo. Poi ti molestano. Pensi anche di renderlo pubblico ma sai che tra un pesce grosso e un pesce piccolo, vincerà il pesce grosso. Temi di essere fatta a pezzi e forse anche di rimediare una denuncia. Hai paura che la cosa ti stronchi la carriera. A volte però non puoi fare a meno di frequentare lo stesso ambiente e le stesse persone. E continui a non parlare proprio perché frequenti lo stesso ambiente che temi ti si potrebbe rivoltare contro.

Qualcuno dice che c’è un’implicita connivenza se si accetta una avance per fare carriera. Beh qui non si parla di avances accettate ma avances imposte e c’è una bella differenza. Ma a parte questo, nessuno ci pensa che se l’idea di uomini che pretendono sesso in cambio di lavoro non fosse socialmente normalizzata adesso non staremmo qui a parlarne?

Le avances si possono assecondare e addirittura favorire, oppure ci si può essere costrette: è la differenza che oggi si fa finta di non vedere. Quando si creano sistemi chiusi in cui vigono regole e leggi proprie basate sullo scambio sessuale-economico abbiamo un problema che riguarda quelle che lo subiscono e quelle che lo accettano, quelle che se avvantaggiano e quelle che vengono escluse perché lo rifiutano. Ed è un problema di rapporti di genere, che va ben al di là del gossip del momento.

 

 

Bibliografia

From Aggressive Overtures to Sexual Assault_ Harvey Weinstein_s Accusers Tell Their Stories _ The New Yorker

What Harvey and Trump have in common – Women in the World in Association with The New York Times – WITW

Weinstein e lo scandalo sessuale, la stilista Donna Karan_ «Forse le vittime se la sono cercata» – Corriere

Weinstein, Natalia Aspesi_ «Se mi chiedi un massaggio in ufficio e io te lo concedo, poi non mi posso stupire su come va a finire»

Cara Natalia Aspesi, due cose su Asia Argento e il caso Weinstein – VICE

Se Paltrow, Jolie e le altre avessero raccontato prima le molestie subite da Weinstein, le avrebbero massacrate

 

Meglio senza guanti

In una vetrina della mia città è apparsa una maglietta con la scritta “Ti tratto con i guanti” e sotto il disegno di due guantoni da boxe pronti all’uso. Non appena la maglietta è stata fatta ritirare dalla vetrina sono fiorite le polemiche sulla libertà di espressione. E inconfondibile si è sentito lo stridìo delle unghie sui vetri di coloro che tentavano di spiegare che non è un contenuto violento. Tanto per chiarire, questi guanti da boxe non offrono gentilezze ma affermano: “Io ti tratto coi guanti”. Sono guanti da boxe che si trastullano con l’idea che “io ti meno” però “ti tratto coi guanti”. Il che, detto per inciso, denota pure uno scarso rispetto per la disciplina sportiva.

Tutto sommato le frasi a effetto come questa sono giochetti noti, non più originali dei piselli del David stampati sui grembiuli da cucina. Somigliano alle barzellette politicamente scorrette, quelle sui froci o sugli ebrei, quelle che se qualcuno le racconta in un gruppo di amici rimane un fatto privato ma se le declama sulla pubblica piazza − che piaccia o no − conferisce a quel contenuto un’approvazione.

La cosa che mi infastidisce, infatti, non è l’immagine della maglietta in sé ma il suo contesto pubblico e il continuo giocare con l’ambiguità di un messaggio che allude alla violenza ma al tempo stesso pretende di essere neutro. Ed è proprio in questo passaggio che si avverte più forte il rumore delle unghie che stridono sui vetri mentre tentano di arrampicarsi.

Il mio problema, insomma, non è per niente di tipo morale ma riguarda la semplice coerenza. Vogliamo mostrare? Mi sta benissimo: mostriamo. Ma finiamola con il giochino del muoversi sempre al limite dei significati. Dire e non dire, lanciare il sasso e ritirare la mano. Lo sappiamo come funziona e onestamente la cosa ha stancato da tempo. Io poi sono favorevole a far vedere, senza ipocrisie e falsi pudori. Usiamo dunque un manichino adeguato, che porti i segni dell’uso di quei guanti, e buttiamo alle ortiche quelle ridicole foglie di fico che anche stavolta vengono sventolate in nome di una libertà che non è libertà di espressione ma banale rivendicazione della doppiezza.