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Una ragazza movimentata

Lo stupro è una questione di potere, partiamo da questo assunto. Ricorro a tale concetto perché sta montando il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo stuprata per più di due anni da un gruppo di ragazzi tra cui il suo presunto fidanzato. Lei aveva 13 anni quando è iniziato; loro, i ragazzi, erano sulla ventina e ce n’era anche uno di 30. Prima di tutto diamo alle cose il loro nome. Un trentenne che ha rapporti sessuali con una bambina delle medie si chiama in un modo solo: pedofilo. Ci sono 17 anni di differenza, potrebbe essere sua figlia. Gli altri è come se fossero andati con la loro sorellina piccola. Questi tizi non hanno la minima idea di cosa sia il sesso. Pensano di praticarlo e di essere ganzi ma in realtà praticano soltanto il potere.

Il fidanzato che ha dato il via agli abusi si chiama Davide Schimizzi, 22 anni, fratello di un poliziotto, Nino, che invece di denunciarlo come avrebbe dovuto fare, lo consigliava su come mentire. Mi aspetto dei provvedimenti nei confronti di entrambi. Una volta questo Davide, dopo aver fatto sesso con la ragazzina, ci ha fatto andare il suo amico Lorenzo Tripodi, 21 anni, incensurato. Lei si è ribellata ma l’hanno sopraffatta. Poi ci sono stati Antonio Verduci, 22 anni, figlio di un maresciallo dell’esercito e Giovanni Iamonte, 30 anni, figlio di Remigio, un esponente della cosca locale della ’ndrangheta. Lui la ricevette la prima volta come regalo di compleanno. Poi ci sono Daniele Benedetto, 21 anni, già noto alle forze dell’ordine; Pasquale Principato, 22 anni; Michele Nucera, 22 anni; un diciottenne che all’epoca era minorenne e Domenico Mario Pitasi accusato di favoreggiamento.

Oltre a questi ragazzi c’è un paese intero: una parte sicuramente sana, una parte malsana. Magari la parte malsana è spaventata dalla presenza di uno ‘ndranghetista tra gli accusati insieme al figlio di un maresciallo e al fratello di un poliziotto. O magari quei cittadini hanno solo la testa piena di luoghi comuni sul fatto che non bisogna immischiarsi. In qualsiasi caso la parte malsana del paese di Melito Porto Salvo ha detto cose inaccettabili. Di fronte a questi virgolettati, «Se l’è cercata!», «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione», «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», ho voluto capire perché ci fosse stata una simile reazione e se fosse stata davvero così univoca.

In realtà no, non è stata una reazione univoca. Ci sono state delle persone che hanno manifestato e marciato in solidarietà alla vittima. Qualcuno dice solo 400, qualcuno dice 1000, in ogni caso se si pensa che c’è di mezzo la criminalità organizzata e il figlio di un esponente della ’ndrangheta questi numeri valgono di più. A Lucca (comune di 90.000 abitanti) per le due manifestazioni contro il femminicidio di Vania Vannucchi si parlava di un migliaio di persone a raduno. Ma è certo più facile metterci la faccia quando non devi aver paura di qualcuno. Ovviamente condanno la mentalità omertosa di cui parla anche il procuratore Raho nella conferenza stampa ma voglio dire che è facile giudicare quando non si rischia nulla. La mia conclusione è semplice: ci sono state 400-1000 persone che hanno manifestato, poche o tante che fossero sono state coraggiose ed è comunque un inizio.

Riguardo ai genitori il procuratore Raho parla di paura, racconta che il padre ha contattato lo ‘ndranghetista Iamonte perché la cosa finisse. L’associazione Libera incoraggia a sostenere i genitori e, nonostante le mie molte perplessità, sono d’accordo con questa posizione. I genitori non si sono rivolti subito alle forze dell’ordine ma alla fine hanno fatto la scelta giusta. Pur con tutti i dubbi non possiamo metterli in croce proprio adesso che si sono sganciati dalla logica della paura e della sottomissione. Forse non è chiaro il concetto ma il loro è un atto di ribellione a una mentalità che non prevede alcuna denuncia. Lo si capisce soprattutto se si guarda a Davide Schimizzi e a Nino, il poliziotto che avrebbe dovuto garantire la legalità e invece consiglia al fratello stupratore: «non devi dire niente, non devi parlare». Voi ve la immaginate una famiglia che affronta da sola lo ‘ndranghetista, il poliziotto e il figlio del maresciallo? Io ci andrei piano con i giudizi e soprattutto con le facili generalizzazioni.

Capisco chi afferma che la partecipazione alla manifestazione avrebbe dovuto essere massiccia, hanno ragione a dire che le dodicimila persone mancanti sono quelle che hanno preferito non entrare in merito: è così, non c’è discussione. I presidenti delle associazioni ConDivisa e AmmazzateciTutti dichiarano: «Quel silenzio degli onesti è spietato quanto i pervertiti che stupravano da oltre due anni la bimba». Gli onesti non possono tacere e rimanere onesti perché quando tacciono la loro stessa onestà si inquina. A prescindere dai numeri della manifestazione, nella serie di eventi che hanno portato allo stupro continuato della ragazzina ci sono state molte mancanze: è mancata la presenza della famiglia, è mancata la presenza della parrocchia, è mancata la presenza della politica, è mancata la presenza della società civile. Ed è questo che spaventa tutti: il vuoto che ha permesso che accadesse l’inaccettabile.

Nel 2008 a Melito c’era stata una sparatoria durante una recita e un bambino era rimasto ferito alla gola, il proiettile si era incastrato nella nuca. Questi fatti dimostrano che la ‘ndrangheta non conosce l’onore e non rispetta nemmeno i bambini perché li colpisce e li stupra. Questi fatti, però, dimostrano anche che la paura corrisponde a qualcosa di molto reale e che manifestare in piazza, denunciare, sostenere le proprie giuste ragioni non è affatto una cosa scontata. A Melito Porto Salvo ci sono stati i vili e gli onesti. Da una parte la signora che, intervistata, se ne lava le mani. Dall’altra quella che propone l’educazione sentimentale nelle scuole. Da una parte il preside della bambina che dice che la comunità si fa i fatti propri, ognuno si guarda la propria famiglia ed è meglio così. Dall’altra le professoresse che ascoltano e denunciano.

Già, sono state le professoresse che hanno capito da dove nasceva il disagio della ragazzina. Una delle insegnanti dopo aver intuito che qualcosa non andava ha parlato con la madre che però ha rifiutato di comunicare la notizia al consiglio di classe per attivare le procedure previste dalla legge. Da un tema in classe era emersa qualche traccia, la mamma aveva letto il compito e quando aveva chiesto spiegazioni la ragazzina aveva raccontato tutto. Lei però aveva deciso di non rivelare i fatti per non portare discredito alla famiglia, forse anche per paura. Era rassegnata e pensava che cambiare paese fosse la soluzione.

È ovvio che questo atteggiamento disturbi e scandalizzi. Ma chiedetevi perché le vittime di abusi familiari spesso non denunciano il comportamento dei loro congiunti. Non è solo perché credono erroneamente di essere amate. È anche perché temono il giudizio degli altri, non vogliono gettare discredito sulla propria famiglia. E allora si illudono di poter gestire la situazione da sole, pur di non esporsi alla vergogna, pur di non doversi misurare pubblicamente con persone socialmente più grandi e più forti di loro. La soluzione quindi non è dare addosso alla madre o al padre: tutta la nostra riprovazione non cambierà la situazione neanche di un millimetro. L’unica speranza è quella di innescare un cambiamento tale da impedire che questa situazione si verifichi ancora. Risolvere quei vuoti che rendono possibili simili eventi.

Il clima di omertà è innegabile: la madre, il padre e la cugina della ragazzina pur conoscendo i fatti non hanno denunciato. Il poliziotto, incitava il fratello stupratore al silenzio invece di spingerlo a costituirsi. Dei giovani adulti caricavano in macchina una ragazzina delle medie all’uscita di scuola due volte alla settimana e nessuno ha visto niente. Ma questa è solo una parte dei fatti. Se si riesce a scorgere il quadro per intero ci sono anche le professoresse che hanno aiutato a far emergere il fatto, ci sono quei 400 o 1000 cittadini che si sono schierati con la ragazzina,  c’è il padre che alla fine ha denunciato, ci sono i carabinieri che hanno catturato gli stupratori e i loro favoreggiatori.

Ho letto che la ragazzina ha messo sul suo profilo Facebook un aforisma di Nietzsche: «La migliore saggezza è tacere e andare oltre». Beh, ragazzina, se mi leggi volevo dirti che tu hai già parlato e lo hai fatto nel modo giusto. Non è colpa tua quello che è successo. Non hai fatto niente per meritarti ciò che ti è capitato. Hai fatto bene a parlare e sbagliano quelli che ti stanno criticando. Non so esattamente cosa vuol dire che sei movimentata ma tante di noi lo sono o lo sono state e sono diventate grandi donne. Non importa quanti uomini hai avuto: basta un solo rapporto per costituire una violenza. Non importa se andavi a letto con ragazzi più grandi: non avevano il diritto di abusare di te. Quello che mi ha colpito però non è stato il can-can dei giornali ma quello che è stato detto su di te dagli inquirenti.

Chi sta conducendo le indagini ti ha definita rigorosa che in questo contesto è una cosa importante. Dicono di te che non tiri nel mucchio ma che distingui ciò che ti è stato imposto da ciò che hai voluto. Questo non fa di te una donna peggiore di altre, semmai la dignità che dimostri ti rende migliore di chi ti giudica. Dicono di te che sei lucida e consapevole. Dicono di te che hai un rigoroso senso di giustizia e una assoluta fedeltà al vero. Dicono di te che sei dignitosa e coerente. Dicono di te che questo è il presupposto perché tu possa recuperare tutte le tue potenzialità interiori. Sei una bella persona, a quanto pare, e diventerai una grande donna perché in parte già lo sei. Tu non lo sai ma rappresenti una speranza per molte: ragazzine come te ma anche donne adulte. Non tutte trovano il coraggio di denunciare e non tutte vengono aiutate, esattamente come è successo a te. Ma tu sei ancora in piedi e ce la stai facendo. Continua a parlare non dare retta ai filosofi e alle malelingue. Continua ad essere come sei. Perché in mezzo a tutta questa meschinità tu ne esci come un gigante. Anzi una gigantessa.


Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Intervento di Don Benvenuto Malara, del sindaco di Melito, di Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera  ➘

(per la polemica sul servizio giornalistico vedere al minuti 16,22)

Intervista procuratore De Raho ➘

Conferenza stampa del procuratore De Raho ➘

Notizia arresti ➘

Antonio Marziale sociologo e giornalista italiano. Fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori ➘

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