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Surrogacy: il privilegio di non avere certezze

Sta per iniziare un altro dibattito di quelli epici: la questione della surrogacy o maternità surrogata. In poche parole è quando una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per conto di altri. È una questione importante che mette alla prova convinzioni etiche, idee politiche e coerenze personali. Però però. Però ho già letto troppi “arroganti”, “presuntuose”, “fasciste”, “retrive”. Allora, pe’ mme, in questi termini ve lo dibattete voi. La forma diventa sostanza ed è una sostanza che non mi piace neanche un po’. Questo tema lo discuterò ma lo discuterò solo con alcune delle mie amiche, non con tutte. Più precisamente con quelle che non hanno certezze e che fanno a meno di giudizi apodittici. Le donne hanno bisogno di confrontarsi senza vincoli, prima ancora che di autodeterminarsi. E se qualcuna non lo capisce che provi a ripartire da lì. 

Sono molto perplessa sulla surrogacy. Di fatto è una delle possibili conseguenze al rifiuto dell’adozione per le copie omoaffettive. Una mia amica mi ha dato uno spunto di riflessione molto interessante dicendo che considera la surrogacy il necessario corollario del diritto all’aborto. Vale la pena rifletterci. Eticamente io preferisco sempre l’adozione. Ma il vero punto della questione è che a me sembra ci sia troppa leggerezza nel risolvere la surrogacy come atto d’amore gratuito e volontario. Di fatto tutti i casi di cui sono a conoscenza hanno comportato una remunerazione per la donna che affrontava la gravidanza. Questo potrebbe essere un problema? Secondo me si. E voglio essere libera di dirlo. Primo perché sono una donna, secondo perché non sono contraria a priori alla surrogacy, terzo perché mi parlano di totale gratuità poi però emerge la costante del compenso. E dunque mi pare necessario usare anche un po’ di cautela, almeno nel linguaggio.

Non sono contraria a priori nemmeno alla remunerazione, se la si intende come supporto o rimborso per un disagio sopportato, ma è evidente che in quel caso si rientra in un altro ordine concettuale: quello del servizio reso, non più del gesto gratuito. E ancora una volta mi potrebbe stare bene ma, per cortesia, moderiamo il ricorso al concetto di gratuità e slancio altruistico. Gradirei essere smentita, ma non mi risultano casi di donne economicamente stabili che abbiano portato avanti una gravidanza per conto terzi senza compenso. Lo dico con rammarico perché i casi che conosco mi suscitano simpatia, ma credo che la faccenda economica sia dirimente: non si può semplicemente farla diventare un aspetto di contorno.

Non ho ancora capito bene il merito della questione per cui non so schierarmi a favore o contro. La cosa di cui sono sicura è che l’unica equità possibile, nella pratica concreta, è quella economica. O meglio: l’unica equità è quella garantita anche dal punto di vista economico. I diritti, tutti i diritti, si svuotano di significato se non si hanno i soldi per accedervi. Se qualcuno vi dice che non è così chiedetevi quale sia il suo livello di sicurezza economica. Che si parli d’aborto o maternità, scolarizzazione o lavoro non fa differenza. Ammesso che sia un diritto, oggi nemmeno il diritto alla maternità è garantito. Una precaria costretta a non fare figli a causa della sua condizione è una donna meno libera delle altre. Questa dimensione della discriminazione economica, anche se antipatica, va messa in luce e affrontata senza ipocrisie. Altrimenti è inutile parlare di diritti.

Scrivete pure le vostre opinioni: sarà un piacere leggerle. Ma sappiate una cosa: qui da me sono bandite le polarizzazioni, il tutti contro tutti, il “noi moderne contro voi antiche”, il “noi emancipate contro il voi fasciste”, il noi “libere contro voi schiave”. Non amo le opinioni preformate perché spesso spesso diventano vincolanti. Adoro invece i dubbi e penso che continuerò a tenermeli stretti come la cosa più preziosa che ho.

Ilaria Sabbatini


Una storia di surrogacy

«Ho messo al mondo i loro tre figli e ora ci sentiamo una famiglia»

«L’ho detto anche a Claudio: non diventerò mai presidente, non troverò la cura del cancro, ma questo era qualcosa che potevo fare per cambiare la vita di qualcuno. Non avevo idea di quanto avrebbe significato anche per me».Tara Bartholomew è una 44enne dell’Ohio, piccola imprenditrice e madre di famiglia della classe media americana. Il «qualcosa» di straordinario a cui fa riferimento è aiutare Claudio Rossi Marcelli, scrittore e giornalista italiano, e il marito Manlio ad avere un bambino. Tre, per la precisione: Clelia e Maddalena, due gemelle di 8 anni, e Bartolomeo, di 4, concepiti grazie all’ovulo di una donatrice, Jamie Kramer, e portati in grembo da Tara. Delle donne che decidono di intraprendere una gestazione per altri si parla spesso come di «uteri in affitto» e si dice  – lo fa anche l’appello di Snoq Libere contro la maternità surrogata – che sono «oggetti a disposizione» di altri, povere, «sfruttate»,«poco informate o del tutto disinformate». Tara, che vive negli Stati Uniti dove la maternità surrogata viene praticata da circa 30 anni, con contratti chiari e precisi  (e non in India, dove la condizione delle donne è tutt’altra) racconta una storia diversa.

«Ho deciso di diventare una madre surrogata dopo che mia sorella ha perso un bimbo un mese dopo la nascita di mia figlia. Mi aveva fatto sentire impotente — dice —. Mia sorella è gay e avevo visto le pressioni che aveva dovuto affrontare prima di decidere di fare un figlio, a cominciare dal timore dei pregiudizi. All’epoca lavoravo per un ginecologo e assistevo ogni giorno alle sofferenze delle coppie infertili. In più una delle nostre pazienti era una madre surrogata e aveva amato l’esperienza: mi è sembrato naturale farlo». Si è iscritta a un’agenzia e ha incontrato Claudio e Manlio che dall’altra parte dell’oceano stavano pensando di ricorrere alla gestazione per altri. «Prima di deciderci però, abbiamo voluto incontrarla, perché all’inizio anche noi avevamo delle perplessità sulla surrogata — ricorda Claudio —. Volevamo sapere perché si era offerta: “Lo sai che in Italia ti considererebbero pazza?” le ho detto. Ci siamo piaciuti e abbiamo subito avuto la sensazione che tra noi fosse successo qualcosa di speciale».

Negli Usa la donna che porta avanti la gravidanza e la coppia per cui lo fa devono scegliersi a vicenda. Tara non ha avuto dubbi: «Mi sono sembrati due persone che si amavano ed erano pronte ad impegnarsi al massimo per mettere su famiglia». Ha contato anche il fatto di ricevere un compenso: «Circa ventimila dollari, che ho messo nel fondo per pagare l’università ai miei figli» (il costo per le coppie è di circa 100 mila dollari, che servono per coprire le spese mediche e pagare le agenzie di intermediazione). Così le è stato impiantato un ovulo fecondato con il seme di Claudio ma fornito da una donatrice, come in un’eterologa (negli Usa lo prevede la prassi perché il bambino che nasce non sia figlio biologico della partoriente). A dare l’ovulo è stata Jamie Kramer, 33 anni, del Michigan. «Ci ho pensato a lungo prima di donare: avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice a New York, ha pesato la motivazione economica — racconta —. Ma è stato quando una mia zia ha avuto un aborto spontaneo che ho visto la bellezza di aiutare un’altra famiglia a concepire un bimbo». All’inizio Claudio e Manlio non la conoscevano: le hanno scritto dopo la nascita di quelle che, a sorpresa, si sono rivelate due gemelle. Tara le ha partorite d’urgenza, chiamandoli alle prime doglie. Sono saliti su un aereo e rimasti in Ohio per qualche settimana dopo il parto. Poi sono ripartiti per l’Italia con le bambine: «Clelia e Maddalena sanno da subito come sono nate: abbiamo spiegato loro che non avendo la pancia abbiamo chiesto aiuto a Tara».

«Siamo restati in contatto e ci vediamo ogni volta che possiamo — dice lei —. Sarebbe stato molto triste se fossero spariti dopo la nascita». È un punto fondamentale: Claudio, Manlio, Tara e Jamie sono riusciti a stabilire un rapporto tra loro e le loro famiglie che andava oltre la transazione economica. Un posto degli affetti in cui accogliere questo modo così particolare di fare dei bambini. Anche per questo per Claudio e Manlio è stato naturale chiedere a Tara di aiutarli ad avere il terzo figlio: «Se ci avesse detto di no, avremmo rinunciato». Stavolta il seme è stato fornito da Manlio, mentre la donatrice è stata ancora una volta Jamie. Così è nato Bartolomeo (il nome è un omaggio al cognome di Tara). «Volevamo incastrarci il più possibile, perché purtroppo legalmente il padre delle gemelle sono solo io, per evitare problemi con la trascrizione all’anagrafe italiana − spiega Claudio – mentre quello di Bartolomeo è solo Manlio. Ovviamente sono tutti e tre fratelli e tutti e tre figli di entrambi, anche se lo Stato italiano li riconosce solo a metà».

Quattro anni fa alla nascita di Bartolomeo erano presenti anche i due papà, mentre Jamie è arrivata poche ore dopo con il suo compagno e ha incontrato per la prima volta i bambini. «All’inizio c’è stato un momento di imbarazzo, allora ho preso Bartolomeo e l’ho messo in braccio al compagno di Jamie: “Sappi che se avrete un figlio sarà più o meno così”, gli ho detto» ricorda Claudio con un sorriso. Da allora sono una presenza costante nella vita gli uni delle altre. Nel tempo si è aggiunto anche un altro legame inaspettato: «Jamie aveva fatto da donatrice anche per un’altra coppia, due papà australiani. Abbiamo scritto anche a loro e ci siamo scambiati le foto dei bambini. Lo scorso Natale ci sono venuti a trovare: i nostri figli sanno che sono biologicamente fratelli».

«Tutto questo è stato un dono, non mi sono pentita neanche per un momento», dice Jamie, che oggi ha una figlia sua. «Siamo una famiglia — le fa eco Tara—. I nostri figli si vogliono bene e i miei si sentono una sorta di fratelli maggiori». Anche Claudio è d’accordo: «Siamo entrati una famiglia allargata: ci mancano ancora le parole per dirlo, ma facciamo tutti parte della stessa storia».

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L’appello di SNOQ

Il nostro appello contro la pratica dell’utero in affitto:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.
In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea.
Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinchè la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale.