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Stupro, gerarchia e priorità

L’unico modo per essere credute in caso di stupro è calcolare bene le gerarchie. Se ti stupra un nero o almeno un immigrato, uno zingaro, un albanese o comunque un disgraziato allora sì, sarai creduta. Ma fai attenzione, non ti fidare di questa solidarietà posticcia, perché è appesa a un filo assai fragile.

Finché gli servirai come argomento ti appoggeranno e saranno pronti perfino a ergerti un altare da martire. Quando non gli servirai più ti scaricheranno senza tanti complimenti. Fai attenzione quando denunci il tuo stupratore: se il tizio funziona bene come punching ball allora avrai l’approvazione delle masse. In caso contrario armati di coraggio e aggrappati forte a quei pochi che sono capaci di chiamare stupratore ogni stupratore, a prescindere dall’etnia e dalla condizione sociale.

Non ti fidare di quelli che sventolano le bandiere etniche perché la loro priorità è l’etnia non la giustizia per le vittime. Prima vedono l’etnia e poi – forse – vedono lo stupro. O, per meglio dire, la loro lesa maestà. Non parlano di te, tu non esisti, parlano degli immigrati oppure degli italiani che sono peggio. Per questo non ti devi fidare né degli uni né degli altri: a loro non interessa il tuo stupro, hanno altre priorità. Devono difendere le loro posizioni, devono stabilire chi è peggiore e tu sei solo il loro terreno di scontro.

Dal modo in cui si stanno comportando i media e da ciò che stanno tirando fuori i social emerge il profilo della gerarchia che domina l’immaginario collettivo: è in base a quella gerarchia che vengono giudicati i crimini. Prima ci sono gli uomini bianchi (e occidentali), poi le donne e infine gli immigrati.

Quella gerarchia ha una dinamica precisa: funziona solo in una direzione e il crimine consiste nell’invertirla. Se una donna bianca accusa un uomo nero, lei è una vittima. Se una donna bianca accusa un uomo bianco, lei se l’è cercata. È molto semplice alla fine: rispetta la gerarchia e stai al tuo posto. Come diceva Frank Mackey (alias Tom Cruise) in Magnolia: “rispettate il cazzo e domate la fica“. Tutti coloro che usano il sesso come esercizio di potere e di sopraffazione sono uguali, a qualsiasi latitudine. E ogni riduzione dello stupro a una disputa etnica è solo uno scontro tra due maschilismi in competizione. “Immigrati stupratori” e “i nostri sono peggio” sono posizioni equivalenti.

Questo vale per lo stupro e anche per la sua narrazione, vale per il modo in cui lo raccontano i media e vale per i concetti misogini che circolano in abbondanza. Ve lo ricordate Abid Jee, quello che scrisse: “lo stupro è peggio all’inizio, dopo le donne diventano calme”? I commenti che sto leggendo a proposito dello stupro di Firenze lo fanno sembrare un dilettante. Delle ragazze americane viene scritto quanto segue: zoccole, troie, dovrebbero buttarle in un centro di neri arrapati, luride ubriache, chissà da che scimpanzé si sono fatte scopare, le hanno montate come capre, l’hanno fatto apposta, eccetera. Abid Jee è stato licenziato dalla cooperativa dove lavorava. Ora è indagato per istigazione a delinquere. Giustamente perché chi sbaglia deve pagare. Come dovrebbe pagare ognuna di queste persone.

Chi mi legge ormai lo sa: quando succedono fatti di cronaca che mettono in subbuglio la comunità ho l’abitudine di tastare la pancia della rete per capirne gli umori. Stasera ho intercettato questo post ovviamente e banalmente falso:

Lasciate perdere il richiamo alla Boldrini, talmente ripetitivo da diventare noioso. Lasciate perdere anche la foto ripescata da un repertorio del 2012. Smontare le bufale non serve a niente se non a mettere in guardia chi già è attento a evitarle. Ciò che mi interessa sono i commenti sotto la figura e vi invito, come al solito, a farci un giro per avere contezza del clima attuale o almeno di una sua parte.

Ditemi quale differenza sostanziale vedete rispetto al commento di Abid Jee. Spiegatemi perché dovrei considerare diversamente chi racconta lo stupro – pur con tutto il beneficio del dubbio – come “capre da montare” e chi lo racconta come “la donna dopo gode”.

È la stessa misoginia, lo stesso disprezzo delle donne e della loro autonoma vita sessuale. Se non ci stanno basta far entrare il pisello. Se ci stanno sono delle capre da montare. Se osano accusare qualcuno che è gerarchicamente sopra di loro – per esempio un maschio bianco – se la sono cercata. E se esagerano nel disattendere la gerarchia sono delle luride ubriache, delle zoccole bugiarde.

Capite? C’è una gerarchia precisa e va rispettata altrimenti non si è più vittime. Si può denunciare solo dall’alto verso il il basso, dal basso verso l’alto no. Perché a molta gente – checché cerchi di raccontare – non frega niente dello stupro in sé. Frega solo di poterlo sfruttare per la propria narrazione politica.

 

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Stupro per stupro non è femminismo …e neanche dignità

Oggi un tizio ha scritto un post vergognoso di commento allo stupro di Rimini. Anzi, un attimo: non LO stupro ma GLI stupri perché sì, ce ne sono stati due, la ragazza polacca e la transessuale peruviana.

Il tizio – chiamatelo come volete ma mi disturba chiamarlo per nome – ha scritto questa frase sulla pagina del Resto del Carlino e  alcuni utenti hanno fatto lo screenshot prima che il post sparisse. La notizia è stata poi riportata da svariate testate.

Se, come sembra, la notizia è confermata il tizio ha scritto una cosa vergognosa degna non solo di indignazione ma di sanzione. Il tizio lavora – ormai lavorava – per la cooperativa Lai-Momo che in prima istanza ha comunicato:

«In merito al commento sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato e confermiamo che si tratta del profilo Facebook di un nostro dipendente. Ribadiamo la nostra ferma condanna delle affermazioni contenute in questo post, in quanto profondamente contrarie ai principi che sono alla base del nostro pensiero e del nostro modo di lavorare. Stiamo prendendo tutti i provvedimenti necessari e confidiamo di potervi aggiornare in merito al più presto».

Questa è stata la dichiarazione successiva in cui la cooperativa annunciava la sospensione ai termini di legge del soggetto: «In merito al commento apparso sulla pagina Facebook del Resto del Carlino concernente i gravissimi fatti di Rimini, abbiamo verificato che l’autore è un nostro dipendente (…).

La persona in questione, ovviamente agendo personalmente, ha espresso affermazioni che la nostra cooperativa condanna fermamente in quanto di una gravità inaudita e profondamente contrarie ai principi e valori che sono alla base del nostro pensiero e da sempre orientano il nostro modo di lavorare (…)

Al di là di ogni ferma condanna morale già espressa, riteniamo che questo comportamento abbia danneggiato gravemente la nostra immagine e abbiamo preso fermi provvedimenti, in base a quanto consentito dalla legge. Nel rispetto delle disposizioni vigenti e del CCNL delle Cooperative sociali, infatti, abbiamo avviato oggi una procedura disciplinare e contestualmente abbiamo sospeso il dipendente in via cautelativa da ogni attività lavorativa».

Come a volte mi capita di fare, sono andata a dare un’occhiata al profilo del tizio al centro della polemica. C’era già una canea di gente che invocava impalamenti, uccisioni, smembramenti e quant’altro. I più pensavano che fosse africano e davano per scontato che fosse anche nero. La bacheca era chiusa salvo due o tre post: la folla si era accanita su quelli.

Poi uno dei post è stato cancellato e si sono spostati tutti sull’altro incitandosi a vicenda. Infine è stato cancellato il profilo stesso e ora immagino che siano tutti lì a vagare per la rete, cercando qualcun altro da attaccare. In mancanza di meglio finiranno probabilmente sulla pagina della cooperativa.

Oggi qualcuno si chiede perché le donne – le femministe – non prendono posizione. Chi l’ha detto che non prendono posizione? Io l’ho presa. La mia posizione è questa: il commento è vergognoso e il personaggio più che censurabile. Ma mi dispiace, non finisce tutto qui: ci sono altre cose da dire oltre a condannare Abid Jee.

  1. Non prendono posizione: femministe che scrivono di altre femministe come se loro stesse non fossero femministe è una cosa che veramente non si può sentire.
  2. La gravità dei fatti: un idiota che scrive che le donne godono dello stupro è in grado di distogliere l’attenzione da uno stupro? Bisogna pensare che sia più grave una frase rispetto a un duplice stupro di gruppo?
  3. Lo stupro o gli stupri: lo stupro della trans è stato trattato mediaticamente come un fatto secondario. Bisogna pensare che lo stupro di una donna e lo stupro di una trans non siano sullo stesso piano?
  4. E infine, dulcis in fundo, la prova del nove: «vorrei che stuprassero tua moglie/sorella/figlia/madre». Forse non ve ne siete accorti ma nelle ore del pomeriggio è stato tutto un fiorire di auguri e di minacce di stupro. No, non solo contro il tizio ma di preferenza contro le sue parenti femmine.

Fatevi un giro nell’orrore e considerate che questa è una minima parte di quello che ho letto e che sono riuscita a salvare. Nel tempo che è passato prima che chiudessero tutto ne ho contati almeno 65 e non avevo nemmeno finito di scorrere tutti i flame. Uno dei commenti fa quasi tenerezza: «Qui in Italia abbiamo un’altra considerazione delle donne».

 

A chi chiede dove sono le femministe , io rispondo: sono qui. Siamo qui, ben piantate a terra, mentre diciamo che stiamo dalla parte della ragazza stuprata e della trans stuprata; siamo qui a condannare un tizio che scrive «lo stupro è peggio ma solo all’inizio»; siamo qui ad affermare che un duplice stupro di gruppo è un atto criminale; siamo qui a ribadire che lo stupro di una trans è grave quanto lo stupro di una donna; siamo qui a rifiutare il renvanscismo sulla pelle delle donne.

Già, perché gente che scrive «speriamo che le donne della tua famiglia subiscano lo stesso trattamento», «vai a stuprare quella troia di tua sorella», «ti stupro tua madre»,  non sta difendendo le donne, le sta minacciando e offendendo, trattandole come proprietà degli uomini e quindi comportandosi esattamente come il tizio contro cui si scaglia.

Le femministe sono qui, fuori da qualsiasi gabbia, e non vogliono avere niente a che fare con chi minaccia stupri per vendicare stupri. Ecco dove sono le femministe.

 

Una ragazza movimentata

Lo stupro è una questione di potere, partiamo da questo assunto. Ricorro a tale concetto perché sta montando il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo stuprata per più di due anni da un gruppo di ragazzi tra cui il suo presunto fidanzato. Lei aveva 13 anni quando è iniziato; loro, i ragazzi, erano sulla ventina e ce n’era anche uno di 30. Prima di tutto diamo alle cose il loro nome. Un trentenne che ha rapporti sessuali con una bambina delle medie si chiama in un modo solo: pedofilo. Ci sono 17 anni di differenza, potrebbe essere sua figlia. Gli altri è come se fossero andati con la loro sorellina piccola. Questi tizi non hanno la minima idea di cosa sia il sesso. Pensano di praticarlo e di essere ganzi ma in realtà praticano soltanto il potere.

Il fidanzato che ha dato il via agli abusi si chiama Davide Schimizzi, 22 anni, fratello di un poliziotto, Nino, che invece di denunciarlo come avrebbe dovuto fare, lo consigliava su come mentire. Mi aspetto dei provvedimenti nei confronti di entrambi. Una volta questo Davide, dopo aver fatto sesso con la ragazzina, ci ha fatto andare il suo amico Lorenzo Tripodi, 21 anni, incensurato. Lei si è ribellata ma l’hanno sopraffatta. Poi ci sono stati Antonio Verduci, 22 anni, figlio di un maresciallo dell’esercito e Giovanni Iamonte, 30 anni, figlio di Remigio, un esponente della cosca locale della ’ndrangheta. Lui la ricevette la prima volta come regalo di compleanno. Poi ci sono Daniele Benedetto, 21 anni, già noto alle forze dell’ordine; Pasquale Principato, 22 anni; Michele Nucera, 22 anni; un diciottenne che all’epoca era minorenne e Domenico Mario Pitasi accusato di favoreggiamento.

Oltre a questi ragazzi c’è un paese intero: una parte sicuramente sana, una parte malsana. Magari la parte malsana è spaventata dalla presenza di uno ‘ndranghetista tra gli accusati insieme al figlio di un maresciallo e al fratello di un poliziotto. O magari quei cittadini hanno solo la testa piena di luoghi comuni sul fatto che non bisogna immischiarsi. In qualsiasi caso la parte malsana del paese di Melito Porto Salvo ha detto cose inaccettabili. Di fronte a questi virgolettati, «Se l’è cercata!», «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione», «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», ho voluto capire perché ci fosse stata una simile reazione e se fosse stata davvero così univoca.

In realtà no, non è stata una reazione univoca. Ci sono state delle persone che hanno manifestato e marciato in solidarietà alla vittima. Qualcuno dice solo 400, qualcuno dice 1000, in ogni caso se si pensa che c’è di mezzo la criminalità organizzata e il figlio di un esponente della ’ndrangheta questi numeri valgono di più. A Lucca (comune di 90.000 abitanti) per le due manifestazioni contro il femminicidio di Vania Vannucchi si parlava di un migliaio di persone a raduno. Ma è certo più facile metterci la faccia quando non devi aver paura di qualcuno. Ovviamente condanno la mentalità omertosa di cui parla anche il procuratore Raho nella conferenza stampa ma voglio dire che è facile giudicare quando non si rischia nulla. La mia conclusione è semplice: ci sono state 400-1000 persone che hanno manifestato, poche o tante che fossero sono state coraggiose ed è comunque un inizio.

Riguardo ai genitori il procuratore Raho parla di paura, racconta che il padre ha contattato lo ‘ndranghetista Iamonte perché la cosa finisse. L’associazione Libera incoraggia a sostenere i genitori e, nonostante le mie molte perplessità, sono d’accordo con questa posizione. I genitori non si sono rivolti subito alle forze dell’ordine ma alla fine hanno fatto la scelta giusta. Pur con tutti i dubbi non possiamo metterli in croce proprio adesso che si sono sganciati dalla logica della paura e della sottomissione. Forse non è chiaro il concetto ma il loro è un atto di ribellione a una mentalità che non prevede alcuna denuncia. Lo si capisce soprattutto se si guarda a Davide Schimizzi e a Nino, il poliziotto che avrebbe dovuto garantire la legalità e invece consiglia al fratello stupratore: «non devi dire niente, non devi parlare». Voi ve la immaginate una famiglia che affronta da sola lo ‘ndranghetista, il poliziotto e il figlio del maresciallo? Io ci andrei piano con i giudizi e soprattutto con le facili generalizzazioni.

Capisco chi afferma che la partecipazione alla manifestazione avrebbe dovuto essere massiccia, hanno ragione a dire che le dodicimila persone mancanti sono quelle che hanno preferito non entrare in merito: è così, non c’è discussione. I presidenti delle associazioni ConDivisa e AmmazzateciTutti dichiarano: «Quel silenzio degli onesti è spietato quanto i pervertiti che stupravano da oltre due anni la bimba». Gli onesti non possono tacere e rimanere onesti perché quando tacciono la loro stessa onestà si inquina. A prescindere dai numeri della manifestazione, nella serie di eventi che hanno portato allo stupro continuato della ragazzina ci sono state molte mancanze: è mancata la presenza della famiglia, è mancata la presenza della parrocchia, è mancata la presenza della politica, è mancata la presenza della società civile. Ed è questo che spaventa tutti: il vuoto che ha permesso che accadesse l’inaccettabile.

Nel 2008 a Melito c’era stata una sparatoria durante una recita e un bambino era rimasto ferito alla gola, il proiettile si era incastrato nella nuca. Questi fatti dimostrano che la ‘ndrangheta non conosce l’onore e non rispetta nemmeno i bambini perché li colpisce e li stupra. Questi fatti, però, dimostrano anche che la paura corrisponde a qualcosa di molto reale e che manifestare in piazza, denunciare, sostenere le proprie giuste ragioni non è affatto una cosa scontata. A Melito Porto Salvo ci sono stati i vili e gli onesti. Da una parte la signora che, intervistata, se ne lava le mani. Dall’altra quella che propone l’educazione sentimentale nelle scuole. Da una parte il preside della bambina che dice che la comunità si fa i fatti propri, ognuno si guarda la propria famiglia ed è meglio così. Dall’altra le professoresse che ascoltano e denunciano.

Già, sono state le professoresse che hanno capito da dove nasceva il disagio della ragazzina. Una delle insegnanti dopo aver intuito che qualcosa non andava ha parlato con la madre che però ha rifiutato di comunicare la notizia al consiglio di classe per attivare le procedure previste dalla legge. Da un tema in classe era emersa qualche traccia, la mamma aveva letto il compito e quando aveva chiesto spiegazioni la ragazzina aveva raccontato tutto. Lei però aveva deciso di non rivelare i fatti per non portare discredito alla famiglia, forse anche per paura. Era rassegnata e pensava che cambiare paese fosse la soluzione.

È ovvio che questo atteggiamento disturbi e scandalizzi. Ma chiedetevi perché le vittime di abusi familiari spesso non denunciano il comportamento dei loro congiunti. Non è solo perché credono erroneamente di essere amate. È anche perché temono il giudizio degli altri, non vogliono gettare discredito sulla propria famiglia. E allora si illudono di poter gestire la situazione da sole, pur di non esporsi alla vergogna, pur di non doversi misurare pubblicamente con persone socialmente più grandi e più forti di loro. La soluzione quindi non è dare addosso alla madre o al padre: tutta la nostra riprovazione non cambierà la situazione neanche di un millimetro. L’unica speranza è quella di innescare un cambiamento tale da impedire che questa situazione si verifichi ancora. Risolvere quei vuoti che rendono possibili simili eventi.

Il clima di omertà è innegabile: la madre, il padre e la cugina della ragazzina pur conoscendo i fatti non hanno denunciato. Il poliziotto, incitava il fratello stupratore al silenzio invece di spingerlo a costituirsi. Dei giovani adulti caricavano in macchina una ragazzina delle medie all’uscita di scuola due volte alla settimana e nessuno ha visto niente. Ma questa è solo una parte dei fatti. Se si riesce a scorgere il quadro per intero ci sono anche le professoresse che hanno aiutato a far emergere il fatto, ci sono quei 400 o 1000 cittadini che si sono schierati con la ragazzina,  c’è il padre che alla fine ha denunciato, ci sono i carabinieri che hanno catturato gli stupratori e i loro favoreggiatori.

Ho letto che la ragazzina ha messo sul suo profilo Facebook un aforisma di Nietzsche: «La migliore saggezza è tacere e andare oltre». Beh, ragazzina, se mi leggi volevo dirti che tu hai già parlato e lo hai fatto nel modo giusto. Non è colpa tua quello che è successo. Non hai fatto niente per meritarti ciò che ti è capitato. Hai fatto bene a parlare e sbagliano quelli che ti stanno criticando. Non so esattamente cosa vuol dire che sei movimentata ma tante di noi lo sono o lo sono state e sono diventate grandi donne. Non importa quanti uomini hai avuto: basta un solo rapporto per costituire una violenza. Non importa se andavi a letto con ragazzi più grandi: non avevano il diritto di abusare di te. Quello che mi ha colpito però non è stato il can-can dei giornali ma quello che è stato detto su di te dagli inquirenti.

Chi sta conducendo le indagini ti ha definita rigorosa che in questo contesto è una cosa importante. Dicono di te che non tiri nel mucchio ma che distingui ciò che ti è stato imposto da ciò che hai voluto. Questo non fa di te una donna peggiore di altre, semmai la dignità che dimostri ti rende migliore di chi ti giudica. Dicono di te che sei lucida e consapevole. Dicono di te che hai un rigoroso senso di giustizia e una assoluta fedeltà al vero. Dicono di te che sei dignitosa e coerente. Dicono di te che questo è il presupposto perché tu possa recuperare tutte le tue potenzialità interiori. Sei una bella persona, a quanto pare, e diventerai una grande donna perché in parte già lo sei. Tu non lo sai ma rappresenti una speranza per molte: ragazzine come te ma anche donne adulte. Non tutte trovano il coraggio di denunciare e non tutte vengono aiutate, esattamente come è successo a te. Ma tu sei ancora in piedi e ce la stai facendo. Continua a parlare non dare retta ai filosofi e alle malelingue. Continua ad essere come sei. Perché in mezzo a tutta questa meschinità tu ne esci come un gigante. Anzi una gigantessa.


Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Intervento di Don Benvenuto Malara, del sindaco di Melito, di Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera  ➘

(per la polemica sul servizio giornalistico vedere al minuti 16,22)

Intervista procuratore De Raho ➘

Conferenza stampa del procuratore De Raho ➘

Notizia arresti ➘

Antonio Marziale sociologo e giornalista italiano. Fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori ➘

Se l’è andata a cercare

Stupro di gruppo su una 13enne, 9 arresti a Reggio Calabria

Melito Porto Salvo: appena 400 persone alla fiaccolata, si tace e acconsente alla violenza

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Se l’è maiala

È partita la campagna #nessunascusa in relazione alla sentenza per i fatti della Fortezza da Basso del 26 luglio 2008. Ci ho pensato molto, ho letto la sentenza, ho letto ciò che ha scritto la ragazza, ho letto ciò che ha scritto uno dei ragazzi, ho letto le opinioni di chi ha commentato sul mio blog, ho letto le opinioni sui giornali. E ho considerato tutti come potenziali vittime e non come potenziali colpevoli.

Non è stata una cosa semplice: i testi di tipo legale non sono proprio agevolissimi, ma era un impegno doveroso anche solo per smentire il luogo comune di chi ritiene che i lettori, come me, si facciamo le opinioni per pregiudizio, senza nemmeno leggere. È vero spesso questo succede, ma nel mio caso no: ho letto di tutto, anche quello che mi costava fatica, quello che trovavo sgradevole o quello che mi sembrava inadeguato. Ho letto solo cercando la coerenza interna delle frasi, dei discorsi, delle ipotesi.

Ovviamente non ho avuto accesso alle carte processuali perché non essendo coinvolta nel caso non ne ho facoltà. Ed è giusto così: è una forma di tutela verso le persone coinvolte. Poco importa se siano le vittime o gli imputati: hanno comunque dei diritti che non decadono in nessun caso. È bene ricordarlo.

Mi ci è voluto parecchio per arrivare a questa conclusione. Non desidero conoscere la ragazza perché non voglio essere influenzata nella mia opinione. È indifferente che io provi o meno simpatia per lei perché è evidente che, in qualunque caso, lei ha diritto a una tutela ed è fondamentale che le sia fornito tutto il supporto e tutto l’aiuto necessario. Non desidero conoscere nemmeno i ragazzi perché ho l’impressione che non si rendano conto di quello che è successo. E forse  è veramente questa la cosa più grave.

Ci sono delle asimmetrie profonde nelle considerazioni che sono state fatte su questo caso. Non parlo più soltanto della sentenza ma anche delle opinioni che sono state espresse in varie sedi. Qualcuno, per sfuggire anche alla minima ombra di femminismo, si è fatto prendere da un impeto di ipercorrettismo del politically correct. Il mio professore di storia della lingua, ci raccontava il caso di alcuni scriventi toscani: dopo essere stati redarguiti per la pronuncia de “il bimbo sarta” erano diventati talmente zelanti da dire “vado dalla salta per farmi fare un vestito”. Sforzo ammirevole, risultato sbilanciato. In taluni giudizi è successo qualcosa di simile: invece di guardare alla coerenza o incoerenza del racconto si è praticato un eccesso di zelo antifemminista. È vero c’è stata una gogna mediatica per i ragazzi imputati. Ma va anche detto che la vita della ragazza è stata messa in piazza molto più del necessario. Veramente molto, molto più del necessario. Ed è vera anche un’altra cosa: probabilmente i ragazzi pensano di non aver fatto niente di male. Forse è proprio questo l’elemento più grave.

Oggi più che mai, prendendo spunto dal dibattito per il caso della Fortezza ma cercando di superarlo in una prospettiva di lunga durata, ritengo sia fondamentale ribadire alcuni concetti per stabilire il limite tra il diritto e l’abuso:

  • Dolk - Sex dollUna donna è ubriaca e non deve essere toccata
  • Una donna è mezza nuda e non deve essere toccata (ci penseranno le autorità a multare)
  • Una donna cavalca un toro meccanico e non deve essere toccata
  • Una donna mostra le mutande e non deve essere toccata
  • Una donna si presta a film erotici e non deve essere toccata
  • Una donna è “maiala” (cito dalla sentenza: «se l’é maiala…») e non deve essere toccata
  • Una donna é promiscua e non deve essere toccata senza un’espressa volontà
  • Una donna può di sfiorare il rapporto sessuale e ha il diritto di tirarsi indietro in qualsiasi momento
  • Una donna ha inoltre il diritto di andare a letto con il primo partner e di rifiutare il secondo

Ovviamente vale anche l’equivalente maschile che, seppur non documentato, sta cominciando a emergere. Parlo di uomini che in età giovanile hanno sentito l’obbligo morale di avere rapporti con le ragazze anche se avevano perso ogni desiderio. Secondo la vulgata è così che si devono comportare gli uomini: mai rinunciare, mai mostrare debolezza, ma essere meno che testosteronici. In una parola alcuni uomini sentono che non possono tirarsi indietro nemmeno se non hanno voglia di fare l’amore. Allora diciamo anche questo: gli uomini possono rifiutare di avere rapporti sessuali, gli uomini possono fare petting e nonostante questo possono tirarsi indietro in qualsiasi momento: ciò è assolutamente legittimo. O il rapporto sessuale è completamente consensuale e voluto da entrambe le parti oppure non è.

Dico questo non perché sono femminista: non potrei esserlo nemmeno  anagraficamente. Sono nata e cresciuta dopo il femminismo e francamente non ne condivido nemmeno tutti gli sviluppi attuali ma questa è un’altra faccenda.  Dico questo perché scindo il linguaggio verbale (o non-verbale) e simbolico di una persona dalla espressione palese di assenso. Deve essere chiaro, senza ombra di dubbio, che le persone coinvolte sono consensuali. Tant’è vero che il punto più dibattuto è proprio quello dell’ubriachezza perché l’ubriachezza può inficiare la capacità di esprimere consenso.

Non capisco la scelta di ritenere i due buttafuori inattendibili perché condizionati dai sensi di colpa indotti dal clamore mediatico. Sensi di colpa per cosa? Se la ragazza fosse stata lucida, come si presuppone, i buttafuori non avrebbero avuto alcun motivo di provare sensi di colpa. Era lucida, era consenziente e dunque perfettamente capace di esprimere la sua volontà. Perché i buttafuori, avendola vista perfettamente presente a sé stessa e padrona della situazione, avrebbero dovuto sviluppare un “postumo senso di colpa”? A me non sembra coerente sul piano logico.

Anche l’idea delle redenzione della ragazza, pentita e piena di vergogna, contrasta con l’immagine libertina che ne è stata tratteggiata. Lucida, disinibita, promiscua, presente a sé stessa, consenziente: perché avrebbe dovuto sentire improvvisamente un bisogno di redenzione per una gang bang? Una ragazza che gira film spinti – con elementi di perversione  – perché dovrebbe vergognarsi di aver avuto un rapporto multiplo in cui era del tutto consenziente? Cito: «Film splatter intriso di scene di sesso e di violenza che aveva mostrato di reggere senza problemi».  E altrove: «Scene di sevizie, violenze e perversione».

Appunto: perché una che regge senza problemi scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, improvvisamente si vergogna che diventi risaputa la sua partecipazione a una gang bang? Simulare lo stupro le avrebbe forse restituito una nuova innocenza rispetto al film che aveva girato? Avrebbe cancellato il pensiero dei comportamenti che aveva avuto? In che contorto modo avrebbe potuto verificarsi il ripristino della sua buona fama?

Ho fatto un film spinto, sono stata promiscua, ho avuto rapporti sessuali in un luogo pubblico, ho fatto sesso con il mio fidanzato e con i suoi amici singolarmente, sono conosciuta per essere “maiala” (cit.), mi ubriaco in varie occasioni, vomito e do spettacolo in tutti i modi, pratico una fellatio nel gabinetto, faccio una gang bang… ma l’unica cosa di cui mi vergogno è che quest’ultima cosa si venga a sapere. Non le decine di cose prima, ivi compreso un film spinto e un coito in pubblico, ma proprio l’ultima.

Il film a cui lei aveva partecipato, era fatto per essere visto, fosse anche da pochi eletti. Si sarebbe certo saputo della sua partecipazione, come di fatto è stato. La ragazza «aveva mostrato di reggere senza problemi», dice la sentenza. E allora? Per quel che ne so non è mica un reato. Anzi direi che è questa capacità di “reggere” che solleva dei dubbi: se aveva retto a tutto perché di punto in bianco si è posta quei problemi che non si era mai posta prima?

Non mi importa che si sappia che mi presto a film spinti, che regalo fellatio, che vado con questo e con quello, che faccio sesso in piazza ma mi sconvolge che si sappia che in una specifica occasione ho fatto sesso di gruppo. Di tutto il resto me ne frego ma proprio di quel preciso, esatto comportamento no. E badate bene: non mi da noia farlo, il sesso di gruppo, mi da noia che si sappia. È esattamente questo il nocciolo del problema: dov’è andata a finire la coerenza in tutto questo discorso?

La reazione di pentimento e vergogna attribuita alla ragazza contrasta con la possibilità di un rapporto sessuale multiplo, lucido e consenziente. Tanto più per una ragazza che fino a quel momento aveva dimostrato di non avere freni inibitori. La ragazza, per di più, non era solo disinibita ma come afferma la sentenza era “un tipo non facilmente condizionabile”. Se le ragazza era disinvolta, disinibita e sicura di sé non si capisce perché poi abbia sentito il bisogno di mentire dopo una gang bang in cui si era divertita. Per vergogna? E perché mai? Di una gang bang ne è conoscenza solo chi partecipa. La notizia non avrà mai il potenziale di diffusione che può avere un video.

Dunque lei avrebbe dovuto essere disinibita, promiscua, sicura di sé, capace di reggere senza problemi a scene di sesso, violenza, sevizie e perversione, ma poi provare un improvviso pudore dopo una gang bang consensuale. Sul piano logico la cosa è assai poco convincente. È solo dopo tutti questi ragionamenti che sono arrivata alle mie conclusioni. E le mie conclusioni sono che quel “ma poi” non è una risposta accettabile.

Il comportamento sessuale della ragazza può piacere o non piacere ma non tocca a noi giudicarlo. La promiscuità non è sanzionata dalla legge, la pornografia non é illegale e tanto meno il soft-porno, l’infedeltà tra fidanzati non è reato. L’unica cosa sanzionabile poteva essere quel rapporto sessuale in piazza ma anche qui erano stati in due ad averlo: una donna e un uomo. Quello che faceva la ragazza del suo corpo, come gestiva le sue storie sentimentali, il modo in cui si vestiva non ci riguarda ci riguarda affatto.

Come lei si comportava non può essere considerato un incoraggiamento a dare per scontato l’assenso della ragazza. Quello che è accaduto a tutti i livelli, passetto dopo passetto, non è stato altro che uno scivolamento semantico da un “No basta, lasciatemi stare” a un “Se l’è maiala…” per arrivare a un tacito consenso. In tutta onestà, nessuna scusa.

Ilaria Sabbatini

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Immagini della manifestazione alla Fortezza da Basso del luglio 2015. Foto: Luca Mantelli

In questo blog leggi anche:

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

Le zozzette

Sentenza definitiva per i fatti di Firenze del 26 07 2008

Disegno:

Dolk, Sex doll, murale

L’assoluzione per lo stupro della Fortezza da Basso

In questi giorni è stata resa pubblica la sentenza di assoluzione in appello dei sei accusati per stupro di gruppo. I fatti riferiti sarebbero avvenuti a Firenze, presso la Fortezza da Basso, il 26/7/208. La sentenza riporta la data del 4/3/2015: è possibile leggerla sul blog Al di là del buco.

Ho letto tutta la sentenza e l’ho trovata un’esperienza interessante. La procedura ha molto a che fare con la critica delle fonti quindi, essendo io una storica, ho provato ad applicare a quello che leggevo lo stesso tipo di analisi che applico ai documenti storici. Ciò che mi pare emerga dalla sentenza è il fatto che il nodo centrale della valutazione riguarda lo stato di ubriachezza della presunta vittima. Dico “presunta” perché in questo momento io non mi pongo né come donna, né come giudice, né come moralizzatrice ma semplicemente come persona che analizza i fatti con gli strumenti della logica.

Tutta la sentenza di assoluzione (sì l’ho letta tutta) mi pare si basi su due idee chiave:

1) la ragazza era lucida quindi capace di intendere e di volere

2) la ragazza era consenziente quindi non si è trattato di un atto sessuale imposto.

In questo tipo di struttura logica, nel ragionamento così com’è organizzato, se il presupposto della lucidicità vacilla, vacilla anche quello della consensualità. Perché, ovviamente, una persona ubriaca non può essere consensuale. E proprio per questo ritengo che sarebbe importante dare un’orario preciso al referto alcolemico di cui si parla nella sentenza, referto che asserisce lo stato di non ubriachezza della ragazza.

Perché è così importante? È così importante per un motivo semplice: se la ragazza era ubrica non poteva dare il suo consenso all’atto sessuale. Viceversa se la ragazza lucida il suo comportamento era consapevole. Se era ubriaca e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei non era in grado di opporsi. Se viceversa era lucida e i 6 amici volevano fare sesso con lei, lei era in grado di opporsi. Dunque il primo punto critico del ragionamento è esattamente questo: la ragazza era in grado di opporsi oppure la raggazza non era in grado i opporsi?

Quello mi colpisce del documento è che riscontro un puntiglio estremo in tutto. Gli orari delle telefonate, l’orario dell’uscita dalla fortezza, l’orario di rientro a casa, il numero di shottini bevuti (si dice prima 7 poi 4). Tutto, veramente tutto, è stato riportato nella sentenza con una puntualità encomiabile. Però quando si tratta di riportare l’esatto orario del rilevamento alcolemico, quello non si trova. Eppure si dice che la ragazza non era ubriaca.

Tutto preciso tranne quello. Perché?

Se viene asserito che la ragazza non era ubriaca bisognerà avere modo di verificare se lo fosse oppure no. Cioé dovremmo avere la possibilità di sapere con precisione se la ragazza era ubriaca oppure lucida. Nella documento si fa riferimento al tasso alcolemico rilevato sulla presunta vittima.

I tempi di smaltimento dell’alcol sono indicati da ACI nell’articolo che allego. Al momento non ho trovato una fonte migliore ma la ritengo abbastanza affidabile in quanto l’ubriachezza rientra nel campo di competenze che riguardano lo specifico ambito di intervento dell’associazione in questione. L’ubriachezza, infatti, riguarda la capacità di guida, oltre che la lucidità di giudizio. Leggo nel testo: “Il ritmo di smaltimento del fegato è costante e l’alcool risulta completamente eliminato nell’arco di 7 ore”. (ACI – Sicurezza stradale – Cosa c’è da sapere, paragrafo 1: Effetti oggettivi dell’alcol). Dunque assumiamo il dato delle 7 ore per lo smaltimento completo dell’alcol dall’organismo”.

La ragazza è usciva dalla fortezza con gli altri alle 1:30, alle 4:15 tornava a casa. Il giorno dopo si rivolgeva al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi. Mi pare che il tempo trascorso sia molto importante per poter stabilire se fosse davvero ubriaca oppure no. Se per esempio erano passate almeno 7 ore dall’assunzione l’alcol non sarebbe potuto risultare. Però non viene riportato l’orario delle analisi, ossia l’orario di rilevamento del tasso alcolemico. Quindi non sappiamo se al momento del rilevamente il tasso alcolico avrebbe potuto essere effettivamente rilevabile oppure no. Ma ugualmente il tasso alcolico insufficiente viene usato come elemento per dire che la ragazza non era significativamente ubriaca. Io non sono un avvocato ma ritengo che il dato sia incompleto proprio in riferimento al tipo di uso che si fa del dato. In storiografia il procedimento di analisi che ho attuato si chiamerebbe “critica della fonti”.

Sappiamo che dopo 7 ore l’alcol è completamente smaltito. Sappiamo che la ragazza torna a casa alle 04:15. È riferito nella sentenza che la ragazza è andata a letto senza lavarsi i denti. Quindi la ragazza ha dormito, non è andata subito al pronto soccorso. Poi, sempre nella sentenza, viene riferito che il giorno dopo si è rivolta al Centro Antiviolenza dell’Ospedale di Careggi.

Il giorno dopo. Benissimo. Ma il giorno dopo quando? Si suppone che in quella circostanza le abbiano fatto l’alcolemia. E anche questo non viene esplicitato, quindi io vorrei sapere se l’analisi alcolemica si svolta contestualmente all’accoglimento della ragazza al pronto soccorso oppure in una situazion e un tempo separati. Per fare un esempio se il rilevamento alcolemico è stato effettuato quando la ragazza ha sporto denuncia.

Ma appunto: a che ora l’alcoltest? “Il giorno dopo” alle 5 del mattino, per esempio, potevano rilevarsi ancora tracce di alcol. “Il giorno dopo” verso le 9:00, le 10:00 le tracce si sarebbero indebolite per il naturale processo di smaltimento. E infine nessuna traccia d’alcol sarebbe più stata rilevabile. Perché, ovviamente, il fegato della ragazza l’avrebbe smaltita entro le 7 ore dall’assunzione.

Queste sono le domande che mi pongo come cittadina e come storica che analizza i fatti.

Ilaria Sabbatini

Testo PDF della sentenza: Sentenza-Firenze-fatti-del-26-07-2008

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Le zozzette

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Più certa della morte c’è solo una cosa: l’imbecillità della gente. Io non trovo altra definizione se non di imbecilli per quelli che mettono la nudità – vera o presunta – alla pari di uno stupro. Allora, visto che la situazione è questa, ripartiamo a dire due o tre cosette importanti. Una donna può andare in giro nuda quanto le pare senza che questo dia il diritto a qualcuno di stuprarla. Non c’è relazione di causa-effetto: se uno vede una donna nuda può scegliere se stuprarla oppure no. Al limite, lei, ne pagherà le conseguenze se viene denunciata per atti osceni in luogo pubblico. E nessuno dovrà abusarla. Avete capito bene e lo ripeto: io rivendico il diritto di andarsene in giro mezze nude senza dover essere per forza stuprate. Ovviamente è un ragionamento paradossale, giusto per far capire bene. Tutte noi che siamo passate da molestie più o meno gravi, sappiano che conta meno di zero essere scollacciate o monacali. Ci sarà sempre una scusa per scaricare la responsabilità sulla vittima. Qualcuna è stata molestata in tuta da ginnastica, qualcuna in minigonna. Qualcuna di notte, qualcuna di giorno. Qualcuna da sola, qualcuna in mezzo alla gente. Qualcuna flirtava, qualcuna si faceva i fatti suoi. Qualcuna era ubriaca, qualcuna era sobria.

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Se io fossi un uomo mi offenderei, leggendo i commenti nello screenshot. La costante è che l’uomo è rappresentato come un fallo dotato di gambe e braccia ma privo di volontà e raziocinio. Se si rovesciano al maschile i pregiudizi ginofobici viene fuori cosa pensando questi uomini degli uomini: 1) gli uomini che trovano una ragazza in giro di notte la stuprano, 2) gli uomini che trovano una donna con un vestito audace la stuprano, 3) gli uomini vedono le donne come prostitute pronte per l’uso, 4) gli uomini sono legittimati a stuprare, 5) il deficiente che pensa di fare ironia non manca mai, 6) gli uomini non sono stupratori ma le donne stuprate sono zozzette, 7) gli uomini hanno diritto a stuprare le ragazzine perché tanto a loro piace, 8) gli uomini stuprano le donne per raddrizzarle (è per il loro bene), 9) la colpa è delle femministe. Non starò a perdere ulteriore tempo perché questo screenshot è principalmente un problema di uomini con uomini. Mi aspetto che loro dicano qualcosa.

Ora invece la racconto come l’ho intesa io. Un militare della marina ha stuprato una ragazzina di quindici anni. Avevo poco meno di lei quando ho cominciato a capire che c’era qualcosa di sbagliato nell’educazione che avevo ricevuto. Rappresentante degli studenti, in missione nella grande città, ho incrociato un molestatore nella metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero finita. Lui non è sceso: non ha fatto in tempo. Ed è finita lì, non faccio ipotesi alternative.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Con un guizzo improvviso riesci a sottrarti e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Molte donne non si considerano neppure abusate sebbene lo siano, dice un’amica. Io ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il processo di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo. A volte ci vogliono decenni. Allora pensateci quando educate i figli. Pensateci anche quando parlate dell’educazione sessuale nella scuola. Pensateci bene e pesate ogni singolo pensiero.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta, a maggior ragione se sei poco più di una bambina. Mi suggerisce l’amica: in quel tipo di corpo, cresciuto in fretta, non ero stata educata a gestire i cambiamenti. È vero.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu, ragazzina, cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo, continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. L’espressione è brutale ma la brutalità – pensateci – non viene dal mio linguaggio bensì dalla realtà. Se non sei pronto a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Io non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un maiale adulto che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà. È questo che succede. Ed è così che vedo la questione dell’educazione sessuale nelle scuole.

Anche oggi, anno di grazia 2015 ma non ancora futuro, va ribadito che chi denuncia è coraggioso. Tanto più una ragazzina 15enne. Come molti, credevo che il futuro avrebbe portato miglioramento. Ma che miglioramento é se la crescita del ruolo femminile continua a coesistere con i cascami di una società vincolata a un passato misogino e ginofobico? Ogni volta ritorna, ogni volta è la stessa storia: è l’abbigliamento della vittima, il suo comportamento, l’ubriachezza, la libertà sessuale, le sue abitudini. Mi fa notare un’altra amica: si incolpano i genitori, specialmente la madre, per non aver sorvegliato. Poi le compagne di lei per non aver reagito. Non si mettono mai in discussione gli amici di lui per non essere intervenuti, per non aver denunciato. Al contrario, si tende a comprendere chi protegge o non denuncia i figli, i fratelli, i mariti, i vicini. Perché la ragazza era fuori? Perché aveva bevuto? Perché era vestita in quel modo? La violenza, l’umiliazione, lo schifo, il danno diventano secondari. Dimenticando così l’unica certezza: che un abuso non è mai scusabile. 

Credo che sia coraggioso chi denuncia. Ma credo che sia coraggioso – e onesto – anche chi riesce a parlare della sessualità in modo sereno. Onesto nel senso di pulito. Trovo sporca solo la volontà di negare l’esistenza delle sessualità perché è dalla negazione che nascono le storture, le fobie, la colpevolizzazione, il giudizio. Ora mi ritengo una persona serena senza particolari tabù. E mi piace esserlo. Nessuno mi ha aiutata, non so perché sono diventata così. Fortuna, letture, amici, ambienti… L’unica cosa che so è che sto molto meglio di prima. Ho imparato ad accettare la componente sessuale della mia personalità. Sto bene, finalmente. 

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il maiale della metro per dargli il manrovescio che si meritava con gli interessi maturati negli anni. Ma non metto sotto accusa solo lui: metto sotto accusa il modello educativo che mi ha resa incapace di reagire. Fate come volete, ma ricordatevi delle storie come la mia quando discutete dell’educazione sessuale nelle scuole. A parlare della sessualità ai ragazzi non so cosa succede. Ma a non parlarne, a trattarla come una faccenda impudica, sono certa che rendete i ragazzi e le ragazze vulnerabili. Esattamente come è accaduto a me.

Ilaria Sabbatini

Ps.

Al solito, grazie ai miei contatti Facebook che mi hanno aiutato in questa riflessione.

Gli esercizi zen e il concetto di gravità dello stupro

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Non sono buddista ma ora come ora sarebbe meglio che nella mia mente si spandesse un bel Nam Myoho Renge Kyo piuttosto che le parole che vi si stanno rincorrendo. Quelle parole ruttano e puzzano, spetazzano e rotolano scomposte. Si comportano non tanto come beoni sfatti, ché sono spesso più patetici che pericolosi, ma come violentatori sudici e uomini ipocriti. Cercano di raggiungerne il livello di schifo ma arrancano invano. Perché ci vuole del bello e del buono per arrivare al punto di usare, come motivo d’annullamento di una sentenza per stupro, lo stato di ubriachezza del colpevole. Eppure, a quanto leggo, è esattamente quello che è accaduto. Sarebbe mancata in precedenza, dice il giornale, ogni valutazione globale «in relazione al fatto che le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l’influenza dell’alcol». Annullata la condanna con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Venezia. Orbene, io mi chiedo, per quale recondito motivo non si potrebbe far valere la stessa osservazione nel caso di omicidi e infantici? Magari bisognerebbe consigliare le vittime di far fare la prova del prova palloncino al proprio aguzzino, prima di farsi uccidere o stuprare. Il concetto di “minore gravità” francamente mi sfugge: vuol dire che ammazzi o violenti un po’ di meno se ammazzi o violenti da ubriaco? Bene un’ottima notizia: e io che banalmente pensavo di aver superato il periodo in cui portare i pantaloni con la lampo trasformava uno stupro in stupro consenziente… Ora continuate pure a scandalizzarvi serenamente per le violenze che accadono nei paesi degli altri: tanto qui in Occidente stiamo al sicuro. Consigli per gli acquisti. Ci leggiamo dopo la pubblicità.

Ilaria

Toh la notizia si diffonde, hai visto mai che riesca ad ottenere una qualche rilevanza…