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Il referendum in parole semplici

Il referendum NON riguarda l’abolizione delle estrazioni. Il referendum NON riguarda la chiusura di piattaforme. Il referendum NON riguarda nuove concessioni.

Il referendum RIGUARDA l’abrogazione dell’articolo 1, comma 239, della legge 28 dicembre 2015, n. 208. Questo passaggio va a correggere l’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Il comma della legge 2015 recita:
Il divieto é altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia’ rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento.

Il testo adattato per un lettore comune più o meno suona così:

Ai fini di tutela dell’ambiente, all’interno delle aree marine protette sono vietate le attività di ricerca, di prospezione e di produzione di idrocarburi liquidi (ad es. petrolio) e gassosi (ad es. metano) in mare. Il divieto vale anche nelle zone di mare entro dodici miglia dalle linee di costa. Le concessioni già rilasciate sono escluse dal divieto fino a esaurimento del giacimento.

Quello che cambia è che non si parla più di rinnovo alla scadenza delle concessioni ma di assicurare le concessioni per tutta la durata del giacimento fino al suo esaurimento. Ecco qual è l’oggetto del contendere. Al solito: votate come vi pare ma sappiate che vi stanno chiedendo questo: volete abolire il passaggio in cui si dice che le concessioni alle attività estrattive sono escluse dal divieto fino a esaurimento del giacimento? 

Allego un prospetto chiarissimo: da un lato c’è il testo precedente e dall’altro c’è il testo del 2015. Si noterà che il nodo consiste in questa frase: per la durata di vita utile del giacimento.

 

Testo previgente Testo in vigore dal 1° gennaio 2016
17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. 17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9.
Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette.
fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale.
Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale.

 

Cinici idealisti e affettuosi burocrati – Qual è la natura del problema dell’Europa

Dallo schieramento non si scappa: ci sono i “coglioni idealisti” e i “cinici burocrati”. Stop. Allora io rivendico il diritto per tutti di essere “cinici idealisti” e “coglioni burocratici”. Magari, chessò, “spietati moderati” e “burocratici idealisti”, “ragionevoli cinici” e “idealisti spietati”, “affettuosi burocrati” e “idealisti pragmatici”. Non so: almeno fate delle combinazioni nuove…

In questo momento la cosa che mi stupisce di più è che dopo un pronunciamento di cui – ci piaccia o no – bisogna prendere atto si continui a ragionare come se fosse prima, come se fosse ancora aperta la campagna referendaria. Questa incapacità di prendere atto di un dato reale mi sembra grottesca. Le ripicche a posteriori poi, quelle rispostucce stizzite che proliferano in queste ore, sono fini a sé stesse e sono un brutto segnale che parla soprattutto di chi le alimenta. Attenzione, leggete bene: non ho affatto detto che sostengo il SI o il NO. Il fatto è che ora non ha più senso sostenere il SI o il NO. Molto banalmente da ora in poi bisognerà dire: SOSTENEVO il si, SOSTENEVO il no. La scelta è fatta e con quella si va avanti. Sembra che si chiami principio di realtà.

Oltre a tutto questo, aggiungo che non è solo questione di merito ma anche di epistemologia. L’epistemologia indaga la struttura logica e la metodologia delle scienze. In altre parole si occupa delle condizioni e dei metodi per raggiungere la conoscenza scientifica. Piccola nota di metodo: c’è una differenza sostanziale tra le scienze dure e le scienze umanistiche. Ora però io non ho ancora capito da che parte stanno le scienze economiche.

Le scienze economiche sono scienze dure o scienze umanistiche? Bisognerà pur domandarselo, perché credo che mai come in questa situazione sia sbagliato separare il fattore economico dal fattore simbolico. Da questa valutazione sorge poi una seconda domanda  di non poco conto: di che natura è il problema che l’Europa sta affrontando? Di natura puramente economica o anche di natura politica e, dunque, simbolica? A me pare che più o meno tutti stiano continuando a viaggiare su due livelli paralleli senza convergere mai. Eppure andrà fatto, bisognerà trovare un punto di contatto, perché con la risposta a questa domanda cambierà anche il tipo di risposta da dare alla crisi.

Dall’esplosione del caso Grecia, sto cercando di capire gli aspetti specifici della faccenda. Quelli duri, numerici e, si suppone, più ostici per noi “poveri” umanisti. Il fatto è che, alla fine, anche l’economia è una disciplina umanistica e come tale condivide i limiti della branca disciplinare. L’economia è una scienza umana, senza alcun dubbio. L’economia è una scienza statistica. Qualcuno sostiene che sia una semeiotica [n.d.r.: la semeiotica studia i sintomi e i segni della malattia]. Fino a poco tempo fa pensavo che fosse una questione di contrapposizione tra le branche disciplinari. Invece no: è una questione di statuto e forse di limiti epistemologici della disciplina.

Insomma pare di capire che l’economia, per quanto abbia a che fare con i numeri, non sia per questo una scienza dura o esatta che dir si voglia. Ma se questo è vero allora non si capisce lo scontro in atto tra l’approccio umanistico e l’approccio economicistico ai problemi. Non ultima la questione greca. Direi anzi che stiamo assistendo a una contraddizione in essere dal momento che l’economia, che dovrebbe appartenere alla famiglia umanistica, sembra rivendicare uno statuto esclusivo da scienza esatta.

Mettendo da parte il discorso sui presupposti metodologici, che non potendo risolvere in poche righe lascio aperto al punto dove sono arrivata, mi sono poi concentrata sugli aspetti diagnostici. Mi sto applicando molto, i miei sforzi da liceale secchiona sono autentici. Però poi sento narrare, in una sorta di mitologia rovesciata, le storie dei monatti sull’Acropoli che vanno casa per casa a raccogliere i cadaveri e allora mi sorgono delle perplessità.

Più precisamente la mia perplessità ha due ragioni, anzi tre. Primo: questo tipo di rappresentazione, a prescindere dalla sua attendibilità, ha comunque conseguenze sulla realtà. Essa influenza le percezioni, dunque influenza i comportamenti come si evince dal seguente titolo: Grecia, il referendum spaventa i turisti: 50mila cancellazioni al giorno.  Secondo: leggendo delle cancellazioni appena citate ci si pone istintivamente il problema se la notizia sia vera o no. Ciò accade perché bastano alcuni articoli che forzano la mano per indurre nel lettore, e nel cittadino, un dubbio radicale sul rapporto fiduciario con la stampa. Terzo: il dubbio radicale sulla stampa, inevitabilmente, si diffonde da un ambito ristretto come questo a una considerazione più generale dell’informazione alimentando così quella parascienza e quella parapolitica in cui è possibile tutto e il contrario di tutto, dalle scie chimiche alla stamina.

Attenzione, la mia non è una reazione emozionale. Sono tornata da poco da Atene e non c’erano monatti, ve lo posso assicurare (ne ho scritto qui). Poi ho visto le fotografie fresche di giornata dell’Acropoli con il solito via vai di gente. E rinuncio a usare quello che mi raccontano i greci perché… non si sa mai dai “levantini” cosa ci si può aspettare. Già levantino, cioè orientale quindi scaltro, spregiudicato, truffaldino: ed eccoci di nuovo tornati, come se nulla fosse, al determinismo etnico. Provo un imbarazzo triste anche di fronte al giochetto giornalistico del ministro sex symbol. Parlando d’ironia, sono molto più credibili le discussioni che faccio con le amiche dal parrucchiere. Capita che si parli delle stesse cose sciocche ma almeno, al suono del campanello della porta, si ritorna a fare il nostro lavoro.

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Il giorno prima del voto, ai greci avevo fatto un augurio e avevo detto più o meno queste cose. Saranno giorni frenetici per voi e per tutti gli europei. Perché la cosa interessa e coinvolge tutti noi cittadini dei paesi comunitari. Dopodomani (cioè oggi lunedì 6 luglio) cambieranno molte cose. Già adesso questa crisi ci costringerà a rivedere il concetto di Europa. Io posso augurarvi solo una cosa: che la vostra scelta sia libera. Qualsiasi sia il risultato del vostro referendum mi auguro che sia la vostra volontà di cittadini ad affermarsi oltre le pressioni, i condizionamenti e le distorsioni. Qualsiasi essa sia. Per quanto possibile ho augurato loro di scegliere in libertà e coscienza.

Ecco, questa è rimasta la mia posizione. Forse è difficile da metabolizzare ma il referendum greco NON è un referendum per l’uscita dall’euro e NON è un referendum per l’uscita dall’Europa. Forse è ancora più difficile da accettare ma le questioni politiche che riguardano gli assetti degli stati non sono e non possono essere puramente economiche. Sono anche squisitamente simboliche. Perché è la politica stessa ad essere simbolo. E in una misura che non so definire, lo è anche l’economia.

La mia parte emozionale si limita a questo: a veder discutere della Grecia e dell’Europa come fosse una pura faccenda di bottega, è come se mi dicessero che tutto quello in cui ho creduto è falso. Di più:  è come se mi dicessero che tutto quello che mi è stato insegnato è falso. Per me l’Europa era serie di macchie arancioni, verdi e blu su una carta politica dell’atlante geografico. Ma mi è stato insegnato fin dalle scuole infantili che c’era dietro qualcosa di importante, qualcosa di nobile. Mi è stato spiegato che le frontiere non devono esistere, che le culture si possono mescolare, che ci dobbiamo pensare come comunità. E tutt’oggi, come molti cittadini europei, mi chiedo perché ci è stato fatto credere questo. In fondo bastava lasciarci la fede in quelle comode e semplici macchie.

Ilaria Sabbatini

Ps.

Senza la pretesa di detenere una qualche verità, aggiungo il link di qualcosa che per me è giornalismo: Die Probleme der Griechen sind auch die unseren. È in tedesco, ma per il momento ci si può far bastare il traduttore: I problemi della Grecia sono anche nostri

Altro articolo che vale la pena perfino col traduttore: Habermas: Warum Merkels Griechenland-Politik ein Fehler ist

La crisi greca?

Intro: Ero in Grecia quando tutti aspettavano l’esito delle trattative per il rimborso all’FMI. Molti mi hanno chiesto cosa volevo dimostrare con questo pezzo. La risposta è semplice: niente di particolare in realtà. È iniziato tutto perché degli amici, sapendo del mio fresco viaggio, mi hanno chiesto di raccontare. È proseguito perché altri amici mi hanno proposto di pubblicare. In realtà non ho conclusioni da trarre se non una: l’idea che mi ero fatta sulla base della rassegna italiana stampa è stata completamente smentita.

La crisi greca? (parte 1)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 129

Grexit

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.
Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socioculturale
 ed economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti, non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui [***]

Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto. Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei”.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non 
è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E 
mi è rimasta solo la voglia di tornare.
 La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Però puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori
 e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti (segue).

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La crisi greca? (parte 2)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 130

parte2Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

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[***]

 

Galleria Fotografica

Vigilia del referendum greco

Ci siamo quasi. Saranno giorni frenetici per i greci e per tutti gli europei. Già, perché la cosa interessa e coinvolge tutti noi cittadini dei paesi comunitari. Dopodomani cambieranno molte cose. Già adesso questa crisi costringerà a rivedere il concetto di Europa. Io posso augurare solo una cosa: che la vostra scelta sia libera. Qualsiasi sia il risultato del vostro referendum mi auguro che sia la vostra volontà di cittadini ad affermarsi oltre le pressioni, i condizionamenti e le distorsioni. Qualsiasi essa sia. Per quanto possibile scegliete in libertà e coscienza.

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