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La crisi greca?

Intro: Ero in Grecia quando tutti aspettavano l’esito delle trattative per il rimborso all’FMI. Molti mi hanno chiesto cosa volevo dimostrare con questo pezzo. La risposta è semplice: niente di particolare in realtà. È iniziato tutto perché degli amici, sapendo del mio fresco viaggio, mi hanno chiesto di raccontare. È proseguito perché altri amici mi hanno proposto di pubblicare. In realtà non ho conclusioni da trarre se non una: l’idea che mi ero fatta sulla base della rassegna italiana stampa è stata completamente smentita.

La crisi greca? (parte 1)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 129

Grexit

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.
Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socioculturale
 ed economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti, non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui [***]

Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto. Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei”.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non 
è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E 
mi è rimasta solo la voglia di tornare.
 La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Però puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori
 e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti (segue).

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La crisi greca? (parte 2)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 130

parte2Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

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[***]

 

Galleria Fotografica

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Grexit e zombies

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.

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Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socio-economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui. Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto.

Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei“.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E mi è rimasta solo la voglia di tornare.

La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Ma puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti.

Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

museoAcropoli

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

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Atene vista dalle colline