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Molestie. Non è difficile capire.

Avete ragione a voler rimandare le discussioni sulle molestie ai tribunali ma anche no. La battaglia è solo in parte legale e portare tutto sul piano legale è una logica fallace e dannosa.

Con questo voglio dire che l’aspetto legale non conta? No, assolutamente no. Ma il punto è che non si vuole mandare in galera qualcuno se fa la mano morta, se dice cose volgari, se si struscia o se palpa contro la volontà dell’interessata. Un processo è un costo che non tutti si possono permettere, può provocare un danno di immagine anche al denunciante e poi ci sono le proporzioni che in tanti invocano: un abuso si denuncia,  un fischio per strada no, una palpata dipende.

Eh sì, dipende: il famoso significato del contesto che si dimentica così facilmente. Se chi si struscia o palpa è il superiore in un contesto lavorativo, possiamo omettere di parlare del potere in termini contrattuali che esercita sulla sottoposta? 

Badate bene, il punto è proprio questo. Preso atto del fatto che non tutti gli atti di molestie sono denunciabili, l’alternativa che si sta profilando è di stare zitte. Se un processo è esagerato e parlarne pubblicamente non va bene − perché si deve andare a processo − si crea un circolo vizioso senza via d’uscita. Tutte le volte si ricomincia daccapo: se una sta zitta è complice, se parla è una rovinafamiglie, se va a processo è un comportamento sproporzionato.

Quindi? Si deve continuare a sussurrare nei corridoi nell’indifferenza generale? Si deve rispettare il segreto che tutti sanno e nessuno dice? Si deve mantenere un modello di relazioni malato? Si deve tacere per salvaguardare le forme?

Non è mica così difficile capire: l’unico risultato che si vuole ottenere è di non essere più strusciate, palpate, baciate, approcciate contro la propria volontà. 

Quanto ai ricatti sessuali invece il discorso è diverso: se pensate che si debbano tollerare in silenzio abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza luoghi comuni moralisti e passatisti (“eh, tanto si sa che va così”). No, non sto parlando di chi si offre per avere dei vantaggi. Siamo tutti d’accordo che quello è un comportamento scorretto. Sto parlando di chi si trova in una posizione di inferiorità senza alternative reali tra il concedersi e l’accettare un danno. La reale possibilità di scegliere è quella tra dire si e dire no, non tra dire si e subire una ritorsione. La virtù è propria dei santi e la legge chiama ricatto il ricatto, mettendo sotto accusa il ricattatore, non il ricattato.

Questa è una battaglia culturale, è evidente che la posta in gioco non è un episodio specifico. Sul singolo stupro vuoi che non siano tutti d’accordo? Vuoi che, anche solo per senso dell’opportunità, non lo condannino tutti? Ma qui il discorso è diverso: c’è in ballo un intero modo di sentire e di vedere che tocca profondamente le nostre vite e le nostre relazioni. Non quelle degli altri, le nostre.

Riassumendo. Se non denunciano, devono denunciare. Se denunciano, è troppo tardi. Se non fanno i nomi, sono vigliacche. Se fanno i nomi, rovinano la gente. A volto coperto, è troppo facile. A volto scoperto, cercano visibilità. Se si rivolgono ai giornali, devono denunciare al tribunale. Se si rivolgono al tribunale, è uno scandaletto hot. Se perdono le cause sono loro bugiarde. Se vincono le cause, sono i giudici bacchettoni. Se vanno allo studio, ah che ingenue. Se ricevono a casa propria, non sono serie. Se rispondono a Messenger, stanno flirtando. Se rifiutano, prima li hanno stuzzicati. Liberi di pensarlo, però è singolare che chi scrive queste cose poi gridi al moralismo altrui.

Riguardo allo “scandaletto hot”, non è un riferimento causale. È in relazione al fatto che si tende a pensare la situazione italiana come clone di quella americana. Invece non è così: è da molto tempo che si parla della scorrettezza di certi comportamenti. Come si fa a dire che la questione è esplosa soltanto ora? Alcuni casi gravi sono arrivati al dibattimento legale, che è cosa diversa dal dibattito pubblico. Questi casi non riguardavano solo il mondo dello spettacolo. Eppure le denunce, e perfino i pronunciamenti del tribunale, venivano liquidati dai media come scandaletti di poca rilevanza, sottovalutando la difficoltà di far emergere un vissuto sommerso e a quanto pare diffuso.

Pochi si ricordano, ad esempio, del processo Capizzano e ne è nata l’impressione che lo scandalo sulle molestie e gli abusi, in Italia, sia scoppiato solo ora sull’onda americana. Il caso citato riguardava un ex-docente universitario condannato in via definitiva nel 2014 per abusi sessuali ai danni di sette studenti. I fatti contestati erano avvenuti 16 anni fa. Io sono tra quelli che non se lo ricordava affatto.

Quando sono andata a documentarmi, ho notato che quasi tutti i giornali titolavano: “video hard”, “professore hot”, “docente a luci rosse”, quasi mai era usata la parola “abusi”, facendo così leva su un fraintendimento grottesco come se si trattasse di un giochino erotico. Ma questo è solo un esempio: basta cercarli e i casi si trovano tranquillamente. La realtà è  che comportamenti scorretti vengono denunciati* da tempo.

Non è che non ci sono mai state denunce − sia sociali che legali − è solo che non le avevamo mai prese sul serio.

 

L’immagine non vuole essere una battuta ma solo portarel’esempio di come si cerchi di buttare in caciara qualsiasi discorso razionale sull’argomento.

* Per denunciati intendo entrambe le accezioni della parola: portati allo scoperto e, quando è stato opportuno,  riferiti alle autorità competenti.

In carcere il professore a luci rosse

Se cerchi la notorietà e poi fai l’intervista a volto coperto, non hai la notorietà intervista a Neri Parenti

Se il consenso è viziato manca la libertà di autodeterminazione intervista a Giulia Bongiorno

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Se è un uomo a tacere

Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.  “Queste sono le parole usate da Harry Dreyfuss per parlare delle molestie sessuali che ha subito all’età di 18 anni. Sono passati 9 anni e solo adesso, a 27 anni, ha deciso di parlare. In Italia, di Harry Dreyfuss si è discusso assai meno che delle attrici protagoniste delle denunce.  È passata in secondo piano la storia di questo giovane uomo molestato come molte donne, in silenzio come molte donne, non reattivo come molte donne, spaventato come molte donne. Harry Dreyfuss è figlio di un padre famoso, è ricco e potente. E nonostante questo non è stato in grado di reagire e non ha denunciato: ha aspettato 9 lunghi anni. L’unica differenza è che lui è un uomo e loro sono donne. Le molestie sessuali denunciate da uomo suscitano le stesse reazioni incredule, sarcastiche e sprezzanti delle molestie denunciate da una donna? Provate a pensarci.

Il pezzo originale è comparso Buzzfeed news ed è stato tradotto in italiano da Laura Scalabrini.


Harry Dreyfuss: Quando avevo 18 anni, Kevin Spacey mi molestò

Il 29 ottobre BuzzFeed News ha pubblicato la storia dell’attore Anthony Rapp, il quale sosteneva che, nel 1986, all’età di 14 anni, era stato oggetto di avances sessuali da parte del protagonista di House of Cards. Da allora, molti altri uomini hanno lanciato contro Spacey accuse che vanno dalle molestie sul luogo di lavoro al tentativo di stupro. In questo racconto, l’attore Harry Dreyfuss, figlio del premio Oscar Richard Dreyfuss, illustra la sua esperienza con Spacey. BuzzFeed News ha verificato presso cinque persone (tra le quali il padre e il fratello Ben) che Dreyfuss avesse già narrato loro questa vicenda; il padre ha confermato di essere presente nel corso della serata in questione.  Mercoledì, l’addetto stampa di Spacey ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale l’attore sta cercando non meglio specificate “valutazioni e terapie”. Bryan Freedman, un rappresentante legale di Spacey, alla richiesta di commentare il racconto di Dreyfuss, ha affermato: “Sia chiaro: il signor Spacey nega categoricamente le accuse rivoltegli”.

Quando avevo diciott’anni all’ultimo anno di liceo, Kevin Spacey mi molestò.

Era il 2008 e all’epoca Kevin dirigeva mio padre, Richard Dreyfuss, nello spettacolo teatrale Complicit, in scena all’Old Vic di Londra.  Ero andato a trovarlo in occasione delle vacanze di Natale. Tutto accadde una sera; eravamo tutti e tre a casa di Kevin per provare la parte di mio padre, che non si accorse di nulla, e io per molti anni non gli raccontai niente. Anzi, nel corso dei successivi nove anni ero solito raccontare la storia alle feste, a mo’ di barzelletta, per fare quattro risate.

Avevo fatta mia l’acuta frase di Carrie Fisher che recita: “Se la mia vita non fosse divertente, sarebbe semplicemente vera, cosa che trovo inaccettabile”. Raccontare la vicenda come se fosse un simpatico aneddoto mi permetteva di gestirla senza farmene condizionare. Facevo questo ragionamento: poiché riuscivo a riderci sopra, sicuramente non ero una vittima. In quanto giovane narratore proveniente da una famiglia dedita a cogliere il lato divertente dell’assurdo, questo era il modo con cui avevo deciso di esorcizzare l’evento.

Questa tecnica, tuttavia, si rivelò fallimentare una volta che, arrivato all’università, iniziai a raccontare la storia alle persone della scena teatrale newyorchese. Spesso reagivano dicendo “Conosco un ragazzo al quale è capitata la stessa cosa”. Spesso le vittime di molte di queste storie erano ragazzi. Queste ammissioni divennero così comuni che iniziai a inserire una pausa nel mio racconto, in modo tale che la gente potesse annuire affermando “Oh sì, l’ho già sentito raccontare”. Tutte queste reazioni mi fecero capire che nella mia storia non c’era alcunché di divertente. Non era una barzelletta. Negli scorsi giorni, dieci persone, tra cui l’attore Anthony Rapp, hanno presentato le loro accuse,  dalle quali emerge uno schema preciso: Kevin Spacey è un predatore sessuale. Ma prima non avrei mai pensato di poterne parlarne con serietà.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’entità dell’abuso sessuale, ritenevo che il mio fosse un evento trascurabile. Solo quest’anno, dopo che così tante persone hanno raccontato con coraggio le loro esperienze, e la richiesta di un mondo migliore ha ottenuto un consenso così ampio, ho compreso il valore della mia vicenda. Adesso capisco che nessun abuso sessuale è un evento trascurabile. E se raccontare questa storia incoraggerà anche altri a parlare, allora vale la pena raccontarla. Non riesco inoltre a tollerare che Kevin, nel suo messaggio di scuse, abbia cercato di distogliere l’attenzione dal problema reale facendo coming out, vanificando così tutto il lavoro fatto dalla comunità LGBT per eliminare l’associazione tra pedofilia e omosessualità. Il fatto che Kevin sia gay non è importante. Quello che importa è che non dimostra alcun rispetto per il consenso. In tanti mi  hanno avvertito che la mia dichiarazione potrebbe compromettere la mia carriera perché sembrerà che io stia “saltando sul carrozzone”. Ma se saltare sul carrozzone contribuirà a stanare un predatore sessuale, per me non c’è problema.

I particolari

Prima che tutto accadesse, ricordo che ero entusiasta di conoscere Kevin, e d’altro canto temevo che lo avrei trovato come tanti dei personaggi che è solito interpretare: uno stronzo freddo e calcolatore. Invece, quando lo incontrai per la prima volta, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Mi vide e i suoi occhi si illuminarono. Mi rivolse un sorrise caloroso e, anziché stringermi la mano, mi abbracciò. Fu così che io, alla perenne ricerca di figure paterne, rimasi immediatamente affascinato. Ricordo che tutto quello che riuscivo a pensare era: “Che persona piacevole”.

Poi le prove iniziarono. Non avevo capito che il palcoscenico era tracciato sul pavimento da un cerchio di nastro adesivo (all’interno del quale, appunto, si svolgeva lo spettacolo) e che la sedia che occupavo era proprio all’interno del cerchio, per cui io ero sul palcoscenico. Passati cinque minuti, con mio grande imbarazzo, qualcuno lo fece notare.  Kevin mi raggiunse; io, sudando e arrossendo, chiesi scusa e iniziai ad alzarmi. Kevin mi disse di stare seduto e gentilmente, davvero gentilmente, passò dietro la mia sedia e ne afferrò lo schienale. Poi sollevò la sedia con me sopra e mi spostò. Ancora una volta pensai: “Che persona piacevole”.

Pochi giorni dopo mio padre doveva incontrare Kevin a casa sua per provare la sua parte. Andai insieme a lui, contento di poter passare un po’ di tempo con la mia nuova, e più famosa, figura maschile di riferimento.

Eravamo nella cucina di Kevin quando mio papà si assentò un attimo per andare in bagno. Io e Kevin stavamo osservando le luci di Londra dalla finestra; a un certo punto mi venne accanto e mi chiese come fossero andate le vacanze di Natale. Molto male, risposi, perché ero troppo timido. Avevo 18 anni, mi ero fatto forza ed ero uscito dall’hotel per andare a ubriacarmi legalmente per la prima volta in vita mia, ma non avevo avuto il coraggio di parlare con nessuno, per cui avevo bevuto qualche bicchiere ed ero subito tornato in hotel a guardare Tropic Thunder per la quarta volta. Terminato il mio racconto, Kevin fece scivolare la sua mano nella mia. Intrecciò le sue dita alle mie, mi guardò dritto negli occhi e mi disse affettuosamente: “Non essere timido”. E poi: “Vedrai, passerà”. Ero sbalordito.

Che persona piacevole.

Poi tutti e tre passammo in salotto per leggere il copione. Mio papà prese posto su una poltrona, mentre io e Kevin sedemmo sul divano. Kevin era molto vicino a me, ma non ci feci particolarmente caso perché mi consegnò il copione e mi chiese di leggere con mio padre; io avrei interpretato la parte della moglie. L’unica cosa a cui pensavo, in quel momento, era quanto fosse straordinario poter recitare di fronte a uno dei miei idoli.

Dopo qualche minuto mi mise una mano sulla coscia.  A un certo punto, anche se a scoppio ritardato, cominciai a insospettirmi. Mi ci volle tempo, perché non avrei mai e poi mai pensato che io potessi interessare a Kevin. Era un adulto, era un mio idolo, era il capo di mio padre: nessuna di queste categorie di persone suscitava in me pulsioni di natura sessuale. E poi pensavo: sicuramente non ci proverà con me proprio di fronte a papà. Ma la sua mano rimase lì dov’era. Così, dopo un po’, escogitai quella che ritenevo fosse una geniale tattica difensiva: mi alzai in piedi, raggiunsi l’estremità opposta del divano e sedetti nuovamente. Tattica perfetta, mi sembrava. E invece no: come se niente fosse, anche Kevin si alzò e mi seguì. Ancora una volta sedette accanto a me e subito mi mise la mano sulla coscia.

Mio papà non vide niente di tutto ciò, e non vide neanche quanto accadde in seguito, perché era profondamente concentrato sul copione. (Richard Dreyfuss ha confermato a BuzzFeed News di non aver assistito all’accaduto e di non aver saputo alcunché se non quando Harry glielo rivelò diversi anni dopo).

Facevo fatica a elaborare tutto quanto stava accadendo: io e mio padre stavamo fingendo di essere marito e moglie in uno spettacolo teatrale e intanto Kevin Spacey stava cercando di sedurmi, mentre nella vita reale io ero un etero vergine e anche un po’ sfigato che voleva solo diventare un attore famoso.

Così mi alzai in piedi ancora una volta e tornai al mio posto originario sul divano, dando così a Kevin un’altra opportunità di capire come la pensavo sulla cosa. E alzai un’ulteriore barriera protettiva: dopo essermi seduto, poggiai le mani sulle cosce, con il palmo rivolto verso il basso, rivendicando quel territorio esclusivamente per me stesso.

Ancora una volta Kevin mi seguì, sedette accanto a me e, con notevoli sforzi, fece scivolare la sua mano tra la mia mano destra e la mia gamba destra. Riuscì nel suo intento. A quel punto non avrei potuto far altro che avvertire mio padre di quanto stava succedendo. Ma non volevo che nascessero litigi. Non volevo compromettere lo spettacolo teatrale. Quel lavoro era davvero importante per mio padre, e Kevin era il suo capo. Inoltre pensavo: “Dopotutto non è che Kevin stia facendo qualcosa di sbagliato…”

E invece lo fece. Nel giro di circa venti secondi, centimetro dopo centimetro, la mano di Kevin raggiunse il mio inguine. Non capivo più niente. Improvvisamente, aveva completato il tragitto. Ero letteralmente in mano sua. Smisi di leggere il copione e spalancai gli occhi. Sollevai la testa e lo guardai negli occhi, scuotendo leggermente la testa, nel modo più discreto possibile. Stavo cercando di mandargli un segnale di avvertimento senza però allarmare papà, che aveva ancora gli occhi incollati alla pagina. Pensavo di proteggere tutti. Stavo proteggendo la carriera di mio padre. Stavo proteggendo Kevin, che mio padre sicuramente avrebbe cercato di picchiare. Stavo proteggendo me stesso, perché pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di lavorare con quest’uomo. Kevin non mostrò alcuna reazione e continuò a tenere la mano dove si trovava. Tornai con lo sguardo sul copione e continuai a leggere.

Non so per quanto tempo rimanemmo seduti in quel modo. Forse furono venti secondi, ma avrebbero potuto essere anche cinque minuti. È la parte della storia che fatico di più a ricordare. Quello che ricordo bene è che, a parte aver ampiamente dimostrato di essere un ragazzo timido e un grandissimo ammiratore di Kevin Spacey, non avevo mai e poi mai lasciato intendere di voler stare con lui in quel modo.

Non riesco a ricordare come si concluse la serata. Non ricordo di essermene andato. Sono certo che tutto sembrava assolutamente normale. Probabilmente ci abbracciammo e ci sorridemmo al momento dei saluti. Ma all’epoca non raccontai nulla a papà. Tornai in hotel e probabilmente vidi di nuovo Tropic Thunder, ma ovviamente non riuscivo a smettere di pensare all’accaduto.

Farsi sentire

Adesso, avendo avuto nove anni per elaborarlo, mi è finalmente chiaro quanto sbagliato sia stato il comportamento di Kevin. Non per come mi ha fatto sentire. Anche in questo caso, il fatto di essere maschio e grosso modo della stessa taglia di Kevin significa che non mi sentii mai in pericolo dal punto di vista fisico. Mio padre era nella stessa stanza e avrei potuto avvertirlo in qualsiasi momento. Non mi sentii traumatizzato, e invece convertii l’esperienza in una storiella divertente. Kevin Spacey ci ha provato con me! È un personaggio famoso! Che ridere!

È proprio questo meccanismo di pensiero che va sovvertito totalmente. Ho fatto un sacco di ginnastica mentale per razionalizzare la mia esperienza. Negli ultimi nove anni, ogni qualvolta raccontavo questa storia a persone che si rifiutavano di ridere (insistendo sul fatto che avevo vissuto qualcosa di profondamente sbagliato), mi ritrovavo a sdrammatizzare in modo che potessero cogliere il lato divertente della cosa. Volevo soprattutto scoraggiarli dal pensare che quello che mi era successo fosse qualcosa di cui sentivo il bisogno di parlare pubblicamente. Ecco come arrivai finalmente a raccontare la vicenda a mio padre, quando ero all’università, quattro o cinque anni dopo gli avvenimenti. Papà era furibondo, e io trascorsi la serata assicurandolo che non si trattava di niente di importante, e che sarei stato mortificato se avesse deciso di fare qualcosa al riguardo.

Oggi il numero di accuse contro Harvey Weinstein continua a crescere, così come il numero di donne che conosco che pubblicano le loro storie di abusi sessuali in occasione della campagna #MeToo; grazie a questo sono riuscito a capire quanto sia importante far sentire la mia voce insieme a quella persone che stanno chiedendo un mondo migliore. Un mondo nel quale agli uomini potenti non sia più consentito di sentirsi sicuri di fare quanto è stato fatto a me o peggio ancora. A posteriori, ciò che mi disgusta di Kevin è quanto si sentisse padrone della situazione. Sapeva che avrebbe potuto toccarmi in presenza di mio padre, sapeva che io non avrei aperto bocca. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di reagire. Infatti non reagii.

Quindi, a tutte le persone che hanno già parlato di Kevin, Harvey Weinstein, Bill Cosby, Bill O’ Reilly, Roger Ailes e a tutte le donne che mi hanno aperto gli occhi su quanto questo problema sia pervasivo: non riuscirò mai a ringraziarvi abbastanza. Mi avete aiutato a capire che ciò che una volta veniva considerato normale non merita in alcun caso di essere considerato tale, e che le cose che tutti avremmo potuto denunciare prima stavano accadendo proprio sotto ai nostri occhi. Nello sminuire la mia esperienza per così tanto tempo, ho involontariamente contribuito a sminuirla per tutti. Ma adesso basta. Questa non è mai stata una storia divertente. Anziché come battuta di spirito, spero che la mia storia possa servire come fonte di ispirazione per quanti, fino a oggi, hanno ritenuto di non poter o di non dover parlare.

Contro la banalizzazione delle molestie sul lavoro

In questi giorni si legge spesso che “la scelta è tra la dignità e la carriera”, e ovviamente si elogia chi sceglie la dignità. Per la precisione si elogiano le donne che scelgono la dignità, lasciando sottaciuto che questo implica una perdita lavorativa.

Il discorso poi non è così semplice. Viviamo in una società che ci ha abituati a pensare il lavoro come dimostrazione del nostro valore. Se uno non lavora non è solo un problema economico ma anche un fallimento sociale. Non è solo questione di come sopravvivere ma di scomparire di fronte alla società. In altre parole se su un piatto della bilancia c’è la propria dignità, sull’altro piatto non c’è semplicemente la carriera ma la stessa esistenza sociale. Non a caso si cita il lavoro meno prestigioso come soluzione ai ricatti sessuali, invece dell’abolizione dei ricatti.

Dunque, se vogliamo fare un discorso serio sulle molestie sul lavoro, dobbiamo anzitutto uscire dalla logica scandalistica e dalla caccia alle streghe. In secondo luogo dobbiamo prendere coscienza di cosa significa il lavoro nel suo complesso, non semplicemente come fatto economico ma come elemento di partecipazione sociale. È di questo che stiamo parlando non di “povere ma oneste”. 

Metto il link della discussione sotto il post perché è davvero interessante

 

#quellavoltache: non può succedere a me

Ero minorenne e nella grande città ho incrociato un molestatore sulla metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero. Lui non è sceso, non ha fatto in tempo, ed è finita lì.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Riesci a sottrarti con un guizzo e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il percorso di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta. In quel tipo di corpo cresciuto in fretta non ero stata abituata a gestire i cambiamenti.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. Se non sei pronta a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un uomo che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà.

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il tizio della metro per dargli lo schiaffo che si meritava. Ma non solo a lui, anche al modello educativo che mi ha resa incapace di reagire.

 

Questo post racconta una storia realmente accaduta e fa parte della narrazione collettiva #quellavoltache. Racconta la tua storia con hashtag #quellavoltache. Raccontala come credi sul blog, su Facebook, con una nota pubblica, su Twitter, su Instagram, con una storia o in modo anonimo. Vediamo che succede.

Colonia: storie, linguaggi e bilanci di genere

di Ilaria Sabbatini

Una premessa  

Oggi è il 6 marzo 2016. Tra poco sarà la festa della donna e sono passati due mesi da quando si è diffusa la notizia delle molestie di massa subite da una grande quantità di donne durante il capodanno di Colonia.  Finora avevo omesso di parlarne se non con pochissime persone ma da ieri è cambiato qualcosa. Sono stata invitata dalla Città delle donne di Lucca a parlare di quello che era successo insieme a Giulia Blasi e Daniela Grossi.

Il mio intervento si è articolato in due parti: nella prima ho analizzato un caso di trasformazione di una immagine fino al suo totale rovesciamento in un messaggio di segno totalmente contrario; nella seconda ho riportato i dati che avevo raccolto accennando a qualche analisi. Non è necessario che le leggiate entrambi: la prima è propedeutica alla seconda nel senso che rappresenta un fenomeno simile dal punto di vista del rovesciamento semantico di un messaggio. La seconda parte è mirata agli eventi accaduti a Colonia, nel capodanno 2015-2016. Scegliete voi quello che più vi piace.

 

Prima parte: storia di un’immagine

Sono partita dal lavoro di Rosea Lake, una ragazza di Vancouver studentessa di fotografia che ha ideato un’immagine estremamente potente in relazione ai pregiudizi che si sviluppano contro le donne a seconda del loto abbigliamento. Il lavoro di Rosea Lake si intitola Judgment, è del 2013 ed è di un impatto visivo fortissimo il che l’ha reso in breve tempo un fenomeno virale.

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Rosea Lake, Judgments, 2013

La cosa interessante di questo approccio è che va in due direzioni: se la gonna troppo corta decreta giudizi che vanno da “seduttiva” a “puttana”, da ginocchio in giù si da “vecchio stile”, a “puritana” fino a “carampana”. Rosea Lake non insiste sul solo diritto di portare la gonna corta ma anche su quello di portarla lunga a proprio piacimento senza per questo essere infilate di forza in categorie di giudizio morale. La fotografa di Vancouver spiega che questo progetto le ha fatto prendere in considerazione i suoi stessi preconcetti riguardo alle donne. Dava per scontato, dice, che tutte le donne che indossavano l’hijab fossero oppresse, giudicava negativamente le donne che non esprimevano la propria sessualità in un modo che lei ritenevo adeguato e conclude dicendo che adesso le piace di essere più aperta.

Il progetto di Rosea Lake ha avuto una diffusione vastissima tanto che nel 2014 la medesima idea è stata ripresa dalla scuola pubblicitaria Miami Ad School Europe, con sede ad Amburgo. Si tratta di una simulazione di campagna attribuita solo in via progettuale alla associazione svizzera Terre de Femmes con sede ad Amburgo. Come si può vedere qui sotto, l’intero progetto rimane assolutamente rispettoso dell’idea originale nell’impostazione delle immagini e nel contenuto salvo modificare leggermene le didascalie. Inoltre il nuovo progetto sviluppava l’idea ampliando il concetto dalla lunghezza della gonna all’altezza dei tacchi e alla profondità della scollatura.

Questa campagna simulata ha continuato sull’onda del successo online e in brevissimo tempo si è diffusa fino al punto da porre l’associazione Terre de Femmes di fronte alla necessità di prendere una posizione. Infatti la campagna non era stata commissionata dall’associazione ma risultava in piena consonanza con i suoi fini e le sue politiche. Così Terre de Femmes ha deciso di sostenere la campagna a posteriori facendo un comunicato in cui chiariva di non essere coinvolta nella sua creazione e nella sua pubblicazione ma riconoscendo che si tratta di una campagna ben fatta e condivisibile.

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Gioia! Online 3 ottobre 2014

Un’altra declinazione dell’idea iniziale di Rosea Lake è stata quella della rivista Gioia che ha ripreso l’immagine e le didascalie per declinarle nella moda contemporanea. Sostanzialmente il messaggio iniziale è ripreso e non pare che sia stata messa in atto alcuna manipolazione del suo contenuto.

Anche Radio 1, Belgio si è cimentata nell’esercizio. In questa foto è applicata all’abbigliamento maschile la stessa logica discriminatoria e giudicante che è stata usata per l’abbigliamento femminile. Le didascalie in fiammingo dicono: molto gay, gay, pantaloncini di spugna, boyscout, voce bianca, non si fa, Tintin in Congo, acqua in casa, scelto da mamma e comprato da me. L’immagine è costruita in modo da assomigliare a quella originale. La posizione delle gambe, i colori, gli sfondi e si direbbe anche le luci, sono del tutto simili. Si gioca e si risemantizza un messaggio ma senza stravolgerlo.

Un discorso completamente diverso va fatto invece sulla manipolazione dell’immagine da parte dell’associazione belga Woman Against Islamisation. L’operazione che è stata fatta rispetto all’immagine di Rosea Lake non è stata solo di stravolgimento del senso generale e particolare delle didascalie ma si è cambiata radicalmente l’impostazione dell’immagine facendo diventare quella che era una fotografia di documentazione una rappresentazione fortemente sessualizzata. Le didascalie dicono: lapidazione, stupro, puttana, sgualdrina, provocante, islam moderato e conforme alla sharia. Il titolo complessivo della campagna è: libertà o islam.

In ogni caso la traduzione delle didascalie passa quasi in secondo piano rispetto al tipo di immagine che si è voluto creare. Si notino la diversa posizione delle gambe, il diverso abbigliamento, la diversa gestione delle luci, la scelta delle gambe di una modella truccate (e in effetti si tratta di una Miss Belgio) contro le gambe di una ragazza normale, lo sfondo completamente uniformato come se si trattasse del merchandising di un prodotto. Se ci fossero dei dubbi, una seconda immagine toglierà qualsiasi incertezza sul tipo di campagna che è stata impostata da Woman Against Islamisation.

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Women Against Islamisation, Campagna 2013

Se da un lato si è spostato tutto il sistema di didascalie verso il basso, rendendo lecita solo la lunghezza dell’abito che arriva fino ai piedi, dall’altro lato si è spostata la semantica della libertà occidentale al punto da farla coincidere con la pura e semplice libertà di mostrare il corpo. In sostanza la campagna “Libertà o islam” racconta questo: noi siamo libere di mostrarci in questo modo. Ma in realtà, al di là dei problemi posti dal trattamento dell’immagine femminile, questa è una battaglia di retroguardia, basti guardare questa raccolta di immagini che fanno leva sull’immagine femminile stereotipata. Dunque libertà declinata esclusivamente come libertà di aderire a una iper-sessualizzazione del corpo. Libertà necessaria ma niente affatto sufficiente.

Rosea Lake, m

Rosea Lake, #mychoicenotyours

Rosea Lake, com’era prevedibile, ha avuto una reazione negativa e ha dichiarato la sua disapprovazione per la campagna “Libertà o islam” rispondendo con l’ashtag #mychoicenotyours e utilizzando la propria immagine per prendere posizione. Questa azione non ha avuto la stessa forza pervasiva delle altre immagini, nel senso che l’immagine della fotografa che protestava ha avuto minor circolazione. Questo è un po’ il destino di molte delle azioni di smentita: i media perdono interesse e il messaggio passa con fatica. Ma la posizione #mychoicenotyours ha provocato comunque una mobilitazione come si può vedere anche dal video di youtube della campagna.

È stata sorprendente, invece, la reazione della Loubutin, la famosa casa di moda che crea le scarpe più rinomate del momento. Forse qualcuno ci ha fatto già caso ma le scarpe utilizzate nella campagna di Woman Against Islamisation, a suola rossa e a suola gialla, sono proprio delle Loubutin. Ebbene la casa di moda non ha voluto in alcun modo essere collegata con la campagna e non si è limitata a fare una dichiarazione ma ha fatto bloccare la campagna islamofobica e ha ottenuto il ritiro delle immagini. Break. Qui finisce la prima parte del mio intervento in cui ho cercato di mostrare, attraverso una storia per immagini, come sia possibile declinare un’idea in tante varianti ma al contempo quale differenza corra tra il rispetto dell’intuizione originaria e il suo stravolgimento strumentale finalizzato alla formulazione di messaggio del tutto eterogeneo.

Seconda parte: numeri e media

Non si era ancora fatto in tempo a capire cosa era successo che già erano partite le voci di protesta contro le donne, in particolare le femministe, che non prendevano posizione. Si è parlato di reticenza, di eccessiva cautela, di tardiva condanna. Bene, allora facciamo due conti. Le violenze di Colonia sono accadute nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016. I fatti sono stati resi noti e poi diffusi tramite i media solo il 4 gennaio. Il 5 gennaio è arrivata puntuale la manifestazione delle femministe tedesche che ha raccolto le adesioni della quasi totalità delle femministe europee e in taluni casi anche la partecipazione di persona. Euronews attribuisce la foto qui sotto alla manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016 e il cartello recita: “Contro il sessismo contro il razzismo”. La foto è diventata famosa ovunque e documenta l’immediatezza sorprendente della reazione delle donne tedesche. Eppure, nonostante questo, si è voluto comunque parlare di reticenza e timore.

colonia

Manifestazione di Colonia del 5 gennaio 2016

Le ipotesi a questo punto sono due: o c’è una scarsa attenzione alla circolazione delle notizie oppure questa non è stata considerata una risposta valida. Ma siccome chi ha sollevato l’eccezione del ritardo non sono degli sprovveduti (né delle sprovvedute) non è credibile che si sia trattato solo di disinformazione. In sostanza sembrerebbe che, siccome la risposta non è piaciuta, allora non è stata tenuta in considerazione esattamente come se non ci fosse mai stata. In realtà la risposta c’è stata ed è stata forte, chiara, immediata, condivisa ma è stata una risposta che non ha soddisfatto le aspettative cosicché si è continuato a parlare ad libitum della necessità di qualcosa che in realtà era già avvenuto. Intorno a questa idea del ritardo si è fatto un battage intenso, si sono esercitate pressioni politiche da varie parti probabilmente nell’intento di spingere le reazioni delle donne in una direzione precisa. Quali che siano state le motivazioni, tali pressioni non hanno tenuto conto della realtà. E la realtà è stata che le femministe tedesche e le donne europee che le hanno sostenute da ogni dove hanno risposto subito e senza esitazioni con un messaggio preciso: “contro il sessismo, contro il razzismo”.

Se poi si vuole restringere il campo alle donne italiane basta fare un controllo online: non si tratterà di reazioni riferibili a una sigla unitaria, le si potrà trovare nella forma sbriciolata degli interventi di singole voci, ma le reazioni ci sono state e del resto il femminismo non è una chiesa. Soprattutto, in Italia, si è avvertito come problema pressante quello di capire la natura e l’entità del fenomeno. I lanci sono stati del tipo Stupro di massa in Germania: mille immigrati violentano 80 donne (5 gennaio) e contemporaneamente arrivavano notizie sui ritardi nel rendere pubblici i fatti, sul silenzio mediatico, sulle prime dichiarazioni della polizia. Il primo gennaio la polizia di Colonia parlava di una nottata trascorsa senza incidenti. Il 4 gennaio l’informazione era completamente cambiata. Nei giorni successivi si sono rincorse notizie contraddittorie e lo sforzo dei mezzi di informazione era quello di capire cosa era successo, perché la polizia non era intervenuta, quali erano i reati. Non credo che sia realistico pensare che si potesse dare un’altra risposta rispetto a quella che è stata data: “Gegen Sexismus, Gegen Rassismus”. Possiamo discutere se sia sufficiente o meno ma non possiamo mettere in discussione che ci sia stata.

La cosa che invece preoccupa di più, a meno che non la si legga come una conferma, è il fatto che dopo la fiammata iniziale la notizia dei fatti di Colonia non tenga più banco nel mainstream. Il problema è che in realtà anche adesso la chiarezza è poca e mancano le prese di posizione, quelle sì importanti, assunte al di fuori dell’ondata mediatica del momento. Le voci che stigmatizzavano la lentezza delle femministe, adesso tacciono. E anche laddove − disperse in mille rivoli − le donne si organizzano e parlano di Colonia con razionalità, i fustigatori della prim’ora sembrano distratti da altre più urgenti questioni. Col trascorrere del tempo una qualche chiarezza è stata raggiunta. Magari manca ancora la risposta a molte le domande che ci si dovrebbe porre ma di certo si sa di più di quello che si sapeva in prossimità dell’esplosione del caso Colonia.

Il 16 febbraio è stata divulgato il rapporto ufficiale della polizia. In una ricerca del 16 febbraio, alle ore 16:10, svolta in italiano impostando le parole chiave “Colonia procuratore” risultavano i titoli contrastanti riportati sopra. “Non c’era quasi nessun rifugiato”, “Sono migranti gran parte degli accusati”, “Solo 3 rifugiati tra i molestatori”. C’è da dire che il procuratore stesso ha dovuto smentire la notizia a quanto pare fraintesa dall’Indipendent e poi diffusa sulla stampa anglofona. Il procuratore Ulrich Bremer ha smentito che soltanto tre degli accusati per le aggressioni di Colonia fossero dei rifugiati e questa situazione non ha fatto altro che aumentare le incertezze. Sta di fatto che nello stesso momento i media italiani online, e ho riferito solo il campione dei primi risultati su google, stavano dando notizie opposte.

I dati che è stato possibile raccogliere sono i seguenti. Ad ogni blocco di informazioni allego la relativa fonte per documentare tutti i passaggi alcuni dei quali sono particolarmente delicati.

Dei 73 accusati: 30 arrivano dal Marocco, 27 dall’Algeria, 3 dalla Tunisia, 4 dall’Iraq, 3 dalla Siria, 1 dal Montenegro, 1 dalla Libia, 1 dall’Iran, 3 sono tedeschi    (La Stampa)

Di 1054 denunce 454 riguardano aggressioni sessuali, 600 furti  (BF.be, Repubblica)

Solo in 1 caso si è valutata l’accusa infondata: si trattava di una persona squilibrata   (Welt)

In totale i sospettati sono 73, «in grande maggioranza» richiedenti asilo o persone giunte in Germania illegalmente. Il procuratore Bremer conferma comunque che i due gruppi più numerosi provengono da Paesi del Nord Africa: Marocco e Algeria.

Al momento agli arresti ci sono 15 sospetti. Contro di loro gli inquirenti muovono accuse di reati contro il patrimonio, in un solo caso di delitto a sfondo sessuale (Il Corriere)

C’è da notare però che nonostante la precisione dei numeri rimane irrisolto il problema − vero o falso che sia − che ha tenuto banco tra l’opinione pubblica di una gran parte d’Europa: gli aggressori facevano parte dell’ultima ondata di richiedenti asilo politico? Ossia: erano i richiedenti asilo arrivati con i recenti procedimenti di accoglimento adottati dalla Germania? Erano persone presenti sul suolo tedesco da più tempo? Quanti erano gli uni e quanti erano gli altri? Questo non è dato saperlo. Nelle cifre non vengono scorporati i dati circa il numero degli immigrati del 2015 e quelli precedenti, dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, delle persone con cittadinanza e degli eventuali respinti. La loro composizione religiosa non è ancora certa dal momento che non sono stati forniti dati, non è nota la loro età e non si sa siano accompagnati dalle loro famiglie o meno. Ci sarebbe ancora ancora molto da sapere e spero che diventi possibile prima che tutti ci dimentichiamo del caso.

Alcune delle presenti presenti in sala si sono sorprese molto e io stessa, abituata al dubbio come metodo di lavoro, in una frazione di secondo ho ripassato mentalmente la mia fonte per avere la sicurezza che risultasse davvero un solo caso di delitto a sfondo sessuale. Ebbene questo è proprio ciò che riporta il Corriere della Sera del 15 febbraio 2016. Se le cose stanno in questo modo evidentemente c’è un problema. Non vi sono dubbi che a Colonia sia successo qualcosa di grave e di grandi dimensioni: 1054 denunce di cui 454 riguardano aggressioni sessuali. È un numero enorme. Un solo caso verificato come accusa infondata, un solo caso di delitto a sfondo sessuale che corrisponderà sicuramente allo stupro di cui si era parlato fin dall’inizio.

Qualcuna delle mie conoscenti mi aveva messo la pulce nell’orecchio e io ho approfondito quel filone stando attenta ad appoggiarmi a studi attendibili. Non ho fatto studi di diritto così mi sono messa a studiare la tesi di dottorato di Francesco Macrì che si occupa del diritto penale sessuale. L’ho trovata online perché questo lavoro ha ottenuto il premio della Firenze University Press come miglior tesi di dottorato. Nella legislazione tedesca i reati sessuali sono regolati dagli articoli dal 174 al 182 del codice penale inquadrati come reati contro l’autodeterminazione sessuale. Macrì spiega che la riforma legislativa del 1974 ha spostato l’accento dalla “moralità pubblica” al più adeguato concetto di “libertà di autodeterminazione sessuale”. L’innovazione ha tipizzato i nuovi reati contro l´auto-determinazione sessuale incentrandoli sulla nozione di atti sessuali. Il codice, in realtà, non fornisce una vera e propria definizione di “atti sessuali”, bensì dispone unicamente che, tra di essi, assumano rilevanza penale sessuale soltanto quelli di una certa gravità. L´interprete deve stabilire quando si è effettivamente in presenza di un “atto sessuale” e quando invece no. Inoltre deve identificare i parametri per definire gli “atti sessuali di rilievo”. Una condotta, per essere qualificata “atto sessuale” deve presentare già nella sua materialità una connotazione di carattere sessuale. In assenza di una caratterizzazione oggettiva ´sessualmente orientata´ una condotta umana non può dunque essere qualificata quale “atto sessuale” unicamente in considerazione dell´intento sessuale soggettivamente presente nel suo autore. Non è dato rinvenire, ad esempio, tracce di ricostruzioni ermeneutiche che operino una selezione – casistica attraverso un’elencazione vera e propria, o astratta previa identificazione di un parametro (come ad es. quello delle “zone erogene”) – delle parti del corpo il cui toccamento si configuri come atto sessuale. (Francesco Macrì, Verso un nuovo diritto penale sessualeFirenze University Press, 2010, pp. 67-69).

Un’altra considerazione interessante da fare è quella sullo squilibrio del bilancio di genere. I dati nudi estrapolati dagli studi della sociologa Valerie Hudson sono i seguenti. 1 milione di migranti in Europa dal Medio Oriente e dal Nord Africa nell’ultimo anno. C’è un motivo specifico per cui tanti uomini stanno lasciando paesi come l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria: essi rischiano maggiormente di essere costretti a unirsi a gruppi combattenti oppure di essere uccisi o catturati da questi ultimi. Secondo International Organization of Migration il 66.26 % di migranti adulti registrati lo scorso anno in Italia e in Grecia sono maschi. Più del 20% di migranti sono minori di età inferiore ai 18 anni. La metà dei minori che viaggiano in Europa viaggia non accompagnata. Il 90% dei minori non accompagnati sono maschi. Se nel caso degli adulti il bilancio di genere è in qualche modo riequilibrato dalla prassi del ricongiungimento familiare, questo sottoinsieme maschile non ottiene la dispensa speciale per portare i coniugi. Uno dei motivi principali è che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che i paesi dell’Unione europea non sono tenuti a riconoscere la legalità del matrimoni tra bambini. (Valerie Hudson, Europe’s Man Problem, Politico, 6 gennaio 2016)

La Hudson sostiene la tesi che le società in cui il bilancio di genere è maggiormente in equilibrio sono società più stabili. I dati che il suo lavoro riporta sono interessanti perché oltre ad essere basati su fonti attendibili affrontano la questione del bilancio di genere in modo scientifico e non ideologico. Il lavoro della Hudson è diviso in due parti: la prima è una valutazione del bilancio di genere, la seconda è un proiezione degli effetti del disequilibrio nel bilancio di genere nel futuro. La seconda parte ha già subito contestazioni documentate mentre la prima, ossia la pura raccolta dati, al momento non ha avuto sostanziali smentite. Non è escluso che delle delle critiche efficaci saranno mosse in futuro e in quel caso riprenderemo in mano la questione.

Lorenzo Monfregola, in un intervento su Gli stati generali dell’11 febbraio 2016 ha provato a riassumere le reazioni che si sono verificate di fronte al caso di Colonia e alla sua coda mediatica.

  • La provenienza degli aggressori non significa nulla. Qualcuno ha sostenuto questa posizione ma allora bisogna concludere che alla fine a Colonia non è successo niente di particolare?
  • La disperazione, la miseria, l’alienazione. Quando si fa riferimento a questo tipo di giustificazione in realtà si sta dicendo che la violenza è intrinseca alla condizione di migrante. Dato che tutti i migranti sono potenzialmente soggetti a una o più di queste condizioni bisogna dedurne che tutti i migranti sono potenziali autori di violenze?
  • È chiaro che il crimine sessuale sia una tendenza diffusa in certi paesi di quell’area.  Chi si pone su questa posizione non sa dire di quali aree si tratta e nemmeno su quali ragioni si basa questa considerazione. Suggerisce semplicemente che la violenza sia una caratteristica etnica, genetica e razziale.
  • Rifiuto dell’approccio culturale religioso. E questo è un passaggio molto delicato. Il rapporto delle culture arabe o islamiche (termini che non sono sinonimi) entra o no in frizione con le libertà laiche di una società profondamente secolarizzata? Rinunciare a porsi questa domanda o evitare a priori di affrontarla significa lasciare campo libero alla interpretazione xenofobe e islamofobe. Rinunciare a porsi questa domanda significa lasciare che a rispondere siano quelli per cui le violenze hanno direttamente a che fare con le fedi religiose e vanno inserite in un più ampio disegno di terrorismo diffuso.

Trovare un equilibrio non sarà semplice. Bisognerà considerare che l’origine degli aggressori di Colonia non può essere ignorata, ma nemmeno può essere usata strumentalmente. E bisognerà confrontarsi con l’evoluzione più o meno avanzata della destrutturazione delle forme di violenza, a partire dalla loro accettazione culturale e sociale.

Nello stesso giorno in cui a Lucca si teneva il convegno su Colonia, a Milano veniva presentato il progetto Aisha, per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne dentro la comunità musulmana. Una delle promotrici, la sociologa Sumaya Abdel Qader ha spiegato il suo approccio al caso di Colonia in un articolo sul Corriere del 14 gennaio 2016. Un passaggio in particolare mi è sembrato interessante perché sintetizza in poche parole un discorso tutt’altro che scontato.

Certamente non si può negare che nei Paesi a maggioranza di musulmani si possono riscontrare inaccettabili pratiche contro le donne, dettate da tradizioni patriarcali, maschiliste e misogine e che queste possono essere riproposte anche qui; ma un conto è dire questo e un conto è addossare le colpe di ciò a una religione che non si conosce se non attraverso alcuni individui.

Dopo questa lunga analisi non sento il bisogno di dire quale sia la mia posizione in rapporto ai fatti di Colonia. Ho analizzato i materiali a disposizione cercando di selezionare i più significativi. Si è scritto infatti moltissimo su Colonia ma moltissimo di quello che si è scritto porta su di sé il marchio di un ideologismo pregiudiziale di un orientamento o di un altro. Credo che però si possa tentare nuova via, finora non sufficientemente indagata: quella di confrontarsi con le donne provenienti dai paesi arabi o musulmani. Loro fanno parte delle nostre stesse comunità e si stanno ponendo i nostri stessi problemi di donne europee. Mentre scrivo mi rendo conto che perfino le parole diventano cedevoli tanto è fragile il terreno su cui ci stiamo muovendo. Ma anche per questo la sfida si fa interessante e forse varrebbe la pena finalmente di raccoglierla.

Ringrazio Frauke G. Joris per l’aiuto

Ps. se ci sono refusi o errori per favore ditemelo.

Bibliografia minima


Video dell’intero convegno 

Francesco Macrì – Verso un nuovo diritto penale sessuale

German criminal code

I reati sessuali nei confronti dei minori in Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti d’America

Joumana Haddad – Le viol et nos hommes

Kamel Daoud – Cologne, lieu de fantasmes

La Convenzione di Istanbul – Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica

Le copertine dei giornali tedeschi su Colonia accusate di razzismo – Il Post

Lorenzo Monfregola – Il fuoco di Colonia continua a bruciare

Michel de Montaigne e il cannibale felice di Francesco Lamendola

Patric Jean – Le aggressioni di Colonia sono frutto della misoginia e non della presenza dei profughi

Sumaya Abdel Qader – Colonia, Islam e libertà delle donne

Valerie Hudson – Europe’s Man Problem – POLITICO Magazine