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Scusi, ma lei in cosa si è distinto?

Due parole sul “brutta, grassa e casalinga” alla candidata sindaco di Milano.

Di Ilaria Sabbatini

Dico subito che non è la mia candidata: non avrei potuto votarla e anche potendo non credo che l’avrei votata. Ma il punto, lo sappiamo tutti, non è questo quindi è inutile raccontarsi storie.

Del “brutta” e del “grassa” ne parliamo dopo. Della “casalinga” e della “disoccupata”, ne parliamo subito: secondo i dati ISTAT le casalinghe in Italia nell’anno passato erano circa 7,5 milioni. Ognuno ne tragga le conseguenze che crede, elettorali e non.

Riguardo il “brutta” e “grassa”, Il Fatto cita un tizio il cui profilo è visibile su Facebook. Vogliamo dare un giudizio estetico? Bene, facciamolo pure ma facciamolo fino in fondo: guardiamo da che pulpito.

Riguardo l’attinenza del “brutta” e “grassa” con l’abilità professionale di una persona, in particolare di una donna, proviamo a vedere l’effetto che fa l’etichetta di brutta accanto alla solita qualifica professionale.

E dopo tutto ciò chiediamo a chi ha commentato e a chi commenterà in questo modo: «Scusi signore ma lei in che campo si è distinto?».

 

L’immagine in evidenza fa parte della campagna contro il sessismo in pubblicità promossa da Art Directors Club Italiano 

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Figlio bello e audace

Mi metto subito il cuore in pace dicendo che mi dissocio dalle violenze. I casseur di Milano sono coglioni, sono barbari, sono nemici dei manifestanti, sono nichilisti, qualsiasi movimento li deve isolare. Del resto basta vedere il tizio che dice essere giusto spaccare tutto. Sa un accidente lui di chi sono le auto andate a fuoco. Parla con le “e” aperte o chiuse sbagliando tutti gli accenti e scandisce biascicando. Un gergo giovanilista e qualunquista. “Cioè… i politici e le persone normali c’hanno un divario enorme. E poi loro rubano”. Loro… loro chi? Loro gli altri, naturalmente: proprio gli stessi discorsi che si spargono a manciate sui social network. Discorsi sentiti anche dalle persone perbene, quelle che non si sporcano mai le mani. Tutti ladri, loro. Noi no. Noi siamo sempre puliti a prescindere. “Tu da dove vieni?”, chiede il giornalista. “Provincia. Provincia di Milano”. In effetti il Corriere di oggi parla di francesi, tedeschi, spagnoli ma soprattutto italiani.

È comprensibile che gli abitanti si incazzino. E ripeto ancora una volta, tanto per essere chiara, che i casseur hanno fatto una cazzata grossa come una casa. Ma ora che ho espletato la burocrazia dell’indignazione non vorrei fermarmi qui. Sono cose che sappiamo tutti e condanniamo tutti. Non è una novità: lo facciamo sempre. E francamente mi sembra di sentire sempre lo stesso disco. Comunque lo dico. Ecco: “Mi dissocio!” Solo che sono convinta che non basti e occorra passare al livello successivo. Non cambia nulla se continuiamo con le solite lamentazioni. Grande rispetto per quegli abitanti che andranno a risistemare i danni causati. Se i tizi incappucciati avessero un minimo di senso dell’onore ci andrebbero anche loro. Se abitassi vicina andrei anch’io a pulire. Perché quelli che rompono e scappano mi stanno sullo stomaco da sempre. Ma credo che oggi ci sia qualcosa di più importante da esprimere della pura e semplice indignazione in cui siamo diventati così bravi da quando esistono i social media.

La questione è la seguente: se vogliamo essere onesti bisognerà pur chiedersi come hanno fatto i ragazzi ad arrivare a questo punto. Non sono figli di nessuno, sono figli nostri. Si tratta per lo più di casseur italiani, non si può dare come sempre la colpa agli hooligan stranieri dal nord Europa. Non me ne frega nulla di distinguere tra manifestanti buoni e casseur cattivi: quello è un altro problema. Non mi interessa parlare di strategie e tattiche. C’erano degli infiltrati? Non lo so e al momento non è la mia priorità. Tanto se ne parlerà abbondantemente nei prossimi giorni. Saviano su Reoubblica analizza la gestione dell’ordine pubblico. Non ci doveva essere contatto tra manifestanti e polizia. E infatti ci sono stati 11 poliziotti feriti ma nessun civile è stato picchiato, nessuno tra i manifestanti è stato ferito. Nessun ferito neanche tra i casseur. Si è scelto di lasciarli passare, così leggo, senza arrivare al contatto e tantomeno allo scontro.

I casseur avranno tra i venti e i trent’anni, è probabile che ne abbiano anche meno di venti. Su dieci fermati sei sono italiani. Secondo il Corriere anche la maggioranza degli altri sono italiani. E se due più due fa quattro, questi potrebbero essere i figli di quegli stessi che oggi si sdegnano per la devastazione. Senza sapere che in mezzo c’erano i loro figli. Non è un’opinione, è un dato soggetto al calcolo probabilistico. Potrebbero anche essere figli miei, per dire. Potrebbero essere figli nostri. È questo il paradosso. Chi è che ci si vuol confrontare? Dopo aver stigmatizzato i casseur. Dopo aver ripulito le strade di Milano. Dopo aver superato l’emergenza, chi è che si vuol misurare con la patata bollente? Ai genitori di Mattia Sangermano, il ragazzo del “bordello”, sta già toccando.

Questi sono anche figli vostri. Non ve lo chiedete perché si comportano così? Come sono arrivati a questo? Non so se questi ragazzi siano figli di famiglie bene o di famiglie disgraziate. Non so nulla di loro. Ma ho pensato: metti che non abbiano un accidenti di prospettiva per il futuro cosa hanno da perdere? Che gli frega di andare in galera? Che gli frega del bene della comunità? Non parlo semplicemente di poveri, parlo di prospettiva, di un’idea di futuro, di cosa fare con le proprie vite, ricche o povere che siano.

Il cervello lo hanno già perso, mi ha detto qualcuno. Vero. Se non altro perché hanno fatto un clamoroso errore. Per chi volesse suicidare una causa questo sarebbe il modo migliore di farlo: inimicarsi l’intera opinione pubblica. Cervello sotto la suola delle scarpe, dunque. Probabilmente è per questo che non hanno alcuna motivazione a  rispettare le regole. Se non le regole di convivenza sociale almeno quelle delle pubbliche relazioni. Qualcuno si è reso conto che esistevano prima di ieri? La loro non è politica, non è contenuto, è riot. Fanno quel che gli pare. Tanto è uguale. Per loro non cambierà nulla.

Anche il tizio intervistato dal TgCom24, uno normalissimo, ha detto la sua. “No niénte, siamo arrivàti, abbiamo spaccato un po’ di ròbe, così…”. Quindi vai, spacca, sfogati. Poi, quando torni a casa, in provincia, sei il solito pirla di sempre, nella solita situazione di sempre. Però attenzione a chi non ha nulla da perdere. “Minchia, se non do fuoco alla bànca sono un coglione”. “Adesso senza parolacce, scusa. Siamo in diretta” lo rimprovera il giornalista. “Scusa – dice il tizio incappucciato – mi esprimo male probabilmente”. “No, no, no – lo rassicura il giornalista – la tua testimonianza è importantissima”.  “Ma io sono me stesso, se mi escono le parolacce vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sto veramente dentro. E se invece non le dicessi, te la racconterei come una persona fuori dalla cosa”.

Ascolto e non mi capacito. Dovrebbe essere un militante determinato, formato, solido. Invece è debole, impacciato e si fa frenare da un rimprovero. Davvero non capisco. Eppure sono convinta che sarebbe importante capire. “Capire” non significa “giustificare” nè ora nè mai. Capire significherebbe rendersi conto di quello che sta succedendo e forse succederà nei prossimi mesi. Capire significherebbe uscire dallo stereotipo di un’interpretazione che oscilla tra il ricco viziato e il povero disagiato; il figlio di papà e il precario vessato; Brutti sporchi e cattiviRiot club. Battute a parte, stabilire a priori se siano figli della povertà, della mala educazione o della ricca borghesia annoiata è un modo naïf di vedere le cose. Perché non abbiamo dati ed è probabile che non vi siano divisioni così nette.

Ci saranno nel mezzo vecchi militanti, giovani frustrati, magari anche qualche ricco che gioca alla rivoluzione. Ma sta succedendo qui e ora. È un segnale di tensione sociale. Probabilmente una tensione trasversale. Indignarsi e basta non lo farà sparire. O si cerca di capire cosa sta succedendo o questi eventi sono destinati a ripetersi. E non sarebbe proprio auspicabile. Quindi ci sono due alternative: o ci teniamo questi scoppi d’ira così come sono o cerchiamo di capire da dove partono. Dove capire significa proprio “capire” e non “giustificare”.

Qualcuno mi fa notare che questi sono ragazzi esaltati e che tocca ai leader dei movimenti pensare alla sicurezza di tutti. Renato Pezzini del Messaggero, che ha fatto un resoconto da Milano, mi pare  dia la risposta più realistica: parla di impermeabili neri indossati prima di iniziare gli scontri e dismessi subito dopo per confondersi tra la gente normale. Risultato: riottosi irrintracciabili. Ma a parte questo, dove sono i leader dei movimenti? Dove sono i movimenti di più ampio respiro? Senza gruppi strutturati non ci sono più leader. Siamo arrivati davvero al capolinea. C’è qualche idealista superstite. Nessuno però in grado di organizzare, per esempio, un servizio d’ordine. Ma li avete visti, gli incappucciati? E chi ci si metterebbe contro uno che ha un martello in mano?

Siamo la società liquida dove le strutture si vanno decomponendo. Quello che si ricompone è vacillante e incerto. Come le parole dello sfasciacarrozze milanese. Già, perché casseur si traduce proprio così: sfasciacarrozze.

Aggiornamenti.

Toh, lo studente che giustificava gli scontri ora è pentito. Il giovine sostiene: “Mi sono accorto solo alla fine di cosa stava succedendo, non sono un violento e non romperei mai una vetrina. I miei genitori si sono arrabbiati moltissimo e sui social network mi prendono in giro, sono pronto a dare una mano a pulire la città”. Gli sfasciacarrozze hanno tutti dei genitori che non sanno, e probabilmente non sapranno mai, che là a spaccare tutto c’erano anche i propri figli.

Visto che la cosa avrà seguito allego un po’ di rassegna stampa. La scelta non è basata sulla condivisione delle idee espresse nei pezzi allegati ma sulla base dell’interesse che essi sollevano. In poche parole potrei benissimo essere in disaccordo con alcuni di essi ma ritenerli comunque degli elementi validi per un panorama complessivo.

Ringrazio le persone che mi stanno segnalando questi materiali, Francesca, Ruggero, Roberta, Francesca (l’altra) etc.

EuroMayDay 2015 dalla televisione svizzera

http://www.tvsvizzera.it/expo2015/EuroMayDay-2015-4522075.html

Franco Berardi – DALLA PARTE DEI TEPPISTI

Vermena – I blackbloc e il Mirk

Il paradosso di Mattia Sangermano _ La valigia di Shackleton

La legge del web – ilSole24ORE

Libero e il rolex

La Rolex contro il governo_“I violenti non hanno i nostri orologi”

Da-grande-voglio-fare-il-black-bloc

«L’ordine era di non arrestare i violenti» – iltempo

L’odio social alimentato degli svantaggiati digitali

Promosso sul campo

Agente picchiato, ‘sono caduto in un’imboscata’ – ANSA

Expo Milano, un agente… Potevamo fermarli, ma un funzionario ci ha detto no_

Sui disordini di Milano – Alfabeta2

I milanesi_ _Nessuno tocchi la nostra città_. Strade e piazze ripulite dai volontari

Scontri Expo, troppo facile condannare quel ragazzo 

Si pensano rivoluzionari ma sono solo utili idioti _ GiulioCavalli

Terremoto su Expo 2015, sette arresti. Il Sole 24 ORE

European court says ‘kettling’ tactics in 2001 lawful – BBC News

Fabrizio De Andrè – Live in Milano

Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu.

Figlio, figlio, povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio.

Figlio, figlio, unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio
a me, a me, che ti trattavo come un figlio
povero me, domani andrà meglio

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Roberto Alajmo

 

 

 

 

 

 

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Fonti