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Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

di Ilaria Sabbatini    

Grandi discussioni sotto il sole ma anche un po’ di confusione. Prima di iniziare voglio dire che mi piacerebbe svelenire il clima e ritornare a delle modalità di confronto più accettabili. Non stiamo parlando di un referendum da votare domani e non sono necessari attacchi personali o boutade sarcastiche. Non servono alla discussione e anzi sono convinta che la facciano regredire. Per quanto mi riguarda, se mi capita di citare qualcuno è per interloquire, non per sbertucciarlo e questo è quanto. Seguendo il dibattito sempre più accesso sulla Gravidanza Per Altri (GPA) mi imbatto spesso in affermazioni sorprendenti. Non che non siano moralmente generose, intendiamoci, solo che non sono così logiche come sembrano. Stavolta è la volta di “se posso donare un rene, perché non il mio utero?”. Fatto salvo il mio rispetto per Emma Bonino sotto molti punti di vista, mi permetto delle precisazioni perché mi sono interessata molto da vicino alla donazione di rene e non in senso figurato.

Farò un po’ di storytelling, giusto per far capire la situazione da cui parto. Se vi annoia saltate al sesto paragrafo. Per una serie di motivi legati alla mia formazione e alle mie convinzioni fin da adolescente sono stata una convinta assertrice della donazione di organi. Il problema era che, essendo minorenne, non potevo decidere. Quando lo annunciai, in casa scoppiò il putiferio perché mia madre si opponeva con tutte le sue forze. Non ne parlammo più ma appena compii diciotto anni andai alla sede di riferimento e mi iscrissi come donatrice di organi. Mi rilasciarono un tesserino da tenere nel portafoglio. Ero così orgogliosa che me ne andai con l’impressione di essere cresciuta di dieci centimetri in altezza. Ricordo che era un giorno caldo di luglio e viaggiavo come sempre con la mia bici rossa da città. Prima di mettere via il talloncino che mi era stato consegnato, mi venne la curiosità di leggere. C’era scritto: “in caso di morte telefonare a”. Onestamente non me l’aspettavo. Per quanto sembri banale non avevo considerato l’eventualità che per fare la donazione di organi bisogna essere morti. Avevo diciotto anni, una bici rossa, una madre contraria e mi sentii venire meno la forza nella gambe. Se volevo donare i miei organi dovevo essere morta e non ne avevo nessunissima voglia. Per una frazione di secondo mi immaginai di tornare dentro a chiarire che no, non avevo capito i termini della faccenda. Ma non lo feci perché la parte razionale di me sapeva di aver fatto la cosa giusta.

Qualche anno dopo mio padre sviluppò una patologia renale seria. Scoprirono che il rene sinistro era atrofizzato e il rene destro era affetto da una forma di insufficienza progressiva che lo costrinse prima a una dieta specifica poi alla dialisi. All’inizio sembrava che potesse andare avanti a lungo ma il suo corpo, a differenza di altri, reagiva male. Imparai a conoscere il reparto ospedaliero e gli altri nefropatici. Alcuni stavano bene e altri, come mio padre, no. La dialisi consiste in un lavaggio completo del sangue che può essere effettuato a casa o in ospedale. Esistono due tipi di trattamento: mio padre faceva quello ospedaliero. Erano tre dialisi settimanali che duravano da un minimo di 4 ore a un massimo di 6. Oltre ad avere ripercussioni sulle sue attività questo implicava restrizioni sulla dieta e sulla quantità di liquidi che poteva assumere. Doveva bere pochissimo, aveva sempre sete e non faceva più la pipì.

Piano piano si indebolì e si allettò. La cosa non accade a tutti i dializzati ma lui doveva essere accompagnato anche negli spostamenti minimi. Per me vederlo scivolare a poco a poco mantenendo la mente lucida era una cosa difficile da accettare così, non so per quale ragionamento, mi convinsi che bisognava porre un rimedio e che toccava a me. Ci pensai a lungo e quando mi sentii pronta parlai al nefrologo della mia intenzione di donare un rene. Non ero impazzita e non mi ero fatta travolgere da una reazione d’istinto. Mi ero fatta i conti sul mio stato di salute, avevo cercato informazioni sulla possibilità di vivere con un rene solo, mi ero documentata sulla questione della compatibilità e sugli aspetti legali. Avevo deciso che era fattibile ma avevo dimenticato un dettaglio.

Ammesso e non concesso che il mio organo fosse compatibile con il suo corpo, il rischio che io correvo era eccessivo rispetto alle possibilità di riuscita e alle sue aspettative di vita. Mio padre non sapeva nulla delle mie intenzioni. Avevo pensato anche a questo: se mai fosse stato possibile glielo avrei detto dopo. Ma la risposta che ricevetti dai medici in sostanza era un no. Detto in parole povere non potevo donare un rene perché il gioco non valeva la candela. Mio padre andò avanti ancora per un po’ tra alti e bassi. Nel frattempo, per vie che ignoro, mia madre si convinse dell’importanza della donazione di organi. Mia sorella non aveva bisogno di convincersi. Non sono sicura che lei sappia cosa avevo macchinato ma del resto non aveva senso parlarne prima che i medici mi avessero dato una risposta. Comunque, quando papà se ne andò ci informarono che era possibile fare la donazione di cornee. Non ci fu bisogno di ragionare molto: eravamo tutte e tre d’accordo. Il medico ci spiegò il perché il percome della prassi. Si decise che fossi io a firmare. Ancora una volta ero partita a testa alta ma quando appoggiai la penna per scrivere il mio nome mi accorsi che mi tremava la mano.

Racconto questo non per dire quanto siamo carini e gentili in famiglia: al contrario siamo stati una famiglia conflittuale e isterica come poche. Racconto questo perché mi sono documentata sulla donazione di organi in vita. Racconto questo per dire che se si ritiene la gravidanza per altri paragonabile alla donazione di rene, bisogna sapere davvero cosa è la donazione da vivo. Anzitutto va detto che è legale ed eticamente lecito fare la donazione di organi in vita. Ma va precisato che non si può far pagare la donazione di un rene né di qualsiasi altro organo. Ci sono paesi che hanno ammesso la donazione di sangue dietro pagamento ma il presidente AVIS italiano nel 2012 ha parlato espressamente di “donatori periodici, volontari, non remunerati”. Ha dichiarato anche che nel 2011 in Italia si è raggiunta l’autosufficienza nell’approvvigionamento del sangue. E questo nonostante che i donatori non siano remunerati come accade in altri paesi.

Per la donazione di organi la situazione è un po’ diversa. Nel 2011 l’Italia, aveva 22 donatori per milione di persone, che non sembra un gran risultato ma la rende comunque terza tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia. La donazione di organi allo stato attuale delle cose è molto inferiore alla richiesta. Dunque qualcuno paga per averli e si è anche discusso se far diventare il pagamento una pratica legale. La riterreste una possibilità lecita o una eventualità discriminatoria? AIDO una delle più importanti associazioni a sostegno della donazione di organi dice questoSi può vendere o acquistare un organo? No, è illegale vendere o comprare organi umani. La donazione degli organi e tessuti è un atto anonimo e gratuito di solidarietà. Non è permessa alcun tipo di remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. 

Il paragone tra GPA e donazione di organi può sembrare ovvio ma le cose cambiano quando lo si mette alla prova portandolo alle estreme conseguenze. Facciamo una verifica: l’ipotesi di pagare la donazione di organi è accettabile oppure no? Il paragone tiene ancora dopo aver risposto a questa domanda? Dal mio punto di vista regge solo in un caso: che la GPA non preveda remunerazione economica. Solo la GPA altruistica è alla pari della donazione di organi. Perché se non si tiene conto del problema centrale del compenso della gestante si finisce per parlare a vuoto. La differenza, ancora una volta, sta tutta lì: surrogazione altruistica e surrogazione dietro compenso. E non è cosa che riguarda solo le persone coinvolte o i vip del momento perché si tratta di un cambiamento antropologico che ci coinvolge tutti nella misura in cui il fenomeno sta uscendo dall’ombra e si mostra di colpo molto più diffuso di quello che non si poteva supporre.

Ovviamente non intendo dire che le spese sanitarie sostenute da un donatore di organi (o da una gestante per altri) debbano ricadere sul donatore stesso. Se si sviluppa coerentemente il paragone con la donazione di organi,  va tenuto conto che il calo delle donazioni in vita è dovuto proprio a questo problema. In una lettera del 2015, la Segretaria della salute degli Stati Uniti evidenziava che uno dei motivi principali del declino della donazione in vita è che i donatori (statunitensi) si trovano a dover sostenere i costi assistenziali di tasca propria. Questo è un limite enorme che vale per tutte le azioni di tipo altruistico. A mio parere il principio dovrebbe valere anche per l’adozione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Io credo che sia fondamentale affermare il principio che il gesto altruistico debba sempre essere accompagnato da un’adeguata assistenza per far sì che i costi non ricadano sul donatore. Ma è una prospettiva completamente diversa dal prevedere un pagamento per il donatore e credo che tutti noi, interessati a questo dibattito, dovremmo evitare nasconderci dietro la foglia di fico delle definizioni di comodo. La generosità di una ragazza lontana non è gratuita, costa cifre diverse a seconda dei casi e a seconda dei paesi. Molte delle donne che vi si prestano non lo farebbero se non fossero pagate. Quindi, pur senza giudicare nessuno, diamo alle cose il loro nome e cominciamo a fare chiarezza almeno nel linguaggio. Vogliamo parlare di GPA? Vogliamo parlare di gratuità? Benissimo. Ma se vogliamo parlare di “gratuità pagata” c’è qualcosa che non torna. Perché i casi sono tre e non andrebbero confusi: gratuità, spese non a carico della gestante e pagamento della gestazione.

È possibile che la GPA sia un atto altruistico e sarebbe limitante negarlo. Ma non si può pretendere che la GPA sia definita atto altruistico anche quanto prevede un compenso per la portatrice. Non mi sembra sufficiente dire che il pagamento non inficia il gesto di generosità per risolvere la questione. Non per una considerazione di ordine morale ma perché è un ragionamento incoerente dal punto di vista logico e linguistico. Sviluppo una metafora della Lalli: se io pago il dovuto e il gelataio mi porge il gelato con gentilezza non posso dire che mi ha regalato il gelato. In questo modo non sto dando un giudizio morale ma sto semplicemente seguendo una coerenza logica. È ovvio che ci possa essere un bel dialogo e un rapporto di grande fiducia col gelataio, ma se io pago e lui mi da qualcosa non è un atto di generosità: il dono è quando qualcuno mi da qualcosa senza pagare. Un atto di generosità è anche quando io sostengo tutte le spese perché lui possa fare il gelato. Pago il latte, pago la frutta, pago lo zucchero, pago tutto quello che c’è da pagare e lui mi regala il suo lavoro. Ma nell’esatto momento in cui io scambio il gelato con un compenso che va direttamente al gelataio, quello smette di essere un dono e ritorna ad essere uno scambio economico. Non pretendo di decidere se questo sia lecito o illecito ma una cosa me la aspetto: che si parli con coerenza e non ci si nasconda dietro le parole.

Si può anche affrontare la questione della legittimità di pagare una donna che sostenga una GPA. E intendo proprio pagare, non accollarsi le spese sanitarie. Del resto nel caso della donazione di organi discussioni di questo tipo esistono e se ne parla apertamente. Il motivo per cui non si fanno pagare gli organi o la disponibilità a donare è che la pratica innescherebbe una dinamica pericolosa a partire da due considerazioni: 1) la differenza tra chi può permettersi di comprare un organo e chi no; 2) la disparità tra chi può comprare un organo e chi pensa di venderlo per ricavarci denaro, a prescindere che sia più o meno povero. Nel 2004 si parlava di incoraggiare le donazioni di organo da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento e si è anche calcolata la cifra necessaria. Non mi risulta che l’ipotesi abbia avuto seguito: non credo nemmeno che sia stata fatta una proposta. Ma se si paragona la GPA alla donazione di organi, qualcuno mi spieghi perché poi ci si dovrebbe scandalizzare di fronte all’idea di pagare un polmone, una parte di fegato o un rene.

Molti giustamente rilevano che nelle cliniche americane non sono ammesse donatrici povere o in stato di bisogno. Permettetemi di dubitare che questa politica sia per il bene delle potenziali gestanti. Il punto non credo che sia lo stato di miseria delle candidate alla GPA (problema che pure esiste) quanto piuttosto la differenza di condizione sociale tra i genitori genetici e la donna che affronterà la gravidanza. Non mi risultano casi in cui una gestante surrogata sia più ricca dei genitori che ricorrono a lei. Parliamone apertamente, non limitiamoci a lanciare invettive che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché bisogna circonfondere questo atto, che si configura come una qualsiasi prestazione di servizi, di un’aura di bontà non richiesta? Se io pago una donna perché svolga una GPA è uno scambio commerciale: resta da vedere se sia accettabile oppure no. Può anche darsi di sì ma perché evocare per forza l’argomento della gratuità e della generosità?

Eppure io ritengo possibile che una donna si presti alla GPA in modo totalmente altruistico. Non mi sembra né irrazionale né oppressivo. È del tutto comprensibile che una persona voglia fare un atto radicale per un proprio caro/a, sia esso un/a familiare o un amico/a, nell’ottica laica di poter disporre del proprio corpo. Rimanendo nel parallelo tra GPA e donazione, a me non è stato possibile misurarmi fino in fondo con quella scelta ma avrei rinunciato a una parte del mio corpo purché una persona a me cara avesse una prospettiva. Ovviamente avrei deciso compatibilmente col mio stato di salute ma sì, penso che lo avrei fatto. E credo che sia questo il motivo per cui non trovo scandalosa l’eventualità. A patto che sia sempre e solo in una prospettiva altruistica.

Ps. Visto che ne parliamo e visto che c’è sempre un gran bisogno questo è il tesserino da compilare e questa è la semplice procedura da seguire per diventare donatori.

Uteri portatili e portatrici di utero

di Ilaria Sabbatini

Bene, oggi sarà una giornata elettrica. Qui siamo tutti malatini, la libreria è esplosa, i panni da mettere via fanno concorrenza a quelli da lavare, la valigia non è ancora sfatta, ho preso sonno a un’ora indecente e devo sbrigare una quantità di lavoro superiore alla quantità di tempo a disposizione. Tutto normale insomma, compresi i sensi di colpa per il fatto di mettermi a scrivere di attualità mentre dovrei dedicare la testolina ad altre più urgenti questioni pratiche. Nel bel mezzo di questa tempesta domestica e lavorativa, infatti, mi sono giunti gli echi delle polemiche sulla paternità di Vendola che però − rullo di tamburi − parlano di tutto fuorché della Gravidanza Per Altri, altrimenti detta GPA.

Vorrei anzitutto sgombrare il campo dalle oscillazioni linguistiche ponendo l’attenzione su un testo che, a prescindere dalle conclusioni, ha il grande merito di fare chiarezza. Sto parlando dell’articolo di Michela Murgia in cui si affronta la questione della differenza tra gravidanza e maternità fino ad arrivare a definire un linguaggio puntuale per nominare i nuovi fenomeni. Non sono d’accordo su tutto ciò che la Murgia dice ma riguardo all’aspetto linguistico ho adottato in pieno le sue definizioni a partire da gravidanza surrogata al posto di maternità perché sono due cose radicalmente differenti. Attenzione a queste possibili scelte perché, anche se non sembra, implicano già delle posizioni ideologiche ossia un orientamento valoriale specifico.

In secondo luogo vorrei chiarire una volta per tutte che no, non sono le femministe borghesi a porsi dei problemi per la gravidanza surrogata. È esattamente il contrario: sono le femministe più incazzate a farlo, quelle che si sporcano le mani con i gruppi di assistenza legale. Quindi fatemi e fatevi un favore: siate oneste con voi stesse e assestate il tiro di questa polemica semplicistica e riduttiva. La gravidanza surrogata non è una questione per anime belle e apre squarci di riflessione su realtà politiche scomode che non si possono affrontare a colpi di amore, buoni sentimenti e generosità.

Del resto, anche dall’altra parte, c’è tutto un fiorire di enfasi sui legami di pancia che mi lascia perplessa. Non metto in discussione la bellezza dell’esperienza della gravidanza ma non penso nemmeno di essere particolarmente cinica e insensibile. Semplicemente credo sia vero che la maternità si impara ed è, questa, una prospettiva migliore sotto tutti i punti di vista. Ad esempio evita il rischio di impantanarsi nelle secche colpevolizzanti che attribuiscono patenti di buone o cattive madri sulla base di un istinto tutt’altro che dimostrabile. Se poi si vuole salvare la valenza etica dell’adozione bisogna sacrificare molta parte della retorica del legame biologico e dell’istinto materno. Non per negare l’esistenza di quel legame biologico ma per scansare il rischio di fare del legame con i figli adottivi una maternità di serie B.

La questione della GPA è una prassi che pone problemi politici seri riguardo la disparità sociale ed economica tra genitori genetici e gestanti. Non volete affrontare questo aspetto? Bene, fatevi da parte perché il cuore del problema è tutto lì. Il punto critico della GPA è proprio il pagamento della prestazione e lì si scontreranno veramente le posizioni quando cadranno le questioni più o meno complementari. La faccenda della libera scelta delle donne, come del resto la retorica della maternità di sangue, diventano puro orpello nel preciso momento in cui vengono scollate dal problema urgente della questione economica.

E già che ci siamo parliamo proprio di questi due punti: l’autodeterminazione delle donne e la maternità uterina. Ovviamente non sarò esaustiva perché i panni chiamano e il lavoro incombe. La retorica della maternità uterina pone un piccolo insignificante problema, come accennavo sopra. Chi continua sulla strada dell’esaltazione di un legame che passa necessariamente dal cordone ombelicale prima o poi dovrà confrontarsi con la contraddizione della maternità adottiva. Una madre adottiva è meno madre perché non ha sentito il bambino muoversi nella sua pancia? Perché non ha stabilito un legame prenatale? Al di là della questione teorica, proprio in questo periodo sto osservando un padre e una madre in attesa del ricongiungimento con le figlie adottive e la loro dedizione mi sconvolge letteralmente. Non hanno vissuto la scoperta della gravidanza, né la gestazione, né l’allattamento, stanno ancora lottando per portarle a casa eppure non ho il minimo dubbio, guardandoli, che quelle bambine siano già figlie loro a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda la libertà delle donne, invece, ho sentito pochi argomenti. Sicuramente è un caso o una distrazione ma ho intercettato per lo più molte battute sarcastiche nei confronti delle femministe borghesi. Le femministe borghesi sarebbero, nella vulgata, quelle femministe che si pongono dei problemi  sulla GPA e che − questo lo concedo − eccedono sulla retorica della gravidanza biologica. Bene, se pensate che la GPA faccia parte del bagaglio di libertà delle donne sarebbe bello che ne spiegaste il motivo in maniera non necessariamente polemica. Credo che molte donne siano interessante ad ascoltare questi argomenti e credo anche che il tipo di questione si meriti di più del sarcasmo di qualche battuta tagliente. Mi spiego meglio: l’approccio ironico è sempre indispensabile, ma ironia e sarcasmo sono due cose diverse: nell’ironia si ride con, nel sarcasmo si ride di. E credo che non dovremmo dimenticarci che la GPA, in un modo e nell’altro, è una questione che ci riguarda tutte.

La mia posizione sulla GPA è assai complessa: se credete di intuirla al volo da queste righe vi sbagliate. Ho scritto quello che ho scritto solo per sgombrare il campo da elementi di disturbo e l’ho fatto principalmente per chiarire un po’ di cose a me stessa. Penso che le discussioni si dovrebbero fare sempre sulle scelte, mai sulle persone, tanto meno nei toni eccessivi che si sono adottati contro Vendola fino ad arrivare al vero e proprio parossismo.

Tutto questo però non deve far dimenticare una cosa. In un articolo che non mi trova granché d’accordo la Tavella riferisce una frase che mi ha colpito. In un’intervista a Le iene, due padri, Sergio Lo Giudice e il suo compagno, hanno parlato della loro esperienza con la gravidanza surrogata.  Siccome verifico sempre le mie fonti non mi sono fidata della Tavella e sono andata a cercare direttamente il video di Mediaset  (minuto 1:48). Da una parte ho apprezzato molto la chiarezza di Sergio Lo Giudice che ha parlato apertamente dei costi. Ma alla domanda sul pagamento della gestante surrogata ha risposto in un modo che non condivido e che anzi ho trovato irritante. Domanda: “La portatrice è stata pagata, comunque“. Risposta: “Questo non incide in nessun modo sulla valenza etica di un gesto di questo genere“. Fine.

No, mi dispiace, questa affermazione per me non è accettabile. Sono d’accordo su molte cose ma non si può risolvere tutto così. È troppo sbrigativo ed è inadeguato alla gravità del dibattito. Perché il nocciolo del dibattito sta esattamente lì: la portatrice è stata pagata. Non è una questione di mercificazione dei bambini, di figli biologici, di diritto reale o presunto alla genitorialità. Sì, ci sono anche questi aspetti da considerare ma il punto scivoloso e, direi, estremamente pericoloso è esattamente quello: la portatrice è stata pagata. Non si può eludere e non si può far finta che non costituisca un problema, nemmeno nel caso in cui si accetti in toto il principio della legittimità della gestazione per altri.

Soprattutto non si possono mettere alla pari la figura della portatrice pagata e la figura della portatrice gratuita. Non so nemmeno che linguaggio usare perché non ho intenzioni discriminatorie: sono le definizioni stesse ad essere troppo fragili e complesse.  Sono convinta che la gravidanza surrogata gratuita sia una cosa completamente diversa dalla gravidanza surrogata con scambio economico e le due cose andrebbero trattate come fenomeni differenti.

Le sfumature nelle legislazioni nazionali sono tantissime: si va dai casi in cui la gravidanza surrogata è vietata fino ai casi in cui è esplicitamente permesso il pagamento della prestazione. In Italia, Francia e Germania la gravidanza surrogata è vietata. In Argentina, Nord Australia, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Irlanda, Giappone, Paesi Bassi, Venezuela, alcuni stati statunitensi la gravidanza surrogata non è esplicitamente vietata ma spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono dei pagamenti, mentre sono accettate le maternità altruistiche, quelle in cui sono previste solo cifre che rimborsino le spese sostenute dalle donne per la gravidanza. In Grecia, Israele, Sudafrica e, parzialmente, in Nuova Zelanda e in Australia la surrogazione è esplicitamente permessa e regolata. Nel Regno Unito le condizioni dell’accordo sono verificate dopo la nascita del bambino. In India, Russia, Thailandia, Uganda, Ucraina e alcuni stati degli Stati Uniti è consentito il pagamento esplicito della gravidanza surrogata. Capite perché è così importante individuare la nazionalità della portatrice? Capite le implicazioni sociali? Capite la centralità della questione del pagamento della gravidanza surrogata?

Eppure la portatrice è proprio la figura che sparisce nella cronaca odierna, quella che si tende a nascondere sotto il tappeto della polvere. Si parla solo dei bambini e dei genitori genetici che − è bene chiarirlo − possono essere indistintamente omo o etero. È una cosa comprensibile che padri, madri e neonati siano al centro dell’attenzione ma mi sorprende che la figura della portatrice sparisca completamente proprio mentre si esalta la generosità del suo gesto, i rapporti che durano e la gratitudine che ispira. Non dico che la portatrice debba stare nelle foto di famiglia tra i genitori, ma questa scarsità di riferimenti alla sua presenza onestamente mi turba.

Qualche giorno fa un’amica mi faceva notare un sistema che potrebbe essere utile a chiarire il concetto: per la donazione del sangue si prevedono i contributi figurativi per chi si assenta dal lavoro a questo scopo ma la persona non riceve denaro. La stessa cosa vale per la donazione del midollo osseo o di un organo, scelte a forte impatto fisico in cui è altamente rischioso introdurre il principio di remunerazione. Senza contare la possibilità di far passare come rimborso spese quella che invece è una remunerazione vera e propria. Checchè se ne pensi è con questo ordine di problemi che bisogna misurarsi.

Non mi preoccupa il fatto che una donna possa liberamente portare avanti una gravidanza per una coppia sterile. Tutt’altro. Capisco che a qualcuno possa non piacere ma da un punto di vista laico lo trovo perfettamente legittimo e addirittura generoso. Mi penso nel ruolo di gestante per mia sorella, per una cara amica, per un amico del cuore e non c’è niente, in tutta onestà, che mi paia brutto o umiliante. Non mi serve nemmeno di tirare in ballo le vicende bibliche di Sara e Agar o di Rachele e Billa perché stiamo ragionando su un piano prettamente laico. Del resto, se si osserva lo sviluppo della vicenda, si noterà non solo che Agar è una schiava e non sceglie la propria gravidanza ma  viene abbandonata con il figlio nell’esatto momento in cui Sara concepisce per conto suo. L’argomento diventa difficile da maneggiare a favore dell’una o dell’altra tesi. Chiusa parentesi. Quello che mi preoccupa, dicevo, è pensare alla gestazione per altri associata a uno scambio di denaro e mi preoccupa il fatto che possa incentivare forme di ulteriore sbilanciamento tra poveri e ricchi.

Mi sembra poi contraddittorio parlare di diritto alla genitorialità − vero o presunto che sia − se il fatto stesso di perseguirlo rischia di introdurre disparità. Se si tratta di diritti devono essere diritti garantiti a tutti, senza distinzione alcuna per ragioni (…) di origine sociale, di ricchezza o di altra condizione. Nella Dichiarazione del 1948 sono citati diritti come la presunzione di innocenza, la libertà di movimento, la cittadinanza, il matrimonio, il lavoro. Io non lo so se si può parlare di diritto alla maternità e alla paternità però so che non ha molto senso parlare di diritti se non si tiene conto dei rischi di sbilanciamento sociale che questi possono produrre. E mi riferisco sia allo sbilanciamento tra le coppie che possono accedere alla genitorialità surrogata e quelle che non possono, sia allo sbilanciamento inteso come disparità economica tra i genitori genetici e la potenziale gestante surrogata.

Ancora una volta ho meno sicurezze alla fine di questa riflessione di quando ho iniziato a scrivere. Non penso, al momento, che sia fondamentale raggiungere una posizione definitiva e mi riservo di cambiare ancora, ragionare ancora, confrontarmi ancora. Due sole cose mi sono chiare: la prima è che in tutto questo dibattito è sparito il tema dell’adozione tradizionale per le coppie sterili, per le persone single, per le coppie omoaffettive. La seconda è il fatto che se ci si vuole distinguere dai “bassifondi della politica”, come ha detto Vendola, bisogna farlo senza ricorrere a scappatoie di comodo, affrontando il nocciolo duro dei problemi a viso aperto, senza girarci intorno.  Combattere gli slogan con gli slogan non è mai stata una buona idea, da qualunque parte venisse.

Surrogacy: il privilegio di non avere certezze

Sta per iniziare un altro dibattito di quelli epici: la questione della surrogacy o maternità surrogata. In poche parole è quando una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per conto di altri. È una questione importante che mette alla prova convinzioni etiche, idee politiche e coerenze personali. Però però. Però ho già letto troppi “arroganti”, “presuntuose”, “fasciste”, “retrive”. Allora, pe’ mme, in questi termini ve lo dibattete voi. La forma diventa sostanza ed è una sostanza che non mi piace neanche un po’. Questo tema lo discuterò ma lo discuterò solo con alcune delle mie amiche, non con tutte. Più precisamente con quelle che non hanno certezze e che fanno a meno di giudizi apodittici. Le donne hanno bisogno di confrontarsi senza vincoli, prima ancora che di autodeterminarsi. E se qualcuna non lo capisce che provi a ripartire da lì. 

Sono molto perplessa sulla surrogacy. Di fatto è una delle possibili conseguenze al rifiuto dell’adozione per le copie omoaffettive. Una mia amica mi ha dato uno spunto di riflessione molto interessante dicendo che considera la surrogacy il necessario corollario del diritto all’aborto. Vale la pena rifletterci. Eticamente io preferisco sempre l’adozione. Ma il vero punto della questione è che a me sembra ci sia troppa leggerezza nel risolvere la surrogacy come atto d’amore gratuito e volontario. Di fatto tutti i casi di cui sono a conoscenza hanno comportato una remunerazione per la donna che affrontava la gravidanza. Questo potrebbe essere un problema? Secondo me si. E voglio essere libera di dirlo. Primo perché sono una donna, secondo perché non sono contraria a priori alla surrogacy, terzo perché mi parlano di totale gratuità poi però emerge la costante del compenso. E dunque mi pare necessario usare anche un po’ di cautela, almeno nel linguaggio.

Non sono contraria a priori nemmeno alla remunerazione, se la si intende come supporto o rimborso per un disagio sopportato, ma è evidente che in quel caso si rientra in un altro ordine concettuale: quello del servizio reso, non più del gesto gratuito. E ancora una volta mi potrebbe stare bene ma, per cortesia, moderiamo il ricorso al concetto di gratuità e slancio altruistico. Gradirei essere smentita, ma non mi risultano casi di donne economicamente stabili che abbiano portato avanti una gravidanza per conto terzi senza compenso. Lo dico con rammarico perché i casi che conosco mi suscitano simpatia, ma credo che la faccenda economica sia dirimente: non si può semplicemente farla diventare un aspetto di contorno.

Non ho ancora capito bene il merito della questione per cui non so schierarmi a favore o contro. La cosa di cui sono sicura è che l’unica equità possibile, nella pratica concreta, è quella economica. O meglio: l’unica equità è quella garantita anche dal punto di vista economico. I diritti, tutti i diritti, si svuotano di significato se non si hanno i soldi per accedervi. Se qualcuno vi dice che non è così chiedetevi quale sia il suo livello di sicurezza economica. Che si parli d’aborto o maternità, scolarizzazione o lavoro non fa differenza. Ammesso che sia un diritto, oggi nemmeno il diritto alla maternità è garantito. Una precaria costretta a non fare figli a causa della sua condizione è una donna meno libera delle altre. Questa dimensione della discriminazione economica, anche se antipatica, va messa in luce e affrontata senza ipocrisie. Altrimenti è inutile parlare di diritti.

Scrivete pure le vostre opinioni: sarà un piacere leggerle. Ma sappiate una cosa: qui da me sono bandite le polarizzazioni, il tutti contro tutti, il “noi moderne contro voi antiche”, il “noi emancipate contro il voi fasciste”, il noi “libere contro voi schiave”. Non amo le opinioni preformate perché spesso spesso diventano vincolanti. Adoro invece i dubbi e penso che continuerò a tenermeli stretti come la cosa più preziosa che ho.

Ilaria Sabbatini


Una storia di surrogacy

«Ho messo al mondo i loro tre figli e ora ci sentiamo una famiglia»

«L’ho detto anche a Claudio: non diventerò mai presidente, non troverò la cura del cancro, ma questo era qualcosa che potevo fare per cambiare la vita di qualcuno. Non avevo idea di quanto avrebbe significato anche per me».Tara Bartholomew è una 44enne dell’Ohio, piccola imprenditrice e madre di famiglia della classe media americana. Il «qualcosa» di straordinario a cui fa riferimento è aiutare Claudio Rossi Marcelli, scrittore e giornalista italiano, e il marito Manlio ad avere un bambino. Tre, per la precisione: Clelia e Maddalena, due gemelle di 8 anni, e Bartolomeo, di 4, concepiti grazie all’ovulo di una donatrice, Jamie Kramer, e portati in grembo da Tara. Delle donne che decidono di intraprendere una gestazione per altri si parla spesso come di «uteri in affitto» e si dice  – lo fa anche l’appello di Snoq Libere contro la maternità surrogata – che sono «oggetti a disposizione» di altri, povere, «sfruttate»,«poco informate o del tutto disinformate». Tara, che vive negli Stati Uniti dove la maternità surrogata viene praticata da circa 30 anni, con contratti chiari e precisi  (e non in India, dove la condizione delle donne è tutt’altra) racconta una storia diversa.

«Ho deciso di diventare una madre surrogata dopo che mia sorella ha perso un bimbo un mese dopo la nascita di mia figlia. Mi aveva fatto sentire impotente — dice —. Mia sorella è gay e avevo visto le pressioni che aveva dovuto affrontare prima di decidere di fare un figlio, a cominciare dal timore dei pregiudizi. All’epoca lavoravo per un ginecologo e assistevo ogni giorno alle sofferenze delle coppie infertili. In più una delle nostre pazienti era una madre surrogata e aveva amato l’esperienza: mi è sembrato naturale farlo». Si è iscritta a un’agenzia e ha incontrato Claudio e Manlio che dall’altra parte dell’oceano stavano pensando di ricorrere alla gestazione per altri. «Prima di deciderci però, abbiamo voluto incontrarla, perché all’inizio anche noi avevamo delle perplessità sulla surrogata — ricorda Claudio —. Volevamo sapere perché si era offerta: “Lo sai che in Italia ti considererebbero pazza?” le ho detto. Ci siamo piaciuti e abbiamo subito avuto la sensazione che tra noi fosse successo qualcosa di speciale».

Negli Usa la donna che porta avanti la gravidanza e la coppia per cui lo fa devono scegliersi a vicenda. Tara non ha avuto dubbi: «Mi sono sembrati due persone che si amavano ed erano pronte ad impegnarsi al massimo per mettere su famiglia». Ha contato anche il fatto di ricevere un compenso: «Circa ventimila dollari, che ho messo nel fondo per pagare l’università ai miei figli» (il costo per le coppie è di circa 100 mila dollari, che servono per coprire le spese mediche e pagare le agenzie di intermediazione). Così le è stato impiantato un ovulo fecondato con il seme di Claudio ma fornito da una donatrice, come in un’eterologa (negli Usa lo prevede la prassi perché il bambino che nasce non sia figlio biologico della partoriente). A dare l’ovulo è stata Jamie Kramer, 33 anni, del Michigan. «Ci ho pensato a lungo prima di donare: avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice a New York, ha pesato la motivazione economica — racconta —. Ma è stato quando una mia zia ha avuto un aborto spontaneo che ho visto la bellezza di aiutare un’altra famiglia a concepire un bimbo». All’inizio Claudio e Manlio non la conoscevano: le hanno scritto dopo la nascita di quelle che, a sorpresa, si sono rivelate due gemelle. Tara le ha partorite d’urgenza, chiamandoli alle prime doglie. Sono saliti su un aereo e rimasti in Ohio per qualche settimana dopo il parto. Poi sono ripartiti per l’Italia con le bambine: «Clelia e Maddalena sanno da subito come sono nate: abbiamo spiegato loro che non avendo la pancia abbiamo chiesto aiuto a Tara».

«Siamo restati in contatto e ci vediamo ogni volta che possiamo — dice lei —. Sarebbe stato molto triste se fossero spariti dopo la nascita». È un punto fondamentale: Claudio, Manlio, Tara e Jamie sono riusciti a stabilire un rapporto tra loro e le loro famiglie che andava oltre la transazione economica. Un posto degli affetti in cui accogliere questo modo così particolare di fare dei bambini. Anche per questo per Claudio e Manlio è stato naturale chiedere a Tara di aiutarli ad avere il terzo figlio: «Se ci avesse detto di no, avremmo rinunciato». Stavolta il seme è stato fornito da Manlio, mentre la donatrice è stata ancora una volta Jamie. Così è nato Bartolomeo (il nome è un omaggio al cognome di Tara). «Volevamo incastrarci il più possibile, perché purtroppo legalmente il padre delle gemelle sono solo io, per evitare problemi con la trascrizione all’anagrafe italiana − spiega Claudio – mentre quello di Bartolomeo è solo Manlio. Ovviamente sono tutti e tre fratelli e tutti e tre figli di entrambi, anche se lo Stato italiano li riconosce solo a metà».

Quattro anni fa alla nascita di Bartolomeo erano presenti anche i due papà, mentre Jamie è arrivata poche ore dopo con il suo compagno e ha incontrato per la prima volta i bambini. «All’inizio c’è stato un momento di imbarazzo, allora ho preso Bartolomeo e l’ho messo in braccio al compagno di Jamie: “Sappi che se avrete un figlio sarà più o meno così”, gli ho detto» ricorda Claudio con un sorriso. Da allora sono una presenza costante nella vita gli uni delle altre. Nel tempo si è aggiunto anche un altro legame inaspettato: «Jamie aveva fatto da donatrice anche per un’altra coppia, due papà australiani. Abbiamo scritto anche a loro e ci siamo scambiati le foto dei bambini. Lo scorso Natale ci sono venuti a trovare: i nostri figli sanno che sono biologicamente fratelli».

«Tutto questo è stato un dono, non mi sono pentita neanche per un momento», dice Jamie, che oggi ha una figlia sua. «Siamo una famiglia — le fa eco Tara—. I nostri figli si vogliono bene e i miei si sentono una sorta di fratelli maggiori». Anche Claudio è d’accordo: «Siamo entrati una famiglia allargata: ci mancano ancora le parole per dirlo, ma facciamo tutti parte della stessa storia».

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L’appello di SNOQ

Il nostro appello contro la pratica dell’utero in affitto:

Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.
In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea.
Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinchè la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale.