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Perché non è un caso l’attacco a un anno dalla nascita del Califfato

di  26 giugno 2015

Il 29 giugno 2014, dopo la conquista di Mosul, l’Isis proclamava il Califfato guidato da Abu Bakr al Baghdadi. Un anno dopo il Califfato, nonostante qualche sconfitta, ha tenuto le posizioni in Siria, è avanzato in Iraq, mettendo le mani su Ramadi, e ha esteso la sua influenza nel mondo arabo-musulmano. È difficile dire se ci possa essere un piano o un coordinamento dietro i quattro attentati contemporanei in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia nel venerdì di Ramadan – anzi si potrebbe escludere – ma l’anniversario della nascita del Califfato è più di una coincidenza: da Oriente a Occidente, dal Maghreb al Mashreq, dalla penisola arabica all’Afghanistan, jihadisti di varie provenienze hanno espresso fedeltà al califfo Baghdadi o si sono ispirati alle gesta dell’Isis.

Che fare? Il primo punto è prendere atto di una realtà geopolitica: dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen alla Libia, interi stati sono crollati o si stano disgregando. Questo processo assolutamente fuori controllo provoca vuoti di potere enormi. La piccola Tunisia ha visto affluire sul suo territorio oltre un milione di libici, le frontiere sono state infiltrate dai jihadisti e le forze di sicurezza non sono in grado di controllare l’intero Paese.

La Tunisia è un bersaglio privilegiato: dei Paesi usciti dalle cosiddette primavere arabe è stato l’unico a imboccare decisamente la via democratica con una nuova costituzione e un governo di unità nazionale che rappresentano delle solide barriere all’estremismo. E’ quasi certo che ancora una volta i tunisini scenderanno in piazza per difendere le loro conquiste dall’attacco di una minoranza radicale.

Ma l’Europa deve intervenire e far seguire alle parole, già spese in abbondanza dopo l’attentato al Museo del Bardo, i fatti: la Tunisia è un nostro vicino di casa in difficolta e deve essere aiutato, sia dal punto di vista economico che della sicurezza. Così come devono essere sostenuti i curdi in lotta contro il Califfato. Inutile lamentarsi che i raid della coalizione internazionale non sono sufficienti. La comandante curda Nasrin Abdalla ieri in visita a Roma ci ha spiegato perché: i jihadisti usano i civili come scudi umani e il rischio, individuati gli obiettivi militari, è quello di fare altre vittime tra la popolazione.

Ma oltre agli aspetti inerenti la sicurezza c’è un problema culturale e religioso. Il Califfato e il jihadismo non sono soltanto guerriglia e terrorismo: sono l’espressione di una versione radicale dell’Islam che interpreta alla lettera il Corano secondo gli stilemi del settimo secolo. Migliaia di imam, finanziati dalle monarchie del Golfo o sostenuti da organizzazione islamiche private, percorrono il mondo arabo predicando questa versione del Corano intollerante verso la stragrande maggioranza dei musulmani moderati e gli infedeli.

È qui che bisogna agire per impedire non soltanto il reclutamento degli estremisti ma anche che le future generazioni conoscano soltanto l’odio e questa inaccettabile intolleranza. Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno molte colpe nel disordine mediorientale: possono intanto smettere di essere complici dei mandanti.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-26/triplice-attacco-un-anno-nascita-califfato-non-e-coincidenza-coincidenza-171502.shtml?uuid=AC3DeXH

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Yezidi Girl Held by Militants Tells of Abuse and Suicides in Secret Call

Yezidi Girl Held by Militants Tells of Abuse and Suicides in Secret Call.

by Nasir Ali

DUHOK, Kurdistan Region – On a hidden phone and in secret phone calls, a Yezidi girl held with 200 others as war booty by Islamic State (IS/ISIS) militants near Mosul painted a tragic picture of girls being singled out daily as sex slaves, and some committing suicide.
Every day, IS fighters visit the prison hall to pick out the prettiest for their emirs, said the girl, who is 24 and whose name is being withheld by Rudaw for her safety.
“Three to four times a day they visit the hall.  The girls plead with them for a bullet in the head to put them out of their misery,” she said in between sobs in a secret phone call to a Rudaw reporter.
She said that about 200 Yezidi Kurdish women were being held in a big prison hall near Baaji county in Mosul province.
Most of the captives are from the Shingal districts of Gir Azair and Siba Sheikh Khidri which came under sudden IS attacks in early August, said the girl, recounting how they were captured.
“We were in Gir Azair district where IS fighters appeared so suddenly that we were unable to flee. They started arresting everyone — men, women and children. Later, they took us to Shingal county, where they separated women from men.”
“We were about 200 girls together. Later, we were taken by pick-up trucks to another location close to Baaj district,” she added.
According to information obtained by Rudaw from activists and Yezidi religious leaders, 2,000 Yezidis have fallen into the hands of the IS fighters and remain unaccounted for.
In weeping tones, the girl repeatedly gave the location of their prison, pleading for fighter jets to pound the place so they could all rest in peace.
“Every day the fighters come and look among us,” she said, hardly able to control her emotions. “They pick two or three pretty girls. When the girls return they are in tears, exhausted and humiliated. The fighters take the girls to their emirs, and the emirs assault them sexually.
One phone conversation was suddenly interrupted when she hurriedly whispered, “Hang up, hang up, they are coming.”
In another call she said that conditions, including the food, were bad. “So far, a number of girls have committed suicide. Today, one girl hanged herself with her headscarf and died,” she recounted, pleading for help.
“Rescue us, rescue us,” she begged. “Anyone who can hear our voice — US, Europe, anyone — please help; rescue us.”
The IS has especially targeted the non-Muslim minorities, with the Yezidis especially reviled by them as “devil worshipers” for their religious beliefs.