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Shirin Neshat

Shirin Neshat, artista visiva, regista e fotografa iraniana, analizza le difficili condizioni sociali all’interno della cultura islamica, con particolare attenzione al ruolo della donna. Il suo lavoro si rivolge al significato sociale, politico e psicologico dell’essere donna nelle società islamiche contemporanee. Neshat resiste alle rappresentazioni stereotipate dell’Islam. Il suo lavoro riconosce le forze intellettuali e religiose complesse che modellano l’identità delle donne musulmane nel mondo intero.

Quello che mi colpisce di lei è come sia capace di fare un discorso complesso e anche duro sulla condizione della donna nell’islam senza per questo farne necessariamente una questione antislamica. Noi qui ci affanniamo tanto a parlare di loro ma a volte basterebbe ascoltarle. Sere fa ho visto Women Without Men che è prima di tutto un film dalla fotografia straordinaria. Bene, io credo finora di non aver mai visto altro di così complesso. Capace di mantenere tre livelli di racconto: religioso, politico e di classe sociale.

Guardando un suo lavoro di arte visiva, Turbulent, si nota che la trama è semplice: un cantante uomo si esibisce e tutti lo applaudono, poi si esibisce la donna e il teatro è vuoto. Nessuno la ascolta. Messaggio semplice ma diretto, essenziale. Quello che mi viene in mente a pelle è che queste donne, spesso battagliere e coraggiose, rimangono inascoltate due volte. Nella loro società e anche nella nostra.

Si parla molto delle condizione delle donne musulmane e spesso non le si ascolta. A volta mi sono sentita un po’ in difficoltà nel rendermi conto di quanto siamo supponenti. Spesso pensiamo di conoscere cose di cui invece sappiamo poco. Pur senza un’analisi dettagliata del video, credo che il linguaggio simbolico sia ai massimi livelli, ricco di metafore e di equilibrio formale.

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Scatole e scatoloni: la memoria selettiva e la censura ai musei capitolini

A nessuno è piaciuta la mossa di coprire le statue ai musei capitolini per la visita di Rouhani ma se c’è una cosa fastidiosa – veramente fastidiosa – è la memoria selettiva. Quindi facciamo un po’ di  mente locale. Non commenterò le notizie, mi limiterò a riportarle così come le hanno date i giornali. La ricerca è stata molto veloce quindi non sarà sicuramente esaustiva. Se volete contribuire ve ne sarò grata. Nel frattempo ringrazio tutti quelli che in questi giorni stanno facendo esercizio di memoria.

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Se avete voglia di continuare, scrivete pure le vostre segnalazioni qui sotto: saranno integrate nel post.

Ilaria

Sakine e gli altri

223767_2268597003527_6952880_nLa mia attività politica è cominciata molto presto, quando ero al liceo. Ma non essendo maggiorenne non potevo ancora sottoscrivere l’adesione a gruppi di azione civile. Così ho aspettato i 18 e ho fatto due cose. La tessera per diventare donatore di organi, cosa che all’epoca mia madre non vedeva di buon occhio, e l’iscrizione ad Amnesty International. Per molto tempo ho firmato appelli e mi sono anche arrivate a casa le risposte di alcuni governi.

Quando ho letto del caso Sakiné mi è tornato in mente quello. Però devo anche dire che non me la sono sentita di aderire in toto alle manifestazioni del caso. Pur avendo, di nuovo, firmato il firmabile e scritto lo scrivibile, c’era qualcosa che mi stonava e che ora è finalmente giunto a consapevolezza: il pregiudizio implicito. Quel pregiudizio che ha fatto sì che quel caso diventasse l’occasione per affermare un Occidente superiore, con la prosopopea tipica di chi pensa di aver sempre e solo ragione, di chi non si preoccupa delle conseguenze e delle implicazioni, di chi macina adesioni emotive tanto per sentirsi migliore, civilizzato e giusto. Di chi insomma non si mette mai in discussione.

Beh lasciatemi dire che io non mi sento giusta, né civilizzata e tanto meno superiore. Sarebbe facile tirare in ballo Stefano Cucchi e la sua storia. Ma non lo farò. Non è che due torti facciano una ragione: due torti restano due torti. Punto e basta. Ma che fine ha fatto Sakiné, qualcuno di quelli che si sentono tanto migliori, se l’è mai chiesto? Non ci vuol molto, basta fare una ricerca su google, sfogliare un po’ di giornali internazionali, visitare il sito di Amnesty, verificare il numero di persone in attesa di esecuzione. Solo che a quel punto si pone un problema, un problema di coerenza. Perché si può scoprire qualcosa che non ci piace e che farebbe apparire totalmente ipocrita la doppia morale che pratichiamo.

Sakiné non è affatto fuori pericolo, la sua condanna è stata commutata. Ed è solo uno dei casi registrati in Iran. Ma forse il problema, per la nostra sensibilità, è proprio quello della modalità piuttosto che della pena di morte. In effetti la lapidazione è un fatto atroce. La morte non è istantanea, cosa che noi riteniamo indispensabile per infliggere una esecuzione pietosa, come dimostra il tentativo continuo di adeguare la pena capitale alla morale – un po’ posticcia permettetemi – dell’opinione pubblica. Così gli stati occidentali sono arrivati ad un innegabile progresso: l’iniezione letale. Che ha un indubbio vantaggio dal punto di vista mediatico e dal punto di vista occidentale: non vi è spargimento di sangue.

Certo non è molto divulgato ciò che passa il condannato che subisce l’iniezione letale, perché la morte da noi si nasconde, non si esibisce. La qual cosa, per paradosso, rende ancora più difficile la denuncia. È facile indignarsi di fronte alla pietrate, al sangue e al corpo semisepolto di una donna martoriata che si accascia. Molte meno lo è di fronte a un lettino simil-ospedaliero e a un impianto che simula una parvenza di umanitarismo, occultando però ciò che veramente comporta la morte per iniezione letale.

Ciò che si potrebbe scoprire, indagando, è che il tempo di sopravvivenza va dai 6 ai 15 minuti. Non so se vi rendente conto, ma cronometrateli. James Autry ha subito ben due esecuzioni. La prima era prevista per il novembre 1983: Autry era già stato legato alla barella e stava subendo la prima fase del procedimento quando l’esecuzione è stata sospesa.
Dopo la “seconda” esecuzione, un testimone oculare riferì che il condannato impiegò almeno dieci minuti a morire e per buona parte del tempo era cosciente, si muoveva e si lamentava del dolore. Un medico della prigione presente all’esecuzione ha riferito in seguito che l’ago si era occluso, rallentando così i tempi dell’esecuzione.

La procedura dell’iniezione letale assomiglia a quella utilizzata per effettuare un’anestesia totale. In Texas e nella maggior parte degli altri Stati che utilizza l’iniezione letale per le esecuzioni viene usata una combinazione di tre sostanze: un barbiturico che rende il prigioniero incosciente, una sostanza che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma in modo da bloccare il movimento dei polmoni e un’altra che provoca l’arresto cardiaco. Possono esserci, però gravi complicazioni: l’uso prolungato di droghe per via endovenosa da parte del prigioniero può comportare la necessità di andare alla ricerca di una vena più profonda per via chirurgica; se il prigioniero si agita, il veleno può penetrare in un’arteria o in una parte di tessuto muscolare e provocare dolore; se le componenti non sono ben dosate o si combinano tra loro in anticipo sul tempo previsto, la miscela può diventare eccessivamente densa, ostruire le vene e rallentare il processo; se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente il prigioniero può essere cosciente mentre i suoi polmoni si paralizzano e soffoca.

Sdraiato su un lettino con gambe e mani bloccate da una cinghia, il condannato subisce le tre iniezioni nel giro di pochi minuti: la prima per anestetizzarlo, la seconda per paralizzarlo e la terza per bloccargli il battito cardiaco. In teoria, tutto è progettato per non causare sofferenze inutili negli ultimi istanti di vita. Esaminando i dati delle autopsie di 49 condannati a morte in Arizona, Georgia, North Carolina e South Carolina, i ricercatori hanno scoperto che in 43 casi la concentrazione nel sangue dell’anestetico thiopental era inferiore a quella richiesta per gli interventi chirurgici. In 21 casi su 49 la concentrazione era più bassa della misura considerata standard quando si tratta di sopprimere animali malati. “Non possiamo certo dire che questi detenuti erano privi di sensi”, ha scritto per The Lancet il coordinatore della ricerca, il dottor Leonardis Koniaris. Le prove raccolte, secondo lui, indicherebbero che “al momento il metodo dell’iniezione letale non soddisfa neanche gli standard veterinari”.

Il punto è che nessuno può capire sul momento se il condannato sta soffrendo. La seconda iniezione, che mette in circolo nelle vene la sostanza paralizzante pancuronium bromide, blocca infatti qualunque movimento dei muscoli e dei polmoni. La terza, con il cloruro di potassio, provoca infine la morte. Ma in che condizioni? “Senza anestesia – continua Koniaris – il condannato passerebbe attraverso l’asfissia, una fortissima sensazione di bruciore, dei devastanti crampi muscolari e infine l’arresto cardiaco”. La mente rimane quindi lucidissima ma il detenuto disteso sul lettino non riesce a muovere neanche un angolo della bocca se soffre. “Sarebbe un modo crudele di morire – sostiene The Lancet in un editoriale pubblicato insieme all’articolo della ricerca –. Sveglio, paralizzato, incapace di muoverti e di respirare, mentre il potassio brucia nelle vene”. (1)

Forse non molti conoscono il caso di Angel Diaz che, in luogo di acquietarsi e di perdere conoscenza, è diventato sempre più agitato durante e dopo la somministrazione dell’iniezione letale. Si vedeva che parlava rivolgendosi ai membri del team di esecuzione – i quali peraltro non gli rispondevano – e la sua faccia appariva contorta. Per alcuni minuti ha fatto delle smorfie mentre il suo pomo d’Adamo andava su e giù e le sue mascelle si serravano. Poi, muovendosi di tanto in tanto, ha continuato a respirare affannosamente per una ventina di minuti con un occhio aperto e uno chiuso. Dopo di ciò i membri del team di esecuzione sono apparsi agitati e a disagio mentre si consultavano e facevano un certo numero di telefonate.

Passati 25-30 minuti dall’inizio della procedura, il respiro di Diaz è divenuto leggero, il suo viso si è disteso e la sua pelle ha assunto un colore grigiastro. Nei seguenti 5-6 minuti Angel Diaz è rimasto ad occhi aperti mente il suo pomo d’Adamo aveva smesso si muoversi. E’ stato quindi dichiarato morto. Prima di morire Diaz ha nuovamente dichiarato di essere innocente. Parlando in spagnolo ha detto: “Lo stato della Florida sta commettendo un crimine perché sono innocente. La pena di morte non solo è una forma di vendetta, ma è anche un atto di grande vigliaccheria nei confronti di un uomo”. (2)

Comunque il tutto fa 34 minuti di agonia, anzi di tortura. Dopo aver eseguito l’accertamento autoptico, è stato verificato che la prolungata agonia di Diaz era stata causata dal fatto che in entrambe le braccia gli aghi avevano perforato da parte a parte le vene del condannato iniettando il volume di liquidi venefici, che sarebbe dovuto entrare in circolo, nei sottostanti tessuti molli del braccio. Ciò era avvenuto sia per la prima che per la seconda iniezione letale. Fatto reso evidente anche da una ustione chimica lunga 30 centimetri nel braccio destro e da una ustione chimica lunga 27 centimetri nel braccio sinistro. (3)

Ma per Angel Diaz non si è levata nemmeno una voce pubblica, almeno non una che arrivasse alle mie orecchie, ed era solo cinque anni fa, nel 2006. Inoltre andiamoci piano con i luoghi comuni perché la Cina, sempre citata in questi casi come il paese che pratica il maggior numero di esecuzioni in assoluto, ha sospeso per due anni le condanne capitali. (4) Per quelli che vorrebbero ribattere che sospensione non è abolizione io rispondo che è vero, ma che i passi avanti vanno riconosciuti e incoraggiati, piccoli o grandi che siano. Se la decisione cinese fosse adottata da tutti i paesi cosiddetti moderni e civili il numero esecuzioni crollerebbe.

Tanto per tornare a Sakiné vi dico che la sua pena – che io sappia ma accetto volentieri correzioni – è stata commutata in impiccagione. Per quanto riguarda questa forma di esecuzione la procedura è la seguente. Il prigioniero deve essere pesato. La caduta è calcolata in base al peso del condannato, in modo da esercitare sul collo una forza capace di spezzarlo. Viene poi posizionato il cappio intorno al collo del condannato, dietro il suo orecchio sinistro, che causerà la rottura del collo. In seguito la botola si apre sotto i suoi piedi e il condannato cade. Se eseguita correttamente, la morte giunge in seguito alla dislocazione della terza o della quarta vertebra cervicale o per asfissia. Se la misurazione non viene eseguita correttamente, invece, potrebbe avvenire uno strangolamento lento, un arresto della circolazione sanguigna o la decapitazione. Tanto perché non ci siano fraintendimenti segnalo che dal 1976, tre condannati sono stati impiccati negli Stati Uniti. (5)

Ma se l’impiccagione è crudele non meno lo è la sedia elettrica tant’è che proprio lo scalpore suscitato dagli ‘incidenti’ occorsi ripetutamente in alcuni stati USA nel suo utilizzo avevano indotto i sostenitori della pena di morte a chiedere il passaggio all’iniezione letale. *Ciò per evitare di mettere a rischio la sopravvivenza dell’istituzione della pena di morte in sé.* La procedura dell’esecuzione è la seguente: dopo che il detenuto è stato legato alla sedia, vengono fissati degli elettrodi di rame inumiditi alla testa e a una gamba, rasate entrambe in precedenza per assicurare una buona aderenza, dopo aver usato un gel per favorire la trasmissione della corrente elettrica. Potenti scariche elettriche, applicate a brevi intervalli, causano il decesso per arresto cardiaco e paralisi respiratoria ed il tempo di sopravvivenza è di circa 10 minuti. Il boia immette la corrente per la durata di due minuti e diciotto secondi variando il voltaggio da 500 a 2000 volt, altrimenti il condannato brucerebbe. Anche se lo stato di incoscienza dovrebbe subentrare dopo la prima scarica, in alcuni casi questo non accade. A volte il condannato è solo reso incosciente dalla prima scarica ma gli organi interni continuano a funzionare, tanto da rendere necessarie ulteriori scariche elettriche per ucciderlo. (6)

Volete proprio saperla tutta? Il metodo abolito da tempo della ghigliottina è paradossalmente il meno lungo e il più pietoso richiedendo un’esecuzione di appena 1-2 minuti.

E ora pensateci bene prima di venirmi a chiedere di aderire a manifestazioni per Sakiné o chicchessia. Lo faccio già. Probabilmente da molto più tempo di voi. Fatevi le vostre campagne di civilizzazione però non pretendete di essere condivisi. Le mie campagne, a differenza delle vostre, hanno una ragione sola: il rispetto degli esseri umani. Sakiné è prima di tutto un essere umano, dopo, solo dopo il simbolo della critica a un paese come l’Iran ed è del tutto da escludere che per me possa essere lo strumento per l’affermazione di una presunta superiorità occidentale.

L’unico suggerimento che mi permetto di dare a chiunque è di documentarsi meglio in merito alla cosiddetta “morte indolore”. C’è ancora molto da imparare a partire dal fatto che non esiste un’esecuzione compassionevole e che nessuna pena di morte è veramente priva di una forte componente di tortura. C’è da imparare che stati civilissimi hanno ancora in vigore la pena di morte, oltre agli Stati Uniti e all’Iran. E infine che non si può usare la pena di morte come un argomento per il presunto scontro di civiltà. E’ un atteggiamento opportunista e barbaro che fa di Sakiné – e degli altri che hanno la dubbia fortuna di salire agli onori della cronaca – dei simboli usa e getta che si possono accantonare non appena sono serviti allo scopo. Chi crede nella pena di morte, dal mio punto di vista, merita il medesimo disprezzo, a qualunque latitudine si trovi, in qualunque lingua sia annunciata al condannato, a qualunque dio siano rivolte le ultime preghiere.

Ilaria Sabbatini

1) http://it.peacereporter.net/articolo/2180/Sofferenze+inutili

2) http://www.paulrougeau.org/foglio%20145.htm

3) http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=8340583

4) http://mazzetta.splinder.com/post/24627854/la-cina-sospende-la-pena-di-morte

5) http://www.lapenadimorte.com/metodi.shtml

6) http://forum.alfemminile.com/forum/mariage1/__f284889_mariage1-I-metodi-di-esecuzione-in-vigore.html

7) PENA DI MORTE USA_ Agonie di ore per morire_ si apre un’inchiesta


Di particolare interesse

http://www.homolaicus.com/teoria/penadimorte.htm

http://murderpedia.org/


 

Sakiné libera

310x0_1395296358214_sakSakineh Mohammadi Ashtiani, condannata a morte tramite lapidazione per adulterio e concorso in omicidio, è stata aministiata il 20 marzo 2014 dal presidente iraniano Hassan Rohani.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Iran-amnistia-per-Sakineh-Liberata-la-donna-condannata-a-lapidazione_321348432447.html

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Iran-rilasciata-Sakineh-condannata-per-adulterio-75cc41b3-9932-4699-a983-a1ce93c427bd.html


Pena di morte agli omosessuali in Uganda

08uganda

David Bahati David Bahati mentre riceve la benedizione del pastore cristiano Martin Ssempa.

Ho provato a cercare il nome di David Bahati, il promotore della legge che dovrebbe condannare gli omosessuali ugandesi alla pena di morte (poi commutata in ergastolo). Volevo capire chi era perché non mi accontento di due righe su FB. Dapprima ho trovato solo articoli in inglese, poi ho impostato la ricerca in italiano. A dispetto di quello che mi aspettavo ho trovato pochissimi giornali che riportano quel nome: *University, Left, L’Indro, Internazionale e Avvenire*. Io non sono praticante ma la prossima volta consiglio i laici come me di pensarci bene, prima di sentenziare su quello che non si conosce. La cosa interessante è che, a detta di Internazionale, sono proprio i tabloid ad essere i catalizzatori più comuni dell’odio omofobico in Uganda. “Sulle pagine di questi giornali, i gay vengono demonizzati e accusati di diffondere l’aids, di costituire una minaccia per la famiglia tradizionale e la procreazione o addirittura di complottare contro il governo insieme a gruppi islamisti africanihttp://www.internazionale.it/portfolio/amori-impossibili/ Non c’è spazio per i massimalismi, quando si tratta di culture e religioni.

Ilaria Sabbatini


L’esecuzione di Michelle Byrom, 27 marzo 2014

Michelle-Byrom-jpgLa pena di morte è una bestialità sempre ma in questo caso di più. La donna è stata condannata per omicidio, ma quando il marito venne ucciso, Michelle Byron era ricoverata in ospedale. Dunque, non è lei l’assassina e, con ogni probabilità non è neanche la mandante. Michelle Byrom non vale meno di Sakineh Ashtiani.

http://lepersoneeladignita.corriere.it/2014/03/25/usa-uninnocente-sta-per-essere-messa-a-morte-nello-stato-del-mississippi/

http://www.4029tv.com/national/Mississippi-moves-to-execute-Michelle-Byrom/25159526


 In Oklahoma: condannato muore dopo 43 minuti

Clayton Lockett è morto dopo una lunghissima agonia a causa di un problema con l’iniezione letale. Sospesa un’altra esecuzione

(Ap)

Oltre 40 minuti di agonia e sofferenze. Alla fine è morto per un attacco di cuore. Accade in Oklahoma dove Clayton Lockett, 38 anni – condannato alla pena capitale per aver sparato a una ragazza di 19 anni e poi averla seppellita viva – è morto dopo un’agonia durata 43 minuti. Una vicenda che ha sconvolto gli Usa riaccendendo il dibattito sulla pena di morte e sulle iniezioni letali.

L’iniezione e l’agonia
Clayton  Lockett (Reuters)
Clayton Lockett (Reuters)

Tutto è iniziato alle 18.30 di lunedì pomeriggio (nella notte in Italia): il 38enne Clayton Lockett doveva essere giustiziato nel penitenziario di McAlester, in Oklahoma. Poi era prevista una seconda esecuzione. Era la prima volta nello Stato dopo tantissimi anni, una decisione che aveva già suscitato mille polemiche. Dopo la prima iniezione di anestetico – che precede quella letale vera e propria – l’uomo è stato dichiarato privo di sensi. Ma quando è iniziata la somministrazione del primo dei due farmaci letali, il corpo dell’uomo ha cominciato improvvisamente a muoversi, i suoi piedi e le sue braccia ad agitarsi. Probabilmente una vena si è rotta e il farmaco non ha avuto effetto. A questo punto – raccontano i testimoni – Clayton ha addirittura tentato inutilmente di sollevarsi con uno scatto mentre il suo lamento di dolore era sempre più forte e i testimoni assistevano increduli alla scena. L’uomo è morto per arresto cardiaco dopo un urlo finale che i testimoni hanno solo ascoltato, perché i medici avevano abbassato la tenda.

Rinviata la seconda esecuzione

Dopo la morte di Clayton è stata sospesa la seconda esecuzione prevista nel carcere, quella di Charles F. Warner, condannato per lo stupro e l’uccisione di una bambini di 11 mesi nel 1997. I due uomini hanno trascorso la giornata in celle adiacenti. Intanto un’indagine stabilirà cosa sia successo e il perché.

Le polemiche sul mix letale

Per l’Oklahoma si tratta di un duro colpo che alimenterà le già dure polemiche che si sono verificate per la condanna a morte dei due uomini e i loro appelli a vari tribunali per conoscere il mix letale che sarebbe stato loro iniettato. Gli appelli hanno spaccato l’opinione pubblica e riacceso il dibattito sulla segretezza delle iniezioni letali, con le case farmaceutiche che, per timori politici, rifiutato di fornire le informazioni sulle droghe e gli stati americani che cercano di trovare alternative, provando mix letali mai testati. Le autorità del carcere dell’Oklahoma giurano che le sostanze per l’iniezione sono state ottenute legalmente. Secondo indiscrezioni, non sembra che le droghe siano state il problema ma piuttosto il metodo in cui sono state somministrate.


 653d0cd25ac238a391477d44c547aa53-2532-kY5E-U103021767496953UE-568x320@LaStampa.itJoseph Wood, un’ora e 52 minuti per uccidere un condannato

La prima sostanza ha iniziato a scorrere nelle sue vene, e all’una e 57 minuti è stato proclamato completamente sedato. Wood però ha continuato a respirare affannosamente, oltre 600 volte secondo i testimoni, ed è morto solo alle 3 e 39 minuti.

 La Stampa – Usa, esecuzione choc due ore di agonia prima di morire


Quarantatré minuti – Stati Uniti – The Post Internazionale

Documents_ Not enough drugs left to finish botched Oklahoma execution – CNN

http://www.corriere.it/esteri/14_aprile_30/pena-capitale-orrore-oklahoma-condannato-muore-46-minuti-b0b65c34-d02f-11e3-b822-86aab2feac59.shtml

www.repubblica.it/esteri/2014/04/30/news/usa_in_oklahoma_esecuzione_disastro_dopo_l_iniezione_letale_il_condannato_a_morte_si_agita_e_parla-84830609/l