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In morte di una donna banale

di  Ilaria Sabbatini

Stamani mi è capitato di leggere un articolo sulla vicenda di Gloria Rosboch, di cui non conoscevo nemmeno la morte, e mi ha suscitato emozioni contrastanti. Pena sicuramente ma anche qualcosa di non facilmente definibile. Un fastidio, una noia, una specie di ronzio di sottofondo che non riuscivo a identificare.

Essendo miope, il mio corpo deve aver bilanciato dandomi un udito molto fine. Questo però ha delle controindicazioni perché riesco a sentire il ronzio delle lampade e degli apparecchi elettronici che abbiamo in casa. Mi succede quando sono l’ultima ad andare a dormire, le stanze sono silenziose e in giro non c’è alcun tipo di rumore. Allora comincio a sentire il ronzio di funzionamento delle lampade, delle luci di sicurezza, del modem o di qualche altro aggeggio. All’inizio non capisco cosa sia poi mi metto all’ascolto e inseguo il ronzio fino a individuarlo e a spegnerlo.

Stamani, essendo domenica, c’era più silenzio del solito e mentre leggevo avvertivo un senso di fastidio vago, difficilmente identificabile. Un ronzio di altro genere. Non gli ho dato subito peso ma poi, rileggendo i giornali nel pomeriggio, ho avuto chiaro che quell’impressione era reale e ho voluto metterla a fuoco. Si legge che la signora Gloria Rosboch, insegnante, è morta uccisa da un allievo, ingannata, tradita, truffata. Ma invece di insistere sugli eventi che hanno portato alla sua morte o sull’azione criminosa, alcuni hanno scelto di spostare lo sguardo su di lei, sul suo aspetto, sulla sua vita, sulle sue aspettative.

Il quadro che ne esce è desolante e se all’inizio può suscitare pena per una fragilità spezzata, l’insistenza su questi aspetti risulta alla fine eccessiva. Qualcosa di simile alla carità pelosa di chi, atteggiandosi a compassione, finisce per mettere in risalto la miseria squallida del compatito. Il gusto dell’anomalia pare appena legittimato da una pietà di prammatica che è difficile non pensare come auto-assolutoria. Ricorda un po’ quelli che guardano con insistenza una persona con handicap ma lo fanno con l’occhio languido e lucido. Prendo due o tre articoli e isolo alcune frasi per spiegare meglio. Non importa da che giornale e da che autore: farete presto a trovarli in rete.

“L’umile e ordinato perimetro della sua semplicità, con i vecchi vestiti ripiegati nel cellophane dentro i cassetti dell’armadio, i centrini sulla tavola per mangiare, il comodino con la sveglia e la tappezzeria di fiori e dolci arabeschi della camera da letto”.

“Le domeniche passate sul divano di finta pelle a guardare le partite della Juventus assieme al papà”. “La mesta tranquillità delle sue abitudini… i dolci silenzi delle serate senza niente da fare davanti alla tv, questi giorni senza ambizioni“. “La notte di Capodanno festeggiava sempre solo assieme ai genitori andando subito a letto a mezzanotte”. “Lei guardava le partite con papà”.

Le gozzaniane buone cose di pessimo gusto sono vezzi lusinghieri, al confronto. Mancano il Loreto impagliato e i fiori in cornice per essere davanti a L’amica di nonna Speranza che rispetto alla “povera Gloria” risulta perfino una personalità brillante.

“Lei [Gloria] è già vecchia, con la testa, ma le va bene così“. “[L’omicida] legge Nicholas Sparks, mentre Gloria tiene sul comodino la biografia di Del Piero”. “Lui sogna l’America, per lei, invece, questa casa è veramente tutto il suo mondo”.

“Gloria timida e insicura”, “sempre sola, non bellissima“. “Lei 49 anni, lui 30 di meno”. “Vestita come la brava maestrina”, “i suoi abiti tutti uguali“. “Non aveva mai conosciuto altro mondo all’infuori della sua casa”. “Le foto della famiglia e della sua solitudine sparse nelle camere”.

Sicuramente è tutto vero ma è vero anche altro. Che era una professoressa di francese, che era laureata, che aveva gli occhiali, che era appassionata di calcio, che era considerata un’insegnante severa, che era rispettata, che era una precaria come tante di noi. Che era una donna, che aveva una dignità e un lavoro, che aveva dei problemi, che andava dal parrucchiere, che qualcuno la conosceva, che aveva comunque dei desideri. Che il femminicidio prescinde dal tipo di aspetto e dal tipo di vita di una donna: dipende tutto da quello che si decide di mettere in luce.

P.s. Ero molto indecisa su questo titolo. Non avrei voluto scriverlo perché non è quello che penso. Ma vorrei che servisse a provocare chi la pensa così di questa donna.

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