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I nani sono sconvolti. Storie di favole proibite

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I nani sono sconvolti: 49 volumi di favole sono stati messi al bando perché accusati di diffondere la teoria gender. Per rendersi conto delle cose bisogna toccare con mano, così sono andata da Angela, in biblioteca, a leggermi “Piccolo blu e piccolo giallo”, uno dei libri banditi. Prima non ne conoscevo nemmeno l’esistenza così, in un certo senso, devo ringraziare il sindaco censore. A causa del dibattito che ha sollevato il ritiro dei 49 libri, sono venuta a sapere che esisteva quel capolavoro mignon. Parla di due colori, il blu e il giallo, che giocando si confondono e formano il verde. Come verdi, i genitori non li riconoscono e li rifiutano. Allora i verdi si mettono a piangere lacrime blu e lacrime gialle e da quelle lacrime si ricompongono piccolo blu e piccolo giallo. I due amici vanno da papà blu e da mamma blu. Felici di rivedere il figlio, i genitori blu abbracciano entrambi i bambini. Ed è a quel punto, nell’abbraccio, che i genitori blu si confondono con piccolo giallo e formano il verde. Questa, secondo qualcuno, è la teoria gender. È vero, una favola delle 49 parla di un gatto che adotta un uccello, però non era la stessa cosa dell’osannata e adorabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”? Qualcuno mi spieghi dove sta la differenza: perché “Rosso Micione” è eversivo mentre la Gabbianella è accettabile? C’è anche una storia che riguarda due papà pinguini. E di fronte a questo io non discuto: se a qualcuno non piace, non lo deve mica leggere! Il fatto è che proprio quel qualcuno ha detto: “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” e si è messo in piedi, a leggere libri in silenzio. Quei libri vengono dalle librerie di casa ma anche dagli scaffali delle biblioteche pubbliche e scolastiche. Loro hanno avuto la libertà di prendere i libri e leggerli. Io non rivendico che tutti i libri siano letti da tutti né cerco di convincere qualcuno a leggere qualcosa che non vuole. Ma sta di fatto che qualcuno non ha più la libertà di prendere i libri e leggerli. Quell’affermazione – “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” – deve valere per tutti, ma proprio tutti, altrimenti conta meno di zero. Questo è proprio uno di quei casi in cui “o tutti o nessuno”. E dunque quei libri in biblioteca ci devono stare, anche se qualcuno non li leggerà e non li vorrà mai leggere. Ci devono stare per una questione di pluralismo, per una questione di rispetto, per una questione di intelligenza. E, se vogliamo, anche di senso dell’opportunità. Vedete? Avete proibito “Piccolo blu e piccolo giallo” ma la prima cosa che ho fatto è stata proprio di andarlo a chiedere in prestito. Non lo avevo mai letto e volevo capire. Non sapevo che il testo era brevissimo e si legge tutto d’un fiato, in biblioteca, tra una cosa e l’altra. A un adulto bastano meno di due minuti per finirlo, se non si sofferma sulla grazia delle immagini e della scelte semantiche. Incuriosita perché Evelina mi aveva detto che c’era una versione video, sono andata a cercarla. Ho scoperto che non c’era solo quella ma ce n’erano anche altre di fiabe proibite: qualcuno si è preso la briga di leggerle, animarle o farle illustrare dai bambini. Non tutte le favole sono reperibili e va detto che la cosa più bella è leggerle nelle sedi giuste: la scuola o la biblioteca. In ogni caso questo assaggio serve a dare un’idea di cosa stiamo parlando. In uno dei libri, “La cosa più importante”, un bambino torna da scuola con il compito di dire qual è la cosa più importante per ricostruire il mondo. Il bambino lo domanda a tante persone diverse ma, invece di una sola risposta, ne ottiene tante: tutte diverse. Vedendo puntare il dito contro “Il pentolino di Antonino” non si può non pensare che si stia proprio cercando di soffocare  la cosa più importante.

Ilaria Sabbatini


La lista dei 49 libri ritirati

Le zozzette

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Più certa della morte c’è solo una cosa: l’imbecillità della gente. Io non trovo altra definizione se non di imbecilli per quelli che mettono la nudità – vera o presunta – alla pari di uno stupro. Allora, visto che la situazione è questa, ripartiamo a dire due o tre cosette importanti. Una donna può andare in giro nuda quanto le pare senza che questo dia il diritto a qualcuno di stuprarla. Non c’è relazione di causa-effetto: se uno vede una donna nuda può scegliere se stuprarla oppure no. Al limite, lei, ne pagherà le conseguenze se viene denunciata per atti osceni in luogo pubblico. E nessuno dovrà abusarla. Avete capito bene e lo ripeto: io rivendico il diritto di andarsene in giro mezze nude senza dover essere per forza stuprate. Ovviamente è un ragionamento paradossale, giusto per far capire bene. Tutte noi che siamo passate da molestie più o meno gravi, sappiano che conta meno di zero essere scollacciate o monacali. Ci sarà sempre una scusa per scaricare la responsabilità sulla vittima. Qualcuna è stata molestata in tuta da ginnastica, qualcuna in minigonna. Qualcuna di notte, qualcuna di giorno. Qualcuna da sola, qualcuna in mezzo alla gente. Qualcuna flirtava, qualcuna si faceva i fatti suoi. Qualcuna era ubriaca, qualcuna era sobria.

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Se io fossi un uomo mi offenderei, leggendo i commenti nello screenshot. La costante è che l’uomo è rappresentato come un fallo dotato di gambe e braccia ma privo di volontà e raziocinio. Se si rovesciano al maschile i pregiudizi ginofobici viene fuori cosa pensando questi uomini degli uomini: 1) gli uomini che trovano una ragazza in giro di notte la stuprano, 2) gli uomini che trovano una donna con un vestito audace la stuprano, 3) gli uomini vedono le donne come prostitute pronte per l’uso, 4) gli uomini sono legittimati a stuprare, 5) il deficiente che pensa di fare ironia non manca mai, 6) gli uomini non sono stupratori ma le donne stuprate sono zozzette, 7) gli uomini hanno diritto a stuprare le ragazzine perché tanto a loro piace, 8) gli uomini stuprano le donne per raddrizzarle (è per il loro bene), 9) la colpa è delle femministe. Non starò a perdere ulteriore tempo perché questo screenshot è principalmente un problema di uomini con uomini. Mi aspetto che loro dicano qualcosa.

Ora invece la racconto come l’ho intesa io. Un militare della marina ha stuprato una ragazzina di quindici anni. Avevo poco meno di lei quando ho cominciato a capire che c’era qualcosa di sbagliato nell’educazione che avevo ricevuto. Rappresentante degli studenti, in missione nella grande città, ho incrociato un molestatore nella metro. Non posso dire che non capissi. Ero perfettamente lucida. Sapevo cosa stava succedendo, in teoria. Ma pensavo che non fosse possibile. Temevo la reazione della gente così non ho provocato scandali. Non ho dato schiaffi, non ho gridato, non ho emesso un fiato. Niente: non mi sono nemmeno girata per guardarlo in faccia. Era impossibile che succedesse e mi vergognavo perché stava succedendo. Mi sono liberata di lui solo quando sono scesa, alla fermata sbagliata, senza sapere dov’ero finita. Lui non è sceso: non ha fatto in tempo. Ed è finita lì, non faccio ipotesi alternative.

Quando il ritmo cardiaco è tornato più o meno normale, ho pensato che la colpa fosse mia perché non avevo reagito. Uno che non conosci ti si avvicina e ti appoggia alla schiena il suo pene eretto. Lì per lì pensi che sia un caso: gli scossoni della metro te lo hanno spinto addosso. Anche se sai cosa è quello che senti non hai il coraggio di dargli un nome perciò ti dici che ti sei sbagliata: sarà il portafogli. Poi però lui insiste e tu ti congeli. Il cervello viaggia alla massima velocità, vagliando infinite opzioni, ma alla fine non sa quale scegliere. Ti scansi ma lui ti ritrova. E mentre il cervello viaggia la bocca rimane muta. Passano secondi preziosi, forse minuti: non lo sai perché il tempo ha cominciato a scorrere diversamente. E lui vede che non reagisci. Magari pensa che ti piaccia. Allora osa di più: non gli basta appoggiarsi, comincia a strusciarsi in modo sempre più sicuro. Tu alla fine scappi. Con un guizzo improvviso riesci a sottrarti e la folla si richiude su di lui. Si richiude anche la porta della metro. E finalmente riesci a girarti.

A quel punto succede una cosa imprevedibile. Succede che invece di sentirti sollevata cominci, incredibilmente, a darti la colpa di tutto. Non ti passa nemmeno per la testa di essere una vittima. Non riesci a pensare che lui è l’abusatore e tu l’abusata. Molte donne non si considerano neppure abusate sebbene lo siano, dice un’amica. Io ci ho messo molto tempo per capire di aver subito un abuso. E il processo di separazione dalle colpe di chi mi aveva molestato ha richiesto ancora più tempo. A volte ci vogliono decenni. Allora pensateci quando educate i figli. Pensateci anche quando parlate dell’educazione sessuale nella scuola. Pensateci bene e pesate ogni singolo pensiero.

Qualcuno non capisce la mia paura di ribellarmi. Non me ne offendo: forse è l’occasione per chiarire qualcosa. Sono le dinamiche della sopraffazione. Qualsiasi abuso non è solo sesso: è dominio, controllo, è esercizio di potere. La mia risposta dunque è semplice. Se ti dicono che la sessualità è una cosa da tenere segreta e vagamente vergognosa, fai di tutto per tenerla nascosta, a maggior ragione se sei poco più di una bambina. Mi suggerisce l’amica: in quel tipo di corpo, cresciuto in fretta, non ero stata educata a gestire i cambiamenti. È vero.

Ti educano facendoti credere che la sessualità implichi una colpa. O almeno così è successo a me, per tanti motivi che non sto a snocciolare. Ti educano a credere che del sesso non si debba parlare. Allora tu, ragazzina, cosa fai? Semplicemente non ne parli. E se sei abituata a negarlo, continui a negarlo. 

Il problema nasce quando la realtà e l’idealità entrano in collisione. La cosa non deve succedere ma ti sta proprio succedendo. Non puoi parlarne liberamente ma qualcuno te lo sta appoggiando. È questa la follia. L’espressione è brutale ma la brutalità – pensateci – non viene dal mio linguaggio bensì dalla realtà. Se non sei pronto a parlarne serenamente e a pensarci serenamente poi non sei in grado di gestirlo né – eventualmente – di difenderti. Non sei in grado di reagire.

Io non avevo la pistola puntata e non ero neppure da sola. Non ero alle prese con una persona più forte che cercava di sopraffarmi. Semplicemente ho trovato un maiale adulto che si è approfittato della situazione. E quando ha capito che non reagivo si è approfittato ancora di più. Se prima si appoggiava, dopo si strusciava e avrebbe continuato così. A me sarebbe bastato poco per interrompere tutto. Ma quel poco ero incapace di farlo. Se ti tagliano via le mani dopo non puoi più usarle: così è anche per la consapevolezza e la volontà. È questo che succede. Ed è così che vedo la questione dell’educazione sessuale nelle scuole.

Anche oggi, anno di grazia 2015 ma non ancora futuro, va ribadito che chi denuncia è coraggioso. Tanto più una ragazzina 15enne. Come molti, credevo che il futuro avrebbe portato miglioramento. Ma che miglioramento é se la crescita del ruolo femminile continua a coesistere con i cascami di una società vincolata a un passato misogino e ginofobico? Ogni volta ritorna, ogni volta è la stessa storia: è l’abbigliamento della vittima, il suo comportamento, l’ubriachezza, la libertà sessuale, le sue abitudini. Mi fa notare un’altra amica: si incolpano i genitori, specialmente la madre, per non aver sorvegliato. Poi le compagne di lei per non aver reagito. Non si mettono mai in discussione gli amici di lui per non essere intervenuti, per non aver denunciato. Al contrario, si tende a comprendere chi protegge o non denuncia i figli, i fratelli, i mariti, i vicini. Perché la ragazza era fuori? Perché aveva bevuto? Perché era vestita in quel modo? La violenza, l’umiliazione, lo schifo, il danno diventano secondari. Dimenticando così l’unica certezza: che un abuso non è mai scusabile. 

Credo che sia coraggioso chi denuncia. Ma credo che sia coraggioso – e onesto – anche chi riesce a parlare della sessualità in modo sereno. Onesto nel senso di pulito. Trovo sporca solo la volontà di negare l’esistenza delle sessualità perché è dalla negazione che nascono le storture, le fobie, la colpevolizzazione, il giudizio. Ora mi ritengo una persona serena senza particolari tabù. E mi piace esserlo. Nessuno mi ha aiutata, non so perché sono diventata così. Fortuna, letture, amici, ambienti… L’unica cosa che so è che sto molto meglio di prima. Ho imparato ad accettare la componente sessuale della mia personalità. Sto bene, finalmente. 

Se potessi, mi piacerebbe ritrovare il maiale della metro per dargli il manrovescio che si meritava con gli interessi maturati negli anni. Ma non metto sotto accusa solo lui: metto sotto accusa il modello educativo che mi ha resa incapace di reagire. Fate come volete, ma ricordatevi delle storie come la mia quando discutete dell’educazione sessuale nelle scuole. A parlare della sessualità ai ragazzi non so cosa succede. Ma a non parlarne, a trattarla come una faccenda impudica, sono certa che rendete i ragazzi e le ragazze vulnerabili. Esattamente come è accaduto a me.

Ilaria Sabbatini

Ps.

Al solito, grazie ai miei contatti Facebook che mi hanno aiutato in questa riflessione.

La gender theory e l’abolizione del genere

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Tutto è cominciato da uno scambio interessante avvenuto sulla mia bacheca FB in merito al tema della cosiddetta gender theory. La domanda di partenza era la seguente : Siccome il fact checking è importante qualcuno mi sa dire chi è l’autore, l’autrice o il think thank che ha elaborato la gender theory?  In molti hanno preso parte allo scambio suggerendomi letture e argomenti. Li ringrazio tutti, a prescindere che siamo d’accordo o meno, e rinvio a al suddetto post per leggere i loro interventi.

Tra le indicazioni più interessanti che mi sono sono arrivate (riportate in calce), quella che mi ha maggiormente sollecitata è stato l’articolo di Introvigne che cerca finalmente di stabilire un’origine per la gender theory. Gli argomenti del sociologo meritano sicuramente attenzione anche se non è chiaro quale relazione ci sia tra le linee guida dell’OMS e le posizioni attribuite in particolare a Beauvoir e Butler. L’autore infatti identifica nelle due saggiste una sorta di archetipo o di prima formulazione della gender theory.

La tesi fondamentale è che Simone de Beauvoir è davvero all’origine della teoria del gender […] Per la Butler il libro della de Beauvoir Il secondo sesso va letto come «un esorcismo», in cui la filosofa «esorcizza» il pensiero di Sartre cercando di liberarlo dal demone che lo abita, «lo spettro di Cartesio». […] Che c’entra Sartre? Oltre ad avere una relazione con Simone de Beauvoir, questo padre della filosofia esistenzialista avrebbe proposto l’ideale di una mente ribelle alle convenzioni morali, ma non si sarebbe mai liberato delle idee di Cartesio, secondo cui mente e corpo sono distinti e concettualmente separabili. Simone de Beauvoir, il cui pensiero è riassunto nella sua frase più famosa secondo cui «donne non si nasce, ma si diventa», ha teorizzato la distinzione fra “sesso” biologico e “genere” culturale. Una donna nasce con un corpo di donna (sesso biologico) ma acquisisce il genere donna (culturale) perché fin da bambina è vestita ed educata in un certo modo dai genitori. La de Beauvoir rivendica invece il diritto di scegliere liberamente il proprio genere, a prescindere dal sesso anatomico. [1]

Andiamo per gradi. Quello che farò non sarà altro che giustapporre le affermazioni dei vari attori e autori in campo in modo da permettere al lettore di verificare il significato, la forma e il contenuto delle rispettive formulazioni. Non sarò io a dire cosa gli autori pensano − responsabilità che non mi sento di assumere rispetto al tema − ma saranno gli autori stessi con le loro parole. Non sarò io a esprimere un’opinione di merito: mi limiterò a fare un lavoro di collazione perché quello che manca al dibattito non sono le opinioni, ché anzi proliferano, ma le fonti e il conseguente lavoro di verifica. Riguardo alla Butler trovo significativo quanto lei stessa afferma in una intervista a Le nouvel observateur (traduzione qui)

«Je n’ai jamais pensé qu’il fallait un monde sans genre, un monde post-genre, de même que je ne crois pas à un monde post-racial. En France, des élus de gauche ont demandé qu’on supprime le mot «race» de la Constitution. C’est absurde ! Cela revient à vouloir construire un monde sans histoire, sans formation culturelle, sans psyché

Nous ne pouvons pas faire comme si la colonisation n’avait pas eu lieu et comme s’il n’existait pas des représentations raciales. De même, à propos du genre, nous ne pouvons pas ignorer la sédimentation des normes sexuelles. Nous avons besoin de normes pour que le monde fonctionne, mais nous pouvons chercher des normes qui nous conviennent mieux». [2]

La Beauvoir è a sua volta chiamata in causa per Sesso e genere, un capitolo de Il secondo sesso. Bene, di cosa si sta parlando? Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe) è un saggio pubblicato a Parigi nel 1949 da Gallimard. Il nodo centrale dell’argomento è un passaggio dell’opera in cui l’autrice sostiene che “non si nasce donna ma lo si diventa“.

Ora, vista la distanza temporale della Beauvoir sarà difficile che il grande pubblico conosca l’opera in questione e sarà anche difficile che essa venga letta oggi, tanto più in francese. Sostiene infatti lo stesso sociologo che “si tratta di un articolo denso e difficile, che per di più sfida le traduzioni e va letto in originale”. Di fatto − rifletto − questo semplicissimo dato di non accessibilità lo sottrae al pubblico. Quanto dice è vero, la difficoltà esiste, ma ciò nonostante credo che il contatto con le fonti sia un elemento di essenziale importanza, se non altro per comprendere che il problema c’è e non si può eludere. Dunque, trovato il brano, lo metto a disposizione così com’è perché − pur zoppicando in francese e con una preparazione monca − chi vuole possa leggerlo in originale. Per nostra fortuna il MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha messo online un estratto de Le deuxième sexe e si tratta proprio del passo chiamato in causa.

Extrait de « Le deuxième sexe » de Simone de Beauvoir

On ne naît pas femme : on le devient[3]

«On ne naît pas femme : on le devient. Aucun destin biologique, psychique, économique ne définit la figure que revêt au sein de la société la femelle humaine ; c’est l’ensemble de la civilisation qui élabore ce produit intermédiaire entre le mâle et le castrat qu’on qualifie de féminin. Seule la médiation d’autrui peut constituer un individu comme un Autre. En tant qu’il existe pour soi, l’enfant ne saurait se saisir comme sexuellement différencié. Chez les filles et les garçons, le corps est d’abord le rayonnement d’une subjectivité, l’instrument qui effectue la compréhension du monde : c’est à travers les yeux, les mains, non par les parties sexuelles qu’ils appréhendent l’univers. Le drame de la naissance, celui du sevrage se déroulent de la même manière pour les nourrissons des deux sexes ; ils ont les mêmes intérêts et les mêmes plaisirs ; la succion est d’abord la source de leurs sensations les plus agréables ; puis ils passent par une phase anale où ils tirent leurs plus grandes satisfactions des fonctions excrétoires qui leur sont communes ; leur développement génital est analogue ; ils explorent leur corps avec la même curiosité et la même indifférence ; du clitoris et du pénis ils tirent un même plaisir incertain ; dans la mesure où déjà leur sensibilité s’objective, elle se tourne vers la mère : c’est la chair féminine douce, lisse élastique qui suscite des désirs sexuels et ces désirs sont préhensifs ; c’est d’une manière agressive que la fille, comme le garçon, embrasse sa mère, la palpe, la caresse ; ils ont la même jalousie s’il naît un nouvel enfant ; ils la manifestent par les mêmes conduites : colères, bouderie, troubles urinaires ; ils recourent aux mêmes coquetteries pour capter l’amour des adultes. Jusqu’à douze ans la fillette est aussi robuste que ses frères, elle manifeste les mêmes capacités intellectuelles ; il n’y a aucun domaine où il lui soit interdit de rivaliser avec eux. Si, bien avant la puberté, et parfois même dès sa toute petite enfance, elle nous apparaît déjà comme sexuellement spécifiée, ce n’est pas que de mystérieux instincts immédiatement la vouent à la passivité, à la coquetterie, à la maternité : c’est que l’intervention d’autrui dans la vie de l’enfant est presque originelle et que dès ses premières années sa vocation lui est impérieusement insufflée».

Ora, io non voglio arrogarmi competenze che non ho quindi faccio una pura analisti linguistica. Nel brano in questione, la parola che ricorre maggiormente è même, medesimo. Ma nonostante ciò non si trova alcuna espressione che faccia pensare alla possibilità di scelta tra l’essere uomo e l’essere donna. A guardar bene non si trova nemmeno la parola choix. L’espressione on ne naît pas femme : on le devient allude non tanto alla possibilità di scegliere di essere maschi o femmine ma semplicemente alla definizione dei ruoli. La Beauvoir non sostiene che la donna acquisisce il genere in base alla formazione culturale bensì che la donna acquisisce il ruolo di genere in base la formazione culturale. Se a “genere” si sostituisce “ruolo di genere” si sgonfia tutto il discorso che vorrebbe indicare la Beauvoir come antesignana o fautrice della “gender theory”.

La seconda parte delle dispense del MIT racchiude la risposta: la chiave di Sesso e genere non è la formulazione di una teoria per cui si può indifferentemente diventare maschi o femmine. Più semplicemente è una rivendicazione di parità che si inserisce nel filone della riflessione femminista.

Extrait de « Le deuxième sexe » de Simone de Beauvoir

La femme n’a jamais eu ses chances [4]

«Les accomplissements personnels sont presque impossibles dans les catégories humaines collectivement maintenues dans une situation inférieure. ‘Avec des jupes, où voulez-vous qu’on aille?’ demandait Marie Bashkirtseff [5] . Et Stendhal : ‘Tous les génies qui naissent femmes sont perdus pour le bonheur du public.’ À vrai dire, on ne naît pas génie : on le devient ; et la condition féminine a rendu jusqu’à présent ce devenir impossible». (Segue)

L’introduzione del saggio è molto utile a comprendere le intenzioni dell’autrice. Soprattutto in merito alla vexata quaestio se la Beauvoir rivendichi o meno il diritto di scegliere liberamente il proprio genere:

«Les sciences biologiques et sociales ne croient plus en l’existence d’entités immuablement fixées qui définiraient des caractères donnés tels que ceux de la Femme, du Juif ou du Noir […]. Cela signifie-t-il que le mot «femme» n’ait aucun contenu? […] Assurément la femme est comme l’homme un être humain mais une telle affirmation est abstraite le fait est que tout être humain concret est toujours singulièrement situé. Refuser les notions d’éternel féminin, d’âme noire, de caractère juif, ce n’est pas nier qu’il y ait aujourd’hui des Juifs, des Noirs, des femmes cette négation ne représente pas pour les intéressés une libération, mais une fuite inauthentique. Il est clair qu’aucune femme ne peut prétendre sans mauvaise foi se situer par-delà son sexe». [6]segue )

Sembra dunque che intorno al libro del 1949 si sia riprodotta la stessa dinamica di scivolamento semantico che ha dato luogo alle discussioni del 2015. Il punto è che “ruolo di genere” e “determinazione del genere” sono due concetti differenti. Se io dico, per esempio, che in casa mia ci dividiamo i compiti tra me e mio marito per cui io cucino e lui lava i piatti, parlo di ruoli in relazione al genere. Mio marito non si sente sminuito nella sua natura maschile per il fatto di lavare i piatti. Sempre in casa mia capita che sia io a occuparmi di sturare il lavandino e smontare il sifone. Questo non mi fa sentire sminuita nella mia natura femminile. È un dato di fatto talmente metabolizzato nella nostra quotidianità che non ci facciamo nemmeno più caso. Mio marito non desidera diventare femmina perché lava i piatti e pulisce casa. Io non desidero diventare maschio perché svito i sifoni e monto le applicques.

Ma osiamo di più. Se io dico che la mia amica Cunegonda lavora mentre suo marito Vercingetorige è in congedo parentale a guardare i bambini, parlo ancora di ruoli di genere. In questo caso ritengo sia importante e a questo punto non superfluo sottolineare il fatto che se Cunegonda lavora questo non sminuisce la sua femminilità e,  della pari, se Vercingetorige guarda i bambini ciò non sminuisce la sua virilità. Ma anche se lavorasse la sola Cunegonda questo non farebbe di lei un maschio e Vercingetorige non diventerebbe femmina. Infine mettiamo il caso che Vercingetorige lavori come badante e Cunegonda guidi il camion: ugualmente lui resterebbe maschio e lei restebbe femmina. In poche parole si sta ancora e solo parlando di ruoli di genere. Ecco perché il ruolo di genere non significa determinazione del genere.

Detto questo, io non nego affatto che ci possano essere degli eccessi. Già solo il fatto di usare un linguaggio fortemente ideologico come “criptofascisti” per me fa scivolare la discussione a un livello inaccettabile. Non entro nel merito delle teorie psicologiche: “non è il mio campo” come si aveva il buon gusto di dire una volta. Mi rifaccio alle cose che leggo e tra le varie altre mi è piaciuto molto il post Di Pellai perché Pellai è tra i pochi, finora, che hanno centrato il problema: tutta la polemica è nata dalle Linee Guida per l’educazione sessuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel momento in cui qualcuno ha voluto intendere che tali indicazioni incitano all’insegnamento della masturbazione per i bambini della scuola materna. A quanto pare invece no: le linee guida OMS non insegnano ai bambini a masturbarsi a diventare omosessuali.

Credo che al punto in cui siamo arrivati si sia perso di vista l’orizzonte di qualsiasi discorso. Perché non è tanto questione, permettetemi, di militanza tradizionalista contro militanza omosessualista. Chi vuol far esondare il confronto, provocando un effetto domino che coinvolge tutte le tematiche in un blob informe a mio avviso sbaglia. Non è la modernità contro la tradizione, non è il libertinismo contro la moderazione. Non è il laicismo contro l’oscurantismo. Ma lo sapete che le prime a finire sotto accusa per aver insegnato la “teoria gender”, a Verona, sono state le suore di una scuola cattolica?

Ho l’impressione che la grande assente di questo dibattito sia proprio la sua componente più importante: la consapevolezza, poco accademica e molto umana, della sofferenza e della fragilità. Alla fine, ai bambini che scoprono di avere un corpo sessuato, cosa si racconta? Si mettono in punizione? Gli si dice che sono cattivi? Si fa finta di non vedere? Il resto è una costruzione che niente ha a che vedere con la questione centrale. Sono polemiche da adulti, questioni da adulti. Ma la sofferenza psicologica è qualcosa di reale: è ciccia che fa male, è un corpo che ti fa paura, è timore di quello che sei. E mi pare che in pochi se ne preoccupino.

Durante questa specie di riflessione condivisa mi hanno scritto in molti, laici, cattolici, militanti, non militanti. Li ringrazio per ciò che hanno espresso e per i suggerimenti di lettura di cui vedete il risulto nell’elenco in calce. Non credo di essere arrivata a un punto fermo e neanche mi interessa. Mi interessano invece il confronto, le opinioni, le mie, le altrui. Ho le mie rigidezze, come tutti. E spero che tutti − me compresa − diventino sempre più consapevoli delle proprie. Fermo restando il principio della laicità dello stato, in attesa che si realizzi appieno nel rispetto di tutte le sue componenti, mi fermo a leggere di persone cattoliche che cercano la mediazione con le culture laiche e di laici che cercano il confronto con le culture religiose. Qualcuno ci riesce meglio, qualcuno è disastroso. 

Come  ho scritto in uno dei miei post, considero un successo maggiore trovare dei punti di contatto con qualcuno che non la pensa come te piuttosto che avere ragione. Le persone che ti dicono bravo/a ti gratificano e ti rassicurano. Ma l’effetto dura poco. Il confronto dialettico ti cambia.

Ilaria Sabbatini


[3] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe 1, pp 285 et 286. Extrait © Gallimard 1949. All rights reserved. This content is excluded from our Creative Commons license. For more information, see http://ocw.mit.edu/help/faq-fair-use/

[4] Ibid. pages 176 à 178. Extrait © Gallimard 1949. All rights reserved. This content is excluded from our Creative Commons license. For more information, see http://ocw.mit.edu/help/faq-fairuse/

[5] [Bashkirtseff (Maria Bachkirceva, dite Marie), peintre et écrivain russe (près de Poltava, 1860 – Paris, 1884). Son Journal (posth., 1887), commencé en 1872 et écrit en français, et ses Cahiers intimes (posth., 1925) composent un récit lucide et émouvant de sa brève existence. (Hachette Multimédia / Hachette Livre © 2001)]

[6] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe 1, p 15. Extrait © Gallimard 1949.


I suggerimenti che mi sono arrivati tramite il post sull’origine della gender theory