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Ethos e thanatos

Il tema dell’eutanasia è tornato prepotentemente alla ribalta con la morte autoprocurata di Fabiano Antoniani, dj Fabo. Il tema è oltremodo delicato e non mi metterò a fare analizi sulle condizioni di lui, sul suo stato di disperazione o sulla sua serenità. Sono cose che non sappiamo e di cui soltanto l’interessato può dare conto. Dunque trovo opportuno tacere e rispettare il mistero di un uomo che non ho conosciuto, di una coscienza che non è la mia. Riguardo all’eutanasia però è lecito avere dei pareri dato che, in un modo o nell’altro, è un fatto che ci riguarda tutti come individui soggetti al passaggio del tempo. Non è solo questione di cosa sia giusto, ognuno dentro di sé ha le sue convinzioni dettate dalla formazione culturale, dalle credenze, dal modo di affrontare la vita in tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Il punto chiave, in questo caso, è capire il ruolo che dovrebbero avere le leggi dello stato in un campo la cui materia non è mai stata regolamentata.

Mi pare che lo scopo di uno stato e delle sue leggi sia di garantire la pluralità e la convivenza. Tanto per scendere nella prassi, mi è capitato di confrontarmi con una mia buona amica, cattolica praticante: lei ha un concetto della vita chiaramente ispirato ai suoi principi morali. Una sera ci siamo trovate a parlare di questo e mi ha detto che considera come vita ogni suo respiro, in qualsiasi condizione si trovi. Pur avendo una formazione similissima alla sua sono arrivata a conclusioni diverse. Credo che il fatto più interessante sia stato di riuscire a convenire su un punto: la sua volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la mia; la mia volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la sua. Abbiamo scisso consapevolmente il piano della morale e quello dell’etica. Allo stato non compete e non deve competere la morale, deve competere l’etica. Anche se non esiste – che mi risulti – nessuna convenzione al riguardo,  il concetto di morale indica le norme di comportamento, mentre quello di etica allude alla riflessione sul fondamento e l’applicabilità di quelle norme.

Trovo fallace che si discuta di temi come il fine vita prendendo a riferimento la morale – ovvero le norme di comportamento che le persone si danno – perché la morale non può altro che essere soggettiva, autoriferita o condivisa entro gruppi specifici. Qui non è questione di pietà − quanto meno non solo − bensì di civile convivenza. La civile convivenza è quella che permette il rispetto di tutti sulla base di un patto sociale. Per esempio permette che io sia contraria all’eutanasia, in base ai miei principi morali, e però sia favorevole all’autodeterminazione in base ai miei principi etici. L’ethos è uno spazio condiviso, dove ci dobbiamo rispettare tutti. E l’ethos, a mio avviso, contiene e garantisce la morale, il mos, ovvero la scelta tra azioni ugualmente possibili. Morale che è plurale per definizione.

Riguardo invece al paragone infelice e illecito con la cosiddetta eutanasia nazista, studiando l’Aktion T4 risulta evidente che l’eutanasia civile praticata da Fabo si colloca da tutt’altra parte, nel filone del pensiero sull’autodeterminazione. La persona decide che per sé, in un contesto di autodeterminazione, è un fatto totalmente diverso dalla persona che muore per decisione di un’altra. La definizione corretta per la cosiddetta eutanasia nazista è eutanasia eugenetica. Confondere la soppressione di stato dei disabili praticata dal nazismo con l’eutanasia civile non solo è improprio ma assume il punto di vista del nazismo stesso. La soppressione dei malati veniva chiamata “dolce morte” solo in un contesto propagandistico quando di fatto tutto il programma eugenetico era costituito da comportamenti violenti e costrittivi. Dunque la prassi nazista – comunque la si pensi – va considerata diversamente dall’eutanasia civile perché il concetto di fondo è completamente differente: si tratta infatti di eterodeterminazione della persona dall’esterno. In questo caso la persona non decide per sé ma subisce la decisione di un terzo. In buona sostanza io posso anche non condividere l’atto di sottoporsi a eutanasia ma non posso derogare dal principio di rispettare l’autodeterminazione di ogni persona. In uno stato etico ogni persona è un individuo pienamente padrone di sé stesso.

Per volontà di chiarezza dico che sono apertamente contraria all’accanimento terapeutico ed è mia convinzione che buona parte dei casi dibattuti circa il fine vita rientrino in questa casistica. Riguardo all’eutanasia attiva posso dire che è contraria alle mie convinzioni, non ho problemi ad ammetterlo. Al tempo stesso però sono persuasa che le mie convinzioni, frutto della mia formazione e della mia morale, siano su un piano diverso dall’etica condivisa che ci deve governare tutti come comunità. Una comunità dove dovrebbe vigere un rapporto di reciproco rispetto e di non prevalenza di una morale sull’altra.

Siamo sempre moralisti sulle scelte degli altri ma in ballo ci sono considerazioni complesse. Il diritto all’autodeterminazione da una parte e dall’altra la capacità concreta di supportare le persone in condizioni o con patologie gravi. Fino al giorno in cui non saremo in grado di proteggere e dare dignità a poveri, anziani, disabili e terminali dovremo misurare le parole, altrimenti saremo solo chiacchiere e distintivo.

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Questo blog non approva tutto ciò che condivide. Ma condivide tutto ciò che sembra interessante per stimolare la riflessione.

Addio, Fabo, non siamo riusciti a darti nessuna ragione per vivere

Due parole su dj Fabo

La vita prima della fine

Death with Dignity Act

Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»

Diritto di vivere. E anche di morire?

Zagrebelsky: “Il diritto di morire non esiste”

Mario Sabatelli: “Io, medico e cattolico spengo le macchine ai malati che lo chiedono”

Morire, amare, decidere

Prima o poi doveva succedere, ed è successo oggi. Non so perché. Forse perché Brittany Maynard è morta. Forse perché una mia amica mi ha fatto notare che non è suicidio ma eutanasia. Forse perché mia sorella ha postato la storia della ventinovenne malata di tumore. Fatto sta che credo sia giusto raccontare la mia piccola storia perché non è solo mia ma appartiene a molte persone che come me hanno perso qualche loro caro per una malattia incurabile. Il tumore oggi è molto spesso curabile ma a noi la sorte ha assegnato un percorso diverso. Un tumore al polmone, complicato da una fragilità cardiaca e una ridottissima funzionalità renale che rendevano difficile qualsiasi intervento. Mamma non avrebbe retto l’anestesia né la chemio. Il 16 settembre 2011 se ne è andata. Ho tenuto la sua mano fino all’ultimo momento e solo con un grande sforzo di lucidità sono riuscita a lasciarla. Mi sono ritirata dalla stanza e ho visto che preparavano quello che era ormai un corpo. Corpo amatissimo ma non più mia madre. Non mi sono posta il problema di cosa fare: sapevo perfettamente che dovevo solo lasciar accadere la sua morte. Ho visto l’ultimo respiro, il petto che non si alzava più, il fiato che non tornava nei polmoni. Ho sentito la sua mano cambiare. Sono uscita e prima di chiamare i parenti ho fumato una sigaretta alla sua salute.

Quello della sua morte, però, non è stato il giorno del dolore. Il giorno del dolore è stato una settimana prima. Ma occorre spiegare un po’ di cose. Per una serie fortuita di eventi, fino a un certo punto della sua malattia, mia madre non ha avuto dolore. I primi dolori si contenevano con gli analgesici, poi analgesici più pesanti e ancora più pesanti fino ad arrivare alla morfina, quella in fiale. Massimo tre nell’arco di non ricordo quanto tempo. Per un po’ la morfina in fiale ha funzionato, poi nemmeno la dose massima assunta tutta in una volta bastava a darle sollievo. A un certo punto mia sorella mi ha chiamato per dirmi che non ce la faceva più. Quando mi ha chiamato la mia sorella maggiore, quella che mi aveva sempre protetto, piangeva. La strada l’abbiamo volata. Mia sorella era a pezzi. Mia madre si lamentava. Abbiamo chiamato il medico, dato che non potevamo decidere sulla morfina, ma nessuna fiala le calmava più il dolore. Mi sono attaccata al telefono e siamo riusciti a farla ricoverare. Mia sorella, che l’ha sempre accudita, l’abbiamo lasciata a casa: doveva riprendere fiato. Al pronto soccorso hanno fatto entrare solo me. Mio marito da fuori riusciva a sentire la voce di mia madre che non finiva di lamentarsi. Un continuo dolente stillicidio, un pianto sommesso che non si fermava mai. Purtroppo era ancora piena di forza. Per un paradosso crudele la sua enorme forza vitale è stata la principale causa del suo enorme dolore. La sua è stata una sofferenza lucida e senza incertezze. Il suo corpo non si lasciava andare alla debolezza mentre il cancro le cresceva nel torace. Ci avevano spiegato che avrebbe potuto provocare fratture, soffocamento oppure rompere un vaso sanguigno. Mia madre non lo sapeva, per amor suo avevamo deciso di dirle solo una parte di tutto questo, ma quando la sentivo piangere io sapevo benissimo cosa stava accadendo.

Mia madre è stata sempre lucida ed era totalmente consapevole di perdere l’autonomia, di dipendere sempre più da altre persone anche per le funzioni intime. Questo le era intollerabile, eppure l’ha sopportato. Ci scherzavamo sù, ci inventavamo motti stupidi per farla ridere. Mentre andava in bagno, sempre alla presenza di qualcuno, le dicevamo “culo allegro Dio l’aiuta” e idiozie del genere. Lei stava al gioco. Mia madre è stata una donna di ferro, che ha sempre manifestato una forza e persino un’intransigenza difficili da accettare. Posso solo immaginare cosa abbia significato per lei scendere, gradino dopo gradino, la scala che la portava dalla condizione di donna indipendente a quella di malata non autosufficiente, cieca e sorda. Sì perché mia madre soffriva già di una maculopatia che le aveva sottratto quasi tutta la vista. Ma pur cieca continuava ad andare in bicicletta. Io la seguivo e ogni tanto per proteggerla facevo piccoli tamponamenti. Lei si spazientiva perché rimanevo indietro, senza preoccuparsi delle difficoltà oggettive, come se non esistessero. Questa era mia madre.

Quando l’ho vista piangere nel letto del pronto soccorso ho intuito per un brevissimo momento l’enormità di quello che stava vivendo e mi sono sentita schiacciata. Il dolore che le spaccava il petto, la disperazione di non poter fare nulla, la stanchezza per quello che aveva vissuto fino a quel momento. “Aiutatemi mi sta mangiando viva”. Non usava eufemismi, mia madre. Ero annichilita. Tutt’ora lo sono. Ricordo ogni dettaglio. Non sentivo più nulla se non la sua voce. Non capivo più nulla, non sapevo cosa fare, ero sola con lei ad affrontare quei cani che la divoravano da dentro. Sono quasi certa che si sia trattato di minuti. Ma il tempo per me è stato lunghissimo. Di fronte a una simile manifestazione di dolore il significato del tempo cambia. I secondi diventano ore, i minuti settimane. Quando ripenso a quei momenti, e ci ripenso spesso, mi salgono lacrime di rabbia. Lì non potevo piangere però. Cercavo ci consolarla. Cercavo di tenerle la mano. Ma una persona che è in balia di quel dolore non ha più coscienza di niente, neanche di te che sei sua figlia, e ti chiede, ti implora guardandoti negli occhi, di farlo smettere. A qualunque costo. Solo di farlo smettere. “Addormentatemi” diceva alle infermiere. Quando è arrivata l’oncologa mi ha parlato chiaro e senza giri di parole. Dovevamo prendere una decisione subito. Potevamo sedarla temporaneamente ma appena si fosse ripresa il dolore si sarebbe ripresentato nella stessa forma. Oppure potevamo tenerla costantemente sedata. Ho fatto segno di sì con la testa. Ma la dottoressa voleva essere sicura che avessi capito bene. Se noi le induciamo una sedazione profonda, tua madre, la devi salutare adesso perché non ti risponderà più. Valutare il peso di queste parole non è stato facile. Lei non ti risponderà più. E sarai stata tu a farlo succedere. A farla dormire, fino al sopraggiungere della morte. Tu devi decidere e rinunciare per sempre a sentire la voce di tua madre, a guardarla negli occhi. Hai poco tempo non puoi pensarci troppo. Perché dall’altra parte c’è il suo pianto: addormentatemi. Ho alzato la testa, ho guardato la dottoressa in faccia e ho detto semplicemente: addormentatela.

In realtà neanche ho potuto salutarla. Sono tornata da lei, le ho detto che ora le facevano passare il dolore. Lei ha chiesto conferma, quasi fosse un regalo inatteso, e sottovoce mi ha detto: lo so cosa sta succedendo. Piano piano la morfina è entrata in circolo e lei si è rilassata ma poi si è subito addormentata. L’ho accarezzata sui capelli. Ho sentito che cominciava a russare leggermente e mi sono data il permesso di cedere. Finalmente non c’era più il dolore. Finalmente dormiva. Finalmente non piangeva più. L’oncologa mi aveva spiegato che nei giorni successivi avrebbero provato a diminuire la morfina per vedere come reagiva. Hanno tentato di diminuire la morfina per tre volte e per tre volte lei ha ricominciato a piangere prima ancora di essere sveglia. Nei sei giorni in cui ha continuato a vivere non ci ho più parlato. O meglio: lei non mi ha più risposto. L’ultimo giorno, per qualche motivo che ancora non so, ho scombinato tutti i turni di visita. Sarei dovuta andare da lei dopo la lezione di inglese ma non ne avevo voglia. Volevo vedere subito mia madre. L’ho salutata e mi sono messa al tavolo della sua stanza a correggere delle bozze. Poi l’infermiere mi ha detto che qualcosa non andava, il battito si stava indebolendo e il respiro diventava superficiale. Ho avvertito i parenti. Ho sistemato le mie cose e ho aspettato.

Ho sentito la sua mano diventare sempre più fredda, ho visto il suo petto farsi sempre più rapido ma ero in pace. Non avevo paura. Sentivo il dolore del distacco. Ma la paura, quella vera, era passata. La paura che non derivava dalla sua morte bensì dal suo dolore, dal suo pianto, dal suo disperato bisogno di sollievo. Mamma è passata dal sonno alla morte dolcemente. Con la sua mano nella mia mano, mentre le parlavo. A chi si avventura a pontificare sulla morte di Brittany Maynard, che ha scelto l’eutanasia, dico solo una cosa. Io la vedo sempre l’immagine di mia madre che implora di addormentarla, in qualsiasi momento posso richiamarla alla memoria. La vedo anche quando non vorrei. Quanto più amo mia madre tanto più soffro a ricordarla così. Voi siete disposti a negare alla persona che amate la sospensione del dolore? Io non so cosa pensare sull’eutanasia, in linea di principio non sono granché favorevole. Ma non mi entusiasmava nemmeno l’idea della sedazione profonda. Eppure ognuno ha il diritto di scegliere per sè stesso. È questa la ragione per cui ho accettato di far sedare mia madre. Me lo ha chiesto lei: qualunque cosa pensassi, qualunque cosa desiderassi, non potevo negarglielo. Anche se questo significava non rivederla mai più.

A mamma, con amore, Ilaria

Trattamenti di fine vita, a che punto siamo  Galileo – Giornale di Scienza

La pazienza serena e forte degli Englaro

eluana_fucecchiAscoltare Beppino Englaro con la sua pacatezza e la sua limpidezza fa sembrare ancora più barbaro il modo diffamatorio con cui è stato trattato. A prescindere da cosa si pensa sul fine vita. Due cose importanti sono emerse dal suo discorso di ieri*:

1) Quello di Eluana Englaro non è stato un caso di eutanasia

2) Esiste già ora un modulo per la dichiarazione di volontà anticipata per i trattamenti sanitari

L’associazione Per Eluana e l’associazione Luca Coscioni** forniscono tutte le informazioni

http://www.pereluana.it/documenti/

http://www.associazionelucacoscioni.it/campagna/testamento-biologico

La cosa che mi ha profondamente sorpreso, stando a quanto mi riportavano le persone intervenute, è la quantità di gente che ancora pensa a Englaro come “quello che ha ammazzato la figlia”. Il fatto è che nessuno di questi moralizzatori si è presentato all’incontro nè ha fatto lo sforzo di capire veramente cosa è stata la vicenda di Eluana o quello che ha passato la famiglia Englaro al di fuori della propaganda politico-mediatica. Tutt’ora permane un’ignoranza profonda sia sul versante informativo sia sul versante etico. Perché sì, Beppino Englaro ha parlato costantemente e positivamente della consulta di bioetica, anche se il pubblico del tubo catodico e dello schermo ultrapiatto deve considerare questo istituto più o meno alla stregua della ormai famosa supercazzola prematurata.

Beppino Englaro ha insisto giustamente sul fatto che la medicina ha creato una situazione di non ritorno che non è stata più in grado di risolvere. Ha spiegato che è stata negata alla famiglia la possibilità di decidere della rianimazione di Eluana in conformità alla di lei volontà. L’esatta espressione che ha usato è stata: “lasciate che la morte accada“. Io trovo la sua formula carica di una profonda spiritualità. Più profonda, più spirituale e più innamorata di qualsiasi proclama targato prolife. La sua espressione ha senso soprattutto se contestualizzata nell’ambito di una famiglia come la loro che ha sviluppato negli anni un atteggiamento sereno verso la morte. “Nella mia famiglia – ha detto più volte Beppino Englaro – non abbiamo il tabù della morte” e a questo punto non si può non pensare che la forza e la serenità di quest’uomo dipendano anche da ciò.

Qui però non è nemmeno un problema di quale scelta fare bensì una pura e semplice questione di libertà di coscienza, così come dovrebbe essere garantito dalla costituzione. Poiché lo stato italiano è uno stato laico, le posizioni confessionali dovrebbero avere un peso relativo nella legislazione e si dovrebbe ammettere il principio per cui le convinzioni religiose non condizionano le scelte dei laici e viceversa. Ossia chi elabora le proprie scelte nell’ambito di un sistema etico religioso dovrebbe essere libero di esprimere le proprie scelte né più né meno di chi elabora le proprie scelte nell’ambito di un sistema etico laico, e viceversa. Il che implica che nessuno dei due sistemi dovrebbe poter imporre all’altro le proprie convinzioni. Ma mentre il sistema di pensiero laico non ha la pretesa di condizionare il sistema religioso talvolta accade che il sistema di pensiero religioso pretenda di condizionare le scelte del sistema laico. E forse sarebbe bene precisare che spesso si tratta di un pensiero non propriamente religioso bensì di una deriva politico-autoritaria capace raggiunge livelli di intolleranza che spesso la chiesa cattolica né raggiunge né condivide. I prolife, i cosiddetti atei devoti, sono un’invenzione propagandistica per cavalcare l’onda mediatica e strumentalizzare a proprio tornaconto la parte cattolica dell’opinione pubblica coinvolta da questa vicenda.

Il principio di laicità, però, è sancito senza margine di dubbio dalla sentenza n. 203 del 1989 della Corte Costituzionale. L’ordinamento italiano, infatti, attribuisce valore e tutela alla religiosità umana come comportamento apprezzato nella sua generalità, senza però preferire alcuna fede religiosa. L’articolo 2 della sentenza afferma il “principio personalista”, l’articolo 3 afferma il “principio di uguaglianza”. L’articolo 19, enunciando il diritto di tutti a professare la propria fede religiosa, in qualsiasi forma, individuale o associata, specifica il riconoscimento della libertà religiosa come diritto inviolabile dell’uomo. In merito al principio di laicità l’articolo 4 della sentenza n. 203 del 1989 della Corte Costituzionale recita:

I valori richiamati concorrono, con altri (artt. 7, 8 e 20 della Costituzione), a strutturare il principio supremo della laicità dello Stato, che é uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica.
Il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale. Il Protocollo addizionale alla legge n. 121 del 1985 di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra la Repubblica italiana e la Santa Sede esordisce, in riferimento all’art. 1, prescrivendo che <Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano>, con chiara allusione all’art. 1 del Trattato del 1929 che stabiliva: <L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’art. 1o dello Statuto del regno del 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana é la sola religione dello Stato>.
La scelta confessionale dello Statuto Albertino, ribadita nel Trattato lateranense del 1929, viene cosi anche formalmente abbandonata nel Protocollo addizionale all’Accordo del 1985, riaffermandosi anche in un rapporto bilaterale la qualità di Stato laico della Repubblica italiana. (fonte http://www.giurcost.org/decisioni/1989/0203s-89.html)

Questo significa che la laicità dello stato è un dato di fatto non un’opinione su cui qualcuno possa dissentire. In Italia non esiste religione di stato. Viceversa lo Stato si pone a garanzia della libertà di culto in regime di pluralismo confessionale e culturale.

Un pensiero che mi ha sempre colpito in questi anni è l’incoerenza dei movimenti prolife che sembrano sempre più accecati dalle loro stesse convinzioni. Infatti il catechismo della chiesa cattolica (parte terza, sezione seconda, disposizione 2278) afferma:

“L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”. (fonte: http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm)

Il fatto è che Beppino Englaro, nonostante abbia subito ogni forma di aggressione e diffamazione, non ha detto neanche una parola che fosse di rabbia o di odio nei confronti di chi lo ha letteralmente perseguitato in questi anni. Non-una-parola.

Si ricordi il vergognoso comportamento dei parlamentari all’epoca della morte della ragazza; si ricordi lo sciacallaggio degli atei devoti sostenuti da una parte della stampa italiana; si ricordi l’inqualificabile affermazione di Silvio Berlusconi. Si ricordi Fabrizio Cicchitto che parlò di “cultura di morte”; Maurizio Gasparri che accusò il Presidente Napolitano: “Peseranno le firme messe e non messe”; Gaetano Quagliariello che si mise a urlare che Eluana era stata “ammazzata”; Borghezio che parlò di “omicidio di stato”, Brunetta che insinuò che Beppino Englaro sfruttava la vicenda per vendere più libri (i soldi dei proventi vanno a due associazioni di sensibilizzazione); Padre Livio di radio Maria che confrontò Eluana al Cristo che sulla croce chiedeva da bere; Renato Beruschi che confrontò Beppino Englaro al conte Ugolino che mangiava i suoi figli. Mario Giordano che affermò: “E’ morta e suo padre era lontano. E’ morta di fame e di sete, con il respiro ridotto ad un rantolo e il corpo disidratato che cercava acqua dentro agli organi vitali. E’ morta in fretta, troppo in fretta per non generare sospetti… Eluana è stata uccisa, Eluana era viva e adesso non c’è più”. Il cardinal Caffarra che parlò di “uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente”. Berlusconi che parlò di “due culture che si confrontano: da un lato la cultura della libertà e della vita e dall’altro quella dello statalismo e, in questo caso, della morte; noi siamo per la vita e per la libertà”. Enzo Jannacci che dichiarò che “vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole… interrompere una vita è allucinante e bestiale”. Adriano Celentano, che scrisse in una lettera ai giornali: “A volte i miracoli succedono proprio quando meno te l’aspetti. Forse Eluana ha bisogno della conversione di suo padre per far sì che la sua dipartita da questo mondo avvenga in modo spontaneo e senza alcuna interruzione”.

Tutto questo, oggi, mi provoca vergogna per loro. E mi fa sentire serena per non essermi lasciata tirare dentro il fangaio. Sono orgogliosa di me stessa per aver saputo mantenere un’osservazione vigile e un silenzio attivo durante il quale ho ruminato (come dice il titolo del mio blog) e ho lasciato che gli eventi accadessero, esprimendo la mia opinione, se ce n’era bisogno, ma senza lasciarmi trascinare nella parte più bassa di questa bagarre pornografica. Vedendo e ascoltando Beppino Englaro tutta l’aggressività, l’amarezza, la violenza che si accumulano leggendo i memento riportati nei paragrafi precedenti, cadono. Semplicemente cadono, non trovo un altro termine adatto. Cadono come un guscio vuoto, come un cascame superfluo, come una crosta secca.

Di fronte all’affetto che quest’uomo continua a esprimere nei confronti della figlia, di fronte alla sua volontà di ferro, nutrita di rispetto, non si hanno più dubbi. Beppino Englaro a volte provoca perfino fastidio per come parla di Eluana: sembra uno di quei padri per cui la figlia è perfetta e non c’è nessuno bravo, intelligente e forte come lei. Ne parla al passato ma il suo è un presente di ricordi vivi e nitidi. Parlare con Peppino Englaro, che non ha il tabù della morte, è stata un’inaspettata e sorprendente esperienza di vita. Perché, a dirla tutta, ero quasi decisa a disertare, dato che mi aspettavo una manifestazione mesta e deprimente. Così non è stato: è stata un’eperienza di forza, dignità e affetto. Quest’uomo per bene ha amato e continua ad amare la figlia. A prescindere da come la si pensi gli si deve del rispetto. Gli si dovrebbero soprattutto delle scuse ma arriverà anche quel momento. La pazienza serena e forte degli Englaro otterà anche questo.

Ilaria Sabbatini

* L’incontro è stato organizzato dall’associazione “Il mammalucco” di Bagni di Lucca e dalla libreria Ubik di Lucca
** Ringrazio dell’informazione la documentarista Livia Giunti che si sta occupando della vicenda Welby

 

My name is breath. A mia madre.