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Sesso e carriera, la madre di tutte le ipocrisie

Basta, fermate la giostra, spegnete i riflettori. Dimenticate i nomi famosi: non si può formulare un pensiero equilibrato senza distogliere lo sguardo da questi personaggi. Perché qui, se non ve ne siete accorti, non stiamo parlando di loro, stiamo parlando di noi.

Il sesso in cambio di vantaggi lavorativi c’è e c’è sempre stato, non è una novità. Sembrerebbe una considerazione banale, vero? Ma in questa frase c’è un’implicazione che tutti fanno finta di non vedere. Dire che non è una novità sottintende che questo comportamento viene dato per scontato e dunque in qualche modo è tollerato.

Se frequenti certi ambienti lo sai che funziona così. Nei fatti, questo significa che una persona deve rinunciare a fare quei mestieri dove si sa che le cose funzionano così. Bene. E adesso provate a fare una lista di tutti gli ambienti lavorativi a cui si possono riferire vicende di scambi sessuali e vi accorgerete che Hollywood è solo una parte del problema. È molto facile che, in un momento o l’altro della nostra vita, questo abbia riguardato uno degli ambienti che frequentiamo.

L’antropologa Paola Tabet osserva che nelle società in cui il potere economico degli uomini e la profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse sono alla base dei rapporti tra sessi, si crea una rete complessa di rapporti che vanno dalla dipendenza economica fino allo scambio di sesso  per una serie di beni e vantaggi economici.

La madre di tutte le ipocrisie è propria questa: che lo scambio sesso-carriera venga trattato come una cosa normale, un’evidenza che non ha nemmeno bisogno di commento. E il corollario della grande ipocrisia è l’accettazione del che certi ambienti siano preclusi perché le cose funzionano così.

Si tende a pensare che sia una cosa lontana, che non ci riguardi. E invece, per la natura pervasiva del fenomeno, non c’è nessun ambiente in cui lo scambio sesso-carriera si possa escludere a priori. Rovesciamo la questione: non c’è nessun ambiente in cui si possa escludere il danno che deriva dal rifiuto di uno scambio sesso-carriera. Dunque la cosa ci riguarda eccome, ci riguarda in tantissimi modi. Ci riguarda tutte le volte che siamo stati escluse per questioni di scambi sessuali e che ci siamo sentite tradite da chi ci è passata avanti in quel modo.

In diverse affermanodi avere mollato carriere promettenti per non sottostare a ricatti sessuali. L’hanno pagata cara e hanno ragione ad essere arrabbiate ma sbagliano bersaglio. Chi allarga le braccia all’evidenza delle cose che funzionano così dovrebbe pensare che questa normalizzazione punisce proprio loro, le persone che hanno dovuto rinunciare perché non disposte a concedersi al capo o al potente di turno.

Che piaccia o no, le carriere stroncate e quelle lanciate grazie ai passaggi di letto, sono solo due facce di una stessa medaglia. La normalizzazione dello scambio sesso-carriera crea un danno su molti versanti. Ci sono quelle brave che vengono escluse perché non ci stanno; quelle incapaci che vengono scelte perché ci stanno; quelle brave che sarebbero escluse se non ci stessero; quelle che subiscono abusi e non parlano per evitare danni; quelle che subiscono abusi e vengono fatte a pezzi perché parlano; quelle che non ci stanno e dovranno fare il doppio di fatica.

Pensate che siano fenomeni tanto diversi? Pensate che la risposta sia semplicemente la scarsa moralità di chi accetta lo scambio sessuale o di chi non denuncia tempestivamente? Errore: queste sono solo le conseguenze. Dove sta scritto che una deve rinunciare o fare più fatica per non mettere in discussione un sistema? La madre di tutte le ipocrisie non è la scarsa moralità, è la normalizzazione sociale dell’idea che esistano persone capaci di pretendere sesso in cambio di lavoro.

Non basta puntare il dito contro chi ci passa avanti per uno scambio sessuale: è come prendersela con l’amante invece che col marito che ti tradisce. Il vero problema sono tutte le santissime volte che abbiamo allargato le braccia come se fosse un destino ineluttabile.

IS

 

Paola Tabet, Sexualité des femmes et échange économico-sexuel

Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico

Post scriptum:

L’articolo 609 bis del codice penale italiano recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione”. Questo è bene non dimenticarselo mai.

Nell’immagine fotogrammi del video Snakes Knows It’s Yoga (2010) di Nathalie Djurberg

Violenza sulle donne, Bongiorno: chi attacca le vittime è complice

Asia Argento a Cartabianca

Campagna #metoo

Campagna #quellavoltache

 

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Pesci grossi e pesci piccoli. Abusi nell’era del gossip.

Puntuali come sempre sono arrivate le difese d’ufficio del produttore Harvey Weinstein e lo scarico delle colpe su quelle che lo accusano di abusi ma hanno fatto carriera lo stesso e parlano solo ora che sono al sicuro.

Intanto sappiate che l’informazione “solo ora” non corrisponde al vero: c’era stata un’inchiesta giornalistica nel 2004 che però era finita nel nulla. Poi davvero trovate strano che una parli quando si sente al sicuro, piuttosto che quando è più vulnerabile? Davvero vi sorprende che denunciando in diverse si sentano più protette?

Sì anch’io mi faccio delle domande, non ho certezze a priori. Cerco di capire le modalità in cui si è sviluppata questa vicenda e sono arrivata all’ovvia conclusione che certe dinamiche non risparmino nessuno a nessun livello. Che poi ci sia un regolamento di conti in corso è probabilmente vero, ma da qui ad accusare chi esce allo scoperto raccontando l’abuso subito ce ne corre parecchio, anzi troppo.

Screditare chi denuncia gli abusi crea un circolo vizioso. Recriminare sulla tempistica, sulle modalità e sui silenzi di chi denuncia fa parte integrante del problema. Ci si chiede perché hanno parlato dopo così tanto tempo. Beh, probabilmente proprio perché sapevano − come sanno in molte − ciò che sarebbe successo: l’atto di uscire allo scoperto gli si sarebbe rivoltato contro.

E non è un caso che tutte queste denunce siano avvenute insieme. Avete presente la metafora del pesce grosso che mangia il pesce piccolo ma a sua volta può essere mangiato dai pesci più piccoli di lui quando questi si coalizzano? Ecco io la vedo così. Semmai la domanda che mi faccio è: quanto danno continuerà a fare l’apparente irrilevanza della richiesta di favori sessuali in cambio di una carriera?

Ci sono due elementi su cui sto riflettendo: che le accusatrici siano persone affermate è un dato di fatto; che anche le persone affermate siano ricattabili è un altro dato di fatto. Per quanto mi riguarda mi chiedo se il problema non sia, in generale, che non si perdona alle abusate di disattendere il copione che ci si aspetta dalle vittime: distrutte, fallite e rannicchiate in un angolo. Avete mai notato che perfino nelle iniziative a favore delle donne non si riesce a uscire dall’immagine stereotipata dell’occhio nero e della posizione fetale?

Molti non riescono a far combaciare l’immagine vincente di queste donne con la debolezza che implica l’essere state vittime. E forse è un po’ questo l’inganno della nostra società ipermediatizzata. Ricche, privilegiate, potenti: in pratica è come dire che possono tutto. Beh, probabilmente la cosa più interessante che racconta questa storia è proprio questo: non è vero, non basta essere ricchi e potenti, conta solo a che livello ti trovi della catena alimentare.

Certo, la gente che ha tanto di più dei comuni mortali suscita facilmente avversione, mica solo ammirazione. I privilegi non attirano le simpatie e questo caso non è diverso. Ma il rischio di non riconoscere gli abusi laddove si compiono è troppo grande per limitarsi a questo tipo di approccio. Per quanto sia difficile immaginarselo, quando si parla di abusi sul lavoro, c’è un filo rosso che collega la condizione delle donne a tutti i livelli sociali.

Sapete come funzionano gli abusi sul posto di lavoro? Ti propongono qualcosa in cui vedi il tuo futuro. Ti colgono nelle tue debolezze: vuoi un lavoro, vuoi uno stipendio, vuoi una carriera. Ed è bene ribadire che in questo non c’è niente di illegittimo. Poi ti molestano. Pensi anche di renderlo pubblico ma sai che tra un pesce grosso e un pesce piccolo, vincerà il pesce grosso. Temi di essere fatta a pezzi e forse anche di rimediare una denuncia. Hai paura che la cosa ti stronchi la carriera. A volte però non puoi fare a meno di frequentare lo stesso ambiente e le stesse persone. E continui a non parlare proprio perché frequenti lo stesso ambiente che temi ti si potrebbe rivoltare contro.

Qualcuno dice che c’è un’implicita connivenza se si accetta una avance per fare carriera. Beh qui non si parla di avances accettate ma avances imposte e c’è una bella differenza. Ma a parte questo, nessuno ci pensa che se l’idea di uomini che pretendono sesso in cambio di lavoro non fosse socialmente normalizzata adesso non staremmo qui a parlarne?

Le avances si possono assecondare e addirittura favorire, oppure ci si può essere costrette: è la differenza che oggi si fa finta di non vedere. Quando si creano sistemi chiusi in cui vigono regole e leggi proprie basate sullo scambio sessuale-economico abbiamo un problema che riguarda quelle che lo subiscono e quelle che lo accettano, quelle che se avvantaggiano e quelle che vengono escluse perché lo rifiutano. Ed è un problema di rapporti di genere, che va ben al di là del gossip del momento.

 

 

Bibliografia

From Aggressive Overtures to Sexual Assault_ Harvey Weinstein_s Accusers Tell Their Stories _ The New Yorker

What Harvey and Trump have in common – Women in the World in Association with The New York Times – WITW

Weinstein e lo scandalo sessuale, la stilista Donna Karan_ «Forse le vittime se la sono cercata» – Corriere

Weinstein, Natalia Aspesi_ «Se mi chiedi un massaggio in ufficio e io te lo concedo, poi non mi posso stupire su come va a finire»

Cara Natalia Aspesi, due cose su Asia Argento e il caso Weinstein – VICE

Se Paltrow, Jolie e le altre avessero raccontato prima le molestie subite da Weinstein, le avrebbero massacrate

 

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

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ruby