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Yoga e yogasutra

Ritorno ai 195 «sutra» da dove tutto è cominciato. Trovata qualche risposta, si aprono questioni ulteriori

C’era una volta lo yoga. E poi gli yoga
In una nuova versione commentata, ecco il testo redatto quasi duemila anni fa da Patañjali. Filosofia? Religione? Ginnastica? Certo non una «lista organizzata di temi», come appare, ma una disciplina complessa. Che Obama vuole sostenere e che il premier indiano rilancia in chiave nazionalista

«Liberatoria, onnicomprensiva, minuziosa e istantanea»: con queste parole il sutra 54 del terzo quarto degli Yogasutra descrive la comprensione del mondo cui mira lo yoga. L’alternativa è lo stato di ignoranza e confusione descritto dal sutra 5 del secondo quarto, quel «non vedere come stanno le cose» che «fa ritenere il perituro imperituro, l’impuro puro, il disagevole agevole, il non-sé sé». Lo yoga è il metodo per giungere alla visione trasparente della realtà. Metodo estremamente impegnativo: disciplina, sistema, viaggio ai limiti della conoscenza e della padronanza di sé; ascesi, meditazione.

Nei sutra in sanscrito di quasi duemila anni fa si stenta a riconoscere l’odierno yoga di massa: ginnastica di tendenza, rilassamento, fitness, diete naturali e potenza sessuale. Negli ultimi decenni lo yoga ha conquistato milioni di praticanti, molti in Occidente. Proliferano scuole e maestri, riviste, siti e centri specializzati. Cresce il business di centinaia di multinazionali. Lo yoga è persino diventato un affare di Stato. Per incoraggiarne la diffusione negli Stati Uniti, il presidente Obama ha messo sul piatto soldi pubblici. Hanno gridato allo scandalo i difensori del dogma americano per cui il governo non finanzia le fedi. Lo yoga non è una religione, ha allora replicato l’incauto Obama, scatenando stavolta l’ira dei tanti sostenitori d’uno yoga spirituale, non mercificato.

Il primo ministro indiano Narendra Modi, intanto, ha risucchiato lo yoga nel progetto nazionalista indù. Nel novembre scorso il suo governo ha istituito un ministero autonomo dedicato alla promozione della medicina ayurvedica, dell’omeopatia e, appunto, dello yoga. Un mese dopo, il segretario generale delle Nazioni Unite, il coreano Ban Ki-moon, ha accolto la proposta dello stesso Modi e ha istituito la giornata mondiale dello yoga. Il prossimo 21 giugno si festeggerà in 170 Paesi, Italia inclusa, il primo International Day of Yoga.

Con l’espandersi del fenomeno, crescono domande cui è impossibile rispondere in modo netto. Che cos’è davvero lo yoga? È una religione? È parte dell’induismo? Può un cristiano praticarlo? E un musulmano?

All’aumentare dell’incertezza risponde la caccia al vero yoga, quello puro, classico, incontaminato. La caccia comincia proprio con gli Yogasutra, il più celebre testo in materia, ammesso dalla Princeton University Press nel pantheon dei grandi libri delle religioni insieme alla Genesi e alla Bhagavadgita. Questa raccolta di sutra, ovvero di brevi passi contenenti enunciati, è stata presumibilmente composta nell’area centro-settentrionale della piana del Gange tra il secondo e il quarto secolo dopo Cristo. Ne sarebbe stato autore Patañjali, un filosofo indiano di cui si sa molto poco. Dal 12 maggio lo Yogasutra sarà ancor più accessibile in italiano grazie alla traduzione di Federico Squarcini, che per Einaudi ha stabilito per l’occasione una nuova edizione critica dell’originale. Il volume correda i testi sanscrito e italiano con l’introduzione del curatore, cento pagine di note sutra per sutra, un apparato intertestuale e l’indice analitico. Hanno collaborato Gianni Pellegrini per la traduzione e Marco Guagni per l’apparato.

Con i suoi Yogasutra, lo storico delle religioni dell’università di Venezia, direttore del primo Master italiano in Yoga studies, si è proposto di rispondere ai tanti travisamenti di un testo difficile, spesso banalizzato. Squarcini non va a caccia del vero yoga; si rifiuta di cercare negli Yogasutra «uno yoga sempiterno, incorruttibile e perennemente uguale a se stesso». Lo storico si sottrae parimenti al pregiudizio che vede negli Yogasutra un testo «incoerente, asistematico e bizzarro». Al contrario, il lavoro storico-filologico dello studioso e la sua analisi ci offrono un’opera che «presenta un alto livello di coerenza logica e di unitarietà».

La chiave del lavoro di Squarcini è nel punto di vista. Fin qui la ricerca sugli Yogasutra si è concentrata per lo più sulla ricezione del componimento, sulle interpretazioni e gli usi successivi. Federico Squarcini ha adottato la prospettiva opposta. Si è disinteressato, quasi provocatoriamente, della ricezione posteriore e ha invece messo ogni energia nella ricostruzione del contesto in cui s’è formata l’opera. L’introduzione al volume ci mostra dunque gli Yogasutra immersi nel loro tempo, prodotto di un «poliedrico habitat intellettuale, popolato da predecessori, avversari, antesignani e rivali». In un ambiente caratterizzato dalla «levatura del dibattito e dalla sofisticazione speculativa», l’autore degli  Yogasutra si misurò con le tradizioni brahmaniche, ma anche con quelle jaina, tantriche e vedantiche, e soprattutto con il nascente buddhismo mahayana.

Davanti al dilemma su come si possa entrare in contatto con la vera realtà delle cose, gli autori buddhisti dei primi secoli dopo Cristo non si chiesero più «che cosa sia» il mondo dei fenomeni, ma si soffermarono piuttosto su «come sia» possibile conoscerlo. Nacquero da questa svolta, nello scambio tra sapienti e testi, gli Yogasutra. Essi contengono 195 sutra ripartiti in equa misura in quattro quarti, disposti, scrive il traduttore, «secondo un procedere sistematico e una serrata logica sequenziale ». È un testo quasi senza verbi, «programmaticamente conciso, ermetico e finanche ostile». Davanti al quale è decisiva la competenza e l’agilità del lettore.

A una lettura superficiale, i sutra di Patañjali possono apparire come «una breve lista organizzata di temi», ma essi sono «i puntuali snodi di un sistema metatestuale», che «spalancano la visione di una sterminata distesa» di rinvii, allusioni, sottotesti. Perciò il fulcro di quest’edizione critica sono le dieci pagine di apparato, in cui si raccolgono i rimandi, le concordanze e i paralleli ai testi di varie tradizioni buddhiste con cui dialoga, mentre redige il suo testo, l’autore degli Yogasutra. Nel fitto reticolo di opere e autori, precedenti e contemporanei, «immersi in forme di pratica intellettuale a noi non del tutto note», emerge l’originalità degli Yogasutra. Essi analizzano «con impressionante acume», scrive Squarcini, ciò che ci separa dal rischiaramento della natura delle cose, ovvero «l’iperattività della mente, le ragioni dei turbamenti che vengono dalle rappresentazioni di sé, l’avvicendarsi incessante dei flussi dei pensieri».

È qui la grandezza degli Yogasutra. Tutti rivolti alla cognizione, essi pervengono a «una nuova sintesi tra il piano cognitivo e meta-rappresentativo e quello praticoesperienziale». Se yoga, come traduce Squarcini, significa «metodo per», quello degli Yogasutra è metodo unito a un modello di conoscenza: unione di teoria e prassi. Ogni fase degli Yogasutra, anche il controllo della respirazione e le posizioni del corpo, è parte di una sequenza precisa, d’una progressione sistematica di pratiche da cui è atteso un effetto domino. Allora la coltre che separa dal «vedere come stanno le cose» si assottiglia. Vengono messi in stallo, arrestati, i pensieri che inibiscono il contatto immediato con l’esperienza sensibile. Un gorgo di esperienze coagula la visione trasparente; per Squarcini, è come «l’aggregarsi compatto di un batuffolo di peluria raccolto dall’incedere di un mulinello di vento».

Questa è la sfida estrema dello yoga, «metodo per». C’è molto in palio. Molto più del benessere degli americani e del nazionalismo di Narendra Modi. In questione c’è la capacità dell’uomo di vedere davvero il mondo, secondo il modello fissato dal sutra 41 del primo quarto: «Così è la gemma completamente trasparente, capace di prender la tinta di qualsiasi oggetto le sia posto dinnanzi».

Marco Ventura

 http://lettura.corriere.it/cera-una-volta-lo-yoga-e-poi-gli-yoga/

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Referendum 2016 analisi e documenti

Come e perché è nata la necessaria riforma costituzionale
Carlo Fusaro (sostenitore del si)

Gli approfondimenti a puntate del prof. Carlo Fusaro, professore di diritto elettorale e parlamentare presso la Scuola “C. Alfieri” dell’Università di Firenze

Questa riforma nasce dalla drammatica crisi dell’avvio della XVII legislatura. Le elezioni del febbraio 2013 consegnano un sistema politico improvvisamente divenuto tripolare: il Pd e i suoi alleati, il Popolo della libertà e la Lega, il nuovo Movimento 5Stelle si ripartiscono i voti in misura quasi equivalente. Fallisce l’ambizione di costruire un ulteriore polo intorno alla figura del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, senatore a vita cui era stato affidato il compito difficile e impopolare (per le misure da prendere) di fronteggiare la crisi del debito pubblico italiano, derivante a sua volta dalla crisi finanziaria mondiale e dall’insipienza e dall’incapacità di reagirvi del IV governo Berlusconi. A parte la maggior difficoltà di governare un sistema politico tri- o multipolare (rispetto a uno bipolare), la presenza di tre grandi forze parlamentari in sé non sarebbe stata un dramma.

Se non che: (A) la combinazione bicameralismo paritario-legge elettorale Calderoli (quella del 2005, voluta dal centro-destra berlusconiano) aveva prodotto uno squilibrio fra Camera e Senato; la vittoria (di misura) del Pd di Bersani aveva portato a una Camera con maggioranza Pd – Sel (ma Sel andò subito per conto proprio, in barba agli accordi preelettorali) e un Senato nel quale, invece, il Pd aveva (ed ha) solo un terzo dei componenti; (B) soprattutto si vide subito che il M5S, forte all’inizio di 108 deputati e 54 senatori, non era è disponibile ad alcun tipo di collaborazione in vista del governo del Paese: né col Pd né con Pd e Popolo delle libertà. Questo rese subito difficile la formazione di un qualsiasi governo, nonostante gli sforzi iniziali di Bersani.

Si arrivò così alla scadenza del mandato del presidente Napolitano. Alle votazioni per l’elezione del nuovo presidente il Pd non fu in grado di sostenere compattamente un proprio candidato da votarsi (necessariamente) con le altre forze politiche: caddero sia Marini sia Prodi. A questo punto tutte le forze politiche, tranne M5S e Lega, si rivolsero a Napolitano chiedendogli di accettare – per la prima volta nella storia – un secondo mandato. Napolitano accettò ma premettendo che non intendeva restare per tutto il settennato (per ragioni di età) e che condizionava la sua disponibilità al fatto che la legislatura fosse stata dedicata alle riforme anche costituzionali, sulla base di una collaborazione fra forze di centro-sinistra e di centro-destra (cioè Pd, Scelta civica, Popolo delle Libertà).

Nasce così il Governo Letta. E viene costituita una speciale Commissione di 42 esperti (tutti accademici, qualcuno con precedente militanza politica), presieduta del Ministro per le riforme Gaetano Quagliariello che rassegnerà le sue conclusioni il 17 settembre 2013: esse saranno la base del successivo progetto del Governo Renzi. Nel contempo si avvia una proposta di revisione dell’art. 138 Cost. per assicurare (come nel 1993 e nel 1997) un percorso accelerato e con referendum conclusivo della revisione della Parte Seconda della Costituzione. Questo progetto verrà approvato da Camera e Senato ma poi abbandonato: infatti il tentativo di collaborazione governativa e per le riforme fra Pd e Popolo delle Libertà naufraga a causa della vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore (in ossequio alla c.d. Legge Severino e comunque alla sua condanna in sede penale per reati tributari).

Così Berlusconi si tira fuori e il Popolo delle libertà si divide: rinasce Forza Italia (che va all’opposizione) e nasce il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che raccoglie i parlamentari (e i ministri) dell’ex Popolo delle Libertà che vogliono continuare la collaborazione di governo e per le riforme. Dalle c.d. larghe intese si passa a una specie di piccola intesa, comunque sufficiente (di poco) a garantire la maggioranza (forte alla Camera grazie al premio, debole al Senato).

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Negli stessi giorni la Corte costituzionale decide che la legge elettorale del 2005 (quella voluta da Berlusconi, Casini e Calderoli) è incostituzionale in due punti chiave (il premio, la mancanza di preferenze, vedi 15. e 16.). Renzi, anche per questo, rilancia immediatamente la strategia delle riforme e persegue – limitatamente a questa – un’intesa con Berlusconi, il quale si trova nel momento di massima debolezza e vede questa come l’unica opportunità di continuare a contare qualcosa. Nasce il c.d. patto del Nazareno, nome giornalistico derivante dal fatto che il primo solenne incontro fra Berlusconi e il neosegretario Pd Renzi avvenne presso la sede del Pd, appunto in via del Nazareno a Roma.

Berlusconi e Renzi raggiungono un accordo che ha per oggetto: legge elettorale, riforma costituzionale (limitatamente a bicameralismo e revisione del titolo V più punti minori). Subito dopo (febbraio 2014) Renzi sostituisce Letta alla guida del governo per assumersi in prima persona la responsabilità delle riforme in una fase in cui l’esecutivo appariva appannato e senza iniziativa (in questo modo si realizza una prima importante riforma di fatto: il leader del maggior partito di governo è anche presidente del Consiglio, come previsto – del resto – dallo Statuto del PD, se il partito governa naturalmente). L’intesa Renzi Berlusconi ovvero Pd/Popolo delle Libertà (oltre che Ncd) durerà fino al gennaio 2015 ed è stata alla base sia della nuova legge elettorale (Italicum) sia della riforma costituzionale sottoposta a referendum. La riforma sarà votata da tutta la maggioranza di governo e da tutto il centro-destra fino all’approvazione (in prima lettura) al Senato: non proprio il testo definitivo, ma quasi. Da ricordare che la stessa Lega ha un atteggiamento costruttivo (Calderoli stesso, al Senato, è correlatore con Angela Finocchiaro).

Si può dunque dire che la riforma costituzionale è figlia della determinazione del presidente Napolitano, dell’elezione a segretario di Renzi e della sua iniziativa politica, nonché dell’intesa fra Pd, suoi alleati di governo (centristi vari e Ncd) e Forza Italia.

Chi ha voluto (e perché) il referendum sulla riforma costituzionale

Si fa un referendum di tipo confermativo per rimettere la scelta definitiva al corpo elettorale perché la Costituzione lo consente (art. 138.3) e perché tutti lo vogliono.

Lo vogliono coloro che in Parlamento si sono opposti al progetto poi approvato come hanno sempre detto; lo vogliono il Governo e la maggioranza per dare alla riforma stessa una importante – si potrebbe dire, necessaria – legittimazione popolare. Tanto più che la maggioranza per la riforma è frutto di una vittoria elettorale striminzita (alla Camera), di una lotteria di premi (al Senato), il tutto sulla base di una legge elettorale poi censurata a proposito del meccanismo di attribuzione dei seggi dalla Corte costituzionale (sent. 1/2014).

Se è assurda la tesi che – a causa di quella sentenza – il Parlamento avrebbe dovuto bloccare ogni attività riformista e magari essere sciolto sulla base di una legge elettorale fasulla (frutto casuale della vituperata legge Calderoli meno le parti fatte cadere dalla Corte: due punti che lasciavano in piedi molte altre incongruenze), è comprensibile e anzi auspicabile conferire alla riforma il crisma del consenso direttamente espresso da parte dei cittadini elettori.

Fonte: http://formiche.net/author/carlofusaro/


L’iter della riforma costituzionale – speciale referendum

Il testo è stato discusso in parlamento per circa 2 anni. Sono state necessarie tre letture da entrambi i rami e 6 approvazioni per decretare il testo finale e il 4 dicembre ci sarà il referendum. Tutte le tappe della riforma costituzionale.

L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di assicurare una corretta e approfondita discussione in aula. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente esteso, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al senato che hanno azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.

Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la riforma ha dunque richiesto 731 giorni di discussione, di cui 346 al senato e 385 alla camera . Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge, nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi dell’iter legislativo.

Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7 contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.

L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore (percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

Fonte: Openopolis

Legenda


Referendum costituzionale 2016: le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi

Quanto si avvicina la legge Renzi-Boschi alla riforma Berlusconi del 2006? Parecchio, secondo l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

In una lettera aperta al Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitanopubblicata dal quotidiano La Repubblica, l’ex direttore della Scuola Normale di Pisa ha affermato che l’attuale riforma ricalca in buona sostanza quella targata Berlusconi-Bossi. Secondo Settis

“analogo è il rafforzamento dell’esecutivo, in ambo i casi presentato come finalità delle modifiche. Assai simile è la metamorfosi del Senato (‘federale’ nel 2006, ‘delle autonomie’ nel 2016), che in ambo i casi non esprime la fiducia al governo. Quasi identico al precedente del 2006, in questo nuovo tentativo di riforma, è il ‘bicameralismo imperfetto’ […]”.

Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Cerchiamo di scoprirlo.

Dopo continui rinvii, la data della consultazione referendaria con cui gli italiani decideranno se approvare o respingere il progetto di riforma costituzionale targato Renzi-Boschi è stata fissata per il 4 dicembre.

Poco più di 10 anni fa, nell’estate del 2006, andava in scena un altro referendum costituzionale. La riforma su cui all’epoca gli italiani si espressero viene accostata da molti a quella attuale. Eppure, nonostante i punti di contatto, profonde differenze separano i due testi, a partire dall’enorme peso attribuito alla figura del premier dalla riforma voluta da Berlusconi: elemento, questo, che non viene praticamente toccato dal ddl Boschi.

Quali sono le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi, bocciata dagli italiani col referendum del 2006? In vista di quello che si preannuncia come l’evento politico più importante dell’anno, ossia il referendum costituzionale del prossimo inverno, è bene dare uno sguardo ai punti in comune e alle principali differenze tra i due progetti di riforma costituzionale, varati esattamente a 10 anni di distanza l’uno dall’altro.

In molti hanno sottolineato le analogie – così come le divergenze – tra la riforma costituzionale passata nel corso della XIV legislatura su iniziativa dell’allora maggioranza di centrodestra, e il ddl Boschi, approvato lo scorso aprile in via definitiva e ora sottoposto al giudizio degli italiani. Dunque, cerchiamo di analizzare le differenze e le somiglianze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi.

Quello del 25-26 giugno 2006 fu il secondo referendum costituzionale sottoposto agli italiani: il primo si svolse nel 2001. Contro le modifiche alla Carta volute dal centrodestra votò il 61,3% degli italiani, che quest’anno sono chiamati a esprimersi su un nuovo progetto di riforma. Nel dettaglio, di seguito vedremo quali sono i punti in comune tra la riforma del 2006 e il cosiddetto ddl Renzi-Boschi.

Differenze tra il ddl Boschi e la riforma di Berlusconi del 2006

La riforma del 2006 mette mano in modo massiccio alla seconda parte della Costituzione approvata nel 1947. Ecco una breve scheda che la analizza punto per punto, confrontandola con quella attuale.

Composizione del Parlamento:

  • Riforma 2006 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato federale, organo che rappresenta gli interessi delle comunità locali.
  • Riforma 2016 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato delle autonomie, elemento di raccordo tra lo Stato centrale e gli enti territoriali (regioni e comuni).

Numero dei parlamentari ed elezione senatori:

  • Riforma 2006 : la Camera è costituita da 518 deputati, il numero dei senatori scende a 252. Questi ultimi vengono eletti in ciascuna Regione contestualmente ai consigli regionali. In caso di scioglimento anticipato di un consiglio regionale, il nuovo resta in carica solo fino alla fine della legislatura del Senato. Ogni regione dovrà eleggere almeno sei senatori (ma a Molise e Val d’Aosta ne spettano rispettivamente due e uno), ai quali si aggiungono i 42 delegati delle Regioni. Sarà eleggibile chi ha 25 anni. I deputati a vita prendono il posto dei senatori a vita e possono essere solo 3.
  • Riforma 2016 : i deputati restano 630, a Palazzo Madama troviamo invece 95 senatori (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori) eletti dai consigli regionali su indicazione popolare – quindi non più in occasione delle elezioni politiche – più altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica, i quali resteranno in carica per 7 anni: spariscono quindi i senatori a vita. I nuovi membri del Senato resteranno in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale.

Iter delle leggi:

  • Riforma 2006 : la Camera esamina le leggi riguardanti le materie riservate allo Stato. Il Senato può chiedere un riesame (serve una richiesta di due quinti dei senatori), quindi il testo fa ritorno alla Camera, che decide definitivamente. Il Senato esamina le leggi riguardanti le materie riservate sia allo Stato che alle regioni (materie concorrenti), ma anche le leggi di bilancio e la finanziaria. La Camera può chiedere di riesaminarle (serve una richiesta dei due quinti dei deputati). Il Senato non può più sfiduciare il premier.
  • Riforma 2016 : la Camera è l’unica a votare la fiducia all’esecutivo. Il Senato avrà piena competenza solo su riforme e leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera di modificare le leggi ordinarie, ma quest’ultima non sarà tenuta a dar seguito alla richiesta (sparisce dunque la navetta parlamentare).

Elezione e poteri del Presidente della Repubblica:

  • Riforma 2006 : il Capo dello Stato è è eletto da un’assemblea composta da deputati, senatori, presidenti delle regioni e da tre delegati per ciascun consiglio regionale. Perde il potere di sciogliere le Camere e quello di scegliere il primo ministro.
  • Riforma 2016 : cambia il meccanismo di elezione del Capo dello Stato, per la quale viene modificato il quorum. Dal quarto scrutinio in poi ci vuole la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea, e non più la maggioranza assoluta come accade oggi. Dal settimo scrutinio sono necessari i tre quinti dei votanti. Spariscono inoltre i cosiddetti grandi elettori.

Poteri del premier:

  • Riforma 2006 : aumentano i poteri del “primo ministro”, che può licenziare i ministri, dirigere la loro politica (e non più soltanto coordinarla), sciogliere direttamente la Camera. Di fronte a questa decisione, i deputati della maggioranza hanno la facoltà di indicare un nuovo premier. Se invece la Camera vota una mozione di sfiducia contro il primo ministro, è previsto lo scioglimento automatico dell’assemblea. La sua di fatto è un’elezione diretta (anche se il suo nome non è stampato sulla scheda). Sulla base dei risultati delle elezioni il Presidente della Repubblica nomina primo ministro il leader della coalizione vincente. Per insediarsi non ha bisogno della fiducia della Camera.
  • Riforma 2016 : non vengono modificati i poteri del presidente del Consiglio.

Rapporto tra Stato e Regioni:

  • Riforma 2006 : alle Regioni viene spetta la competenza esclusiva su importanti materie come l’organizzazione della Sanità, l’organizzazione scolastica e la polizia locale. Viene introdotta una clausola di interesse nazionale: ovvero, il governo può bloccare una legge regionale che pregiudichi l’interesse nazionale. Della questione si occupa il Senato; se la Regione non cambia la legge incriminata, il Senato può chiedere al Capo dello Stato di abrogarla.
  • Riforma 2016 : lo Stato centrale si riappropria di importanti competenze che ora sono appannaggio delle Regioni, come: “la tutela e la promozione della concorrenza; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro pubblico; le disposizioni generali per la tutela della salute; la sicurezza alimentare; la tutela e sicurezza del lavoro, nonché le politiche attive del lavoro; l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria e la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”.

Giudici della Corte Costituzionale:

  • Riforma 2006 : sono 15, di cui quattro nominati dal Capo dello Stato, quattro dalla magistratura, sette dal Senato federale integrato dai presidenti delle Regioni.
  • Riforma 2016 : dei 15 giudici costituzionali, 3 vengono eletti dalla Camera e 2 dal Senato.

Referendum:

  • Riforma 2006 : affinché il referendum confermativo sia valido, deve votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Il referendum inoltre può essere chiesto anche se la legge costituzionale viene approvata in Parlamento con la maggioranza dei due terzi: in questo caso non c’è bisogno del quorum.
  • Riforma 2016 : viene introdotto il referendum propositivo. Per quanto riguarda quello abrogativo, se è richiesto da almeno 800mila elettori invece che 500mila, è valido anche nel caso voti la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche; se è richiesto da almeno 500mila elettori ma meno di 800mila, o da cinque consigli regionali, rimane invariato il quorum della maggioranza degli aventi diritto.

Fonte: Forexinfo


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Lettera apostolica Misericordia et misera

Della lettera apostolica del Papa in cui si cita la questione dell’aborto se ne discuterà molto. Sarà una discussione appassionante, spero. Ma prima ancora di cominciare secondo me è bene fare del fact checking e vedere cosa dice effettivamente. Questo è il testo ripreso dal sito del Vaticano, gli evidenziati sono miei. Tutti i commenti che vorrete lasciare saranno graditi a prescindere dai contenuti.

Lettera apostolica Misericordia et misera (2016) paragrafo 12

In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione.

Catechismo della chiesa cattolica (1997) parte terza, sezione seconda, 2272

La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. «Chi procura l’aborto, se ne consegue l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae», «per il fatto stesso d’aver commesso il delitto» e alle condizioni previste dal diritto. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società.

Codice di diritto canonico: canone 1398 (l’effetto dell’aborto)

Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae.

Remissione della scomunica per aborto

La remissione della scomunica Per accostarsi ai sacramenti, il fedele che è incorso nella scomunica, dovrà prima ottenere la remissione della stessa. Competente per la remissione è l’Ordinario del luogo (Vescovo e Vicario generale), il canonico penitenziere della Chiesa Cattedrale, i cappellani degli ospedali e delle carceri, ogni sacerdote quando il fedele si trova in pericolo di morte. Anche altri sacerdoti possono ottenere dal Vescovo tale facoltà. La remissione della scomunica (come per lo più accade) può essere data nell’ambito della confessione sacramentale. La formula, indicata dal Rito della Penitenza è la seguente: «In forza del potere a me concesso, io ti assolvo dal vincolo di scomunica, nel nome del Padre ….». Il confessore imporrà al penitente una penitenza adeguata, che cioè sia proporzionata alla gravità del peccato e sia di aiuto ad una autentica conversione (can. 1358).

come-cambiera-il-diritto-canonico

Secondo il Codice di diritto canonico l’assoluzione dal peccato di aborto è riservato al vescovo e ai sacerdoti da lui stesso indicati. Dopo la pubblicazione della Lettera apostolica «Misericorida et misera» – come ha spiegato il responsabile dell’anno santo della misericordia, monsignor Rino Fisichella – la conseguenza è che il Codice di diritto canonico verrà aggiornato: il diritto canonico «è un insieme di leggi – ha precisato il presule -, e nel momento in cui c’è una disposizione del Papa che modifica il dettato della legge si deve necessariamente cambiare l’articolo che riguarda quella specifica disposizione».

Con l’assoluzione, ha aggiunto l’arcivescovo Fisichella, “viene meno la scomunica laetae sententiae” in cui incorre chi “procura” aborto.

Per capire cosa c’è in gioco

A catholic priest put an aborted fetus on the altar in an appeal for Donald Trump

 


Testo integrale della Lettera apostolica Misericordia et misera:

FRANCESCO

a quanti leggeranno questa Lettera Apostolica misericordia e pace

Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».[1] Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro.

1. Questa pagina del Vangelo può a buon diritto essere assunta come icona di quanto abbiamo celebrato nell’Anno Santo, un tempo ricco di misericordia, la quale chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità. La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre.

Una donna e Gesù si sono incontrati. Lei, adultera e, secondo la Legge, giudicata passibile di lapidazione; Lui, che con la sua predicazione e il dono totale di sé, che lo porterà alla croce, ha riportato la legge mosaica al suo genuino intento originario. Al centro non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto. In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice. A chi voleva giudicarla e condannarla a morte, Gesù risponde con un lungo silenzio, che vuole lasciar emergere la voce di Dio nelle coscienze, sia della donna sia dei suoi accusatori. I quali lasciano cadere le pietre dalle mani e se ne vanno ad uno ad uno (cfr Gv 8,9). E dopo quel silenzio, Gesù dice: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (vv. 10-11). In questo modo la aiuta a guardare al futuro con speranza e ad essere pronta a rimettere in moto la sua vita; d’ora in avanti, se lo vorrà, potrà “camminare nella carità” (cfr Ef 5,2). Una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente.

2. Gesù d’altronde lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice (cfr Lc 7,36-50). Lei aveva cosparso di profumo i piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli (cfr v. 37-38). Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (v. 47).

Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona.

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita.

3. Quanta gioia è stata suscitata nel cuore di queste due donne, l’adultera e la peccatrice! Il perdono le ha fatte sentire finalmente libere e felici come mai prima. Le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata. La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia.

Come sono significative anche per noi le parole antiche che guidavano i primi cristiani: «Rivestiti di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo gioioso opera bene, pensa bene e disprezza la tristezza […] Vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia».[2] Fare esperienza della misericordia dona gioia. Non lasciamocela portar via dalle varie afflizioni e preoccupazioni. Possa rimanere ben radicata nel nostro cuore e farci guardare sempre con serenità alla vita quotidiana.

In una cultura spesso dominata dalla tecnica, sembrano moltiplicarsi le forme di tristezza e solitudine in cui cadono le persone, e anche tanti giovani. Il futuro infatti sembra essere ostaggio dell’incertezza che non consente di avere stabilità. È così che sorgono spesso sentimenti di malinconia, tristezza e noia, che lentamente possono portare alla disperazione. C’è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera, per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali. Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. C’è tanto bisogno di riconoscere la gioia che si rivela nel cuore toccato dalla misericordia. Facciamo tesoro, pertanto, delle parole dell’Apostolo: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil4,4; cfr 1 Ts 5,16).

4. Abbiamo celebrato un Anno intenso, durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia. Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita.

Sentiamo il bisogno, anzitutto, di ringraziare il Signore e dirgli: «Sei stato buono, Signore, con la tua terra […]. Hai perdonato la colpa del tuo popolo» (Sal 85,2-3). È proprio così: Dio ha calpestato le nostre colpe e gettato in fondo al mare i nostri peccati (cfr Mi7,19); non li ricorda più, se li è buttati alle spalle (cfr Is 38,17); come è distante l’oriente dall’occidente così i nostri peccati sono distanti da lui (cfr Sal 103,12).

In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono. È stata realmente una nuova visita del Signore in mezzo a noi. Abbiamo percepito il suo soffio vitale riversarsi sulla Chiesa e, ancora una volta, le sue parole hanno indicato la missione: «Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23).

5. Adesso, concluso questo Giubileo, è tempo di guardare avanti e di comprendere come continuare con fedeltà, gioia ed entusiasmo a sperimentare la ricchezza della misericordia divina. Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell’opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui la “conversione pastorale” che siamo chiamati a vivere[3] sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia. Non limitiamo la sua azione; non rattristiamo lo Spirito che indica sempre nuovi sentieri da percorrere per portare a tutti il Vangelo che salva.

In primo luogo siamo chiamati a celebrare la misericordia. Quanta ricchezza è presente nella preghiera della Chiesa quando invoca Dio come Padre misericordioso! Nella liturgia, la misericordia non solo viene ripetutamente evocata, ma realmente ricevuta e vissuta. Dall’inizio alla fine della celebrazione eucaristica, la misericordia ritorna più volte nel dialogo tra l’assemblea orante e il cuore del Padre, che gioisce quando può effondere il suo amore misericordioso. Dopo la richiesta di perdono iniziale con l’invocazione «Signore pietà», veniamo subito rassicurati: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». È con questa fiducia che la comunità si raduna alla presenza del Signore, particolarmente nel giorno santo della risurrezione. Molte orazioni “collette” intendono richiamare il grande dono della misericordia. Nel periodo della Quaresima, ad esempio, preghiamo dicendo: «Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia».[4] Siamo poi immersi nella grande preghiera eucaristica con il prefazio che proclama: «Nella tua misericordia hai tanto amato gli uomini da mandare il tuo Figlio come Redentore a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana».[5] La quarta preghiera eucaristica, inoltre, è un inno alla misericordia di Dio: «Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare». «Di noi tutti abbi misericordia»,[6] è la richiesta impellente che il sacerdote compie nella preghiera eucaristica per implorare la partecipazione alla vita eterna. Dopo il Padre Nostro, il sacerdote prolunga la preghiera invocando la pace e la liberazione dal peccato grazie all’«aiuto della tua misericordia». E prima del segno di pace, scambiato come espressione di fratellanza e di amore reciproco alla luce del perdono ricevuto, egli prega di nuovo: «Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa».[7] Mediante queste parole, con umile fiducia chiediamo il dono dell’unità e della pace per la santa Madre Chiesa. La celebrazione della misericordia divina culmina nel Sacrificio eucaristico, memoriale del mistero pasquale di Cristo, da cui scaturisce la salvezza per ogni essere umano, per la storia e per il mondo intero. Insomma, ogni momento della celebrazione eucaristica fa riferimento alla misericordia di Dio.

In tutta la vita sacramentale la misericordia ci viene donata in abbondanza. Non è affatto senza significato che la Chiesa abbia voluto fare esplicitamente il richiamo alla misericordia nella formula dei due sacramenti chiamati “di guarigione”, cioè la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. La formula di assoluzione dice: «Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace»[8] e quella dell’Unzione recita: «Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo».[9] Dunque, nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani. L’amore è il primo atto con il quale Dio si fa conoscere e ci viene incontro. Teniamo, pertanto, aperto il cuore alla fiducia di essere amati da Dio. Il suo amore ci precede sempre, ci accompagna e rimane accanto a noi nonostante il nostro peccato.

6. In tale contesto, assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio. Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale.[10]Nella celebrazione eucaristica sembra di assistere a un vero dialogo tra Dio e il suo popolo. Nella proclamazione delle Letture bibliche, infatti, si ripercorre la storia della nostra salvezza attraverso l’incessante opera di misericordia che viene annunciata. Dio parla ancora oggi con noi come ad amici, si “intrattiene” con noi[11] per donarci la sua compagnia e mostrarci il sentiero della vita. La sua Parola si fa interprete delle nostre richieste e preoccupazioni e risposta feconda perché possiamo sperimentare concretamente la sua vicinanza. Quanta importanza acquista l’omelia, dove «la verità si accompagna alla bellezza e al bene»,[12]per far vibrare il cuore dei credenti dinanzi alla grandezza della misericordia! Raccomando molto la preparazione dell’omelia e la cura della predicazione. Essa sarà tanto più fruttuosa, quanto più il sacerdote avrà sperimentato su di sé la bontà misericordiosa del Signore. Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana.

7. La Bibbia è il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio. Ogni pagina è intrisa dell’amore del Padre che fin dalla creazione ha voluto imprimere nell’universo i segni del suo amore. Lo Spirito Santo, attraverso le parole dei profeti e gli scritti sapienziali, ha plasmato la storia di Israele nel riconoscimento della tenerezza e della vicinanza di Dio, nonostante l’infedeltà del popolo. La vita di Gesù e la sua predicazione segnano in modo determinante la storia della comunità cristiana, che ha compreso la propria missione sulla base del mandato di Cristo di essere strumento permanente della sua misericordia e del suo perdono (cfr Gv20,23). Attraverso la Sacra Scrittura, mantenuta viva dalla fede della Chiesa, il Signore continua a parlare alla sua Sposa e le indica i sentieri da percorrere, perché il Vangelo della salvezza giunga a tutti. È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. Lo ricorda chiaramente l’Apostolo: «Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia» (2 Tm 3,16).

Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Non mancherà la creatività per arricchire questo momento con iniziative che stimolino i credenti ad essere strumenti vivi di trasmissione della Parola. Certamente, tra queste iniziative vi è la diffusione più ampia della lectio divina, affinché, attraverso la lettura orante del testo sacro, la vita spirituale trovi sostegno e crescita. La lectio divina sui temi della misericordia permetterà di toccare con mano quanta fecondità viene dal testo sacro, letto alla luce dell’intera tradizione spirituale della Chiesa, che sfocia necessariamente in gesti e opere concrete di carità.[13]

8. La celebrazione della misericordia avviene in modo del tutto particolare con il Sacramento della Riconciliazione. È questo il momento in cui sentiamo l’abbraccio del Padre che viene incontro per restituirci la grazia di essere di nuovo suoi figli. Noi siamo peccatori e portiamo con noi il peso della contraddizione tra ciò che vorremmo fare e quanto invece concretamente facciamo (cfr Rm7,14-21); la grazia, tuttavia, ci precede sempre, e assume il volto della misericordia che si rende efficace nella riconciliazione e nel perdono. Dio fa comprendere il suo immenso amore proprio davanti al nostro essere peccatori. La grazia è più forte, e supera ogni possibile resistenza, perché l’amore tutto vince (cfr 1 Cor 13,7).

Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità. Lo ricorda anche l’apostolo Pietro quando scrive che «L’amore copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). Solo Dio perdona i peccati, ma chiede anche a noi di essere pronti al perdono verso gli altri, così come Lui perdona i nostri: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia.

9. Un’esperienza di grazia che la Chiesa ha vissuto con tanta efficacia nell’Anno giubilare è stato certamente il servizio dei Missionari della Misericordia. La loro azione pastorale ha voluto rendere evidente che Dio non pone alcun confine per quanti lo cercano con cuore pentito, perché a tutti va incontro come un Padre. Ho ricevuto tante testimonianze di gioia per il rinnovato incontro con il Signore nel Sacramento della Confessione. Non perdiamo l’opportunità di vivere la fede anche come esperienza di riconciliazione. «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20) è l’invito che ancora ai nostri giorni l’Apostolo rivolge per far scoprire ad ogni credente la potenza dell’amore che rende una «creatura nuova» (2 Cor 5,17).

Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. Sarà cura del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione seguire in questo periodo i Missionari della Misericordia, come espressione diretta della mia sollecitudine e vicinanza e trovare le forme più coerenti per l’esercizio di questo prezioso ministero.

10. Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. Come Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte, così anche il sacerdote nel confessionale sia magnanimo di cuore, sapendo che ogni penitente lo richiama alla sua stessa condizione personale: peccatore, ma ministro di misericordia.

11. Vorrei che tutti noi meditassimo le parole dell’Apostolo, scritte verso la fine della sua vita, quando a Timoteo confessa di essere stato il primo dei peccatori, «ma appunto per questo ho ottenuto misericordia» (1 Tm 1,16). Le sue parole hanno una forza prorompente per provocare anche noi a riflettere sulla nostra esistenza e per vedere all’opera la misericordia di Dio nel cambiare, convertire e trasformare il nostro cuore: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia» (1 Tm 1,12-13).

Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18). Noi per primi siamo stati perdonati in vista di questo ministero; resi testimoni in prima persona dell’universalità del perdono. Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. C’è un valore propedeutico nella legge (cfr Gal 3,24) che ha come fine la carità (cfr 1 Tm 1,5). Tuttavia, il cristiano è chiamato a vivere la novità del Vangelo, «la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2). Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina.

Noi confessori abbiamo esperienza di tante conversioni che si manifestano sotto i nostri occhi. Sentiamo, quindi, la responsabilità di gesti e parole che possano giungere nel profondo del cuore del penitente, perché scopra la vicinanza e la tenerezza del Padre che perdona. Non vanifichiamo questi momenti con comportamenti che possano contraddire l’esperienza della misericordia che viene ricercata. Aiutiamo, piuttosto, a illuminare lo spazio della coscienza personale con l’amore infinito di Dio (cfr 1 Gv 3,20).

Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.

Un’occasione propizia può essere la celebrazione dell’iniziativa 24 ore per il Signore in prossimità della IV domenica di Quaresima, che già trova molto consenso nelle Diocesi e che rimane un richiamo pastorale forte per vivere intensamente il Sacramento della Confessione.

12. In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare[14] viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione.

Nell’Anno del Giubileo avevo concesso ai fedeli che per diversi motivi frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati.[15] Per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa.

13. La misericordia possiede anche il volto della consolazione. «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1) sono le parole accorate che il profeta fa sentire ancora oggi, perché possa giungere a quanti sono nella sofferenza e nel dolore una parola di speranza. Non lasciamoci mai rubare la speranza che proviene dalla fede nel Signore risorto. È vero, spesso siamo messi a dura prova, ma non deve mai venire meno la certezza che il Signore ci ama. La sua misericordia si esprime anche nella vicinanza, nell’affetto e nel sostegno che tanti fratelli e sorelle possono offrire quando sopraggiungono i giorni della tristezza e dell’afflizione. Asciugare le lacrime è un’azione concreta che spezza il cerchio di solitudine in cui spesso veniamo rinchiusi.

Tutti abbiamo bisogno di consolazione perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione. Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte… sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli.

A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. Alla mancanza della parola, tuttavia, può supplire la compassione di chi è presente, vicino, ama e tende la mano. Non è vero che il silenzio sia un atto di resa, al contrario, è un momento di forza e di amore. Anche il silenzio appartiene al nostro linguaggio di consolazione perché si trasforma in un’opera concreta di condivisione e partecipazione alla sofferenza del fratello.

14. In un momento particolare come il nostro, che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa».[16] Il sentiero della vita che porta un uomo e una donna a incontrarsi, amarsi, e davanti a Dio a promettersi fedeltà per sempre, è spesso interrotto da sofferenza, tradimento e solitudine. La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente.

La grazia del Sacramento del Matrimonio non solo fortifica la famiglia perché sia luogo privilegiato in cui vivere la misericordia, ma impegna la comunità cristiana, e tutta l’azione pastorale, a far emergere il grande valore propositivo della famiglia. Questo Anno giubilare, comunque, non può far perdere di vista la complessità dell’attuale realtà familiare. L’esperienza della misericordia ci rende capaci di guardare a tutte le difficoltà umane con l’atteggiamento dell’amore di Dio, che non si stanca di accogliere e di accompagnare.[17]

Non possiamo dimenticare che ognuno porta con sé la ricchezza e il peso della propria storia, che lo contraddistingue da ogni altra persona. La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia.

15. Particolare rilevanza riveste il momento della morte. La Chiesa ha sempre vissuto questo passaggio drammatico alla luce della risurrezione di Gesù Cristo, che ha aperto la strada per la certezza della vita futura. Abbiamo una grande sfida da accogliere, soprattutto nella cultura contemporanea che spesso tende a banalizzare la morte fino a farla diventare una semplice finzione, o a nasconderla. La morte invece va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che ci lasciano e verso Dio a cui si va incontro. In tutte le religioni il momento della morte, come quello della nascita, è accompagnato da una presenza religiosa. Noi viviamo l’esperienza delle esequie come preghiera carica di speranza per l’anima del defunto e per dare consolazione a quanti soffrono il distacco dalla persona amata.

Sono convinto che abbiamo bisogno, nell’azione pastorale animata da fede viva, di far toccare con mano quanto i segni liturgici e le nostre preghiere siano espressione della misericordia del Signore. È Lui stesso che offre parole di speranza, perché niente e nessuno potranno mai separare dal suo amore (cfr Rm 8,35). La condivisione di questo momento da parte del sacerdote è un accompagnamento importante, perché permette di vivere la vicinanza alla comunità cristiana nel momento di debolezza, solitudine, incertezza e pianto.

16. Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. Abbiamo imparato che Dio si china su di noi (cfr Os 11,4) perché anche noi possiamo imitarlo nel chinarci sui fratelli. La nostalgia di tanti di ritornare alla casa del Padre, che attende la loro venuta, è suscitata anche da testimoni sinceri e generosi della tenerezza divina. La Porta Santa che abbiamo attraversato in questo Anno giubilare ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia. È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme.

Voler essere vicini a Cristo esige di farsi prossimo verso i fratelli, perché niente è più gradito al Padre se non un segno concreto di misericordia. Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. È un’autentica nuova creazione che realizza un cuore nuovo, capace di amare in modo pieno, e purifica gli occhi perché riconoscano le necessità più nascoste. Come sono vere le parole con cui la Chiesa prega nella Veglia Pasquale, dopo la lettura del racconto della creazione: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti».[18]

La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. Qui si percepisce di essere davvero una “nuova creatura” (cfr Gal 6,15): sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova; sono stato “misericordiato”, quindi divento strumento di misericordia.

17. Durante l’Anno Santo, specialmente nei “venerdì della misericordia”, ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. Con gratitudine penso ai tanti volontari che ogni giorno dedicano il loro tempo a manifestare la presenza e vicinanza di Dio con la loro dedizione. Il loro servizio è una genuina opera di misericordia, che aiuta tante persone ad avvicinarsi alla Chiesa.

18. È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. Sono passati più di duemila anni, eppure le opere di misericordia continuano a rendere visibile la bontà di Dio.

Ancora oggi intere popolazioni soffrono la fame e la sete, e quanta preoccupazione suscitano le immagini di bambini che nulla hanno per cibarsi. Masse di persone continuano a migrare da un Paese all’altro in cerca di cibo, lavoro, casa e pace. La malattia, nelle sue varie forme, è un motivo permanente di sofferenza che richiede aiuto, consolazione e sostegno. Le carceri sono luoghi in cui spesso, alla pena restrittiva, si aggiungono disagi a volte gravi, dovuti a condizioni di vita disumane. L’analfabetismo è ancora molto diffuso e impedisce ai bambini e alle bambine di formarsi e li espone a nuove forme di schiavitù. La cultura dell’individualismo esasperato, soprattutto in occidente, porta a smarrire il senso di solidarietà e di responsabilità verso gli altri. Dio stesso rimane oggi uno sconosciuto per molti; ciò rappresenta la più grande povertà e il maggior ostacolo al riconoscimento della dignità inviolabile della vita umana.

Insomma, le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una «città affidabile».[19]

19. Tanti segni concreti di misericordia sono stati realizzati durante questo Anno Santo. Comunità, famiglie e singoli credenti hanno riscoperto la gioia della condivisione e la bellezza della solidarietà. Eppure non basta. Il mondo continua a generare nuove forme di povertà spirituale e materiale che attentano alla dignità delle persone. È per questo che la Chiesa dev’essere sempre vigile e pronta per individuare nuove opere di misericordia e attuarle con generosità ed entusiasmo.

Poniamo, dunque, ogni sforzo per dare forme concrete alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia. Quest’ultima possiede un’azione inclusiva, per questo tende ad allargarsi a macchia d’olio e non conosce limiti. E in questo senso siamo chiamati a dare volto nuovo alle opere di misericordia che conosciamo da sempre. La misericordia, infatti, eccede; va sempre oltre, è feconda. È come il lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33) e come un granello di senape che diventa un albero (cfr Lc 13,19).

Pensiamo solo, a titolo esemplificativo, all’opera di misericordia corporale vestire chi è nudo (cfr Mt 25,36.38.43.44). Essa ci riporta ai primordi, al giardino dell’Eden, quando Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi e, sentendo avvicinarsi il Signore, ebbero vergogna e si nascosero (cfr Gen 3,7-8). Sappiamo che il Signore li punì; tuttavia, Egli «fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3,21). La vergogna viene superata e la dignità restituita.

Fissiamo lo sguardo anche su Gesù al Golgota. Il Figlio di Dio sulla croce è nudo; la sua tunica è stata sorteggiata e presa dai soldati (cfr Gv 19,23-24); Lui non ha più nulla. Sulla croce si rivela all’estremo la condivisione di Gesù con quanti hanno perso dignità perché privati del necessario. Come la Chiesa è chiamata ad essere la “tunica di Cristo”[20] per rivestire il suo Signore, così è impegnata a rendersi solidale con i nudi della terra perché riacquistino la dignità di cui sono stati spogliati. «(Ero) nudo e mi avete vestito» (Mt 25,36), pertanto, obbliga a non voltare lo sguardo davanti alle nuove forme di povertà e di emarginazione che impediscono alle persone di vivere dignitosamente.

Non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale…: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona, di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà. Quante sono oggi le situazioni in cui possiamo restituire dignità alle persone e consentire una vita umana! Pensiamo solo a tanti bambini e bambine che subiscono violenze di vario genere, che rubano loro la gioia della vita. I loro volti tristi e disorientati sono impressi nella mia mente; chiedono il nostro aiuto per essere liberati dalle schiavitù del mondo contemporaneo. Questi bambini sono i giovani di domani; come li stiamo preparando a vivere con dignità e responsabilità? Con quale speranza possono affrontare il loro presente e il loro futuro?

Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio.

20. Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa.

Le opere di misericordia, infatti, toccano tutta la vita di una persona. E’ per questo che possiamo dar vita a una vera rivoluzione culturale proprio a partire dalla semplicità di gesti che sanno raggiungere il corpo e lo spirito, cioè la vita delle persone. È un impegno che la comunità cristiana può fare proprio, nella consapevolezza che la Parola del Signore sempre la chiama ad uscire dall’indifferenza e dall’individualismo in cui si è tentati di rinchiudersi per condurre un’esistenza comoda e senza problemi. «I poveri li avete sempre con voi» (Gv 12,8), dice Gesù ai suoi discepoli. Non ci sono alibi che possono giustificare un disimpegno quando sappiamo che Lui si è identificato con ognuno di loro.

La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. D’altronde, non dovremmo mai dimenticare le parole con cui l’apostolo Paolo, raccontando il suo incontro con Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo la conversione, mette in risalto un aspetto essenziale della sua missione e di tutta la vita cristiana: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10). Non possiamo dimenticarci dei poveri: è un invito più che mai attuale che si impone per la sua evidenza evangelica.

21. L’esperienza del Giubileo imprima in noi le parole dell’apostolo Pietro: «Un tempo eravate esclusi dalla misericordia; ora, invece, avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2,10). Non teniamo gelosamente solo per noi quanto abbiamo ricevuto; sappiamo condividerlo con i fratelli sofferenti perché siano sostenuti dalla forza della misericordia del Padre. Le nostre comunità si aprano a raggiungere quanti vivono nel loro territorio perché a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti.

Questo è il tempo della misericordia. Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo Spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare. È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé.

Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr Lc 16,19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr Mt 11,5), con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia.

22. Su di noi rimangono sempre rivolti gli occhi misericordiosi della Santa Madre di Dio. Lei è la prima che apre la strada e ci accompagna nella testimonianza dell’amore. La Madre della Misericordia raccoglie tutti sotto la protezione del suo manto, come spesso l’arte l’ha voluta rappresentare. Confidiamo nel suo materno aiuto e seguiamo la sua perenne indicazione a guardare a Gesù, volto raggiante della misericordia di Dio.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 novembre,
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo,
dell’Anno del Signore 2016, quarto di pontificato.

 

FRANCESCO

 


 [1] In Joh 33,5.

[2] Il Pastore di Erma, XLII, 1-4.

[3] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 27.

[4] Messale Romano, III Domenica di Quaresima.

[5] Ibid., Prefazio delle domeniche del Tempo Ordinario VII.

[6] Ibid., Preghiera eucaristica II.

[7] Ibid., Riti di comunione.

[8] Rito della Penitenza, n. 46.

[9] Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 76.

[10] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 106.

[11] Id., Cost. dogm. Dei Verbum, 2.

[12] Esort. ap. Evangelii gaudium, 142.

[13] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 86-87.

[14] Cfr Lettera con la quale si concede l’indulgenza in occasione del Giubileo della Misericordia, 1 settembre 2015.

[15] Cfr ibid.

[16] Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 1.

[17] Cfr ibid., 291-300.

[18] Messale Romano, Veglia Pasquale, Orazione dopo la Prima Lettura.

[19] Lett. enc. Lumen fidei, 50.

[20] Cfr Cipriano, L’unità della Chiesa cattolica, 7.

 

 
 

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Gli hotel agli immigrati

Un estratto di una inchiesta del Post sui luoghi dove vengono ospitati gli immigrati


Il Populista parla dell’hotel Kulm di Portofino, in Liguria: che è un albergo quattro stelle oggi chiuso ricavato in un’antica villa sulla costa di cui viene anche mostrata una bella foto, ma che non ha mai ospitato migranti (come con una strana giravolta sembra riconoscere anche l’articolo) e che non li ospiterà mai, ha spiegato al Post Paolo Pezzana, sindaco di Sori e responsabile immigrazione di Anci Liguria. Non c’è mai stato nemmeno il progetto di avere migranti al Kulm, ha spiegato Pezzana, e se ne era parlato solo perché l’albergo – chiuso dal 2013 e senza prospettive di riapertura a breve termine – era stato inserito dalla prefettura in un elenco preliminare di strutture eventualmente utilizzabili per i migranti. Per la proprietà – Unipol, oggi – non ci sarebbe nessun vantaggio nell’ospitare migranti al Kulm (un albergo troppo costoso da gestire senza prospettive di guadagno importante, dice Pezzana), e requisire l’albergo comporterebbe per la prefettura costi altissimi perché andrebbe previsto anche un indennizzo per la proprietà a prezzi di mercato.

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(Una foto del Kulm di Portofino usata dal Populista: nessun richiedente asilo è mai stato ospitato in questo albergo)

Un altro esempio è il Nigahotel di Azzano Mella, in provincia di Brescia, sulla strada provinciale che unisce la tangenziale di Brescia con la provincia di Cremona: nell’articolo del Populista è quello di cui si vede una bella stanza con letto a baldacchino, di cui altro non viene raccontato ma la foto è sufficiente a suggerire che i migranti siano accolti in stanze del genere. Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ci ha spiegato la situazione nel suo albergo mostrandoci le strutture. Al Nigahotel sono ospitati circa 60 migranti dopo che Riva ha vinto un bando della prefettura di Brescia che cercava strutture idonee a ospitare richiedenti asilo in attesa di avere risposte sulla loro domanda di protezione internazionale.
Riva ha diviso il suo albergo in due parti, chiudendo i corridoi con porte e cancelli in ferro battuto. Alcune delle stanze, 12 su 28, sono state riadattate per accogliere i richiedenti asilo mandati dalla prefettura: gli arredamenti dell’albergo (ristrutturato tutto nel 2013) sono stati sostituiti con letti a castello di ferro, di quelli che si trovano negli ostelli per la gioventù, economici tavoli di legno e armadi. Ogni camera ha quattro o cinque letti, a seconda della sua metratura, e il bagno. Con i circa 35 euro quotidiani a persona di rimborso previsto dalla prefettura, al Nigahotel i migranti sono alloggiati in camere quadruple con letti a castello, con un servizio di internet wifi (un obbligo richiesto dall’accordo con la prefettura) e una televisione (che non è invece un obbligo). Le pulizie vengono fatte per lo più dagli ospiti e quando occorre da una società. Per lavare i vestiti c’è una zona lavanderia, mentre le lenzuola vengono lavate una volta alla settimana.

Al Nigahotel il Post ha visto le camere usate dai richiedenti asilo, senza poterle fotografare: pulite e dignitose, disordinate di borse, scarpe e vestiti, di certo non lussuose. Quella nella foto mostrata dal Populista non è destinata ai migranti: si trova nella parte dell’albergo ancora aperta al pubblico – dove le camere sono ancora arredate “da albergo” – e Riva spiega che viene usata spesso dalle coppie che tengono il ricevimento nuziale nel vicino ristorante. Le camere ancora aperte al pubblico al Nigahotel vanno dai 65 euro ai 95 euro a notte.

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(Il Nigahotel di Azzano Mella – Il Post)

Una situazione simile a quella del Nigahotel c’è all’Hotel Rosa dei Venti di Venturina, in provincia di Livorno: è un tre stelle ancora aperto al pubblico che a fine agosto, quando il Post ha parlato con la gestione, aveva 70 ospiti paganti per la stagione turistica e 20 migranti (a cui, per esempio, non è concesso l’uso della piscina dell’albergo). Anche il Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova, ospita alcuni migranti insieme ai consueti clienti: è un ostello comunale, economico. L’Hotel Myriam di Lignano è un tre stelle che durante la stagione invernale del 2014 e del 2015 ha ospitato dai 60 ai 100 migranti in collaborazione con la Croce Rossa e la prefettura: il proprietario definisce la sua struttura “modesta ma dignitosa”.

Del Plaza Hotel di Varese il Populista mostra una foto dell’ingresso: sei persone sotto l’insegna dell’albergo e la targa che ne indica le tre stelle visibile sulla sinistra. Il Plaza Hotel di Varese, però, non esiste più: l’albergo ha chiuso nel 2012 e dal maggio scorso la struttura, una palazzina di nessun pregio sulla strada che collega Varese e Masnago, è stata presa in affitto dalla Onlus Fondazione Progetto Arca di Milano che ha vinto un bando dello scorso aprile della prefettura di Varese e che ora ospita 70 persone. Il direttore della Onlus Alberto Senigallia ha spiegato che quando hanno preso in affitto il vecchio Plaza, dell’arredamento dell’albergo non era rimasto niente se non pochi tavoli: le camere in cui sono ospitati i migranti ora sono delle quadruple con letti a castello di ferro (le foto sono della Fondazione Progetto Arca). Le pulizie ordinarie in camera sono fatte dagli ospiti insieme a un addetto, vestiti e biancheria del letto vengono ritirati e lavati una volta a settimana. La foto usata dal Populista è probabilmente del 2011, quando l’albergo ormai in fase di chiusura ospitò già per qualche mese dei migranti.

 

In situazioni simili ci sono diverse altre strutture. L’Hotel Genziana di Prada, una frazione dei comuni di Brenzone e San Zeno di Montagna in provincia di Verona e isolato dal centro, è un vecchio due stelle chiuso da tempo e requisito nel 2015 dalla prefettura per ospitare 80 migranti: l’albergo aveva invece 31 posti letto in 17 stanze, c’è stato quindi un notevole aumento del numero dei letti in ogni camera (il numero dei letti che possono essere usati per i richiedenti asilo dipende dalla metratura delle camere, secondo disposizioni della prefettura). Al Post, che ha parlato con i responsabili della cooperativa che gestisce l’albergo, non è stato concesso di visitarne l’interno.

L’Hotel Villa San Francesco di Orta San Giulio, in provincia di Novara è chiuso da anni ed è stato preso in affitto dalla Onlus Versoprobo e ora ospita 99 persone. C’è il wifi, una televisione in spazio comune, un parco. L’Hotel Belvedere di Corleone è un ex albergo a tre stelle: non siamo riusciti ad avere informazioni precise sulle condizioni della struttura dalla cooperativa che lo gestisce, ma un operatore che ci lavora ci ha spiegato al telefono che sono ospitati circa 60 richiedenti asilo: c’è una piscina, come mostra la foto del Populista, ma è stata chiusa quando l’albergo è diventato un centro per migranti e non è dunque utilizzabile. L’Hotel Domus Adele, di Vicenza, era un due stelle che ha cominciato ad accogliere migranti nel 2011 quando gli affari andavano male e funziona come centro di primo arrivo per i richiedenti asilo; l’Hotel Il Canovadi Sandrigo, in provincia di Vicenza, è stato un quattro stelle, poi ha chiuso per diversi problemi anche strutturali che non lo rendevano utilizzabile come un quattro stelle, è stata avviata una procedura fallimentare e dopo qualche anno è stato rilevato e gestito da una società che oggi ci ospita 102 migranti (tra loro una decina di bambini): non c’è alcuna piscina e c’è il wifi. L‘Hotel Villa Mokarta è un tre stelle a Salemi, provincia di Trapani, che ospita 120 migranti in accordo con la prefettura locale: il gestore, Salvatore Cascia della fondazione ARCA (che non ha nessuna relazione con l’omonima Onlus di Milano), ha spiegato al Post che l’albergo è di livello “medio”, che ci sono il wifi e la televisione negli spazi comuni e che la piscina c’è ma è stata chiusa per ragioni di sicurezza.

 

 

“Togliere posti ai turisti
L’articolo del Populista sostiene anche che l’accoglienza dei migranti negli alberghi venga gestita a spese dei turisti da parte degli albergatori, lasciando intendere che gli albergatori guadagnino dall’ospitare migranti nei loro alberghi sottraendo posto ai turisti e danneggiando l’economia. I due aspetti, come ha potuto verificare il Post, sono in effetti collegati ma in un opposto rapporto di causa ed effetto: il giro di affari derivante dal turismo negli ultimi anni è calato per molti alberghi e ospitare i migranti sembra essere diventato per molti albergatori un modo di far sopravvivere le loro imprese in difficoltà, persino conservando posti di lavoro.

Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ha cominciato per esempio a ospitare richiedenti asilo nel 2011 dopo che la prefettura di Brescia aveva minacciato di requisire alcune strutture turistiche sul lago d’Iseo, offrendo in accordo con la Federalberghi locale alcune camere nella sua struttura i cui affari non andavano più benissimo. Il Nigahotel si trova in una zona industriale poco fuori Brescia che ha subito gli effetti della crisi economica facendo calare anche il lavoro per le strutture ricettive della zona: Riva, che si definisce «un leghista della prima ora», dice che ospitare i migranti è stato un naturale adattamento ai cambiamenti del mercato. Non ci sono più turisti o rappresentanti, ci sono i richiedenti asilo.

Dal 2011 il numero di migranti ospitati è cresciuto, Riva ha creato due società e una cooperativa per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo, ha assunto 42 persone e ora ospita in tutto circa 300 persone su 16 strutture della provincia che stavano attraversando momenti di affari difficili o che avevano già chiuso. «Salvini e Maroni» dice Riva, «non hanno capito niente di come si gestisce l’immigrazione», criticando l’ostracismo da parte di alcune istituzioni verso chi ha fatto scelte come la sua e citando strampalate richieste di destinare più camere per accogliere i turisti di EXPO ad alberghi che si trovavano a due ore di auto dalla fiera di Rho che ha ospitato EXPO.

L’albergo Stella di Bormio, citato dal Populista, anche in altri articoli su alcuni richiedenti asilo che erano stati “alle terme di Bormio”, si trova in condizioni anche peggiori: il gestore della struttura aveva raccontato di aver scelto di ospitare richiedenti asilo per evitare di dover chiudere e licenziare il suo personale, citando un drastico calo nel numero dei suoi ospiti negli ultimi anni. Il gestore del Mokarta di Salemi ha raccontato cose simili: la conversione della struttura a CAS – Centro di Accoglienza Straordinaria – è stata fatta a inizio 2014 dopo che per anni il numero calante e la discontinuità delle prenotazioni aveva reso molto difficile la gestione dell’albergo.

Tra gli altri alberghi o ex alberghi citati dal Populista su cui il Post è stato in grado di fare verifiche non ci sono casi di albergatori che abbiano deciso di ospitare richiedenti asilo a scapito di richieste turistiche e solo in pochi casi, l’hotel Rosa dei venti e ilVenetian Hostel, i richiedenti asilo sono ospitati in strutture ancora aperte al pubblico e comunque in minoranza rispetto al numero degli ospiti totali. In tutti gli altri casi i richiedenti asilo sono ospitati in strutture che avevano già chiuso al pubblico e che molto spesso sono state prese in affitto da cooperative e Onlus che le hanno riaperte per ospitare i richiedenti asilo.

Sui giornali locali si trovano notizie di alcuni problemi legati al Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova. La cooperativa che gestisce i migranti al Venetian Hostel, Ecofficina, non ha risposto alle richieste di informazioni. Dai giornali locali risulta che Ecofficina gestisca oltre 1.500 richiedenti protezione sul territorio. I responsabili di Ecofficina sono attualmente indagati dalla procura di Rovigo per maltrattamenti in relazione ai richiedenti ospitati all’hotel Maxim di Montagnana per fatti avvenuto nel dicembre 2014 e sono indagati anche dalla procura di Padova per truffa e falso. In questa vicenda è coinvolta anche una funzionaria della Prefettura di Padova che ha ricevuto un avviso di garanzia per turbata libertà degli incanti e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale.

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)


Rassegna stampa

I posti dove ospitiamo i migranti

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La satira e le lasagne

I media si sono infiammati per la vignetta di Charlie Hebdo “Seisme à l’italienne”. La questione, una volta sopito il polverone sta diventando sempre più interessante perché va a toccare temi come la libertà d’espressione. Raccoglierò in questo post solo i contributi di chi la satira la fa. Sono autori italiani ma se qualcuno me li segnala metto volentieri anche altri.

Questo è il mio post su FB su cui ci sono state discussioni interessanti

Pensatela come vi pare ma è un dato di fatto che nessun vignettista italiano, all’indomani della strage di Nizza, ha fatto una vignetta sulla salade niçoise (insalata nizzarda). Magari rispondendo in seconda battuta che non è colpa nostra se avete selezionato una polizia incapace. Potevano farla, qualcuno ci ha sicuramente pensato, ma sono contenta che nessuno l’abbia fatta #Charlie

Comincio da Daniele Luttazzi perché l’idea mi è venuta con il suo pezzo

Sulla vignettaccia di Charlie Hebdo: domande e risposte

di danieleluttazzi

La Vignette sul terremoto in Italia pubblicata da Charlie Hebdo "Terremoto all'italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne". L'ultima, ("lasagne"), presenta diverse persone sepolte da strati di pasta. ANSA+++ EDITORIAL USE ONLY NO SALES NO ARCHIVE+++

La Vignette sul terremoto in Italia pubblicata da Charlie Hebdo “Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne”.

Il vignettista francese sghignazza da cinico e/o cazzaro e/o stronzo (decidete voi) secondo il gradiente A) satira > B) cinismo > C) fare il cazzaro > D) fare lo stronzo > E) sfottò fascistoide. Gli italiani che s’indignano per questa vignettaccia ne hanno tutte le ragioni; ma non bisogna invocare la censura come stanno facendo certi: libero lui di fare la testa di cazzo, liberi noi di dargli della testa di cazzo. La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa.

***

   Questo mio commento ha suscitato reazioni, obiezioni e domande che rivelano una certa confusione pubblica sulla satira e sui suoi fondamentali. Replico qui. Grazie a chi ha dialogato con me.

1) “La satira non è giudicabile.” Sbagliato. La satira è un punto di vista. In quanto tale, è opinabile. Lo è inevitabilmente. La satira nasce con Aristofane come giudizio sui fatti, assumendo nelle sue commedie la forma di un processo o di una gara o di una decisione: l’esito della vicenda esprimeva il giudizio negativo di Aristofane su questo o quel personaggio. Ogni atto satirico è l’esito di una decisione/giudizio dell’autore e rivela la sua cultura e la sua ideologia. Allo stesso modo, possiamo condividere il giudizio negativo di Aristofane sul demagogo Cleone e non condividere quello su Socrate: è il giudizio sul contenuto satirico e dipende dalla nostra cultura e dalla nostra ideologia.

2) “La satira può essere giudicata solamente dalle intenzioni dell’autore.” Sbagliato. L’intenzione dell’autore non conta. Pensare che sia rilevante è un errore di ragionamento piuttosto comune, ma in Italia non si insegna a riconoscerlo, a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, dove venne individuato negli anni ‘30: si chiama fallacia intenzionale ed è, come altre cose non più accettabili, un retaggio del Romanticismo.

3) “Il vignettista francese non ce l’aveva certo con le vittime.” Altra fallacia intenzionale. Come un risultato artistico può non corrispondere alle intenzioni dell’artista, così un satirico può scivolare via dalla satira (colpire il carnefice), in direzione dello sfottò fascistoide (colpire le vittime di un carnefice), attraverso qualcuno dei tre momenti psicologici che li separano: cinismo (mostro insensibilità al dolore altrui), fare il cazzaro (banalizzo il dolore altrui), fare lo stronzo (scherzo sul dolore altrui).

4) “La vignetta denunciava il malaffare italiano.” Altra fallacia intenzionale. Non si può attribuire alla vignetta un bersaglio che nella vignetta non c’è. E quelli di Charlie Hebdo sapevano che si trattava di una vignetta immonda, infatti l’hanno pubblicata nella pagina delle “vignette impubblicabili”: una vecchia paraculata che però qui non è bastata a frenare la giusta indignazione. Altra paraculata: la vignetta riparatoria dove si fa riferimento alla mafia. Riferimento che non c’è nella prima vignetta. Hanno sbagliato. Succede.

5) “Tu mi hai insegnato l’irriverenza. La satira deforma, informa e fa quel cazzo che le pare. L’hai detto tu.” Hai imparato l’irriverenza, ma non il corollario, l’assumersi la responsabilità dei propri atti satirici. La satira fa quel cazzo che le pare e non può essere censurata, ma questo non significa che sia infallibile, immune da critiche. Può diffamare o fare apologia di reato, ad esempio, e allora interviene la legge. Oppure può diventare un’altra cosa e farsi beffa di vittime, e allora interviene la riprovazione sociale. In quella vignettaccia c’è solo sghignazzo. Atroce perché fatto sui morti. Se ti piace questo genere di cose, questo dice molto su di te. La vignettaccia contiene un errore tecnico e una perversione ideologica. Mauro Biani, sul manifesto, ha ben riassunto l’errore tecnico con questa battuta: “C’è un francese, un italiano e un tedesco. Viene il terremoto. L’italiano pasta, il francese senza bidet, il tedesco freddo.” Pascalino Miele invece ha evidenziato la perversione ideologica con un esempio di possibile vignettaccia sulle stragi in Francia: una foto dei cadaveri al Bataclan con la didascalia “Fois gras”. (In questo caso sarebbe sfottò fascistoide perché si schiera implicitamente con i terroristi carnefici.) Fu ben diversa la vignetta che Charlie Hebdo pubblicò dopo quella strage. Lo sfottò grottesco (di quelli che suscitano la risata verde ) era contro i terroristi, non contro le vittime:

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Questa vignetta abbraccia le vittime in un “noi” che invece manca nella vignettaccia sulle lasagne: chi ha parlato in proposito di “razzismo” non aveva torto.

6) “La satira ha tutto il diritto di disturbare. Quella vignetta ha disturbato, quindi è stata satira efficace.” Sbagliato. Quella vignettaccia ha disturbato perché sbeffeggiava delle vittime, non perché fosse satira efficace. Certo, l’ideologia personale interviene a formare i criteri di giudizio: sbeffeggiare le vittime per me è sbagliato e chi lo fa è una testa di cazzo. Per te no? Significa che moralmente siamo agli antipodi. Prendiamo un altro tema d’attualità: i preti pedofili. E’ satira la vignetta contro i preti pedofili; non è più satira se sbeffeggia i bimbi molestati. Oh, nel secondo caso la vignetta certo creerebbe uno scalpore enorme, ma sarebbe la giusta indignazione contro una cosa ripugnante. Godere della vignetta che sbeffeggia i bimbi molestati ti schiera coi preti pedofili. Non credo che approveresti. Se sì, stai confondendo la satira con ciò che non lo è. Oltre che essere una testa di cazzo.

7) “Qual è la reazione corretta a una vignetta/battuta satirica?” Non esiste la reazione “corretta”: ogni reazione dipende dalla propria ideologia e dalla propria cultura. Per questo lascio l’interpretazione soggettiva a voi (cinico e/o cazzaro e/o stronzo). L’interpretazione oggettiva parte invece dagli elementi presenti nella vignetta/testo (quella vignettaccia non è né satira né sfottò fascistoide). Senza dimenticare che l’arte ha sempre una certa dose di ambiguità, e questo spiega i volumi di critica letteraria. La mia è una delle interpretazioni possibili: la sostengo con argomenti.

8) “Come può essere immediata la risposta del lettore medio se ci vogliono 4 lauree per capire, analizzare, contestualizzare il tutto?” Se la battuta è tecnicamente riuscita, c’è un primo livello comico al quale tutti rispondono in modo immediato con la risata. La competenza critica è richiesta per l’analisi, ad esempio quando un satirico si allontana dalla satira e va nella direzione dello sfottò fascistoide, come in questo caso. L’indignazione popolare alla vignettaccia dimostra però che anche la critica può avere una sua immediatezza.

9) “Il giornalista Buttafuoco ha condannato la vignetta parlando di empietà. Sei d’accordo?” No. La definizione di Buttafuoco esprime la sua ideologia (è un apologeta del fascismo che di recente si è convertito all’Islam) e quella definizione gli è servita in passato per condannare la satira anti-religiosa di Charlie Hebdo. La satira è anti-ideologica: se ti appelli all’empietà finisci per condannare tutta la satira. Buttafuoco suggerisce inoltre che la risposta all’empietà satirica dev’essere l’indifferenza. In questo modo però toglie alla satira il suo valore. Non posso accettare neanche questo.

10) “E Andreotti che si eccita a guardare il corpo di Moro pieno di proiettili? Vorrei capire perché quella era satira e la vignettaccia di Charlie Hebdo no.” Quando sei nel dubbio, chiediti sempre: “Chi è il bersaglio?” In quel racconto, il bersaglio non era la vittima (Moro) ma i suoi carnefici. Era un racconto di satira grottesca, fu letto in un teatro di Genova e suscitò emozione e applausi. La polemica fu creata il giorno dopo da un’agenzia ANSA che raccontava, mentendo, di un attore in scena che sodomizzava il cadavere di Moro. Mostrai il filmato della serata e la polemica diffamatoria si spense. Altro caso: durante il sequestro Moro, il Malepubblicò la foto BR di Moro in prigionia aggiungendo la didascalia: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto.” Come ho spiegato in “Mentana a Elm Street”, quella non era più satira, ma sfottò fascistoide: sbeffeggiava la vittima vera di carnefici veri. Secondo me, ovviamente. Secondo quelli del Male, no. E si torna al discorso delle differenze ideologiche.


Vignette, io sono per l’auto- censura

di Stefano Disegni

“A stupirmi e farmi vorticare le palle non è che una vignetta di merda giochi con i morti per tentare di far ridere con miserandi giochi di parole. Le vignette di merda sono come le scorregge, se ne sono sempre fatte, a tutte le latitudini. Ne’ sono per la censura, neanche in casi di coglionaggine conclamata come quella di questo francese in palese debito neuronale. Semmai sono per l’autocensura, quel sensore che deve scattare in ognuno di noi satiri quando ci viene una pensata troppo idiota per mandarla in giro. Un fatto di dignità personale, diciamo (nonfacile : Ego, stanchezza, pagina da consegnare mezzora fa concorrono alla tentazione di tirare via, ma guai ad abbassare la guardia della qualità, neppure nel nostro strano mestiere). No, quello che mi stupisce e mi vortica è constatare che qualsiasi stronzata sia pubblicata, ci sarà qualcuno che la troverà densa di sottili sottotesti. Nel caso della vignetta del francese poverello, il fenomeno è inquietante: in tale boiata molti hanno letto o voluto leggere una raffinata denuncia contro la corruzione, un intelligente j’accuse contro i politici italiani, un severo ricordarci che qua comanda la Mafia, un monito contro il vittimismo italico causa prima dei nostri mali. E, immancabile, che la satira non deve sempre far ridere (secondo me sì, sennò è un’invettiva, ne riparliamo). Perché i lettori spesso della satira hanno soggezione. Pensano che ci debba essere per forza chissà quale significato dietro quattro segni tracciati su carta. Non riescono ad accettare che chi fa satira possa essere un idiota o almeno un tizio che sa disegnare, ma non sa fare quello che la satira richiede in primis, pensiero e scrittura. Senno’ semo boni tutti. E così il primo che traccia su carta una cagata stitica può fregiarsi del titolo di satirico conferitogli su Facebook da gente che davanti a una vignetta non si pone la domanda base: qual è la tesi? Siate impietosi: se non riuscite a capirlo, niente soggezione, non vi affannate a inventare significati che non ci sono, gli incapaci non siete voi, l’incapace è lui. Come nel caso di questo francese che con la carta farebbe meglio a incartarci la baguette.”

 


«Quella vignetta di Charlie Hebdo è come una scoreggia in pubblico». Parola di Vernacoliere

Staino_ ‘Da Charlie Hebdo brutta vignetta. Meglio non parlarne’
Sulla vignettaccia di Charlie Hebdo_ domande e risposte
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Quando sei nel dubbio, chiediti sempre: “Chi è il bersaglio?”

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Che fine hanno fatto i bambini del Congo

Non lo faccio spesso ma per queste persone e su questi temi mi sento in dovere morale di farlo. Silvia e Luca, oggi genitori adottivi, sono stati miei compagni di dottorato e li ho potuti conoscere bene. Conosco la loro credibilità. Questo fa parte della loro storia.

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Congo, italiani ladri di bambini Minori sottratti ai genitori in Congo per darli a famiglie italiane. Ecco il lato oscuro delle adozioni internazionali  inchiesta di Fabrizio Gatti

Congo, italiani ladri di bambini

Congo, italiani ladri di bambini – formato PDF


Congo, tutte le bugie dei ladri di bambini

Congo, tutte le bugie dei ladri di bambini     – l’Espresso


Ladri di bambini, la conferma del ministro Boschi: casi segnalati all’autorità giudiziaria

Ladri di bambini, la conferma del ministro Boschi_ casi segnalati all’autorità giudiziaria – Undercover – Blog – L’Espresso


Qui sotto l’ntervista a Silvia Agnoletti che con Luca Mantelli hanno adottato due bambine

 

 

La donna scimmia è rimasta vedova

di Ilaria Sabbatini

Pochi giorni fa mio marito è arrivato a casa tardi: mentre stava rientrando ha incontrato un rallentamento del traffico. Due coniugi, 68 anni lui, 64 lei, sono morti per un incidente con la moto. Era molto silenzioso, mio marito, e io so perché. Dalla moto e dall’età si è immaginato uno stile di vita e in quella coppia così più grande di noi ha visto quello che diciamo sempre di voler diventare.

Il 7 luglio è morto Emmanuel Chidi per le percosse ricevute da Amedeo Mancini e da Andrea Fiorenza. Gli hanno cercato l’anima a forza di botte, direbbe il poeta. Anche Emmanuel Chidi era sposato e Chimiary, la vedova, è rimasta sola al mondo. Ora è il mio turno di essere silenziosa.

Emanuel a quanto pare l’ha difesa quando i due tizi di Fermo l’hanno chiamata scimmia. Qualcuno  degli amici dei tizi sminuisce la vicenda facendo victim blaming. Mancini «tira le noccioline, quando vede un negro ma lo fa per scherzare», dicono. Scimmia, sì, glielo ha detto, ma Chimiary è stata esagerata a risentirsi. Dicono.

228101_2029803113829_7543467_nAllora voglio raccontare una storia, un fatto che mi riguarda. Io sono italiana, italianissima ma per un caso della sorte mi sono capitati dei tratti somatici fortemente mediterranei. Questa sono io da molto piccola. Capelli neri, sopracciglia folte, carnagione olivastra: mi bastavano pochi giorni di sole per diventare decisamente scura. Da bambina ero convinta di essere stata adottata. Del resto molte delle persone che i miei incontravano lo chiedevano apertamente. Per tanto tempo hanno creduto che non fossi italiana. Ma all’epoca, cresciuta in una famiglia media, con una sorella molto più grande inserita nel mondo missionario, la cosa non presentava particolari problemi.

Ero orgogliosa di come ero e il fatto di possedere dei tratti così riconoscibili era diventato connaturato all’immagine che avevo di me stessa. Nelle recite, mi ritagliavano sempre ruoli esotici e questo mi faceva piacere. Ormai era il mio tratto distintivo e io riuscivo a sentirmi carina perché non c’erano solo Biancaneve e Cenerentola ma esisteva anche Pocahontas.

Lo scherzare sulla mia fisiognomica ha accompagnato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza senza particolari problemi, finché un giorno qualcuno ha pensato bene di porre fine a quella forma di spensieratezza. Un pomeriggio d’estate uscivo dall’università. Tenevo i libri stretti al petto e mi ero avvicinata a un tizio perché avevo visto in faccia il ladro che gli aveva aperto la macchina e gli aveva rubato tutto.

Volevo aiutarlo ma il tizio, senza ascoltare una parola, mi apostrofò con “zingara di merda”. Provai a chiarire ma ero solo una ragazzina ingenua che come tutti gli ingenui tentava di spiegare qualcosa a qualcuno che non voleva ascoltare. Quello che per me era sempre stato normale, improvvisamente era diventato  elemento di discriminazione.

Io non ho mai messo in discussione il mio aspetto per questi motivi. Non ho mai sentito il bisogno di essere bionda, non ho mai desiderato nient’altro che la mia pelle scura, non ho mai voluto occhi chiari. Mi vado bene così come sono perché ci sono cresciuta in questa pelle e l’ho amata per la sua particolarità. Non sono sufficienti a mettermi in crisi un taglio lungo degli occhi o una carnagione scura.

Così arriviamo a Chimiary, la scimmia, l’orango, la negra. Arriviamo a suo marito Emmanuel che la difende. Arriviamo a mio marito, dalla pelle chiara e delicata che – a differenza di me – rischia sempre l’eritema solare. Mio marito che ha pianto per i due coniugi morti sulla strada vedendo in loro quello che noi vorremmo essere: due che si amano, che vogliono solo invecchiare insieme ed essere liberi. Mio marito che non riuscirei a fermare se oggi mi dicessero ancora zingara di merda. Oppure scimmia.

Chissà se Amedeo Mancini e Andrea Fiorenza hanno mai visto La donna scimmia di Marco Ferreri. Chissà se vedendolo sarebbero in grado di capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Mio marito è la persona con cui sono cresciuta affrontando insieme le cose peggiori della vita. La morte sul lavoro, le malattie dei genitori, le difficoltà, il dolore, le perdite precoci, il dover ricominciare sempre daccapo senza trovare mai pace. Cose che ci hanno provato profondamente ma hanno forgiato la nostra relazione rendendola una realtà di cui noi stessi ci sorprendiamo. Mi ritengo una donna autonoma e indipendente ma sono consapevole che tutto questo sono riuscita a superarlo perché c’era lui, perché andiamo avanti affiancati.

Signori c’è poco da fare. Sono la persona meno indicata a dirlo, data la mia natura poco incline al romanticismo, ma quello che porta una donna e un uomo a non mollare dopo aver perso tutto si chiama solo in una maniera: amore. E non è perché sono neri, nigeriani, profughi che il loro amore è meno intenso, meno vero di altri. I neri non vivono i sentimenti in modo diverso dai bianchi.

In fondo il razzismo è una cosa abbastanza banale: è l’idea che le responsabilità e i meriti non sono individuali ma riguardano l’intero gruppo a cui una persona appartiene o si presume appartenga. È il pensiero che se un nero ruba allora tutti i neri rubano, se un arabo è un estremista allora tutti gli arabi sono estremisti, se un italiano è mafioso allora tutti gli italiani sono mafiosi. È la supposizione che se una ragazza ha tratti somatici forti significa che non è italiana e costituisce un pericolo.

Ma la catena dei pregiudizi è un meccanismo implacabile che una volta innescato non si sa dove possa andare a parare. Perché se è vero che quando un nero ruba allora tutti i neri rubano, è vero anche che quando un imprenditore truffa allora tutti gli imprenditori truffano, quando un bianco è razzista allora tutti i bianchi sono razzisti, quando una donna è sleale allora tutte le donne sono sleali, quando un maschio è violento allora tutti i maschi sono violenti.

La famiglia di Chimiary è stata sterminata dai fanatici di Boko Haram. Lei e il marito hanno perso una figlia di due anni uccisa dagli estremisti. Il secondo bambino in arrivo lei lo ha abortito durante la fuga a causa delle botte ricevute. Si potrebbe impazzire già solo per questo. Però c’è lui e con lui c’è un futuro, una possibilità. Lui diventa il tuo giubbotto di salvataggio perché stai affogando ma non sei sola ad affrontare tutto il male che la vita ti ha riservato. E alla fine, lui, lo sposi. Non per fermarti bensì per far ripartire una nuova vita: la tua.

Ma qualcuno decide che tu sei negra, quindi sei una scimmia, un orango, una bestia. E tu dovresti tacere perché in fondo è uno scherzo. Si sa, è normale, sono ragazzi. Di quasi quarant’anni ma sono ragazzi. Allegroni che tirano le noccioline ai negri per gioco. E tuo marito, dovrebbe abbassare gli occhi perché è un negro anche lui, un essere inferiore, uno di “quelli là” che di certo non sono pari a noi che siamo bianchi e abbiamo una cultura superiore.

Peccato però che  sei cristiana e lo è anche tuo marito. Ma ai due bianchi non interessa: l’essere cristiani gli interessa solo a fasi alterne, quando torna comodo a loro. Tu con tuo marito fuggi dai Boko Haram ma i due bianchi non lo sanno, sanno solo che sei negra. I Boko Haram uccidono, stuprano, prendono schiave sessuali.  Tuo marito era contro i Boko Haram al punto da fuggire per non diventarne vittima o complice ma i due bianchi non lo sanno. Non si pongono il problema. Non hanno dubbi. Tu sei nera, sei africana dunque sei come i Boko Haram, gli estremisti islamici da cui cerchi scampo. Ai due bianchi non interessa.

Perché, ovviamente, siamo tutti contro l’estremismo islamico, siamo tutti contro i Boko Haram. Ma laddove ha fallito l’estremismo islamico è riuscita la cultura razzista. Sì, è stata la cultura razzista e non l’estremismo islamico che alla fine ha ucciso un cristiano, perché lui all’estremismo islamico era sfuggito.

Mi pare evidente che a questo punto è urgente chiedersi chi è davvero contro l’estremismo islamico e chi lo cita solo per riempirsi la bocca. Perché di fronte all’estremismo ci sono solo due scelte: o ci si oppone o si è complici.