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Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

Apologia dell’impermanenza

Apologia della perdita della memoria. Apologia della dimenticanza. Contro il predominio della memoria. Non saprei davvero come esprimere questo concetto. Fatto sta che ho cominciato a cancellare i post e le foto che accompagnano la mia attività sui social.

La memoria per funzionare non tiene tutto immagazzinato allo stesso livello. Alcune cose sono facilmente reperibili, altre vanno in latenza, altre ancora si perdono. Da quando FB ha cominciato a riproporre i ricordi, cioè i post degli anni passati, mi sono accorta che non tutto valeva la pena di essere ricordato. Alcune cose non parlavano più di me, altre erano del tutto trascurabili e passeggere. Altre ancora erano scritte in contesti talmente diversi da quello attuale da non essere più nemmeno intelligibili. Così ho deciso di cancellare perché penso che la selezione  dei ricordi sia un modo di rispondere alla nullificazione derivante dal ricordare tutto.

Come persona attiva sui social mi sono ritrovata a sentirmi vincolata da quello che ero, quasi incastrata da un modello che nel frattempo è cambiato. Quel modello di me poteva piacere ma nessuno di noi è indispensabile. Quando qualcuno muore, sui social continua a esistere un fantasma della sua identità tenuta in vita dagli amici e dalle persone care. Però non ci vuole una grande attenzione a notare che spesso ci sono persone che scompaiono dalla nostra timeline e non cambia assolutamente nulla. Si trovano nuovi equilibri, si acquisiscono nuovi contatti e tutto va avanti.

Lasciare che le cose si perdano è naturale, umano. Ogni cosa esistente è impermanente. Sì, cancello i post perché mi piace l’idea che le parole scritte si perdano come si perdono quelle pronunciate. La memoria non trattiene tutto ma fa selezione. Se il social è la memoria indistinta, la mia decisione agisce come selezione. E la selezione è anche perdita. Chi lo sa se quei post che ho cancellato erano ancora utili. È un rischio che corro di fronte a un’alternativa preferibile: cercare strade nuove per arrivare agli stessi punti con una consapevolezza diversa.

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

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Trump e il suo storytelling

La narrazione di sé è cosa di fondamentale importanza, in politica e non. La cultura del fumetto ha sempre colto pefettamente questo aspetto e lo si può riscontrare anche oggi nei disegni di Arthur Adams, rilanciati da molti blog tematici, in cui personaggi politici di primissimo piano vengono rappresentati come supereroi del nostro tempo. Adams declina la loro immagine in termini negativi ma questo poco importa. Che li si ami o che li si odi, ciò che conta è il loro essere super. Più o meno programmaticamente sono i personaggi stessi ad autorappresentarsi in veste di eroi, come se fossero una barriera vivente di fronte a un qualche pericolo letale.

In questo senso sono molto interessanti le prime prese di posizione di Trump che si orientano in tre direzioni precise: antiterrorismo, antiabortismo e costruzione del muro messicano. In qualche modo, in tutti e tre i casi, l’estetica del gesto – la firma che blocca il pericolo – è il punto centrale dell’operazione. In altre parole sembra che Trump stia costruendo la propria immagine basandosi sull’amplificazione della narrazione di sé e delle proprie azioni ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Trump agisce  in chroma key come se il contesto non esistesse, come se fosse un monarca assoluto che non tiene conto delle reazioni e delle ricadute negative per gli stati uniti.

Partiamo ad esempio dalle misure antiterrorismo. Questo è l’ordine esecutivo di Trump che da un giro di vite ai visti per l’ingresso negli Stati Uniti:  Protecting the Nation From Foreign Terrorist Entry Into The United StatesContro il radicalismo islamico Trump promette di bloccare i visti da Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen ma non si preoccupa affatto di bloccare i visti dall’Arabia saudita e dai paesi del Golfo. Gli iracheni e i siriani non possono entrare, i sauditi sì (Reuters: Trump expected to order temporary ban on refugees, Il Foglio: Senza Visa). Nel settembre 2016 il Congresso ha approvato la legge che permette di fare causa ai governi stranieri per un coinvolgimento diretto negli attentati alle Torri Gemelle: checché se ne pensi il dato interessante è che la prima della lista è l’Arabia Saudita. Quello di Trump non è niente di più del solito antiterrorismo strabico che però viene proposto come misura rivoluzionaria.  La corte suprema può intervenire: “orders are subject to repeal or modification by Congress in certain cases and review by the Supreme Court”. Ma Trump dovrà anche nominare un nuovo giudice per la Corte Suprema. Al momento il giudice federale di New York, ha emesso un’ordinanza di emergenza che impedisce temporaneamente agli Stati Uniti di espellere i rifugiati: ecco l’atto firmato da Ann Donnelly. Questi invece sono i punti dell’ordine esecutivo “Protezione della nazione dall’ingresso di terroristi stranieri negli Usa”. Del resto era prevedibile che una reazione ci sarebbe stata e così sta avvenendo. La conseguenza principale dei provvedimenti Trump è uno stato di totale confusione.

È interessante anche la vicenda dei tagli a Planned Parenthood (genitorialità pianificata). Trump ha revocato i finanziamenti all’associazione internazionale Planned Parenthood ma non a quella che opera in America: in questo caso il provvedimento deve passare dal parlamento mentre per l’associazione internazionale è possibile emanare un ordine esecutivo. La notizia arriva dal sito italiano Pro-vita che a sua volta si aggancia al sito anglofono Life news:

President Donald Trump Signs Executive Order to Defund International Planned Parenthood Planned Parenthood “touché” da un ordine esecutivo di Trump

Dunque i finanziamenti a International Planned Parenthood Federation e i contributi americani alla UNFPA (agenzia per la pianificazione familiare) dell’ONU sono stati revocati. Ma Planned Parenthood of America non è stata ancora toccata. Trump molto probabilmente ci proverà ma dovrà passare dal parlamento. L’azione quindi non è ancora conclusa ma viene già narrata come completa nonostante le reazioni generali facciano pensare che la Planned Parenthood of America sarà una battaglia assai più difficile. Si veda, prima tra tutte, la Women march on Washington.

People gather for the Women's March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

People gather for the Women’s March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

Riguardo al Messico la notizia è che Trump ha firmato l’ordine esecutivo per costruire il muro con il Messico. Peccato che già nel 2012 uno studio del Pew Research Center, rilanciato dal Sole 24 ore, riferisse di un cambiamento storico nei modelli migratori che poneva fine ad un flusso durato oltre 40 anni. Secondo quanto riportato dallo studio il tasso di emigrazione verso gli Usa nel 2012 era azzerato e non dava segni di ripresa. Sempre il Sole, basandosi sui dati del Pew Research Center,  a novembre 2018 segnalava che negli ultimi anni l’immigrazione irregolare verso gli Stati Uniti ha avuto una inversione di tendenza. Gli irregolari in questo flusso sono una percentuale alta (52%) ma il flusso in sé è complessivamente in calo. Dal 2007, ossia dall’inizio della recessione, c’è stata una riduzione del fenomeno dell’immigrazione spagnola. A questo si deve poi aggiungere l’effetto Trump come ricordato anche da Latin news: “According to US border patrol statistics a total of 150,304 immigrants were arrested when trying to enter the US illegally between October 2015 and February 2016, a 24% increase on the same year-earlier period”. Nonostante i dati, il presidente porta a casa il risultato di immagine, anche a costo di danneggiare gli Stati Uniti. In Arizona, California, Nevada e Texas i messicani di classe media spendevano cifre importanti per acquistare abbigliamento, profumi e articoli di lusso. Adesso invece lo stesso governo messicano invita a non farlo più con un danno non ancora quantificabile ma ben prevedibile. Non c’è nulla da minimizzare né da normaizzare: la situazione è seria comunque la si guardi. Proprio per questo è importante capire la comunicazione di Trump e perché funziona così bene nonostante tutto.

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Ps. Questo post non è e non vuole essere esaustivo: rappresenta uno work in progress per mettere insieme le informazioni che arrivano in un momento particolarmente caotico. Per questo ringrazio Massimo Faggioli, Giorgio Bernardelli, Anna Alina, Sabrina Ancarola e Roberto Maurizi dai cui post ho raccolto materiali utili.

How a President Can Use Orders and Memos and Who Can Stop Them – ABC News

Net Migration from Mexico Falls to Zero – and Perhaps Less

Il sistema giudiziario federale negli Stati Uniti

Trump firma l’ordine per costruire il muro con il Messico – Il Sole 24 ore

Trump Signs Executive Orders on Border Wall, Immigration – ABC News

Cosa ha deciso Trump sull’aborto – Il Post

Come cambierà la Corte Suprema – Washington Post

Guerra commerciale USA – Messico

Inside the confusion of the Trump executive order and travel ban

Effetto Trump: è boom di migranti dal Messico verso gli Usa

Mexico braced for exodus to US as ‘Trump effect’ hurts the peso _ The Guardian

 

 

Hai diffuso il video? Stronzo!

Scusatemi per il titolo, sapete che uso il turpiloquio quando è strettamente necessario. In questo caso era strettamente necessario per parodiare la parodia. Dopo il successo mediatico del video dove si vedono due persone durante una fellatio erano infatti fiorite le parodie sul tormentone “Hai fatto il video? Bravoh”. Fate caso alle parole. All’inizio avevo scritto che si vedeva una ragazza mentre faceva sesso orale a un ragazzo poi però ho corretto perché questo è un punto vista che può essere ribaltato. Si può benissimo dire che nel video si vede il membro di un ragazzo che chiede del sesso orale a una ragazza.

Le parole sono importanti, mi faceva notare un’amica ieri, e condivideva con me un banner dove si legge: «Strangolata una prostituta» corretto in «donna». Non fatemi puntualizzare che non tutti gli uomini sono assassini o stupratori: lo dico in continuazione su questo blog. Ma le parole fanno la differenza e sono il riflesso di una mentalità. Per una fellatio ci vogliono un pene e una bocca. Perché, per la stessa identica pratica, la bocca dovrebbe provare vergogna e il pene essere orgoglioso?

La vicenda che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone è squallida ma non per il sesso o per il video. Non mi interessa giudicare i comportamenti sessuali di qualcuno. La vicenda è squallida perché chi ha girato il video con lei si è sentito in una posizione forte quindi ha creduto di essere in diritto di diffonderlo. Ho visto il filmato ma non lo linkerò perché comunque è una cosa intima e lei non voleva che fosse diffuso. Voglio solo far notare che lei, con quelle famose parole, cercava di eccitare lui. E voglio anche evidenziare quello che accade dopo la frase all’origine di tutte le parodie. A un certo punto si sente lui che dice: «Ci sta un signore là». Il signore gli dice qualcosa e il ragazzo risponde: «Scusate!». Sta sorridendo imbarazzato, lo si sente dal tono di voce, ridacchia. Anche la ragazza dice qualcosa e lui rivolto a lei spiega: «Signore ‘sti cazzi, sono di casa qua. E infatti ho detto “scusate”». Poi di nuovo verso quello fuori ripete imbarazzato: «Sì, scusa eh. Scusami. Scusami». Lui è l’eroe lei è la sgualdrina.

Chi ha visto questo video o anche solo sentito l’audio aveva elementi per giudicare − non tutti ma molti. Oggi Peter Gomez ha scritto questo incipit: «Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone». È vero, non sono stati i soli e sono stati gli unici a scusarsi. Sto cercando l’articolo in cui si ipotizzava che Tiziana Cantone stesse cercando di farsi strada come pornostar. Avevo letto il titolo poco fa, ma l’articolo non si trova: il link reinderizza sul mea culpa di Gomez. Così è la rete: un giorno sei sulla cresta dell’onda e il giorno dopo ti trovi scaraventato a terra. Credi di aver scritto una cosa brillante e poco dopo te ne penti. Succede. Nessuno ne è esente. L’importante è assumersi le proprie responsabilità. Ma non mi piace il bullismo. Non mi piace contro Tiziana Cantone e neanche contro Elisa D’Ospina che aveva scritto il pezzo scomparso (vi si leggeva tra l’altro: “Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?”). Ognuno però si assuma le proprie responsabilità.

Chi ha realizzato le parodie su Tiziana Cantone, le magliette, i gruppi Facebook, chi aveva partecipato a quello che era diventato un fenomeno virale probabilmente non sapeva che la messa online del video non era consensuale. Ora però sanno, tutti sanno: un tizio le ha fatto un video, più video, mentre faceva sesso con lei. In un primo momento risultava che lui avesse condiviso quei filmati privati senza il consenso di lei. Ora sembra che lei stessa li abbia inoltrati a quattro amici. Uno o più amici sono stati gli artefici della diffusione in rete. Alle spalle di lei. Forse pensando di essere ganzi hanno compiuto un atto di una violenza inaudita. Il video ha assunto dimensioni virali e lei è diventata la zoccola, lo zimbello della rete. Tiziana Cantone ha cercato di far smettere quella giostra sospinta dall’ondata di slut shaming, l’onta della sgualdrina. Stava per cambiare identità, scomparendo pur di proteggersi, e alla fine si è suicidata.

I video che sono circolati sono atti di bullismo. Lei sapeva di essere ripresa. Fare sesso le piaceva e magari le piaceva pure fare i video. E allora cosa cambia? Questo non aggiunge né toglie niente al sopruso di cui è stata vittima. Il fatto stesso di poter vedere quei video ci rende testimoni di un atto violento. Una violenza che non è nell’atto sessuale e nemmeno nella sua registrazione. Una violenza che consiste nell’aver calpestato i limiti di uno spazio privato e delicato rendendolo pubblico all’insaputa di lei, anzi ai suoi danni.

Alla luce di questa consapevolezza e di ciò che ne è seguito le parodie  diventano qualcosa di macabro e vagamente necrofilo. Assumetevi le vostre responsabilità, solo questo. Leggendo del caso anch’io mi sono sono imbattuta in uno youtuber che aveva fatto una parodia di Tiziana Cantone. Niente di eccezionale, solo una delle tante varianti del tormentone «Hai fatto il video? Bravoh». Gli altri utenti stavano lasciando commenti durissimi sotto il video della sua parodia e lui si lamentava accusando l’ipocrisia del suo pubblico. Fin qui tutto abbastanza banale. Sennonché il tizio aveva fatto un secondo video in cui diceva che la ragazza se l’era cercata.

Di solito non scrivo su Youtube stavolta invece ho deciso di lasciargli un commento. Non è nel mio stile offendere le persone, aggredirle o infamarle. Così gli ho scritto che non avevo visto il suo primo video e non mi interessava. Ma questo suo secondo video di lamentazioni mi nauseava perché diceva – parole sue – che la ragazza se l’era cercata. Ho fatto una banale constatazione: a causa di quanto aveva detto sarebbe stato sputtanato esattamente come la ragazza. Gli ho fatto notare che i blogger e gli altri youtuber ne avrebbero parlato e lui sarebbe stato sulla bocca di tutti. Dopo questa esperienza avrebbe potuto raccontare se era divertente o no essere bullizzato dalla rete. Ma gli ho anche detto che faceva ancora in tempo a salvarsi, a cancellare il video. E lui l’ha cancellato.

Era molto arrabbiato con l’ipocrisia della rete che prima ti esalta e poi ti butta giù dal trono. Il titolo del video era vergognoso, come le cose che diceva al suo interno: Tiziana Cantone si suicida e tutti moralisti?! Magari in parte aveva anche ragione ma non ho potuto finire di sentire i suoi argomenti. Adesso il suo video è privato. Ho lo screenshot con la sua faccia, conosco il nickname che usa e so come arrivare al suo canale. Non userò queste informazioni perché non mi piace il bullismo. Anche perché rispetto il fatto che abbia ritirato il video. Sono molti i tizi che fanno queste sparate a cuor leggero e poi si pentono, come quello di cui ha fatto lo screenshot la Lucarelli. Lui ha continuato a bullizzare Tiziana Cantone anche da morta ma di fronte alle reazioni ha cancellato il suo messaggio infame.

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Un’amica mi ha segnalato un tizio, uno dei tanti, che ha scritto di Tiziana Cantone: “ha fatto la zoccola e poi si è pentita”. Non commento, non ne vale la pena, quello che penso l’ho già detto. Però vedete, cari signori, anche molti commentatori d’assalto poi si sono pentiti. I social sono una cosa ben strana. Un giorno vi portano in cima al mondo e il giorno dopo vi sbattono a terra e anche più giù. State sempre attenti a quello che scrivete, alle parole che usate, perché le parole sono importanti. E prima o poi vi accorgerete di quanto sia facile che vi si ritorcano contro.

.


Ps.

Per documentazione aggiungo alcune informazioni. Francesco Capozza, vicepresidente di Corecom Marche, ha scritto questo tweet, sono seguite le reazione degli utenti che hanno provocato una sequela di esternazioni. Il profilo Twitter risulta disattivato. La testata DIRE riferisce che è stato fatto decadere dal suo incarico.

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Pps.

È uscita la notizia che anche il primo commentatore Antonio Foglia, lo cito perché ormai il nome è noto, è stato rimosso dall’incarico. L’orchestra sinfonica di Salerno, dopo aver preso le distanze da quanto lui ha scritto, lo ha allontanato per le offese a Tiziana Cantone, la ragazza che si è suicidata

Sul web è nata una nuova stella: Tiziana Cantone di Elisa D’ospina

Tiziana Cantone, gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web

Valentina Nappi: Tiziana Cantone? È slut-shaming

Perché non è stato il web a uccidere Tiziana Cantone

Storia di una colonna di destra infame

Antonio Foglia e quel post contro Tiziana Cantone, addio all’orchestra

La Lucarelli vendica Tiziana Cantone (sic)

Antonio Foglia licenziato dall’Orchestra

La gogna è una cultura

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Una ragazza movimentata

Lo stupro è una questione di potere, partiamo da questo assunto. Ricorro a tale concetto perché sta montando il caso della ragazzina di Melito Porto Salvo stuprata per più di due anni da un gruppo di ragazzi tra cui il suo presunto fidanzato. Lei aveva 13 anni quando è iniziato; loro, i ragazzi, erano sulla ventina e ce n’era anche uno di 30. Prima di tutto diamo alle cose il loro nome. Un trentenne che ha rapporti sessuali con una bambina delle medie si chiama in un modo solo: pedofilo. Ci sono 17 anni di differenza, potrebbe essere sua figlia. Gli altri è come se fossero andati con la loro sorellina piccola. Questi tizi non hanno la minima idea di cosa sia il sesso. Pensano di praticarlo e di essere ganzi ma in realtà praticano soltanto il potere.

Il fidanzato che ha dato il via agli abusi si chiama Davide Schimizzi, 22 anni, fratello di un poliziotto, Nino, che invece di denunciarlo come avrebbe dovuto fare, lo consigliava su come mentire. Mi aspetto dei provvedimenti nei confronti di entrambi. Una volta questo Davide, dopo aver fatto sesso con la ragazzina, ci ha fatto andare il suo amico Lorenzo Tripodi, 21 anni, incensurato. Lei si è ribellata ma l’hanno sopraffatta. Poi ci sono stati Antonio Verduci, 22 anni, figlio di un maresciallo dell’esercito e Giovanni Iamonte, 30 anni, figlio di Remigio, un esponente della cosca locale della ’ndrangheta. Lui la ricevette la prima volta come regalo di compleanno. Poi ci sono Daniele Benedetto, 21 anni, già noto alle forze dell’ordine; Pasquale Principato, 22 anni; Michele Nucera, 22 anni; un diciottenne che all’epoca era minorenne e Domenico Mario Pitasi accusato di favoreggiamento.

Oltre a questi ragazzi c’è un paese intero: una parte sicuramente sana, una parte malsana. Magari la parte malsana è spaventata dalla presenza di uno ‘ndranghetista tra gli accusati insieme al figlio di un maresciallo e al fratello di un poliziotto. O magari quei cittadini hanno solo la testa piena di luoghi comuni sul fatto che non bisogna immischiarsi. In qualsiasi caso la parte malsana del paese di Melito Porto Salvo ha detto cose inaccettabili. Di fronte a questi virgolettati, «Se l’è cercata!», «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione», «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», ho voluto capire perché ci fosse stata una simile reazione e se fosse stata davvero così univoca.

In realtà no, non è stata una reazione univoca. Ci sono state delle persone che hanno manifestato e marciato in solidarietà alla vittima. Qualcuno dice solo 400, qualcuno dice 1000, in ogni caso se si pensa che c’è di mezzo la criminalità organizzata e il figlio di un esponente della ’ndrangheta questi numeri valgono di più. A Lucca (comune di 90.000 abitanti) per le due manifestazioni contro il femminicidio di Vania Vannucchi si parlava di un migliaio di persone a raduno. Ma è certo più facile metterci la faccia quando non devi aver paura di qualcuno. Ovviamente condanno la mentalità omertosa di cui parla anche il procuratore Raho nella conferenza stampa ma voglio dire che è facile giudicare quando non si rischia nulla. La mia conclusione è semplice: ci sono state 400-1000 persone che hanno manifestato, poche o tante che fossero sono state coraggiose ed è comunque un inizio.

Riguardo ai genitori il procuratore Raho parla di paura, racconta che il padre ha contattato lo ‘ndranghetista Iamonte perché la cosa finisse. L’associazione Libera incoraggia a sostenere i genitori e, nonostante le mie molte perplessità, sono d’accordo con questa posizione. I genitori non si sono rivolti subito alle forze dell’ordine ma alla fine hanno fatto la scelta giusta. Pur con tutti i dubbi non possiamo metterli in croce proprio adesso che si sono sganciati dalla logica della paura e della sottomissione. Forse non è chiaro il concetto ma il loro è un atto di ribellione a una mentalità che non prevede alcuna denuncia. Lo si capisce soprattutto se si guarda a Davide Schimizzi e a Nino, il poliziotto che avrebbe dovuto garantire la legalità e invece consiglia al fratello stupratore: «non devi dire niente, non devi parlare». Voi ve la immaginate una famiglia che affronta da sola lo ‘ndranghetista, il poliziotto e il figlio del maresciallo? Io ci andrei piano con i giudizi e soprattutto con le facili generalizzazioni.

Capisco chi afferma che la partecipazione alla manifestazione avrebbe dovuto essere massiccia, hanno ragione a dire che le dodicimila persone mancanti sono quelle che hanno preferito non entrare in merito: è così, non c’è discussione. I presidenti delle associazioni ConDivisa e AmmazzateciTutti dichiarano: «Quel silenzio degli onesti è spietato quanto i pervertiti che stupravano da oltre due anni la bimba». Gli onesti non possono tacere e rimanere onesti perché quando tacciono la loro stessa onestà si inquina. A prescindere dai numeri della manifestazione, nella serie di eventi che hanno portato allo stupro continuato della ragazzina ci sono state molte mancanze: è mancata la presenza della famiglia, è mancata la presenza della parrocchia, è mancata la presenza della politica, è mancata la presenza della società civile. Ed è questo che spaventa tutti: il vuoto che ha permesso che accadesse l’inaccettabile.

Nel 2008 a Melito c’era stata una sparatoria durante una recita e un bambino era rimasto ferito alla gola, il proiettile si era incastrato nella nuca. Questi fatti dimostrano che la ‘ndrangheta non conosce l’onore e non rispetta nemmeno i bambini perché li colpisce e li stupra. Questi fatti, però, dimostrano anche che la paura corrisponde a qualcosa di molto reale e che manifestare in piazza, denunciare, sostenere le proprie giuste ragioni non è affatto una cosa scontata. A Melito Porto Salvo ci sono stati i vili e gli onesti. Da una parte la signora che, intervistata, se ne lava le mani. Dall’altra quella che propone l’educazione sentimentale nelle scuole. Da una parte il preside della bambina che dice che la comunità si fa i fatti propri, ognuno si guarda la propria famiglia ed è meglio così. Dall’altra le professoresse che ascoltano e denunciano.

Già, sono state le professoresse che hanno capito da dove nasceva il disagio della ragazzina. Una delle insegnanti dopo aver intuito che qualcosa non andava ha parlato con la madre che però ha rifiutato di comunicare la notizia al consiglio di classe per attivare le procedure previste dalla legge. Da un tema in classe era emersa qualche traccia, la mamma aveva letto il compito e quando aveva chiesto spiegazioni la ragazzina aveva raccontato tutto. Lei però aveva deciso di non rivelare i fatti per non portare discredito alla famiglia, forse anche per paura. Era rassegnata e pensava che cambiare paese fosse la soluzione.

È ovvio che questo atteggiamento disturbi e scandalizzi. Ma chiedetevi perché le vittime di abusi familiari spesso non denunciano il comportamento dei loro congiunti. Non è solo perché credono erroneamente di essere amate. È anche perché temono il giudizio degli altri, non vogliono gettare discredito sulla propria famiglia. E allora si illudono di poter gestire la situazione da sole, pur di non esporsi alla vergogna, pur di non doversi misurare pubblicamente con persone socialmente più grandi e più forti di loro. La soluzione quindi non è dare addosso alla madre o al padre: tutta la nostra riprovazione non cambierà la situazione neanche di un millimetro. L’unica speranza è quella di innescare un cambiamento tale da impedire che questa situazione si verifichi ancora. Risolvere quei vuoti che rendono possibili simili eventi.

Il clima di omertà è innegabile: la madre, il padre e la cugina della ragazzina pur conoscendo i fatti non hanno denunciato. Il poliziotto, incitava il fratello stupratore al silenzio invece di spingerlo a costituirsi. Dei giovani adulti caricavano in macchina una ragazzina delle medie all’uscita di scuola due volte alla settimana e nessuno ha visto niente. Ma questa è solo una parte dei fatti. Se si riesce a scorgere il quadro per intero ci sono anche le professoresse che hanno aiutato a far emergere il fatto, ci sono quei 400 o 1000 cittadini che si sono schierati con la ragazzina,  c’è il padre che alla fine ha denunciato, ci sono i carabinieri che hanno catturato gli stupratori e i loro favoreggiatori.

Ho letto che la ragazzina ha messo sul suo profilo Facebook un aforisma di Nietzsche: «La migliore saggezza è tacere e andare oltre». Beh, ragazzina, se mi leggi volevo dirti che tu hai già parlato e lo hai fatto nel modo giusto. Non è colpa tua quello che è successo. Non hai fatto niente per meritarti ciò che ti è capitato. Hai fatto bene a parlare e sbagliano quelli che ti stanno criticando. Non so esattamente cosa vuol dire che sei movimentata ma tante di noi lo sono o lo sono state e sono diventate grandi donne. Non importa quanti uomini hai avuto: basta un solo rapporto per costituire una violenza. Non importa se andavi a letto con ragazzi più grandi: non avevano il diritto di abusare di te. Quello che mi ha colpito però non è stato il can-can dei giornali ma quello che è stato detto su di te dagli inquirenti.

Chi sta conducendo le indagini ti ha definita rigorosa che in questo contesto è una cosa importante. Dicono di te che non tiri nel mucchio ma che distingui ciò che ti è stato imposto da ciò che hai voluto. Questo non fa di te una donna peggiore di altre, semmai la dignità che dimostri ti rende migliore di chi ti giudica. Dicono di te che sei lucida e consapevole. Dicono di te che hai un rigoroso senso di giustizia e una assoluta fedeltà al vero. Dicono di te che sei dignitosa e coerente. Dicono di te che questo è il presupposto perché tu possa recuperare tutte le tue potenzialità interiori. Sei una bella persona, a quanto pare, e diventerai una grande donna perché in parte già lo sei. Tu non lo sai ma rappresenti una speranza per molte: ragazzine come te ma anche donne adulte. Non tutte trovano il coraggio di denunciare e non tutte vengono aiutate, esattamente come è successo a te. Ma tu sei ancora in piedi e ce la stai facendo. Continua a parlare non dare retta ai filosofi e alle malelingue. Continua ad essere come sei. Perché in mezzo a tutta questa meschinità tu ne esci come un gigante. Anzi una gigantessa.


Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Servizio su stupro di gruppo a Melito ➘

Intervento di Don Benvenuto Malara, del sindaco di Melito, di Don Ennio Stamile, referente regionale di Libera  ➘

(per la polemica sul servizio giornalistico vedere al minuti 16,22)

Intervista procuratore De Raho ➘

Conferenza stampa del procuratore De Raho ➘

Notizia arresti ➘

Antonio Marziale sociologo e giornalista italiano. Fondatore e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori ➘

Se l’è andata a cercare

Stupro di gruppo su una 13enne, 9 arresti a Reggio Calabria

Melito Porto Salvo: appena 400 persone alla fiaccolata, si tace e acconsente alla violenza

Tredicenne vittima del branco: accuse lucide senza vendetta

ConDivisa e Ammazzateci Tutti : “Grazie ai Carabinieri che hanno salvato la bimba stuprata dagli ‘ndranghetisti”

Violentata e chiamata “prostituta”, il caso Melito e l’ipocrisia dell’Italia peggiore

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Solo in cento vanno alla fiaccolata per la 13enne violentata

Le mamme cattive esistono

Marcia silenziosa è segno di speranza

Gli hotel agli immigrati

Un estratto di una inchiesta del Post sui luoghi dove vengono ospitati gli immigrati


Il Populista parla dell’hotel Kulm di Portofino, in Liguria: che è un albergo quattro stelle oggi chiuso ricavato in un’antica villa sulla costa di cui viene anche mostrata una bella foto, ma che non ha mai ospitato migranti (come con una strana giravolta sembra riconoscere anche l’articolo) e che non li ospiterà mai, ha spiegato al Post Paolo Pezzana, sindaco di Sori e responsabile immigrazione di Anci Liguria. Non c’è mai stato nemmeno il progetto di avere migranti al Kulm, ha spiegato Pezzana, e se ne era parlato solo perché l’albergo – chiuso dal 2013 e senza prospettive di riapertura a breve termine – era stato inserito dalla prefettura in un elenco preliminare di strutture eventualmente utilizzabili per i migranti. Per la proprietà – Unipol, oggi – non ci sarebbe nessun vantaggio nell’ospitare migranti al Kulm (un albergo troppo costoso da gestire senza prospettive di guadagno importante, dice Pezzana), e requisire l’albergo comporterebbe per la prefettura costi altissimi perché andrebbe previsto anche un indennizzo per la proprietà a prezzi di mercato.

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(Una foto del Kulm di Portofino usata dal Populista: nessun richiedente asilo è mai stato ospitato in questo albergo)

Un altro esempio è il Nigahotel di Azzano Mella, in provincia di Brescia, sulla strada provinciale che unisce la tangenziale di Brescia con la provincia di Cremona: nell’articolo del Populista è quello di cui si vede una bella stanza con letto a baldacchino, di cui altro non viene raccontato ma la foto è sufficiente a suggerire che i migranti siano accolti in stanze del genere. Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ci ha spiegato la situazione nel suo albergo mostrandoci le strutture. Al Nigahotel sono ospitati circa 60 migranti dopo che Riva ha vinto un bando della prefettura di Brescia che cercava strutture idonee a ospitare richiedenti asilo in attesa di avere risposte sulla loro domanda di protezione internazionale.
Riva ha diviso il suo albergo in due parti, chiudendo i corridoi con porte e cancelli in ferro battuto. Alcune delle stanze, 12 su 28, sono state riadattate per accogliere i richiedenti asilo mandati dalla prefettura: gli arredamenti dell’albergo (ristrutturato tutto nel 2013) sono stati sostituiti con letti a castello di ferro, di quelli che si trovano negli ostelli per la gioventù, economici tavoli di legno e armadi. Ogni camera ha quattro o cinque letti, a seconda della sua metratura, e il bagno. Con i circa 35 euro quotidiani a persona di rimborso previsto dalla prefettura, al Nigahotel i migranti sono alloggiati in camere quadruple con letti a castello, con un servizio di internet wifi (un obbligo richiesto dall’accordo con la prefettura) e una televisione (che non è invece un obbligo). Le pulizie vengono fatte per lo più dagli ospiti e quando occorre da una società. Per lavare i vestiti c’è una zona lavanderia, mentre le lenzuola vengono lavate una volta alla settimana.

Al Nigahotel il Post ha visto le camere usate dai richiedenti asilo, senza poterle fotografare: pulite e dignitose, disordinate di borse, scarpe e vestiti, di certo non lussuose. Quella nella foto mostrata dal Populista non è destinata ai migranti: si trova nella parte dell’albergo ancora aperta al pubblico – dove le camere sono ancora arredate “da albergo” – e Riva spiega che viene usata spesso dalle coppie che tengono il ricevimento nuziale nel vicino ristorante. Le camere ancora aperte al pubblico al Nigahotel vanno dai 65 euro ai 95 euro a notte.

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(Il Nigahotel di Azzano Mella – Il Post)

Una situazione simile a quella del Nigahotel c’è all’Hotel Rosa dei Venti di Venturina, in provincia di Livorno: è un tre stelle ancora aperto al pubblico che a fine agosto, quando il Post ha parlato con la gestione, aveva 70 ospiti paganti per la stagione turistica e 20 migranti (a cui, per esempio, non è concesso l’uso della piscina dell’albergo). Anche il Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova, ospita alcuni migranti insieme ai consueti clienti: è un ostello comunale, economico. L’Hotel Myriam di Lignano è un tre stelle che durante la stagione invernale del 2014 e del 2015 ha ospitato dai 60 ai 100 migranti in collaborazione con la Croce Rossa e la prefettura: il proprietario definisce la sua struttura “modesta ma dignitosa”.

Del Plaza Hotel di Varese il Populista mostra una foto dell’ingresso: sei persone sotto l’insegna dell’albergo e la targa che ne indica le tre stelle visibile sulla sinistra. Il Plaza Hotel di Varese, però, non esiste più: l’albergo ha chiuso nel 2012 e dal maggio scorso la struttura, una palazzina di nessun pregio sulla strada che collega Varese e Masnago, è stata presa in affitto dalla Onlus Fondazione Progetto Arca di Milano che ha vinto un bando dello scorso aprile della prefettura di Varese e che ora ospita 70 persone. Il direttore della Onlus Alberto Senigallia ha spiegato che quando hanno preso in affitto il vecchio Plaza, dell’arredamento dell’albergo non era rimasto niente se non pochi tavoli: le camere in cui sono ospitati i migranti ora sono delle quadruple con letti a castello di ferro (le foto sono della Fondazione Progetto Arca). Le pulizie ordinarie in camera sono fatte dagli ospiti insieme a un addetto, vestiti e biancheria del letto vengono ritirati e lavati una volta a settimana. La foto usata dal Populista è probabilmente del 2011, quando l’albergo ormai in fase di chiusura ospitò già per qualche mese dei migranti.

 

In situazioni simili ci sono diverse altre strutture. L’Hotel Genziana di Prada, una frazione dei comuni di Brenzone e San Zeno di Montagna in provincia di Verona e isolato dal centro, è un vecchio due stelle chiuso da tempo e requisito nel 2015 dalla prefettura per ospitare 80 migranti: l’albergo aveva invece 31 posti letto in 17 stanze, c’è stato quindi un notevole aumento del numero dei letti in ogni camera (il numero dei letti che possono essere usati per i richiedenti asilo dipende dalla metratura delle camere, secondo disposizioni della prefettura). Al Post, che ha parlato con i responsabili della cooperativa che gestisce l’albergo, non è stato concesso di visitarne l’interno.

L’Hotel Villa San Francesco di Orta San Giulio, in provincia di Novara è chiuso da anni ed è stato preso in affitto dalla Onlus Versoprobo e ora ospita 99 persone. C’è il wifi, una televisione in spazio comune, un parco. L’Hotel Belvedere di Corleone è un ex albergo a tre stelle: non siamo riusciti ad avere informazioni precise sulle condizioni della struttura dalla cooperativa che lo gestisce, ma un operatore che ci lavora ci ha spiegato al telefono che sono ospitati circa 60 richiedenti asilo: c’è una piscina, come mostra la foto del Populista, ma è stata chiusa quando l’albergo è diventato un centro per migranti e non è dunque utilizzabile. L’Hotel Domus Adele, di Vicenza, era un due stelle che ha cominciato ad accogliere migranti nel 2011 quando gli affari andavano male e funziona come centro di primo arrivo per i richiedenti asilo; l’Hotel Il Canovadi Sandrigo, in provincia di Vicenza, è stato un quattro stelle, poi ha chiuso per diversi problemi anche strutturali che non lo rendevano utilizzabile come un quattro stelle, è stata avviata una procedura fallimentare e dopo qualche anno è stato rilevato e gestito da una società che oggi ci ospita 102 migranti (tra loro una decina di bambini): non c’è alcuna piscina e c’è il wifi. L‘Hotel Villa Mokarta è un tre stelle a Salemi, provincia di Trapani, che ospita 120 migranti in accordo con la prefettura locale: il gestore, Salvatore Cascia della fondazione ARCA (che non ha nessuna relazione con l’omonima Onlus di Milano), ha spiegato al Post che l’albergo è di livello “medio”, che ci sono il wifi e la televisione negli spazi comuni e che la piscina c’è ma è stata chiusa per ragioni di sicurezza.

 

 

“Togliere posti ai turisti
L’articolo del Populista sostiene anche che l’accoglienza dei migranti negli alberghi venga gestita a spese dei turisti da parte degli albergatori, lasciando intendere che gli albergatori guadagnino dall’ospitare migranti nei loro alberghi sottraendo posto ai turisti e danneggiando l’economia. I due aspetti, come ha potuto verificare il Post, sono in effetti collegati ma in un opposto rapporto di causa ed effetto: il giro di affari derivante dal turismo negli ultimi anni è calato per molti alberghi e ospitare i migranti sembra essere diventato per molti albergatori un modo di far sopravvivere le loro imprese in difficoltà, persino conservando posti di lavoro.

Marco Riva, proprietario del Nigahotel, ha cominciato per esempio a ospitare richiedenti asilo nel 2011 dopo che la prefettura di Brescia aveva minacciato di requisire alcune strutture turistiche sul lago d’Iseo, offrendo in accordo con la Federalberghi locale alcune camere nella sua struttura i cui affari non andavano più benissimo. Il Nigahotel si trova in una zona industriale poco fuori Brescia che ha subito gli effetti della crisi economica facendo calare anche il lavoro per le strutture ricettive della zona: Riva, che si definisce «un leghista della prima ora», dice che ospitare i migranti è stato un naturale adattamento ai cambiamenti del mercato. Non ci sono più turisti o rappresentanti, ci sono i richiedenti asilo.

Dal 2011 il numero di migranti ospitati è cresciuto, Riva ha creato due società e una cooperativa per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo, ha assunto 42 persone e ora ospita in tutto circa 300 persone su 16 strutture della provincia che stavano attraversando momenti di affari difficili o che avevano già chiuso. «Salvini e Maroni» dice Riva, «non hanno capito niente di come si gestisce l’immigrazione», criticando l’ostracismo da parte di alcune istituzioni verso chi ha fatto scelte come la sua e citando strampalate richieste di destinare più camere per accogliere i turisti di EXPO ad alberghi che si trovavano a due ore di auto dalla fiera di Rho che ha ospitato EXPO.

L’albergo Stella di Bormio, citato dal Populista, anche in altri articoli su alcuni richiedenti asilo che erano stati “alle terme di Bormio”, si trova in condizioni anche peggiori: il gestore della struttura aveva raccontato di aver scelto di ospitare richiedenti asilo per evitare di dover chiudere e licenziare il suo personale, citando un drastico calo nel numero dei suoi ospiti negli ultimi anni. Il gestore del Mokarta di Salemi ha raccontato cose simili: la conversione della struttura a CAS – Centro di Accoglienza Straordinaria – è stata fatta a inizio 2014 dopo che per anni il numero calante e la discontinuità delle prenotazioni aveva reso molto difficile la gestione dell’albergo.

Tra gli altri alberghi o ex alberghi citati dal Populista su cui il Post è stato in grado di fare verifiche non ci sono casi di albergatori che abbiano deciso di ospitare richiedenti asilo a scapito di richieste turistiche e solo in pochi casi, l’hotel Rosa dei venti e ilVenetian Hostel, i richiedenti asilo sono ospitati in strutture ancora aperte al pubblico e comunque in minoranza rispetto al numero degli ospiti totali. In tutti gli altri casi i richiedenti asilo sono ospitati in strutture che avevano già chiuso al pubblico e che molto spesso sono state prese in affitto da cooperative e Onlus che le hanno riaperte per ospitare i richiedenti asilo.

Sui giornali locali si trovano notizie di alcuni problemi legati al Venetian Hostel di Monselice, in provincia di Padova. La cooperativa che gestisce i migranti al Venetian Hostel, Ecofficina, non ha risposto alle richieste di informazioni. Dai giornali locali risulta che Ecofficina gestisca oltre 1.500 richiedenti protezione sul territorio. I responsabili di Ecofficina sono attualmente indagati dalla procura di Rovigo per maltrattamenti in relazione ai richiedenti ospitati all’hotel Maxim di Montagnana per fatti avvenuto nel dicembre 2014 e sono indagati anche dalla procura di Padova per truffa e falso. In questa vicenda è coinvolta anche una funzionaria della Prefettura di Padova che ha ricevuto un avviso di garanzia per turbata libertà degli incanti e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale.

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)

(Una camera dell’Hotel Villa San Francesco – Foto: Cooperativa Versoprobo)


Rassegna stampa

I posti dove ospitiamo i migranti

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