Archivi categoria: Comunicazione

Lo scandalo della speranza

Ci sono cose che si impongono su altre stabilendo una loro priorità autonoma. In questo momento ad esempio dovrei tenere d’occhio i legumi che bollono sul fuoco e, contemporaneamente, dovrei rivedere le citazioni delle note di un libro che devo consegnare all’editore entro la fine del mese. Eppure sono qui a scrivere d’altro sotto una spinta impellente.

Oggi, 27 agosto 2017, si è celebrata la messa a cui dei militanti di Forza Nuova di Pistoia hanno promesso di presenziare per «controllare la dottrina» di Don Biancalani. La colpa del prete è stata quella di pubblicare sul proprio profilo FB le foto di alcuni ragazzi immigrati che aveva portato in piscina come premio per il lavoro svolto.

Giusto per precisare, come è stato rilevato anche da altri, il lavoro svolto da questi ragazzi è stato nella Onlus “Amici di Francesco“, una di quelle che li aiuta anche a casa loro, come ora va di moda dire. Li aiuta in un posto preciso: in Benin, uno Stato dell’Africa occidentale.

Qualcuno sostiene che la reazione violenta al post non è stata per le foto ma per la frase che le accompagnava. Fermo restando che se non fossero stati africani non ci sarebbe stato tutto questo clamore, la frase è: «Loro sono la mia patria, razzisti e fascisti i miei nemici», riportata anche da Avvenire.

In questi giorni, tra la pubblicazione delle foto e la celebrazione della messa di stamani, se ne sono sentite e viste di ogni. La minaccia neanche tanto velata di Forza Nuova, l’atto di vandalismo ai danni delle biciclette dei ragazzi, i post in stile «prima gli italiani», il vescovo che affianca il prete, i giornali che travisano, i chiarimenti della diocesi, le parti che si affrontano e infine il gesto inatteso, quello che sorprende tutti: il prete minacciato che stringe la mano agli esponenti di Forza Nuova.

A leggere di questa notizia mi è venuto da sorridere – anzi da ridere proprio – immaginandomi lo scandalo e la stizza che avrebbe provocato un simile gesto da una parte e dall’altra. Un prete schierato con i profughi, minacciato da militanti politici che si pongono su posizioni xenofobe, che stringe la mano proprio a loro.

Come interpretare questo gesto? È un gesto di perdono? Di fratellanza? Di superamento? Non lo so, non so rispondere. Ma questo gesto mi interroga perché è inaspettato, mi coglie di sorpresa. Mi spiazza molto più di quanto avrebbe fatto un rifiuto. Mi fa venire in mente che se si accolgono i migranti allora si accolgono anche i militanti estremisti di destra. Senza per questo dar loro ragione.

Accogliere non vuol dire condividere il pensiero ma riconoscere la natura umana di chi ti sta di fronte. E in fondo, a prescindere dalle appartenenze politiche, è questo che impone i cristianesimo. Non lo chiede, lo impone proprio. Provate a vedere quante volte ricorre la parola straniero nelle Scritture: sono 104 versetti. Se ne deduce che il tema dello straniero sia una delle chiavi importanti dell’esegesi biblica e anche della vicenda cristica. Poi basta leggere:

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. (…) Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? (…) E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (…)

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto. (…) Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».

È il Vangelo di Matteo, capitolo 25, e i cristiani si definiscono tali in quanto si misurano non solo con una tradizione ma con una persona e con un libro. Coloro che senza sapere nulla rimproverano la chiesa cattolica e le associazioni umanitarie al grido di «prima gli italiani» ignorano il vangelo o lo prendono per un giochetto. Ma ignorano anche quanta gente italianissima stia sfamando la Caritas e vestendo la San Vicenzo. Quanti pacchi le parrocchie consegnino alle famiglie italiane impoverite dalla crisi. Ignorano i pensionati italiani che aspettano l’apertura delle mense.

Ignorano che loro stessi possono sistemare gli abiti dismessi per darli ai poveri. Ignorano che loro stessi possono aiutare o anche solo ascoltare gli anziani soli. Ignorano che loro stessi possono chiedere aiuto per qualcuno, italiano, che ha avuto un rovescio di fortuna. Eppure c’è chi lo fa, per solidarietà verso i vicini, per senso civico, per convinzione etica. Lo fa e basta, dimostrando che non c’è alcun bisogno di polemiche: basta farlo.

In questi giorni mi tornano spesso in mente dei passi evangelici, uno più di altri. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (…)». Oggi credo che la spada sia la radicalità di chi sceglie di schierarsi con i profughi e, al tempo stesso, di tendere la mano a chi lo minaccia.

Curiosamente ieri, dopo lo sgombero di Roma, mi era capitato un video tra le mani. La testimonianza di una conversazione improbabile, non certo spontanea ma ugualmente interessante. La BBC ha divulgato un video in cui si vedono un esponente di Casapound e un migrante del Gambia che parlano di immigrazione. È evidentemente una situazione che non si è creata naturalmente ma proprio questo colpisce: l’uno di fronte all’altro parlano. Non certo per arrivare a un punto di intesa ma parlano e già questo per me è sorprendente.

http://www.bbc.com/news/av/world-europe-41038372/a-member-of-an-italian-fascist-party-faces-an-african-immigrant

Non ho scritto queste riflessioni per apologizzare il vescovo di Pistoia o per esaltare il gesto di Don Biancalani, tantomeno per dire che quelli di Forza Nuova sono dei bravi ragazzi. La mia città, Lucca, ha ancora fresca la memoria di fatti brutali provocati da questo movimento e francamente non voglio vederli ripetere. Ho scritto per un altro motivo: perché trovo molto più stimolante ciò che esce dagli schemi e che in qualche modo provoca le mie aspettative rispetto alle soluzioni rassicuranti.

Ci si sarebbe aspettati una condanna (che del resto c’è già stata) e un rifiuto. Invece il rifiuto non c’è stato, non verso quelle persone che si sono presentate stamani in chiesa, riconoscibili tra tutte. Nonostante la campagna di intolleranza, nonostante le minacce, nonostante il clima pesante che si è creato, un gesto, un semplice gesto, ha impresso alla vicenda una direzione imprevista. E questo è decisamente più interessante di qualsiasi soluzione prevedibile o prevista.

 

 

 

Annunci

Il senso dell’immagine

Le immagini, più di altre forme di comunicazione, hanno una lettura molteplice. Avete presente la foto dell’infermiera e del soldato? Il 14 agosto 1945 a Times Square, il fotografo Alfred Eisenstaedt coglie un’immagine storica. Subito dopo l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale un militare bacia una giovane infermiera. Non è un bacio di passione, come tanti ipotizzarono, ma un incontro del tutto occasionale.

Racconta Alfred Eisenstaedt: «A Times Square nel V-J Day, ho visto un marinaio che correva lungo la strada afferrando qualsiasi ragazza vedesse. Che lei fosse una nonna, robusta, magra non faceva differenza. Stavo correndo davanti a lui con la mia Leica guardandomi indietro, ma nessuno dei possibili scatti mi piaceva. Poi, all’improvviso, in un lampo, ho visto che afferrava qualcosa di bianco: mi sono girato e ho cliccato nel momento in cui il marinaio baciava l’infermiera. Se lei fosse stata vestita con un abito scuro non avrei mai preso l’immagine. Lo stesso se il marinaio avesse indossato una divisa bianca. Ho scattato esattamente quattro immagini, nel giro di pochi secondi. Solo una era giusta, a causa del bilanciamento. Nelle altre l’enfasi è sbagliata – il marinaio sul lato sinistro è troppo piccolo o troppo alto».

Dunque bisogna fare attenzione alla lettura delle immagini e bisogna ricordare sempre le parole di un grande fotografo, Elliott Erwit: «La fotografia è un arte di osservazione. Ha poco a che fare con le cose che vedi e molto con il modo in cui vedi le cose».

A questo proposito riporto alcune immagini comparate senza nessun commento, tranne il luogo e la data, perché siano queste a comunicare.

Il bacio della militante NoTav al poliziotto fece molto scalpore all’uscita della foto ma la ragazza ha dichiarato: «Ci sono due cose che vorrei subito chiarire. Quella foto non è stata assolutamente organizzata ad arte, come molti hanno insinuato. Il fotografo ha solamente avuto fortuna. Ma soprattutto: il mio intento non era quello di lanciare un messaggio di pace alle forze dell’ordine. Al contrario: volevo ridicolizzare i poliziotti. Volevo metterli in imbarazzo: volevo prenderli in giro». E il poliziotto dal canto suo l’ha denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale.

Per quanto riguarda invece l’altra foto, quella dello sgombero del palazzo di Roma del 2017, la donna che compare nello scatto afferma: «Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia».

La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

“Che ipocrisia!” commenta Giuseppe, un lettore di Fotocrazia versione Facebook, quando condivido a caldo questa fotografia di Angelo Carconi dell’Ansa, subito promossa a icona dai media.

Da lontano, da un posto sicuro e tranquillo, come milioni di lettori, cerco sconcertato di capire cosa è successo a Roma, in piazza Indipendenza. Mi affido, come milioni di lettori, come è inevitabile, alle notizie, e alle immagini.

Fotografie e video si affollano sui canali Web, e mostrano persone disarmate, alcune malate, abbattute come birilli da getti d’acqua che hanno la forza di mandarti all’ospedale, mostrano occupanti che reagiscono allo sgombero gettando oggetti dalle finestre, mostrano funzionari di Polizia che incitano gli agenti a rompere le braccia a chi lo farà ancora.

Mostrano una battaglia: ma asimmetrica, insensata, violenta, a tratti disumana, mossa da un potere costituito a persone spossessate.

Cosa ci fa, in questo scenario che muove la nausea, la foto di un gesto che sembra umano, che sembra una carezza, che sembra una vicinanza?

Fa  ovviamente da contrasto, e il contrasto è un potente innesco per una foto di cronaca. Un contrasto messo immediatamente al servizio mediatico di una narrazione: il gesto bello che riscatta il brutto, lo spiraglio di umanità che rassicura il lettore e fornisce un alibi morale al suo disagio di fronte a notizie e immagini sconcertanti. Sì, li hanno menati in nome nostro, ma poi li hanno accarezzati.

In verità non sappiamo cosa mostra davvero questa fotografia. Potrebbe, per dire, anche essere tutt’altro gesto, paternalista, autoritario, perfino imperioso. Non lo sappiamo di nessuna fotografia, a pensarci bene. “Un gesto di umanità, emozionante e dolce”, dice a La Stampa il fotografo che lo ha registrato. Ovviamente neanche lui è il padrone del senso dell’immagine. Ne è in qualche modo uno spettatore, come tutti noi.

Come lo è Genet, eritrea. Che è la donna che compare nella foto. Anche lei vede questa immagine, che un giornalista dell’Huffington Post le mostra quasi in tempo reale. E la rifiuta: “Vedete il bello in questa foto, ma intanto ci buttano via come una scarpa vecchia”, dice.

Cosa vede Il fotografo in questa foto? La stessa cosa che ci vede la protagonista o il contrario? Cosa ci vediamo noi? Cosa dovremmo vederci? Cosa vorremmo vederci? Cosai media vogliono che ci vediamo?

Nessuna immagine dice la stessa cosa a tutti, nessuna dice tutto. Alcune immagini dicono poco, spesso niente. Questa però sembra voler dire troppo.

Sembra voler negare altre immagini. La reazione contro la sua invadenza è già partita, in forma di gara a chi trova un’immagine “più vera” degli scontri di ieri, una immagine che contrasti la diffusione di quella immagine, giudicata “ipocrita” (per esempio, questa).

Ma in questo modo non facciamo che assolutizzare immagini parziali per contrapporle ad altre immagini parziali frettolosamente assolutizzate. Confermiamo solo il gioco perverso dell’iconizzazione.

In questa guerra di icone, oltretutto, rischiamo di ammazzare quel poco di servizio civile che la fotografia può ancora rendere all’umanità.

Negare questa fotografia sarebbe stolto, così come farne un alibi. La battaglia per un uso civile della fotografia si combatte, io credo, in un altro modo.

La prima cosa da fare di questa fotografia è, ovviamente, relativizzarla. Non lasciarla esistere da sola, non lasciare che occupi tutta la scena. Mostrare tutto quel che è mostrabile. La pluralità delle immagini è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La seconda cosa è contestualizzarla. Non lasciare che parli da sola: quando pretendono di farlo, le fotografie di solito raccontano bugie. Aggiungere parole che dicano tutto quel che si sa di quel che è successo prima, durante, dopo quei centesimi di secondo del clic, vicino e lontano da questa scena. La tanto disprezzata mediazione giornalistica è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

La terza cosa, la più difficile, è capire cosa sta succedendo davvero in questa scena registrata da una fotocamera. Vediamo un poliziotto che cerca un contatto fisico, apparentemente non ostile, con una donna che piange. Non possiamo sapere come si sia comportato quel singolo agente prima e dopo questo gesto. Sappiamo poco (anche se lui stesso lo ha raccontato, in una intervista al Corriere della sera dove la compassione per la donna è bilanciata dalla preoccupazione per lo stress psicologico del tutore dell’ordine) di cosa significava davvero per lui quel suo gesto individuale rispetto al mandato repressivo ricevuto, e collettivamente eseguito con determinazione: uno spiraglio di umanità, una contraddizione fra atti e pensieri, tra ordini ricevuti e solidarietà umana, un momento di dubbio, un’offerta di scuse, un pentimento? Sappiamo però cosa significa per la donna a cui lo ha rivolto: un gesto “bello” usato per mascherare, per nascondere. Restituire diritto di parola ai soggetti delle fotografie è un possibile antidoto contro le narrazioni di parte.

Non è detto che le due ipotesi, del gesto umano individuale e dell’ipocrisia collettiva, non possano essere compatibili. Le immagini sono in grado di contenere contraddizioni. Anche perché ci pensa il loro uso mediatico, come la loro condivisione orizzontale, ad abolire alcuni significati non graditi e accentuare e strumentalizzare alcuni significati “utili” a una causa, a un potere, a una ideologia.

Cosa o chi può impedire questo sequestro di senso? Il lettore. Il lettore attivo. Solo lui, il terzo personaggio (assieme al fotografo e al soggetto dell’immagine) di quel triangolo virtuoso che Ariella Azoulay ha chiamato “il contratto civile delle fotografia”, unica chancedel fotogiornalismo per (ri)trovare una funzione di liberazione e denuncia.

Tocca al lettore, quando non lo abbiano fatto i media, fare le tre cose che ho elencato prima. Con tutti i mezzi di cui dispone, soprattutto uno: il suo senso critico. La sua libera convinzione fondata su tutte le fonti a cui è in grado di accedere e di cui è in grado di pesare l’attendibilità e l’autorevolezza.

A volte non ce la farà. Può accadere che non ci siano abbastanza fonti attendibili, bisognerà rifiutare allora la tentazione di credere a quelle che coincidono con la nostre visione del mondo, occorrerà rassegnarsi a riconoscere un limite, non accettare le apparenti verità di una immagine, lasciarla dov’è, indecidibile e indecisa. Non di tutte le immagini siamo obbligati a scovare un senso per noi utile.

Ma anche in questi casi, c’è qualcosa che le fotografie possono ugualmente fare per noi. Possono nutrire la nostra “immaginazione civile” (è di nuovo una intuizione di Azoulay, ripresa e sviluppata recentemente da un importante libro di Robert Hariman e John Louis Lucaites).

Le fotografie non tentano solo (a volte fallendo) di dirci “che cosa è successo”. Possono anche suggerirci, per contrasto, che cosa non è successo, che cosa poteva o dovevaaccadere invece. Alcune foto ci costringono a chiederci cosa potrebbe essere, e purtroppo non è. Scatenano le nostre domande, il nostro bisogno di sapere quello che non possono mostrare. Questa è la loro funzione.

Questa foto, allora. Iconizzata e canalizzata dai media come alibi morale per giustificare una giornata disumana, è fortemente sospetta. Ma se è una semantizzazione che ne orienta il significato, allora un’altra semantizzazione può riscattarla.

Se anche non possiamo dire molto sul significato reale di quel gesto, sulla sua sincerità, il semplice fatto che appaia come un gesto umano ci permette, direi ci obbliga a farci una domanda: avremmo avuto bisogno ieri di più gesti come quello, avremmo bisogno che gesti come questo prevalessero sempre? Potevano gesti umani fermare la disumanità di una repressione contro persone in condizione di debolezza e di bisogno, contro portatori di diritti umani e di cittadinanza negati?

Mi rendo conto che questa proposta può sembrare pericolosamente vicina al baratro dello storytelling, che è quasi sempre una mistificazione di potere. Mentre credo sia l’opposto, un modo per smontare una narrazione fittizia.

Non si tratta di leggere questa foto come se la distinzione fra vero e falso non contasse più, e contasse solo quel che ci convince e ci gratifica. No, capire cosa è successo nella realtà resta la condizione sine qua non.

Ma una volta che ci siamo chiesti se quel gesto non è quello che sembra essere, o magari lo è ma non era sincero, o magari era sincero ma è stato poi piegato fino a diventare una maschera ipocrita – una volta che quella foto sia tornata nel suo contesto, non mostra proprio ciò che ieri è dolorosamente, colpevolmente mancato? Quella umanità che serviva e non c’è stata?

Non buttiamo via questa fotografia. Rivendichiamola, anzi, a un suo possibile diverso significato: la mancanza e dunque il bisogno urgente e assoluto di un ritorno dell’umanità contro il disumano.

Vaccini, fiducia e patto sociale

Un amico mi ha chiesto di essere chiara sulla mia posizione. Bene, accolgo il consiglio e semplifico le cose al massimo. Ritengo che i vaccini siano una cosa positiva. Il problema però rimane su come comunicare questo messaggio. Sono convinta che l’imposizione per legge, soprattutto nel clima attuale, possa peggiorare la situazione.

Ho discusso molto in questi giorni ma soprattutto ho letto. Di tutto ciò che mi è passato tra le mani due cose mi sembrano particolarmente importanti. Uno è il commento della mia amica Cinzia Marini che lavora in ambito sanitario in Norvegia dove la copertura vaccinale è altissima pur senza alcun obbligo. L’altro è un articolo di Roberta Villa, medico e giornalista scientifico, per la rivista Strade. Io non aggiungerò niente perché loro rappresentano in modo eccellente anche il mio pensiero.

Cinzia Marini

Allora, in estrema sintesi le coperture vaccinali in Norvegia* si aggirano sul 95%. Non c’è l’obbligo di niente, i vaccini sono tutti solo consigliati, ma la gente li fa. Perché? Chiede Ilaria [l’autrice di questo blog n.d.r.]. Premetto che lavoro in ambito sanitario, precisamente ricerca clinica, e conosco bene il paese perché ci vivo da vent’anni e ci ho allevato una figlia e conosco benissimo il sistema sanitario e la mentalità. Il motivo principale è il patto sociale. C’è fiducia nelle istituzioni, c’è fiducia nel sistema sanitario e nella medicina. Si fa una seria politica di prevenzione che inizia con la gravidanza e finisce con la tomba. Ci sono molti meno medici per numero di abitanti che non in Italia, ma ci sono altre figure professionali preparate che in Italia non esistono e che lavorano sul campo insieme ai medici e vicino alla gente. Potrei parlare del servizio capillare di ostetriche che seguono le donne in gravidanza o le cosiddette “Helsesøster” che ricordano quelle che ai miei tempi a Firenze negli anni 70 erano le “assistenti sanitarie” che lavorano nella scuola, seguono ogni bambino da quando nasce a quando finisce la scuola anche con visite a casa, fanno i controlli, filtrano le visite inutili dal pediatra, vaccinano, consigliano e ascoltano i dubbi e rispondono in maniera comprensibili a tutti e da pari a pari, conoscono l’evidenza scientifica ma anche l’empowerment e le tecniche comunicative. Questo riguarda anche i medici naturalmente. Si comunica da pari a pari, non nel senso che tutte le opinioni valgono uguale, esiste un’evidenza scientifica alla quale tutti i medici si attengono, non esiste un medico che sconsigli le vaccinazioni, ma non si trattano i pazienti dall’alto in basso, si è costruito da sempre un rapporto di fiducia. Questa è la ragione. Poi mi potete parlare di alto livello di istruzione, di benessere economico, di socialdemocrazia e di quello che vi pare, ma il motivo principale secondo me è il patto sociale.


VACCINI: LA FIDUCIA È UNA COSA SERIA

di Roberta Villa

Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove scientifiche esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma, come la stessa scienza dimostra, non siamo solo esseri razionali: non basta, quindi, elencare fatti e dati per (ri)conquistare la fiducia di pazienti e consumatori sempre più disorientati.

Il termine che ricorre più spesso in Italia nel dibattito sui vaccini che sta incendiando nuovi e vecchi media in queste settimane è “obbligo”: da più parti si ripete che solo costringendo i genitori a vaccinare i loro figli, pena la mancata ammissione all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, o perfino alla scuola elementare, si potranno far risalire le coperture, mettendoci al riparo da gravi malattie tuttora circolanti, come pertosse o morbillo, o che potrebbero tornare, come poliomielite o difterite. Qualcuno addirittura invoca la sospensione della patria potestà per i genitori renitenti, o la minaccia di sottrar loro i bambini e darli in adozione.

Appena però si mette il naso al di là delle mura di casa nostra, si scopre che la parola chiave del dibattito sull’esitazione vaccinale è un’altra. Ovunque si parla soprattutto di “trust”, fiducia, la fiducia che una quota crescente della popolazione di tutto il mondo più ricco ha perso nei confronti della politica, delle istituzioni in generale, e in particolare delle autorità sanitarie. E di come rimediare a questo vulnus, all’origine del calo delle coperture.

Si parla di fiducia nel recente documento “Vaccination and Trust” dell’Organizzazione mondiale della sanità, che raccoglie le prove scientifiche attualmente disponibili su cui l’agenzia fonda le sue raccomandazioni. Si parlava di costruire un rapporto di fiducia nel titolo del documento che un paio di anni fa il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha dedicato alla “Comunicazione sulle vaccinazioni”, “Communication on immunization. Building trust”. “Building trust in immunization” è anche il titolo scelto dall’UNICEF per una serie di documenti guida su come stringere alleanze per migliorare le coperture vaccinali nei diversi Paesi del mondo.

Moltissime pubblicazioni scientifiche attribuiscono a questa diffusa perdita di fiducia il recente calo delle coperture vaccinali. Un fenomeno, è bene ricordare, che non è in nessun modo “tipicamente italiano”, come a volte si sente dire, né può essere quindi ricondotto alla scarsa preparazione scientifica degli italiani, al prevalere di una cultura umanistica, o alla carenza dell’insegnamento del metodo scientifico nelle scuole, dal momento che si verifica ovunque. Il problema, declinato in vario modo, riguarda tutto il mondo.

Ma da dove nasce questa perdita di fiducia nell’autorità costituita, che in politica suscita movimenti populisti e nel campo della salute alimenta ostilità nei confronti dei vaccini e simpatia per le “medicine non convenzionali”? Alla base ci sono fenomeni sociali complessi, che si stanno studiando.

Un fattore potrebbe essere il fatto che le masse, più scolarizzate di quanto siano mai state nella storia dell’umanità, non sono più disposte a delegare le decisioni alle élite, scientifiche, economiche o socioculturali che siano, con la stessa facilità di un tempo. Le persone vogliono essere informate, coinvolte e avere in voce in capitolo, soprattutto se si tratta della propria salute. E la possibilità che insorgano dubbi o si manifestino rifiuti è il prezzo da pagare, l’altra faccia di quell’empowerment dei cittadini e dei pazienti che si è perseguito a lungo, allo scopo di superare il paternalismo che tradizionalmente governava il rapporto medico e paziente.

Bisogna pentirsi di questo processo? Non credo. Ma certamente occorre governarlo, con strumenti e modalità ancora tutte da scoprire, anche alla luce dell’introduzione di internet prima e dei social network poi, che hanno disintermediato e rivoluzionato l’accesso alla conoscenza. La società in cui viviamo non è solo una post-truth society, secondo il termine definito parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, ma anche, e forse di più, una post-trust society.

Per quanto riguarda il caso specifico, esemplare e sintomatico, dei vaccini, è senz’altro vero quel che si ripete sempre, cioè che questi farmaci sono vittima del loro successo. Hanno infatti allontanato dai nostri occhi malattie come poliomielite o difterite, che proprio per questo non fanno più paura. Non appena però appare all’orizzonte una minaccia che spaventa davvero, come le morti per meningite, o l’epidemia di ebola in Africa occidentale, le perplessità sui vaccini, o i sospetti sugli interessi economici delle case farmaceutiche che li producono, svaniscono come neve al sole. Si fa la coda per ricevere il vaccino o si impreca contro le aziende che non l’hanno mai messo a punto.

Ma non è tutto qui. A erodere la fiducia del pubblico nei confronti dei vaccini ha contribuito moltissimo anche la famosa bufala sul presunto legame tra autismo e vaccino mpr contro morbillo, parotite e rosolia, messa in piedi, con uno studio poi rivelatosi fraudolento, dal gastroenterologo inglese Andrew Wakefield. Non è un male che il paper, pur ritrattato da Lancet, che l’aveva inspiegabilmente pubblicato, sia ancora disponibile in rete, in modo che ognuno, perfino i non addetti ai lavori, possa rendersi conto della debolezza dei dati su cui furono sollevati quei sospetti: 12 bambini con disturbi dello sviluppo, in 8 dei quali i genitori segnalavano un’associazione temporale tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e la comparsa dei sintomi.

Otto bambini. Sono più di 95.000 quelli con fratelli maggiori autistici o sani, studiati in un lavoro pubblicato nel 2015 sul Journal of the American Medical Association, l’ultimo di una lunga serie che ha definitivamente smentito la falsa correlazione. Più di 1.200.000 quelli esaminati dalla metanalisi che l’anno prima ha passato al setaccio tutta la ricerca condotta per acclarare ogni dubbio su questo punto, con grande spreco di tempo e risorse. Eppure la gente continua a crederci. Perché?

Facile rispondere che le persone sono stupide. In realtà Wakefield ha scelto bene lo specchietto per le allodole con cui, per propri secondi fini economici, voleva screditare il vaccino mpr. L’autismo è una malattia di cui ancora si conoscono poco le cause e i meccanismi, che spaventa i genitori, che coinvolge le relazioni. A lungo si sono ingiustamente accusate le “mamme frigorifero” di rappresentarne il fattore scatenante, ed è quindi comprensibile la reazione di chi si attacca a una spiegazione che incolpa qualcun altro: lo Stato, i medici, le case farmaceutiche.

Non è razionale, certo, perché le prove scientifiche che assolvono i vaccini sono inequivocabili. Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma non siamo solo esseri razionali. Le nostre convinzioni sono profondamente plasmate anche da fattori emotivi, dalla nostra esperienza personale, dai bias a cui nessuno sfugge. Dimenticare tutto questo e pensare che basti fornire una “corretta informazione scientifica” va paradossalmente proprio contro la scienza che ha dimostrato l’inefficacia di questo approccio.

Le autorità, poi, dovrebbero assumersi la loro parte di colpa per la sfiducia che il pubblico ha sviluppato nei confronti loro e delle vaccinazioni in particolare. Dopo il caso Wakefield, c’è stato un altro importante fenomeno globale che ha dato una pesante spallata alla loro autorevolezza. Nel corso della pandemia influenzale da virus A (H1N1) del 2009, la cosiddetta “suina”, si fecero clamorosi errori di gestione e comunicazione, che si stanno studiando ancora oggi. Ci furono mancanze in termini di trasparenza che gettarono l’ombra di possibili conflitti di interesse sulla dichiarazione e la gestione della pandemia. Ma soprattutto non si ridimensionò l’allarme iniziale, giustificato dall’alta letalità che sembrava emergere dal focolaio messicano, alla luce dell’andamento meno grave della malattia che man mano si confermava, nei mesi seguenti, nella maggior parte delle persone colpite.

Viceversa, in Italia, si scelse la strada della rassicurazione paternalistica, con un testimonial come Topo Gigio e lo slogan: “L’influenza A è una normale influenza”. La campagna riuscì a prendere due piccioni con una fava, banalizzando in un colpo solo sia l’influenza stagionale sia quella da H1N1, che riuscì così a fare le sue vittime, “poche”, per fortuna, più o meno quelle di una “normale influenza” ma per lo più giovani e precedentemente sane. Centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, parte dei quali, ammalatisi dopo l’arrivo del vaccino, si sarebbe potuta salvare. Ma come si poteva poi pensare, all’arrivo del vaccino, di convincere le persone a farselo somministrare, se era stato tutto un falso allarme? Insomma, un pasticcio, di cui in parte paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Ecco perché sono importanti la trasparenza e l’onestà della comunicazione, senza gonfiare i dati o presentarli in modo da enfatizzarli. Per questo bisogna avere il coraggio di ammettere francamente l’incertezza, quando ci sono aspetti di cui ancora non si può essere sicuri. E occorre usare cautela e gradualità nell’introdurre cambiamenti importanti nel calendario vaccinale, se c’è il rischio che il pubblico li percepisca come indirizzati dalle aziende farmaceutiche.

Con le emozioni delle persone, con la loro percezione del rischio, tanto più se si tratta dei loro bambini piccoli, non si può agire con leggerezza. È pericoloso gridare “al lupo, al lupo!”, invocare gravi emergenze e ricorrere a mezzi estremi al di fuori delle crisi, quando ci sarebbe tutto il tempo per interventi mirati, che comprendano potenziamento dei servizi e del personale, programmi di offerta attiva e facilitata, campagne di comunicazione mirate agli operatori sanitari prima ancora che ai genitori. L’effetto boomerang potrebbe essere un’ulteriore perdita di fiducia nelle istituzioni, che davvero non ci possiamo permettere.


Esitazione vaccinale: l’obbligatorietà è la soluzione?

Di 15 giugno 2017 (fonte)

Antonio Clavenna si occupa del decreto sui vaccini e osserva che di fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali, la risposta delle istituzioni politiche si è orientata verso un rafforzamento dell’obbligatorietà. Clavenna sostiene che le misure coercitive, soprattutto in mancanza di una strategia più ampia che comprenda anche interventi educativi, formativi e organizzativi, rischiano di avere ricadute negative e di ridurre la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

La discussione sull’obbligo vaccinale e sulle modalità con cui applicarlo ha tenuto banco nella discussione politica degli ultimi mesi. Per far fronte alla diminuzione delle coperture vaccinali alcune Regioni e alcuni Comuni avevano introdotto (Emilia Romagna e Trieste nel novembre 2016) o erano in procinto di introdurre (Toscana, Lombardia, Puglia) provvedimenti legislativi per inserire le vaccinazioni tra i requisiti necessari per l’accesso ai nidi e alle scuole per l’infanzia.

La discussione si è successivamente spostata a livello parlamentare, finché il 7 giugno scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” che prevede un aumento da 4 a 12 delle vaccinazioni obbligatorie, introduce l’obbligo vaccinale per l’accesso a nidi e scuole per l’infanzia e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative (fino a 7500 euro) per i genitori che rifiutano la vaccinazione per i propri figli.

C’è ampio dibattito sulla necessità e sull’utilità delle misure coercitive nell’aumentare l’adesione alle vaccinazioni. Non ci sono evidenze scientifiche che documentino l’efficacia o la non efficacia dell’obbligatorietà. Nel 2014 il gruppo di esperti chiamato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a redigere un rapporto sull’esitazione vaccinale, pur riconoscendo che in alcuni paesi l’obbligo ha contribuito a un aumento delle coperture, raccomandava di valutare con grande attenzione e cautela l’introduzione di misure coercitive che possono minare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e degli operatori sanitari.

L’esitazione vaccinale è un fenomeno complesso, ed è errato ritenere che tutti i genitori che non vaccinano lo fanno perché contrari alle vaccinazioni. Stando alle indagini condotte anche in Italia, i veri e propri anti-vaccini rappresentano circa il 3% dei genitori, mentre una quota più ampia (10-15%) è costituita dagli esitanti, genitori che nutrono dubbi e timori, che necessitano di ascolto e rassicurazione, che ritardano le vaccinazioni e/o le effettuano solo in parte. [Valsecchi M et al Indagine sui determinanti del rifiuto dell’offerta vaccinale in Veneto. Rapporto 2011] Vi sono poi genitori che faticano ad aderire alle indicazioni del calendario vaccinale per problemi di tipo organizzativo, legati anche all’accesso ai servizi.

L’obbligo vaccinale rischia di rappresentare una risposta semplicistica, non in grado di affrontare una complessità che richiede invece interventi multimodali. Le misure coercitive comportano alcuni rischi: ridurre una fiducia già compromessa verso i medici e le istituzioni, come sottolineato dagli esperti dell’OMS; polarizzare maggiormente le posizioni e le contrapposizioni, aumentando la confusione; aumentare i contenziosi; spostare i genitori esitanti verso una maggiore contrarietà. [Leask J & Danchin M J Pediatric Child Health 2017; 53:439-444] Inoltre, l’obbligo per l’accesso ai nidi nella situazione italiana avrà molto probabilmente un impatto modesto se non irrilevante, lasciando una quota di bambini da 0-3 anni non vaccinati e con il rischio concreto che si creino nidi o asili domestici frequentati da soli non vaccinati, che potrebbero rappresentare piccoli focolai epidemici. [Clavenna A & Bonati M Ricerca&Pratica 2017 33:102-111]

D’altro canto, l’obbligo vaccinale per l’accesso al nido e alla scuola dell’infanzia può tutelare la salute della comunità scolastica, in particolare dei bambini vulnerabili che non possono essere vaccinati per problemi di salute o di chi non risponde alle vaccinazioni.

Il Decreto Legge 73/2017 (Decreto Lorenzin) presenta alcune importanti criticità. La prima è rappresentata proprio dalla scelta di ricorrere allo strumento del decreto legge: di fronte a criteri di necessità e urgenza piuttosto labili sarebbe stato preferibile affidare direttamente al parlamento il compito di legiferare.

La seconda è l’ampio numero di vaccini a cui il provvedimento si riferisce.

Il Decreto Lorenzin pone l’Italia tra le nazioni con il maggior numero di vaccinazioni obbligatorie e la prima in Europa (dove peraltro nella maggior parte dei paesi non vige alcun obbligo). Non solo, ma è un deciso cambio di rotta rispetto alle scelte della politica sanitaria degli ultimi 20 anni, indirizzate verso un percorso di superamento dell’obbligo vaccinale.

Per quanto il profilo di sicurezza ed efficacia sia favorevole per tutti i 12 vaccini, occorre considerare che le malattie infettive prevenibili sono differenti in termini di contagiosità e rischio di complicanze gravi o letali, così come sono diversi i vaccini per entità e durata dell’efficacia protettiva (e di conseguenza per necessità di dosi di richiamo, anche in età adulta). Mettere i vaccini sullo stesso piano implica il non identificare e non condividere con la popolazione quali sono le priorità per la salute pubblica.

Tra i 12 obbligatori, vi sono vaccini che hanno un beneficio che riguarda prevalentemente o esclusivamente il singolo bambino e l’obbligo per l’accesso alla comunità scolastica non è giustificabile con la necessità di tutelare la salute dei compagni. In parte questo può essere dovuto alla disponibilità di vaccini combinati (come nel caso dell’esavalente o del morbillo-parotite-rosolia), ma l’obbligatorietà dei vaccini contro la meningite è poco comprensibile: il meningococco ha una contagiosità poco elevata e la maggior parte dei casi di contagio avviene da portatori sani del batterio, che hanno prevalenza maggiore tra gli adolescenti e i giovani adulti. Questo significa che per ridurre la capacità del batterio di circolare è importante vaccinare questa fascia di età, mentre le vaccinazioni effettuate nell’infanzia servono soprattutto a proteggere il singolo bambino.

Desta particolare perplessità la scelta di rendere obbligatorio (per i nati a partire dal 2017) il vaccino contro il meningococco B: si tratta di un vaccino introdotto in commercio da pochi anni e inserito nel calendario vaccinale solo a gennaio con il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Molte nazioni europee hanno scelto di non inserirlo nei programmi di vaccinazione perché non costo-efficace (alcuni paesi lo raccomandano, ma il costo dell’acquisto è a carico delle famiglie). A oggi l’efficacia sul campo e nella pratica del vaccino contro il meningococco B necessita di essere approfondita: dai dati disponibili sembra, per esempio, che l’efficacia protettiva si riduca dopo 2 anni e che il vaccino potrebbe non essere in grado di ridurre i portatori sani [Sadarangani M & Pollard AJ Clinical Microbiology and Infection 2016; 22: S103-S112]. Inoltre, i casi di meningococco B si concentrano nei bambini minori di 4 anni e in particolare nel primo anno di vita. L’esclusione dalle scuole dell’infanzia dei non vaccinati contro il B ha davvero poco senso (tra l’altro, un bambino vaccinato nel primo anno di età potrebbe anche non essere più coperto dal vaccino).

Suscitano anche perplessità le sanzioni proposte, per quanto già previste dalla precedente normativa, che potrebbero potenzialmente portare a un’esenzione legata al reddito.

La tutela della salute pubblica avrebbe dovuto eventualmente prevedere un obbligo limitato alle vaccinazioni di maggiore impatto per la comunità (quelle contro morbillo e pertosse, più poliomielite e difterite, attualmente eliminate ma che potrebbero verificarsi nuovamente).

In ogni caso, per morbillo e pertosse occorre ricordare come non sia sufficiente vaccinare solo la popolazione pediatrica. Nel caso della pertosse la protezione dei bambini, specie nel primo anno di vita, si ottiene attraverso la vaccinazione dei famigliari e dei caregiver, mentre per il morbillo l’eliminazione della malattia necessita di strategie di recupero degli adolescenti e degli adulti suscettibili, a partire dagli operatori sanitari e dal personale scolastico.

A questo riguardo va sottolineato come più del 70% dei casi ammalatisi durante la recente epidemia di morbillo aveva più di 15 anni, e come circa 1 su 10 era un operatore sanitario. Le strategie di recupero (catch-up) previste nei piani del Ministero della Salute fin dal 1999 sono state scarsamente attuate. Purtroppo non è stata effettuata alcuna riflessione da parte delle istituzioni preposte su queste mancanze (che hanno in parte contribuito all’epidemia osservata in questi mesi) e su come porvi rimedio.

Resta, infine, da capire quale sarà la strategia complessiva in cui si inserirà l’obbligo, come si concretizzeranno gli interventi informativi ed educativi e quale sarà l’impatto del provvedimento sull’attività dei servizi vaccinali e degli istituti scolastici.

Qualunque sia la visione sull’obbligo vaccinale, dovrebbe essere opinione comune che questo rappresenta una sconfitta per tutti: comunità civile, genitori, ma soprattutto operatori sanitari e istituzioni, politiche e non. Nel 1995 il Consiglio Superiore di Sanità, aveva ravvisato “l’opportunità di considerare, in virtù dell’evoluzione culturale ed economica della società italiana, lo spostamento delle vaccinazioni dagli interventi impositivi a quelli della partecipazione consapevoli della comunità”, come avviene nella maggior parte delle nazioni europee. L’Italia non è riuscita a portare a termine il lungo percorso verso il superamento dell’obbligo vaccinale e le responsabilità sono comuni e condivise. Ritenere che si tratti solo di un problema culturale, tipicamente italiano e non risolvibile altrimenti, è una visione non del tutto aderente alla realtà.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono personali e non riflettono necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza


La coercizione, il burionismo e il fallimento conclamato della comunicazione in medicina

di Annalisa Corbo (fonte)

“La capacità degli operatori sanitari di porsi in modo equilibrato ed efficace nell’ascolto e nell’osservazione di ciò che il paziente può comunicare e di dialogare in maniera altrettanto efficace sia con i pazienti che con colleghi e collaboratori, è un’abilità, spesso sottovalutata, che deve essere adeguatamente promossa in ogni contesto di cura”. (2015, Ministero della Salute, Direzione Generale della programmazione sanitaria, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti”, Ufficio III)

La situazione

Il giorno 19 maggio 2017 è stato approvato il Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli per per diverse patologie pena il non inserimento a scuola (già dall’anno scolastico 2017/2018) e già a partire dal nido oltre che la segnalazione diretta da parte dell’ASL al Tribunale dei Minori per l’avvio al procedimento della sospensione della responsabilità genitoriale. Ecco l’elenco di queste patologie, assieme alla copertura ufficiale registrata nel 2015:

antipoliomielitica (93,4%)

anti-difterica (93,35%)

anti-tetanica (93,56%)

anti-epatite B (93,2 %)

anti-pertosse (93,3 %)

anti Haemophilus Influenzae  tipo B (93,03 %)

anti-meningococcica B (anti-meningococcica età pediatrica 88,73%)

anti-meningococcica C (76,62 %)

anti-morbillo (85,29%

anti-rosolia (85,22%)

anti-parotite (85,23%)

anti-varicella (30,73%)

Il livello ottimale per la copertura vaccinale per garantire la cosiddetta immunità di gregge è del 95%. Per tutte le malattie, siamo sotto tale soglia e il trend è in diminuzione. Nel 2011, per esempio, in Italia eravamo oltre il 96%.

Di seguito l’andamento vaccinale per la Poliomielite (Istituto Superiore di Sanità):

chart

Cos’è successo dopo il 2012? Cosa ha portato i genitori italiani a vaccinare sempre meno nonostante, secondo i dati ufficiali, gli effetti collaterali gravi dei vaccini abbiano un’incidenza infinitamente inferiore rispetto ai danni gravi provocati dalle malattie per cui si vaccinano i bambini?

Sono andata a spulciare gli studi publicati dall’Istituto Superiore di Sanità e ne ho trovati due entrambi davvero molto validi ed interessanti in italiano: uno svolto su territorio veneto (2009 poi ridiscusso nel 2013 in occasione della giornata delle vaccinazioni) e uno in Emilia Romagna (studio statistico tra i bambini nati tra il 2007 e il 2011), oltre i numerosi articoli esteri molto accurati sia sulla cosiddetta vaccine hesitancy, sia a livello di misurazione, sia a livello di proposta strategica per farvi fronte. Non ho trovato pubblicazioni online di studi a livello nazionale se non in inglese, che vi segnalo in bibliografia e su cui baso alcune delle mie osservazioni.

La prima risposta alla domanda “cosa è avvenuto?” che leggendo i dati viene da dare sul decremento vaccinale, è la mala informazione che riceve un forte impulso dalla diffusione dell’utilizzo di Internet e dei social network. Questa è aiutata dalla tendenza di alcuni genitori ad affidarsi a frotte di comunicatori, spesso titolati, che hanno fatto proselitismo, in buona o in cattiva fede, con notizie false o inesatte, talvolta sensazionalistiche e spesso fuorvianti, accogliendo ed ascoltando persone dubbiose e spaventate.  Viene voglia di pensare quindi che i genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli, siano una manica di ignoranti da etichettare come persone senza senso civico, ostili alle regole della buona convivenza comune. Entrambi gli studi italiani smentiscono questa visione così come gli studi stranieri.

In Italia genitore dubbioso tipico è un genitore o sotto i 25 anni o sopra i 35, di estrazione culturale medio alta, informatizzato e molto interessato al tema vaccinale.  Il primo dato che emerge dallo studio veneto inoltre è che 4300 famiglie hanno partecipato allo studio, un numero molto elevato rispetto alla popolazione regionale, dandoci la certezza che per tutti i genitori quello delle vaccinazioni è un tema caldo.  I dati di tale studio indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando. Ma anche i “non vaccinanti” si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su qualche vaccinazione (un dato interessante è che tra i più favorevoli ai vaccini, ci sono gli stranieri). Colpisce il fatto che in momenti in cui non vi è un vero e proprio allarme legato alla diffusione di una malattia, la percezione del pericolo legato alla malattia stessa sia attutita a fronte della paura degli eventi avversi immediati più di quelli a lungo termine delle vaccinazioni che da quella malattia proteggono.

La mala informazione non passa però solo da coloro che diffondono notizie false o inesatte: l’aria di sfiducia nel Sistema Sanitario Nazionale che aleggia tra i dubbiosi dipinge una sanità che viene percepita dall’utenza come poco trasparente, poco dialogante e poco attenta al paziente. In fatto di vaccinazioni, dato che si tratta di una azione preventiva, tale sentore può avere effetti molto più incidenti sul comportamento e sull’allontanamento da tale prassi, soprattutto in un momento storico che si avvicina all’emergenza ma che ancora non lo è, in cui gli effetti gravi delle malattie per cui ci si vaccina, non sono ancora così diffusi.

Ma dove si informano i genitori?

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico. Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i “non vaccinati”. (Valsecchi, 2009)

I genitori che vaccinano sempre meno o procrastinano sono in diversi casi genitori in preda a paure ed ansie difficili da gestire e che talvolta non trovano lo spazio di ascolto e di informazione adeguato nelle sedi appropriate. Negli studi presi in considerazione, viene illustrato come i genitori esitanti siano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con un’unica strategia e all’interno delle strategie che hanno il maggior successo, ci sono quelle improntate al dialogo e all’informazione.Il colloquio pre-vaccinale, per esempio, è promosso dallo studio pubblicato dall’ISS come prassi estremamente incidente sulla presa di decisione finale.

Veniamo ora alle strategie che riguardano le vaccinazioni obbligatorie. Dallo stesso studio sopra citato, emerge che la sospensione dell’obbligo non abbia modificato le adesioni. In occasione della ridiscussione nel 2013 durante la Giornata delle Vaccinazioni, il dott. Leonardo Speri, uno degli autori del documento che analizza l’adesione nella Regione Veneto, sostiene che anche in Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia.

È infatti cresciuto anche il numero di medici che accolgono le preoccupazioni di alcune famiglie programmando calendari vaccinali completi ma alternativi.

Quando si ha una popolazione che segue una scelta vaccinale fluida e in trasformazione indipendentemente dall’obbligo, non si può ragionare semplificando.

Il complesso fenomeno dell’esitazione vaccinale non è solo italiano ed è diventato talmente importante e preoccupante che il WHO (World Health Organization) ha costituito un gruppo di studio, il “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”, con lo scopo di analizzarlo e di dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. Nel documento prodotto da questo gruppo di esperti  viene ribadito che è fondamentale che ciascun Paese proceda prima all’analisi del fenomeno al proprio interno proprio perché le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche. Da questa conoscenza deriva poi l’adozione delle politiche più adeguate al proprio territorio.

… L’Italia l’ha fatto prima di proporre 12 vaccini obbligatori pena il non inserimento nella scuola dell’obbligo?

 

La comunicazione ai tempi del burionismo

Uno scenario sconfortante per chi, come me, insegna comunicazione in ambito sanitario,  è osservare sui social network l’erigersi di barricate in cui le persone si auto-etichettano o vengono etichettate con i più fantasiosi epiteti (da “servi del potere” a “zecche ignoranti” a “pro-vax” o “anti-vax” ecc ecc) ingaggiando sterili conflitti che le portano a essere a favore o contro i vaccini, conflitti durante i quali sono sistematicamente ignorati gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Ancora più sconfortante è osservare come professionisti della medicina alimentino tale polarizzazione non facendo altro che rafforzare le posizioni di chi è male informato.

La mia attenzione, negli ultimi mesi, è planata sulla pagina FB del Prof. Burioni. Il professore che comunica contenuti scientificamente accreditati e scientificamente impeccabili, usa una modalità di comunicazione che vizia il controproducente fenomeno sociale della polarizzazione delle posizioni e dell’etichettamento delle persone. Se si presenta un dubbio, questo non viene accolto, analizzato ed eventualmente contestato ma immediatamente messo a tacere con azioni verbali aggressive indirizzate alla qualità della persona e non al fatto in questione, cosa che invece meriterebbe spazio e tempo.

La cosa che mi porta ad essere ancora più critica nei confronti di tale tipo di comunicazione è il fatto che questa sia distante dai principi e dai valori di incertezza ed apertura di cui il pensiero scientifico è costituzionalmente permeo. “La scienza non è democratica” (cit. Burioni, da commento in pagina FB) è una profonda inesattezza. La scienza è per sua primaria natura in evoluzione e in divenire e questo tipo di comunicazione aggressiva è controproducente per il pensiero scientifico stesso oltre che distante dai principi del rinnovato Codice Deontologico dei medici che pone l’accento sulla necessità di adeguare la professionalità alla realtà sociale in evoluzione. Il pensiero scientifico e soprattutto la prassi medica non  hanno lo scopo di polarizzare o domandare ragione bensì valorizzare la distinzione di competenze per favorire l’affidamento ed è proprio nel cosiddetto “burnout” del professionista della medicina che si annida il pericolo della depersonalizzazione cioè di quel distacco del professionista della cura dall’utente e che lo porta a disinteressarsi alla qualità o problematica umana del proprio interlocutore.

Il nostro amico burnout

Secondo il sindacato ANAAO, molti medici e operatori sanitari sono a rischio burnout. Diverse le cause percepite dagli stessi medici intervistati: eccessivo condizionamento della politica nei confronti della professione e della carriera, carichi di lavoro pesanti, mancanza di personale, l’aumento dei contenziosi. Il burnout è una sindrome da esaurimento emotivo molto diffusa, soprattutto tra chi ha nella relazione con un’utenza il focus del proprio lavoro. In una delle sue manifestazioni più evidenti, il burnout porta il professionista a depersonalizzare la relazione con i propri interlocutori (spesso i pazienti ma a volte anche colleghi e collaboratori), perdendo completamente l’interesse nei confronti della relazione con loro. Gestire il burnout in medicina non è semplice ma è possibile in quanto una famiglia dubbiosa non è “parte di una percentuale di persone che non capiscono” ma ha una sua propria storia, sempre diversa. Far fronte alle paure dell’utenza dubbiosa è possibile: serve informazione, formazione, trasparenza e ascolto oltre che studi approfonditi e riferiti alla vaccine hesitancy locale, in modo da avere strumenti per farvi fronte.

Immaginatevi la scena

Vesto i panni della psicodrammatista e vi invito ad immaginarvi una scena che potrebbe essere molto comune: una famiglia è convocata in ambulatorio vaccinale per la prima volta ma è molto titubante e anche un po’ spaventata: essendo una famiglia interessata alla salute e ai metodi di cura, ha letto molti articoli online e si è imbattuta anche in alcuni articoli che parlano degli effetti avversi dei vaccini, ha guardato video dove medici immunologi citano ricerche pubblicate che parlano delle impurità dannose che sono contenute nei vaccini in commercio, per cui ha il timore che il vaccino che sta per somministrare al figlio potrebbe compromettere seriamente la sua salute. Il figlio dei vicini di casa, poco dopo la vaccinazione è stato malissimo. Però quando hanno riferito la cosa, sono stati liquidati con un frettoloso: “Non può essere stata la vaccinazione”. Hanno anche saputo che forse i vaccini provocano l’autismo anche se poi quello studio è stato invalidato ma “chissà quante pressioni che ci saranno state”, sicuramente “le case farmaceutiche avranno fatto di tutto per affossare la verità”. Del resto, “regalano viaggi ai medici!” Proprio quei medici che oggi incontrano. La famiglia viene invitata a firmare un foglio dove dichiarano che il bambino non è allergico a determinate sostanze (ma loro non lo sanno in quanto il bambino ha 3 mesi) e che la famiglia stessa si prende la responsabilità di ogni effetto avverso. La famiglia mostra il proprio scetticismo ai medici e agli operatori dell’ambulatorio che, ormai esauriti da attacchi alla loro professionalità, frustrati e screditati, rispondono risentiti con tecnicismi e si mostrano ostili. Il conflitto si apre e si cristallizza sulle posizioni invece che sugli interessi comuni (il benessere del bambino) quindi la famiglia torna a casa arrabbiata, senza aver vaccinato il bambino, più confusa di prima e trova accoglienza e comprensione da parte di chi promuove alternative alle vaccinazioni.

Chi ha fatto mala informazione in questo caso? Servono operatori sanitari non solo preparati tecnicamente ma anche formati alla comunicazione oltre che tutelati a livello emotivo. Serve tempo e competenza per spiegare, raccontare, illustrare, placare ansie, accogliere perché è la medicina che deve tornare ad essere depositaria di fiducia, proprio perché dimostra di mettersi costantemente in discussione come effettivamente fa, in qualità di disciplina scientifica e solo con la trasparenza si può parlare di messa in discussione. Perché la competenza e la coscienziosità professionale sono attitudini sia scientifiche sia democratiche e in questo, coloro che hanno un dubbio, devono tornare ad avere fiducia. Serve che qualcuno aiuti i medici a gestire la frustrazione e a rispondere a questa con una gestione appropriata delle proprie emozioni e del conseguente comportamento di ruolo adeguato e qualcuno che guidi i genitori verso una scelta consapevole.

Coercizione

In quest’ottica… a quanto servirà quindi questo obbligo di 12 vaccinazioni pena l’esclusione dalla scuola (dell’obbligo) e il sollevamento dalla responsabilità genitoriale per favorire la cultura della prevenzione? Se stiamo ai numeri delle ricerche precedenti, poco. Se dovessimo promuovere l’ottica della trasparenza, ancora meno. La coercizione è un atto di chiusura del dialogo tra istituzione e cittadini, specchio di uno Stato che riconosce di non avere le risorse per prendere provvedimenti in direzione educativa e di promozione della salute, oltre a decretare il fallimento della comunicazione in medicina operatore-paziente nell’ambito delle vaccinazioni e della prevenzione.

Il clima di fiducia in seno al quale nasce e si sviluppa il senso civico, prevede onestà, sempre, anche quando la sincerità è difficile da mostrare e la cultura della prevenzione e il rispetto delle istituzioni è ciò che a tutti i cittadini dovrebbe permeare da uno Stato rispettoso, depositario di fiducia e attento ai cambiamenti sociali.

Il nostro Stato, oggi, sarebbe capace di ciò?

Art. 20

Relazione di cura

La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura.

(Codice di Deontologia medica)

Bibliografia

Burgess D. C., Burgess M. A., & Leask J. (2006). “The MMR vaccination and autism controversy in United Kingdom 1998–2005: Inevitable community outrage or a failure of risk communication?”. Vaccine, 24(18), 3921-3928.

Casiday R., Cresswell T., Wilson D., & Panter-Brick, C. (2006). “A survey of UK parental attitudes to the MMR vaccine and trust in medical authority”. Vaccine, 24(2), 177-184.

Bianchi A., Di Giovanni P., (2007). “La ricerca socio-psicopedagogica. Temi, metodi, problemi”.

Caitlin Jarrett, Rose Wilson, Maureen O’Leary, Elisabeth Eckersberger, Heidi J. Larson the SAGE Working Group on Vaccine Hesitancy, (2015) Strategies for addressing vaccine hesitancy – A systematic review. Vaccine, 33(34) Volume 33, Issue 34, 4180–4190

Dotti L, (2007) “Forma e Azione, Metodi e tecniche psicodrammatiche nella formazione e nell’intervento sociale”, Franco Angeli

Leask J., Kinnersley P., Jackson C., Cheater F., Bedford H., & Rowles G. (2012). “Communicating with parents about vaccination: a framework for health professionals”. BMC pediatrics, 12(1), 154.

Frasca G, Pascucci M.G. Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica (2012) “Studio di valutazione d’impatto delle disuguaglianze sull’adesione alle vaccinazioni” (Direzione Generale Sanità e Politiche Sociali e per l’Integrazione – Regione Emilia-Romagna)

Gust D. A., Darling N., Kennedy A., & Schwartz B. (2008). “Parents with doubts about vaccines: which vaccines and reasons why”. Pediatrics, 122(4), 718-725.

Leiter M.P., Maslach C., (2000) Preventing burnout and building engagement. Jossey-Bass, San Francisco (tr. it.: OCS Organizational Checkup System. Come prevenire il burnout e costruire l’impegno. O.S. Organizzazioni Speciali, Firenze, 2005).

Padula M.S., Giorgio Ilari G., Baraldi S., Guaraldi G.P., Ferretti E., Mulinai V., Svampa E., Venuta M. (2008) “Il burnout nella Medicina Generale: personalità del medico e personalità del paziente”, 42-47 Rivista della Società Italiana di Medicina Generale.

Buzzi B., Giovanardi I., Gridellini C., (2014) “La sindrome da burnout negli infermieri” Rivista L’Infermiere (5-2014) 29,-34

Valsecchi M, Speri L. et al. “Indagine sui Determinanti del Rifiuto dell’Offerta Vaccinale nella Regione Veneto” Report di Ricerca, Analisi dei Dati e Indicazioni Operative (DGR n. 3664 del 25.11. 2008 – All. B) (del. Az. ULSS 20 n. 278 del 27.05.2009)


Vaccini: una discussione oltre le ideologie

La posizione della Rete Sostenibilità e Salute

Nella nostra società ci troviamo oggi di fronte a una vera battaglia sul tema delle vaccinazioni, in un contesto ideologizzato in cui sembra impossibile rimanere estranei agli schieramenti del tutto a favore o tutto contro “i vaccini” (“pro-vax” vs “no-vax”). Questo tema, che negli ultimi mesi è stato strumentalizzato anche in ambito politico, è diventato così delicato che anche chi tenta di esprimersi in maniera non ideologica o strumentale e con riferimento a prove scientifiche può purtroppo venire posizionato da una parte o dall’altra della barricata e posto sul banco degli accusati. La Rete Sostenibilità e Salute, che al suo interno raccoglie oltre 25 associazioni (composte da medici, operatori sanitari e cittadini) che si occupano di salute da molto tempo, ritiene che per affrontare un tema complesso come quello dei vaccini sia necessario uscire dalla sfera ideologica e avviare una seria riflessione collettiva a partire dalle prove scientifiche disponibili e senza forzature. Di seguito presentiamo alcune considerazioni generali e un primo caso di concreta esemplificazione. 1. Da un punto di vista scientifico si dovrebbe evitare di proclamare verità “assolute, incontrovertibili e definitive” (ciò vale anche per scienze dure come la fisica). Da una prospettiva epistemologica è infatti considerato scientifico, a differenza degli enunciati della fede, proprio solo ciò che in linea di principio è “falsificabile” (principio di falsificazione di Popper). In questa prospettiva un serio dibattito scientifico su qualsiasi tema, incluso quello dei vaccini, non solo è lecito ma è parte del processo dialettico di costruzione e ridefinizione della conoscenza scientifica. 2. Pur con l’ovvia adesione al concetto di “vaccinazione”, riteniamo tuttavia che non abbia senso discutere di “vaccini”, come qualcosa da “prendere o lasciare” in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti collaterali, costi e va dunque valutato in modo specifico. In un dibattito scientifico non si potrebbe né asserire che tutti i vaccini esistenti abbiano prove altrettanto solide di efficacia, sicurezza e favorevole rapporto rischi e costi/benefici, né tanto meno il contrario. Dovrebbe invece essere possibile esprimersi su ogni singolo vaccino e su ogni strategia vaccinale, come si fa per farmaci differenti, sia pure accomunati da meccanismi d’azione simili. 3. È assodato che molti vaccini hanno rappresentato per la salute dell’Umanità un passo avanti enorme. Sono presenti contestualmente: A) molti vaccini con forti/fortissime prove di effetti positivi a livello individuale e/o di comunità di gran lunga superiori ai possibili effetti negativi e con profilo di costoefficacia molto favorevole B) alcuni vaccini, o alcune strategie di implementazione, con importanti segnali di inappropriatezza se proposti a tutta la popolazione o in alcuni gruppi. Ci limiteremo a un solo esempio concreto (Scheda con allegati su vaccino antimeningococco B), perché vorremmo che in questa fase il dibattito scientifico potesse svolgersi in contesti scientifici appropriati, senza censure né sanzioni. Ciò eviterebbe sia strumentalizzazioni mediatiche che stanno compromettendo un suo civile svolgimento, sia di diffondere senza necessità nella popolazione dubbi che in sede scientifica possono trovare risposte esaurienti e, auspichiamo, consensuali. C) anche vaccini collocabili in specifiche “aree grigie” meritevoli di ulteriori indagini, in cui le prove scientifiche a disposizione non permettono di raggiungere conclusioni solide. Nei casi rientranti nel punto A riteniamo fondamentale promuovere la vaccinazione, in quelli del gruppo B chiediamo di poter ridiscutere con argomentazioni scientifiche le strategie d’offerta del Piano Nazionale Vaccini/PNV. Anche nei casi di rilevante incertezza (gruppo C), pensiamo andrebbe fatta salva la possibilità di ciascuno di accedere alle relative vaccinazioni, a condizioni controllate dalla Sanità pubblica, come messo in atto con merito da più Regioni. Purché sia assicurato a chi chiede di effettuarle un consenso davvero informato, sui gradi di incertezza e sulla reale entità non solo dei benefici attesi, ma anche delle reazioni avverse rilevate negli studi registrativi randomizzati controllati e dalla farmacovigilanza attiva. Nel nostro ordinamento il consenso informato a qualunque trattamento sanitario è il fondamento della liceità dell’attività sanitaria, e rappresenta un “valore finale” (valore in sé, di rango sovraordinato) indipendente dall’esito stesso dell’atto sanitario. Vorremmo anche portare all’attenzione scientifica alcune “aree grigie” cruciali per la salute e la sicurezza della comunità e per la sostenibilità del nostro SSN, che meriterebbero di essere chiarite attraverso ricerche realizzate con supporto istituzionale, indipendenti da sponsor commerciali e con ricercatori senza conflitti di interesse. 4. In un’ottica sistemica e di medicina centrata sulla persona non è opportuno riferirsi solo alla popolazione generale, ma è necessario ragionare su specifici gruppi di popolazione. Vi sono, infatti, alcuni vaccini che hanno mostrato in studi randomizzati su esiti clinici maggiori prove convincenti di appropriatezza per alcuni gruppi di persone (es. il vaccino antinfluenzale negli anziani cardiopatici: Udell JA et al. JAMA. 2013;310:1711-20; Donzelli A e Battaggia A. Ricerca & Pratica 2014;30:1-12), o che potrebbero essere inappropriati in alcuni specifici gruppi (es. donne nel primo trimestre di gravidanza: Zerbo O et al. JAMA Pediatr 2017;171:1711-20 e Comment). In relazione a quanto sopra, la Rete Sostenibilità e Salute ritiene urgente: avviare un serio dibattito all’interno della comunità scientifica sul tema dei vaccini, che consenta di superare contrapposizioni ideologiche e di presentare alla popolazione informazioni complete basate sulle migliori prove disponibili. Per ristabilire una relazione di fiducia tra comunità scientifica e cittadini è anche necessario che le informazioni fornite siano indipendenti da interessi commerciali. Siamo convinti che si possa promuovere la salute, così come un’offerta vaccinale con altissima adesione, solo se la cittadinanza sarà informata in modo credibile e adeguato, e sarà attiva e consapevole. In coerenza, riteniamo opportuno che il “board” per una legge nazionale intesa a rendere obbligatorie le vaccinazioni per iscriversi a scuola, attivato dall’Onorevole Gelli (http://bit.ly/2pWmAL4) con le maggiori Società scientifiche che si occupano di vaccini e il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, includa anche esperti indipendenti dalle Società scientifiche, liberi da potenziali conflitti di interesse, per affrontare nel contesto appropriato alcuni temi scientifici controversi. Un’accelerazione su una legge nazionale che estenda l’obbligo a gran parte delle vaccinazioni incluse nel PNV sarebbe una forzatura se soffoca il confronto scientifico e gli indispensabili contributi che ne possono derivare. Ad eccezione della profilassi antimorbillo, per cui ha basi scientifiche puntare al 95% della copertura, per altri vaccini non si vedono al momento condizioni di emergenza né di urgenza tali da giustificare l’adozione di provvedimenti coercitivi. La copertura necessaria è infatti inferiore al 95% per altri vaccini (e ovviamente irrilevante per l’antitetanica), come si può verificare da documenti dell’Istituto Superiore di Sanità – All. A e Andre FE et al, Bulletin of the WHO 2008;86:140- 6. Come RSS è stato avviato un gruppo di lavoro interdisciplinare per confrontarci in merito a importanti punti controversi, su cui non va impedito il dibattito della comunità scientifica. Ne esemplifichiamo alcuni: 1) vaccini o aspetti connessi a singole vaccinazioni che si trovano tuttora nella sopracitata “zona grigia”, meritevoli di ulteriore ricerca prima di considerarli oggetto di forte raccomandazione 2) iniziative per migliorare il sistema di sorveglianza post marketing per i farmaci in generale e i vaccini in particolare (partendo da esempi come quelli della Regione Veneto, che ha tassi di segnalazione di reazioni avverse 25-28 volte maggiori di quelli della media delle altre Regioni – v. http://bit.ly/2rf7V1Z pag. 21) 3) durata dell’immunità. Non tutti i vaccini proteggono “a vita”, per non pochi la protezione è solo di alcuni anni come ammette il PNV, che chiede ad es.: – una rivaccinazione annuale antinfluenzale per tutti dai 50 anni – richiami ravvicinati fino a 18 anni per vaccini anti difterite, tetano, pertosse e poliomielite, poi rivaccinazioni decennali universali per le prime tre. – o come il documento congiunto SIF, SItI, SIP, FIMMG, FIMP, che auspica già una rivaccinazione antipertosse ogni cinque anni per gli operatori sanitari a contatto con il neonato, perché “dati recenti indicano che alcuni soggetti possono essere ritornati allo stato di suscettibilità dopo alcuni anni”. L’implicazione è che i bambini sono già circondati da soggetti esposti ad es. alla pertosse, a partire da chi li accompagna/preleva dalla scuola. Ciò implica che alcune strategie di implementazione andrebbero ripensate in un’ottica di lungo periodo, per evitare che per alcune malattie si sposti solo l’età di trasmissione, con rischi potenzialmente più seri per anziani e malati cronici. 4) collocare i vaccini nel più ampio contesto delle politiche di prevenzione. Dato che, a livello sistemico, le malattie infettive si manifestano per l’interazione tra un agente infettante, un ospite (e le sue difese) e un ambiente, la prevenzione dovrebbe intervenire sulle tre componenti. In quest’ottica bisognerebbe darsi priorità sia tra le vaccinazioni, sia nell’insieme degli interventi preventivi: non si possono usare “tutti i vaccini disponibili” e trascurare ad es. gli interventi sugli stili di vita con grande e documentata efficacia nel ridurre sia morbosità e mortalità per malattie infettive, sia malattie croniche e mortalità generale. 5) Non ci risultano prove comparative che la coercizione ottenga risultati migliori di altre misure di informazione credibile e ricerca del consenso e responsabilizzazione sociale [in Italia il Veneto ha tassi di copertura molto soddisfacenti (Bollettino SItI Campania 17-5-17), pur avendo sospeso l’obbligo dal 2008, fatta salva un’immediata reintroduzione in caso di necessità]. Una revisione sistematica (Ames HMR et al. Cochrane review 2017 http://bit.ly/2q6klcq) conclude che i genitori vogliono informazioni bilanciate su benefici e rischi, imparziali, chiare e specifiche per specifiche esigenze informative (gli esitanti desiderano più informazione). Prima di generalizzare ed estendere misure obbligatorie, generando uno stato di allarme collettivo, sarebbe opportuno (e corretta applicazione di un metodo scientifico) valutare i risultati comparativi tra Regioni che hanno o no vincolato la frequenza scolastica all’esecuzione di vaccinazioni, fatta salva la possibilità di considerare la reintroduzione dell’obbligo in realtà locali dove il monitoraggio mostrasse discesa dei tassi di copertura ai livelli sopra indicati nell’All. A.

Bologna, 29 Maggio 2017 Rete Sostenibilità e Salute


* Vaccinazioni in Norvegia

Informazioni accessibili sul sito governativo, traduzione di Cinzia Marini.

Subito dopo la nascita, una Helsesøster (infermiera specializzata in infanzia e prevenzione) comunale va a trovare la famiglia a casa e si presenta, vede l’ambiente e il bambino, dà consigli. Questa Helsesøster, del consultorio comunale di ogni quartiere o paese, segue il bambino fino all’età scolare, dopodichè viene seguito da quella della scuola. Nel consultorio si fanno anche i controlli pediatrici, il pediatra è comunale e gratuito.

Nessun vaccino è obbligatorio per la frequenza scolastica o di nido/asilo. Esiste però un programma di vaccini consigliati, che viene offerto gratuitamente a tutti i bambini. I genitori vengono invitati singolarmente al consultorio pubblico di quartiere per essere informati e/o avere chiarimenti, dopodichè si può decidere di non farli, così come in qualsiasi momento si può cambiare idea e richiederli, nel qual caso la Helsesøster farà un calendario vaccinale ad hoc.

Non si firma consenso informato scritto per il vaccino, ma si firma un consenso generico (permetto/non permetto). Tutte le informazioni sugli effetti collaterali sono accessibili su siti governativi e su depliant del Ministero della Salute. I genitori ricevono per posta un appuntamento per ogni vaccinazione. La Helsesøster registra eventuali reazioni avverse e le inserisce in un database governativo. In aggiunta, registra i vaccini fatti in un database al quale ognuno ha accesso personalmente (per i minori, i genitori) e sul quale si può vedere quali vaccini si sono fatti, quando, e stamparsi il certificato.

Le coperture vaccinali in Norvegia si aggirano sul 95%.

In tutto i vaccini consigliati sono 12:

Difterite, tetano, pertosse, Hib (influenza), epatite B, pneumococco, polio, morbillo, parotite, rosolia, rotavirus, HPV.

Se il padre o la madre provengono da un paese con alta incidenza di tubercolosi, viene offerto anche il vaccino BCG antitubercolosi.

Calendario dei vaccini

6 settimane:

Prima dose rotavirus (perorale).

3 mesi:

Seconda dose rotavirus (perorale)

Prima dose esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib e epatite B)

Prima dose pneumococco

5 mesi:

Seconda dose esavalente

Seconda dose pneumococco

12 mesi:

Terza dose esavalente

Terza dose pneumococco

15 mesi:

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

7–8 anni (2. classe):

Quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio)

11–12 anni (6. classe)

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

12–13 anni (7. classe)

Per le bambine: HPV (papilloma), tre dosi in un anno

15–16 anni (10. classe)

Seconda dose del quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio).


Vaccini la fiducia è una cosa seria formato PDF

Esitazione vaccinale l’obbligatorietà è la soluzione? formato PDF

Si vaccini chi può e chi ci riesce

Le novità del decreto legge sui vaccini sito del Ministero della Salute

“Non capisci un cazzo, non hai diritto di parola”

Vaccini una discussione oltre le ideologie

Società contro scienza 

 

Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

AstraRicerche_Cera_di_Cupra_Sintesi

Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

Il caso Guinness Good Times

Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF

hate speech

Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

Apologia dell’impermanenza

Apologia della perdita della memoria. Apologia della dimenticanza. Contro il predominio della memoria. Non saprei davvero come esprimere questo concetto. Fatto sta che ho cominciato a cancellare i post e le foto che accompagnano la mia attività sui social.

La memoria per funzionare non tiene tutto immagazzinato allo stesso livello. Alcune cose sono facilmente reperibili, altre vanno in latenza, altre ancora si perdono. Da quando FB ha cominciato a riproporre i ricordi, cioè i post degli anni passati, mi sono accorta che non tutto valeva la pena di essere ricordato. Alcune cose non parlavano più di me, altre erano del tutto trascurabili e passeggere. Altre ancora erano scritte in contesti talmente diversi da quello attuale da non essere più nemmeno intelligibili. Così ho deciso di cancellare perché penso che la selezione  dei ricordi sia un modo di rispondere alla nullificazione derivante dal ricordare tutto.

Come persona attiva sui social mi sono ritrovata a sentirmi vincolata da quello che ero, quasi incastrata da un modello che nel frattempo è cambiato. Quel modello di me poteva piacere ma nessuno di noi è indispensabile. Quando qualcuno muore, sui social continua a esistere un fantasma della sua identità tenuta in vita dagli amici e dalle persone care. Però non ci vuole una grande attenzione a notare che spesso ci sono persone che scompaiono dalla nostra timeline e non cambia assolutamente nulla. Si trovano nuovi equilibri, si acquisiscono nuovi contatti e tutto va avanti.

Lasciare che le cose si perdano è naturale, umano. Ogni cosa esistente è impermanente. Sì, cancello i post perché mi piace l’idea che le parole scritte si perdano come si perdono quelle pronunciate. La memoria non trattiene tutto ma fa selezione. Se il social è la memoria indistinta, la mia decisione agisce come selezione. E la selezione è anche perdita. Chi lo sa se quei post che ho cancellato erano ancora utili. È un rischio che corro di fronte a un’alternativa preferibile: cercare strade nuove per arrivare agli stessi punti con una consapevolezza diversa.

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

patata-bollente-2017-ape10

ruby