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Vaccini, fiducia e patto sociale

Un amico mi ha chiesto di essere chiara sulla mia posizione. Bene, accolgo il consiglio e semplifico le cose al massimo. Ritengo che i vaccini siano una cosa positiva. Il problema però rimane su come comunicare questo messaggio. Sono convinta che l’imposizione per legge, soprattutto nel clima attuale, possa peggiorare la situazione.

Ho discusso molto in questi giorni ma soprattutto ho letto. Di tutto ciò che mi è passato tra le mani due cose mi sembrano particolarmente importanti. Uno è il commento della mia amica Cinzia Marini che lavora in ambito sanitario in Norvegia dove la copertura vaccinale è altissima pur senza alcun obbligo. L’altro è un articolo di Roberta Villa, medico e giornalista scientifico, per la rivista Strade. Io non aggiungerò niente perché loro rappresentano in modo eccellente anche il mio pensiero.

Cinzia Marini

Allora, in estrema sintesi le coperture vaccinali in Norvegia si aggirano sul 95%. Non c’è l’obbligo di niente, i vaccini sono tutti solo consigliati, ma la gente li fa. Perché? Chiede Ilaria [l’autrice di questo blog n.d.r.]. Premetto che lavoro in ambito sanitario, precisamente ricerca clinica, e conosco bene il paese perché ci vivo da vent’anni e ci ho allevato una figlia e conosco benissimo il sistema sanitario e la mentalità. Il motivo principale è il patto sociale. C’è fiducia nelle istituzioni, c’è fiducia nel sistema sanitario e nella medicina. Si fa una seria politica di prevenzione che inizia con la gravidanza e finisce con la tomba. Ci sono molti meno medici per numero di abitanti che non in Italia, ma ci sono altre figure professionali preparate che in Italia non esistono e che lavorano sul campo insieme ai medici e vicino alla gente. Potrei parlare del servizio capillare di ostetriche che seguono le donne in gravidanza o le cosiddette “Helsesøster” che ricordano quelle che ai miei tempi a Firenze negli anni 70 erano le “assistenti sanitarie” che lavorano nella scuola, seguono ogni bambino da quando nasce a quando finisce la scuola anche con visite a casa, fanno i controlli, filtrano le visite inutili dal pediatra, vaccinano, consigliano e ascoltano i dubbi e rispondono in maniera comprensibili a tutti e da pari a pari, conoscono l’evidenza scientifica ma anche l’empowerment e le tecniche comunicative. Questo riguarda anche i medici naturalmente. Si comunica da pari a pari, non nel senso che tutte le opinioni valgono uguale, esiste un’evidenza scientifica alla quale tutti i medici si attengono, non esiste un medico che sconsigli le vaccinazioni, ma non si trattano i pazienti dall’alto in basso, si è costruito da sempre un rapporto di fiducia. Questa è la ragione. Poi mi potete parlare di alto livello di istruzione, di benessere economico, di socialdemocrazia e di quello che vi pare, ma il motivo principale secondo me è il patto sociale.


VACCINI: LA FIDUCIA È UNA COSA SERIA

di Roberta Villa

Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove scientifiche esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma, come la stessa scienza dimostra, non siamo solo esseri razionali: non basta, quindi, elencare fatti e dati per (ri)conquistare la fiducia di pazienti e consumatori sempre più disorientati.

Il termine che ricorre più spesso in Italia nel dibattito sui vaccini che sta incendiando nuovi e vecchi media in queste settimane è “obbligo”: da più parti si ripete che solo costringendo i genitori a vaccinare i loro figli, pena la mancata ammissione all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, o perfino alla scuola elementare, si potranno far risalire le coperture, mettendoci al riparo da gravi malattie tuttora circolanti, come pertosse o morbillo, o che potrebbero tornare, come poliomielite o difterite. Qualcuno addirittura invoca la sospensione della patria potestà per i genitori renitenti, o la minaccia di sottrar loro i bambini e darli in adozione.

Appena però si mette il naso al di là delle mura di casa nostra, si scopre che la parola chiave del dibattito sull’esitazione vaccinale è un’altra. Ovunque si parla soprattutto di “trust”, fiducia, la fiducia che una quota crescente della popolazione di tutto il mondo più ricco ha perso nei confronti della politica, delle istituzioni in generale, e in particolare delle autorità sanitarie. E di come rimediare a questo vulnus, all’origine del calo delle coperture.

Si parla di fiducia nel recente documento “Vaccination and Trust” dell’Organizzazione mondiale della sanità, che raccoglie le prove scientifiche attualmente disponibili su cui l’agenzia fonda le sue raccomandazioni. Si parlava di costruire un rapporto di fiducia nel titolo del documento che un paio di anni fa il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha dedicato alla “Comunicazione sulle vaccinazioni”, “Communication on immunization. Building trust”. “Building trust in immunization” è anche il titolo scelto dall’UNICEF per una serie di documenti guida su come stringere alleanze per migliorare le coperture vaccinali nei diversi Paesi del mondo.

Moltissime pubblicazioni scientifiche attribuiscono a questa diffusa perdita di fiducia il recente calo delle coperture vaccinali. Un fenomeno, è bene ricordare, che non è in nessun modo “tipicamente italiano”, come a volte si sente dire, né può essere quindi ricondotto alla scarsa preparazione scientifica degli italiani, al prevalere di una cultura umanistica, o alla carenza dell’insegnamento del metodo scientifico nelle scuole, dal momento che si verifica ovunque. Il problema, declinato in vario modo, riguarda tutto il mondo.

Ma da dove nasce questa perdita di fiducia nell’autorità costituita, che in politica suscita movimenti populisti e nel campo della salute alimenta ostilità nei confronti dei vaccini e simpatia per le “medicine non convenzionali”? Alla base ci sono fenomeni sociali complessi, che si stanno studiando.

Un fattore potrebbe essere il fatto che le masse, più scolarizzate di quanto siano mai state nella storia dell’umanità, non sono più disposte a delegare le decisioni alle élite, scientifiche, economiche o socioculturali che siano, con la stessa facilità di un tempo. Le persone vogliono essere informate, coinvolte e avere in voce in capitolo, soprattutto se si tratta della propria salute. E la possibilità che insorgano dubbi o si manifestino rifiuti è il prezzo da pagare, l’altra faccia di quell’empowerment dei cittadini e dei pazienti che si è perseguito a lungo, allo scopo di superare il paternalismo che tradizionalmente governava il rapporto medico e paziente.

Bisogna pentirsi di questo processo? Non credo. Ma certamente occorre governarlo, con strumenti e modalità ancora tutte da scoprire, anche alla luce dell’introduzione di internet prima e dei social network poi, che hanno disintermediato e rivoluzionato l’accesso alla conoscenza. La società in cui viviamo non è solo una post-truth society, secondo il termine definito parola dell’anno dall’Oxford Dictionary, ma anche, e forse di più, una post-trust society.

Per quanto riguarda il caso specifico, esemplare e sintomatico, dei vaccini, è senz’altro vero quel che si ripete sempre, cioè che questi farmaci sono vittima del loro successo. Hanno infatti allontanato dai nostri occhi malattie come poliomielite o difterite, che proprio per questo non fanno più paura. Non appena però appare all’orizzonte una minaccia che spaventa davvero, come le morti per meningite, o l’epidemia di ebola in Africa occidentale, le perplessità sui vaccini, o i sospetti sugli interessi economici delle case farmaceutiche che li producono, svaniscono come neve al sole. Si fa la coda per ricevere il vaccino o si impreca contro le aziende che non l’hanno mai messo a punto.

Ma non è tutto qui. A erodere la fiducia del pubblico nei confronti dei vaccini ha contribuito moltissimo anche la famosa bufala sul presunto legame tra autismo e vaccino mpr contro morbillo, parotite e rosolia, messa in piedi, con uno studio poi rivelatosi fraudolento, dal gastroenterologo inglese Andrew Wakefield. Non è un male che il paper, pur ritrattato da Lancet, che l’aveva inspiegabilmente pubblicato, sia ancora disponibile in rete, in modo che ognuno, perfino i non addetti ai lavori, possa rendersi conto della debolezza dei dati su cui furono sollevati quei sospetti: 12 bambini con disturbi dello sviluppo, in 8 dei quali i genitori segnalavano un’associazione temporale tra la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia e la comparsa dei sintomi.

Otto bambini. Sono più di 95.000 quelli con fratelli maggiori autistici o sani, studiati in un lavoro pubblicato nel 2015 sul Journal of the American Medical Association, l’ultimo di una lunga serie che ha definitivamente smentito la falsa correlazione. Più di 1.200.000 quelli esaminati dalla metanalisi che l’anno prima ha passato al setaccio tutta la ricerca condotta per acclarare ogni dubbio su questo punto, con grande spreco di tempo e risorse. Eppure la gente continua a crederci. Perché?

Facile rispondere che le persone sono stupide. In realtà Wakefield ha scelto bene lo specchietto per le allodole con cui, per propri secondi fini economici, voleva screditare il vaccino mpr. L’autismo è una malattia di cui ancora si conoscono poco le cause e i meccanismi, che spaventa i genitori, che coinvolge le relazioni. A lungo si sono ingiustamente accusate le “mamme frigorifero” di rappresentarne il fattore scatenante, ed è quindi comprensibile la reazione di chi si attacca a una spiegazione che incolpa qualcun altro: lo Stato, i medici, le case farmaceutiche.

Non è razionale, certo, perché le prove scientifiche che assolvono i vaccini sono inequivocabili. Nessuna persona competente e ben informata può credere ancora oggi, alla luce delle prove esistenti, che il vaccino mpr provochi l’autismo. Ma non siamo solo esseri razionali. Le nostre convinzioni sono profondamente plasmate anche da fattori emotivi, dalla nostra esperienza personale, dai bias a cui nessuno sfugge. Dimenticare tutto questo e pensare che basti fornire una “corretta informazione scientifica” va paradossalmente proprio contro la scienza che ha dimostrato l’inefficacia di questo approccio.

Le autorità, poi, dovrebbero assumersi la loro parte di colpa per la sfiducia che il pubblico ha sviluppato nei confronti loro e delle vaccinazioni in particolare. Dopo il caso Wakefield, c’è stato un altro importante fenomeno globale che ha dato una pesante spallata alla loro autorevolezza. Nel corso della pandemia influenzale da virus A (H1N1) del 2009, la cosiddetta “suina”, si fecero clamorosi errori di gestione e comunicazione, che si stanno studiando ancora oggi. Ci furono mancanze in termini di trasparenza che gettarono l’ombra di possibili conflitti di interesse sulla dichiarazione e la gestione della pandemia. Ma soprattutto non si ridimensionò l’allarme iniziale, giustificato dall’alta letalità che sembrava emergere dal focolaio messicano, alla luce dell’andamento meno grave della malattia che man mano si confermava, nei mesi seguenti, nella maggior parte delle persone colpite.

Viceversa, in Italia, si scelse la strada della rassicurazione paternalistica, con un testimonial come Topo Gigio e lo slogan: “L’influenza A è una normale influenza”. La campagna riuscì a prendere due piccioni con una fava, banalizzando in un colpo solo sia l’influenza stagionale sia quella da H1N1, che riuscì così a fare le sue vittime, “poche”, per fortuna, più o meno quelle di una “normale influenza” ma per lo più giovani e precedentemente sane. Centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, parte dei quali, ammalatisi dopo l’arrivo del vaccino, si sarebbe potuta salvare. Ma come si poteva poi pensare, all’arrivo del vaccino, di convincere le persone a farselo somministrare, se era stato tutto un falso allarme? Insomma, un pasticcio, di cui in parte paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Ecco perché sono importanti la trasparenza e l’onestà della comunicazione, senza gonfiare i dati o presentarli in modo da enfatizzarli. Per questo bisogna avere il coraggio di ammettere francamente l’incertezza, quando ci sono aspetti di cui ancora non si può essere sicuri. E occorre usare cautela e gradualità nell’introdurre cambiamenti importanti nel calendario vaccinale, se c’è il rischio che il pubblico li percepisca come indirizzati dalle aziende farmaceutiche.

Con le emozioni delle persone, con la loro percezione del rischio, tanto più se si tratta dei loro bambini piccoli, non si può agire con leggerezza. È pericoloso gridare “al lupo, al lupo!”, invocare gravi emergenze e ricorrere a mezzi estremi al di fuori delle crisi, quando ci sarebbe tutto il tempo per interventi mirati, che comprendano potenziamento dei servizi e del personale, programmi di offerta attiva e facilitata, campagne di comunicazione mirate agli operatori sanitari prima ancora che ai genitori. L’effetto boomerang potrebbe essere un’ulteriore perdita di fiducia nelle istituzioni, che davvero non ci possiamo permettere.


La coercizione, il burionismo e il fallimento conclamato della comunicazione in medicina

di Annalisa Corbo (fonte)

“La capacità degli operatori sanitari di porsi in modo equilibrato ed efficace nell’ascolto e nell’osservazione di ciò che il paziente può comunicare e di dialogare in maniera altrettanto efficace sia con i pazienti che con colleghi e collaboratori, è un’abilità, spesso sottovalutata, che deve essere adeguatamente promossa in ogni contesto di cura”. (2015, Ministero della Salute, Direzione Generale della programmazione sanitaria, “Comunicazione e performance professionale: metodi e strumenti”, Ufficio III)

La situazione

Il giorno 19 maggio 2017 è stato approvato il Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli per per diverse patologie pena il non inserimento a scuola (già dall’anno scolastico 2017/2018) e già a partire dal nido oltre che la segnalazione diretta da parte dell’ASL al Tribunale dei Minori per l’avvio al procedimento della sospensione della responsabilità genitoriale. Ecco l’elenco di queste patologie, assieme alla copertura ufficiale registrata nel 2015:

antipoliomielitica (93,4%)

anti-difterica (93,35%)

anti-tetanica (93,56%)

anti-epatite B (93,2 %)

anti-pertosse (93,3 %)

anti Haemophilus Influenzae  tipo B (93,03 %)

anti-meningococcica B (anti-meningococcica età pediatrica 88,73%)

anti-meningococcica C (76,62 %)

anti-morbillo (85,29%

anti-rosolia (85,22%)

anti-parotite (85,23%)

anti-varicella (30,73%)

Il livello ottimale per la copertura vaccinale per garantire la cosiddetta immunità di gregge è del 95%. Per tutte le malattie, siamo sotto tale soglia e il trend è in diminuzione. Nel 2011, per esempio, in Italia eravamo oltre il 96%.

Di seguito l’andamento vaccinale per la Poliomielite (Istituto Superiore di Sanità):

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Cos’è successo dopo il 2012? Cosa ha portato i genitori italiani a vaccinare sempre meno nonostante, secondo i dati ufficiali, gli effetti collaterali gravi dei vaccini abbiano un’incidenza infinitamente inferiore rispetto ai danni gravi provocati dalle malattie per cui si vaccinano i bambini?

Sono andata a spulciare gli studi publicati dall’Istituto Superiore di Sanità e ne ho trovati due entrambi davvero molto validi ed interessanti in italiano: uno svolto su territorio veneto (2009 poi ridiscusso nel 2013 in occasione della giornata delle vaccinazioni) e uno in Emilia Romagna (studio statistico tra i bambini nati tra il 2007 e il 2011), oltre i numerosi articoli esteri molto accurati sia sulla cosiddetta vaccine hesitancy, sia a livello di misurazione, sia a livello di proposta strategica per farvi fronte. Non ho trovato pubblicazioni online di studi a livello nazionale se non in inglese, che vi segnalo in bibliografia e su cui baso alcune delle mie osservazioni.

La prima risposta alla domanda “cosa è avvenuto?” che leggendo i dati viene da dare sul decremento vaccinale, è la mala informazione che riceve un forte impulso dalla diffusione dell’utilizzo di Internet e dei social network. Questa è aiutata dalla tendenza di alcuni genitori ad affidarsi a frotte di comunicatori, spesso titolati, che hanno fatto proselitismo, in buona o in cattiva fede, con notizie false o inesatte, talvolta sensazionalistiche e spesso fuorvianti, accogliendo ed ascoltando persone dubbiose e spaventate.  Viene voglia di pensare quindi che i genitori che scelgono di non vaccinare i propri figli, siano una manica di ignoranti da etichettare come persone senza senso civico, ostili alle regole della buona convivenza comune. Entrambi gli studi italiani smentiscono questa visione così come gli studi stranieri.

In Italia genitore dubbioso tipico è un genitore o sotto i 25 anni o sopra i 35, di estrazione culturale medio alta, informatizzato e molto interessato al tema vaccinale.  Il primo dato che emerge dallo studio veneto inoltre è che 4300 famiglie hanno partecipato allo studio, un numero molto elevato rispetto alla popolazione regionale, dandoci la certezza che per tutti i genitori quello delle vaccinazioni è un tema caldo.  I dati di tale studio indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando. Ma anche i “non vaccinanti” si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su qualche vaccinazione (un dato interessante è che tra i più favorevoli ai vaccini, ci sono gli stranieri). Colpisce il fatto che in momenti in cui non vi è un vero e proprio allarme legato alla diffusione di una malattia, la percezione del pericolo legato alla malattia stessa sia attutita a fronte della paura degli eventi avversi immediati più di quelli a lungo termine delle vaccinazioni che da quella malattia proteggono.

La mala informazione non passa però solo da coloro che diffondono notizie false o inesatte: l’aria di sfiducia nel Sistema Sanitario Nazionale che aleggia tra i dubbiosi dipinge una sanità che viene percepita dall’utenza come poco trasparente, poco dialogante e poco attenta al paziente. In fatto di vaccinazioni, dato che si tratta di una azione preventiva, tale sentore può avere effetti molto più incidenti sul comportamento e sull’allontanamento da tale prassi, soprattutto in un momento storico che si avvicina all’emergenza ma che ancora non lo è, in cui gli effetti gravi delle malattie per cui ci si vaccina, non sono ancora così diffusi.

Ma dove si informano i genitori?

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico. Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i “non vaccinati”. (Valsecchi, 2009)

I genitori che vaccinano sempre meno o procrastinano sono in diversi casi genitori in preda a paure ed ansie difficili da gestire e che talvolta non trovano lo spazio di ascolto e di informazione adeguato nelle sedi appropriate. Negli studi presi in considerazione, viene illustrato come i genitori esitanti siano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con un’unica strategia e all’interno delle strategie che hanno il maggior successo, ci sono quelle improntate al dialogo e all’informazione.Il colloquio pre-vaccinale, per esempio, è promosso dallo studio pubblicato dall’ISS come prassi estremamente incidente sulla presa di decisione finale.

Veniamo ora alle strategie che riguardano le vaccinazioni obbligatorie. Dallo stesso studio sopra citato, emerge che la sospensione dell’obbligo non abbia modificato le adesioni. In occasione della ridiscussione nel 2013 durante la Giornata delle Vaccinazioni, il dott. Leonardo Speri, uno degli autori del documento che analizza l’adesione nella Regione Veneto, sostiene che anche in Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia.

È infatti cresciuto anche il numero di medici che accolgono le preoccupazioni di alcune famiglie programmando calendari vaccinali completi ma alternativi.

Quando si ha una popolazione che segue una scelta vaccinale fluida e in trasformazione indipendentemente dall’obbligo, non si può ragionare semplificando.

Il complesso fenomeno dell’esitazione vaccinale non è solo italiano ed è diventato talmente importante e preoccupante che il WHO (World Health Organization) ha costituito un gruppo di studio, il “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”, con lo scopo di analizzarlo e di dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. Nel documento prodotto da questo gruppo di esperti  viene ribadito che è fondamentale che ciascun Paese proceda prima all’analisi del fenomeno al proprio interno proprio perché le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche. Da questa conoscenza deriva poi l’adozione delle politiche più adeguate al proprio territorio.

… L’Italia l’ha fatto prima di proporre 12 vaccini obbligatori pena il non inserimento nella scuola dell’obbligo?

 

La comunicazione ai tempi del burionismo

Uno scenario sconfortante per chi, come me, insegna comunicazione in ambito sanitario,  è osservare sui social network l’erigersi di barricate in cui le persone si auto-etichettano o vengono etichettate con i più fantasiosi epiteti (da “servi del potere” a “zecche ignoranti” a “pro-vax” o “anti-vax” ecc ecc) ingaggiando sterili conflitti che le portano a essere a favore o contro i vaccini, conflitti durante i quali sono sistematicamente ignorati gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Ancora più sconfortante è osservare come professionisti della medicina alimentino tale polarizzazione non facendo altro che rafforzare le posizioni di chi è male informato.

La mia attenzione, negli ultimi mesi, è planata sulla pagina FB del Prof. Burioni. Il professore che comunica contenuti scientificamente accreditati e scientificamente impeccabili, usa una modalità di comunicazione che vizia il controproducente fenomeno sociale della polarizzazione delle posizioni e dell’etichettamento delle persone. Se si presenta un dubbio, questo non viene accolto, analizzato ed eventualmente contestato ma immediatamente messo a tacere con azioni verbali aggressive indirizzate alla qualità della persona e non al fatto in questione, cosa che invece meriterebbe spazio e tempo.

La cosa che mi porta ad essere ancora più critica nei confronti di tale tipo di comunicazione è il fatto che questa sia distante dai principi e dai valori di incertezza ed apertura di cui il pensiero scientifico è costituzionalmente permeo. “La scienza non è democratica” (cit. Burioni, da commento in pagina FB) è una profonda inesattezza. La scienza è per sua primaria natura in evoluzione e in divenire e questo tipo di comunicazione aggressiva è controproducente per il pensiero scientifico stesso oltre che distante dai principi del rinnovato Codice Deontologico dei medici che pone l’accento sulla necessità di adeguare la professionalità alla realtà sociale in evoluzione. Il pensiero scientifico e soprattutto la prassi medica non  hanno lo scopo di polarizzare o domandare ragione bensì valorizzare la distinzione di competenze per favorire l’affidamento ed è proprio nel cosiddetto “burnout” del professionista della medicina che si annida il pericolo della depersonalizzazione cioè di quel distacco del professionista della cura dall’utente e che lo porta a disinteressarsi alla qualità o problematica umana del proprio interlocutore.

Il nostro amico burnout

Secondo il sindacato ANAAO, molti medici e operatori sanitari sono a rischio burnout. Diverse le cause percepite dagli stessi medici intervistati: eccessivo condizionamento della politica nei confronti della professione e della carriera, carichi di lavoro pesanti, mancanza di personale, l’aumento dei contenziosi. Il burnout è una sindrome da esaurimento emotivo molto diffusa, soprattutto tra chi ha nella relazione con un’utenza il focus del proprio lavoro. In una delle sue manifestazioni più evidenti, il burnout porta il professionista a depersonalizzare la relazione con i propri interlocutori (spesso i pazienti ma a volte anche colleghi e collaboratori), perdendo completamente l’interesse nei confronti della relazione con loro. Gestire il burnout in medicina non è semplice ma è possibile in quanto una famiglia dubbiosa non è “parte di una percentuale di persone che non capiscono” ma ha una sua propria storia, sempre diversa. Far fronte alle paure dell’utenza dubbiosa è possibile: serve informazione, formazione, trasparenza e ascolto oltre che studi approfonditi e riferiti alla vaccine hesitancy locale, in modo da avere strumenti per farvi fronte.

Immaginatevi la scena

Vesto i panni della psicodrammatista e vi invito ad immaginarvi una scena che potrebbe essere molto comune: una famiglia è convocata in ambulatorio vaccinale per la prima volta ma è molto titubante e anche un po’ spaventata: essendo una famiglia interessata alla salute e ai metodi di cura, ha letto molti articoli online e si è imbattuta anche in alcuni articoli che parlano degli effetti avversi dei vaccini, ha guardato video dove medici immunologi citano ricerche pubblicate che parlano delle impurità dannose che sono contenute nei vaccini in commercio, per cui ha il timore che il vaccino che sta per somministrare al figlio potrebbe compromettere seriamente la sua salute. Il figlio dei vicini di casa, poco dopo la vaccinazione è stato malissimo. Però quando hanno riferito la cosa, sono stati liquidati con un frettoloso: “Non può essere stata la vaccinazione”. Hanno anche saputo che forse i vaccini provocano l’autismo anche se poi quello studio è stato invalidato ma “chissà quante pressioni che ci saranno state”, sicuramente “le case farmaceutiche avranno fatto di tutto per affossare la verità”. Del resto, “regalano viaggi ai medici!” Proprio quei medici che oggi incontrano. La famiglia viene invitata a firmare un foglio dove dichiarano che il bambino non è allergico a determinate sostanze (ma loro non lo sanno in quanto il bambino ha 3 mesi) e che la famiglia stessa si prende la responsabilità di ogni effetto avverso. La famiglia mostra il proprio scetticismo ai medici e agli operatori dell’ambulatorio che, ormai esauriti da attacchi alla loro professionalità, frustrati e screditati, rispondono risentiti con tecnicismi e si mostrano ostili. Il conflitto si apre e si cristallizza sulle posizioni invece che sugli interessi comuni (il benessere del bambino) quindi la famiglia torna a casa arrabbiata, senza aver vaccinato il bambino, più confusa di prima e trova accoglienza e comprensione da parte di chi promuove alternative alle vaccinazioni.

Chi ha fatto mala informazione in questo caso? Servono operatori sanitari non solo preparati tecnicamente ma anche formati alla comunicazione oltre che tutelati a livello emotivo. Serve tempo e competenza per spiegare, raccontare, illustrare, placare ansie, accogliere perché è la medicina che deve tornare ad essere depositaria di fiducia, proprio perché dimostra di mettersi costantemente in discussione come effettivamente fa, in qualità di disciplina scientifica e solo con la trasparenza si può parlare di messa in discussione. Perché la competenza e la coscienziosità professionale sono attitudini sia scientifiche sia democratiche e in questo, coloro che hanno un dubbio, devono tornare ad avere fiducia. Serve che qualcuno aiuti i medici a gestire la frustrazione e a rispondere a questa con una gestione appropriata delle proprie emozioni e del conseguente comportamento di ruolo adeguato e qualcuno che guidi i genitori verso una scelta consapevole.

Coercizione

In quest’ottica… a quanto servirà quindi questo obbligo di 12 vaccinazioni pena l’esclusione dalla scuola (dell’obbligo) e il sollevamento dalla responsabilità genitoriale per favorire la cultura della prevenzione? Se stiamo ai numeri delle ricerche precedenti, poco. Se dovessimo promuovere l’ottica della trasparenza, ancora meno. La coercizione è un atto di chiusura del dialogo tra istituzione e cittadini, specchio di uno Stato che riconosce di non avere le risorse per prendere provvedimenti in direzione educativa e di promozione della salute, oltre a decretare il fallimento della comunicazione in medicina operatore-paziente nell’ambito delle vaccinazioni e della prevenzione.

Il clima di fiducia in seno al quale nasce e si sviluppa il senso civico, prevede onestà, sempre, anche quando la sincerità è difficile da mostrare e la cultura della prevenzione e il rispetto delle istituzioni è ciò che a tutti i cittadini dovrebbe permeare da uno Stato rispettoso, depositario di fiducia e attento ai cambiamenti sociali.

Il nostro Stato, oggi, sarebbe capace di ciò?

Art. 20

Relazione di cura

La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura.

(Codice di Deontologia medica)

Bibliografia

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Vaccinazioni in Norvegia

Informazioni accessibili sul sito governativo, traduzione di Cinzia Marini.

Subito dopo la nascita, una Helsesøster (infermiera specializzata in infanzia e prevenzione) comunale va a trovare la famiglia a casa e si presenta, vede l’ambiente e il bambino, dà consigli. Questa Helsesøster, del consultorio comunale di ogni quartiere o paese, segue il bambino fino all’età scolare, dopodichè viene seguito da quella della scuola. Nel consultorio si fanno anche i controlli pediatrici, il pediatra è comunale e gratuito.

Nessun vaccino è obbligatorio per la frequenza scolastica o di nido/asilo. Esiste però un programma di vaccini consigliati, che viene offerto gratuitamente a tutti i bambini. I genitori vengono invitati singolarmente al consultorio pubblico di quartiere per essere informati e/o avere chiarimenti, dopodichè si può decidere di non farli, così come in qualsiasi momento si può cambiare idea e richiederli, nel qual caso la Helsesøster farà un calendario vaccinale ad hoc.

Non si firma consenso informato scritto per il vaccino, ma si firma un consenso generico (permetto/non permetto). Tutte le informazioni sugli effetti collaterali sono accessibili su siti governativi e su depliant del Ministero della Salute. I genitori ricevono per posta un appuntamento per ogni vaccinazione. La Helsesøster registra eventuali reazioni avverse e le inserisce in un database governativo. In aggiunta, registra i vaccini fatti in un database al quale ognuno ha accesso personalmente (per i minori, i genitori) e sul quale si può vedere quali vaccini si sono fatti, quando, e stamparsi il certificato.

Le coperture vaccinali in Norvegia si aggirano sul 95%.

In tutto i vaccini consigliati sono 12:

Difterite, tetano, pertosse, Hib (influenza), epatite B, pneumococco, polio, morbillo, parotite, rosolia, rotavirus, HPV.

Se il padre o la madre provengono da un paese con alta incidenza di tubercolosi, viene offerto anche il vaccino BCG antitubercolosi.

Calendario dei vaccini

6 settimane:

Prima dose rotavirus (perorale).

3 mesi:

Seconda dose rotavirus (perorale)

Prima dose esavalente (difterite, tetano, pertosse, polio, Hib e epatite B)

Prima dose pneumococco

5 mesi:

Seconda dose esavalente

Seconda dose pneumococco

12 mesi:

Terza dose esavalente

Terza dose pneumococco

15 mesi:

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

7–8 anni (2. classe):

Quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio)

11–12 anni (6. classe)

Vaccino MMR (morbillo, parotite, rubella)

12–13 anni (7. classe)

Per le bambine: HPV (papilloma), tre dosi in un anno

15–16 anni (10. classe)

Seconda dose del quadrivalente (difterite, tetano, pertosse, polio).


Vaccini la fiducia è una cosa seria formato PDF

Le novità del decreto legge sui vaccini sito del Ministero della Salute

“Non capisci un cazzo, non hai diritto di parola”

Si vaccini chi può e chi ci riesce

 

Sesso e karnazza. Sessismo e stereotipi nella comunicazione pubblicitaria

La pubblicità non crea modelli e valori, si aggancia simboli, modelli valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti.

Ma nel momento in cui un prodotto, per rendersi desiderabile, si aggancia a valori già acquisiti, li consolida nell’immaginario collettivo.

Annamaria Testa, Donne e pubblicità, 4 aprile 2011


Il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale «è vincolante per aziende che investono in pubblicità, agenzie, consulenti pubblicitari, mezzi di diffusione della pubblicità, le loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di pubblicità».

http://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/il-codice/

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona

La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.

Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Scherzi a Parte: La prosciutta. Scherzo a Nina Moric

Boss: capo / Bossy: dispotico
Persuasive: convincente / Pushy: assillante
Dedicated: impegnato / Selfish: egoista
Neat: ordinato / Vain: vanesio
Smooth: raffinato / Show off: montato
Non lasciare che le etichette ti ostacolino


I prodotti Dove e la bellezza


Questione RASA IL PRATINO

Da dove viene «Rasa il pratino»

 

MATERIALI:

RACCOLTA DI PUBBLICITA’ CARTACEE

AstraRicerche_Cera_di_Cupra_Sintesi

Codice di autoregolamentazione 8.3.2017

Il caso Guinness Good Times

Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

Superare gli stereotipi pubblicitari sulle donne (e sugli uomini)

 

 

Sesso a carnazza locandina PDF

hate speech

Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

Apologia dell’impermanenza

Apologia della perdita della memoria. Apologia della dimenticanza. Contro il predominio della memoria. Non saprei davvero come esprimere questo concetto. Fatto sta che ho cominciato a cancellare i post e le foto che accompagnano la mia attività sui social.

La memoria per funzionare non tiene tutto immagazzinato allo stesso livello. Alcune cose sono facilmente reperibili, altre vanno in latenza, altre ancora si perdono. Da quando FB ha cominciato a riproporre i ricordi, cioè i post degli anni passati, mi sono accorta che non tutto valeva la pena di essere ricordato. Alcune cose non parlavano più di me, altre erano del tutto trascurabili e passeggere. Altre ancora erano scritte in contesti talmente diversi da quello attuale da non essere più nemmeno intelligibili. Così ho deciso di cancellare perché penso che la selezione  dei ricordi sia un modo di rispondere alla nullificazione derivante dal ricordare tutto.

Come persona attiva sui social mi sono ritrovata a sentirmi vincolata da quello che ero, quasi incastrata da un modello che nel frattempo è cambiato. Quel modello di me poteva piacere ma nessuno di noi è indispensabile. Quando qualcuno muore, sui social continua a esistere un fantasma della sua identità tenuta in vita dagli amici e dalle persone care. Però non ci vuole una grande attenzione a notare che spesso ci sono persone che scompaiono dalla nostra timeline e non cambia assolutamente nulla. Si trovano nuovi equilibri, si acquisiscono nuovi contatti e tutto va avanti.

Lasciare che le cose si perdano è naturale, umano. Ogni cosa esistente è impermanente. Sì, cancello i post perché mi piace l’idea che le parole scritte si perdano come si perdono quelle pronunciate. La memoria non trattiene tutto ma fa selezione. Se il social è la memoria indistinta, la mia decisione agisce come selezione. E la selezione è anche perdita. Chi lo sa se quei post che ho cancellato erano ancora utili. È un rischio che corro di fronte a un’alternativa preferibile: cercare strade nuove per arrivare agli stessi punti con una consapevolezza diversa.

Doppiopesismo no grazie

È proprio vero che nelle vicende della vita c’è sempre tanta, tanta ironia. Eh sì, perché proprio ieri la palma dell’eleganza e del sessismo se la contendevano Libero con Asia Argento. Da una parte la patata bollente della Raggi e dall’altra la schiena lardosa delle Meloni.

Di certo non mi trovo bene nei panni del moralizzatore. Per me tutti possono dire tutto. Quello che però risulta veramente fastidioso − e non mi impegno in altri aggettivi più intensi perché non lo meritano − è l’atteggiamento di quelli che si lanciano in improbabili perorazioni della causa basandosi sull’opinione politica.

La foto della meloni − che qui volutamente non riporto − era accompagnata da questa didascalia: “Back fat of the rich and shameless – Make Italy great again – #fascist spotted grazing”. Tradotto: “La schiena lardosa della ricca e svergognata – Make Italy great again – #fascista ritratta al pascolo”. Il tutto è riportato da Il Fatto.

Non spenderò neanche una parola a spiegare se condivido la Meloni nelle sue posizioni politiche perché non è questo il punto. Non commenterò la Argento che da parte sua si è scusata decentemente, senza cercare giustificazioni. Non commenterò neanche Libero che invece non si è scusato affatto e nella sua compulsione a reiterare, sembra il tizio fastidioso che ti da di gomito per dirti sempre la stessa barzelletta.

Il punto è che di fronte al body shaming è importante assumere gli stessi comportamenti nei confronti di chiunque, che se ne condividano le idee oppure no. Dunque non è neanche questione, come sottolineava la Meloni, di spiegare il proprio corpo con la gravidanza o gli altri eventi che incidono sul fisico di una persona.

Il proprio corpo non va spiegato né giustificato: esiste e basta. Ognuna ha il corpo che ha, grasso o magro, vecchio o giovane, alto o basso, normodotato o diversamente abile. E questa cosa o la si prende sul serio o non la si prende per niente.

È normale che a questo punto ci si ponga una domanda: “e allora gli sfottò sulla statura di Brunetta e l’obesità di Adinolfi”? La domanda è legittima ancorché abusata. La mia prima considerazione è che non mi è mai capitato di scrivere che Brunetta è un nano o Adinolfi è un ciccione perché la cosa mi mette a disagio, molto semplicemente. A voi si?

Detto questo c’è però una differenza rispetto a quei casi. Per loro, infatti, non c’è mai stato nessuno ad argomentare a posteriori che non è una vera offesa e che le questioni di genere sono diventate troppo mainstream. Io non difendo una donna specifica, affermo il principio che nessuna va additata per il corpo che si ritrova.

E se si dice nessuna, nessuna dev’essere per davvero. Se non altro perché le parole che usi ti possono ritornare indietro, in forme imprevedibili, quando meno te lo aspetti.

È un’offesa basata sulla vergogna del corpo, punto. Si può usare oppure no: è una scelta. L’importante è non raccontarsi che “patata bollente” è un intollerabile atto di sessismo mentre “schiena lardosa” è perfettamente tollerabile. Chiunque in rete è libero di scrivere ciò che vuole: è nelle sue facoltà. Ma spacciare la melma per fiorellini di campo significa parlarsi addosso.

Volete il gioco al massacro? Accomodatevi. Ma l’usare due pesi e due misure vi farà apparire inconsistenti, siatene certi. A patto che ci teniate alla credibilità, ovviamente, e a quel ristretto pubblico che gli da ancora importanza e di cui vi fregiate di fare parte. In caso contrario fate pure, sapendo però che a forza di usare due pesi e due misure finirà che diventerà accettabile solo quello che ci conviene. Che è come dire che il criterio dii valutazione è semplicemente il nostro  tornaconto.

Ps. Per quelli che si affaticano a dire “e allora gli uomini”: tranquilli la questione del body shaming riguarda anche voi, se ci tenete. Quelli che invece si danno da fare a spiegare alle donne cos’è maschilista e cosa no vorrei rassicurarli sul fatto che ci hanno già pensato.

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Trump e il suo storytelling

La narrazione di sé è cosa di fondamentale importanza, in politica e non. La cultura del fumetto ha sempre colto pefettamente questo aspetto e lo si può riscontrare anche oggi nei disegni di Arthur Adams, rilanciati da molti blog tematici, in cui personaggi politici di primissimo piano vengono rappresentati come supereroi del nostro tempo. Adams declina la loro immagine in termini negativi ma questo poco importa. Che li si ami o che li si odi, ciò che conta è il loro essere super. Più o meno programmaticamente sono i personaggi stessi ad autorappresentarsi in veste di eroi, come se fossero una barriera vivente di fronte a un qualche pericolo letale.

In questo senso sono molto interessanti le prime prese di posizione di Trump che si orientano in tre direzioni precise: antiterrorismo, antiabortismo e costruzione del muro messicano. In qualche modo, in tutti e tre i casi, l’estetica del gesto – la firma che blocca il pericolo – è il punto centrale dell’operazione. In altre parole sembra che Trump stia costruendo la propria immagine basandosi sull’amplificazione della narrazione di sé e delle proprie azioni ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Trump agisce  in chroma key come se il contesto non esistesse, come se fosse un monarca assoluto che non tiene conto delle reazioni e delle ricadute negative per gli stati uniti.

Partiamo ad esempio dalle misure antiterrorismo. Questo è l’ordine esecutivo di Trump che da un giro di vite ai visti per l’ingresso negli Stati Uniti:  Protecting the Nation From Foreign Terrorist Entry Into The United StatesContro il radicalismo islamico Trump promette di bloccare i visti da Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen ma non si preoccupa affatto di bloccare i visti dall’Arabia saudita e dai paesi del Golfo. Gli iracheni e i siriani non possono entrare, i sauditi sì (Reuters: Trump expected to order temporary ban on refugees, Il Foglio: Senza Visa). Nel settembre 2016 il Congresso ha approvato la legge che permette di fare causa ai governi stranieri per un coinvolgimento diretto negli attentati alle Torri Gemelle: checché se ne pensi il dato interessante è che la prima della lista è l’Arabia Saudita. Quello di Trump non è niente di più del solito antiterrorismo strabico che però viene proposto come misura rivoluzionaria.  La corte suprema può intervenire: “orders are subject to repeal or modification by Congress in certain cases and review by the Supreme Court”. Ma Trump dovrà anche nominare un nuovo giudice per la Corte Suprema. Al momento il giudice federale di New York, ha emesso un’ordinanza di emergenza che impedisce temporaneamente agli Stati Uniti di espellere i rifugiati: ecco l’atto firmato da Ann Donnelly. Questi invece sono i punti dell’ordine esecutivo “Protezione della nazione dall’ingresso di terroristi stranieri negli Usa”. Del resto era prevedibile che una reazione ci sarebbe stata e così sta avvenendo. La conseguenza principale dei provvedimenti Trump è uno stato di totale confusione.

È interessante anche la vicenda dei tagli a Planned Parenthood (genitorialità pianificata). Trump ha revocato i finanziamenti all’associazione internazionale Planned Parenthood ma non a quella che opera in America: in questo caso il provvedimento deve passare dal parlamento mentre per l’associazione internazionale è possibile emanare un ordine esecutivo. La notizia arriva dal sito italiano Pro-vita che a sua volta si aggancia al sito anglofono Life news:

President Donald Trump Signs Executive Order to Defund International Planned Parenthood Planned Parenthood “touché” da un ordine esecutivo di Trump

Dunque i finanziamenti a International Planned Parenthood Federation e i contributi americani alla UNFPA (agenzia per la pianificazione familiare) dell’ONU sono stati revocati. Ma Planned Parenthood of America non è stata ancora toccata. Trump molto probabilmente ci proverà ma dovrà passare dal parlamento. L’azione quindi non è ancora conclusa ma viene già narrata come completa nonostante le reazioni generali facciano pensare che la Planned Parenthood of America sarà una battaglia assai più difficile. Si veda, prima tra tutte, la Women march on Washington.

People gather for the Women's March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

People gather for the Women’s March in Washington U.S., January 21, 2017. REUTERS.Shannon Stapleton

Riguardo al Messico la notizia è che Trump ha firmato l’ordine esecutivo per costruire il muro con il Messico. Peccato che già nel 2012 uno studio del Pew Research Center, rilanciato dal Sole 24 ore, riferisse di un cambiamento storico nei modelli migratori che poneva fine ad un flusso durato oltre 40 anni. Secondo quanto riportato dallo studio il tasso di emigrazione verso gli Usa nel 2012 era azzerato e non dava segni di ripresa. Sempre il Sole, basandosi sui dati del Pew Research Center,  a novembre 2018 segnalava che negli ultimi anni l’immigrazione irregolare verso gli Stati Uniti ha avuto una inversione di tendenza. Gli irregolari in questo flusso sono una percentuale alta (52%) ma il flusso in sé è complessivamente in calo. Dal 2007, ossia dall’inizio della recessione, c’è stata una riduzione del fenomeno dell’immigrazione spagnola. A questo si deve poi aggiungere l’effetto Trump come ricordato anche da Latin news: “According to US border patrol statistics a total of 150,304 immigrants were arrested when trying to enter the US illegally between October 2015 and February 2016, a 24% increase on the same year-earlier period”. Nonostante i dati, il presidente porta a casa il risultato di immagine, anche a costo di danneggiare gli Stati Uniti. In Arizona, California, Nevada e Texas i messicani di classe media spendevano cifre importanti per acquistare abbigliamento, profumi e articoli di lusso. Adesso invece lo stesso governo messicano invita a non farlo più con un danno non ancora quantificabile ma ben prevedibile. Non c’è nulla da minimizzare né da normaizzare: la situazione è seria comunque la si guardi. Proprio per questo è importante capire la comunicazione di Trump e perché funziona così bene nonostante tutto.

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Ps. Questo post non è e non vuole essere esaustivo: rappresenta uno work in progress per mettere insieme le informazioni che arrivano in un momento particolarmente caotico. Per questo ringrazio Massimo Faggioli, Giorgio Bernardelli, Anna Alina, Sabrina Ancarola e Roberto Maurizi dai cui post ho raccolto materiali utili.

How a President Can Use Orders and Memos and Who Can Stop Them – ABC News

Net Migration from Mexico Falls to Zero – and Perhaps Less

Il sistema giudiziario federale negli Stati Uniti

Trump firma l’ordine per costruire il muro con il Messico – Il Sole 24 ore

Trump Signs Executive Orders on Border Wall, Immigration – ABC News

Cosa ha deciso Trump sull’aborto – Il Post

Come cambierà la Corte Suprema – Washington Post

Guerra commerciale USA – Messico

Inside the confusion of the Trump executive order and travel ban

Effetto Trump: è boom di migranti dal Messico verso gli Usa

Mexico braced for exodus to US as ‘Trump effect’ hurts the peso _ The Guardian

 

 

Hai diffuso il video? Stronzo!

Scusatemi per il titolo, sapete che uso il turpiloquio quando è strettamente necessario. In questo caso era strettamente necessario per parodiare la parodia. Dopo il successo mediatico del video dove si vedono due persone durante una fellatio erano infatti fiorite le parodie sul tormentone “Hai fatto il video? Bravoh”. Fate caso alle parole. All’inizio avevo scritto che si vedeva una ragazza mentre faceva sesso orale a un ragazzo poi però ho corretto perché questo è un punto vista che può essere ribaltato. Si può benissimo dire che nel video si vede il membro di un ragazzo che chiede del sesso orale a una ragazza.

Le parole sono importanti, mi faceva notare un’amica ieri, e condivideva con me un banner dove si legge: «Strangolata una prostituta» corretto in «donna». Non fatemi puntualizzare che non tutti gli uomini sono assassini o stupratori: lo dico in continuazione su questo blog. Ma le parole fanno la differenza e sono il riflesso di una mentalità. Per una fellatio ci vogliono un pene e una bocca. Perché, per la stessa identica pratica, la bocca dovrebbe provare vergogna e il pene essere orgoglioso?

La vicenda che ha portato al suicidio di Tiziana Cantone è squallida ma non per il sesso o per il video. Non mi interessa giudicare i comportamenti sessuali di qualcuno. La vicenda è squallida perché chi ha girato il video con lei si è sentito in una posizione forte quindi ha creduto di essere in diritto di diffonderlo. Ho visto il filmato ma non lo linkerò perché comunque è una cosa intima e lei non voleva che fosse diffuso. Voglio solo far notare che lei, con quelle famose parole, cercava di eccitare lui. E voglio anche evidenziare quello che accade dopo la frase all’origine di tutte le parodie. A un certo punto si sente lui che dice: «Ci sta un signore là». Il signore gli dice qualcosa e il ragazzo risponde: «Scusate!». Sta sorridendo imbarazzato, lo si sente dal tono di voce, ridacchia. Anche la ragazza dice qualcosa e lui rivolto a lei spiega: «Signore ‘sti cazzi, sono di casa qua. E infatti ho detto “scusate”». Poi di nuovo verso quello fuori ripete imbarazzato: «Sì, scusa eh. Scusami. Scusami». Lui è l’eroe lei è la sgualdrina.

Chi ha visto questo video o anche solo sentito l’audio aveva elementi per giudicare − non tutti ma molti. Oggi Peter Gomez ha scritto questo incipit: «Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone». È vero, non sono stati i soli e sono stati gli unici a scusarsi. Sto cercando l’articolo in cui si ipotizzava che Tiziana Cantone stesse cercando di farsi strada come pornostar. Avevo letto il titolo poco fa, ma l’articolo non si trova: il link reinderizza sul mea culpa di Gomez. Così è la rete: un giorno sei sulla cresta dell’onda e il giorno dopo ti trovi scaraventato a terra. Credi di aver scritto una cosa brillante e poco dopo te ne penti. Succede. Nessuno ne è esente. L’importante è assumersi le proprie responsabilità. Ma non mi piace il bullismo. Non mi piace contro Tiziana Cantone e neanche contro Elisa D’Ospina che aveva scritto il pezzo scomparso (vi si leggeva tra l’altro: “Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?”). Ognuno però si assuma le proprie responsabilità.

Chi ha realizzato le parodie su Tiziana Cantone, le magliette, i gruppi Facebook, chi aveva partecipato a quello che era diventato un fenomeno virale probabilmente non sapeva che la messa online del video non era consensuale. Ora però sanno, tutti sanno: un tizio le ha fatto un video, più video, mentre faceva sesso con lei. In un primo momento risultava che lui avesse condiviso quei filmati privati senza il consenso di lei. Ora sembra che lei stessa li abbia inoltrati a quattro amici. Uno o più amici sono stati gli artefici della diffusione in rete. Alle spalle di lei. Forse pensando di essere ganzi hanno compiuto un atto di una violenza inaudita. Il video ha assunto dimensioni virali e lei è diventata la zoccola, lo zimbello della rete. Tiziana Cantone ha cercato di far smettere quella giostra sospinta dall’ondata di slut shaming, l’onta della sgualdrina. Stava per cambiare identità, scomparendo pur di proteggersi, e alla fine si è suicidata.

I video che sono circolati sono atti di bullismo. Lei sapeva di essere ripresa. Fare sesso le piaceva e magari le piaceva pure fare i video. E allora cosa cambia? Questo non aggiunge né toglie niente al sopruso di cui è stata vittima. Il fatto stesso di poter vedere quei video ci rende testimoni di un atto violento. Una violenza che non è nell’atto sessuale e nemmeno nella sua registrazione. Una violenza che consiste nell’aver calpestato i limiti di uno spazio privato e delicato rendendolo pubblico all’insaputa di lei, anzi ai suoi danni.

Alla luce di questa consapevolezza e di ciò che ne è seguito le parodie  diventano qualcosa di macabro e vagamente necrofilo. Assumetevi le vostre responsabilità, solo questo. Leggendo del caso anch’io mi sono sono imbattuta in uno youtuber che aveva fatto una parodia di Tiziana Cantone. Niente di eccezionale, solo una delle tante varianti del tormentone «Hai fatto il video? Bravoh». Gli altri utenti stavano lasciando commenti durissimi sotto il video della sua parodia e lui si lamentava accusando l’ipocrisia del suo pubblico. Fin qui tutto abbastanza banale. Sennonché il tizio aveva fatto un secondo video in cui diceva che la ragazza se l’era cercata.

Di solito non scrivo su Youtube stavolta invece ho deciso di lasciargli un commento. Non è nel mio stile offendere le persone, aggredirle o infamarle. Così gli ho scritto che non avevo visto il suo primo video e non mi interessava. Ma questo suo secondo video di lamentazioni mi nauseava perché diceva – parole sue – che la ragazza se l’era cercata. Ho fatto una banale constatazione: a causa di quanto aveva detto sarebbe stato sputtanato esattamente come la ragazza. Gli ho fatto notare che i blogger e gli altri youtuber ne avrebbero parlato e lui sarebbe stato sulla bocca di tutti. Dopo questa esperienza avrebbe potuto raccontare se era divertente o no essere bullizzato dalla rete. Ma gli ho anche detto che faceva ancora in tempo a salvarsi, a cancellare il video. E lui l’ha cancellato.

Era molto arrabbiato con l’ipocrisia della rete che prima ti esalta e poi ti butta giù dal trono. Il titolo del video era vergognoso, come le cose che diceva al suo interno: Tiziana Cantone si suicida e tutti moralisti?! Magari in parte aveva anche ragione ma non ho potuto finire di sentire i suoi argomenti. Adesso il suo video è privato. Ho lo screenshot con la sua faccia, conosco il nickname che usa e so come arrivare al suo canale. Non userò queste informazioni perché non mi piace il bullismo. Anche perché rispetto il fatto che abbia ritirato il video. Sono molti i tizi che fanno queste sparate a cuor leggero e poi si pentono, come quello di cui ha fatto lo screenshot la Lucarelli. Lui ha continuato a bullizzare Tiziana Cantone anche da morta ma di fronte alle reazioni ha cancellato il suo messaggio infame.

tizio

Un’amica mi ha segnalato un tizio, uno dei tanti, che ha scritto di Tiziana Cantone: “ha fatto la zoccola e poi si è pentita”. Non commento, non ne vale la pena, quello che penso l’ho già detto. Però vedete, cari signori, anche molti commentatori d’assalto poi si sono pentiti. I social sono una cosa ben strana. Un giorno vi portano in cima al mondo e il giorno dopo vi sbattono a terra e anche più giù. State sempre attenti a quello che scrivete, alle parole che usate, perché le parole sono importanti. E prima o poi vi accorgerete di quanto sia facile che vi si ritorcano contro.

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Ps.

Per documentazione aggiungo alcune informazioni. Francesco Capozza, vicepresidente di Corecom Marche, ha scritto questo tweet, sono seguite le reazione degli utenti che hanno provocato una sequela di esternazioni. Il profilo Twitter risulta disattivato. La testata DIRE riferisce che è stato fatto decadere dal suo incarico.

capozza

Pps.

È uscita la notizia che anche il primo commentatore Antonio Foglia, lo cito perché ormai il nome è noto, è stato rimosso dall’incarico. L’orchestra sinfonica di Salerno, dopo aver preso le distanze da quanto lui ha scritto, lo ha allontanato per le offese a Tiziana Cantone, la ragazza che si è suicidata

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