Archivi categoria: Medioriente

Dacca, Bangladesh: l’attentato al quartiere Gulshan

Rassegna stampa

Foto di Gulshan

Gulshan Ave,Dhaka,Bangladesh


Claudio, Adele, Simona e le altre vittime dell’assalto di Dacca

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/02/news/bangladesh_dacca_italiani-143266138/


Dhaka_ le parole sono fondamentali!

Fonte: http://www.invisiblearabs.com/2016/07/02/dhaka-le-parole-sono-fondamentali/


Il terrorismo alimenta il terrorismo. La sua radice deve essere affrontata con onestà, sincerità e coraggio.

Colpendo gente straniera i terroristi si sono assicurati una risonanza mediatica che non avrebbero avuto se avessero fatto strage solo di locali come solitamente accade nel Paese.

Attacchi alle minoranze religiose, indù, buddiste e cristiane. E adesso anche ai cittadini stranieri.

Bangladesh_ attacco a Dacca. Cittadini stranieri nel mirino

Fonte: http://agensir.it/mondo/2016/07/02/bangladesh-attacco-a-dacca-cittadini-stranieri-nel-mirino-sale-la-paura-delle-minoranze-religiose-del-paese/


La situazione è andata peggiorando nel corso dell’ultimo anno, è precipitata a settembre con l’uccisione di un cooperante italiano. Fino ad allora all’interno della comunità italiana non c’era paura, anzi. Sapevamo tutti che qui vigeva una sorta di razzismo al contrario: eri straniero quindi non saresti stato colpito dalla violenza generale. Questi due episodi hanno cambiato tutto, sono seguite delle forti ondate di rimpatri di parenti degli italiani che lavorano qui. Ora me ne aspetto una ancora più grossa.

Voi avete anche una scuola: avete anche studenti musulmani?
Certamente, il Paese è a maggioranza musulmana e la gran parte dei nostri studenti è di religione musulmana: diciamo, su 530 studenti, l’80%, a differenza degli insegnanti che sono quasi tutti cristiani. Ma attenzione, all’uomo della strada, al bengalese che incontri per strada, non interessa nulla che tu sia di un’altra religione, o  il fatto che tu sia straniero. A originare questi fatti sono influenze esterne, non si tratta di azioni naturali rispetto al clima che si respira normalmente qui. Poi non so dire se, come sostengono alcuni osservatori, ci sia dietro l’Arabia Saudita. Ma di certo le nuove scuole coraniche che hanno appena aperto non sono amichevoli, nei nostri confronti, e se provi ad andare a visitarle o a parlare con loro ti guardano male, a differenza di quanto è sempre successo con le vecchie scuole.

La verità è che quando giro per la città vedo ragazzi che non hanno alcuna possibilità, senza futuro, il livello generale d’istruzione è davvero basso, chi li vuole spingere verso forme di integralismo ha vita facile.

Padre Marangi_ «A Dacca il terrorismo ha influenze straniere, ma la povertà è terreno fertile»

Fonte: http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/07/02/strage-di-dacca-padre-marangi-a-dacca-il-terrorismo-ha-influenze-straniere-ma-la-poverta-e-terreno-fertile/


Di chi sono opera le uccisioni cui ho fatto cenno sopra?
Sembra che siano questi gruppetti che, messi al bando, hanno studiato una strategia di disturbo per creare disagio in campo internazionale e in campo interno. Primo obiettivo loro sarebbe il governo, da rovesciare a tutti i costi; ma non mancherebbe un obiettivo più ampio: darsi una legittimità come terroristi, in qualche modo mettendosi sotto l’ombrello dell’ISIS (e di Al Qaeda?), che vorrebbero far arrivare con il suo “califfato” anche in Bangladesh.

La strategia consiste nel colpire tutti i tipi di minoranze, per ora con uccisioni sporadiche; quale sarà il passo successivo è difficile dirlo. Hanno colpito dapprima agnostici e atei (o persone da loro classificate come tali), poi stranieri appartenenti a O.N.G. che si occupano di diritti umani e delle donne, hindu, sciiti, omosessuali dichiarati, ahmadyia, un prete cattolico e un pastore protestante, un cristiano convertito dall’islam, buddisti, anche musulmani sunniti (per lo più insegnanti) accusati di favorire la tradizione “baul”, poeti e cantastorie molto popolari, che esprimono una religiosità di tipo mistico e non settario. La scelta cade su persone conosciute e stimate nelle loro zone come buone, dialoganti.

Come va_ – Schegge di Bengala

Fonte: http://cagnasso.missionline.org/2016/05/24/come-va/


Dacca, commando ‘grazia’ studente musulmano ma lui rifiuta di lasciare amiche_ ucciso – Repubblica

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/03/news/dacca_bangladesh_studente_storia-143341153/


 

13606510_10208775710624583_532534618470093958_n

Annunci

La cultura islamica non esiste più

Padre Paolo Dall’Oglio, padre Jacques Mourad e la comunità di cristiani e musulmani di al-Qaryatayn sono la dimostrazione che l’amore è in grado di superare i confini etnici, religiosi, ideologici. Una comunità che aveva vissuto in pace e in reciproco rispetto fino all’arrivo dell’Is pochi mesi fa e di cui oggi rimangono macerie: padre Mourad, dopo essere stato ostaggio dell’Is, è riuscito a fuggire, di padre Dall’Oglio ormai da diversi mesi si sono perse le tracce, la sorte dei duecento cristiani rapiti insieme a padre Mourad è appesa a un filo, mentre il monastero di Mar Elian è stato distrutto. Navid Kermani, scrittore tedesco di origini iraniane, musulmano, in questo discorso pronunciato il 18 ottobre 2015 – qualche settimana prima degli attentati di Parigi del 13 novembre – presso la Paulskirche di Francoforte in occasione del conferimento del Premio per la pace dei librai tedeschi, ricorda il suo incontro con padre Mourad, esorta i musulmani a fare i conti con quel che la loro cultura è diventata e l’Occidente a non girarsi dall’altra parte.

MicroMega

di Navid Kermani

Nel giorno in cui ricevevo la notizia di essere stato insignito del Premio per la pace dei librai tedeschi, in quello stesso giorno veniva rapito in Siria Jacques Mourad. Due uomini armati sono entrati nel monastero di Mar Elian alla periferia della cittadina di al-Qaryatayn chiedendo di padre Jacques. Lo hanno trovato nel suo piccolo, misero ufficio, che fungeva allo stesso tempo da soggiorno e camera da letto, lo hanno preso e portato via. Il 21 maggio 2015 Jacques Mourad è diventato un ostaggio del sedicente «Stato islamico».

Ho conosciuto padre Jacques nell’autunno del 2012, mentre attraversavo per un reportage una Siria già scossa dalla guerra. Si occupava della comunità cattolica di al-Qaryatayn e allo stesso tempo faceva parte dell’ordine di Mar Musa, fondato agli inizi degli anni Ottanta sulle rovine di un antico monastero paleocristiano. Si tratta di una comunità cristiana particolare, certamente unica, che si è dedicata all’incontro con l’islam e all’amore per i musulmani. Le suore e i monaci osservano scrupolosamente i precetti e i riti della propria Chiesa cattolica, e con altrettanta abnegazione si dedicano all’islam, partecipando alle tradizioni musulmane fino al punto di prendere parte al Ramadan. Suona folle, da pazzi: cristiani che, stando alle loro stesse parole, si sono innamorati dell’islam. Eppure questo amore cristiano-musulmano è stato fino a non molto tempo fa realtà in Siria ed è rimasto ancora nei cuori di molti siriani. Con il lavoro delle loro mani, con la bontà del loro cuore e le preghiere della loro anima, le suore e i monaci di Mar Musa avevano creato un luogo che a me pareva utopico e che per loro rappresentava niente di meno che l’imminente – loro non avrebbero detto anticipata, ma certamente vissuta in anticipo – riconciliazione escatologica. Un convento di pietra del VII secolo nel mezzo della travolgente solitudine delle montagne nel deserto siriano, visitato da cristiani provenienti da ogni parte del mondo, ma al quale ogni giorno dozzine, centinaia di musulmani arabi bussavano per incontrare le loro sorelle e i loro fratelli cristiani, parlare con loro, cantare, stare in silenzio e anche per pregare secondo il loro rito islamico in un angolo della chiesa privo di immagini.

All’epoca della mia visita a padre Jacques nel 2012, il fondatore della comunità, il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, era appena stato espulso dal paese. A voce troppo alta padre Paolo aveva criticato il governo di al-Asad che, alla richiesta di democrazia e libertà da parte del popolo siriano – richiesta rimasta per nove mesi pacifica – aveva risposto con arresti e torture, manganelli e fucili d’assalto e infine anche con mostruosi massacri e persino gas tossici, finché il paese non è sprofondato nella guerra civile. Ma padre Paolo si era opposto anche alla leadership della Chiesa ufficiale siriana, che di fronte alla violenza del governo taceva. Invano aveva cercato di ottenere sostegno in Europa al movimento per la democrazia siriano, invano si era appellato alle Nazioni Unite per creare una no fly zone o perlomeno per inviare degli osservatori. Invano aveva messo in guardia dal rischio di una guerra di religione, mentre i gruppi laici e moderati venivano abbandonati a se stessi e gli jihadisti ottenevano sostegno dall’estero. Invano aveva tentato di spezzare il muro della nostra apatia. Nell’estate del 2013 il fondatore della comunità di Mar Musa tornò nuovamente in segreto in Siria per darsi da fare per alcuni amici musulmani che erano nelle mani dello Stato islamico, e infine è stato egli stesso rapito da quello stesso Stato islamico. Dal 28 luglio 2013 di padre Paolo Dall’Oglio si è persa ogni traccia.

Padre Jacques, rimasto il solo responsabile del monastero di Mar Elian, ha un’indole molto diversa: non è un oratore particolarmente dotato, non è un italiano carismatico ed esuberante ma, come molti siriani che ho conosciuto, un uomo altero, riflessivo, estremamente cortese, piuttosto alto, il volto largo, i capelli corti ancora scuri. Non ho avuto ovviamente modo di conoscerlo approfonditamente. Ho partecipato alla messa, che come in tutte le chiese orientali consisteva in canti meravigliosi e soavi, e ho osservato come volentieri scambiava quattro chiacchiere con i fedeli e i notabili locali al pranzo dopo la messa. Quando gli ospiti si furono congedati, mi portò per una mezz’ora nella sua minuscola stanza e accostò una sedia al suo piccolo letto, sul quale egli stesso prese posto per l’intervista.

A colpirmi non furono solo le sue parole: il coraggio con cui criticava il governo, la franchezza con cui parlava anche dell’arroccamento della sua stessa comunità cristiana. A imprimersi ancora più profondamente nella mia mente fu il suo contegno: un servitore di Dio – questa la mia percezione – taciturno, molto zelante, introverso e persino ascetico che, adesso che Dio lo aveva chiamato alla cura delle anime della difficile comunità cristiana di al-Qaryatayn e alla guida della comunità monastica, metteva tutto il suo impegno anche in questo ruolo pubblico. Gli occhi perlopiù chiusi, parlava a voce bassa e molto lentamente, come se stesse consapevolmente rallentando le pulsazioni e usando quell’intervista come pausa tra due incombenze ben più faticose. Allo stesso tempo parlava con grande ponderazione, usando frasi perfettamente compiute e ciò che andava dicendo era di una tale chiarezza e politicamente di una tale durezza che più volte gli ho chiesto se non fosse troppo pericoloso riferire tutto testualmente. Al che lui apriva i suoi gentili occhi scuri e faceva stancamente un cenno col capo: certo che potevo pubblicare tutto, se no semplicemente non avrebbe detto quel che aveva detto; il mondo deve sapere quel che accade in Siria.

Questa stanchezza – un altro aspetto potente, forse il più potente, dell’immagine che mi ero fatto di padre Jacques – era la stanchezza di un uomo che non solo ha compreso, ma ha anche accettato che per lui ci sarà pace forse solo nell’altra vita, la stanchezza di un medico o di un pompiere che risparmia le proprie forze per quando la necessità prenderà il sopravvento. E padre Jacques, in quanto prete in mezzo alla guerra, era davvero anche un medico e un pompiere, non solo per le anime della gente impaurita, ma anche per i corpi degli indigenti, a cui egli nella sua chiesa offriva cibo, protezione, vestiti, dimora e soprattutto cura a prescindere dalla loro fede. Centinaia, se non migliaia sono stati i rifugiati, per la maggior parte musulmani, accolti nel convento e assistiti fino alla fine dalla comunità di Mar Musa. Non solo: padre Jacques riuscì a mantenere la pace, anche la pace religiosa, per lo meno ad al-Qaryatayn. In particolare è grazie a lui, al taciturno, serio padre Jacques, che i diversi gruppi e milizie – alcuni filogovernativi, altri d’opposizione – si misero d’accordo per mettere al bando dalla cittadina le armi pesanti. E questo prete critico con la Chiesa riuscì anche a persuadere quasi tutti cristiani della sua comunità a rimanere. «Noi cristiani», mi disse padre Jacques, «apparteniamo a questo paese, anche se i fondamentalisti, tanto qui quanto in Europa, non amano sentirlo dire. La cultura araba è la nostra cultura».

Gli appelli di taluni politici occidentali ad accogliere solo gli arabi cristiani gli lasciavano l’amaro in bocca. Quell’Occidente che ha ignorato milioni di siriani di tutte le confessioni che manifestavano pacificamente per la democrazia e i diritti umani, quell’Occidente che ha rovinato l’Iraq e che procurato ad al-Asad il gas tossico, quell’Occidente alleato dell’Arabia Saudita e, in quanto tale, anche principale sponsor del jihadismo, quello stesso Occidente si preoccupa adesso dei cristiani arabi? Ci sarebbe da ridere, commentò padre Jacques rimanendo però impassibile. E, richiudendo gli occhi, proseguì: «Questi politici con le loro dichiarazioni irresponsabili promuovono esattamente quel confessionalismo che minaccia noi cristiani».
Le responsabilità che gravavano su padre Jacques, e che egli ha continuato ad assumersi come sempre senza lamentarsi, crescevano continuamente. I membri stranieri della comunità erano stati costretti a lasciare la Siria e a trovare rifugio nell’Iraq del Nord. Erano rimasti solo sette fra suore e monaci siriani, che si dividevano fra i due monasteri di Mar Musa e Mar Elian. Il fronte di guerra si spostava in continuazione e al-Qaryatayn si trovava ora sotto il controllo dello Stato ora sotto quello delle milizie. Come il resto della cittadinanza, i monaci e le suore dovevano adeguarsi ora all’una ora all’altra delle parti in guerra e in più tentare di sopravvivere agli attacchi aerei, quando la cittadina si trovava nelle mani dell’opposizione. Nel frattempo lo Stato islamico avanzava sempre di più verso il cuore della Siria. Pochi giorni prima di essere rapito, padre Jacques scriveva ad un’amica francese: «La minaccia dell’Is, una setta di terroristi che dà un’immagine terrificante dell’islam, è arrivata nella nostra regione. È difficile decidere cosa fare: dovremmo forse lasciare le nostre case? Sarebbe per noi difficile. È terribile rendersi conto che siamo stati abbandonati, soprattutto da quel mondo cristiano che ha deciso di mantenersi a distanza nella speranza di tenere lontano da sé il pericolo. Per loro non significhiamo niente».

In queste poche righe di una semplice mail, per di più scritta certamente di fretta, si incontrano due frasi caratteristiche di padre Jacques che sono allo stesso tempo un metro di paragone per ogni pensiero razionale. La prima è: «La minaccia dell’Is, una setta di terroristi che dà un’immagine terrificante dell’islam…»; la seconda è quella sul mondo cristiano: «Per loro non significhiamo niente». Difendeva la comunità altrui e criticava la propria. Fino a pochi giorni prima del suo rapimento, quando il gruppo che si richiama all’islam e pretende di applicare la legge del Corano minacciava già fisicamente lui e la sua comunità, padre Jacques insisteva ancora sul fatto che questi terroristi deformavano il vero volto dell’islam. A un musulmano a cui, di fronte allo Stato islamico, l’unica cosa che viene in mente da dire è la frase retorica che la violenza non ha a che fare con l’islam, non potrei che controbattere. Ma un cristiano, un prete cristiano, che potrebbe essere cacciato, umiliato, rapito o ucciso da fedeli di un’altra religione e che nonostante tutto si ostina a difenderla, un tale servitore di Dio mostra una grandezza che ho incontrato solo nelle vite dei santi.

Uno come me non può difendere l’islam con questi argomenti. Non deve. L’amore verso se stessi – la propria cultura, il proprio paese e anche la propria stessa persona – si mostra nell’autocritica. L’amore verso gli altri – un’altra persona, un’altra cultura e anche un’altra religione – può permettersi di essere più appassionato, incondizionato. Certo, l’amore per gli altri presuppone l’amore per sé. Ma innamorati si può essere solo degli altri, proprio come padre Paolo e padre Jacques lo sono dell’islam. L’amore per se stessi, invece, deve essere tormentato, dubbioso, sempre pronto a porsi delle domande, se non vuole soccombere sotto il peso del narcisismo, dell’autoincensamento, della vanità. Quanto vale oggi questo discorso per l’islam! Chi da musulmano non lotta con l’islam, non lo mette in dubbio, non lo interroga criticamente, non ama l’islam.

Non parliamo solo delle terribili notizie e delle ancor più terribili immagini che provengono dalla Siria e dall’Iraq, dove a ogni atto di barbarie viene sventolato il Corano e a ogni decapitazione viene urlato «Allahu akbar». Anche in molti altri paesi del mondo islamico, se non nella maggior parte, quando si tratta di opprimere il popolo, discriminare le donne, perseguitare, cacciare, massacrare dissidenti, i fedeli di altre religioni, chiunque viva in modo diverso, le autorità statali, le istituzioni filogovernative, le scuole teologiche o i gruppi ribelli si appellano all’islam. In nome dell’islam, in Afghanistan le donne vengono lapidate, in Pakistan intere classi di studenti uccise, in Nigeria centinaia di ragazze rese schiave, in Libia i cristiani decapitati, in Bangladesh i blogger fucilati, in Somalia vengono messe bombe nei mercati, in Mali i sufi e i musicisti uccisi, in Arabia Saudita i dissidenti crocifissi, in Iran le più importanti opere della letteratura contemporanea vietate, in Bahrein gli sciiti oppressi, in Yemen i sunniti e gli sciiti aizzati gli uni contro gli altri.

Non c’è dubbio che la maggior parte dei musulmani rifiuti il terrore, la violenza e la repressione. Non si tratta solo di un’affermazione retorica, ma ne ho fatto esperienza diretta nel corso dei miei viaggi: coloro per i quali la libertà non è affatto scontata ne comprendono a maggior ragione il valore. Tutte le rivolte di massa degli scorsi anni nel mondo islamico erano rivolte per la democrazia e i diritti umani: non solo le rivoluzioni – tentate, anche se per la maggior parte fallite – in quasi tutti i paesi arabi, ma anche le proteste in Turchia, Iran, Pakistan e non ultima la rivolta nelle urne alle scorse elezioni presidenziali in Indonesia. Allo stesso modo i flussi di rifugiati mostrano dov’è che molti musulmani sperano di poter avere una vita migliore che nel loro paese: certamente non in dittature confessionali. E ancora: le notizie che ci giungono da Mosul o da al-Raqqa ci raccontano non dell’entusiasmo ma del panico e della disperazione della popolazione. Le principali autorità del mondo islamico hanno respinto la pretesa dell’Is di parlare in nome dell’islam e hanno sviscerato in dettaglio in che modo il suo agire e la sua ideologia contraddica il Corano e gli insegnamenti fondamentali della teologia islamica. E non dimentichiamo che sono musulmani quelli che combattono in prima linea contro l’Is: curdi, sciiti, persino alcuni gruppi sunniti e i soldati dell’esercito iracheno.

È necessario ribadirlo per non cadere nell’inganno – a cui ricorrono, usando le stesse parole, islamisti e critici dall’islam – secondo il quale l’islam sta conducendo una guerra contro l’Occidente. In verità bisognerebbe dire che l’islam sta conducendo una guerra contro se stesso: il mondo islamico è sconvolto da un conflitto interno, le cui conseguenze sulla cartografia politica ed etnica potrebbero uguagliare le fratture della prima guerra mondiale. L’Oriente multietnico, multireligioso e multiculturale che ho studiato sulle testimonianze letterarie medievali e che ho imparato ad amare come una realtà certamente mai perfetta, anzi continuamente minacciata, ma comunque vivacissima durante i miei lunghi soggiorni al Cairo e a Beirut, durante le vacanze estive da bambino a Isfahan e come reporter nel monastero di Mar Musa, questo Oriente esiste ormai tanto poco quanto il mondo di ieri, cui Stefan Zweig negli anni Venti guardava colmo di malinconia e tristezza.

Cos’è accaduto? Lo Stato islamico non è nato oggi e neanche con la guerra civile in Iraq e in Siria. I suoi metodi vengono respinti, ma la sua ideologia è il wahhabismo, che oggi dispiega i suoi effetti fino al più remoto angolo del mondo islamico e che, nella sua versione salafita, è diventato attraente anche per i giovani in Europa. Quando si scopre che i libri di testo e i piani di studi nello Stato islamico coincidono per il 95 per cento con quelli usati in Arabia Saudita, allora si scopre anche che il mondo è diviso in vietato e permesso e le persone in fedeli e infedeli non solo in Iraq e in Siria. Sponsorizzato dai miliardi derivanti dal petrolio, negli ultimi decenni nelle moschee, nei libri, in televisione si è andato diffondendo un pensiero che definisce tutti i fedeli di altre religioni senza eccezioni eretici, li oltraggia, li terrorizza, li denigra e li offende. Quando giorno per giorno altri essere umani vengono sistematicamente sminuiti, la logica conseguenza è che alla fine anche la loro stessa vita diventa priva di valore. E noi tedeschi, con la nostra storia, lo sappiamo bene. Che un tale fascismo religioso sia anche semplicemente pensabile, che l’Is trovi così tanti combattenti e ancora più simpatizzanti, che possa travolgere interi paesi e conquistare quasi senza combattere intere metropoli, non è l’inizio ma al contrario il punto di arrivo provvisorio di un lungo declino, un declino anche e soprattutto del pensiero religioso.

Ho iniziato a studiare orientalistica, e in particolare il Corano e la poesia, nel 1988. Credo che chi abbia studiato questa materia nella sua versione classica giunge al punto in cui non riesce più a tenere insieme passato e presente. Perde la speranza e diventa irrimedia-bilmente sentimentale. Ovviamente il passato non è stato tutto rose e fiori. Ma come filologo ho avuto a che fare soprattutto con gli scritti dei mistici, dei filosofi, dei retori e anche dei teologi. E io, anzi, noi studenti rimanevamo e rimaniamo meravigliati dall’originalità, l’apertura mentale, la forza estetica e anche la grandezza umana che incontriamo nella spiritualità di Ibn Arabi, nella poesia di Rumi, nella storiografia di Ibn Khaldun, nella teologia poetica di Abdulqaher al-Dschurdschani, nella filosofia di Averroè, nelle descrizioni di viaggi di Ibn Battuta e ancora nelle storie di Le mille e una notte, storie profane – sì, proprio profane – ed erotiche e per di più persino femministe e allo stesso tempo permeate in ogni singola pagina dello spirito e della poesia del Corano. Non si tratta certo di notizie di giornali, no. La realtà sociale di questa civiltà avanzata era più grigia e violenta. Eppure queste testimonianze raccontano di qualcosa che un tempo era pensabile, se non addirittura ovvio, nell’islam. Nella cultura religiosa dell’islam moderno non c’è niente, assolutamente niente che possa essere anche solo lontanamente paragonato – in termini di fascino e profondità – agli scritti in cui mi sono imbattuto nel corso dei miei studi. Per non parlare dell’architettura islamica, dell’arte islamica, della musica islamica: tutto questo non esiste più.

Porto come esempio la perdita di creatività e libertà nel mio ambito. Una volta era pensabile, se non addirittura ovvio, che il Corano fosse un testo poetico, nient’altro che poesia, che poteva essere compreso esclusivamente con gli strumenti e i metodi della poetologia. Era pensabile, se non addirittura ovvio, che un teologo fosse allo stesso tempo uno studioso di letteratura e un esperto di poesia, in molti casi persino poeta egli stesso. Oggi il mio professore al Cairo Nasr Hamid Abu Zayd è stato accusato di eresia, allontanato dalla sua cattedra e costretto persino al divorzio, perché intende lo studio del Corano come uno studio letterario. Ciò significa che oggi un simile approccio al Corano, che era un tempo ovvio e per il quale Nasr Abu Zayd poteva ricorrere ai migliori studiosi di teologia islamica classica, è diventato semplicemente impensabile. Un simile approccio al Corano viene oggi perseguito, punito e tacciato di eresia. Per di più il Corano è un testo non solo scritto in versi, ma che parla attraverso immagini sconcertanti, ambigue, misteriose. Non è neanche un vero e proprio libro, ma una messa in scena, lo spartito di un canto che commuove gli ascoltatori arabi con la sua ritmica, il suo andamento onomatopeico, la sua melodia. La teologia islamica non solo ha apprezzato le peculiarità estetiche del Corano, ma ha anche interpretato la bellezza della lingua alla stregua del miracolo autenticatore dell’islam. Oggi ovunque nel mondo islamico vediamo cosa accade quando la struttura linguistica di un testo non viene tenuta in alcun conto, non viene più compresa adeguatamente o semplicemente non se ne prende atto. Il Corano viene degradato a un vademecum da interrogare con un motore di ricerca su questa o quella parola d’ordine. La potenza linguistica del Corano si trasforma in dinamite politica.

Si legge spesso che l’islam dovrebbe attraversare le fiamme dell’illuminismo o che dovrebbe contrapporre la modernità alla tradizione. Ma forse si tratta di una semplificazione, visto che il passato dell’islam è stato molto più illuministico e la letteratura tradizionale talvolta pare più moderna del discorso teologico odierno. Goethe e Proust, Lessing e Joyce erano affascinati dalla cultura islamica, e certamente non soffrivano di disturbi mentali. Nei suoi libri e nei suoi monumenti essi hanno visto qualcosa che noi, costretti a confrontarci in maniera spesso brutale con il presente dell’islam, facciamo fatica a vedere. Il problema dell’islam forse non è tanto la tradizione quanto la rottura pressoché totale con questa tradizione, la perdita di memoria culturale, l’amnesia della sua civiltà.

Tutti i popoli dell’Oriente hanno conosciuto, con il colonialismo e le dittature laiciste, una modernizzazione brutale, imposta dall’alto. Per fare un esempio, le donne iraniane non hanno tolto il velo gradualmente, ma i soldati sciamavano per le strade e, per un ordine dello scià del 1936, glielo strappavano dalla testa con violenza. Diversamente che in Europa – dove la modernità, con tutti i suoi contraccolpi e crimini, è stata comunque vissuta come un processo di emancipazione compiuto nel corso di decenni e di secoli – in Medio Oriente essa è stata principalmente un’esperienza di violenza. La modernità è associata non con la libertà ma con lo sfruttamento e il dispotismo. Provate a immaginare un presidente italiano che entra con la macchina nella basilica di San Pietro, sale sull’altare con gli stivali lerci e colpisce sul volto il papa con la frusta: ecco, così potete avere più o meno un’idea di cosa significò quando Reza Shah nel 1928 con i suoi stivali da cavallerizzo attraversò marciando il tempio sacro di Qom e, quando l’imam lo invitò a togliersi le scarpe come tutti gli altri fedeli, lo colpì al volto con la frusta. E potete trovare simili episodi e momenti chiave in molti altri paesi del Medio Oriente, episodi che invece di aiutare a emanciparsi lentamente dal passato, questo passato lo hanno distrutto e hanno tentato di cancellarlo dalla memoria.

Si poteva pensare che i fondamentalisti religiosi che, dopo il fallimento del nazionalismo, hanno avuto un’influenza sempre crescente nel mondo islamico, tenessero almeno in gran conto la propria cultura. E invece è stato esattamente il contrario: nel voler tornare indietro alle presunte origini, essi non hanno semplicemente trascurato la tradizione, ma le hanno fatto decisamente la guerra. Ci sorprendiamo oggi dell’iconoclastia dello Stato islamico solo perché non abbiamo realizzato che in Arabia Saudita praticamente non esistono più resti dell’antica civiltà. Alla Mecca i wahhabiti hanno distrutto le tombe e le moschee dei parenti del profeta, e persino la sua casa natale. La storica moschea del profeta a Medina è stata sostituita da un gigantesco edificio moderno e là dove fino a pochi anni fa si trovava la casa dove Maometto aveva vissuto con la moglie Khadija, oggi c’è un bagno pubblico.

Oltre che del Corano, nel corso dei miei studi mi sono occupato anche della mistica islamica, il sufismo. «Mistica» sembra qualcosa di marginale, di esoterico, una sorta di cultura clandestina. In relazione all’islam niente può essere più falso. Fino al XX secolo il sufismo rappresentava la base della religiosità popolare in quasi tutto il mondo islamico. Nell’islam asiatico lo è ancora oggi. Allo stesso modo anche l’alta cultura – specialmente la poesia, l’arte figurativa e l’architettura – era permeata dello spirito della mistica. In quanto era la forma più comune di religiosità, il sufismo rappresentava il contrappeso etico ed estetico all’ortodossia degli esperti della legge. Dando rilievo soprattutto alla misericordia di Dio, scorgendola dietro ogni singola lettera del Corano, cercando sempre nella religione la bellezza, riconoscendo la verità anche nelle altre religioni e prendendo esplicitamente dal cristianesimo il comandamento «Ama il tuo nemico», il sufismo permeò le società islamiche di valori, storie e suoni che non sarebbero potuti derivare da una semplice devozione letterale al Corano. Il sufismo in quanto islam vissuto non depotenziava l’islam della Legge ma lo integrava, lo rendeva nella quotidianità più morbido, ambivalente, permeabile, tollerante e soprattutto, grazie alla musica, alla danza, alla poesia, lo trasformava in un’esperienza sensoriale.

Di tutto ciò non rimane quasi nulla. Ovunque mettano piede gli islamisti – a cominciare dall’Arabia Saudita già nel XIX secolo fino al Mali solo di recente – pongono innanzitutto fine alle feste sufite, vietano gli scritti mistici, distruggono le tombe dei santi, tagliano i capelli alle guide spirituali sufite o le uccidono. In verità non solo gli islamisti, ma anche i riformatori e i religiosi illuministi del XIX e XX secolo consideravano le tradizioni e i costumi dell’islam popolare arretrati e obsoleti. Costoro non hanno mai preso sul serio la letteratura sufita. Furono invece studiosi occidentali, come Annemarie Schimmel (che ricevette il Premio per la pace nel 1995), a pubblicare i manoscritti, salvandoli così dalla distruzione. E ancora oggi sono pochissimi gli intellettuali islamici che si occupano della ricchezza della loro stessa tradizione. Ovunque nel mondo islamico le antiche città distrutte, dimenticate, trasformate in discariche con le rovine dei loro monumenti architettonici assurgono a simbolo della decadenza dello spirito islamico esattamente come il più grande centro commerciale del mondo costruito alla Mecca proprio di fianco alla Ka‘ba. Provate a visualizzare davanti agli occhi l’immagine che si può vedere anche dalle foto: il luogo più sacro dell’islam, questa sobria e meravigliosa costruzione, nella quale il profeta in persona pregava, è letteralmente sovrastato da Gucci ed Apple. Forse avremmo dovuto prestare più attenzione all’islam delle nostre nonne piuttosto che a quello dei nostri eruditi.

Certamente in alcuni paesi si è cominciato a restaurare edifici e moschee, ma sono dovuti venire storici dell’arte occidentali o anche musulmani occidentalizzati come me per riconoscere il valore della tradizione. E purtroppo siamo arrivati con un secolo di ritardo, quando gli edifici erano già caduti a pezzi, le tecniche edili dimenticate e i libri cancellati dalla memoria. Credevamo di avere tempo per studiare le cose approfonditamente, e invece all’improvviso, in quanto lettore, mi sono sentito quasi come un archeologo in territorio di guerra che, sempre con grande attenzione anche se di corsa, raccoglie reperti, in modo che le future generazioni possano almeno osservarli nei musei. Non c’è dubbio che i paesi islamici producano ancora oggi opere eccellenti, come si vede in occasione delle biennali, dei festival cinematografici e anche di recente alla Fiera del libro di Francoforte, ma questa cultura non ha quasi nulla a che fare con l’islam. Una cultura islamica, perlomeno una di qualità, non esiste più. Ad aleggiare intorno a noi oggi sono le macerie di una gigantesca implosione spirituale.

C’è ancora speranza? Come ci insegna il fondatore della comunità di Mar Musa, padre Paolo, fino all’ultimo respiro c’è speranza. La speranza è il tema centrale dei suoi scritti. Il giorno dopo il rapimento del suo discepolo e sostituto, i musulmani di al-Qaryatayn affluirono in massa nella chiesa e pregarono per il loro padre Jacques. È questo a darci la speranza: che l’amore supera le barriere delle religioni, delle etnie e delle culture. Lo shock provocato dalle notizie e dalle immagini provenienti dallo Stato islamico è enorme e ha scatenato le forze antagoniste. Finalmente persino nell’ambito dell’ortodossia islamica si è formata una resistenza contro l’uso della violenza in nome della religione. E già da qualche anno assistiamo allo sviluppo di un nuovo pensiero religioso, forse meno nel cuore arabo dell’islam e più alla sua periferia – in Asia, in Sudafrica, in Iran, in Turchia e non ultimo tra i musulmani d’Occidente. Anche l’Europa dopo le due guerre mondiali si è dovuta reinventare. E di fronte alla sventatezza, alla sottovalutazione e all’aperto disprezzo che, non solo i nostri politici, ma anche noi come società da qualche anno mostriamo nei confronti del progetto politicamente più prezioso che questo continente abbia mai prodotto – il progetto di un’Unione europea – forse è il caso che io da questo podio faccia menzione di quante volte nel corso dei miei viaggi l’Europa mi sia stata indicata come modello, quasi come un’utopia. Chi ha dimenticato il motivo per cui abbiamo bisogno dell’Europa guardi i volti sfiniti, spossati, impauriti dei rifugiati che hanno abbandonato tutto dietro di sé e hanno rischiato la vita per quello che ancora l’Europa rappresenta per loro: una promessa.

E questo mi riconduce alla seconda frase di padre Jacques che mi aveva colpito, quella sul mondo cristiano: «Per loro non significhiamo niente». Non sta a me, da musulmano, rimproverare ai cristiani del mondo di disinteressarsi non solo del popolo siriano o iracheno, ma anche dei propri stessi fratelli e sorelle cristiani. Eppure è proprio quello che penso spesso di fronte al disinteresse della nostra opinione pubblica nei confronti dell’apocalittica catastrofe di quell’Oriente che tentiamo di tenere lontano con filo spinato, navi da guerra, fantasmi e paraocchi mentali. A poche ore di volo da qui interi popoli vengono sterminati o perseguitati, ragazze rese schiave, molti dei più importanti monumenti dell’umanità fatti saltare per aria, intere culture – e con esse un’originaria varietà etnica, religiosa e linguistica che, contrariamente all’Europa, si era conservata ancora fino al XXI secolo – si inabissano, eppure noi ci raduniamo e ci ribelliamo solo quando le bombe di questa guerra ci colpiscono direttamente come il 7 e 8 gennaio a Parigi o quando le persone che da questa guerra fuggono bussano alle nostre porte.

È un bene che le nostre società, diversamente da quanto avvenuto dopo l’11 settembre, al terrore abbiano contrapposto la nostra libertà. Ci rende felici vedere quante persone in Europa e in particolare in Germania si danno da fare per i rifugiati. Ma questa protesta e questa solidarietà rimangono troppo spesso su un terreno impolitico. Non c’è nessun dibattito pubblico ampio sulle cause del terrorismo e del flusso di rifugiati e su come la nostra stessa politica abbia forse addirittura favorito la catastrofe che si compie ai nostri confini. Non ci chiediamo perché il nostro partner più stretto in Medio Oriente sia proprio l’Arabia Saudita. Non impariamo dai nostri errori quando stendiamo un tappeto rosso a un dittatore come il generale al-Sisi. O impariamo la lezione sbagliata quando dalle disastrose guerre in Iraq o in Libia traiamo la conclusione che sia meglio tenersi fuori dai genocidi. Non ci è venuta in mente nessuna buona idea per evitare l’uccisione del suo stesso popolo perpetrata da quattro anni dal regime siriano. E allo stesso modo ci siamo rassegnati all’esistenza di un nuovo fascismo religioso, il cui territorio è grande circa quanto la Gran Bretagna e che si estende dai confini dell’Iran fino quasi al Mediterraneo. Non che ci sia una risposta facile alla domanda su come liberare una città di un milione di abitanti come Mosul. Ma noi non ci poniamo neanche seriamente la domanda. Un’organizzazione come lo Stato islamico i cui combattenti si possono stimare in circa 30 mila unità non è invincibile per la comunità mondiale. Non deve esserlo. «Oggi sono da noi», ha detto il vescovo di Mosul, Yohanna Petros Mouche, invocando l’aiuto dell’Occidente e delle altre potenze mondiali, «domani saranno da voi».

Non voglio neanche immaginare a cosa dobbiamo ancora assistere prima di dare ragione al vescovo di Mosul, visto che fa parte della logica della propaganda dello Stato islamico creare con le sue immagini un livello di orrore sempre superiore, in modo da penetrare nelle nostre coscienze. Quando l’uccisione di un singolo ostaggio cristiano che, mentre veniva decapitato, pregava il rosario, ci ha lasciato indifferenti, l’Is ha iniziato a decapitare interi gruppi di cristiani. Quando noi abbiamo messo al bando le decapitazioni dai nostri schermi, l’Is ha iniziato a bruciare i dipinti del museo nazionale di Mosul. Quando noi ci siamo abituati alle statue distrutte, l’Is ha iniziato a radere al suolo intere città antiche come Nimrud e Ninive. Quando non ci siamo più occupati della persecuzione degli yazidi, siamo stati scossi dalle notizie degli stupri di gruppo. Quando credevamo che l’orrore fosse confinato a Iraq e Siria, sono cominciati ad arrivare video di torture e uccisioni dalla Libia e dall’Egitto. Quando ci siamo abituati alle decapitazioni e alle crocifissioni, le vittime hanno cominciato ad essere dapprima decapitate e poi crocifisse, da ultimo in Libia. Palmira non è stata fatta saltare in aria tutta in una volta, ma edificio per edificio, nel corso di settimane, in modo da creare ogni volta una nuova notizia. E tutto ciò non avrà fine, l’Is continuerà a produrre orrore finché noi in Europa nella nostra quotidianità non avremo visto, sentito e percepito che questo orrore non avrà da sé una fine. Parigi sarà stato solo l’inizio e Lione non rimarrà a lungo l’ultima decapitazione. E più attendiamo, minori possibilità ci rimangono. Detto in altri termini: è già troppo tardi.

Può un Premio per la pace esortare alla guerra? Io non esorto alla guerra. Io faccio notare che una guerra c’è già e che noi in quanto i vicini più prossimi dobbiamo agire, forse anche militarmente, sì, ma soprattutto sul piano diplomatico molto più risolutamente di come si sia fatto finora, e anche a livello di società civile. Questa è una guerra che non può trovare una soluzione solo in Siria e in Iraq. Solo le potenze mondiali che stanno dietro agli eserciti e alle milizie in lotta – l’Iran, la Turchia, gli Stati del Golfo Persico, la Russia e anche l’Occidente – vi possono porre fine. Ma i governi si muoveranno solo quando le nostre società civili non accetteranno più la follia. Qualunque cosa faremo probabilmente commetteremo degli errori. Ma l’errore più grande che possiamo compiere è continuare a non fare nulla o quasi contro i genocidi che lo Stato islamico da una parte e al-Asad dall’altro perpetrano davanti l’uscio della nostra porta europea.

«Torno adesso da Aleppo», scriveva padre Jacques nella mail che scrisse il 21 maggio, pochi giorni prima di essere rapito, «una città che dorme sulle rive dell’orgoglio, che sorge al centro dell’Oriente. Una città che oggi appare come una donna divorata dal cancro. Tutti fuggono da Aleppo, per primi i poveri cristiani, sebbene questo massacro non riguardi solo i cristiani ma l’intero popolo siriano. I nostri propositi sono difficili da realizzare, specialmente dopo che padre Paolo, il maestro e il fondatore del dialogo nel XXI secolo, è sparito. In questi giorni noi viviamo il dialogo come sofferenza comune, comunitaria. Siamo tristi in questo mondo ingiusto, che porta una parte di responsabilità per le vittime di questa guerra. Il mondo del dollaro e dell’euro, che guarda solo ai propri popoli, al proprio benessere, alla propria sicurezza, mentre il resto del mondo muore per la fame, per le malattie, per le guerre. Sembra che il suo unico obiettivo sia quello di trovare zone dove poter portare la guerra per accrescere ancora il commercio di armi, di aerei. Che giustificazioni forniscono questi governi che potrebbero mettere fine ai massacri e invece non fanno nulla? Io non temo per la mia fede, temo per il mondo. La domanda che ci facciamo è: abbiamo o no il diritto di vivere? La risposta ce l’abbiamo davanti agli occhi, perché questa guerra è una risposta chiara, chiara come la luce del sole. Quello che viviamo oggi è il vero dialogo, il dialogo della misericordia. Coraggio, mia cara, sono con te e ti abbraccio forte, Jacques».

Il 28 luglio 2015, due mesi dopo il rapimento di padre Jacques, lo Stato islamico ha conquistato la cittadina di al-Qaryatayn. La maggior parte degli abitanti è riuscita a scappare appena in tempo, duecento cristiani però sono stati sequestrati dall’Is. Dopo un mese, il 21 agosto, il monastero di Mar Elian è stato raso al suolo con i bulldozer. Non una delle millenarie pietre è rimasta in piedi, come si può vedere dalle immagini messe online dall’Is. Dopo altre tre settimane, il 3 settembre, da un sito dello Stato islamico sono venute fuori delle foto che mostrano alcuni dei cristiani di al-Qaryatayn seduti in prima fila in una grande sala, forse un’aula magna di una scuola, completamente rasati, alcuni smagriti al punto da vederne le ossa, lo sguardo vuoto, tutti portano i segni della prigionia. Tra i prigionieri si riconosce anche padre Jacques in abiti civili, anch’egli completamente rasato ed emaciato, con lo sguardo colmo di sgomento, la mano davanti alla bocca, come a non voler ammettere ciò che vede. Sul palco dell’aula siede un uomo in uniforme, barba lunga e spalle larghe, che firma un contratto. Si tratta di un cosiddetto contratto dhimmi, che assoggetta i cristiani al dominio dei musulmani, impedendo loro di costruire chiese e monasteri, di portare con sé un croce o una Bibbia. Secondo questo contratto, ai preti cristiani è fatto divieto di indossare i loro abiti religiosi, ai musulmani di ascoltare le preghiere, di leggere gli scritti e di mettere piede nelle chiese dei cristiani. Questi ultimi non possono portare armi e devono ubbidire incondizionatamente alle disposizioni date dallo Stato islamico. Devono piegarsi, sopportare in silenzio qualunque ingiustizia e persino pagare una tassa pro capite per poter vivere. Ci si sente male a leggere questo tipo di contratti, che divide molto chiaramente le creature di Dio in esseri umani di prima e di seconda classe e non lascia dubbi sul fatto che ci sia anche una terza classe di esseri umani, la cui vita vale ancora meno.

Lo sguardo di padre Jacques mentre tiene la mano davanti alla bocca è calmo, ma profondamente sconfortato e inerme. Aveva messo in conto il proprio martirio, ma che la sua comunità – i bambini che egli aveva battezzato, gli innamorati che aveva sposato, i vecchi a cui aveva promesso l’estrema unzione – finisse in prigionia era una cosa che doveva far impazzire persino un uomo così riflessivo, dotato di una così grande forza interiore, pronto ad accogliere la volontà di Dio come padre Jacques. In fondo è stato per amor suo che coloro che erano stati fatti prigionieri erano rimasti ad al-Qaryatayn invece di fuggire dalla Siria come hanno fatto molti altri cristiani. Senza dubbio padre Jacques pensa di portarne la colpa. Ma io so che il giudizio di Dio sarà diverso.

C’è speranza? Sì, c’è speranza, c’è sempre una speranza. Avevo appena finito di scrivere questo discorso quando, cinque giorni fa, martedì, ho ricevuto la notizia che padre Jacques era libero. Alcuni abitanti della cittadina di al-Qaryatayn lo hanno aiutato a fuggire dalla propria cella, lo hanno vestito in modo da camuffarlo e con l’aiuto di alcuni beduini sono riusciti a portarlo fuori dal territorio dello Stato islamico. Successivamente egli è tornato dai suoi fratelli e dalle sue sorelle della comunità di Mar Musa. Sono state chiaramente molte le persone che hanno preso parte alla liberazione di padre Jacques e ciascuna di esse, tutte musulmane, ha rischiato la propria vita per un prete cristiano. L’amore ha superato i confini delle religioni, delle etnie e delle culture. Questa notizia è splendida, letteralmente meravigliosa. Eppure prevale la preoccupazione, e in maniera più cocente proprio in padre Jacques, perché dopo la sua liberazione la vita degli altri duecento cristiani di al-Qaryatayn è più che mai in pericolo. E poi c’è anche padre Paolo, suo maestro e fondatore di quella comunità cristiana che ama l’islam, di cui continuano a non esserci tracce. Ma fino all’ultimo respiro c’è speranza.

Un Premio per la pace non può esortare alla guerra. Può però invitare alla preghiera. Signore e signori, so di chiedervi qualcosa di insolito – anche se così insolito non è trovandoci in una chiesa. Vi prego alla fine di questo discorso di non applaudire ma di pregare per padre Paolo e per i duecento cristiani di al-Qaryatayn che sono ancora prigionieri, per i bambini che padre Jacques ha battezzato, per gli innamorati che egli ha sposato, per i vecchi a cui ha promesso l’estrema unzione. E se non siete religiosi, vi prego di rivolgere le vostre speranze agli ostaggi e anche a padre Jacques, che se la prende con se stesso perché è l’unico a essere stato liberato. Cos’altro sono infatti le preghiere se non speranze rivolte a Dio? Io credo alle speranze e credo che esse – con o senza Dio – possano operare nel nostro mondo. Senza speranze l’umanità non avrebbe posto una pietra sull’altra, quelle stesse pietre che in guerra con tanta leggerezza vengono distrutte. E dunque, signore e signori, pregate per padre Jacques Mourad, pregate per padre Paolo Dall’Oglio, pregate per i cristiani di al-Qaryatayn, pregate o rivolgete le vostre speranze alla liberazione di tutti gli ostaggi e per la libertà in Siria e in Iraq. Vi invito anche ad alzarvi in piedi, in modo da contrapporre ai barbari video dei terroristi l’immagine della nostra fratellanza.
Vi ringrazio.

(traduzione di Cinzia Sciuto)

(19 dicembre 2015)

Musulmani di Francia

La fotografa France Keyser, classe 1970, racconta la vita quotidiana dei musulmani di Francia. I francesi di religione musulmana, spiega Dimitri Beck, il curatore della mostra al Photolux 2015 di Lucca, si devono confrontare con due identità di appartenenza ma non vogliono dover scegliere tra quella francese e quella musulmana. Come ci racconta France Keyser, preferiscono sentirle proprie entrambe. L’ “Islam di Francia” è diventato un “Islam francese”, e la Francia è percepita come una terra islamica a tutti gli effetti, tanto più che “islamité” (fede musulmana) ormai fa rima con “citoyenneté” (cittadinanza).»

L’estate dopo la strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, France Keyser è tornata a incontrare le persone che aveva ritratto nel 2008 e ha realizzato una nuova serie di ritratti in bianco e nero. Le testimonianze che compaiono accanto ai ritratti sono state scritte dalle persone raffigurate.


12299264_10208358254583088_5158259598436283509_n

12310647_10208358255463110_4469867026979415521_n
12311165_10208358256303131_6612959199473850186_n 12313631_10208358258583188_7093720569507750360_n 12313652_10208358259063200_2113079450902169149_n 12314029_10208358258463185_8644375043301254760_n 12341362_10208358254863095_2734512091729621764_n 12341460_10208358255983123_2480517960179718555_n
12345676_10208358254423084_2444220123183154250_n
12346507_10208358254063075_6317604093701842247_n 12347775_10208358258063175_2937698683991221756_n 12347915_10208358257743167_3827333819323785791_n 12359947_10208358253703066_6650012978920463663_n

12345556_10208358259263205_2496698310806164737_n

 

Perché non è un caso l’attacco a un anno dalla nascita del Califfato

di  26 giugno 2015

Il 29 giugno 2014, dopo la conquista di Mosul, l’Isis proclamava il Califfato guidato da Abu Bakr al Baghdadi. Un anno dopo il Califfato, nonostante qualche sconfitta, ha tenuto le posizioni in Siria, è avanzato in Iraq, mettendo le mani su Ramadi, e ha esteso la sua influenza nel mondo arabo-musulmano. È difficile dire se ci possa essere un piano o un coordinamento dietro i quattro attentati contemporanei in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia nel venerdì di Ramadan – anzi si potrebbe escludere – ma l’anniversario della nascita del Califfato è più di una coincidenza: da Oriente a Occidente, dal Maghreb al Mashreq, dalla penisola arabica all’Afghanistan, jihadisti di varie provenienze hanno espresso fedeltà al califfo Baghdadi o si sono ispirati alle gesta dell’Isis.

Che fare? Il primo punto è prendere atto di una realtà geopolitica: dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen alla Libia, interi stati sono crollati o si stano disgregando. Questo processo assolutamente fuori controllo provoca vuoti di potere enormi. La piccola Tunisia ha visto affluire sul suo territorio oltre un milione di libici, le frontiere sono state infiltrate dai jihadisti e le forze di sicurezza non sono in grado di controllare l’intero Paese.

La Tunisia è un bersaglio privilegiato: dei Paesi usciti dalle cosiddette primavere arabe è stato l’unico a imboccare decisamente la via democratica con una nuova costituzione e un governo di unità nazionale che rappresentano delle solide barriere all’estremismo. E’ quasi certo che ancora una volta i tunisini scenderanno in piazza per difendere le loro conquiste dall’attacco di una minoranza radicale.

Ma l’Europa deve intervenire e far seguire alle parole, già spese in abbondanza dopo l’attentato al Museo del Bardo, i fatti: la Tunisia è un nostro vicino di casa in difficolta e deve essere aiutato, sia dal punto di vista economico che della sicurezza. Così come devono essere sostenuti i curdi in lotta contro il Califfato. Inutile lamentarsi che i raid della coalizione internazionale non sono sufficienti. La comandante curda Nasrin Abdalla ieri in visita a Roma ci ha spiegato perché: i jihadisti usano i civili come scudi umani e il rischio, individuati gli obiettivi militari, è quello di fare altre vittime tra la popolazione.

Ma oltre agli aspetti inerenti la sicurezza c’è un problema culturale e religioso. Il Califfato e il jihadismo non sono soltanto guerriglia e terrorismo: sono l’espressione di una versione radicale dell’Islam che interpreta alla lettera il Corano secondo gli stilemi del settimo secolo. Migliaia di imam, finanziati dalle monarchie del Golfo o sostenuti da organizzazione islamiche private, percorrono il mondo arabo predicando questa versione del Corano intollerante verso la stragrande maggioranza dei musulmani moderati e gli infedeli.

È qui che bisogna agire per impedire non soltanto il reclutamento degli estremisti ma anche che le future generazioni conoscano soltanto l’odio e questa inaccettabile intolleranza. Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno molte colpe nel disordine mediorientale: possono intanto smettere di essere complici dei mandanti.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-26/triplice-attacco-un-anno-nascita-califfato-non-e-coincidenza-coincidenza-171502.shtml?uuid=AC3DeXH

E allora il velo?

di Ilaria Sabbatini

Beh di tempo ne è passato da quando si sono fatte le prime discussioni sul velo, subito dopo l’11 settembre. La Santanché sembra lontana eoni con le sue performances acrobatiche. È passato il tempo, sono sciamate le parole, sono trascorsi i governi, sono accadute cose. C’è stato Charlie Ebdo, ci state le reazioni a Charlie Ebdo, si è dimenticato Charlie Ebdo e con esso tutti i molteplici giornali satirici sparsi in giro per il mondo, compreso il Medioriente dove fare satira è ancora più audace e coraggioso. Ci sono stati movimenti per i diritti umani, abbiamo preso atto che esiste un femminismo musulmano. Abbiamo anche capito – alcune/i di noi – che il femminismo musulmano vuole seguire percorsi diversi e originali rispetto al femminismo occidentale. Abbiamo imparato ad accettare come lecito il fatto che il femminismo musulmano ha facoltà di andare a braccetto col femminismo occidentale così come di allontanersene. Se il corpo è mio, me lo gestisco io. Ma anche l’altra ha pari diritto a gestire il proprio indipendentemente da me.

Ci siamo detti che le diversità culturali sono ricchezza e accrescimento. L’adozione di formule trapiantate ex abrupto da una situazione all’altra è una cosa ottusa. Abbiamo stabilito che è giusto vagliare: prendere le cose che ci interessano di un sistema e mollare le altre che confliggono col nostro contesto e con la nostra storia. Sappiamo che per un certo femminismo – a cui mi avvicino col massimo rispetto – la rivendicazione di determinati modelli d’abbligliamento è stato un elemento importante. Era giusto così in quel contesto per il significato che aveva in quel tempo. Non va fatto neanche un passo indietro.

Ma oggi viviamo un tempo diverso in cui le relazioni sociali sono diventate più complesse, dove la globalizzazione ha messo a contatto culture diverse, dove perfino il vestire assume significati sociologici profondamente differenti. Viviamo un tempo in cui il corpo è diventato strumento – e oggetto – di battaglia politica nella sua stessa essenza, nella sua gestione, nella sua apparenza. Battaglia politica più forte perfino di quella degli anni ’70 – anche se sotterranea – solo che si è spostato il baricentro. Siamo in una fase in cui, per esempio, l’Occidente vede delinearsi il fenomeno dell’accettazione del corpo grasso* cosa che – a quanto mi risulta – è un problema marginale al di fuori di questo contesto. Parallelamente in Arabia Saudita le donne grasse non sono un problema ma magari si battono per il diritto alla guida.

Mentre sta avvenendo tutto questo – che fa paura ma è anche interessante – non accenna a diminuire in Italia la polemica sul velo-non-velo alimentata da un’atavica ignoranza prima ancora che da un qualche pregiudizio. Interi paesi del Vicino e del Medio Oriente si stanno trasformando, vedono ricomporsi i propri parlamenti, attraversano rivoluzioni, sono toccati dalle guerre civili, conoscono movimenti di genere, mobilitazioni femministe,  battaglie per i diritti umani, azioni contro la violenza e per la parità di genere a iniziativa maschile. Sta accadendo tutto questo e ancora, immancabilmente, c’è qualcuno che nello sviluppo di un dibattito a un certo punto dirà: “E allora, il velo?”.

b0d47ad7-a2af-4ee1-9833-21797e59f050_16x9_600x338

Le testate nazionali festeggiano una legge – giustissima – per vietare l’infibulazione in Nigeria. Nel nostro paese, l’Italia, non esiste ancora una legge contro la tortura. Evviva la Nigeria, allora, pur con tutti i problemi che il paese conserva. Perché sappiamo benissimo che una cosa è approvare una legge – che per inciso non fa mai schifo – e un’altra cosa ben più difficile è sradicare una pratica. Tu sei lì che ti avvii con una certa speranza a un dibattito finalmente rinnovato e arriverà sempre la solita ghigliottina dialettica: “E allora, il velo?”.

Certo, la discussione sul velo è importante per le sue implicazioni e per tutta la riflessione che si tira dietro in materia di femminismo, femminismo musulmano, diritto all’autodeterminazione, convivenza tra culture, secolarizzazione, laicità, libertà di espressione, eccetera, eccetera. Ma prima di partire al galoppo in quella meravigliosa scorribanda che è il confronto d’opinioni sarebbe bene sapere due o tre cose. E siccome a volte è più facile vederlo che spiegarlo ecco una sintesi rapsodica della complessità culturale dell’argomento velo. I disegnini non sono perché vi ritengo scemi ma perché vorrei, una volta per tutte, che si smettesse di chiamare burqa un semplice foulard.

* Quello del “Fat Acceptance Movement”, è solo un esempio: è ovvio che sono da accettare tutte le taglie, le corporature, le altezze e le magrezze. Vi prego di non costringermi a inutili precisazioni.

burqa-differenze

In Italia

Francesca Capelli mi fa notare che burka e il niqab non sono vietati in Italia da nessuna legge. E’ vietato mascherarsi il viso quindi la legge può venire interpretata in modo allargato e inserire il burka che copre il viso nella categoria delle “maschere”.

L’hijab lascia visibile tutto il viso ed è molto simile all’uso di un foulard.

Hijab

L’Al-Amira è un velo a due pezzi: uno come copricapo che si stringe alla testa e l’altro come una sorta di sciarpa a forma di tubo che si avvolge al collo e copre anche parte della testa. Può essere di cotone, poliestere o elastam.

Lo Shayla un velo rettangolare che copre la testa, molto simile all’hijab. Si può portare in modi diversi, anche se uno dei più comuni è a coprire la testa e sopra il collo. È il tipo di velo che più si vede in Italia.

Al amira Shayla

Il khimar è un mantello che copra dalla testa in giù: alcuni modelli arrivano fino a sotto i fianchi, altri fino alle caviglie, in ogni caso lascia scoperti gli occhi e il volto. Si trova indossato per lo più in Medio Oriente in diversi colori.

Il chador è un tipo di velo molto chiuso che lascia visibile solo il viso. Un chador è un indumento di strada femminile tipicamente iraniano, consistente in un semplice pezzo di stoffa semicircolare aperto davanti che si mette sopra la testa, coprendo tutto il corpo salvo il viso.

Khimar Chador

Il burqa, scritto anche burka, è un abito avvolgente esterno utilizzato dalle donne in certe tradizioni islamiche per coprire il corpo nei luoghi pubblici. Il burqa è l’indumento o velo più stretto di tutti e copre anche gli occhi, dove c’è solo una griglia per vedere.

Il niqab è un velo che copre il viso usato da alcune donne musulmane come parte del vestito. Proprio dei paesi arabi del golfo persico, si può trovare in luoghi molto diversi come il nord Africa, Asia occidentale e il subcontinente indiano.

 

Ma non si finisce qui: ecco altre tipologie di velo. So che ce ne sono molti più tipi e usi: non riuscirò a illustrarli tutti. Se qualcuno mi vuole inviare foto con didascalia (da fonte attentidibile) sarò felice di aggiungerle. Così come sarò felice di correggere eventuali imprecisioni che mi vorrete segnalare.

Nun's veil

Nun’s veil

Catholic mantillas (Spain)

Catholic mantillas (Spain)

Jewish girl snood

Jewish girl snood

Frumka - velo ebree ortodosse - vedi Bruria Keren

Frumka – velo ebree ortodosse – vedi Bruria Keren

A ulteriore spiegazione: http://www.jta.org/2008/02/08/news-opinion/the-telegraph/the-frumka-orthodox-women-find-religion

Buddhist nuns veil

Buddhist nuns veil

Amish girls snood

Amish girls snood

 

386916_2650344666980_1109028379_n

I giusti dell’islam

La celebre frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare anche nel Corano. Circa 22mila «Giusti tra le nazioni», tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani.

197134_1902983663422_2800898_n

I giusti dell’Islam

 

di Paolo Branca

I figli di Abramo – ebrei cristiani e musulmani – hanno spesso mostrato nel corso del tempo di avere ben scarsa

consapevolezza di questa loro radice comune, giungendo a sviluppare talvolta forme di tensione e di conflittualità anche estreme, sfociate in drammatiche conseguenze delle quali, come quasi sempre accade, hanno pagato il prezzo i più deboli e indifesi, ossia chi si è trovato di volta in volta ad essere il diverso, la minoranza, l’infedele di turno.

Da questo punto di vista, la Shoah ha rappresentato senza dubbio la manifestazione più parossistica di quanto, prendendo a pretesto l’appartenenza di un presunto nemico a una determinata religione, si possa giungere alla totale negazione dei caratteri costitutivi e imprescindibili della stessa natura umana. Non sarebbe tuttavia onesto dimenticare che, proprio in quella tenebrosa pagina della storia, taluni hanno saputo davvero eroicamente rendersi testimoni di valori assoluti, non certo a dispetto ma in forza della propria fede vissuta senza ambigui particolarismi.

Gli stessi discendenti delle vittime della Shoah hanno avvertito l’esigenza di salvare dall’oblio queste storie straordinarie, come dimostrano i nomi dei circa ventiduemila «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani. Essi, in nome dei principi stessi dell’islam, si adoperarono per salvare la vita ad alcuni ebrei durante la persecuzione.

La celebre frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare infatti anche nel Corano. Per far conoscere queste vicende anche al pubblico italiano, il PIME ha realizzato quest’anno una mostra intitolata «Giusti dell’islam», che in 25 pannelli ne ricorda i protagonisti: due bosniaci, tre albanesi, due diplomatici turchi e un iraniano, ma anche un arabo (il tunisino Khaled Abdelwahhab) che lo storico ebreo americano Robert Satloff ha proposto ufficialmente allo Yad Vashem come candidato ad essere incluso tra i «Giusti tra le nazioni».

La sua ricerca è cominciata dopo l’11 settembre e lo ha condotto a soggiornare a lungo nei paesi arabi per raccogliere testimonianze di una realtà che paradossalmente sembra imbarazzare entrambe le parti in causa. Dopo la nascita dello stato d’Israele e in seguito al conflitto che ne è derivato, infatti, potrebbe sembrare stonato enfatizzare simili episodi che invece, a ben guardare, aiutano a vantaggio di tutti a tenere presente che non si tratta affatto di una guerra di religione, ma di una disputa tra due nazionalismi che solo incidentalmente si rifanno a fedi diverse, del resto strettamente imparentate.

Nel libro e nella mostra sono inoltre documentati avvenimenti recenti che si pongono sulla stessa linea: la realizzazione di un museo della Shoah aperto a Nazareth da un avvocato musulmano, il pellegrinaggio interreligioso ad Auschwitz promosso nel 2003 dal sacerdote greco-melkita Emile Shoufani e la donazione degli organi di un ragazzo palestinese

ucciso a Jenin a favore di beneficiari israeliani.

Anche nell’altro senso sono accaduti fatti analoghi, ben poco rimbalzati sui media, come altre donazioni di organi o l’impegno dell’organizzazione umanitaria ebraica di Sarajevo “La Benevolencija” ; che ha aiutato con cibo, medicinali e vestiario tutti, indipendentemente dalla loro confessione religiosa, e ha assistito nell’evacuazione ben millecinquecento persone non di religione ebraica, molte delle quali musulmane.

Libro:

Robert Satloff, Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, Marsilio, Venezia 2008, p. 275, euro19, 50.

Acknowledge the righteous Muslims

Several years ago, I walked up a dimly lit staircase in a working-class district of Paris and knocked on the door of a cramped, two-room apartment. There, I met Joseph Naccache, an elderly, bedridden Jew. I had found Joseph’s name on a list of survivors of Nazi labor camps in his native Tunisia and I had come to interview him on his wartime experience.

Joseph had not had an easy life, either in Tunisia or his adopted France, and he was full of bitterness and melancholy. Muslims were among the chief villains. They had cheered when the Germans paraded Jews through the streets of Tunis en route to forced labor, he said; and two generations later, they were now hounding Jews in the streets of Paris. He had escaped a Muslim land, Joseph said ruefully, but he was still in a land of Muslims.

And then, almost as an afterthought, he reminded himself about a Muslim named Hamza Abdul Jalil who, he said, saved his life. This is the story of Hamza and Joseph.

In the warren-like neighborhood of Tunis where Joseph lived, where the sounds of stonecutters and street merchants competed with the muezzin’s call to prayer, the center of social activity was the hammam, or Turkish bathhouse. More than just a place to wash, it was a gathering spot where men and women (separately) shared news, spread gossip, told jokes and relaxed.

On the main street near the narrow alley where the Naccache family lived, Hamza Abdul Jalil owned just such a hammam. The family-owned bathhouse was where both Jews and Muslims sat side by side on low benches, filling bucket after bucket of steaming hot water.

It was December 1942, a month after the first German troops arrived in Tunis, when the SS ordered Jewish men to gather for forced labor. When few showed up voluntarily, Nazi troops went from synagogue to synagogue, hospital to hospital, even house to house to find Jewish men and drag them to perform such deadly tasks as clearing bombs and repairing runways in the middle of Allied air raids.

Hamza Abdul Jalil knew that it was a dangerous moment for the Jews of his neighborhood. When the roundup of Jews began, Hamza told Joseph that if he ever needed a place to hide, he should come to the hammam. When Joseph began to fear that the German dragnet was closing in, he took Hamza up on his offer. For two weeks, Hamza protected him deep inside the labyrinth of the hammam, providing refuge and food, so that Joseph could evade his pursuers. Hamza neither requested nor accepted any payment.

After he left the hammam for another hiding place, Joseph was eventually captured by the Germans and sent to labor camps in the Tunisian hinterland. A lifetime later, he still remembered the kindness of the proprietor of the local hammam.

“One cannot say that the entire world was evil,” Joseph told me. “Some people were kind. Some were humane.”

Soon after I heard this story, I traveled to Tunis and looked for the hammam. It was right where Joseph said it would be. And, almost frozen in time, I found the current proprietor sitting in the small entryway. He was Faruq Abdul Jalil, Hamza’s son.

After I told Faruq why I had come, he apologized that he had not before heard this story about his father. But it made sense, he said. Why would his father help Joseph? This elderly Tunisian man, dressed in a felt cap similar to the traditional fez worn by his father in a picture that hung on the wall, answered matter-of-factly: “He hid Mr. Naccache because Muslim and Israelites – ‘Jews’ as you call them – they were almost like brothers.”

I was reminded of this story reading of the heroism of Lassana Bathily, the Malian-born Muslim man who saved up to 15 people, including many Jews, by hiding them in a freezer in the besieged kosher market attacked in Paris a few weeks ago. “Yes, I helped the Jews. We are brothers,” he told an interviewer. “This is not a question of Jews, Christians or Muslims, we are all in the same boat.”

These stories are important. To be sure, they should not be used to gloss over the real dangers posed by what French prime minister Manuel Valls bluntly calls “radical Islamism” or to inflate the numbers of righteous heroes – Muslim and otherwise – willing to risk their lives to save innocents, whether during the Holocaust or today. Rather, the reason to retell these stories as loudly and often as possible is as a compelling reminder of the power of free choice. People who take mainstream ideas like nationalism or Islam and warp them into the extremes of fascism or jihadism are making a choice. And people who stand tall in the face of those who tyrannize others on the basis of those warped extremes are making a choice, too.

As the French beef up their counterterrorism units and the Americans dispatch more special forces “advisers” to Iraq and Syria, the central reality remains that the battle raging from Paris to Raqqa will be won when more people – in this case Muslims – make the choice that Hamza and Lassana both made.

Robert Satloff is the executive director of the Washington Institute for Near East Policy. This commentary was written for THE DAILY STAR.

A version of this article appeared in the print edition of The Daily Star on January 27, 2015, on page 7.

– See more at: http://www.dailystar.com.lb/Opinion/Commentary/2015/Jan-27/285405-acknowledge-the-righteous-muslims.ashx#sthash.uaXuNW4m.dpuf