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The hidden figures. Donne, nere e scienziate NASA

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The hidden figures

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile 207

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Ricordatevi questi nomi perché ne sentirete parlare. Di professione scienziate, matematiche e fisiche afroamericane, hanno preso parte ai programmi Mercury e Apollo 11 della Nasa. Oggi un film porta alla luce la loro storia nascosta.

Hidden figures, in Italiano Il diritto di contare, è un film del 2016 di Theodore Melfi, che parla della partecipazione di un gruppo di donne ai programmi spaziali NASA a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Stiamo parlando dell’America segregazionista e delle lotte per i diritti civili, quando i bagni, gli autobus e le scuole erano divisi tra bianchi e neri. Le leggi segregazioniste furono abrogate nel 1964 con il Civil Rights Act, quando vennero dichiarate illegali nelle strutture pubbliche. Ma nel 1965 si raggiunse il punto più alto della battaglia per i diritti civili mediante una il Voting Rights Act, che introduceva regole severe per assicurare il diritto di voto a tutti i cittadini, garantendo così le minoranze.  Per dare un’idea di quali erano i tempi in Alabama, nel 1955, Rosa Louise Parks aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco venendo arrestata. Nel 1960 degli agenti federali scortavano Ruby Bridges a una scuola della Louisiana. La bambina era la prima a entrare in una scuola per soli bianchi grazie a un ordine federale. Nel 1964 tre attivisti per i diritti civili degli afroamericani venivano uccisi in Mississippi da un gruppo del Ku Klux Klan. Nel 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. Tre anni prima era toccato a Malcolm X, durante un discorso pubblico.

Sullo sfondo di questi eventi drammatici le brillanti menti di tre donne afroamericane stavano dando il loro contributo allo sviluppo del programma spaziale americano.

Katherine Coleman Goble Johnson: fisica, scienziata e matematica, calcolava le traiettorie, le finestre di lancio e i percorsi di ritorno di emergenza dei voli. Mary Jackson, matematica, aveva seguito i corsi post laurea in una scuola serale per bianchi frequentata da soli maschi, ottenendo le qualifiche necessarie a diventare la prima ingegnere donna nera della NASA. Dorothy Vaughn, matematica, la meno conosciuta delle tre, fu la prima donna afroamericana a supervisionare uno staff di ricerca alla NASA, come capo della sezione di programmazione della Divisione Analisi e calcolo di Langley. Ricordatevi i loro nomi, ricordatevi il loro contributo, ricordatevi che sono donne e afroamericane.

Nelle loro vicende si concentrano ed esplodono vari pregiudizi sulle donne, la scienza e la capacità di comando. Le loro storie rappresentano una sintesi di quello che oggi viene chiamato approccio intersezionale alle questioni di genere, un approccio che tiene conto delle donne non come categoria astratta ma come individui con proprie peculiarità, inseriti in situazioni specifiche. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, donna, vegetariana, etc. (Amartya Sen) Essa fa parte di diverse collettività simultaneamente, ognuna delle quali le conferisce una determinata identità. Approccio intersezionale significa questo: considerare le donne come identità complesse e fatte di appartenenze culturali molteplici e contemporanee. E lo potete vedere rappresentato nella storia delle tre scienziate nere della Nasa oggi raccontate in film.

Ilaria Sabbatini

 

I nani sono sconvolti. Storie di favole proibite

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I nani sono sconvolti: 49 volumi di favole sono stati messi al bando perché accusati di diffondere la teoria gender. Per rendersi conto delle cose bisogna toccare con mano, così sono andata da Angela, in biblioteca, a leggermi “Piccolo blu e piccolo giallo”, uno dei libri banditi. Prima non ne conoscevo nemmeno l’esistenza così, in un certo senso, devo ringraziare il sindaco censore. A causa del dibattito che ha sollevato il ritiro dei 49 libri, sono venuta a sapere che esisteva quel capolavoro mignon. Parla di due colori, il blu e il giallo, che giocando si confondono e formano il verde. Come verdi, i genitori non li riconoscono e li rifiutano. Allora i verdi si mettono a piangere lacrime blu e lacrime gialle e da quelle lacrime si ricompongono piccolo blu e piccolo giallo. I due amici vanno da papà blu e da mamma blu. Felici di rivedere il figlio, i genitori blu abbracciano entrambi i bambini. Ed è a quel punto, nell’abbraccio, che i genitori blu si confondono con piccolo giallo e formano il verde. Questa, secondo qualcuno, è la teoria gender. È vero, una favola delle 49 parla di un gatto che adotta un uccello, però non era la stessa cosa dell’osannata e adorabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”? Qualcuno mi spieghi dove sta la differenza: perché “Rosso Micione” è eversivo mentre la Gabbianella è accettabile? C’è anche una storia che riguarda due papà pinguini. E di fronte a questo io non discuto: se a qualcuno non piace, non lo deve mica leggere! Il fatto è che proprio quel qualcuno ha detto: “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” e si è messo in piedi, a leggere libri in silenzio. Quei libri vengono dalle librerie di casa ma anche dagli scaffali delle biblioteche pubbliche e scolastiche. Loro hanno avuto la libertà di prendere i libri e leggerli. Io non rivendico che tutti i libri siano letti da tutti né cerco di convincere qualcuno a leggere qualcosa che non vuole. Ma sta di fatto che qualcuno non ha più la libertà di prendere i libri e leggerli. Quell’affermazione – “noi non accettiamo di non poter esprimere le nostre opinioni” – deve valere per tutti, ma proprio tutti, altrimenti conta meno di zero. Questo è proprio uno di quei casi in cui “o tutti o nessuno”. E dunque quei libri in biblioteca ci devono stare, anche se qualcuno non li leggerà e non li vorrà mai leggere. Ci devono stare per una questione di pluralismo, per una questione di rispetto, per una questione di intelligenza. E, se vogliamo, anche di senso dell’opportunità. Vedete? Avete proibito “Piccolo blu e piccolo giallo” ma la prima cosa che ho fatto è stata proprio di andarlo a chiedere in prestito. Non lo avevo mai letto e volevo capire. Non sapevo che il testo era brevissimo e si legge tutto d’un fiato, in biblioteca, tra una cosa e l’altra. A un adulto bastano meno di due minuti per finirlo, se non si sofferma sulla grazia delle immagini e della scelte semantiche. Incuriosita perché Evelina mi aveva detto che c’era una versione video, sono andata a cercarla. Ho scoperto che non c’era solo quella ma ce n’erano anche altre di fiabe proibite: qualcuno si è preso la briga di leggerle, animarle o farle illustrare dai bambini. Non tutte le favole sono reperibili e va detto che la cosa più bella è leggerle nelle sedi giuste: la scuola o la biblioteca. In ogni caso questo assaggio serve a dare un’idea di cosa stiamo parlando. In uno dei libri, “La cosa più importante”, un bambino torna da scuola con il compito di dire qual è la cosa più importante per ricostruire il mondo. Il bambino lo domanda a tante persone diverse ma, invece di una sola risposta, ne ottiene tante: tutte diverse. Vedendo puntare il dito contro “Il pentolino di Antonino” non si può non pensare che si stia proprio cercando di soffocare  la cosa più importante.

Ilaria Sabbatini


La lista dei 49 libri ritirati

La crisi greca?

Intro: Ero in Grecia quando tutti aspettavano l’esito delle trattative per il rimborso all’FMI. Molti mi hanno chiesto cosa volevo dimostrare con questo pezzo. La risposta è semplice: niente di particolare in realtà. È iniziato tutto perché degli amici, sapendo del mio fresco viaggio, mi hanno chiesto di raccontare. È proseguito perché altri amici mi hanno proposto di pubblicare. In realtà non ho conclusioni da trarre se non una: l’idea che mi ero fatta sulla base della rassegna italiana stampa è stata completamente smentita.

La crisi greca? (parte 1)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 129

Grexit

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.
Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socioculturale
 ed economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti, non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui [***]

Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto. Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei”.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non 
è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E 
mi è rimasta solo la voglia di tornare.
 La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Però puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori
 e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti (segue).

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La crisi greca? (parte 2)

di Ilaria Sabbatini per Cuco 130

parte2Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

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Galleria Fotografica

Italiani a Vilnius per la shoah lituana. A Virtual Memorial Vilnius 2013

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Dettaglio di un documento in lituano (a sinistra)
tradotto che riporta i dati delle esecuzioni di massa.
Presso il Museo della Shoah di Vilnius.

di Ilaria Sabbatini e Erica Tuselli per Cuco 48

A Vilnius, Lituania, si è da poco conclusa la manifestazione A Virtual Memorial Vilnius 2013. Dal 23  al 29 settembre 2013, in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario della liquidazione del Ghetto di Vilnius, si sono succedute una serie di iniziative che hanno visto coinvolte diverse figure emergenti e già affermate del panorama artistico internazionale. Il festival, patrocinato dal Parlamento Europeo e organizzato dalla Shoah Film Collection, si è svolto presso il centro di cultura Ebraica di Vilnius ma ha coinvolto anche altri luoghi della città come la chiesa di Santa Caterina per il concerto di Arturas Bumsteinas & Wolumen Trio e il Vilnius Tolerance Center dove si è svolta la performance di Doron Polak, artista israeliano presente da tempo alla biennale di Venezia. Durante il Virtual memorial proiezioni di film, video, body performance e mostre di fotografia si sono alternati a letture e dibattiti che hanno previsto la presenza in videoconferenza di artisti da altri continenti. Il festival infatti ha presentato in anteprima alcune delle primissime opere sul genocidio in Cambogia della rinata generazione di artisti cambogiani come “The Survivor”, di Sopheak Sao e il film collettivo “Looking Back” curato dall’università di Phnom Penh. Dal 2 al 4 ottobre, presso il Museo Regionale di Kedainiai (ex sinagoga) si sono poi svolte ulteriori proiezioni con dibattiti e letture. L’evento, nato da un’idea di Wilfried Agricola de Cologne, ha visto la partnership del Vilnius Jewish Culture and Information Center, del Kedainiai Regional Museum, di artvideoKOELN international Cologne. L’Ambasciata d’Italia e l’istituto Italiano di Cultura di Vilnius hanno patrocinato l’iniziativa che ha visto la presenza di cinque artisti italiani invitati: Cristiano Berti, con il documentario “Lety”, che mostra il viaggio di due fratelli rom per prendere parte alla commemorazione delle vittime del campo di Lety; Paolo Bonfiglio, con il cortometraggio d’animazione “Mortale”, che ripercorre gli orrori della Shoah; Andrea Nervi ed Eleonora Beddini, con “Everything collapses and disintegrates around me”, che propone un sorprendente parallelismo tra la propaganda nazista sulle olimpiadi di Monaco e le riprese degli alleati nei lager; infine Marcantonio Lunardi, con l’opera di videoarte “No”, che osserva con occhi nuovi quelle dolci colline toscane che furono teatro dello sterminio nazista. L’inizio, il 23 settembre, ha coinciso con giorno della memoria delle vittime lituane della Shoah. Pochi lo sanno eppure la popolazione ebrea della Lituania e ha subito perdite gravissime, tra quelle percentualmente maggiori in Europa. Il festival è stato un’eccezionale occasione d’incontro tra artisti di varie nazionalità e culture che, sollecitati dagli stimoli emersi, hanno promesso ulteriori sviluppi e collaborazioni internazionali.

A questo link è possibile vedere l’intera collezione dei video del Virtual Memorial Vilnius 2013 http://sfc.engad.org/video/?cat=2

Per le foto delle opere http://sfc.engad.org/video/?cat=2

Videoholica. Al cinema sul Mar Nero

Videoholica_2013_Image_JPG_4MBdi Ilaria Sabbatini per Cuco41

Scrivo dall’aeroporto di Sofia, mentre aspetto il mio volo, per ingannare un’attesa inversamente proporzionale alla mia voglia di tornare in Italia. Leggo le cose che scrivono i miei contatti sui social networks e mi sento lontana anni luce. So cosa è successo nel mio paese in questo inizio agosto ma da qui sembra un’altra cosa. Nella mia testa la priorità va alle chiese ortodosse, ai bassorilievi traci, ai resti della battaglia di Varna, 1444. Non è stata una vacanza ma seguire un festival è una delle cose che preferisco, oltre a perdermi nei musei. Con le mie conoscenze fresche di studio ho fatto pratica da traduttore, consapevole dei miei limiti: il più lo ha fatto il clima del festival dove l’inglese assumeva sfumature bulgare, danesi, turche, greche, tedesche. Riguardo le foto dei giurati e mi accorgo che non è comune l’incontro, nello stesso luogo, di tante nazionalità e culture, compresa quella dell’italiano che accompagno. Lui è qui come vincitore della precedente edizione del Videoholica Videoart Film festival che si tiene sul Mar Nero. E a proposito di mare, oggi vorrei stare lì, senza far nulla. Ho avuto solo il tempo di metterci i piedi, nel Mar Nero ma è comunque qualcosa: un posto lontanissimo è diventato familiare, la quotidianità è stata il mix delle lingue e dei linguaggi artistici. Tutto normale insomma, nella misura in cui si può considerare normale vedere decine di film in pochi giorni i cui autori sono sparsi tra la Mongolia e la Spagna. Videoholica è il più importante festival dell’area, concepito come un forum di arte video che conta sulla partecipazione internazionale per presentare al pubblico un programma di grande valore.

Parallelamente alle proiezioni, gli eventi del festival comprendono mostre, dibattiti e workshop, in materia di video e arte contemporanea, coordinati dai vari professionisti invitati per l’occasione.
Gli eventi del festival si svolgono in una galleria tradizionale, spazi museali e spazi esterni non convenzionali per far incontrare l’ambiente dei professionisti dell’arte contemporanea e il pubblico ampio. Il festival si rivolge ai professionisti così come coloro che non hanno avuto contatti con l’arte contemporanea per cercare un nuovo significato all’ambiente creativo. Videoholica presenta opere di artisti famosi ma offre agli emergenti l’opportunità di sperimentare pratiche professionali innovative nel campo dell’arte contemporanea.

Tutto il lavoro è svolto da una organizzazione non-profit con sede a Varna che si occupa di organizzazione, realizzare e supportare diverse arti contemporanee. I suoi interventi culturali hanno si svolgono in Bulgaria e in vari paesi europei ed extraeuropei attraverso la collaborazione con partner culturali locali, nazionali e internazionali.
L’associazione riunisce artisti, curatori, critici d’arte e altri professionisti dell’arte provenienti da tutto il mondo e dove le persone coinvolte possono comunicare, scambiando idee ed esperienze. Detto così è ben poca cosa rispetto ai meeting cui, da esterna, ho partecipato negli spazi del Graffiti, del Gallery, del Contemporary, ma vi dovrete fidare della mia parola: è stato veramente bello.

Ilaria Sabbatini

 Web: http://www.videoholica.org/

Tanihgui Negene Domog

Tanihgui Negene Domog, di Sanchirchimeg Vanchinjav (Mongolia/Germany), vincitore edizione 2013

Un borgo per l’arte

(Bagni di Lucca Art Festival)

Opera del maestro Del Debbio, foto Ilaria Sabbatini

di Ilaria Sabbatini per Cuco40

La provincia riserva sempre sorprese e, anche se Italia è tutta una grande provincia, qualcuno è convinto che vi sia una provincia più provincia di altre. Personalmente trovo che non esiste niente di più provinciale del pregiudizio del provincialismo ma tant’è: sembra che se non c’è una tangenziale intasata di traffico, il ruolo culturale di un luogo sia irrilevante. Eppure, quando scelgo le scarpe per il vernissage, la differenza si fa concreta e il luogo incide sul tipo di tacco. Anche per sfatare quest’ultimo tabù ho deciso per dei sandali con le perline di vetro con un tacco alto e sottile che per me, fedelissima alle scarpe pratiche, è davvero il massimo del glamour. Era una scommessa e a quanto pare l’ho centrata perché l’evento valeva il sandalo e il tacco. Un po’ titubante, ho cominciato a mescolarmi tra la gente, tanta gente, senza capire esattamente cosa mi aspettava e se avessi scelto l’abbigliamento giusto. La mia amica Dorothea, scultrice, mi aveva chiesto una traduzione per Michael, artista visivo, che inaugurava il 13 luglio e io ne ero incuriosita. C’era la musica e c’erano i gruppi di persone a passeggio col bicchiere del brindisi. Appena superato l’ingresso ho cominciato a incontrare amici e mi sono infilata nel primo fondo trasformato per l’occasione in spazio espositivo. Ho parlato d’arte con la curatrice, una dei volontari che hanno creato l’evento, e subito dopo con una scultrice, ho discusso di fotografia e di studio della luce, della doppia esposizione e dei materiali di stampa. Ho visitato gli altri spazi espositivi, tutti e dieci frutto di riutilizzi: alcuni ricavati in negozi stroncati dalla crisi, altri in cantine, altri ancora in fondi privati messi a disposizione. Alcune cose mi sono piaciute meno altre, invece, veramente tanto. Sono francamente rimasta sorpresa dello spessore qualitativo delle proposte perché non pensavo che Bagni di Lucca avrebbe mai visto un tale livello e una tale varietà artistica tutta insieme. Sicuramente ci ritornerò perché il Bagni di Lucca Art Festival durerà per tutti i mesi di luglio, agosto e settembre a Ponte a Serraglio. Cinquanta giorni di festival con artisti provenienti da Australia, Giappone, Finlandia, Mozambico, Irlanda, Norvegia, Germania, Inghilterra, Usa, Spagna e Italia corredati da concerti, mostre, workshop, simposi e spettacoli di varia natura. Il progetto è nato dall’idea rinnovare una bella località per troppo tempo rimasta assopita nel ricordo del suo antico splendore. Durante il festival estimatori, artisti e mecenati potranno incontrarsi, esibirsi, creare e condividere esperienze. Io che ci vivo, trasferitami dalla città, ho sempre saputo che si tratta di un luogo prezioso ma questo non basta a far sì che sia piacevole viverci. Adesso vedo il paese con occhi diversi e so che non devo andare troppo lontano per trovare gli stimoli che continuamente cerco. A volte la vita di provincia non è affatto male.

Ilaria Sabbatini

I muri dividono più si è lontani da loro

South Korea Koreas Ship Sinksdi Aldo Frangioni per CUCO15

“Il Muro oltre l’idea” è il titolo della mostra, curata dalla storica Ilaria Sabbatini e dall’artista Marcantonio Lunardi, che in dodici pannelli propone una carrellata delle forme assunte dai muri nel corso della storia, dal più classico muro di Berlino fino al recentissimo e quasi sconosciuto muro tra Pakistan e Afghanistan. Le dodici barriere oggetto della mostra sono solo una parte dei quaranta muri documentati dalla Croce Rossa Internazionale.

“Il muro oltre l’idea” ha preso il via il 18 gennaio con l’inaugurazione della mostra collocata negli spazi di Artè, a Capannori – Lucca, in concomitanza con la mostra fotografica “Un muro non basta” di Andrea Merli, responsabile Ufficio VIS (Volontariato internazionale per lo sviluppo) in Palestina. Le fotografie raccontano con l’occhio immediato del foto reporter un viaggio attraverso otto località dal centro-sud al nord della Cisgiordania: tutto il tracciato del muro nei Territori Occupati.

Un altro muro divide la Corea del Nord e quella di Sud. Ai confini fra i due paesi asiatici si trova il villaggio di Panmunjom attraversato da una zona demilitarizza, costantemente presidiata da guardie dei due schieramenti che serve ad evitare scontri diretti. Eppure, da una parte e dall’altra, vengono organizzate escursioni per osservare ciò che sta oltre: più di 100.000 persone visitano ogni anno quella barriera. Viene da chiedersi se non vi siano semi di autodistruzione in ogni tipo di muro.
Il muro è una struttura materiale e contemporaneamenteunconcetto mentale. Una divisione, quale che sia, fa percepire un dentro e un fuori, un interiore e un esteriore, un lato e un altro; il muro riguarda tutto ciò che può essere delimitato con un certo margine di precisione ma quello stesso limite può essere messo in discussione dall’estremizzazione del suo concetto. Perfino i più famigerati muri della storia, se guardati molto da vicino, mostrano sempre qualche fessura. Dunque la percezione del muro, inteso come realtà fisica, non è solo una questione di concretezza mate- rica ma anche di distanza prospettica: più si rimane lontani meglio funziona il meccanismo di occultamento, più ci si avvicina maggiore è la possibilità di un contatto con l’altra parte. Per uno strano paradosso, il muro è tanto più reale quanto più si è distanti mentre da vicino può rivelarsi un confine osmotico, come una parete cellulare, la cui membrana permette scambi da una parte e dall’altra. Le persone interessate da una barriera saranno sempre spinte a tenerne in considerazione l’oltre.

Brochure memoria

Foto mostra