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Lavanda

Oggi è una bellissima giornata di primavera. Fa ancora freddo ma le piante in giardino sono impazienti di gemmare. Le campanule blu sono già sbocciate, la camelia rosa sta dando fiori da giorni, l’uva rimette i primi butti, la siepe di gelsomino produce foglioline tenere. L’orto è stato zappato, siamo pronti per sistemare la spalliera di rose carminio per il rosolio e le marmellate. Il susino, il ciliegio e gli albicocchi sono carichi di fiori. Ho trapiantato la nuova ortensia bianca nell’aiuola a nord. La vecchia pianta è morta per la secchina. Spero di aver trovato un posto dove l’ortensia possa prosperare e sopravvivere all’estate.

C’è bisogno di trapiantare ciò che presto sboccerà e bisogna farlo prima che cominci. Oggi è il giorno giusto. Abbiamo deciso di spostare un enorme cespuglio di lavanda: sarà dura. Mi metto a scavare con vanga e pala ma mi manca totalmente la tecnica. Marito ha un’infiammazione al dente, è sotto antibiotici da giorni, non può farlo. Io però ho fretta e lo convinco che farò il lavoro da sola, basta che mi coordini. Dopo tanti anni di vita in città, dove non sono mai andata oltre un terrazzino con i gerani, gestire piante, siepi e alberi da frutto è una cosa che mi entusiasma. Comincio a infilare la pala, taglio la terra, sento le radici periferiche che cedono. La pila di arenaria vicino al cespuglio mi impedisce di lavorare. Facendo leva in qualsiasi modo la sposto lontano dalla lavanda e svuoto l’acqua. Ma il prato diventa scivoloso. Mentre spingo la pietra cado di culo, mi sporco, sudo, mi spezzo un’unghia dentro i guanti gommati. Già questo basterebbe ma mi prende la ridarella e mi gira un po’ la testa. Marito mi guarda ironico mentre sono seduta sul prato, tra le risate, incapace di alzarmi.

Quando recupero la postura eretta vedo avvicinarsi una signora cotonata con cagnolino al seguito. Appena arriva al mio giardino attacca bottone: “Eh, questi uomini che ci guardano lavorare…”. Non alzo nemmeno la testa, sbuffo spostando una zolla e spiego: “Lui ha un ascesso, non può”. Lascio correre, intanto zappo e do di pala. Ogni tanto mi tiro giù la canotta e su i pantaloni: l’inesperienza mi ha tradito nella scelta dell’outfit. Però ho i sabot da giardinaggio color lilla e la suola verdolina. Li ho presi a sconto, facendo la spesa, e ne vado molto fiera.

Mi fermo per asciugarmi la fronte e vedo il cane che piscia sulla mia siepe di gelsomino. Nel mio giardino − dovete sapere − sono quasi tutte piante aromatiche e profumate. Lavanda, gelsomino, menta, salvia, rosmarino, erba luigia, melissa, nepitella, timo, alloro, maggiorana. C’è un motivo preciso per questa scelta: ha a che fare con la quantità di essenze e profumi vicino allo specchio di camera. Il cane non può saperlo. La padrona, invece, non si pone nemmeno il problema. Mentre il loppide appoggia a terra la zampina sollevata, la cotonata non si arrende: “L’ascesso… si, come mio marito. Tutte le scuse trovano”. Mi si chiude un pochino la vena, ma tutto sommato sono calma: rapidamente mi figuro come potrebbe finire la conversazione. E decido che ne ho abbastanza.

Mi sento sdoppiata, come sempre quando tradisco la gentilezza fino alla morte a cui mi hanno educata. Decido di non assecondare il luogo comune e ascolto la mia voce come se fosse quella di un’altra: “Se è come il suo non lo so. Preferisco farlo io che portarlo al pronto soccorso”. Lei abbozza una mediazione. Ma non mi sento in vena di mediare e neanche di sorvolare. È una faccenda piccola ma non posso sempre nascondermi in un sorrisetto ingessato. “Buongiorno”, mi dice. “Buongiorno”, rispondo, e sorrido senza malizia. Marito resta muto ma ha l’occhio ironico.

Alzo la testa verso mia suocera che si affaccia: deve aver sentito la vibrazione bassa. “Spero che non fosse tua amica”. “Mai conosciuta”. Entriamo nel soggiorno assolato, mi siedo. Marito mi guarda mentre sistema la spesa e carica la macchinetta del caffè: “Che si diceva dei pregiudizi di genere?”. Per oggi al posto così. Ho le mani secche ma profumano di lavanda. 

hate speech

Odio ergo sum. Lo hate speech tra virtuale e reale

Stavolta ho collaborato con Lucca in Diretta per parlare di hate speech:

I social network sono uno strano luogo in cui chiunque può scrivere considerazioni di vario genere ed essere gratificato da decine di like. Ma a differenza di quanto alcuni credono essi sono anche un luogo reale che ha bisogno di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti. Quando si parla di hate speech, benché il termine sia uno di quelli che adesso va di moda, l’impressione è che non si capiscano bene i confini del fenomeno.

Un limite in cui spesso si incorre parlando di questo tema è di ritrovarsi a fare del moralismo spicciolo che niente aggiunge e niente toglie all’esistente. In realtà la questione della comunicazione violenta è un problema annoso e non si può risolvere solo con una stigmatizzazione dell’odio utile a dividere i buoni dai cattivi. Il fervorino morale è esattamente ciò che ci si aspetta in queste situazioni dunque è probabilmente la cosa più inutile da fare per contrastare il fenomeno. È meglio cominciare dalle basi, accettando che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare su un sistema di comunicazione complesso come quello dei social media.

Intanto, parlando del web, occorre chiarire che l’opposizione tra virtuale e reale è la catalogazione semplicistica di un fenomeno molto più articolato. Non è corretto definire le interazioni online come puramente virtuali considerando reali solo quelle che si esplicano al di fuori della rete. Virtuale indica qualcosa che non è posto in atto, benché possa esserlo. Le interazioni online sono poste in atto ed è proprio da questa considerazione che deriva la necessità di valutare seriamente il fenomeno dell’hate speech.

Quando due o più persone si confrontano online le loro reazioni emotive e fisiche sono effettive: ci si arrabbia, ci si commuove, ci si diverte e il corpo reagisce di conseguenza. La prima tappa in un approccio serio alla questione dell’incitamento all’odio è smettere di considerare ciò che avviene online come semplicemente virtuale diminuendo così il peso delle azioni che si compiono. La secondo tappa è capire che cosa effettivamente sia lo hate speech. A differenza di quanto si può credere esso rappresenta una vera e propria categoria dalla giurisprudenza americana che indica un tipo di discorso finalizzato ad esprimere odio e sanzionato dalla legge. In Italia se ne parla soprattutto in riferimento alla tutela della persona. Lo hate speech riguarda discriminazioni di qualche tipo ma può attaccarsi ad appigli di ogni genere come le scelte alimentari o mediche.

Tutti i social media vietano la pratica dell’hate speech. Ma il linguaggio del disclaimer italiano di Facebook è particolarmente interessante perché fa riferimento alla convivenza di una rete eterogenea di persone i cui valori non possono essere uniformati. Al netto delle polemiche, va considerato che fanno parte di tale eterogeneità anche gli stessi deciders di Facebook, le persone che devono valutare se e come gestire i contenuti inappropriati. Gli standard della comunità dovrebbero dunque stabilire cosa sia necessario ai fini della sopravvivenza della comunità stessa mediante l’adozione di un codice di autoregolazione.

La sorpresa è che tale codice non è affatto nuovo: chi ha imparato a interagire in rete con le prime chat, quando si viaggiava a 56kbs, sa o dovrebbe sapere che esiste una cosa chiamata netiquette ovvero il codice di comportamento del web. Tutt’oggi capita di incontrare utenti che scrivono tutto maiuscolo senza rendersi conto dell’effetto irritante del loro comportamento, recepito dagli altri come l’atto di gridare. In una chat della fine degli anni ’90 un utente simile sarebbe stato buttato fuori dal moderatore ma su Facebook questo non può accadere perché la figura moderatore non esiste, se non limitatamente ai gruppi e alle pagine tematiche.

Col successo di massa del fenomeno social un gran numero di persone si sono riversate sul web. Durante questo passaggio non si è sviluppata la percezione che i social media sono a tutti gli effetti dei luoghi pubblici. Scrivere in tali contesti, invece, equivale a parlare davanti a centinaia di persone e ha delle conseguenze sul piano sociale e legale. Molti poi coltivano l’illusione di poter dire qualsiasi cosa protetti dall’anonimato. Ma l’anonimato è una falsa sicurezza poiché sul web ogni comunicazione è facilmente tracciabile e riconducibile al suo autore.

Solo una parte del problema si risolve con le segnalazioni alla piattaforma ospite che risponde mediante contromisure più o meno efficaci. Ma non è semplicemente ricorrendo a provvedimenti repressivi che si risolve qualcosa. C’è infatti bisogno di capire le dinamiche che sono a monte dell’hate speech. L’incitamento più o meno esplicito all’odio si manifesta in merito a temi politici caldi come il Medio Oriente, il veganesimo, l’animalismo, i migranti, i vaccini, le minoranze ma perfino contro persone in condizioni fisiche come l’obesità, l’anzianità e la disabilità. Talvolta si manifesta in gruppi organizzati come quelli che vanno sotto il nome di shit storm e questa è una delle forme meno conosciute ma più interessanti. Il suo tratto caratteristico è il fatto che chi la pratica agisce in modo coordinato e riesce a sentirsi parte di un gruppo che ha come fattore comune l’odio verso qualcuno.

Shit storm è un sistema di attacco organizzato il cui scopo è bullizzare e distruggere gruppi che vengono arbitrariamente giudicati inutili. Questo avviene offendendo gli iscritti con attacchi personali violenti, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione i rapporti fiduciari al suo interno. Lo shit storm si può considerare una forma di hate speech per il fatto di essere violento, di colpire categorie deboli e di essere caratterizzato da un forte senso di apparenza. La differenza sostanziale consiste nel compiere azioni aggressive in modo singolo oppure in forma organizzata. Ma la cosa interessante è che lo shit storm ha successo solo quando le dinamiche di comunicazione interne al gruppo attaccato sono deboli e gli amministratori hanno un basso livello di alfabetizzazione informatica. Quando il gruppo attaccato è coeso e consapevole gli attacchi di shit storm vengono bloccati sul nascere. Aggredire, come è successo, la community degli amici di Viareggio o i gruppi di auto aiuto o la banda degli ottoni di paese non ha alcun senso al di fuori dello sfogare le proprie frustrazioni. Chi compie questi atti ha bisogno di un nemico comune per sentirsi parte di qualcosa e scaricare frustrazioni che non hanno altra forma di canalizzazione.

Lo hater ripropone sulla rete il disagio a cui lui stesso è stato esposto. Ma l’aggressività che esprime non riesce a trasformarsi in azione efficace poiché non migliora realmente le sue condizioni di vita. Le vittime degli attacchi non hanno niente a che fare con i motivi profondi del suo malessere poiché lo hater si sente a sua volta vittima di qualcosa rispetto a cui sperimenta la più totale impotenza. Ciò non significa che la hate speech sia innocuo: esso provoca un danno reale alla vittima o al gruppo preso di mira.

Questo si capisce facilmente guardano agli episodi di cyberbullismo: dapprima un soggetto viene preso di mira da alcuni conoscenti che gli appiccicano un’etichetta poi, per le dinamiche virali del fenomeno, il gruppo di hater si ingrandisce fino a interferire con la vita al di fuori della rete. In altre parole il soggetto non viene aggredito fisicamente ma viene proposto con quell’etichetta agli occhi di un numero crescente di persone che arriva a comprendere tutto il suo contesto sociale. A quel punto la vittima è costretta a convivere con quell’etichetta ogni giorno della sua quotidianità, fuori e dentro la rete. In tutto questo nessuno si pone il pone il problema dell’attendibilità dell’etichetta.

In conclusione, forse non dovremmo concentrarci sulla risposta ma sulla domanda. Spesso i protagonisti – maschi e femmine – delle espressioni più violente di hate speech sono gli stessi che un attimo prima postavano sulla propria bacheca immagini tenere e citazioni ispirate. Oltre che pensare a come agire contro lo hate speech dovremmo riflettere sui meccanismi che accendono nelle persone comuni un tale senso di rabbia e di impotenza da spingerle all’odio verso i più i deboli.

 

Da leggere:
La mappa dell’hate speech elaborata dalla Humboldt University 

Hate speech: l’odio corre sul web

Lo “hate speech” per i social network

Pulire il web da pedofilia e violenze

 

 

The hidden figures. Donne, nere e scienziate NASA

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The hidden figures

di Ilaria Sabbatini per CUCO – Cultura Commestibile 207

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Ricordatevi questi nomi perché ne sentirete parlare. Di professione scienziate, matematiche e fisiche afroamericane, hanno preso parte ai programmi Mercury e Apollo 11 della Nasa. Oggi un film porta alla luce la loro storia nascosta.

Hidden figures, in Italiano Il diritto di contare, è un film del 2016 di Theodore Melfi, che parla della partecipazione di un gruppo di donne ai programmi spaziali NASA a cavallo tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60. Stiamo parlando dell’America segregazionista e delle lotte per i diritti civili, quando i bagni, gli autobus e le scuole erano divisi tra bianchi e neri. Le leggi segregazioniste furono abrogate nel 1964 con il Civil Rights Act, quando vennero dichiarate illegali nelle strutture pubbliche. Ma nel 1965 si raggiunse il punto più alto della battaglia per i diritti civili mediante una il Voting Rights Act, che introduceva regole severe per assicurare il diritto di voto a tutti i cittadini, garantendo così le minoranze.  Per dare un’idea di quali erano i tempi in Alabama, nel 1955, Rosa Louise Parks aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco venendo arrestata. Nel 1960 degli agenti federali scortavano Ruby Bridges a una scuola della Louisiana. La bambina era la prima a entrare in una scuola per soli bianchi grazie a un ordine federale. Nel 1964 tre attivisti per i diritti civili degli afroamericani venivano uccisi in Mississippi da un gruppo del Ku Klux Klan. Nel 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. Tre anni prima era toccato a Malcolm X, durante un discorso pubblico.

Sullo sfondo di questi eventi drammatici le brillanti menti di tre donne afroamericane stavano dando il loro contributo allo sviluppo del programma spaziale americano.

Katherine Coleman Goble Johnson: fisica, scienziata e matematica, calcolava le traiettorie, le finestre di lancio e i percorsi di ritorno di emergenza dei voli. Mary Jackson, matematica, aveva seguito i corsi post laurea in una scuola serale per bianchi frequentata da soli maschi, ottenendo le qualifiche necessarie a diventare la prima ingegnere donna nera della NASA. Dorothy Vaughn, matematica, la meno conosciuta delle tre, fu la prima donna afroamericana a supervisionare uno staff di ricerca alla NASA, come capo della sezione di programmazione della Divisione Analisi e calcolo di Langley. Ricordatevi i loro nomi, ricordatevi il loro contributo, ricordatevi che sono donne e afroamericane.

Nelle loro vicende si concentrano ed esplodono vari pregiudizi sulle donne, la scienza e la capacità di comando. Le loro storie rappresentano una sintesi di quello che oggi viene chiamato approccio intersezionale alle questioni di genere, un approccio che tiene conto delle donne non come categoria astratta ma come individui con proprie peculiarità, inseriti in situazioni specifiche. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, donna, vegetariana, etc. (Amartya Sen) Essa fa parte di diverse collettività simultaneamente, ognuna delle quali le conferisce una determinata identità. Approccio intersezionale significa questo: considerare le donne come identità complesse e fatte di appartenenze culturali molteplici e contemporanee. E lo potete vedere rappresentato nella storia delle tre scienziate nere della Nasa oggi raccontate in film.

Ilaria Sabbatini

 

Ethos e thanatos

Il tema dell’eutanasia è tornato prepotentemente alla ribalta con la morte autoprocurata di Fabiano Antoniani, dj Fabo. Il tema è oltremodo delicato e non mi metterò a fare analizi sulle condizioni di lui, sul suo stato di disperazione o sulla sua serenità. Sono cose che non sappiamo e di cui soltanto l’interessato può dare conto. Dunque trovo opportuno tacere e rispettare il mistero di un uomo che non ho conosciuto, di una coscienza che non è la mia. Riguardo all’eutanasia però è lecito avere dei pareri dato che, in un modo o nell’altro, è un fatto che ci riguarda tutti come individui soggetti al passaggio del tempo. Non è solo questione di cosa sia giusto, ognuno dentro di sé ha le sue convinzioni dettate dalla formazione culturale, dalle credenze, dal modo di affrontare la vita in tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Il punto chiave, in questo caso, è capire il ruolo che dovrebbero avere le leggi dello stato in un campo la cui materia non è mai stata regolamentata.

Mi pare che lo scopo di uno stato e delle sue leggi sia di garantire la pluralità e la convivenza. Tanto per scendere nella prassi, mi è capitato di confrontarmi con una mia buona amica, cattolica praticante: lei ha un concetto della vita chiaramente ispirato ai suoi principi morali. Una sera ci siamo trovate a parlare di questo e mi ha detto che considera come vita ogni suo respiro, in qualsiasi condizione si trovi. Pur avendo una formazione similissima alla sua sono arrivata a conclusioni diverse. Credo che il fatto più interessante sia stato di riuscire a convenire su un punto: la sua volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la mia; la mia volontà aveva diritto di essere rispettata quanto la sua. Abbiamo scisso consapevolmente il piano della morale e quello dell’etica. Allo stato non compete e non deve competere la morale, deve competere l’etica. Anche se non esiste – che mi risulti – nessuna convenzione al riguardo,  il concetto di morale indica le norme di comportamento, mentre quello di etica allude alla riflessione sul fondamento e l’applicabilità di quelle norme.

Trovo fallace che si discuta di temi come il fine vita prendendo a riferimento la morale – ovvero le norme di comportamento che le persone si danno – perché la morale non può altro che essere soggettiva, autoriferita o condivisa entro gruppi specifici. Qui non è questione di pietà − quanto meno non solo − bensì di civile convivenza. La civile convivenza è quella che permette il rispetto di tutti sulla base di un patto sociale. Per esempio permette che io sia contraria all’eutanasia, in base ai miei principi morali, e però sia favorevole all’autodeterminazione in base ai miei principi etici. L’ethos è uno spazio condiviso, dove ci dobbiamo rispettare tutti. E l’ethos, a mio avviso, contiene e garantisce la morale, il mos, ovvero la scelta tra azioni ugualmente possibili. Morale che è plurale per definizione.

Riguardo invece al paragone infelice e illecito con la cosiddetta eutanasia nazista, studiando l’Aktion T4 risulta evidente che l’eutanasia civile praticata da Fabo si colloca da tutt’altra parte, nel filone del pensiero sull’autodeterminazione. La persona decide che per sé, in un contesto di autodeterminazione, è un fatto totalmente diverso dalla persona che muore per decisione di un’altra. La definizione corretta per la cosiddetta eutanasia nazista è eutanasia eugenetica. Confondere la soppressione di stato dei disabili praticata dal nazismo con l’eutanasia civile non solo è improprio ma assume il punto di vista del nazismo stesso. La soppressione dei malati veniva chiamata “dolce morte” solo in un contesto propagandistico quando di fatto tutto il programma eugenetico era costituito da comportamenti violenti e costrittivi. Dunque la prassi nazista – comunque la si pensi – va considerata diversamente dall’eutanasia civile perché il concetto di fondo è completamente differente: si tratta infatti di eterodeterminazione della persona dall’esterno. In questo caso la persona non decide per sé ma subisce la decisione di un terzo. In buona sostanza io posso anche non condividere l’atto di sottoporsi a eutanasia ma non posso derogare dal principio di rispettare l’autodeterminazione di ogni persona. In uno stato etico ogni persona è un individuo pienamente padrone di sé stesso.

Per volontà di chiarezza dico che sono apertamente contraria all’accanimento terapeutico ed è mia convinzione che buona parte dei casi dibattuti circa il fine vita rientrino in questa casistica. Riguardo all’eutanasia attiva posso dire che è contraria alle mie convinzioni, non ho problemi ad ammetterlo. Al tempo stesso però sono persuasa che le mie convinzioni, frutto della mia formazione e della mia morale, siano su un piano diverso dall’etica condivisa che ci deve governare tutti come comunità. Una comunità dove dovrebbe vigere un rapporto di reciproco rispetto e di non prevalenza di una morale sull’altra.

Siamo sempre moralisti sulle scelte degli altri ma in ballo ci sono considerazioni complesse. Il diritto all’autodeterminazione da una parte e dall’altra la capacità concreta di supportare le persone in condizioni o con patologie gravi. Fino al giorno in cui non saremo in grado di proteggere e dare dignità a poveri, anziani, disabili e terminali dovremo misurare le parole, altrimenti saremo solo chiacchiere e distintivo.

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Questo blog non approva tutto ciò che condivide. Ma condivide tutto ciò che sembra interessante per stimolare la riflessione.

Addio, Fabo, non siamo riusciti a darti nessuna ragione per vivere

Due parole su dj Fabo

La vita prima della fine

Death with Dignity Act

Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»

Diritto di vivere. E anche di morire?

Zagrebelsky: “Il diritto di morire non esiste”

Mario Sabatelli: “Io, medico e cattolico spengo le macchine ai malati che lo chiedono”

Quelle donne negate

Sentire il loro accento fa male. Parlano toscano, come me. Loro sono di Follonica. Sono lavoratori normali, senza particolari privilegi e probabilmente senza particolari stipendi. Appartengono alla categoria dei deboli, come tanti. Eppure si sono sentiti più forti di quelle due donne che raccoglievano il cartone e gli oggetti rotti.

Ridevano mentre le donne gridavano. Le hanno rinchiuse nella gabbia semplicemente perché quei due uomini pensavano di poterlo fare, ritenendosi in una posizione di forza. Pensavano anche che fosse lecito, dato che hanno pubblicato il video che li incrimina. Capaci di colpirle perché le ritenevano deboli. Loro, che probabilmente sono impotenti di fronte a quelli che occupano il gradino superiore. L’azienda li ha scaricati: ora i due chineranno la testa di fronte a chi è più grosso. Poveracci che ritengono ganzo bullizzare due donne.

Quello che mi colpisce, però, non è la povertà morale di questi uomini. Personaggi da poco, appartenenti a una tipologia nota che abita le mille zone di margine delle nostre città. No, non mi stupiscono loro. Mi stupisce invece l’incapacità dei media di chiamare le due vittime “donne“. Non importano le nostre posizioni politiche, non importa cosa si pensa della comunità rom: esiste un minimo comune denominatore da cui non si può prescindere. Esiste qualcosa che vale sia per la destra che per la sinistra, qualcosa in cui ci si deve poter riconoscere. Di questo qualcosa fa parte l’opposizione alla violenza di genere, lo schierarsi senza ambiguità contro chi esercita violenza verso le donne.

Qualcuno dirà che hanno fatto bene a bullizzare due rom. Chi oserebbe dire che hanno fatto bene a bullizzare due donne? A questa chiarezza di linguaggio hanno derogato in molti omettendo di chiamare “donne” le donne. Glissando sul fatto che gli aggressori hanno agito contro le donne anche perché erano donne. Omettendo di dire che i due commessi non avrebbero osato comportarsi similmente nei confronti di due uomini. Semplicemente perché ne avrebbero avuto paura. E così, non chiamandole “donne”, si continua a esercitare violenza contro di loro. Persone che prima di tutto vanno chiamate donne e poi, se vogliamo, possiamo chiamarle in base all’etnia: rom, sinti, caucasiche o anche semite, a seconda di quello che si vuole sottolineare.

Volete la riprova? Leggete gli stessi titoli sostituendo le parole giuste: “Chiudono due donne nella gabbia e poi mettono il video sul web”, “Donne chiuse in gabbiotto”, “Donne chiuse nell’area rifiuti”. Fa un’altra impressione, non c’è dubbio. E sapete perché? Perché tutti censuriamo la violenza contro le donne: sarebbe una vergogna il contrario. L’escamotage migliore per sottrarsi a questa vergogna è di negare lo statuto di donne. Così, senza sembrare, viene sdoganata la violenza contro quelle due donne negando il fatto prioritario: ossia che sono a tutti gli effetti delle donne.

Dare la notizia che sono state ingabbiate e non saperle chiamare “donne”, fornisce l’esatta misura di quanto stiamo sottovalutando la violenza di genere come concausa della violenza generale in cui siamo immersi. Leggete bene quello che ho scritto, prima di dire che il genere non c’entra. Non sto parlando del fatto di cronaca, sto dicendo che il problema è non saperle chiamare col loro nome, cioè donne. Con rarissime eccezioni, non lo dice nessun giornale. Esse dunque sono negate come donne e non c’è peggior forma di misoginia del negare a una donna la condizione di donna. Come se l’età, l’aspetto, la classe sociale o l’etnia potessero essere elementi che annullano la condizione di donna.

donne

Aggiornamento:

Riporto una questione a margine. Qualcuna ha mosso obiezione a questa lettura richiamando il concetto di intersezionalità senza però chiarire in che modo si applica alla situazione. Ne viene fuori l’idea che nel caso di Follonica è in gioco la sola discriminazione etnica, essendo ininfluente il fatto che si tratti di donne. Questa affermazione è in contraddizione con l’approccio intersezionale che dice di voler difendere. Provo a definire il concetto di intersezionalità perché non è scontato che tutti lo conoscano e non può essere una cosa per poche iniziate. Semplificando si può dire che ogni persona non è definita da una sola categoria. Nei fatti una donna non è solo donna ma può essere lesbica, precaria, nera, disabile, etc. Essa può subire discriminazione in quanto donna, in quanto lesbica, in quanto precaria, in quanto nera, in quanto disabile, etc. Il post va esattamente nel direzione del considerare le varie componenti della persona, poiché stigmatizza l’atteggiamento di ridurne l’identità a un solo elemento: la sua etnia (si veda Amartya Sen, Identita_e_violenza). Semmai è l’obiezione che manca di approccio intersezionale poiché riduce le persone ad un unico elemento etnico (rom) cercando di omettere che si tratta anche di donne.

Apologia dell’impermanenza

Apologia della perdita della memoria. Apologia della dimenticanza. Contro il predominio della memoria. Non saprei davvero come esprimere questo concetto. Fatto sta che ho cominciato a cancellare i post e le foto che accompagnano la mia attività sui social.

La memoria per funzionare non tiene tutto immagazzinato allo stesso livello. Alcune cose sono facilmente reperibili, altre vanno in latenza, altre ancora si perdono. Da quando FB ha cominciato a riproporre i ricordi, cioè i post degli anni passati, mi sono accorta che non tutto valeva la pena di essere ricordato. Alcune cose non parlavano più di me, altre erano del tutto trascurabili e passeggere. Altre ancora erano scritte in contesti talmente diversi da quello attuale da non essere più nemmeno intelligibili. Così ho deciso di cancellare perché penso che la selezione  dei ricordi sia un modo di rispondere alla nullificazione derivante dal ricordare tutto.

Come persona attiva sui social mi sono ritrovata a sentirmi vincolata da quello che ero, quasi incastrata da un modello che nel frattempo è cambiato. Quel modello di me poteva piacere ma nessuno di noi è indispensabile. Quando qualcuno muore, sui social continua a esistere un fantasma della sua identità tenuta in vita dagli amici e dalle persone care. Però non ci vuole una grande attenzione a notare che spesso ci sono persone che scompaiono dalla nostra timeline e non cambia assolutamente nulla. Si trovano nuovi equilibri, si acquisiscono nuovi contatti e tutto va avanti.

Lasciare che le cose si perdano è naturale, umano. Ogni cosa esistente è impermanente. Sì, cancello i post perché mi piace l’idea che le parole scritte si perdano come si perdono quelle pronunciate. La memoria non trattiene tutto ma fa selezione. Se il social è la memoria indistinta, la mia decisione agisce come selezione. E la selezione è anche perdita. Chi lo sa se quei post che ho cancellato erano ancora utili. È un rischio che corro di fronte a un’alternativa preferibile: cercare strade nuove per arrivare agli stessi punti con una consapevolezza diversa.