La ragione non basta

Non so bene quando ho iniziato a rifletterci. Forse quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sull’hate speech o forse prima. Fatto sta che ne è passato di tempo e da allora ho capito altre cose.

Se non ci poniamo il problema di dialogare con le persone, invece che contrapporsi, se non facciamo attenzione a non umiliarle, dobbiamo calcolare anche le conseguenze di tutto ciò. È facile giudicare o attaccare etichette ma non produce cambiamenti: l’unica trasformazione possibile consiste nel parlare con gli altri senza trattarli come sciocchi. Compreso chi sbaglia, perché si può anche sbagliare in buona fede. Compreso chi è incerto, perché un approccio aggressivo è il modo sicuro per provocare reazioni di allontanamento e di chiusura.

Non riesco ancora a sintetizzare tutto quello su cui ho riflettuto in merito all’importanza del “disarmare” il linguaggio. So però che a volte scambiamo la necessità di un atteggiamento di accoglienza per una questione di forma o di educazione. Ma non è affatto questo il punto. In realtà si tratta di mettersi in gioco davvero, perché sono infinite le cose che si possono imparare dalle altre persone. Anche da chi non la pensa come noi. O forse soprattutto da loro. Chiedersi il perché una persona è sospettosa, è dubbiosa o ha paura non è mai superfluo. E non è una cattiva idea il fatto di chiederglielo.

Per focalizzare meglio il mio pensiero temo ci vorrà del tempo. Nell’attesa provo a condividere alcuni contenuti che in questi ultimi mesi hanno inciso profondamente sul mio modo di intendere la comunicazione. Questo non significa che io pratichi sempre quello che sto esprimendo: mi infurio, assumo atteggiamenti arroganti, mi contraddico esattamente come tutti. Ma ritengo fondamentale conservare l’aggressività per le cose che ne valgono la pena. Perché se diventa uno standard di comunicazione poi non si capisce più la differenza. E d’altro canto, la scelta di una comunicazione meno aggressiva non implica un atteggiamento lassista.

Nel primo video l’argomento è affrontato ironicamente in una puntata di Tonightly With Tom Ballard [ABC (Australia)] con il cominco Jazz Twemlow e con Tean Dean, filosofo dell’University of Sydney (traduzione e sottotitoli di Diem25 Torino 2).

Il secondo video è il TEDx di Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università degli Studi di Padova. È molto interessante la questione che lei pone riguardo al dolore come elemento che induce a evitare il tipo di situazione che lo genera. L’emozione – dice Lucangeli – è più potente del sistema cognitivo, è il grande decisore ed è un decisore intelligente che però ha solo due risposte: mi duole o mi fa bene. Le reazioni a questi stimoli saranno: scappa se ti duole, tieni e cerca se ti fa bene. La domanda che mi pongo io è la seguente: e se ciò che spiega Lucangeli fosse una chiave interpretativa valida anche per la comunicazione?

Il terzo video è la lezione tenuta da Walter Quattrociocchi all’Università di Verona, il 28 settembre 2018*. Quattrociocchi è Coordinatore del Laboratorio di Data science e Complexity dell’Universita di Venezia. Avrei voluto fare un collage ma non ho gli strumenti dunque, se non volete vedervi tutto il video, suggerisco i seguenti passaggi e propongo di leggerli in funzione dell’approccio alla comunicazione •17,10–18,43 •20,48–24,48 •26,42–28,34 •30,16–33,18 •34,36-36,38 •38,25-38,52

Io non ho risposte e ho molte domande. La prima di tutte è come trovare il modo di affrontare le discussioni in modo da ricominciare a considerare l’interlocutore una persona invece che una convinzione da cambiare. E mi piacerebbe parlarne.

I.S.

 

 

.

*Giusto per non dare nulla per scontato ecco un po’ di definizioni estrapolate. Posttruth (post verità) significa utilizzare in una sceltale impressioni emotive piuttosto che i fatti razionali. Confirmation bias (pregiudizio di conferma) è una tendenza dell’essere umano ad acquisire le informazioni perché sono coerenti con la nostra visione del mondo, non perché sono vere o perché sono false. Agenda setting (definizione dell’agenda) significa che più un argomento è trattato nei media, più è percepito come importante dalle persone, più si parla di qualcosa più è percepito come importante. Gap nel modo di fruizione (divario): fino a trent’anni fa la redazione selezionava gli argomenti che sarebbero stati pubblicati, oggi ci sono i social. Esiste sempre un filtro a monte ma c’è un feedback enorme per quanto riguarda la popolarità direttamente dalle persone. In qualche modo l’agenda setting passa in una dimensione che viene chiamata disintermediata. Fact checking (verifica delle fonti) fornire informazioni strutturate e calibrata fatta con buon giornalismo.  Eco chamber (cassa di risonanza) gruppi di persone accomunate da una stessa narrativa che, insieme, condividono le stesse narrative a supporto. Insieme cooperano per costruire una narrativa per strutturare una narrativa che aderisce a una visione del mondo condivisa.

Foto di Daniela Edburg

Annunci

4 pensieri su “La ragione non basta

  1. cavallogolooso

    L’argomento “dolore” come ci riporti con Daniela Lucangeli io l’ho individuato in “paura”, sulla mia pelle (quindi potrebbe essere il solito errore del generale tratto dal particolare) ma fino ad ora mi sono sempre accorto (ovviamente eccoci, potrebbe essere un confirmation bias) che dietro un’aggressione, un comportamento aggressivo, c’è sempre invariabilmente la paura. E se ne si ha la pazienza, ci si può chiedere “di cosa ha paura?”. Poi la risposta potrebbe comunque non giustificare l’atto. Ma intanto ti fa calmare e pone te in difesa e ascolto invece che in attacco. Certo, a volte vuoi solo non essere aggredito, non psicanalizzare il resto del mondo.
    Ma ho osservato tante volte crescere la mia nipotina, che ora ha 3 anni e mezzo, trovandoci il nucleo di quello che tutti siamo. Elementale, in nuce, si trova tutto, su cui possiamo costruire il nostro senso della vita, la ricerca di uno scopo, il “voglio / non voglio” che è proprio quel “mi duole / mi fa bene”. Le risposte etiche o morali sono invariabilmente che la libertà dell’uno termina dove inizia quella dell’altro. Ma a livello di “perché io esisto? voglio esistere? a che scopo vivere, alzarsi, fare fatica, impegnarsi?” osservare il tendere di un bambino verso l’erbavoglio ti fa vedere, spesso, reazioni, comportamenti e dinamiche anche negli adulti.
    Voglio. Non ottengo. Mi duole. Alcuni scappano, altri aggrediscono.
    Esempio di quando era ancora più piccola e tutto era “suo” (volevamo evitare che si impadronisse dei giochi di tutti al parco);
    – questo è mio amore, è dello zio
    – ma io vojo!
    – anche io vojo amore mio
    – sono triste
    – come mai sei triste amore?
    – vojo quello
    – ma anche io sono triste se lo prendi
    – sono triste, dammelo (= chissenefrega di te, n.1 ; n.2 : non ottengo: mi duole )

    Ora, questa cosa che forse ti potrà sembrare ipersemplificata, superficiale, poco pertinente o un esempio non calzante, invece secondo me è il punto. Siamo questo e il resto, come dicono quelli, è sovrastruttura. Una complicazione, verniciatura, carta da parati sopra questo. Ma sotto sotto, sempre, c’è questo.

    Compreso il senso di voler vivere, se non hai una spinta animale potente alla mera sopravvivenza. E lo sto vedendo. Io ho un certo livello di questo problema del “se non ho questo (l’amore) non mi interessa vivere” (= vojo, non ottengo, mi duole, scappo … da cosa? Dall’esistenza) ma incontro molti ragazzini attorno all’adolescenza che hanno una versione ancora più preoccupante di questo pensiero: si vergognano (non è pigrizia e basta) dell’esigenza di lavorare per vivere. Si vergognano del fatto che i loro genitori devono lavorare per vivere. Il loro obiettivo è essere come dei Regnanti con servitù – e non scherzo, è la terza volta che lo sento dichiarato papale papale – o come dei gatti, il motivo per tale trattamento è “sono bella” o qualcosa di simile. Come il gatto, al quale accordiamo benefici perché è carino. Ma almeno fa le fusa. Loro sentono intimamente che il loro posto è essere serviti. E attenzione, approccia come suggerisci: io non li sto giudicando eticamente. Sento profondamente – perché l’ho visto e sentito – il loro DOLORE nel non essere così. Sono depressi: “sono depresso perché non sono mantenuto da altri per il solo fattio che esisto”. Vedi che il nucleo è sempre quello. A quel punto naturalmente sono i desideri e la loro plausibilità a diventare l’oggetto del nostro interesse, come società. Ma se ci interessa reindirizzare queste persone verso qualcosa di diverso dall’infelicità, fare come fai tu, approcciare il dialogo come dici tu, è fondamentale, inetressantissimo.
    E recentemente io questo lo considero “essere accomodanti” (cosa che io non sono, mi dicono). Ed ecco: le persone accomodanti salveranno il mondo. Perché, come dici, non sono lassisti, non si girano e se ne vanno. Accomodano le cose, assecondano un movimento per spingerne un altro… senza violenza, senza battere col martello se il pezzo non entra nel foro. Senza tirare spaccando tutto se qualcosa è incastrato.
    Stai facendo un lavoro encomiabile. E quando riesco a ricordarmene anche solo un granello è sempre troppo tardi. Sono impulsivo e si, l’educazione ed il comportamento sono la prima cosa che mi viene in mente in quei casi.
    Del resto la forma, in molti casi, è ciò che separa una richiesta da un ordine.
    Grazie per questo lavoro che fai e che condividi.

    Mi piace

    Rispondi
  2. Ruminatiolaica Autore articolo

    Ciao Cavallo Goloso, benritrovato. L’osservazione che dietro un comportamento aggressivo, c’è sempre invariabilmente la paura, in questo contesto è molto interessante. Ma il problema è: e se ad essere aggressivi sono i buoni?

    Ti faccio notare una cosa: Lucengeli a un certo punto dice al pubblico di fare una cosa e chiede cosa provano: dolore o sofferenza? La cosa mi incuriosito e credo varrebbe la pena approfondire.

    Mi piace moltissimo la definizione di persone accomodanti come persone che accomodano. E ti assicuro che in questo momento l’idea di “assecondare un movimento per spingerne un altro” mi serve moltissimo.

    Grazie a te di interagire. Tutti questi discorsi non avrebbero nessuno sviluppo se non mi confrontassi con altre persone.

    Piace a 1 persona

    Rispondi
  3. cavallogolooso

    Dolore o sofferenza. Intendiamo con questo la differenza tra la soffernza fisica (dolore) e la sofferenza “dell’essere” ? Perché ad un certo punto queste si intersecano. Almeno, dentro di me, questo è accaduto. Ti parlo di mancanze o lutti (il lutto è anche l’amore che ti lascia, sia chiaro), Ciò che ti manca e ti fa star male genera una sofferenza tale (e lo stesso fa la paura, il terrore, l’ansia che diventa angoscia) da farsi sentire fisicamente, e diventare inabilitante qualche volta. Se può sembrare un estremo, pensa solo alla sudorazione: è nu fenomeno fisico ma è manifestazione di una sensazione e spesso di un sentimento. La paura, appunto. Io in alcuni casi sento una specie di corrente elettrica per tutte le braccia e poi per tutto il corpo e la sensazione di non poter tenere in mano saldamente un oggetto, un rapido indebolimento, un mancamento. Questo quando sento un ricordo felice-infelice (era felice, ma non esiste più, quindi diventa lutto-mancanza e paura di non avere mai più) in maniera acuta. Lo ascolto attentamente da quando ho avuto, ormai diversi anni fa, una crisi che io chiamerei di “terrore di tutto”. Roba da restare a letto a tremare. Da quel momento sento la paura, la vedo, la percepisco tanto in molte persone, specialmente se molto deboli. Se ho tempo, anche dietro la rabbia.
    In nessun momento ho detto che i comportamenti aggresivi sono appannaggio dei cattivi. Ho detto che dietro c’è la paura.
    Mia madre ha paura che i Musulmani prendano possesso del paese.
    Tante persone hanno paura per le loro figlie, ma soprattutto di non avere lavoro.
    Altri di ciò che non conoscono, di perdere la libertà di andare a zonzo (uomini e donne, ma rilegendo il tuo scritto relativo alle donne: lo capisco bene: quando si parla di “quegli uomini” ecco che “l’uomo nero” è identico, anche per i maschietti; se non fossi stato chiaro: la stessa sensazione di non poter andare sicura per strada provata da una donna, nei confronti degli immigrati è genericamente provata allo stesso modo anche dai maschi).
    Quindi mai detto che siano i cattivi. Per questo dico: non il dolore, ma la paura di qualcosa. La paura vive del futuro. Il dolore è un’esperienza del passato, nota.

    Continua così! FACCE PENSA’!!!!!

    Mi piace

    Rispondi
  4. Pingback: I bambini non si toccano | ruminatiolaica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.