Ora sono liberi

Il signor Dino Bettamin, malato terminale di SLA, muore dopo la sedazione profonda. E il solito pro-life intervistato al Tg1 non trova di meglio da fare che questionare sull’alimentazione forzata. Beh, in tutta onestà, chi non ha sentito la propria madre implorare di addormentarla non dovrebbe avere diritto di parola, non al di fuori della compassione e dell’empatia.

Penso a mia madre spessissimo. Mi sembra di diventare come lei mano a mano che invecchio. Gli stessi spigoli, le stesse debolezze. È con me quando cucino ed è diventata una presenza normale, serena. La sua immagine è quella di quando me la potevo godere da adulta, noi due sole a fare pastrocchi con la cena e a fumarci le sigarette l’una dell’altra.

Eppure stasera ho sentito come se qualcuno me l’avesse strappata. D’improvviso mi è salito addosso il ricordo di quando il dolore era diventato insopportabile e lei implorava che lo facessimo smettere. Sono stata io a dare l’assenso per la sedazione profonda. È un puro caso, sarebbe potuto toccare a mia sorella. So che lei avrebbe fatto la stessa identica scelta perché ne avevamo parlato, perché sapevamo cosa voleva mamma.

Mamma aveva capito. Oh se aveva capito. E me lo aveva detto che stava morendo. Poi aveva continuato a implorare finché si era addormentata mentre io benedicevo quell’incoscienza. I medici nei giorni successivi avevano provato a diminuire la morfina. Ma come lei recuperava la coscienza, iniziava a piangere piano. Dopo due volte hanno deciso di smettere con la nostra gratitudine.

Ho cercato di trattenerla, ho visto esattamente quando ha smesso di respirare. Contavo i secondi. Mi dicevo che era un’apnea. Avrebbe di sicuro ripreso a respirare. Al mio fianco c’era un medico del personale, è rimasto a contare con me. L’ho guardato e lui ha annuito. Ho capito. Poi mi ha lasciata sola con lei. Mamma se ne è andata così, dormendo, perdendo il calore delle mani che le tenevo nelle mie. Finalmente libera.

Ed è questo l’amore. Sapere che se anche in quel momento ti sembra di romperti in due all’altezza del diaframma, non sei tu che conti ma lei, il suo dolore, il suo viaggio, il suo paradiso di persona credente, la sua pace finalmente guadagnata. Lei non è più lì, è da qualche parte che sta cercando la strada, verso il nulla o verso il tutto. Segue il suo ciclo. E non si può più tenerla legata. Si deve aprire la mano e lasciarla libera.

Questo gesto mi ha restituito lei, la nostre giornate improvvisate e imprevedibili, la spesa insieme in bicicletta anche quando era diventata cieca. Per proteggerla dalle macchine mi sono fatta tamponare da uno che andava a due all’ora. Mamma per tutta risposta si è girata stizzita a redarguirmi perché stavo ritardando. Non aveva visto niente ma dopo ci abbiamo riso. Mamma è questa.

Ora un tizio che non la conosce, che non sa perché e come ha vissuto, con quanta forza ha lottato, pretende di venire a parlare di alimentazione forzata contro la sedazione profonda. Uno che non ha la minima idea di quanta sofferenza deve aver provato per chiedere di essere addormentata, lei che sminuiva qualsiasi malanno. Un tizio che non conosce questo dolore viene a fare la morale a chi ha ringraziato Dio per averla risparmiata. Non  risparmiata dalla morte, no, ma dalla maledizione peggiore: quella della sofferenza.

Che taccia, che ascolti, che impari cos’è la compassione, com’è fatta l’empatia. Perché senza l’amore lui e la sua morale sono meno di niente.

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Questo è un mio scritto sulla libertà di decidere

Ecco come la vedevo (e mi sentivo) in quel periodo

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