Referendum 2016 analisi e documenti

Come e perché è nata la necessaria riforma costituzionale
Carlo Fusaro (sostenitore del si)

Gli approfondimenti a puntate del prof. Carlo Fusaro, professore di diritto elettorale e parlamentare presso la Scuola “C. Alfieri” dell’Università di Firenze

Questa riforma nasce dalla drammatica crisi dell’avvio della XVII legislatura. Le elezioni del febbraio 2013 consegnano un sistema politico improvvisamente divenuto tripolare: il Pd e i suoi alleati, il Popolo della libertà e la Lega, il nuovo Movimento 5Stelle si ripartiscono i voti in misura quasi equivalente. Fallisce l’ambizione di costruire un ulteriore polo intorno alla figura del presidente del Consiglio uscente Mario Monti, senatore a vita cui era stato affidato il compito difficile e impopolare (per le misure da prendere) di fronteggiare la crisi del debito pubblico italiano, derivante a sua volta dalla crisi finanziaria mondiale e dall’insipienza e dall’incapacità di reagirvi del IV governo Berlusconi. A parte la maggior difficoltà di governare un sistema politico tri- o multipolare (rispetto a uno bipolare), la presenza di tre grandi forze parlamentari in sé non sarebbe stata un dramma.

Se non che: (A) la combinazione bicameralismo paritario-legge elettorale Calderoli (quella del 2005, voluta dal centro-destra berlusconiano) aveva prodotto uno squilibrio fra Camera e Senato; la vittoria (di misura) del Pd di Bersani aveva portato a una Camera con maggioranza Pd – Sel (ma Sel andò subito per conto proprio, in barba agli accordi preelettorali) e un Senato nel quale, invece, il Pd aveva (ed ha) solo un terzo dei componenti; (B) soprattutto si vide subito che il M5S, forte all’inizio di 108 deputati e 54 senatori, non era è disponibile ad alcun tipo di collaborazione in vista del governo del Paese: né col Pd né con Pd e Popolo delle libertà. Questo rese subito difficile la formazione di un qualsiasi governo, nonostante gli sforzi iniziali di Bersani.

Si arrivò così alla scadenza del mandato del presidente Napolitano. Alle votazioni per l’elezione del nuovo presidente il Pd non fu in grado di sostenere compattamente un proprio candidato da votarsi (necessariamente) con le altre forze politiche: caddero sia Marini sia Prodi. A questo punto tutte le forze politiche, tranne M5S e Lega, si rivolsero a Napolitano chiedendogli di accettare – per la prima volta nella storia – un secondo mandato. Napolitano accettò ma premettendo che non intendeva restare per tutto il settennato (per ragioni di età) e che condizionava la sua disponibilità al fatto che la legislatura fosse stata dedicata alle riforme anche costituzionali, sulla base di una collaborazione fra forze di centro-sinistra e di centro-destra (cioè Pd, Scelta civica, Popolo delle Libertà).

Nasce così il Governo Letta. E viene costituita una speciale Commissione di 42 esperti (tutti accademici, qualcuno con precedente militanza politica), presieduta del Ministro per le riforme Gaetano Quagliariello che rassegnerà le sue conclusioni il 17 settembre 2013: esse saranno la base del successivo progetto del Governo Renzi. Nel contempo si avvia una proposta di revisione dell’art. 138 Cost. per assicurare (come nel 1993 e nel 1997) un percorso accelerato e con referendum conclusivo della revisione della Parte Seconda della Costituzione. Questo progetto verrà approvato da Camera e Senato ma poi abbandonato: infatti il tentativo di collaborazione governativa e per le riforme fra Pd e Popolo delle Libertà naufraga a causa della vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore (in ossequio alla c.d. Legge Severino e comunque alla sua condanna in sede penale per reati tributari).

Così Berlusconi si tira fuori e il Popolo delle libertà si divide: rinasce Forza Italia (che va all’opposizione) e nasce il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che raccoglie i parlamentari (e i ministri) dell’ex Popolo delle Libertà che vogliono continuare la collaborazione di governo e per le riforme. Dalle c.d. larghe intese si passa a una specie di piccola intesa, comunque sufficiente (di poco) a garantire la maggioranza (forte alla Camera grazie al premio, debole al Senato).

L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Negli stessi giorni la Corte costituzionale decide che la legge elettorale del 2005 (quella voluta da Berlusconi, Casini e Calderoli) è incostituzionale in due punti chiave (il premio, la mancanza di preferenze, vedi 15. e 16.). Renzi, anche per questo, rilancia immediatamente la strategia delle riforme e persegue – limitatamente a questa – un’intesa con Berlusconi, il quale si trova nel momento di massima debolezza e vede questa come l’unica opportunità di continuare a contare qualcosa. Nasce il c.d. patto del Nazareno, nome giornalistico derivante dal fatto che il primo solenne incontro fra Berlusconi e il neosegretario Pd Renzi avvenne presso la sede del Pd, appunto in via del Nazareno a Roma.

Berlusconi e Renzi raggiungono un accordo che ha per oggetto: legge elettorale, riforma costituzionale (limitatamente a bicameralismo e revisione del titolo V più punti minori). Subito dopo (febbraio 2014) Renzi sostituisce Letta alla guida del governo per assumersi in prima persona la responsabilità delle riforme in una fase in cui l’esecutivo appariva appannato e senza iniziativa (in questo modo si realizza una prima importante riforma di fatto: il leader del maggior partito di governo è anche presidente del Consiglio, come previsto – del resto – dallo Statuto del PD, se il partito governa naturalmente). L’intesa Renzi Berlusconi ovvero Pd/Popolo delle Libertà (oltre che Ncd) durerà fino al gennaio 2015 ed è stata alla base sia della nuova legge elettorale (Italicum) sia della riforma costituzionale sottoposta a referendum. La riforma sarà votata da tutta la maggioranza di governo e da tutto il centro-destra fino all’approvazione (in prima lettura) al Senato: non proprio il testo definitivo, ma quasi. Da ricordare che la stessa Lega ha un atteggiamento costruttivo (Calderoli stesso, al Senato, è correlatore con Angela Finocchiaro).

Si può dunque dire che la riforma costituzionale è figlia della determinazione del presidente Napolitano, dell’elezione a segretario di Renzi e della sua iniziativa politica, nonché dell’intesa fra Pd, suoi alleati di governo (centristi vari e Ncd) e Forza Italia.

Chi ha voluto (e perché) il referendum sulla riforma costituzionale

Si fa un referendum di tipo confermativo per rimettere la scelta definitiva al corpo elettorale perché la Costituzione lo consente (art. 138.3) e perché tutti lo vogliono.

Lo vogliono coloro che in Parlamento si sono opposti al progetto poi approvato come hanno sempre detto; lo vogliono il Governo e la maggioranza per dare alla riforma stessa una importante – si potrebbe dire, necessaria – legittimazione popolare. Tanto più che la maggioranza per la riforma è frutto di una vittoria elettorale striminzita (alla Camera), di una lotteria di premi (al Senato), il tutto sulla base di una legge elettorale poi censurata a proposito del meccanismo di attribuzione dei seggi dalla Corte costituzionale (sent. 1/2014).

Se è assurda la tesi che – a causa di quella sentenza – il Parlamento avrebbe dovuto bloccare ogni attività riformista e magari essere sciolto sulla base di una legge elettorale fasulla (frutto casuale della vituperata legge Calderoli meno le parti fatte cadere dalla Corte: due punti che lasciavano in piedi molte altre incongruenze), è comprensibile e anzi auspicabile conferire alla riforma il crisma del consenso direttamente espresso da parte dei cittadini elettori.

Fonte: http://formiche.net/author/carlofusaro/


L’iter della riforma costituzionale – speciale referendum

Il testo è stato discusso in parlamento per circa 2 anni. Sono state necessarie tre letture da entrambi i rami e 6 approvazioni per decretare il testo finale e il 4 dicembre ci sarà il referendum. Tutte le tappe della riforma costituzionale.

L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di assicurare una corretta e approfondita discussione in aula. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente esteso, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al senato che hanno azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.

Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la riforma ha dunque richiesto 731 giorni di discussione, di cui 346 al senato e 385 alla camera . Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge, nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi dell’iter legislativo.

Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7 contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.

L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore (percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

Fonte: Openopolis

Legenda


Referendum costituzionale 2016: le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi

Quanto si avvicina la legge Renzi-Boschi alla riforma Berlusconi del 2006? Parecchio, secondo l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

In una lettera aperta al Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitanopubblicata dal quotidiano La Repubblica, l’ex direttore della Scuola Normale di Pisa ha affermato che l’attuale riforma ricalca in buona sostanza quella targata Berlusconi-Bossi. Secondo Settis

“analogo è il rafforzamento dell’esecutivo, in ambo i casi presentato come finalità delle modifiche. Assai simile è la metamorfosi del Senato (‘federale’ nel 2006, ‘delle autonomie’ nel 2016), che in ambo i casi non esprime la fiducia al governo. Quasi identico al precedente del 2006, in questo nuovo tentativo di riforma, è il ‘bicameralismo imperfetto’ […]”.

Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Cerchiamo di scoprirlo.

Dopo continui rinvii, la data della consultazione referendaria con cui gli italiani decideranno se approvare o respingere il progetto di riforma costituzionale targato Renzi-Boschi è stata fissata per il 4 dicembre.

Poco più di 10 anni fa, nell’estate del 2006, andava in scena un altro referendum costituzionale. La riforma su cui all’epoca gli italiani si espressero viene accostata da molti a quella attuale. Eppure, nonostante i punti di contatto, profonde differenze separano i due testi, a partire dall’enorme peso attribuito alla figura del premier dalla riforma voluta da Berlusconi: elemento, questo, che non viene praticamente toccato dal ddl Boschi.

Quali sono le differenze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi, bocciata dagli italiani col referendum del 2006? In vista di quello che si preannuncia come l’evento politico più importante dell’anno, ossia il referendum costituzionale del prossimo inverno, è bene dare uno sguardo ai punti in comune e alle principali differenze tra i due progetti di riforma costituzionale, varati esattamente a 10 anni di distanza l’uno dall’altro.

In molti hanno sottolineato le analogie – così come le divergenze – tra la riforma costituzionale passata nel corso della XIV legislatura su iniziativa dell’allora maggioranza di centrodestra, e il ddl Boschi, approvato lo scorso aprile in via definitiva e ora sottoposto al giudizio degli italiani. Dunque, cerchiamo di analizzare le differenze e le somiglianze tra la riforma di Renzi e quella di Berlusconi.

Quello del 25-26 giugno 2006 fu il secondo referendum costituzionale sottoposto agli italiani: il primo si svolse nel 2001. Contro le modifiche alla Carta volute dal centrodestra votò il 61,3% degli italiani, che quest’anno sono chiamati a esprimersi su un nuovo progetto di riforma. Nel dettaglio, di seguito vedremo quali sono i punti in comune tra la riforma del 2006 e il cosiddetto ddl Renzi-Boschi.

Differenze tra il ddl Boschi e la riforma di Berlusconi del 2006

La riforma del 2006 mette mano in modo massiccio alla seconda parte della Costituzione approvata nel 1947. Ecco una breve scheda che la analizza punto per punto, confrontandola con quella attuale.

Composizione del Parlamento:

  • Riforma 2006 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato federale, organo che rappresenta gli interessi delle comunità locali.
  • Riforma 2016 : fine del bicameralismo perfetto. Il Parlamento si compone della Camera e del Senato delle autonomie, elemento di raccordo tra lo Stato centrale e gli enti territoriali (regioni e comuni).

Numero dei parlamentari ed elezione senatori:

  • Riforma 2006 : la Camera è costituita da 518 deputati, il numero dei senatori scende a 252. Questi ultimi vengono eletti in ciascuna Regione contestualmente ai consigli regionali. In caso di scioglimento anticipato di un consiglio regionale, il nuovo resta in carica solo fino alla fine della legislatura del Senato. Ogni regione dovrà eleggere almeno sei senatori (ma a Molise e Val d’Aosta ne spettano rispettivamente due e uno), ai quali si aggiungono i 42 delegati delle Regioni. Sarà eleggibile chi ha 25 anni. I deputati a vita prendono il posto dei senatori a vita e possono essere solo 3.
  • Riforma 2016 : i deputati restano 630, a Palazzo Madama troviamo invece 95 senatori (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori) eletti dai consigli regionali su indicazione popolare – quindi non più in occasione delle elezioni politiche – più altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica, i quali resteranno in carica per 7 anni: spariscono quindi i senatori a vita. I nuovi membri del Senato resteranno in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale.

Iter delle leggi:

  • Riforma 2006 : la Camera esamina le leggi riguardanti le materie riservate allo Stato. Il Senato può chiedere un riesame (serve una richiesta di due quinti dei senatori), quindi il testo fa ritorno alla Camera, che decide definitivamente. Il Senato esamina le leggi riguardanti le materie riservate sia allo Stato che alle regioni (materie concorrenti), ma anche le leggi di bilancio e la finanziaria. La Camera può chiedere di riesaminarle (serve una richiesta dei due quinti dei deputati). Il Senato non può più sfiduciare il premier.
  • Riforma 2016 : la Camera è l’unica a votare la fiducia all’esecutivo. Il Senato avrà piena competenza solo su riforme e leggi costituzionali e potrà chiedere alla Camera di modificare le leggi ordinarie, ma quest’ultima non sarà tenuta a dar seguito alla richiesta (sparisce dunque la navetta parlamentare).

Elezione e poteri del Presidente della Repubblica:

  • Riforma 2006 : il Capo dello Stato è è eletto da un’assemblea composta da deputati, senatori, presidenti delle regioni e da tre delegati per ciascun consiglio regionale. Perde il potere di sciogliere le Camere e quello di scegliere il primo ministro.
  • Riforma 2016 : cambia il meccanismo di elezione del Capo dello Stato, per la quale viene modificato il quorum. Dal quarto scrutinio in poi ci vuole la maggioranza dei tre quinti dell’Assemblea, e non più la maggioranza assoluta come accade oggi. Dal settimo scrutinio sono necessari i tre quinti dei votanti. Spariscono inoltre i cosiddetti grandi elettori.

Poteri del premier:

  • Riforma 2006 : aumentano i poteri del “primo ministro”, che può licenziare i ministri, dirigere la loro politica (e non più soltanto coordinarla), sciogliere direttamente la Camera. Di fronte a questa decisione, i deputati della maggioranza hanno la facoltà di indicare un nuovo premier. Se invece la Camera vota una mozione di sfiducia contro il primo ministro, è previsto lo scioglimento automatico dell’assemblea. La sua di fatto è un’elezione diretta (anche se il suo nome non è stampato sulla scheda). Sulla base dei risultati delle elezioni il Presidente della Repubblica nomina primo ministro il leader della coalizione vincente. Per insediarsi non ha bisogno della fiducia della Camera.
  • Riforma 2016 : non vengono modificati i poteri del presidente del Consiglio.

Rapporto tra Stato e Regioni:

  • Riforma 2006 : alle Regioni viene spetta la competenza esclusiva su importanti materie come l’organizzazione della Sanità, l’organizzazione scolastica e la polizia locale. Viene introdotta una clausola di interesse nazionale: ovvero, il governo può bloccare una legge regionale che pregiudichi l’interesse nazionale. Della questione si occupa il Senato; se la Regione non cambia la legge incriminata, il Senato può chiedere al Capo dello Stato di abrogarla.
  • Riforma 2016 : lo Stato centrale si riappropria di importanti competenze che ora sono appannaggio delle Regioni, come: “la tutela e la promozione della concorrenza; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro pubblico; le disposizioni generali per la tutela della salute; la sicurezza alimentare; la tutela e sicurezza del lavoro, nonché le politiche attive del lavoro; l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria e la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica”.

Giudici della Corte Costituzionale:

  • Riforma 2006 : sono 15, di cui quattro nominati dal Capo dello Stato, quattro dalla magistratura, sette dal Senato federale integrato dai presidenti delle Regioni.
  • Riforma 2016 : dei 15 giudici costituzionali, 3 vengono eletti dalla Camera e 2 dal Senato.

Referendum:

  • Riforma 2006 : affinché il referendum confermativo sia valido, deve votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Il referendum inoltre può essere chiesto anche se la legge costituzionale viene approvata in Parlamento con la maggioranza dei due terzi: in questo caso non c’è bisogno del quorum.
  • Riforma 2016 : viene introdotto il referendum propositivo. Per quanto riguarda quello abrogativo, se è richiesto da almeno 800mila elettori invece che 500mila, è valido anche nel caso voti la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche; se è richiesto da almeno 500mila elettori ma meno di 800mila, o da cinque consigli regionali, rimane invariato il quorum della maggioranza degli aventi diritto.

Fonte: Forexinfo


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