Si può anche non ridere, semmai

Le battute sessiste non fanno ridere. E se non fanno ridere non si ride.

Uomini volgari raccontano barzellette sessiste dietro di me. Fintamente eleganti, alquanto sboroni e parecchio burini. Niente di straordinario, le solite stupidaggini mediocri. Quello che invece mi stupisce è il riso delle due donne. Questi uomini non sono brillanti, non sono intelligenti, non sono neanche giovani, belli e tanto meno ricchi. Perché due donne normali dovrebbero ridere di queste cretinerie?

Questa è la domanda che, in un sabato sera di uggia e pioggerella, mi facevo seduta al tavolino di un bar mentre bevevo té e scrivevo sul portatile. Un uomo va dal medico e gli chiede come sta sua moglie… ma poi importa davvero sapere com’è questa barzelletta? Finisce che la moglie muore e il marito si toglie un gran peso, applausi, risate, sipario. Ho guardato mio marito dall’altra parte del tavolino: ha scosso la testa. Gli ho chiesto di descrivermeli. Io non potevo vederli ma sentivo distintamente le risate delle donne.

Mi è venuto in mente un mio compagno di liceo che per qualche insondabile motivo pensava di far colpo su di me chiedendomi se ero “una da divano” o “una da lavello”. Era un giovane genio, predestinato a una brillante carriera. Figlio di genitori importanti, avviato a cose importanti. Ma questo era solo un dato casuale. Non risi: era un uomo estremamente ridicolo ma per nulla spiritoso. Ovviamente andò in bianco e di certo pensò che ero una che se la tirava.

Quando ho scritto della barzelletta al bar alcune amiche (e amici) hanno lasciato dei commenti sulla mia bacheca Facebook. Voglio che ne rimanga traccia dato che scrivono spesso cose interessanti: queste sono in estrema sintesi le risposte che hanno dato al perché quelle donne hanno riso pur non essendoci motivo. Perché ti insegnano fin da piccola la buona educazione sbagliata; perché gli uomini da soli non ce la farebbero a mantenere un certo ordine senza l’approvazione femminile; perché alcune donne sono inculturate a un ruolo; perché per loro quel maschio era il maschio accudente; perché l’essere coglioni è una caratteristica trasversale anche al sesso; perché a volte nelle donne c’è una cieca accettazione della subordinazione. È tutto vero, è tutto da meditare.

A me veniva voglia di alzarmi e di scuoterle, quelle due al bar. Che state facendo? Smettetela di ridere, stanno ridendo di voi. Smettiamola tutte di ridere alle battute sessiste. Senza moralismi ma anche senza farsi ricattare dalla paura di passare per moraliste. “Che fai non ridi? Allora sei una moralista, non hai il senso dell’ironia”. “No, è che a volte sono proprio le battute che fanno schifo”. Non c’è bisogno di ridere alle cretinerie per dimostrare di essere brillanti e spiritose. Non dobbiamo fare nulla di particolare: basta non fare quello che si aspettano da noi. Non c’è bisogno di discutere: è sufficiente passare all’argomento successivo. E non ditemi che sono sciocchezze perché l’impostazione sessista non nasce dal nulla: sono tante piccole sciocchezze messe insieme a darle vita.

È anche vero, come dice Sara, che per non ridere di una battuta sessista bisogna riconoscerla, bisogna sapere che quella è una battuta sessista, bisogna comprenderne la portata. Nessuno insegna a farlo ed è probabile che molti non capiscano nemmeno cosa significa. Il sessismo cosa è alla fine? È il fatto valutare le capacità, le inclinazioni e le attività delle persone in base al sesso. È l’idea di un presunta superiorità di un genere rispetto all’altro. Da questo deriva la tendenza a giustificare il pregiudizio dell’inferiorità femminile. Ma una forma di sessismo più difficile da individuare è anche quella dell’esaltazione della donna (esaltazione romantica, ideologica o religiosa) in relazione a ruoli specifici che di fatto la inchiodano a un modello.

Volete avere un’idea di cosa è il sessismo? Beh forse  avete ragione perché è vero che molti non sanno di cosa si parla. Le forme più clamorose di sessismo sono la violenza di genere, la discriminazione negli studi, la disparità nel lavoro, la differenza di salario, la segregazione delle donne, l’attribuzione esclusiva dei lavori di casa, le differenze nel diritto di voto, la disparità nel carico della genitorialità. Ma il sessismo si radica anche in alcune forme di linguaggio perché, come diceva un tizio, chi parla male, pensa male e vive male.

 

Non so voi ma io smetterò di ridere alle cretinerie sessiste perché non ho bisogno di dimostrare nulla e non ho nulla da guadagnare ad assecondare questo andazzo. Voglio solo stare bene nella mia pelle. Ridere per compiacere chicchessia non rientra nella categoria dello “stare bene”. Pensateci. Se non lo fate già, la prossima volta che sentite una battuta sessista potreste concentrarvi sul gratificare voi stesse prima di preoccuparvi di compiacere qualcun altro.

Ilaria Sabbatini

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6 pensieri su “Si può anche non ridere, semmai

  1. cavallogolooso

    Mh. Mi interessa e molto. Perché qui siamo in un terreno scivoloso, quello della comunicazione e del “io non dico quello che capisci tu”. Ora che mi sono messo da solo nella posizione fastidiosa, procedo con i dettagli.
    Partiamo dal video: sicuramente i paesi anglofoni hanno un altro approccio alle relazioni, un approccio che non approvo. Partiamo dal punto di vista che è estremamente – ma globalmente, quindi è fuorviante – ipocrita. Sono lo stesso paese che contiene persone che considerano “sexual harassment” qualcosa per cui quando vengono da noi dicono “ah, è il temperamento italiano, qui si usa così” e no problem, anzi risate e lo trovi scritto nelle guide “quando un italiano ti dice ciao bella intende ciao bella e non è una molestia”.
    Ovviamente si potrebbe discutere su questo. Dico che comunque è lo stesso paese che produce ogni genere di pornografia di degradazione, peggio di quella dei tedeschi (boh, durante gli anni 80 quello era il peggio del peggio), violenza di ogni genere ma che poi si permette di censurare le fiabe come biancaneve eccetera perché sono violente.
    E’ lo stesso paese che per questo motivo in certi stati ti costringe a scrivere per iscritto cose come “desidereresti avere i seguenti rapporti sessuali con me? apponi una crocetta e firma” per pararsi il culo. Cose che per me possono essere disgustose per te possono essere sfiziose: quando si entra in determinati terreni non esiste una regola fissa.
    Esiste, questo si, la pressione. Non la violenza. Ma già l’atteggiamento. L’importante è non farci entrare la regola, la legge, il “è giusto in questo modo e non in quest’altro” in quel mondo, altrimenti diventa un inferno.
    Altrimenti diventa quel mondo in cui io, uomo, ora fotografo, decido per quieto vivere di non scattare più un’istantanea ad un bambino in pubblico, pur essendo nel pieno del diritto e osservando quante foto di momenti spontanei sono meravigliose. Ma poi sarei quello che fa le foto ai bambini. Vuol dire qualcosa? Prima di essere fotografo sono un semplice uomo. Che si è sentito nei guai perché era solo con un minorenne: il figlio di un mio amico che conosco da quando questo bambino aveva 5 anni. A 12 mi sono sentito così e non l’ho mai più accompagnato da nessuna parte: una vera merda. Mio nonno poteva dare un bacio ad un bambino e nessuno avrebbe detto niente, nè PENSATO niente.
    Ritorno nei ranghi.
    Osservo il video e mi dico: alcune di queste frasi fanno alzare gli occhi al cielo. Altre sono legate al modo: se non le dici in un certo modo, queste cose non hanno sottotesto, non hanno sottintesi che ci mette il ricevente. Sei brutta, sei magra, sei quello che sei. Non è sessista: al massimo è indelicato. Uomo o donna, molti ti dicono cose che vorresti non sentire. Sono stronzi, maleducati, indelicati, io soprattutto li chiamo incontinenti, ma sessisti no.
    Tra quelle 50 frasi ci sono cose che nulla hanno di sessista e molto – nel riceverle – di estremamente suscettibile. Se IO reagisco in quel modo mi dicono che sono permaloso.
    Sto andando molto male, perché il video è la parte che mi sembra meno esemplificativa del vero sessismo, che hai giustamente citato.
    Tuttavia anche in quello non tutto va liscio: i “motti di spirito” come li chiamava il mio prof del Liceo mentre spiegava come Freud considerava determinati modi di espressione e il fatto che trasformarne la forma modificava completamente l’effetto.
    Le barzellette sugli Ebrei fanno ridere? Quelle razziste fanno ridere?
    Una cosa è il contenuto, ed una il meccanismo comico.
    Moni Ovadia è risolve il problema perché LUI è LUI e non deve passare due settimane con te, farsi conoscere da te e farti capire che quando LUI ti racconta una barzelletta sugli ebrei allora non è che ce l’ha con loro ma che ti racconta una barzelletta, ottima, ma con il cosiddetto “umor nero”.
    Io chiedo sempre, se possibile, alle nuove persone che conosco, di farmi sapere, per favore, se hanno particolari inclinazioni sessuali e soprattutto religiose. Questo perché in sé ci sono cose che fanno ridere. Ma che se prese per il verso sbagliato (“sei tu che capisci così”) vengono interpretate come sfaccettature di manifestazioni violente.
    Moltissimi meccanismi comici si basano sulla ridicolizzazione di un “nemico”. Ma questo nemico non è davvero nemico per nessuno.
    Ad un certo punto della mia vita ho smesso di ridere quando le persone ruzzolavano, scivolavano, inciampavano, cadevano. Non mi ha più fatto ridere ed ho iniziato a preoccuparmi che non si fossero fatte male. Ci vedevo sempre mia nonna, in tutti. Problema mio, però: era dentro di me, perché il fatto non cambiava. Cosa è buffo? Qualcosa che fa ridere.
    Il fatto che faccia ridere non necessariamente rende un appoggio alla “causa” sottostante il mio riderne. Puoi persino fare del sarcasmo su di me, prendermi per il culo ferocemente ed ingiustamente eppure il tuo può essere un sapiente uso dei meccanismi comici: è un’arte, un’arma potente per chi ce l’ha nelle proprie corde.
    Ci sono cose che trovo stupide o non spiritose nonostante siano innocue e in nessun modo ambigue e non sottendano, secondo alcun tipo di interpretazione, violenza, costruzione, pregiudizio. Non mi fanno ridere perché il meccanismo comico non è sufficiente.
    Come dicevano in non so che libro o film, “non è che gli stronzi non possano essere spiritosi”.
    Se le battute di quegli uomini erano poco efficaci posso capire che non ti facessero ridere. Ma erano dello stesso livello accettabile per quelle donne. Se poi quegli uomini sotto sotto fossero anche dei pezzi di merda è tutta cosa da verificare.
    Tutte le barzellette basate su stereotipi di genere esistono in versione M e F. E tutte le barzellette sugli stereotipi esistono in entrambe le direzioni.
    Il punto, a mio avviso, è sempre il “ridere di” e “ridere con”. E ti assicuro che sono estremamente, estremamente suscettibile al ridere di. Ci sono però cose che hanno dentro di sé l’intenzione: cambia tutto. E naturalmente dobbiamo escludere (altrimenti concordo, non sai di cosa né come parli) l’incapacità di capire ciò che dici tu stesso e se ci sono implicazioni nascoste, o come dice qualcuno che ne sa “ideologie spurie”: tracce di significati che stanno dentro al messaggio anche se tu non intendevi mettercele (incompetenza comunicativa).
    Questo discorso, ad esempio, è venuto fuori quando si parlava dello sciagurato volantino del fertility day dove qualcuno ha visto “negri brutti e cattivi – bianchi buoni”.
    Io sono fortissimamente in disaccordo con la visione (con il vedere) i cattivi in quel modo: quelli erano un gruppo multietnico di persone “che si comportano male”. La parte della contrapposizione, i bianchi: ok, posso concordare. Ma vedere la scelta “dei neri” dentro a quella seconda immagine per me sta tutta “nell’occhio di chi guarda”.
    Luttazzi, quando aveva un sito decente prima di essere beccato a copiare di brutto, faceva una “palestra della comicità” individuando cosa era “unorismo fascista” … ovvero quello che non si metteva al servizio del debole per deridere il forte.
    Ma l’umorismo non è sempre corretto. E fa ridere lo stesso. Perché non tutto può piacere a tutti.
    Mi capita di fare l’avvocato del diavolo, ma perché è solo in quel terreno che si cerca la verità.
    Spero che anche i miei 2 cent (pur non avendo il dono della sintesi, sorry) si aggiugano alle considerazioni che valuti sul gender bias.
    E ora … ci metto il carico da 1000 : mai sentito parlare dell’effetto Dunnung Kruger? Mai sentito dell’imbarazzo di HP nel vedere le pari opportunità buttate via dalle donne che si tirano indietro? Perché alla fine risulta che HP faccia politiche di genere. E invece no.
    Le donne che io vedo nella vita provengono dagli ambienti più disparati. Quelle che “fanno come gli uomini” (spero di passare il filtro sessista per amore di brevità) superano gli stessi identici ostacoli ed assumono come – se non meglio – degli uomini le responsabilità e ne accettano le conseguenze. Sono “gradasse” quel tanto che basta per sentirsi superiori a quello che sono: hanno quella incosciente forza che spesso hanno i leader. Se ce l’hanno cosciente … beh abbiamo dei Saggi 🙂
    Ho detto tutto! 🙂
    Sei andata via? 🙂 no dai, torna! :-O

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  2. ruminatiolaica Autore articolo

    Il video non è il centro del discorso, lo è la barzelletta sessista. Per commentare la percezione del sessismo nelle varie culture occorrerebbe un post a parte. Ipocrita è un aggettivo che rigetto perché in ogni caso le testimonianze vanno rispettare come tali.

    Riguardo ai bambini questa è una cultura tipicamente occidentale dovuta a cause molto gravi come sai. Quando io scatto delle foto a dei bambini chiedo sempre e comunque ai genitori. E non le pubblico se non dietro loro autorizzazione.

    Riguardo al permaloso: forse se ti dicono che sei brutto (è solo un esempio) e tu rispondi a tono non è che sei permaloso, è che ti stai difendendo. Ti faccio l’esempio opposto, mettiamo che il criticone sia in minoranza. Uno cammina per la strada e dice ai passanti: sei brutta, sei grasso, sei magro, sei storto, sei scemo, sei trombabile. Il finale non è che i criticati ridono perché sennò sono permalosi, il finale è che il criticone si becca un manrovescio. Ergo è solo questione di rapporti forza. Ergo non bisogna accettare tutto per non essere tacciati di permalosità. Se il rapporto di forza fosse inverso nessuno ti direbbe che sei grasso, brutto o scemo (per fare un esempio).

    Le barzellette sugli ebrei (sui neri, sugli omosessuali, sulle donne) fanno ridere se il punto di vista che assume chi le racconta è quello dell’oggetto della battuta. Rimando al pezzo molto interessante di Stefano Disegni che puoi trova al link sotto. Lui dice una cosa semplice e tanto liberatoria: “Siate impietosi: se non riuscite a capirlo, niente soggezione, non vi affannate a inventare significati che non ci sono, gli incapaci non siete voi, l’incapace è lui”. https://ruminatiolaica.wordpress.com/2016/09/05/la-satira-e-le-lasagne/

    In riferimento al tuo discorso: “Puoi persino fare del sarcasmo su di me, prendermi per il culo ferocemente ed ingiustamente eppure il tuo può essere un sapiente uso dei meccanismi comici: è un’arte, un’arma potente per chi ce l’ha nelle proprie corde”. Certo, puoi anche prendere per il culo ferocemente una persona ma a seconda di come lo fai quello diventa bullismo. Anche il bullismo può sfruttare i meccanismo comici ma resta bullismo.

    Le battute di quegli uomini al bar erano poco efficaci, finivano con la moglie morta e il marito soddisfatto. Il mio problema non è stabilire l’umorismo, che in quella battuta era assente, il mio problema è capire perché le persone ridono lo stesso anche se la battuta fa schifo o ti offende. Un omosessuale deve ridere alle battute sui finocchi per dimostrare di essere emancipato? Una persona grassa deve ridere alla battute sui ciccioni per dimostrare di essere spiritoso? Perché? Io dico che non ce n’è affatto bisogno.

    Si so cos’è l’effetto Dunning Kruger. L’espressione “Fare come gli uomini non mi turba”, non ti preoccupare non sto col bilancino in mano 🙂 Il punto è che tu pensi come caratteristica maschile una cosa che è trasversale. Se intendi essere aggressive e competitive io ritengo sia del tutto normale per alcune donne esserlo. Invece non avevo preso in considerazione il Dunning Kruger. Ci penserò. È che lo considero un atteggiamento sciocco in sé, quindi non vedo perché bisognerebbe adottarlo. Credo nella professionalità non nelle distorsioni cognitive 🙂

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  3. cavallogolooso

    importante: io NON penso come caratteristica maschile/femminile una cosa trasversale. è importantissimo. Non lo penso. Penso e osservo che alcune cose che sono nate per comodo (che poi se lo lasci andare diventa sfruttamento, in base alla legge – umorismo – di Murphy “fai un favore a qualcuno e diventerà il tuo lavoro” ; non umorismo: capita di fare eccezioni per gentilezza ed alcune persone quando gli dai un dito si prendono tutto il braccio e poi ne fanno un’abitudine che è difficile sradicare. Ecco che la stessa cosa fa ridere o non fa ridere: spesso si parte da considerazioni amare per fare molto, molto ridere) – cose che sono nate per comodo poi marciscono diventando vere e proprie oppressioni, violenze.

    Considero che non esiste il bianco O il nero. Ho letto, apprezzato e diffuso, a suo tempo il link che mi posti (lasagne), quindi non lo rileggerò.
    Il concetto che però mi preme molto è che ci sono cose che fanno ridere e basta. Quando cadi tu non fa ridere, ridono gli altri. Questo genera imbarazzo in te e in alcune persone che provano imbarazzo per te (un piccolo grado di empatia). Poi cade un tuo amico, è buffo, ridi. Non ridi se si spacca la testa, ma se si fa un bernoccolo – che pure fa parecchio male – si. Ridi persino se cade tuo figlio e non si è fatto niente di serio: questo significa che sotto sotto tu vuoi la sua morte? No.

    L’intenzione fa tutto. Io sono ciccione. Una battuta sui ciccioni può farmi ridere, oppure no. Non esiste una regola. E’ una ottima battuta? Chi la dice è smaccatamente stronzo? Dipende. La risata scatta come un’esplosione quando il fatto comico – immediato oppure immediata comprensione – si manifesta al tuo cervello. E se sei educato a ridere. Ridere con / ridere di. E la parola “educazione” in sé dice già molto e non si esaurisce velocemente.

    L’effetto Dunning Kruger, che ho sperimentato per una ventina d’anni personalmente, è tipicamente femminile. Ma il “tipicamente” non implica qualcosa di innato o genetico: dire questo SI che implicherebbe sessismo. Ma una osservazione misurata della realtà non è sessismo: se le donne per la maggior parte si comportano in un determinato modo questo non è sessismo: è un fatto. Giustamente tu hai definito precisamente (sottoscrivo e grazie per averlo scritto bello chiaro) cosa sia.
    Ora guardati attorno: nella tua realtà, prendi 100-200 persone che conosci lavorativamente: non hai mai visto donne di una bravura estrema arrivare ad un punto della loro carriera come nella barzelletta dei matti che devono fare 100 scalini e al 99mo dicono “no, basta, no ce la faccio più, torno indietro” (ah-ha che bufo che bufo – cit.) e riconoscere i meriti anche del postino piuttosto che i propri nel raggiungimento di obiettivi aziendali? Perché di questo stiamo parlando, altrimenti sei un libero professionista e la paga la fai tu (…).
    Io si. Ho visto sia donne che uomini, in vari stadi dell’avanzamento di carriera non riconoscere i propri meriti, non “gonfiare il petto orgogliosamente” e sminuire sé stessi, lasciando il posto a millantatori, affabulatori, e soprattutto gente che mente a sé stessa prima che agli altri: Dunning-Kruger pieno. Ma percentualmente io l’ho visto fare molto di più alle donne. A quanto vedo lo dicono anche le statistiche.
    E adesso che sono un libero professionista e vedo molte più persone e ci chiacchiero, confermo ogni giorno: le donne – pecentualmente – tirano indietro il culo. Che poi dietro a questo comportamento ci siano dei motivi e che questo non sia né innato né genetico per me è palese: nelle donne che NON tirano indietro il culo io vedo invece un essere umano superiore, mediamente: più tenace, determinato, preciso, concentrato, serio e – se è il caso – corretto.
    Il punto è che l’effetto non è un “atteggiamento” e quindi non è possibile considerarlo sciocco. E’ come considerare sciocca la depressione o il mal di denti o il controllo della rabbia. Non è solo un atteggiamento: non facciamo tutto perché prendiamo decisioni. Quando abbiamo il controllo per prendere decisioni allora abbiamo atteggiamenti. E nei fatti non è che si crede o meno, anche se questi fatti sono frutto di distorsioni cognitive. Quando il mio vicino si è buttato dalla finestra di fronte a sua madre la sua decisione è stata presa in rapporto a ciò che lui credeva di percepire: distorsione cognitiva. Fatto: è morto. Percezione di chi dice “non credo nella distorsione cognitiva”: uno si butta dalla finestra. Percezione di chi si butta: posso volare.

    La parola “professionalità” è talmente un trabocchetto che non la userei come se definisse davvero qualcosa. Molti sono “professionisti” secondo la definizione, secondo più definizioni. Eppure hanno la carica o non hanno la carica decisionale a seconda di come percepiscono sé stessi.

    Un tempo il MegaDirettore della MegaDitta arrivò a dire ad un manager – ero presente – “lei non mantiene le promesse che io faccio!” ed era arrabbiatissimo e convinto che tale atteggiamento fosse inaccettabile.

    Avevo accumulato una quantità di anni e di schifezze tali da non riuscire a ridere di quel pezzo di merda: era quel tipo di atteggiamento a far derivare ogni altra puttanata che ha fatto colare a picco un’azienda fondata da persone serie, suoi antenati.

    Ma la scena, la frase, erano poderosamente comici. Dentro di me l’estimatore della vita come Autore comico alzava la paletta “10”. Se avessi visto rappresentare questa scena in Fantozzi (che non fa ridere tantissima gente) avrei riso, o se l’avessero rappresentata che so… Ale e Franz. Ma in quel momento ero esterrefatto, basito da quanto uno potesse essere un totale coglione e ragionare in quel modo, che, appunto, avrei tollerato perfettamente in una scena comica.

    Per cui non si tratta di ridere perché gli altri questo o quest’altro: talvolta invece ti tocca non ridere per il contrario: senti che ti fa ridere, sai che non ce l’hai con nessuno (non pensi dentro di te che nessuno dei personaggi tipicamente stereotipati sia in effetti rispondente maliziosamente a quello stereotipo né li consideri inferiori) , senti che la battuta è azzeccata … ma senti che se devi stare a spiegare a tutti tutto ‘sto pippone esiste il pregiudizio contrario e quindi ti trattieni.

    “Ogni uomo ha bisogno di almeno tre donne:
    la mamma la moglie e
    la terza che lo ritenga un uomo….”

    Tu che dici? 🙂 E’ inopportuna, inappropriata, è gender-biased?

    Io dico solo… non mi fa MOLTO ridere. E’ fondamentalmente sarcasmo e non umorismo. Ma è basata sullo stesso meccanismo di quanti carabinieri ci vogliono per cambiare una lampadina, con un’aggiunta di veleno che è il clue del sessismo, la parola “uomo” (come human being VS man).

    Ci sono così tante cose che fanno di noi quello che siamo. Alcune sono primitive o meschine eppure sono una forte componente di scelta a chi accompagnarci nella nostra vita: una scelta che dice tantissimo su ciò che sei davvero: che non è solo quello che pensi o senti. La nascita dello stereotipo ed il meccanismo che lo governa (che, come la proverbiale leggenda “contiene un fondo di verità”) nascono nel nostro essere animali, nel compiere scelte rapide senza pensare: sopravvivenza, gruppo, branco.

    Siccome ridere è una delle cose che rende il bicchiere mezzo pieno … non prendo mai alla leggera di cosa si possa o non si possa ridere. E nei diversi ruoli in cui, in rapporto al contenuto che dovrebbe far ridere, ci si può trovare.

    I tuoi spunti sono molto importanti per me. Ci ragiono molto volentieri.

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    1. ruminatiolaica Autore articolo

      Scusami ma il primo paragrafo non lo capisco.
      “Ridi persino se cade tuo figlio e non si è fatto niente di serio: questo significa che sotto sotto tu vuoi la sua morte? No”. Ok, questo è ovvio. Ma non stiamo parlando di cose innocue quindi il paragone è sballato.
      Tu sei ciccione, ok. Ti definisci così perché? Non è la prima volta che lo fai. A me personalmente non interessa che tu sia ciccione. Tu sei tante altre cose prima che ciccione. Hai bisogno di dimostrare che sei brillante? No. Secondo me tu hai diritto a dirtelo che sei ciccione, anche se non mi piace. Se invece te lo dice qualcun altro non mi sta bene e cercherò di ostacolarlo in tutti i modi. Non perché mi stai simpatico ma perché prendere per il culo i ciccioni è una cazzata.

      “Se le donne per la maggior parte si comportano in un determinato modo”, pardon? Hai delle statistiche? Perché qui ognuno dice quel che gli pare così, a sentimento.

      Veramente il Dunning-Kruger è il contrario di quello che stai dicendo tu. Tu stai parlando dell’opposto. Qualcosa che ha a che vedere con la cosiddetta sindrome dell’impostore http://nuovoeutile.it/sindrome-dellimpostore/

      Le donne – percentualmente – tirano indietro il culo. Ok, ma non vedo dove stia il problema di questa affermazione se non nel metodo. Non puoi dire percentualmente e poi il tuo dato di riferimento è la tua impressione personale. Semmai uno dice “per quella che è la mia esperienza”.

      “Un essere umano superiore” ma anche no. Non credere che la soluzione alla discriminazione delle donne sia la loro esaltazione, eh.

      Definizione di professionalità: svolgere il proprio lavoro con competenza e efficienza.

      “Senti che la battuta è azzeccata… ma senti che se devi stare a spiegare a tutti tutto ‘sto pippone esiste il pregiudizio contrario e quindi ti trattieni”. Questo è un problema tuo se permetti, io rido quando mi fa ridere. Il mio post invita a non ridere per sembrare brillanti.

      La battuta non mi sembra inappropriata, mi sembra solo banale. Ripete degli stereotipi. Non mi vedrai incazzata per una cosa simile, non ne vale la pena. Mi vedrai annoiata. E se quello è veleno direi che è veleno ormai scaduto. Tipo dagli ’50 🙂

      Però ti chiederei un favore. Si può stare su un argomento per volta? Magari concentrarsi su una cosa senza tirare in ballo tutto quello che ci sta vicino? 🙂

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      1. cavallogolooso

        IL primo paragrafo… si, volevo dire che no, non penso come caratteristica solo femminile o solo maschile qualcosa che invece è trasversale nell’essere umano (lo dicevi relativamente a ciò che comunemente viene indicato come “agire da uomo”).

        Il paragone non lo considero così sballato perché il definire se queste cose siano innocue o meno è proprio il punto della questione: quello che intendo dire è che si definisce di volta in volta, non esiste un “questo non si fa” generico, automatico (da automa, in questo caso), ma una scelta di volta in volta.

        Eh, ok, hai buona memoria ma io no 🙂 Dovendo contestualizzare (il fatto del ciccione) devo ricordare che chi ti parla è l’ebreo che racconta la barzelletta sugli ebrei, il nero che racconta quella sui neGri dicendo badrone eccetera: penso che probabilmente nella vita ti interfacci con più persone e non sei tenuta a ricordare questo particolare 😉

        Io sono sicuramente, come tutti, tante cose OLTRE a ciò che sono la prima volta che mi vedi e soprattutto se non hai modo di rivolgermi la parola. Questo fatto è imprescindibile: quello che c’è dentro al contenitore non puoi sempre conoscerlo e giudicarlo (e puoi, eccome, lo fai continuamente a prescindere da come chiami il fatto di giudicare, valutare, considerare, misurare, osservare la realtà) ma di sicuro, senza ombra di dubbio, tu vedi. Vedi nero, bianco, giallo, grasso, secco, nervoso, brutto, bello, e tutto ciò che è concreto e percepibile con i sensi a distanza. Prima che essere cattivo sarò sempre brutto. Non puoi sapere che sono cattivo o buono. Eccetera. Questo fatto così basilare tende ad essere sottovalutato o sminuito forzando qualcosa di innaturale e poco spontaneo. Noi siamo prima animali e poi persone. Non smettiamo di essere animali quando ci educhiamo ad essere persone, non si sradica, non si estirpa. Si piega, si contiene, si controlla, si prende per mano e si conduce in altre parti, ma ogni istante della tua vita quell’animale si manifesta e dice la sua, assieme al resto che ci sta sopra. L’essere umano è la crema, ma la torta è animale.

        Ad ogni modo il fatto del ciccione serviva per dire quello. Potevo dirti che ero stempiato e fare un esempio sulle battute sugli stempiati, ma essendo poco stereotipico nel mondo dell’umorismo o del “far ridere” ho optato per quello che, istintivamente, tutti gli esseri umani notano velocemente: grande, piccolo.

        Comprendo che l’uso del termine abbia una connotazione negativa, ma l’abbiamo caricata un po’ troppo, così come tutti i termini considerati “non politicamente corretti”, come storpio, cieco, andicappato, zoppo. Se mi dici ciccione è chiaro che mi vuoi attaccare. Ma se racconti una barzelletta sui ciccioni e non usi questa parola sei un ipocrita e anche abbastanza ridicolo. Mia nonna non ha mai usato la parola “negro” in senso offensivo: per lei addirittura “negron” (siamo nel nordest) era normale, come se fossero tutti grandi e grossi. Ma non c’era alcuna malizia. Suoi coevi erano invece largamente offensivi: l’intenzione, l’uso, l’atteggiamento, non la parola in sé.

        Ogni umorismo infantile (scatologico o sui difetti fisici) è parte di quello che Dario Fo definiva lo sfottò, tra i vari modi di far ridere e ridere. La satira era un’altra cosa ed aveva ed ha sia un ruolo che delle regole, che però non sono dettate da chi se la becca.

        Differenti comportamenti, statisticamente, sono misurati: il modo di pensare e di percepire la realtà circostante, confermando alcuni comportamenti tipicamente stereotipati. Sono ovviamente “tendenze” , mica delle macchiette come usa lo stereotipo. Purtroppo non mantengo un’elenco delle statistiche perché dovrei tenere quelle di ogni argomento che leggo… e siccome non faccio il giornalista… perdonami. Se mi vuoi dire “allora taci” … eh beh, lo comprendo, non avresti torto.

        Sulla superiorità della donna – a parte “per quella che è la mia personale impressione” – che differisce, ovviamente, di ambiente in ambiente, ci sono soprattutto i dati (quelli li trovi facilmente) sulle studentesse: stessi dati che mostrano il disinteresse verso certi argomenti (questo è il genere di cosa che tende a differenziare i generi in modo stereotipico).

        Se non concordiamo sul Dunning-Kruger però non ci siamo e per discutere bisogna riconoscere i punti comuni e lavorare sui punti sui quali di discorda: l’effetto si presenta in due modi (che riassumo in modo parlacomemagni) : il pieno di sé che si crede competente e di conseguenza si fa avanti, il competente che che si crede meno e di conseguenza si tira indietro. Essendo questo punto fondamentale per parlare delle differenze nei posti manageriali sul lavoro, per me qui ci si deve capire. Quindi la mia percezione e il metodo sperimentale coinciderebbero: il che non mi fa mica piacere: non sono solo le donne a farlo, ma percentualmente si. Un dato che quindi smentirebbe il complotto dei gorilla maschi che mantengono la poltrona a discapito delle gorille femmine. I gorilla maschi difendono la poltrona e basta, che a venirsela a conquistare sia un uomo o una donna poco importa. La parte “attiva” nella difesa di genere, in quel caso lavorativo e nel contesto odierno nei paesi civili, quindi, verrebbe a mancare. La parte attiva, secondo questo effetto, verrebbe messa in atto da chi omette di agire.

        Riprovo con un esempio, ma secondo me hai già capito cosa intendo: però non si sa mai. La parte attiva come società civile non ce l’ha solo la politica di chi cerca di agire per fini non pubblici. La grossa parte è quella dell’omissione della popolazione. In piccolo e nello specifico settore della competenza, il Dunning-Kruger (che però è appunto modificabile: percentualmente però di che sesso sono gli educatori? e quindi di chi la responsabilità nella catena di trasmission del sapere e del comportarsi?) è determinante: non ci sono azioni attive nel discriminare in ambito lavorativo la donna e il suo salario, bensì omissione nel chiedere, nell’occupare, nell’avanzare, nel forzare la mano negli accordi: tutte azioni che si compiono negli avanzamenti di carriera, di salario, eccetera.

        Professonista: uno che fa una roba e lo pagano. Appartenente ad una categoria od ordine? Non sempre. Uno che fa bene una cosa? non sempre. Puntuale? Preciso? educato? Non sempre. Che è proprio di un ambito non-domestico e non-amatoriale? Non sempre. Che fa quello che deve e non quello che vuole? Direi di si, questo si: e torna sul “faccio una roba e quindi mi paghi”.

        Leggevo (e rileggo) che il tuo post invita non ridere se lo si fa per evitare di non sembrare brillanti (e scusa le doppie negazioni) e capisco. tento di portare alla luce il suo contrario e il rischio che accada. Se il suo contrario “è un problema tuo”, allora lo è anche la cosa principale, che è sostanzialmente (ma vedi: mi sarebbe sembrato eccessivo: mentre per te no) quello che intendo dire mettendo in guardia sul “non generalizziamo il “non si fa” perché poi diventa una regola invece di un “è un problema tuo”.

        Anche io rido se mi fa ridere. E pure quelle donne con quei signori volgari, no? Oppure tu ci hai parlato e le hai viste in faccia e nella mente (erano più di quello che apparivano alla tua percezione, mi insegni poco sopra) e hai compreso che la loro era una forma di accettazione sociale e non, invece, una libera scelta di ridere di qualcosa che è stato generato con leggerezza e con leggerezza ricevuto ed interpretato?

        Mi fa molto piacere che la cosa ti abbia annoiata e non fatto incazzare. Io però ci ho percepito (correggimi se sbaglio) e di rimando, sullo stesso piano, ho fatto le mie considerazioni – l’idea che non sia una questione da poco, ma che piuttosto questi sottili, pervasivi, modi di pensare, agire e parlare siano manifestazione di convinzioni sessiste profonde, che quindi non sono veleno scaduto, ma atavica sopraffazione che tenta di fare capolino e che quindi va tenuta d’occhio. Messa così, per carità, sono subito d’accordo. Ma poi penso “eh ma ora non si può più scherzare su nulla? Io scherzo pure sui morti e di certo non manco di lutti!”.

        Come vedi l’argomento mi sta a cuore: il gender bias, le differenze salariali, i “posti di potere”, la meritocrazia, gli atteggiamenti, l’educazione. Sono tutti correlati. Il mio posticino sta dalla parte dei maschietti solo perché… eh beh, sono un maschio. Dalla mia mi vergogno già abbastanza di appartenere al genere quando vedo e sento certe cose. Cerco di ascoltare quello che sento (to feel) e di rapportarmi con le persone che mi aiutano a far girare gli ingranaggi (ora ho trovato te, ma temo tu la stia prendendo come una polemica in senso negativo – colpa mia) – ma in certe cose, e tra queste c’è la libertà di espressione, mi sento un semplice essere umano che rischia un giudizio errato a priori, proprio come chi oggi se ne lamenta dall’altro lato. Stabilire una regola non mi pare la via giusta.

        Orc… ho letto il finale… alla fine :-O
        Scusa!!!!! :-O 😦

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