Le donne non salveranno il mondo

Riflessioni a margine del femminile in politica.

Ieri è stata una giornata complicata. Dovevo far passare due ore di attesa al bar in piazza, la radio mandava musica brutta e volevo fare qualcosa di quel poco tempo. Dato che avevo trascurato il blog ho messo via l’articolo che avrei dovuto leggere e ho provato a scrivere per me stessa. Perché ruminatiolaica rappresenta proprio questo: uno spazio dove convoglio tutti quei pensieri che non hanno cittadinanza altrove, a metà tra il diario e il gruppo di auto aiuto.

Nei giorni scorsi ci sono state le elezioni americane e inevitabilmente, con una candidata donna, si è aperta la questione del femminile in politica, nella società e nel lavoro. Ovviamente ho delle convinzioni ma in mezzo a tanti commentatori infervorati ho scelto il silenzio, la lettura e il linguaggio per immagini. Per il resto preferisco sentire l’opinione dei giornalisti USA e dei giornalisti italiani che scrivono dagli USA. Scusate ma mi sembrano più qualificati a parlare.

Questo vale anche nel caso delle analisi sulla questione femminile nelle elezioni americane. Trovo saggio aspettare e ascoltare quel che hanno da dire quelle che hanno votato – o non votato – a questo giro. L’occasione era ghiotta: con una donna che ha sfiorato il tetto di cristallo sono stati in molti a lanciarsi in analisi che forse meriterebbero qualche riflessione in più. Si va da quelli per cui la candidata ha perso solo perché è una donna a quelli per cui la candidata ha perso proprio perché è poco donna.

Gramellini ha scritto un pezzo sulla Clinton e il suo (non) essere femminile in politica. A dire la verità, della candidata americana non mi preme granché, mentre mi interessa molto la questione del femminile. Visto che non mi appassiona commentare le elezioni americane, facciamo che per questa volta non si parla della candidata ma di una categoria astratta: una donna che, a prescindere dal suo schieramento, si confronta con la politica in un paese occidentale. L’articolo dice cose un po’ fuori tempo massimo, come “il femminile che salverà il mondo”. Concetti  vaghi che in epoche diverse sono ritornati come un mantra. E probabilmente è proprio questo il punto debole del discorso. Perché mai il femminile dovrebbe salvare il mondo? Molte donne hanno impiegato anni a emanciparsi dalla sindrome della crocerossina. Perché incastrarle di nuovo in quel cliché che, seppure nobilitato, trapela apertamente dal concetto di femminile salvifico?

Oggi mia suocera ha detto una cosa che mi ha colpita. Stavamo uscendo, lei sarebbe rimasta sola tutto il giorno. Così suo figlio le ha ricordato di tenere d’occhio il riscaldamento e di alzarlo se aveva freddo. Lei ha risposto che ci avrebbe fatto trovare la casa calda per quando tornavamo. Sembrerebbe carino, a una prima occhiata, ma in realtà non lo è. Perché lei, addestrata a una cultura da cui non riesce ad emanciparsi, si mette sempre all’ultimo posto. Non è il principio cristiano dell’ama il prossimo tuo come te stesso perché il te stesso, secondo il cristianesimo lo si deve pur amare. Non è neppure una forma di sacrificio. È che lei non ammetterà mai che se ha freddo ha diritto di alzare il riscaldamento anche se è da sola. Forse lo farà, se starà male, ma non ammetterà mai con sé stessa di averne pieno diritto. Una vita di negazione che non conosce pausa nemmeno quando è il figlio a prendersi cura di lei.

Scusate se oso dirlo ma questo non è amore e non è nemmeno abnegazione: è solo una pervicace abitudine a negarsi che non le permette nemmeno di riconoscere i propri bisogni primari. L’amore e l’accoglienza lei li esercita in modo profondissimo ma in altre forme, senza rendersene conto e senza sapergli dare un nome. Però è abituata a considerare amore questo. Dunque no, le donne non salveranno il mondo. Non finché le donne non impareranno a salvare sé stesse. Il che non vuol dire essere cattive, sgraziate o maleducate ma semplicemente riconoscersi il diritto a quella sana percentuale di egoismo e aggressività che è ancora considerata il principale distinguo tra maschi e femmine.

Cosa significa auspicare che le donne facciano politica “comportandosi da femmine”? Significa semplicemente che il modello comportamentale aggressivo non è riconosciuto come possibilità femminile ma come esclusivo appannaggio del genere maschile. Eppure sappiamo benissimo – al di là della retorica di circostanza – che tutto questo non è vero. È l’esperienza stessa che ci mette di fronte a uomini delicati e a donne forti. Il problema non sono queste tipologie di persone, che del resto sono sempre esistite. Il problema è quando gli uomini delicati vengono individuati come poco virili e le donne forti come poco femminili. Il problema, in sostanza, è la banalizzazione di una fenomenologia eterogenea, positivamente eterogenea e che dovrebbe rimanere tale.

Con buona pace di tutti non siamo solo uomini e donne, siamo anche uomini diversi e donne diverse. Non c’è un modello di donna che vada bene e uno che vada male per le sue propensioni caratteriali. Il punto chiave è proprio questo: i modelli, anche quelli edulcorati di Gramellini, rischiano prima o poi di diventare gabbie. Non la gabbia maschile di cui parla per la Clinton ma proprio la gabbia dei modelli di riferimento in sé, maschili o femminili che siano. Aggiungerei, infatti, che la questione non riguarda solo il femminile e lo fa intuire questa campagna australiana che, di fronte alla crescita dei suicidi maschili, rivendica il diritto degli uomini alla manifestazione delle proprie emozioni. Già, perché siamo macchine complesse e credo non sia possibile – né legittimo – pensare di eliminare interi pezzi del nostro comportamento solo perché siamo maschi o siamo femmine.

Mia nonna la chiamavano la Marescialla e già questo dice tutto. Nipote tardiva, non l’ho mai conosciuta in vita ma mi hanno molto parlato di lei. Ha salvato delle persone in guerra, ha fatto partorire le donne, ha condotto figli e famiglia con piglio garibaldino. Nonna era una donna aggressiva. Questa donna mai conosciuta ha affascinato tutti con la sua incapacità di rimanere fedele al ruolo ritagliato per le femmine del suo tempo. Di fronte all’esplosione della bomba che aveva arrestato il respiro a mia madre, non è stata gentile: ha scosso la bambina finché non ha ripreso a respirare. Di fronte al vicino a cui era esploso il bengala non è stata simpatica: si è buttata in avanti con la coperta per soffocare il fosforo. Di fronte ai soldati che volevano trastullarsi con le adolescenti di casa non è stata accogliente: ha mentito e li ha allontanati. È stata controllata, determinata e falsa. Nonna era la Marescialla, dura nei comportamenti e determinata nella protezione e nell’accoglienza. Per fare ciò che ha fatto ci voleva molta aggressività e freddezza, non sarebbe bastato niente di meno.

Nel pezzo di Gramellini mancano alcuni concetti fondamentali. Le donne – e anche gli uomini – possono tranquillamente essere secchioni ma secchione non significa antipatico. I nerd, maschi e femmine, sono ormai del tutto sdoganati/e da quell’etichetta. E non è accettabile neppure l’equazione per cui “rassicurante e controllata” significa falsa. Si può essere aggressive, certo, ma il problema non è quello. Il problema è che l’aggressività maschile è legittimata mentre quella femminile censurata.

“L’innato pragmatismo delle donne” (cit.) è qualcosa che stride come le unghie sulla lavagna. Perché non esiste niente di simile inteso in senso genetico. È un’affermazione che sfiora le logiche del sessismo nella misura si propone in modo deterministico e parascientifico. Nelle sfumature della natura femminile ci sono tutte le corde, non solo quelle della grazia, della dolcezza e dell’accoglienza. Sdoganarle è il gradino successivo di un pensiero veramente complesso.

Gramellini in una nota seguita al suo pezzo elogia l’accoglienza e precisa che “accoglienza, non è essere né freddi né aggressivi”. E anche qui credo si sbagli. L’accoglienza è qualcosa di caldo quando tutto è sereno. Quando la situazione è eccezionale accoglienza significa anche freddezza e aggressività. Accogliere qualcuno, infatti, implica anche di proteggerlo.

Forse il problema è che si continua a pensare al vincolo dell’accoglienza come una vocazione esclusivamente femminile. Forse non bisogna pensare a una femminilizzazione della politica ma a uno smantellamento del paradigma violento, a prescindere dal genere. Forse bisogna ammettere che le donne sono molto diverse tra loro. Forse è arrivato il momento di sfatare il luogo comune per cui le donne non sono aggressive di natura. Forse non bisogna più chiedere alle donne di partecipare al gioco preoccupandosi di rispettare un mandato fintamente naturale che in molte non riconoscono più.

Siamo diverse e abbiamo diritto ad esserlo. Mansuete o insofferenti, affettuose o irruente, bonarie o battagliere. Le donne possono e sanno essere aggressive, sì: adesso è il momento di accettare che in mezzo alle tante sfumature del femminile ci possa essere anche questa.

Ilaria Sabbatini

 

 

Disegno di Fabio Magnasciutti

 

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4 pensieri su “Le donne non salveranno il mondo

  1. cavallogolooso

    Hai tacitato il mio 95% di commento con l’ottimo “non bisogna pensare a una femminilizzazione della politica ma a uno smantellamento del paradigma violento, a prescindere dal genere”.
    Anche se, a mio modesto parere di persona complessa (piango senza problemi, non so fare mille cose “da maschi” e ho dovuto spiegare molto bene ad una donna di trattarmi da uomo-standard in presenza di un certo tipo di uomo, ho dovuto ricordarle che gli altri uomini non sono tutti come me: siamo in provincia e se non vuole che mi facciano inconsapevolmente, psicologicamente, del male, deve fare finta, come io, se non voglio che qualcuno la ferisca, devo fare finta con lei. E certo, possiamo combattere e spiegare. Ma come si dice da queste parti, è inutile discutere con l’asino: non capisce e si innervosisce la bestia) le differenze tra maschi e femmine ESISTONO, anche se non sono innate. Sono culturali ma radicate. Alcune, pseudo o non pseudo sta al tuo rapportarti con gli studi e la loro metodologia – scientifica – sono antropologiche e verificate: ragioniamo, reagiamo in maniera istintivamente differente; risolviamo i problemi in modo differente. Affrontiamo le avversità, nel prenderle in considerazione (o anche evitandole) in modo differente.
    Alcune cose sono culturali, altre no.
    Persino quello che troviamo piacevole o meno. Chi ce lo impone? Perché non dovrei trovare divertente fare shopping? Non me lo impone nessuno. Sono libero di farlo.
    Perché alla maggior parte (non è con le eccezioni che si fa la regola) delle donne che conosco le cose tecniche fanno ripulsa? Non lo so. Ma nessuno, negli ultimi 40 anni, ha vietato loro di leggere le stesse cose, guardare le stesse cose, studiare, parlare ed interessarsi delle stesse cose. E quando dico nessuno, parlo per esperienza personale: nessuno glielo avrebbe impedito. Hanno fumato, hanno fatto sesso, hanno gestito corpo ed aspetto. Ma moltissime altre cose non le hanno scelte, nemmeno per ribellione: non gli interessavano, mentre ai maschi si. Dettagli?
    Sicuramente.

    Ma torniamo indietro, alla scimmia leggermente più evoluta delle altre: la violenza in tutto questo c’entra. Gli equilibri di potere in tutto questo c’entrano. Le cose molto poco intelligenti e molto molto violente, c’entrano.

    Non dimenticare che siamo delle bestie che, da non molto tempo, hanno subito una mutazione che deve ancora rivelare se sia vincente o perdente, sul piano evolutivo.

    La violenza, la forza, la prevaricazione, l’oppressione, il non avere ragione ma avere “ragione di”, l’imposizione, mascherate in mille altri modi, dall’economia al diritto alle eredità (non metaforiche) guidano ancora la nostra specie. Osserva le cosiddette “comunità” (come le definsce la GDO) : le persone che ci vivono come risolvono i loro conflitti? (è sempre qui che si vede chi siamo) Perché tutte le donne che trovo mi dicono che preferiscono lavorare con gli uomini?
    La violenza un tempo considerata “ragionevole” è stata bandita dalle soluzioni. Gli uomini, i maschi, non l’hanno bandita. L’hanno bandita solo perché socialmente inaccettabile nei confronti delle donne, con un vecchio strascico da nobili.
    Ma tra loro, gli uomini, le cose le risolvono violentemente, come due cani. Uno vince, l’altro perde: si sta in silenzio e si prosegue.
    Le donne che fanno?
    Le donne non ti mollano (soprattutto non SI mollano, tra loro) finché non muori, goccia a goccia, socialmente, psicologicamente, insinuando, corrodendo. Mi fa specie che si parli di stalking quando spesso si tratta solo di maschi che non riescono a sopportare il rifiuto amoroso: lo stalking che si infliggono le donne ogni giorno tra loro è dato per scontato. E’ aggressività, ma non è quella di un pugno.
    Questo è solo un “Train of thought” sia chiaro: non alzo le mani da quando ero adolescente e in entrambi i casi mi ci hanno costretto, una volta una donna (oggi rivelatasi felicemente lesbica – che vuol dire?) e una volta un maschio, perché in caso contrario sarei stato vessato ad libitum. Quindi non ne parlo come uno che la promuove, la violenza. La osservo.
    E’ qui tra noi, viene esercitata perché non scegliamo, come società, di considerare il bene ed il male in relazione al fatto che siamo delle bestie, che dobbiamo legiferare (si, così tanto, si) in base alla nostra meschinità di bestie, non ai nosti aristoi, ma alle nostre pulsioni irrefrenabili, alla nostra debolezza psicologica, a quello che facciamo quando siamo costretti, quando non possiamo essere belle persone o comunque quando non va tutto bene: quello siamo. E soprattutto in base al fatto che, se vogliamo eliminare la prevaricazione, dobbiamo ricordarci da dove proviene la proprietà, andando indietro di prevaricazione in prevaricazione, fino a trovare chi ha spaccato la testa di chi. E chi gli stava a fianco senza considerarla un’abominio.

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  2. ilariasabbatini Autore articolo

    Non è vero non tutte le donne sono uguali. A me piace fare le cose tecniche. Mio marito fa le pulizie in casa. Se io cucino lui lava i piatti. Non mi piace spolverare e a lui si. Adoro preparare la tavola e a lui non piace. Questo accade di fronte a tutte le persone che ci conosco semplicemente perché non l’abbiamo mai percepito come problema. Ti dico un segreto: se te ne freghi della gente che mormora prima o poi smette di mormorare perché le togli il divertimento. Ci siamo anche accorti che se lavoriamo insieme, spesso usano lui come riferimento visivo anche se sono io il riferimento istituzionale. In quel caso cerchiamo di adottare strategie. Quello che ti sto dicendo, appunto, è che le donne sono aggressive. L’aggressività non è sinonimo di violenza. Non è né un bene né un male riconoscerlo. È semplicemente un dato di fatto.

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