Fertility day

Si sta diffondendo piano piano la notizia del fertility day indetto per il 22 settembre. La notizia si può leggere sul sito del ministero della salute dove a pagina 1 del Piano Nazionale per la Fertilità si spiega che si vuol «celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”» (i maiuscoli sono nel testo).

Lasciamo da parte il concetto di “prestigio” collegato a “maternità”. Lasciamo da parte l’uso delle maiuscole che sa di dolce stilnovodonna angelicata. La rivoluzione di cui si parla è riassunta nei punti che precedono l’annuncio, soprattutto il quarto: «Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione».

La rivoluzione di cui si parla, dunque, è quella di passare da una concezione della fertilità come bisogno della coppia a una concezione della fertilità come bisogno della società. Bene, andiamo avanti: registriamo però che il documento riconosce il valore sociale delle fertilità, quindi della genitorialità, quindi della gravidanza. A questo punto ci si aspetterebbe un discorso sugli aiuti concreti ai neo genitori e alle neo mamme che in Italia sono una categoria particolarmente fragile.

Così, per curiosità, ho fatto una prova: ho cercato nel testo la parola “aiuto”, come aiuto economico, provvedimenti d’aiuto etc.. La parola ricorre prevalentemente nel senso di “aiuto medico” al concepimento. Non è la chiave corretta. Con “sostegno” va meglio, è la chiave di ricerca giusta. Il risultato però è sorprendente perché tra le primissime ricorrenze spicca questa frase: «Va evidenziato che la contrazione della fecondità riguarda tutti gli Stati UE. Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa, che hanno attuato importanti politiche a sostegno della natalità, restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione”. A seguire: «Il nostro Paese si pone quindi all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali».

Francamente si sente odore di autoassoluzione lontano un chilometro. Mi vengono in mente parecchie amiche e amici (sì, anche gli uomini possono desiderare dei figli) che si sono dovuti gestire la genitorialità in solitudine rispetto alle istituzioni. Parlo di una genitorialità in condizioni economiche precarie, sviluppata tra mille equilibrismi che vanno molto al di là del concetto di “sapersi arrangiare”. Mi vengono in mente amici che hanno rinunciato ai figli per paura di non potervi provvedere economicamente. Amici che sotto il ricatto della perdita del lavoro hanno rimandato e rimandano ancora. Amiche che alla notizia di una possibile gravidanza non sanno se gioire o disperarsi. E voi ci venite a parlare di orologio biologico?

Questa campagna susciterà rabbia, ci vuole poco a prevederlo, e la rabbia si alimenterà dalla sensazione di avere di fronte un muro di gomma invece di un interlocutore serio. È al contempo un problema politico e un errore di comunicazione. Da quanto tempo le donne, le coppie, i precari stanno chiedendo di essere messi in condizione di poter fare figli? Datele a noi le facilitazioni che hanno le famiglie e le madri negli altri paesi. Dateli a noi gli asili, le garanzie, i contributi economici. Datele a noi le assicurazioni contrattuali. Non ci sarà bisogno che lo Stato ci venga a spiegare che dobbiamo fare figli: li faremo da soli. Perché molti i figli li vogliono ma non possono farli. Perché c’è chi ha rinunciato ai figli e nessuna istituzione è stata ad ascoltare. Perché nessuno fa i figli per lo Stato ma li fa per pura scommessa sul futuro e oggi abbiamo tutti paura del futuro. Abbiamo paura per noi e per i nostri figli: quelli che abbiamo e quelli che potremmo avere.

Con che coraggio è stata bandita questa campagna nel momento in cui i consultori, gli asili, le reti sociali vengono a mancare? Con che coraggio si additano ancora una volta i giovani, ancora una volta le donne? Con che coraggio si fanno proclami senza fornire i mezzi concreti per mettere in atto quello che si richiede? Con che coraggio ci si pone come giudici invece che come ascoltatori di bisogni frustrati? Con che diritto lo Stato si intromette nelle scelte personali? Lo Stato, una grandissima possibilità ce l’avrebbe davvero: quella di creare le condizioni ottimali perché le persone che vogliono fare figli si sentano tutelate e li facciano. In questo senso c’è davvero un ampio margine di manovra per migliorare.

Volete che si facciano figli? Anzitutto parlate di famiglie e non di singole donne. Le donne, in questa campagna, appaiono come semplici fattrici. Se esiste un linguaggio adatto alla specie umana per parlare della gravidanza e non è un caso (incinta, non pregna). Le immagini della campagna per la fertilità parlano solo di ventri, di uteri, di acque, di orologio biologico. Del corpo delle donne come spazio pubblico. Le immagini di questa campagna giocano deliberatamente con le ansie e le frustrazioni delle donne, si insinuano nel loro corpo, nel loro personale, le ricattano e le mortificano.

Sfogliando le cartoline si scopre che non solo si mortificano le donne ma si marginalizzano gli uomini facendo della fertilità una mera questione di utero e di sperma. Gli uomini non si sono niente di più che degli inseminatori. Si legge nel documento «Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili». No, la genitorialità non è solo questione di ruoli e la complessità delle persone non è mai riducibile a pura mansione di genere.

Si tratta sempre di scelte, non di atti dovuti: a questo principio non si deve derogare mai. E tenuto conto di questo presupposto cosa può fare lo Stato per frenare la crisi demografica? Può fare molto rispetto ad adesso, può fare quello che fanno gli altri Stati: aiutare le famiglie a sostenere la genitorialità, come si sta chiedendo da anni e da molte parti. Aiutare concretamente senza campagne velleitarie e senza un uso auto-assolutorio delle statistiche. Non basta dire che i paesi che fanno politiche di sostegno «restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione». Se la soglia di sostituzione è 2.1, una cosa è stare a 1,97 come la Francia e un’altra è stare a 1.34 come l’Italia. Quindi fate politiche di sostegno perché passare da 1,34 a 1.97 sarebbe già un progresso. Create le situazioni concrete per favorire la genitorialità e vedrete che qualcosa succede.

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Le richieste riguardo al #fertilityday dunque sono tre e sono molto semplici

  1. rendere possibile una genitorialità sostenibile: compatibile col lavoro e con le condizioni economiche delle famiglie
  2. diffondere una cultura per cui la genitorialità riguarda tanto gli uomini quanto le donne
  3. cambiare la comunicazione

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Ps. Tutti i commenti sono graditi e preziosi, anche le storie personali


Qui sotto

la campagna reale e la campagna fake di Ruminatiolaica

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Campagna fake di Ruminatiolaica: Il #fertilityday, quello vero

 

Public Space, il corpo delle donne come luogo pubblico, ispirato al saggio di Barbara Duden

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12 pensieri su “Fertility day

  1. Laura

    Io un figlio lo vorrei, caro governo. Dio solo sa quanto ho sofferto quella volta che, senza cercarlo, rimasi incinta e poi un aborto spontaneo me lo strappò via.
    Eh, caro governo, lo vorrei eccome un figlio! Ma vedi, non è che un figlio si fa con il primo che passa per strada. Un figlio è un’enorme responsabilità, mica un giocattolo. Mica è facile trovare la persona giusta con cui condividere un percorso di vita. Soprattutto di questi tempi, in cui i miei coetanei più che 30enni sembrano 15enni costantemente arrapati che non hanno alcuna intenzione di costruire qualcosa di serio e duraturo.
    Ma anche se io trovassi la persona giusta, resta un serio problema, caro governo. I figli sono anche una responsabilità economica. Non vivono di aria e amore. Io un lavoro stabile non ce l’ho mica. E nemmeno un lavoro precario. Ho passato l’estate a lavoricchiare qualche ora con un non-contratto e pagata con i voucher. Questo è ciò che tu, caro governo, offri attualmente.
    Vedi, caro governo, tu dovresti tutelare i miei interessi, in quanto cittadina italiana. Invece tu, caro governo, tuteli solo gli interessi di alcuni, gli stessi alcuni che ingrassano i propri conti in banca a spese mie.
    Caro governo, io un figlio lo vorrei tanto, ma se non ce l’ho la colpa non è mia. La colpa è tua.

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  2. Giusi

    Tanti anni fa (ora grazie al tempo i miei figli sono grandi) mi sono trovata a dover gestire da sola un lavoro da libera professionista più due figli piccoli. Ovviamente non c’era nessun aiuto da parte dello “Stato” e l’esempio che voglio fare è questo: dovevo pagarmi la baby sitter, per poter lavorare, per poter mantenere i miei figli, e quando facevo la dichiarazione dei redditi, non avevo neanche la possibilità di detrarre dai miei redditi la spesa sostenuta per la baby sitter, che mi serviva per lavorare. Non so più come stiano le cose perché, disgustata, sono andata via dall’Italia da ormai 10 anni, ma scommetterei la testa che la legge al riguardo è rimasta la stessa.

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  3. giulias83

    Io sono mamma di due figlie e con partita IVA indipendente. Grazie alle “politiche” e agli “aiuti” da parte dello stato, sono triste di dover dire che campo e campiamo solo grazie al lavoro di mio marito e al nostro spenderci fino all’ultima goccia, fino all’ultima forza. E non dico per dire: siamo soli in una città diversa da quella di nascita, senza le nostre famiglie e senza i nonni, i veri benefattori, i veri servizi sociali da questo punto di vista, quelli senza i quali di figli in questo paese sarebbero ancora meno. La fatica è enorme, la solitudine estrema, e siamo a Milano, un luogo in cui bene o male il massimo possibile del welfare c’è e le cose funzionano meglio che in altri posti! Ma a volte mi guardo allo specchio, penso al mio lavoro strappato con le unghie alle ore della notte, penso alla mia vita, alle forze che sto impiegando senza risparmio, alla fatica di una coppia sola e mi chiedo, con tutto l’amore possibile per le mie figlie, chi me l’ha fatto fare. Questo stato no di certo. Questa società rimbecilita con ristoranti free-child, sdegno per le mamme che allattano, parti cesarei perché sì e altalene col contagocce… manco. Questo non è un paese per famiglie libere. E la becera campagna fertilizzante (sì, nel senso di merda) conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che non è un paese nemmeno per mamme.

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      1. giulias83

        Grazie a te Ilaria per il tuo post che ho condiviso ed è stato spunto di nuove riflessioni. Io sono una persona energica e positiva e di solito non parlo delle mie difficoltà, la tua esortazione a condividere le esperienze però mi ha fatto pensare e così ho dato voce ai sentimenti di faica, fatica oggettiva per le benemerite fertili della patria! X0 Saluti e grazie, continuerò a seguirti!

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      2. ilariasabbatini Autore articolo

        Non se la gerarchie delle risposte è giusta 😀 Ok, ci provo. Ciao Giulias83, grazie. Credo che stiamo scoprendo che tutte abbiamo un dolore o una difficoltà. Sia chi ha scelto la maternità sia chi ha rinunciato perché vedeva problemi insormontabili. E al di là di tutte le boutade retoriche (siete ipersensibili, non si può parlare di fertilità in questo paese, etc.) la cosa che ci accomuna è di sentirci tradite. Sia chi i figli li ha avuti sia chi non ha avuto le condizioni per farli. Poi ci sono anche le donne che non li vogliono e va bene così. Ma credo che la cosa grave sia stata davvero di voler far passare una difficoltà concreta e oggettiva come se fosse una sorta di vezzo o di moda. A presto 🙂

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  4. chiaravertigo

    Intanto se sei intorno alla trentina la prima cosa che ti chiedono neanche troppo velatamente ai colloqui è se hai intenzione di mettere su famiglia perché non hanno voglia di pagare per una che poi gli potrebbe andare in maternità, oppure se rimani incinta ti licenziano direttamente con una scusa, se sei collaboratrice smettono di chiamarti, se sei precaria non ti rinnovano il contratto, ecc.ecc..ecc… di ‘ste cose stranamente non ne parlano nella loro bellissima campagna..

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  5. ilariasabbatini Autore articolo

    Lorenzin replica alle critiche: «Parlare di fertilità è un tabù. Questo è un modo per spezzarlo»

    francesca schianchi

    Roma – Un insulto a chi non riesce ad avere figli o non ha i soldi per farlo, scrive Saviano in un post che ha fatto il giro della rete. Una campagna da Ventennio. Un’immagine retrograda della donna. La pubblicità del Fertility Day promosso dal ministero della Salute non fa in tempo a essere diffusa sui social network, che le critiche si moltiplicano, sollevando una polemica molto poco gradita a Palazzo Chigi. La ministra Beatrice Lorenzin assiste «stupita e amareggiata» agli attacchi, finché non decide di rispondere: «Perché si possono fare campagne sul diabete o sul cancro, e sulla fertilità no?».

    Forse il problema è come: la campagna trasmette un’immagine della donna d’altri tempi.

    «Solo per chi vuol vedere con gli occhi del pregiudizio, ma è una polemica strumentale. Il tasso di infertilità in Italia è intorno al 30 per cento: il piano nazionale sulla fertilità fatto da esperti vuole preservare la possibilità di procreare».

    Eppure il messaggio sembra: tu, donna, devi fare figli.

    «Mi scusi, ma c’è scritto da qualche parte “Devi fare un bambino” o “devi partorire”? Distinguiamo l’aspetto sociologico da quello sanitario. Noi vogliamo informare le persone, a tutto campo, anche sulle malattie sessualmente trasmissibili: con la campagna e con il lavoro nelle scuole, nelle farmacie, nelle Università, dai medici».

    Non pensa che il vero problema sia che i figli non si fanno perché mancano lavoro e welfare?

    «In Italia c’è un allarme demografico: se si continua così, si rischia la crescita zero nel 2050. E so che sul tema della natalità influiscono politiche del lavoro, fiscali, sociali. Ma io sono il ministro della Salute e mi occupo dell’aspetto sanitario».

    Saviano ha trovato la campagna offensiva: come risponde?

    «Ma perché offensiva? Si affronta il tema della salute riproduttiva, si fa prevenzione e si propongono percorsi terapeutici per chi ne ha bisogno. A chi polemizza dicendo che dovremmo occuparci di rendere accessibile la procreazione per le coppie sterili, faccio presente che ho inserito la fecondazione assistita tra i servizi gratuiti, così come gli screening».

    Con questa campagna non teme di aver fatto la figura della bacchettona?

    «Piuttosto, mi sembra che questo sia un tema tabù. Ma non torneremo ai tempi di Lupo Alberto in cui non si poteva parlare di preservativi. Il 22 facciamo il Fertility Day e parleremo di sesso sicuro, di malattie, e anche di come fare se non si riesce ad avere figli».

    M5S e Sel hanno criticato l’iniziativa. Dal Pd ha avuto reazioni?

    «È un anno che lavoriamo a questa iniziativa e c’è stata grande condivisione. Ormai le polemiche montano con un tweet: invito invece a entrare nel merito di un problema sanitario molto sentito».

    Se l’obiettivo era solo informare, non avete sbagliato campagna?

    «Quando ho visto le cartoline, a me non hanno fatto una cattiva impressione. Anche perché sul retro ci sono tabelle e dati che spiegano e informano».

    Tutte rivolte alle donne, però.

    «No, ci sono varie cartoline dedicate agli uomini. Che hanno bisogno di informazioni: da quando non c’è più la visita di leva capita troppo spesso che scoprano tardi di avere avuto malattie che ne compromettono la fertilità».

    Ministro, è ancora sicura che quelle cartoline funzionino?

    «Diciamo così: se non funzionano, abbiamo ancora il tempo di cambiarle. Ma almeno, rispetto alle solite campagne ministeriali che nessuno ricorda, hanno avuto il merito di accendere l’attenzione sul tema».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/09/01/ASxhgb7D-spezzarlo_fertilita_critiche.shtml

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  6. ilariasabbatini Autore articolo

    Non solo fertiliy day: le donne sono arrabbiate e hanno ragione a esserlo

    Una campagna disastrosa sulla fertilità rivela i nervi scoperti delle donne italiane, che hanno sopportato più di chiunque altro il peso della crisi. E che non accettano di sentirsi fare la predica perché non fanno figli
    di Flavia Perina

    1 Settembre 2016 – 08:28
    Viene quasi da solidarizzare con la povera ministra Beatrice Lorenzin, sommersa dalle critiche e dagli insulti per questa campagna del Fertility Day alla quale, ipotizziamo, si sarà limitata a dare un’occhiata distratta dicendo: «Va benissimo, mi fido, mettete in rete», senza neanche immaginare il disastro combinato da copywriter e creativi in un associazione di testo e immagini più ridicola che scandalosa: basti pensare che il primo slogan riguardava «Le dimensioni che non contano» e metteva in guardia contro «la sindrome da spogliatoio o da Pollicino», immagino per rassicurare uomini scarsamente dotati o le loro compagne.

    Lo scorso 7 maggio si era celebrata un’analoga Giornata (la prima in Italia: resta misterioso perché se ne sia indetta una seconda così vicina) e nessuno ci aveva fatto caso più di tanto: consisteva in una campagna di sensibilizzazione rivolta a medici e altri operatori riguardo alla lotta all’infertilità. Ordinaria routine insomma, che non aveva suscitato alcuna curiosità specifica né sui media né in Rete. Ma è bastato associare a quelle informazioni alcuni slogan pasticciati destinati al grande pubblico – «La bellezza è per sempre, la fertilità no»; «I giorni fertili: quando farlo?» – che davano l’idea di prescrizioni ministeriali su sesso, maternità e dintorni, per scatenare un ovvio putiferio. Risultato. Pagina bloccata. Lorenzin messa in croce. Fertility Day equiparato alle campagne del Ventennio per dare “figli alla Patria”.

    La si può raccontare come si vuole, ma sono le donne che hanno sorretto la gran parte del peso della crisi con le loro pensioni, con il welfare domestico garantito a infanti e anziani, con i salti mortali per tappare i buchi di un marito o un compagno disoccupato, sottoccupato, precario, e spesso sistematicamente depresso. Andare a fargli l’elogio della fertilità come «bene comune» è una cosa da matti
    È una vicenda che rivela i nervi scoperti delle donne italiane e la necessità di usare le molle ogni volta che si attraversa la sfera del loro privato, messo alla prova molto duramente in quest’epoca di disagio. La si può raccontare come si vuole, ma sono le donne che hanno sorretto la gran parte del peso della crisi con le loro pensioni (cinque anni di lavoro o di disoccupazione in più non sono uno scherzo), con il welfare domestico garantito a infanti e anziani, con i salti mortali per tappare i buchi di un marito o un compagno disoccupato, sottoccupato, precario, e spesso sistematicamente depresso. Andare a fargli l’elogio della fertilità come «bene comune» è una cosa da matti. Dirgli che «il modo migliore di essere creativi» è diventare «genitori giovani» fa arrabbiare anche i settantenni, che quei possibili «genitori giovani» li mantengono spizzicando la pensione e ci mancano solo i nipotini neonati per andare definitivamente alla deriva. Più in là e più oltre, da mezzo secolo si è socialmente stabilito che come, quando, dove e perché procreare è affare delle singole donne e non dello Stato o di chiunque altro (famiglie, mariti, datori di lavoro): dare l’idea di un’inversione di tendenza attraverso “pubbliche avvertenze” in tema di fertilità è un grave scivolone culturale, anche se l’intenzione non era questa.

    Se si potesse dare un consiglio alle signore del governo, il governo “più rosa della storia”, dal quale le donne si aspettavano moltissimo, si vorrebbe dir loro: lasciate stare i temi che attraversano il terreno minato delle felicità o infelicità individuali, il grumo delle emozioni spesso sofferenti legate alla scelta della maternità, o alla sua rinuncia, alla fatica di diventare madri e poi esserlo, o di scegliere la non-maternità e sopportare lo stigma della “infertile”, che ci sono dentro sentimenti esplosivi, non controllabili, e una rabbia accumulata da molto tempo. Occupatevi piuttosto di quel che ci gira intorno – i reparti ospedalieri, gli asili, il lavoro, gli sconti Isee, i centri antiviolenza – e quindi della vostra sfera di elezione, il pubblico, che fa acqua da tutte le parti. Campagne sulla fertilità molto belle sono state fatte nel Nord Europa, in Australia e negli Usa, con grande successo. Ma in Italia non si possono fare. In Italia le donne sono troppo arrabbiate per sopportare “istruzioni per l’uso” del loro corpo e delle loro vite. Da noi non c’è pubblicitario, per quanto eccellente, che potrebbe rendere amichevoli e popolari suggerimenti di governo sul modo migliore di restare incinta, che tra l’altro, per dirla tutta, lo sappiamo da sole che a venticinque anni è meglio che a quaranta…

    http://www.linkiesta.it/it/article/2016/09/01/non-solo-fertiliy-day-le-donne-sono-arrabbiate-e-hanno-ragione-a-esser/31642/

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