Omicidi di massa, etetica e modello

La notizia di oggi, martedì 26 luglio 2016 è: Giappone: uomo con un coltello fa strage in un centro disabili, 19 morti. A Sagamihara a ovest di Tokyo. Il killer si è costituitoSecondo me ci sono cose che dovremmo cominciare a chiederci tutti in relazione agli omicidi massa o anche agli omicidi-suicidi che stanno punteggiando sempre più frequentemente questo tempo. Non perché vanno sminuiti gli degli adepti al Daesh, argomento che tratterò a parte in un altro post, ma perché l’unico modo di affrontare problemi sociali come quelli che si stanno presentando è capirli profondamente al di là delle nostre paure, delle nostre proiezioni e dei nostri pregiudizi. I pregiudizi non sempre sono una cosa sbagliata: a volte ci salvano e hanno motivo d’essere tutte le volte che, ad esempio, non ci avviciniamo a un cane che non scodinzola o evitiamo una persona che sappiamo essere negativa per il nostro benessere. Non sempre dare una seconda opportunità è una cosa positiva e a volta non lo è nemmeno concedere la prima. Sono l’istinto e l’esperienza che ci guidano e a volte hanno ragione loro. Ma a volte no, non hanno ragione e quando succede fanno danni. Ecco perché è importante capire i limiti e le eventuali intersezioni del fenomeno emulativo ed estetico , come dice la mia amica Francesca Capelli, rispetto al fenomeno terroristico in sé. Questa è una domanda seria: non è che sta prendendo piede il modello dell’omicidio di massa come risoluzione dei problemi individuali? Sarà un discorso lungo e richiederà buone letture, capacità di giudizio, freddezza ed equilibrio. Per questo motivo si inizia così. I vostri commenti e i vostri contributi saranno preziosi.

Strage di Monaco, quel rischio di emulazione patologica

di Costanza Jesurum

Nel 1961 lo psicologo Albert Bandura fece un esperimento molto semplice e divenuto famoso, con due gruppi di bambini. Ad un gruppo fece vedere un suo collaboratore che compiva gesti violenti verso un pupazzo, Bobo, ad un altro gruppo invece no. Poi mise i bambini a giocare, e si osservò che nel gruppo di bambini che avevano visto l’assistente di Bandura picchiare il pupazzo molti attuavano giochi e comportamenti violenti, mentre tra gli altri solo qualcuno. Al tempo l’esperimento servì a dimostrare la tesi secondo cui l’esposizione visiva a un comportamento aggressivo predispone all’emulazione di quel comportamento. Naturalmente, non tutti i bambini di Bandura riproposero il gioco delle botte al pupazzo Bobo, e probabilmente lo fecero soltanto quelli che avevano una struttura psicologica per cui il comportamento violento poteva essere un modo per esprimere aspetti di sé altrimenti silenti. Si può dire che il gioco di Bobo abbia messo sul vassoio di quei bambini un comportamento sintomatico adatto ad esprimere un problema o una certa organizzazione psicologica.
Le diagnosi psichiatriche commerciano spesso con gli esempi culturali. Trovano fogge, linguaggi per essere poste al centro dell’attenzione: ossia forme di disagio psichico anche profondo, sono sempre esistite, ma i contesti danno suggerimenti e indicano comportamenti sintomatici. Quindi forse bisognerebbe trattenere l’insegnamento di Bandura ora che ci troviamo a combattere con una serie di attentati, che una certa divulgazione e un certo sguardo politico vorrebbero vedere accomunati dall’estremismo islamico, ma che in verità sembrano più accomunati da altre questioni quali: una diagnosi psichiatrica importante – vale per l’attentatore di Monaco, per quello di Nizza e per quello di Orlando -una circostanza socioculturale simile – ossia una storia di marginalità sociale e di immigrazione poco assimilata – e infine, l’esposizione a una narrazione sintomatica che può essere emulata a soddisfazione della propria patologia – che è la scena dell’attentato suggerita dall’Is: il mitra sulla folla inerme, l’immagine psichica della rabbia che si prende la rivincita, la teatralità della riscossa nel volto atterrito dei sopravvissuti, l’inflazione dell’io nell’angoscia e nella ripetizione dell’immagine che avviene su social, stampa, televisione. Se è assolutamente necessario che la polizia e l’intelligence facciano il loro dovere in termini di protezione e prevenzione – se non altro perché rimane il problema di chi dà l’arma al sintomo, del fatto che quell’arma viene poi usata e del fatto che qualcuno ne trarrà beneficio- forse occorrerebbe fare un ragionamento sulla doppia causa di questi atti terroristici: la marginalità sociale di un immigrazione non completamente inserita che dilata e potenzia quelle problematiche familiari che stanno dietro alle gravi diagnosi nell’area dei disturbi di personalità, e il ruolo della narrazione su social e media degli attentati come causa scatenante del comportamento criminale. Queste due enormi questioni sono più di tutto il braccio . armato con cui agisce l’integralismo islamico, sia nel caso in cui fornisca materiale e logistica per gli attentati che nel caso in cui metta la bandierina su scelte criminali compiute autonomamente.In ogni caso, potremmo cominciare a chiederci – cosa sarebbe stato dei bambini di Bandura se non avessero visto il suo assistente picchiare il pupazzo Bobo? Forse un paio di bambini avrebbero fatto comunque un gioco aggressivo perché lo facevano già prima, un altro avrebbe cominciato a parlare aggressivamente a un altro senza però alzare le mani, un terzo avrebbe giocato tranquillamente. Magari di quel terzo bambino che giocava tranquillamente si sarebbe potuto accorgereun maestro, avrebbe attivato un percorso di sostegno per lui e la famiglia e chi sa, dopo potrebbe aver incontrato l’assistente di Bandura e non lo avrebbe imitato. Molti bambini comunque, non avrebbero cominciato il gioco violento.
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