Le lacrime e il pallone

L’Italia ha perso. Non doveva finire così, non ai rigori. Il calcio non lo guardo più ma nonostante questo capisco il rito collettivo e lo condivido. Qualche anno fa mi sono trovata a un serioso convegno di storia religiosa e la cosa che ricordo meglio è la finale Italia-Germania. Al barino, insieme agli altri convegnisti e a un manipolo di turisti tedeschi, finì con diversi giri di birra e strette di mano neanche si fosse sul campo di gioco. L’Italia vinse e noi godevamo come matti.

Normalmente, come molti italiani, non guardo la partita ma mi capita di seguire la nazionale. Non evito il calcio per snobismo: semplicemente gli unici sport che mi siano mai veramente interessati sono la ginnastica artistica, il nuoto, i tuffi e le bocce. Anche se il calcio non mi interessa ho comunque il gusto del rito ludico vissuto insieme agli altri. Ieri sera, mentre cenavamo in giardino, ascoltavo la partita grazie al gruppetto di quelli che avevano messo il maxischermo in piazza. Ogni volta che li sentivo esultare mi faceva piacere: non so perché ma mi veniva da sorridere. Quando ho saputo che l’Italia ha perso sono rimasta male perché la festa era finita. Siamo fuori e questo dispiacere lo capisco benissimo.

Sono figlia di un calciatore: mio padre ha giocato nelle squadre locali e poi ha allenato i ragazzi. Ho imparato a riconoscere il fuorigioco da bambina 😀 Ero ammessa al salotto paterno del Processo del lunedì e li ho visti, lui e i suoi amici, che si appassionavano, bestemmiavano, piangevano e urlavano come matti. Ora non guardo più il calcio ma il rito collettivo è ancora qualcosa che capisco e a cui mi fa piacere assistere. Ieri sera mi sembrava di essere nell’82, quando c’era Nando Martellini, quando mio padre era energicamente vivo, quando partecipammo tutti al delirio del nostro quartiere dopo la vittoria. Ieri sera aspettavo questo: l’occasione di gioire per qualcosa di leggero scuotendosi dalle spalle le pesantezze. Il desiderio di una gioia ingenua, di una maglia azzurra, di un tricolore senza implicazioni. Non è andata così, abbiamo perso nel modo peggiore.

Cambiamo situazione. Noi non abbiamo la televisione: con mio marito abbiamo deciso così. Non c’è nessun motivo ideologico: semplicemente ci piacciono i film e ci informiamo dai giornali. La televisione c’è solo a casa di mia suocera e quando pranziamo tutti insieme la ascolto: non posso dire che la guardo perché sono sempre di spalle. Oggi al telegiornale c’era un servizio sulla strage di Dacca in cui parlavano del marito di Claudia Maria D’Antona: morta lei e salvo lui, per pura fortuna.

A un certo punto sento un tizio che parla di aver perso qualcosa e piange disperatamente. Aguzzo le orecchie: sto cercando di capire qualcosa di più riguardo a Dacca. Non vedendo il tizio penso all’attentato e chiedo spiegazione a quelli che possono vedere. No non stanno parlando di Dacca, stanno parlando della partita. Inevitabilmente, non vedendo l’immagine, ho sovrapposto le notizie e accorgermi della cosa mi ha suscitato nausea. Esistono i palinsesti, esistono le linee editoriali: non c’era bisogno di fare questa scelta. Non c’era bisogno di farla ora.
Non sto dicendo che non si doveva dare la notizia della sconfitta dell’Italia. È una notizia e non ho il minimo dubbio sul fatto che debba essere fornita. Ma c’è modo e modo di dare una notizia. C’è modo e modo nella scelta dei tempi. C’è modo e modo nel montaggio dei servizi. Per esempio si può decidere di non mettere il video di uno che piange a poche ore da un strage di connazionali.
Non è un problema il fatto che qualcuno abbia pianto per la partita: non si contano le volte che ho visto il mio babbo con le lacrime. Il punto è semplicemente che i telegiornali non dovrebbero permettere che si sovrappongano e si confondano una strage terroristica e una partita della nazionale. Non ci sono dei programmi esclusivamente sportivi? Perché non demandare il video in quello spazio? Certo che le cose cambiano: mettendo tutto insieme in un telegiornale, il messaggio che passa è che le due cose hanno pari importanza.

Le lacrime, seppur diversissime, sono legittime in entrambi i casi, basta che non si confondano. Sarà antipatico ma monsieur de Lapalisse mi è testimone: credo che ci sia un gran bisogno di tornare a chiarire che una strage è molto ma molto più grave di una esclusione dagli europei di calcio.

 

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