Verga, la roba e il femminicidio

di Ilaria Sabbatini

“Aiuto” è una parola semplice. Eppure quando ti succede qualcosa di grave ti consigliano di gridare al fuoco. Non so se questo sia efficace ma molte donne e ragazze se lo sono sentito dire, prima o poi. Ti spiegano compitamente che la gente non accorre a questo tipo di richiamo, per la semplice ragione che ha paura e che non vuole grane.

Non so perché il caso di Sara Di Pietrantonio mi ha così colpita. A proposito, per decenza, in questo delitto orribile almeno chiamate la vittima per nome e cognome non “Sara”. Non ci avete mangiato insieme, non la conoscevate, non vi era amica. Non era un personaggio televisivo, non fatecela diventare da morta. Perché non c’è bisogno di questa banalizzazione per dire quello che si vuole dire. Sara Di Pietrantonio: nome e cognome, per rispetto.

C’è qualcosa in questa vicenda che ha accorciato la normale distanza tra me, come cittadina e lettrice, e la vittima di un caso di cronaca. Forse avevo un anno più di lei quando ho fatto una scelta che mi ha cambiato la vita per sempre. È stata una scelta dolorosa e radicale che mi ha permesso di andare avanti al prezzo di strappare via quella parte di me che era rimasta intrappolata in una delle tante terre di nessuno. Lì dentro ero sola ma poi non lo sono più stata: solo allora sono finalmente riuscita a uscire. Ho preso io tutte le decisioni ma sono stata aiutata, incoraggiata e sostenuta da molte persone. Donne di cui non ho mai conosciuto altro che la voce mi hanno accompagnata a fare il grande passo. Ironia della sorte, ora che sto bene non potrò neanche ringraziarle.

Rompere in modo definitivo senza voltarsi indietro non è facile come sembra, sappiatelo. Spesso si salta senza rete e si spera solo di non rompersi l’osso del collo. Ripartire da capo da un’altra parte, mettere al primo posto te stessa, la tua storia e il tuo benessere è una cosa che si deve imparare sul campo, nessuno te lo insegna. Ma questo passaggio da sola non l’avrei mai fatto. Dunque credo che occorra cominciare a considerare che la cosa ci riguarda tutti e non solo le vittime di violenze e maltrattamenti.

Alla luce dei primi racconti si sta profilando una storia di richieste d’aiuto inascoltate. Come mi ha spiegato un caro amico l’omissione di soccorso ha un articolo di legge specifico. Art. 593 codice penale: “Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente e di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità, è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a lire seicentomila. Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità. Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata; se ne deriva la morte, la pena è raddoppiata”.

C’è stata omissione di soccorso? Francamente non lo so. È vero, mi sono arrabbiata ma il fatto è successo ieri, quindi è presto per capire fino in fondo come sono andate le cose. Ciò che so con certezza è che non bisogna credere al gesto insensato, alla gelosia d’amore. Quello che ti fa uccidere la tua ex non è amore è solo perdita di possesso. Lei non è roba tua, non te la sei guadagnata, non puoi esercitare alcun diritto sulla sua mente o sui suoi sentimenti. Tantomeno sulla sua vita. È per questo che ti ha lasciato.

Ve la ricordate “La roba” di Verga? In quella novella c’è un contadino avido e ricco come un maiale. Quando l’uomo si trova in punto di morte e si accorge di non potersi portare dietro la sua roba ammazza a bastonate tutte le sue anatre e i suoi tacchini. «Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: – Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente! –  Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!».

È vero mi sono arrabbiata. Anzi sono tutt’ora arrabbiata. Perché io non sono roba, nessuna donna è roba, una ragazza che ha lasciato il fidanzato non è roba. Né di lui né di nessun altro. Molte hanno dovuto lottare per non essere roba. Ma per superare il femminicidio c’è bisogno dell’impegno di tutti. Non è solo responsabilità delle vittime tirarsene fuori.

Per ora le ricostruzioni sono sommarie e non vi sono certezze giudiziarie. Ho promesso a me stessa di aspettare. Questo vogliono la razionalità e l’intelligenza. Con grande fatica sospendo quindi il giudizio. Ma continuo a essere convinta che se sento un vicino che mena la moglie io devo intervenire. Continuo a credere che se non mi voglio esporre devo usare il telefono ma non posso ignorare una violenza. Continuo a pensare che quello che succede al mio vicino sia anche una responsabilità mia. Per il semplice motivo che domani potrei essere io a gridare aiuto e sperare che qualcuno mi senta.

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