Il petaloso, il Lonfo e il Ciarlestrone

di Ilaria Sabbatini

Giuro che io non volevo scrivere. Il testo originale porta la data del 28 febbraio 2016 e oggi è il 13 marzo. Stavo lì, nel mio albergo, dopo una bella giornata di studi. E siccome avevo un po’ di tempo mi è venuto in mente di mettere per iscritto due cose riguardo al tema del momento: l’ondata mediatica della parola petaloso. Ormai me n’ero dimenticata. Ma quando ho letto una signora che commentava allarmata il fatto che questo termine “è stato messo” nella lingua italiana ho pensato di andare a ripescare il pezzo.

Diciamoci la verità, “petaloso” è davvero una parola cacofonica. Dal punto di vista fonosimbolico non rende affatto l’idea della leggerezza di un petalo ma piuttosto dell’ispidezza di una pelliccia d’orso. Un petalo peloso insomma, che non è una bella cosa. È probabile che non siate d’accordo con me ma se dico che la parola non mi piace questo non significa che sono una novella Crudelia De Mon.

Perciò ho deciso di scrivere un post nella speranza di riportare la discussione a termini ragionevoli. Non c’è bisogno di allertare gli psicologi o inveire contro un ragazzino e la sua maestra. Non c’è bisogno di insinuare che la Crusca sta portando alla rovina l’italiano. Petaloso non entrerà d’autorità nella lingua italiana e forse tra qualche tempo sarà perfino dimenticato, studiato soltanto come fenomeno mediatico.

Le cose, per una volta, sono semplici come sembrano, senza bisogno di dietrologie. Non c’è un complotto dei linguisti anonimi. Un bambino ha fatto un errore, la sua maestra si è intenerita per quell’errore e ha coinvolto un’istituzione prestigiosa. L’istituzione ha risposto carinamente e nel rispondere ha affermato due cose: 1) i neologismi sono possibili 2) ogni nuovo neologismo non entra nel vocabolario per il solo fatto di esistere. Punto.

Che c’entra la presunta arroganza della maestra o viceversa l’invidia di chi detesta questa parola? Per il mio orecchio il suono di petaloso è brutto e le probabilità che entri nel vocabolario sono scarse. Non sono insensibile alla creatività infantile ma non basta un ashtag a sedimentare un lemma. Se fosse così sarebbe un delirio: ve lo immaginate cosa succederebbe con certi presentatori? Inoltre il concetto che una parola possa “entrare nel vocabolario” non significa nient’altro che possa “entrare nell’uso”. Quella parola non sarà stampata nel prossimo libro ufficiale della lingua italiana solo perché è stata pronunciata.

Quale pensate che sia il libro delle parole, il Vocabolario della Crusca? Ma lo sapete che cos’è? Pensate che la Crusca abbia la stessa valenza del deposito di Paperon de’ Paperoni? Perché l’idea potrebbe anche essere simpatica ma poi bisogna sapere che nella realtà i ricchi non nuotano in un mare di monetine e non esiste alcuna cassaforte per conservare le parole. Le parole si affermano quando si usano. Qualcuno diceva addirittura che erano puro flatus vocis ma in quel caso la faccenda diventerebbe veramente complicata.

L’Accademia della Crusca nacque nel 1582 a Firenze con lo scopo di conservare la lingua nazionale italiana. All’origine vi fu una situazione del tutto informale: un gruppo di amici che scelse il nome di “brigata dei crusconi“. Il primo Vocabolario degli Accademici della Crusca fu stampato nel 1612 e fu una novità assoluta, non un’iniziativa da parrucconi polverosi. Nel 1843 si era arrivati alla V edizione ma nel 1923 ne fu sospesa la pubblicazione perché i criteri di compilazione sembravano ormai antiquati. Il progetto fu ripreso nel 1955 e completato nel 1985 ma ormai con finalità esclusive di documentazione storica. A partire dal 1983, il testimone passò all’Opera del Vocabolario Italiano che tutt’oggi cura il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO), e il Corpus testuale dell’Italiano Antico. L’Accademia ora si dedica ad attività di ricerca e di consulenza linguistica. Esattamente quello che ha fatto rispondendo alla maestra dello scolaro.

Per fortuna i neologismi dipendono dall’uso vivo che se ne fa e in questo senso poco importano gli ashtag o le invettive. Non saranno queste cose a decidere il destino di una parola. Non sarà una campagna mediatica e non saranno nemmeno gli appelli alla Crusca. Saremo noi parlanti a decidere la sorte di petaloso. E visto che nella vita comune non ho mai sentito usare l’espressione petaloso non è difficile fare delle previsioni.

La lettera di risposta della Crusca dice: “Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa. Perché entri in un vocabolario bisogna che la usino tante persone. Non sono gli studiosi a decidere. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario”.

La lettera racconta in estrema sintesi il processo di sedimentazione linguistica, un fenomeno che non si risolverà nel tempo di una moda mediatica. Un esempio di come funziona la lingua è la parola inciucio. Nata da un errato utilizzo della forma dialettale napoletana ‘nciucio (cicaleccio, pettegolezzo), la parola ha finito per indicare una manovra politica poco chiara. La sua efficacia è stata tale che oggi in Italia tutti sanno cosa significa e molti la utilizzano. È così che funziona l’affermazione di una parola nuova o la sua risemantizzazione. E non c’è un’ente supremo che decida se ammetterla o no tra le parole lecite. Infatti i vocabolari svolgono l’unica funzione di registrare la situazione corrente al momento dell’edizione. Nessuno deve legittimare o delegittimare un bel nulla ma solo fotografare una situazione che noi parlanti abbiamo creato anche senza renderci conto delle nostre abitudini linguistiche.

Quanto ho scritto sopra non è un giudizio della vicenda ma semplicemente una riflessione su ciò che realmente accade alle parole. Penso che sia bello inventare parole nuove perché creano suoni e mondi narrativi dando vita a un gioco inesauribile. Forse dovremmo anche noi fare più esercizio di fantasia come hanno fatto Lewis Carroll o Fosco Maraini. Per fare esercizio di fantasia però non serve essere approvati dall’Accademia della Crusca. Lo scopo non è vincere qualche cosa ma semplicemente divertirsi. Tutto qui. Anche se poi le parole non si affermano o sono cacofoniche come “petaloso”, “lonfo” o “ciarlestrone”. Provare per credere.

Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Fosco Maraini, Gnòsi delle fànfole, 1978.

 

Jabberwocky

Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! And through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!
He chortled in his joy.
‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

Lewis Carroll, 1871

Il Ciarlestrone

Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.
«Attento al Ciarlestrone, figlio mio!
Fauci che azzannano, fauci che ti artigliano,
attento all’uccel Giuggio e attento ancora
Al fumibondo chiappabana!»
Afferò quello la sua vorpi da lama
a lungo il manson nemico cercò…
Cosí sostò presso l’albero Touton
e riflettendo alquanto dimorò.
E mentre il bellico pensier si trattenea,
il Ciarlestrone con occhiali brage
venne sifflando nella fulgida selva,
sbollentando nella sua avanzata.
Un, due! Un, due! E dentro e dentro
scattò saettante la vorpida lama!
Ei lo lasciò cadavere, e col capo
Se ne venne al ritorno galumpando.
«E hai tu ucciso il Ciarlestrone?
Fra le mie braccia, o raggioso fanciullo!
O giorno fragoroso, Callò, Callài!»
stripetò quello dala gioia.
Era brillosto, e gli alacridi tossi
succhiellavano scabbi nel pantúle:
Méstili eran tutti i paparossi,
e strombavan musando i tartarocchi.

Adriana Crespi, 1974

 

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