Del pudore. Pensieri a margine del caso del Collatino.

di Ilaria Sabbatini

In questi giorni tiene banco l’ennesimo feroce fatto di cronaca nera. I giornali, i social media, le televisioni discutono di tutto tranne che di una cosa: l’eventualità del pudore. Che strano sentimento è il pudore e che strano effetto fa il parlarne ora. Ora che è tutto in vetrina, sfacciatamente esposto come il nuovo capitolo di una serie incoerente e squadernata. Pudore significa sentire vergogna, avere rispetto per la sensibilità degli altri. O anche − da parte mia − rinunciare alla solita stanca tirata moralista. Del resto non credo che avrei niente da insegnare a nessuno.

È solo che il caso del quartiere Collatino mi ha fatto venire in mente una storia di tanti anni fa quando un amico mi bussò alla porta una buia sera d’autunno. Mi disse che dovevo seguirlo perché suo padre stava morendo. Sic et simpliciter. Ed era vero: il padre era sotto i ferri dopo un incidente sul lavoro ma non superò l’operazione. Era notte, l’alba non arrivava mai.

La mattina andai a scuola, ché avevo una verifica importante per la maturità. Mi capitò di leggere i giornali lasciati sul banco dei bidelli. La notizia era in un pezzo di cronaca facilmente dimenticabile ma i titoli no, quelli li ricordo bene. Cercai di nasconderli senza riuscirci.

Leggendo “sgozzato per non farlo urlare”, in neretto, con gli occhielli che si trattengono appena dallo svelare i dettagli peggiori, mi sono venuti in mente quei giornali di tanti anni fa. Non espliciti fino a tal punto ma ugualmente in grado di provocare dolore.

Ci sono cose che sai ma non vuoi sentir dire a voce alta. Cose che ritieni private, il cui pensiero è una fitta nel cervello. È importante per il pubblico conoscere i traumi che ha subito il morto? È importante essere informati se era lucido e sapeva che sarebbe morto? È importante apprenderlo ora? Cosa cambia per chi non lo conosceva? Cosa cambia invece per chi gli viveva accanto?

C’è qualcosa che i media non riportano mai perché non possono. Perché non sono in grado di registrare quello che succede nel momento in cui un medico dice ai parenti che è finita. I parenti chiedono. Vogliono sapere. Se ha sofferto, se ha detto qualcosa, se era consapevole, se si è rialzato. A volte lo fanno subito, a volte dopo qualche tempo, a volte mai. Comunque vada ogni risposta è un’ustione.

Col tempo il mio amico è diventato bravo. Ha immagazzinato ogni informazione e oggi la restituisce con precisione. Ne parla normalmente ma si irrigidisce se entra nei dettagli. Spiega con esattezza l’esito dell’autopsia ma quando lo fa abolisce di colpo qualsiasi emozione. Suo padre è quello vivo, quello che l’ha accompagnato al bus prima di andare al lavoro.

Chi lo conosce sa che parlare dell’incidente non è mai stato un tabù ma a nessuno viene in mente di discutere dei traumi, degli organi e delle ossa. Non è solo amicizia, questo si chiama pudore. Ha a che fare con l’empatia e la compassione. Non lenisce la sofferenza ma evita di aumentarla. È un antidoto alla crudeltà e all’accanimento morboso.

Ilaria Sabbatini

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