Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

di Ilaria Sabbatini    

Grandi discussioni sotto il sole ma anche un po’ di confusione. Prima di iniziare voglio dire che mi piacerebbe svelenire il clima e ritornare a delle modalità di confronto più accettabili. Non stiamo parlando di un referendum da votare domani e non sono necessari attacchi personali o boutade sarcastiche. Non servono alla discussione e anzi sono convinta che la facciano regredire. Per quanto mi riguarda, se mi capita di citare qualcuno è per interloquire, non per sbertucciarlo e questo è quanto. Seguendo il dibattito sempre più accesso sulla Gravidanza Per Altri (GPA) mi imbatto spesso in affermazioni sorprendenti. Non che non siano moralmente generose, intendiamoci, solo che non sono così logiche come sembrano. Stavolta è la volta di “se posso donare un rene, perché non il mio utero?”. Fatto salvo il mio rispetto per Emma Bonino sotto molti punti di vista, mi permetto delle precisazioni perché mi sono interessata molto da vicino alla donazione di rene e non in senso figurato.

Farò un po’ di storytelling, giusto per far capire la situazione da cui parto. Se vi annoia saltate al sesto paragrafo. Per una serie di motivi legati alla mia formazione e alle mie convinzioni fin da adolescente sono stata una convinta assertrice della donazione di organi. Il problema era che, essendo minorenne, non potevo decidere. Quando lo annunciai, in casa scoppiò il putiferio perché mia madre si opponeva con tutte le sue forze. Non ne parlammo più ma appena compii diciotto anni andai alla sede di riferimento e mi iscrissi come donatrice di organi. Mi rilasciarono un tesserino da tenere nel portafoglio. Ero così orgogliosa che me ne andai con l’impressione di essere cresciuta di dieci centimetri in altezza. Ricordo che era un giorno caldo di luglio e viaggiavo come sempre con la mia bici rossa da città. Prima di mettere via il talloncino che mi era stato consegnato, mi venne la curiosità di leggere. C’era scritto: “in caso di morte telefonare a”. Onestamente non me l’aspettavo. Per quanto sembri banale non avevo considerato l’eventualità che per fare la donazione di organi bisogna essere morti. Avevo diciotto anni, una bici rossa, una madre contraria e mi sentii venire meno la forza nella gambe. Se volevo donare i miei organi dovevo essere morta e non ne avevo nessunissima voglia. Per una frazione di secondo mi immaginai di tornare dentro a chiarire che no, non avevo capito i termini della faccenda. Ma non lo feci perché la parte razionale di me sapeva di aver fatto la cosa giusta.

Qualche anno dopo mio padre sviluppò una patologia renale seria. Scoprirono che il rene sinistro era atrofizzato e il rene destro era affetto da una forma di insufficienza progressiva che lo costrinse prima a una dieta specifica poi alla dialisi. All’inizio sembrava che potesse andare avanti a lungo ma il suo corpo, a differenza di altri, reagiva male. Imparai a conoscere il reparto ospedaliero e gli altri nefropatici. Alcuni stavano bene e altri, come mio padre, no. La dialisi consiste in un lavaggio completo del sangue che può essere effettuato a casa o in ospedale. Esistono due tipi di trattamento: mio padre faceva quello ospedaliero. Erano tre dialisi settimanali che duravano da un minimo di 4 ore a un massimo di 6. Oltre ad avere ripercussioni sulle sue attività questo implicava restrizioni sulla dieta e sulla quantità di liquidi che poteva assumere. Doveva bere pochissimo, aveva sempre sete e non faceva più la pipì.

Piano piano si indebolì e si allettò. La cosa non accade a tutti i dializzati ma lui doveva essere accompagnato anche negli spostamenti minimi. Per me vederlo scivolare a poco a poco mantenendo la mente lucida era una cosa difficile da accettare così, non so per quale ragionamento, mi convinsi che bisognava porre un rimedio e che toccava a me. Ci pensai a lungo e quando mi sentii pronta parlai al nefrologo della mia intenzione di donare un rene. Non ero impazzita e non mi ero fatta travolgere da una reazione d’istinto. Mi ero fatta i conti sul mio stato di salute, avevo cercato informazioni sulla possibilità di vivere con un rene solo, mi ero documentata sulla questione della compatibilità e sugli aspetti legali. Avevo deciso che era fattibile ma avevo dimenticato un dettaglio.

Ammesso e non concesso che il mio organo fosse compatibile con il suo corpo, il rischio che io correvo era eccessivo rispetto alle possibilità di riuscita e alle sue aspettative di vita. Mio padre non sapeva nulla delle mie intenzioni. Avevo pensato anche a questo: se mai fosse stato possibile glielo avrei detto dopo. Ma la risposta che ricevetti dai medici in sostanza era un no. Detto in parole povere non potevo donare un rene perché il gioco non valeva la candela. Mio padre andò avanti ancora per un po’ tra alti e bassi. Nel frattempo, per vie che ignoro, mia madre si convinse dell’importanza della donazione di organi. Mia sorella non aveva bisogno di convincersi. Non sono sicura che lei sappia cosa avevo macchinato ma del resto non aveva senso parlarne prima che i medici mi avessero dato una risposta. Comunque, quando papà se ne andò ci informarono che era possibile fare la donazione di cornee. Non ci fu bisogno di ragionare molto: eravamo tutte e tre d’accordo. Il medico ci spiegò il perché il percome della prassi. Si decise che fossi io a firmare. Ancora una volta ero partita a testa alta ma quando appoggiai la penna per scrivere il mio nome mi accorsi che mi tremava la mano.

Racconto questo non per dire quanto siamo carini e gentili in famiglia: al contrario siamo stati una famiglia conflittuale e isterica come poche. Racconto questo perché mi sono documentata sulla donazione di organi in vita. Racconto questo per dire che se si ritiene la gravidanza per altri paragonabile alla donazione di rene, bisogna sapere davvero cosa è la donazione da vivo. Anzitutto va detto che è legale ed eticamente lecito fare la donazione di organi in vita. Ma va precisato che non si può far pagare la donazione di un rene né di qualsiasi altro organo. Ci sono paesi che hanno ammesso la donazione di sangue dietro pagamento ma il presidente AVIS italiano nel 2012 ha parlato espressamente di “donatori periodici, volontari, non remunerati”. Ha dichiarato anche che nel 2011 in Italia si è raggiunta l’autosufficienza nell’approvvigionamento del sangue. E questo nonostante che i donatori non siano remunerati come accade in altri paesi.

Per la donazione di organi la situazione è un po’ diversa. Nel 2011 l’Italia, aveva 22 donatori per milione di persone, che non sembra un gran risultato ma la rende comunque terza tra i grandi paesi europei, dopo la Spagna e la Francia. La donazione di organi allo stato attuale delle cose è molto inferiore alla richiesta. Dunque qualcuno paga per averli e si è anche discusso se far diventare il pagamento una pratica legale. La riterreste una possibilità lecita o una eventualità discriminatoria? AIDO una delle più importanti associazioni a sostegno della donazione di organi dice questoSi può vendere o acquistare un organo? No, è illegale vendere o comprare organi umani. La donazione degli organi e tessuti è un atto anonimo e gratuito di solidarietà. Non è permessa alcun tipo di remunerazione economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente. 

Il paragone tra GPA e donazione di organi può sembrare ovvio ma le cose cambiano quando lo si mette alla prova portandolo alle estreme conseguenze. Facciamo una verifica: l’ipotesi di pagare la donazione di organi è accettabile oppure no? Il paragone tiene ancora dopo aver risposto a questa domanda? Dal mio punto di vista regge solo in un caso: che la GPA non preveda remunerazione economica. Solo la GPA altruistica è alla pari della donazione di organi. Perché se non si tiene conto del problema centrale del compenso della gestante si finisce per parlare a vuoto. La differenza, ancora una volta, sta tutta lì: surrogazione altruistica e surrogazione dietro compenso. E non è cosa che riguarda solo le persone coinvolte o i vip del momento perché si tratta di un cambiamento antropologico che ci coinvolge tutti nella misura in cui il fenomeno sta uscendo dall’ombra e si mostra di colpo molto più diffuso di quello che non si poteva supporre.

Ovviamente non intendo dire che le spese sanitarie sostenute da un donatore di organi (o da una gestante per altri) debbano ricadere sul donatore stesso. Se si sviluppa coerentemente il paragone con la donazione di organi,  va tenuto conto che il calo delle donazioni in vita è dovuto proprio a questo problema. In una lettera del 2015, la Segretaria della salute degli Stati Uniti evidenziava che uno dei motivi principali del declino della donazione in vita è che i donatori (statunitensi) si trovano a dover sostenere i costi assistenziali di tasca propria. Questo è un limite enorme che vale per tutte le azioni di tipo altruistico. A mio parere il principio dovrebbe valere anche per l’adozione, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Io credo che sia fondamentale affermare il principio che il gesto altruistico debba sempre essere accompagnato da un’adeguata assistenza per far sì che i costi non ricadano sul donatore. Ma è una prospettiva completamente diversa dal prevedere un pagamento per il donatore e credo che tutti noi, interessati a questo dibattito, dovremmo evitare nasconderci dietro la foglia di fico delle definizioni di comodo. La generosità di una ragazza lontana non è gratuita, costa cifre diverse a seconda dei casi e a seconda dei paesi. Molte delle donne che vi si prestano non lo farebbero se non fossero pagate. Quindi, pur senza giudicare nessuno, diamo alle cose il loro nome e cominciamo a fare chiarezza almeno nel linguaggio. Vogliamo parlare di GPA? Vogliamo parlare di gratuità? Benissimo. Ma se vogliamo parlare di “gratuità pagata” c’è qualcosa che non torna. Perché i casi sono tre e non andrebbero confusi: gratuità, spese non a carico della gestante e pagamento della gestazione.

È possibile che la GPA sia un atto altruistico e sarebbe limitante negarlo. Ma non si può pretendere che la GPA sia definita atto altruistico anche quanto prevede un compenso per la portatrice. Non mi sembra sufficiente dire che il pagamento non inficia il gesto di generosità per risolvere la questione. Non per una considerazione di ordine morale ma perché è un ragionamento incoerente dal punto di vista logico e linguistico. Sviluppo una metafora della Lalli: se io pago il dovuto e il gelataio mi porge il gelato con gentilezza non posso dire che mi ha regalato il gelato. In questo modo non sto dando un giudizio morale ma sto semplicemente seguendo una coerenza logica. È ovvio che ci possa essere un bel dialogo e un rapporto di grande fiducia col gelataio, ma se io pago e lui mi da qualcosa non è un atto di generosità: il dono è quando qualcuno mi da qualcosa senza pagare. Un atto di generosità è anche quando io sostengo tutte le spese perché lui possa fare il gelato. Pago il latte, pago la frutta, pago lo zucchero, pago tutto quello che c’è da pagare e lui mi regala il suo lavoro. Ma nell’esatto momento in cui io scambio il gelato con un compenso che va direttamente al gelataio, quello smette di essere un dono e ritorna ad essere uno scambio economico. Non pretendo di decidere se questo sia lecito o illecito ma una cosa me la aspetto: che si parli con coerenza e non ci si nasconda dietro le parole.

Si può anche affrontare la questione della legittimità di pagare una donna che sostenga una GPA. E intendo proprio pagare, non accollarsi le spese sanitarie. Del resto nel caso della donazione di organi discussioni di questo tipo esistono e se ne parla apertamente. Il motivo per cui non si fanno pagare gli organi o la disponibilità a donare è che la pratica innescherebbe una dinamica pericolosa a partire da due considerazioni: 1) la differenza tra chi può permettersi di comprare un organo e chi no; 2) la disparità tra chi può comprare un organo e chi pensa di venderlo per ricavarci denaro, a prescindere che sia più o meno povero. Nel 2004 si parlava di incoraggiare le donazioni di organo da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento e si è anche calcolata la cifra necessaria. Non mi risulta che l’ipotesi abbia avuto seguito: non credo nemmeno che sia stata fatta una proposta. Ma se si paragona la GPA alla donazione di organi, qualcuno mi spieghi perché poi ci si dovrebbe scandalizzare di fronte all’idea di pagare un polmone, una parte di fegato o un rene.

Molti giustamente rilevano che nelle cliniche americane non sono ammesse donatrici povere o in stato di bisogno. Permettetemi di dubitare che questa politica sia per il bene delle potenziali gestanti. Il punto non credo che sia lo stato di miseria delle candidate alla GPA (problema che pure esiste) quanto piuttosto la differenza di condizione sociale tra i genitori genetici e la donna che affronterà la gravidanza. Non mi risultano casi in cui una gestante surrogata sia più ricca dei genitori che ricorrono a lei. Parliamone apertamente, non limitiamoci a lanciare invettive che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché bisogna circonfondere questo atto, che si configura come una qualsiasi prestazione di servizi, di un’aura di bontà non richiesta? Se io pago una donna perché svolga una GPA è uno scambio commerciale: resta da vedere se sia accettabile oppure no. Può anche darsi di sì ma perché evocare per forza l’argomento della gratuità e della generosità?

Eppure io ritengo possibile che una donna si presti alla GPA in modo totalmente altruistico. Non mi sembra né irrazionale né oppressivo. È del tutto comprensibile che una persona voglia fare un atto radicale per un proprio caro/a, sia esso un/a familiare o un amico/a, nell’ottica laica di poter disporre del proprio corpo. Rimanendo nel parallelo tra GPA e donazione, a me non è stato possibile misurarmi fino in fondo con quella scelta ma avrei rinunciato a una parte del mio corpo purché una persona a me cara avesse una prospettiva. Ovviamente avrei deciso compatibilmente col mio stato di salute ma sì, penso che lo avrei fatto. E credo che sia questo il motivo per cui non trovo scandalosa l’eventualità. A patto che sia sempre e solo in una prospettiva altruistica.

Ps. Visto che ne parliamo e visto che c’è sempre un gran bisogno questo è il tesserino da compilare e questa è la semplice procedura da seguire per diventare donatori.

Annunci

Un pensiero su “Se posso donare un rene, perché non il mio utero?

  1. axiombaduanjin

    sottoscrivo e aggiungo una ulteriore considerazione che a mio avviso rende il paragone della bonino del tutto sballato: la donazione di un organo è finalizzata a salvare, allungare o migliorare una vita, la surrogazione a soddisfare un desiderio (non posso infatti riconoscere consistenza ontologica al bambino prima del concepimento)

    Liked by 1 persona

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...