Nuove questioni sull’utero. Molti dubbi e poche certezze.

Michela Murgia ha scritto in questi giorni un pezzo molto articolato e apprezzabile sulla questione della gravidanza surrogata. Dal mio linguaggio noterete subito che alcuni delle istanze proposte dalla scrittrice le ho fatte mie a partire dalla questione del nome della pratica che chiamerò, appunto, “gravidanza surrogata” e non più “maternità”. Riconosco grande valore alla riflessione della Murgia, che ha il merito di strappare il dibattito dai binari del consueto e del banale, ma alcuni aspetti mi risultano problematici.

Il quadro non mi è ancora tutto sufficientemente chiaro e se scrivo lo faccio nella convinzione di poter sviluppare una riflessione franca su una questione centrale della contemporaneità relativa ai diritti di tutti e delle donne in particolare. Lo faccio anche per rispetto verso la Murgia che ritengo in grado di comprendere le mie intenzioni ai fini dell’evasione da un confronto finora troppo ingessato. Lo faccio non solo perché sono una donna ma perché penso che il dibattito abbia molte più implicazioni di quel che non appare.

Credo che sia profondamente onesto quello che sostiene la sociologa Daniela Danna, citata nell’articolo di Silvia Favasulli. A dir la verità il titolo dell’articolo, non mi piace per nulla dato che non amo in questo ambito così delicato un approccio così apodittico. Ma devo ammettere che un argomento mi ha veramente sorpresa per la sua semplicità e la sua evidenza. «Il movimento LGBT, scrive Danna, “ha dato per scontato che anche nelle questioni riproduttive debba esserci parità tra uomini e donne, annullando qualsiasi dibattito in proposito. Hanno semplicemente posto sullo stesso piano la maternità tra due lesbiche e la paternità tra due gay. Ma non si può dare per scontato che due uomini possano diventare padri”». Questa per me, prima di qualsiasi considerazione di valore, è una consapevolezza dirompente perché mette in discussione ciò che nessuno finora aveva messo in discussione. E a prescindere da dove porterà il dibattito ogni prospettiva nuova è sempre una notizia interessante.

Tutt’ora la mia posizione non è una posizione chiara e intendo chiara per me stessa. Ma mi è chiaro il concetto che in gioco non c’è solo una questione legislativa bensì un approccio antropologico che, volenti o nolenti, avrà delle ripercussioni sulla considerazione sociale del ruolo della donna. E questo a prescindere da come andrà a finire la discussione. In qualsiasi maniera, la questione stessa della gravidanza surrogata, per il semplice fatto di esistere, implicherà un cambiamento.

Non ho ancora deciso cosa penso, la prospettiva della gravidanza per altri (GPA) non mi sembra così censurabile e di fatto non sono contraria. Nell’ambito di un rapporto amicale affettivo e profondo non escluderei di potermi prestare io stessa. Poi però rimango sorpresa quando scopro che esistono organizzazioni che coordinano le donne disposte a farlo e non sono associazioni umanitarie. Se esiste un’organizzazione che coordina la domanda e l’offerta di gravidanze e le mette in contatto al di fuori di una relazione affettiva personale, esisterà sempre qualche donna che si sottoporrà alla GPA solo per bisogno.

L’unico correttivo che mi viene in mente è di offrire alle candidate una scelta: accanto alla cifra per la GPA si potrebbe offrire il sostegno per avviare una propria attività lavorativa. Ma ovviamente non sarebbe praticabile perché nessuno verserebbe una cifra consistente solo perché una donna potesse avere un’alternativa alla GPA. Che ci piaccia o no siamo in una società di mercato: tutto diventa oggetto di scambio. Eppure la possibilità di avere un’alternativa è l’unica libertà reale a cui riesco a pensare.

In questo panorama congelato però c’è una cosa che mi sta suggerendo qualche prospettiva nuova e magari una via d’uscita. «La relativa disumanizzazione delle madri ridotte a lavoratrici/fattrici su commissione […] non è l’unico modo di essere aiutati nella propria incapacità a procreare, possono anche esserci accordi informali con una donna che si presta a fare un/a figlio/a per altri, accordi gratuiti e volontari che le leggi non possono abolire non dovendoli approvare». Lo scrive ancora Daniela Danna.

Prima di mettere in ordine i miei appunti sullo scritto della Murgia vorrei partire proprio dal finale:

La Murgia scrive: «So però che davanti al desiderio di un’amica, di una sorella del cuore, quello che non ho chiesto mai a un’altra per me stessa, lo farei io liberamente per lei. E non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo». Credo che molte donne si ritrovino in questa disposizione d’animo.

La Danna invece dice: «Accordi informali con una donna che si presta a fare un/a figlio/a per altri, accordi gratuiti e volontari che le leggi non possono abolire non dovendoli approvare». La chiusa della Danna contraddice completamente la chiusa del pezzo della Murgia.

Quello che segue è un passaggio in cui concordo pienamente con la Murgia e non aggiungo nulla perché è formulato in modo inappuntabile anche se per brevità non lo riporto integralmente. «Il primo motivo per cui l’appello di Snoq Libere mi ha lasciato perplessa è l’uso dell’espressione “maternità surrogata”, collegata all’insistenza su una sorta di naturalità cogente insita nel legame di gestazione, definito con una certa enfasi “percorso di vita” e “avventura umana straordinaria”. (…) Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola “maternità” e adducendo come motivazione l’unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri». Detto questo devo anche dire che che ritengo necessario un correttivo. La discussione sulla surrogacy tocca evidentemente dei nervi scoperti e talvolta la discussione assume dei toni anche troppo forti. Ovviamente non è il caso della Murgia ma colgo l’occasione per dire che trovo inverosimile l’accusa di oscurantismo a chi si pone problemi etici riguardo all’argomento GPA. Non voglio che la mia riflessione parta con un pregiudizio né in un senso né nell’altro. Anzi è bene sia chiaro che se chiunque mi forza emotivamente in un senso tendo per istinto ad andare nel senso opposto e come me anche molte altre donne.

Il passo successivo imposta bene il problema ma non fornisce una risposta efficace. «È socialmente accettabile che donne povere possano vendere la propria capacità riproduttiva – quella, non il proprio figlio – a ricche coppie sterili? Si può iniziare spontaneamente una relazione biologica come la gestazione senza avere intenzione di assumersi la maternità che ne deriverebbe? Lo si può fare anche dietro compenso? Più ci penso, più mi rispondo che una legge che detta delle regole all’eventuale risposta positiva a questa domanda è molto più urgente di una legge che impedisca di porsela». Su questo punto non sono d’accordo con la Murgia perché mi pare molto più convincente la posizione della Danna. La Murgia parte dall’idea che non normare significhi di fatto vietare mentre la Danna in modo più lineare spiega che le leggi non possono abolire accordi gratuiti e volontari proprio perché non li devono approvare.

Un altro passaggio che non mi convince è quello che riguarda il parallelo tra GPA e aborto. «Il punto quindi è: se in questo paese esiste una legge che consente l’interruzione di gravidanza perché non si hanno abbastanza sicurezze economiche, secondo quale logica non dovrebbe esistere una legge che per ottenere quelle sicurezze ne consenta invece l’inizio e il prosieguo? Quale sarebbe la ragione per cui si può impedire la nascita di un essere umano perché non si hanno abbastanza soldi, ma non si può ipotizzare una legge che permetta di realizzarla per ottenerli?». Un attimo, facciamo un passo indietro. Questa domanda non mi pare intrinsecamente corretta perché implica il presupposto non detto che aborto e surrogacy siano fenomeni della stessa natura. Alla fine, per rimanere nel solco dalla Murgia, si dovrebbe trattare di due interruzioni di una relazione biologica, ma non è così.

In realtà aborto e surrogacy sono fenomeni di segno e di direzione opposta. Se una donna rimane incinta e decide di abortire – a prescindere dai motivi della decisione finale – spesso è perché l’inizio del processo non è stato volontario. Una donna ha una gravidanza non desiderata perché non ha potuto o non ha saputo decidere a monte. Le riflessioni in merito alla contraccezione e alla consapevolezza potrebbero essere molteplici ma il dato di fatto è questo: in linea generale si arriva all’aborto quando la gravidanza non è desiderata e se la gravidanza non è desiderata è perché qualcosa non ha funzionato nella fase della contraccezione, cioè all’inizio del processo di gestazione. Se invece una donna insieme ad altri soggetti – eterosessuali od omosessuali è irrilevante – da il via a una gravidanza surrogata è una scelta consapevole fin dall’inizio. Non si tratta di correggere un evento che è uscito dal controllo della protagonista ma esattamente del contrario: di assumere la responsabilità dell’inizio di un evento. I due casi dell’aborto e della surrogacy non sono e non possono essere messi sullo stesso piano. E da un punto di vista logico ed etico è errato ragionare come se questo fosse possibile.

«La gestazione per altri – dice la Murgia – dal punto di vista formale non è altro che una gravidanza indesiderata». No, è esattamente questo il punto: la GPA è il contrario di una gravidanza indesiderata, è una gravidanza voluta ma indotta.  Sostanzialmente è questa la mia principale obiezione al discorso della Murgia. Viceversa trovo apprezzabile il suo appunto all’appello di SNOQ sulla rinuncia alla retorica della maternità di sangue che rischia di diventare un pericoloso appiglio per troppe questioni relative non solo ai diritti delle donne ma anche a positive pratiche di maternità non biologica come l’adozione.

La Murgia prosegue: «Il problema è la povertà di partenza? Certo che è la povertà di partenza: è ovvio che 99 su 100 non lo farebbero mai se non fossero povere. Ma questa affermazione può essere applicata identicamente anche alla signora rumena che ha lasciato i figli a sua madre per venire qui a fare la badante a nostra nonna». Mi sembra un parallelismo non corretto: nel primo caso in gioco c’è un servizio nell’altro c’è il corpo stesso. Siamo d’accordo che sia ipocrita non vedere il sacrificio e la rinuncia della badante che si trasferisce dal suo paese per accudire i nostri anziani. È corretto, come fa la Murgia, sottolineare che stiamo comprando la sua povertà. Però l’errore non mi pare stia tanto nel pagarla per un lavoro che svolge solo per bisogno, quanto nel separarla dalla famiglia cioè nel non favorire il suo ricongiungimento con i figli e il marito. Cioè nel non stabilire un rapporto solidale e intimo con una persona che ci offre un servizio che va ben oltre le semplici necessità di una prestazione lavorativa come l’accudimento continuativo.

La Murgia poi arriva al punto chiave del suo ragionamento: «Questo è il mio problema etico maggiore: se questa opportunità resterà costosa, e anzi per legge costerà di più proprio per offrire delle garanzie a chi è fragile, i diritti della gestante che solo il denaro in gioco garantisce verranno percepiti dai committenti come un costo da abbassare, spingendo gli aspiranti genitori meno abbienti a spostarsi dove le legislazioni sono più blande o semplicemente le donne sono più bisognose». In questo ha perfettamente ragione e va rilevato questo discorso quanto mai pregnante apre un versante parallelo su tematiche finora poco indagate perché la stessa considerazione vale per l’adozione. Fa male dirlo ma talvolta l’adozione è una faccenda per ricchi.

La Murgia, poi, ritorna sulla questione della necessità di normare una pratica che comunque esiste a prescindere dalle leggi. Usa un modello di ragionamento che è stato lo stesso con cui alcuni cattolici contrari all’aborto hanno accettato la sua legalizzazione. In sostanza si continua ritenere illegittimo un comportamento sul piano etico-religioso ma lo si ammette sul piano normativo-legale come necessità ineludibile. «Se vogliamo dei “no” ci vogliono norme che li impongano, perché senza una legge che metta dei limiti, i genitori intenzionali possono sparire senza lasciare traccia e chi si è visto si è visto (…). In assenza di leggi a tutela delle parti deboli, la forza del denaro può fare tutto (…). Prima della legge sull’aborto le donne abortivano lo stesso, ma morivano nel tentativo clandestino e nessuno ne aveva responsabilità. Le leggi che consentono sono le sole che possono mettere dei limiti all’azione che stanno legittimando». Questa è una prospettiva interessante ma il problema reale di questo ragionamento, la sua debolezza, è che stiamo parlando di rapporti internazionali e di norme sovranazionali. Se il processo venisse anche regolamentato in Italia cosa vieterebbe a delle coppie di andare a cercare la donna per la gravidanza surrogata in India o in un altro paese dove il servizio costa meno ed è meno burocratizzato? La forza del denaro può fare tutto anche in presenza di leggi. È il senso etico generale e capillarizzato che previene gli abusi laddove la legge per sua stessa natura può solo sanzionarli. Infine non è vero che le leggi che consentono sono le sole che possono mettere dei limiti: l’esempio tipico è il sabotaggio della 194. La normazione di un fenomeno è stata effettuata ma la legge non è bastata a dare garanzie e regole chiare circa l’utilizzo di un diritto e le sue limitazioni/estensioni.

Ovviamente sottoscrivo in pieno il passaggio relativo alla titolarità delle scelte durante la gravidanza: «Non importa di chi sono gli ovociti e lo sperma: anche la gestante ci mette del suo, non è un mero corpo attraversato. Non importa nemmeno quanto è costato il processo: il risultato sarà comunque un dono, che può restare in mano alla sola persona che ha il diritto di considerarlo proprio fino a quando non rinunci spontaneamente a farlo».

La Murgia rivela la sua matrice cristiano cattolica, che è anche la mia, quando dice: «La gestazione per altri mi pone questioni molto meno problematiche di quanto non siano quelle che mi pone l’aborto. La GPA è infatti orientata alla generazione di una vita, non alla sua soppressione, e anche solo per questo andrebbe valutata con parametri diversi». Questa è la chiave del suo discorso e nel dire che l’aborto pone molti più problemi etici ha sostanzialmente ragione. Però così scrivendo contraddice quanto aveva sostenuto prima riguardo la comparazione tra GPA a aborto: «Lo stesso principio che difende il diritto di interrompere una gravidanza dovrebbe, a rigor di logica, essere applicato al diritto di darle inizio».

È molto bello infine il parallelismo tra le matriarche bibliche Sarai, Rachele, Lia, Tamar e la possibilità attuale di effettuare la gravidanza per altri. Le serve di queste donne avevano dato loro dei figli perché le padrone erano sterili. Ma c’è una differenza ulteriore oltre a quelle che correttamente coglie la Murgia. Il patrimonio genetico dei figli appartiene ai mariti delle matriarche e alle loro schiave, il che ne fa delle madri biologiche. Oggi la procedura per la GPA prevede invece che gli ovuli siano donato da una donna diversa proprio per prevenire complicazioni sul piano dell’attribuzione della madre biologica. Il corpo della gestante è messo volontariamente a disposizione dell’unione di ovuli e spermatozoi di persone altre e che è rimborsata per farlo. Comunque si voglia considerare la cosa.

Ilaria Sabbatini

Chi vuole leggere i testi in originale può trovarli qui

Michela Murgia: “Non chiamatela maternità surrogata”

Parola di femminista: l’utero in affitto è sfruttamento del corpo femminile

Per correttezza metto anche il link alla Carta di Parigi che al momento attuale non firmerò.

Per chiudere con un sorriso che sia anche emblema di un’apertura al confronto un pezzo dell’intramontabile Anna Marchesini

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Un pensiero su “Nuove questioni sull’utero. Molti dubbi e poche certezze.

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