Il bambino morto della foto

Ho visto come tutti le foto dei bambini annegati e ho pensato di condividerle, ma poi non l’ho fatto. Fondamentalmente per due motivi: perché le foto circolano già abbastanza e perché non sono sicura di me, di quello che voglio ottenere.

A dire la verità, la voglia di capire mi ha portato a vedere scene che mi hanno rivoltato lo stomaco più dei bambini morti. Non perché sono sensibile e delicata ma perché non sono abituata. Non sono abituata a vedere quelle immagini.

Con questo non giudico nessuno. Forse fa bene chi le pubblica: un pugno nello stomaco ogni tanto funziona. Io però mi sono accorta che mi sto abituando. Mi sto abituando a vedere uomini e donne arrotolati dall’acqua, corpi abbracciati sul fondo del mare, bambini spogliati dalla risacca, prigionieri decapitati, persone torturate, ossa che spuntano, muscoli e tendini in vista.

Non posso rifiutarlo, questo è il mio tempo, e io sono un elemento insignificante in un caos che ribolle. Ma non voglio abituarmi. Voglio continuare ad avere incubi, voglio continuare a sentire schifo, voglio continuare ad essere arrabbiata, voglio arrivare fino in fondo a quel senso di impotenza che mi prende quando capisco che io, povera illusa, di fronte a quei bimbi affogati non posso far altro che guardarli.

Prima ne sono arrivate tre: foto di bambini senza nome portati dal mare. Poi ne è arrivata un’altra, di un bimbo ancora più piccolo. Lui un nome ce l’ha: Aylan Kurdi. Il piccolo Aylan di tre anni è morto insieme al fratello Galip di cinque anni e alla madre Rehan. Il padre Abdullah vuole tornare a Kobane per seppellirli dove sono nati. Avevano chiesto il riconoscimento dello stato di rifugiati politici (al Canada), gli è stato rifiutato.

Sono diversi i casi in cui sento storie analoghe: persone che avevano fatto domanda di asilo politico e se la sono visti rifiutare. Qualcuno di loro è morto in patria, qualcuno come il bambino della foto è morto tentando di scappare, qualcuno avrà rinunciato, qualcuno ci sta ancora provando. Per lo più non sappiamo niente di loro se non quando arrivano alla nostra attenzione i loro corpi annegati.

Tutto sommato che ci sia discussione intorno al fatto di pubblicare le foto dei bambini sulla battigia non mi pare un cattivo segno. Personalmente ho scelto di non usarle ma capisco che è questione di sensibilità diverse, formazioni diverse, scopi diversi. C’è chi invoca il rispetto dei morti e chi afferma l’importanza di mostrare quelle foto. Chi sostiene l’efficacia del cazzotto nello stomaco e chi osserva che agli indifferenti non fa né caldo né freddo. Non saprei.

Di certo è vero che per chi è in guerra con la armi o con la povertà vedere i morti è normale, anche i bambini e perfino molto peggio di così. Su questo tema la mia convinzione fluttua. Potrebbero valere entrambe le posizioni. È vero tutto e il contrario di tutto. Guardo le persone che discutono e in un certo senso la cosa mi rassicura perché, nonostante tutto, guardano nella stessa direzione.

La cosa che invece mi preoccupa è l’abitudine. Oggi quelle immagini ci toccano ma se ci abituiamo a vedere i cadaveri dei bambini piano piano la nostra soglia di tolleranza si alzerà. Temo che possa arrivare il momento in cui non ci farà più nessun affetto. Un po’ come la sindrome da burn out che  deteriora le emozioni, provoca adattamento e spinge al cinismo.

Mi preoccupa la dispercezione della realtà che può derivare dalla pervasività di quelle immagini. Mi preoccupa il loro consumo non il loro uso. Mi preoccupa il loro contesto. L’incapacità di distinguere un bambino vero da un bambino morto in una fiction. L’alterazione del senso della realtà, la somiglianza tra un cadavere infantile e un bambolotto. Il fatto che tutto quello che passa da uno schermo tende ad omologarsi. Mi preoccupano le implicazioni politiche.

Del resto forse sta già avvenendo. Qualcuno parla di ruspe di fronte al fatto che c’è un bambino di tre anni annegato su una spiaggia. Di fronte al suo fratellino di cinque anni, di fronte agli tre bimbetti assurdamente cullati dalle onde, di fronte a quelli che ancora si vedranno.

Mi sembra una forma di schizofrenia anche il fatto che, spesso, le stesse persone polemizzano per i crocifissi nelle scuole, per i valori della famiglia, per le “nostre” radici e poi cedono alla retorica delle ruspe. C’è un episodio ne “La notte” di Wiesel che racconta dell’esecuzione di un bambino. “Dietro di me udii il solito uomo domandare: — Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: — Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca”.

Certo fa paura anche a me l’episodio dei coniugi assassinati dal cittadino ivoriano. L’immigrato ospite del Cara di Mineo. Mi provoca rabbia, schifo, fastidio. Vorrei che fosse messo in prigione. Novità, cari voi della retorica della ruspa: tutti vogliamo che un assassino vada in prigione. La differenza è che a quelli come me − chiamatemi buonista e vi aizzo il cane − non fa paura una creatura di tre anni perché so ancora distinguere tra un bambino e un pluriomicida.

I coniugi italiani assassinati erano stati emigranti pure loro. Se ne erano andati a lavorare in Germania come molti italiani. Come mio nonno che andò in America a fare il portuale e mio suocero nelle miniere in Francia. Emigranti rispettabili ma non rispettati. Rispettabili come molti degli emigranti che ora vengono dal Mediterraneo o da un Sud ancora più a sud del mondo.

Quel bimbo annegato era figlio di genitori che avevano cercato di salvare la loro famiglia legalmente ma erano stati respinti. Per questo erano finiti tutti su una barca che si è ribaltata. Noi italiani abbiamo bisogno di essere protetti dai pluriomicidi, non dalle persone inermi.  “Dov’è dunque Dio? Eccolo: è appeso lì, a quella forca” scriveva quel tale Wiesel. Parlava di un bambino morto. Dio non è nei vostri crocifissi e nelle vostre tradizioni. Dio, se ci credete, è nei bambini spiaggiati.

Ilaria Sabbatini

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