Gli aeroplani di carta e le polemiche sui drogati

newspaper-airplane1Leggendo gli articoli sul caso della ragazza morta per droga mi è venuto un po’ il magone. Si è tipizzato sulla vittima come se il suo stile fosse concausa dell’abuso di sostanze. E per associazione mi è venuto in mente un episodio. In facoltà, c’erano delle sale studio in cui andavamo a finire tutti. Anche io tra una lezione e l’altra mi infilavo lì e cercavo di leggere. Naturalmente tutti chiacchieravano ed era impossibile concentrarsi. Ma prima di darmi alle biblioteche feci in tempo a sentire una conversazione. 

In quelle aule di studio venivano un po’ da tutte le facoltà, così mi trovai vicina a degli ingegneri, credo, di certo un indirizzo scientifico. Parlavano a mezza voce e non potei fare a meno di sentire. Erano misurati e molto compiti: camicie invece di magliette, mocassini al posto delle Superga. Erano giovani adulti che ragionavano come manager di sé stessi. Solo che discutevano di amfetamine.

Il discorso verteva su quanto tempo prenderle prima degli esami. Calcolavano i minuti che passavano tra l’assunzione e l’effetto. Dicevano che se si prendono e poi per qualche motivo l’attesa si allunga, rischi di arrivare all’esame in calo e non rendi affatto. Viceversa, se buttano fuori qualcuno e tu entri troppo presto, l’amfetamina non ha ancora fatto effetto e non rendi lo stesso. Continuarono così per un po’ finché mi annoiai e andai via. Ignoro quale sia il sincronismo perfetto per assumere anfetamina prima di una prova. Però di una cosa sono sicura: quelli erano drogati e non avevano piercing, capelli colorati, hairstyle insoliti o tatuaggi. 

Per caso stamani mi sono imbattuta nel caso della sedicenne di Messina morta in spiaggia a seguito dell’assunzione di qualche sostanza. I vari commentatori sono andati a vedere la bacheca della ragazza, ma si sono fermati alle foto profilo, che poi hanno preso per costruirci storie. Anch’io ho guardato suo profilo ma a me ha colpito la copertina perché ho riconosciuto una serie Tv di culto. Breaking bad, la storia cinica di un professore di chimica senza successo sociale che si afferma come produttore di metanfentamine. Anch’io ho guardato quella serie: cinematograficamente parlando la qualità è alta, la narrazione è curata e i personaggi molto al di fuori degli stereotipi. Il professore di chimica, vive con la moglie ed entrambi sono avanti con l’età. Lei è incinta di una bambina non proprio desiderata e il primo figlio ha una paresi cerebrale. A quasi cinquant’anni, il professore deve svolgere un secondo lavoro in un autolavaggio per mantenere il tenore di vita e superare le difficoltà economiche. Per tutti è un uomo debole e remissivo, praticamente un fallito. La situazione non è brillante ma tutto precipita quando il professore scopre di avere un cancro incurabile ai polmoni. Spaventato per il futuro della sua famiglia decide di sfruttare le sue conoscenze di chimica per fare soldi e si mette a produrre metanfetamina. Si tratta di un ritratto cinico e poetico delle contraddizioni  della società americana ed è molto bello.

L’altra immagine è di Requiem for a dream, un altro film culto che parla appunto della morte dei sogni. Anche in questo caso si tratta di standard cinematografici alti, fotografia ricercata e colonna sonora notevole. È la storia di una casalinga teledipendente e di un figlio tossicodipendente con le loro rispettive aspirazioni. Lei desidera di partecipare a uno show televisivo, lui di fare abbastanza soldi per aprire un negozio con la fidanzata. La madre viene invitata a partecipare al suo talk show preferito e decide che indosserà un vecchio vestito. Per poterci entrare deve dimagrire così comincia ad assumere delle pillole senza sapere che sono amfetamine. Il figlio guadagna bene grazie al traffico di droga e con i soldi pensa di poter comprare un negozio tirandosi fuori dal giro. Ma in breve la madre comincia ad avere allucinazioni finché non perde completamente il controllo. Le cose vanno male anche al figlio che a un certo punto finisce in prigione con una infezione che lo porta all’amputazione di un braccio mentre la fidanzata è costretta a prostituirsi. Il finale si chiude con l’immagine della madre in ospedale psichiatrico che immagina sé stessa e il figlio ospitati da una trasmissione televisiva applauditi come persone di successo da un pubblico indistinguibile.

Entrambe sono storie di droga, entrambe sono storie di dipendenze-non-dipendenze, entrambe sono storie di persone comuni. Il professore di Breaking bad non ha mai fumato e non usa la sostanza che produce, la casalinga di Requiem for a dream non assume intenzionalmente le amfetamine e la sua unica dipendenza è quella televisiva. I piani si intrecciano, le storie non sono lineari e parlano di giovani e di adulti, di persone che si drogano in modi differenti. Se ci si ferma alla superficie si vede solo la superficie: la droga. Se si dedica del tempo a riflettere le cose cambiano. Per quanto mi riguarda mi sto chiedendo perché a me e a una sedicenne morta di ecstasy incuriosissero gli stessi film. E di sicuro li vediamo da punti diversi perché abbiamo esperienze diverse. Sarei solo curiosa di sapere cosa ne avrebbe pensato della morte dei sogni se fosse arrivata alla mia età. Perché a volte non lo so nemmeno io eppure non ho mai assunto ecstasy.

Attenzione però, io non sono di quelli per cui la colpa è sempre della società. È lontanissima dal mio pensiero l’idea di giustificare chi si distrugge con le sostanze diluendo la colpa in modo indistinto. Lo trovo un atteggiamento insensato. Ma compassione sì, ne provo, perché tranne rarissimi casi nessuno – giovane o vecchio – vuole morire di droga o di alcol.

Mi pare fisiologico che nella vita occorra lottare e non aspettarsi che i nostri problemi vengano risolti dagli altri. La mia parte istituzionalizzata afferma che tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità per la quota che ci spetta. Quindi risparmiatemi la melassa: chi ha perso in quel modo una persona cara sa che il groviglio di emozioni vira anche sulla rabbia per quella enorme cazzata. Ma la mia parte garantista afferma anche che le responsabilità dobbiamo prendercele tutti, senza eccezioni. Quindi risparmiatemi anche i moralismi.

Non credo si possa pensare che il problema non ci riguarda solo perché abbiamo superato indenni le fasi critiche della vita. Siamo stati esposti tutti alla curiosità e alla voglia. Siamo stati esposti allo stress della consapevolezza di essere una società incoerente e schizofrenica. Siamo solo diventati più cinici, più capaci di reggere le contraddizioni. Qualcuno è diventato moralista, qualcuno è diventato ironico ma le due cose non sono sempre così ben differenziate. Forse l’età adulta è proprio questo: la capacità di convivere con le sfumature senza pensare che sia una sconfitta. Credo che a quella ragazza dobbiamo riconoscere almeno una cosa: il rispetto per la sua vita spezzata che non chiede giudizi ma solo ascolto. Non era stupida né delinquente e se si poneva certe domande è perché forse aspettava di trovare la sua risposta. Di Requiem for a dream ha scelto la scena del ponte, quella in cui i due ragazzi lanciano un aereo di carta e parlano per la prima volta del loro futuro.

Ilaria Sabbatini

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