Il cuore non è una mozzarella di bufala

Sta girando sui social una storia molto poetica, che si distingue tra le tante che si incontrano. Mi sembrava bella e avevo pensato di condividerla. Ma c’erano dei dettagli che mi allarmavano. Aspetta un attimo, mi son detta, fammi vedere da che giornale viene o se è un racconto di testimoni diretti. E infatti questa bella storia ha un solo difetto: non è vera. È molto verosimile, tanto che se fosse stato indicato che era un racconto non avrei obiettato nulla. Ma non era indicato quindi ho deciso di informarmi.

Dapprima ho cercato in rete: essendo un fatto di cronaca avrei dovuto trovarne almeno qualche traccia. Invece, di quel caso specifico, non c’era nemmeno l’ombra. Così ho provato a rivolgermi alla persona che aveva messo in rete la storia. Non cito il nome, perché credo assolutamente alla sua buona fede, e dico anche che è stata molto gentile.

In breve la rintraccio, chiedo informazioni sulla fonte e la persona mi scrive: «Che differenza farebbe? Questa storia ci ricorda solo chi siamo o chi siamo diventati e dal numero delle condivisioni e dei commenti capisco che scuote le coscienze e tira fuori la sensibilità e l’umanità che c’è in noi senza badare alle diversità e senza pensare alle paure. Ritengo tutto ciò meraviglioso».

Bene, anche stavolta mi toccava il ruolo della cinica rompiscatole senza cuore. Infatti questa è stata la mia risposta: «Tu mi chiedi che differenza fa. Ebbene fa moltissima differenza. È la differenza tra divulgare storie vere e divulgare racconti. Altrimenti tanto valgono le storie dei rom che rapiscono i bambini. Un falso per un falso. E se qualcuno degli “amici xenofobi” si accorge che questa storia non è vera allora potrà mettere indubbio tutte le altre storie vere che ci sono. Non c’è niente di male a scrivere un racconto. C’è di male a spacciarlo per una storia vera: la lotta per i diritti si fa chiamando le cose con il loro nome. Un fatto è un fatto, un racconto è un racconto. E solo questo ti da la libertà di poter dire al razzista bufalaro di turno: guarda che le tue storie sono inventate». 

Il fatto è che un po’ cinica forse lo sono, ma non sono affatto senza cuore e dunque la conversazione prosegue. La persona dice che in ciò che racconta c’è un seme di verità e che le parole riescono a scatenare pensieri, sentimenti e stati d’animo. Sono d’accordo ma il punto non è la compassione che si prova. Il punto è la battaglia culturale che si può e deve fare contro il razzismo. Il punto è quali mezzi usiamo e quali conseguenze hanno i nostri mezzi. A chi ci legge, dobbiamo dare un’informazione rigorosa. Un evento immaginario non diventa più reale perché è verosimile. Del resto non c’è neppure bisogno di inventare: i fatti che accadono stanno sempre lì, in tutta la loro nuda crudezza. Ma  se anche qualcuno volesse scrivere un racconto immaginario sarebbe perfettamente legittimo: basterebbe dire, appunto, che è un racconto.

Al che l’interlocutore mi risponde che ognuno combatte l’odio con gli strumenti che ritiene più efficaci. L’odio, dice, si diffonde spesso attraverso le parole e spesso gli odiatori parlano di fatti non veri o che ignorano la realtà. Parlano più alla pancia che alla testa delle persone e, siccome lo trova efficace, questa persona dice di volerli combattere allo stesso modo.

Il problema, rispondo, è proprio quello ed è grave. La posta in gioco non è stabilire chi è buono, la posta in gioco è la credibilità: se si spacciano per vere delle notizie false la gente non crederà più alle notizie vere. Di fronte a un danno simile non contano i buoni sentimenti e anche le migliori intenzioni sono vanificate. Perché il brodo di coltura è quello delle emozioni di pancia, ossia lo stesso che genera le storie xenofobe sui migranti. Cambia solo il segno.

Il diverso incute paura, dice la persona, e la mancanza di informazione fa vittime. E infatti sono d’accordo con lei: la mancanza di informazione fa vittime. Tutta la mancanza di informazione, compresa quella della verosimiglianza passata per realtà. Perché non si può combattere la mancanza di informazione con informazioni false, parziali o ambigue. È come andare a una battaglia di sassi con il casco di vetro. Diffondere informazioni inattendibili per abbattere la paura del diverso è una contraddizione in termini. Dirò di più: diffondere informazioni inattendibili aumenta la mancanza di informazione, alimenta il sospetto e contribuisce il pregiudizio.

I libri non sono tutti ispirati da fatti veri, mi dice la persona, ma ci insegnano tanto. Il racconto di cui discutiamo può essere un fatto realmente accaduto. Infatti concordo che non c’è nulla di male nello scrivere un racconto. Ma se un fatto non è veramente accaduto bisogna dirlo. Si può spiegare che una storia è verosimile, simile a decine di storie vere. Che c’è di male?

Il male è quando un lettore va a cercare la notizia e non la trova. Il male è quando decade il rapporto fiduciario tra chi legge e chi scrive. Non mi aspetto grandi misure: mi aspetto solo di chiamare i racconti racconti e le cronache cronache. Se si fa passare per cronaca un racconto immaginario, dopo chi si può più fidare? Le storie drammatiche, di guerra, di fame, di ingiustizia, di sopraffazione vanno raccontate. Ma vanno raccontate in modo rigoroso cosicché le persone vengano raggiunte dall’impatto dei  fatti realmente accaduti.

Chiamare le cose col loro nome non ne sminuisce il valore; verificare le fonti non rende le storie meno toccanti. Al contrario la mancanza di rigore su temi sociali delicati, in un momento storico in cui riemergono razzismi e discriminazioni di ogni tipo, è  una scelta pericolosa. Il giorno in cui una drammatica storia falsa di migranti finirà in mano a uno xenofobo non ci sono dubbi sul fatto che la userà per smontare la credibilità di altre storie gravissimi ma vere.

Questa è una battaglia che non prevede prigionieri e tanto meno asseconda i buoni sentimenti. Oggi vince una drammatica storia falsa sugli oppressi. Domani vincerà una drammatica storia falsa sulla bambina rapita dagli zingari. Vi ricordate la bambina Maria che non poteva essere figlia di zingari perché era bionda? È stata considerata vera da una buona parte dei lettori europei facendo riemergere il pregiudizio degli zingari che rapiscono i bambini. E questo continuerà ad accadere finché si continuerà a confondere il verosimile col vero.

Di fronte a tali fenomeni, io voglio avere la libertà di dire agli xenofobi “siete dei bugiardi e le vostre storie sono false”. Ma se non si è rigorosi prima di tutto con sé stessi quei razzisti ti diranno: “l’hai fatto anche tu”. E allora con quale credibilità cercherai di convincere chi ti legge che loro mentono? Come spiegherai a chi ti legge che tu invece dici la verità?

A differenza del mio interlocutore che non si mette a discutere coi razzisti per non perdere tempo prezioso, io credo che un confronto sia in qualche misura inevitabile. Credo che non cambierà nulla se non la smettiamo di rivolgerci al nostro ristretto e rassicurante giro di amici, di persone che ci approvano incondizionatamente, di sodali con cui condividiamo tutto. Abbiamo bisogno di confrontarci al di fuori dal nostro guscio, con un mondo che non è né amico né compassionevole. E gli unici strumenti efficaci che abbiamo a disposizione sono questi: rigore e metodo.

Rigore e metodo fanno la differenza tra l’essere credibili e l’essere inattendibili. Se ogni cosa che scriviamo è verificabile, le persone lo sanno e si fidano. La credibilità è una merce rara di questi tempi eppure è l’unica cosa che garantisce la fiducia di chi legge a prescindere dalla sua e dalla tua appartenenza politica. L’essere rigorosi deriva dalla necessità di guadagnarsi la libertà di dire quello che pensiamo rimanendo in ogni caso credibili. È il motivo per cui qualcuno può permettersi di dire quel che pensa ed essere creduto e altri no. Il cuore non è solo un muscolo, ma neppure una mozzarella di bufala.

Ilaria Sabbatini

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