Genova, 21 luglio 2001

Dedicato a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che ancora non hanno trovato la voglia di parlarne.

Genova, 21 luglio 2001

Dovevamo partire con i pullman delle associazioni cittadine, ma non ho sentito la sveglia. Il piazzale del ritrovo era vuoto: due ore di ritardo. Così io e il mio compagno siamo andati lo stesso, in macchina. In poco tempo siamo arrivati e subito abbiamo incontrato i primi gruppi di manifestanti. Colorati, stravaganti, attrezzati con trombe e tamburi. Volevamo raggiungere i nostri. Abbiamo risalito il lungo corteo. Tra i gruppi che suonavano, i cordoni dei centri sociali, le bandiere delle associazioni, c’erano file di tipi in nero, col viso coperto. Alcuni con spranghe, mazze da baseball, manganelli. E avevano un capo che camminava alla loro testa. Erano in mezzo al corteo, nascostati tra la folla. Niente foto: il capo ci è venuto contro mostrando la spranga. Siamo risaliti ancora. Poi, entrati nel piazzale del punto di ristoro [Piazzale Kennedy], ci siamo messi a chiacchierare con i ragazzi dell’organizzazione. Il piazzale era quasi vuoto. Al massimo una ventina di persone che bivaccavano. Improvvisamente è successo qualcosa al di là della recinzione. Siamo corsi in quattro o cinque verso il cancello in fondo alla piazza. C’era la polizia, al di là, schierata davanti al corteo che svoltava verso corso Torino. Quando sono partiti i lacrimogeni, per terra non cerano pietre. Siamo stati investiti dal fumo e siamo corsi indietro. Qualcuno, dopo, ha detto che era un strategia della polizia per tirare fuori dal gruppo i facinorosi. Noi che eravamo nel piazzale non facevamo altro che riposarci e parlare quando hanno cominciato a piovere le lattine. Stupore, più che paura. Ho respirato il fumo. Mi ha bruciato la gola e la pelle: lacrimavo, tossivo, faticavo a tirare il fiato. Qualcuno mi ha fatto lavare. Non so come, sono riuscita a restare razionale. Ho bagnato il mio foulard bianco e me lo sono arrotolato intorno alla faccia. Sperando di non essere scambiata per qualcosa che non ero. Ma il dolore era troppo forte, dovevo proteggermi in qualche modo, e non avevo il physique du role. Il mio compagno era rimasto al di là dei cancelli, riparato da un container. Scattava foto insieme a un gruppetto di giornalisti. Un ragazzo voleva chiudere i cancelli. Il mio compagno sarebbe rimasto preso tra la polizia e i manifestanti. Abbiamo urlato di non chiudere: si tagliava una via di fuga. I giornalisti andavano avanti e indietro dai cancelli. Insieme a una ragazza delle cucine mi sono messa a fare la spola tra la cucina e i cancelli portando bottiglie d’acqua. Era tutto paradossale. Lei era surreale con quel grembiulino a quadretti, in mezzo alla coltre di fumo. I lacrimogeni piovevano da tutte le parti. Nel corridoio davanti al cancello siamo rimaste solo lei e io, due ragazze senza armi né casco. Due qualunque. Ci davamo una mano a vicenda. Distribuivamo acqua, in maggioranza a giornalisti. Non si sono viste tute nere. Forse i poliziotti ci hanno viste correre ed è arrivata una terza, una quarta serie di lacrimogeni, davanti, dietro, nel mezzo, a pochissima distanza. Eravamo completamente circondate dal fumo. Lei mi ha aiutata a uscirne. Un lacrimogeno è stato sparato direttamente nelle cucine. Il fumo era così intenso che non riuscivo più a vedere il mio compagno. Gli sono corsa incontro, verso i cancelli. Ho avuto paura che il mio gesto venisse interpretato come un’aggressione ma sono andata. L’ho trovato che perdeva saliva e muco dal naso, aveva conati di vomito, non ci vedeva più. L’ho preso per la maglietta e l’ho trascinato. Lui credeva che sarebbero arrivate le manganellate, si è protetto la testa con le braccia. Invece ero io. L’ho portato all’aria e l’ho fatto lavare. Al cancello in fondo la polizia tentava di entrare. Una ragazza ha proposto di alzare tutti le mani e di sedersi. Un sit-in, al massimo ci avrebbero prelevati. Ho detto al mio compagno di venirmi a prendere in questura e che avevo i documenti con me. Mi sono seduta. Non c’è stato neanche il tempo di riflettere che sono cominciati gli scontri. Da non so dove sono spuntate fuori le tute nere. Prima non c’erano, un attimo dopo erano lì. Abbiamo capito che la situazione stava precipitando. Qualcuno ha urlato “via, via: stanno entrando”. Lo scontro era già in atto prima che facessero irruzione. Si stavano spostando verso il centro del piazzale, verso di noi. Siamo corsi fuori. Gli organizzatori ci orientavano verso il viale in cui proseguiva il corteo. Ai lati i cordoni ci proteggevano. Lungo il viale la scena era completamente diversa. C’era solo gente normale. I ragazzi che ballavano, gli anziani che portavano cartelli, i cani al guinzaglio, qualche bambino, un ragazzo che faceva della giocoleria. Il mio compagno e io siamo andati ancora avanti. Lui ha preso un viale secondario per fotografare le auto bruciate. Io sono rimasta a guardare il corteo. Dall’altra parte della strada, dove faceva incrocio con Corso Italia, c’è stato di nuovo il lancio di lacrimogeni. Il corteo ha fatto un’ampia curva. Non ho visto nessun segnale di scontro. Tutto è continuato normalmente e i fumogeni sono finalmente cessati. Ancora avanti, fino alla testa del corteo, fino al palco. Di tanto in tanto davano notizie: dietro di noi c’erano altre cariche. Quando hanno letto la lettera del padre di Carlo Giuliani c’è stato un applauso. Ha detto che le vittime erano due, di uno stesso carnefice. A qualcuno sono scivolate le lacrime. La situazione alla nostre spalle stava volgendo al brutto. Hanno chiuso gli interventi con un senso di preoccupazione e di fretta. Non si poteva tornare indietro. Viale Europa era in fiamme e c’erano le cariche della polizia. Proprio sulla scia del corteo si era scatenata la violenza più irrazionale. C’erano gli scontri a Brignole, da dove dovevano partire i gruppi delle associazioni. Bisognava fare il giro lungo, non passare assolutamente da piazzale Kennedy. Siamo sciamati un po’ confusi. La maggioranza di noi non conosceva Genova. Ed è stato lì che abbiamo conosciuto i genovesi. Si è sempre detto che loro avevano paura. Sicuramente ne avevano. Ma non di noi. Mi aspettavo gente intimidita, invece c’erano persone ai balconi. Salutavano i manifestanti, applaudivano e dal corteo rispondevano con applausi. Dai tetti spruzzavano acqua per rinfrescare noi dabbasso. Sotto l’acqua ci divertivamo come ragazzini al mare per smorzare col gioco la paura delle cariche e delle botte. Ai portoni ci aspettavano con le bottiglia d’acqua e i biscotti. Una donna ci ha mostrato la sua bimba. Agli angoli degli incroci i genovesi stazionavano per dare informazioni. Senza alcuna organizzazione preordinata ci dicevano dove passare per evitare gli scontri. Con il mio compagno ci siamo fermati spesso a parlare con loro, a cercare di capire. A chi non c’era sembrerà strano: la Genova che abbiamo conosciuto noi è stata materna. Nessuno a cui facessimo paura, nessuno che si tirasse indietro. Di quella giornata mi rimarrà il ricordo di una consapevolezza tanto profonda da vincere la paura. Lì, per una volta, mi sono sentita libera e partecipe.

Lucca, 30 luglio 2001

Per me è venuto finalmente il tempo delle lacrime. Quelle lacrime che covano da quel sabato di violenza. Per me funziona così. Le lacrime sono la mia via di fuga, la mia valvola di sicurezza per non impazzire incalzata da pensieri più grandi di me. Sono stata male ma so che la supererò, e sono pronta a ripartire. Ora che sta passando non mi pento di aver scelto la presenza. Sapevo che avrei dovuto pagarne le conseguenze: l’ho semplicemente accettato. Ho solo bisogno di lasciare uscire quell’amaro che mi avvelena. Che avvelena una delle esperienze che daranno senso alla mia vita. Avevo bisogno di sentirvi vicini. E quando si hanno delle ferite nell’anima non c’è miglior cura che dell’affetto degli amici. In confronto alla sofferenza interiore, io fortunata che non mi sono presa le botte, le ustioni che ho sulle spalle, sul viso e gli zigomi gonfi, sono una sciocchezza. A volte mi vergogno a raccontare questo, perché sembrano cose da poco. Ma è così: non si è trattato di semplici lacrimogeni. Ce ne siamo accorti bene durante e dopo. A volte queste cose non si dicono, perché sai che aumenteresti la sofferenza di chi ti ascolta. A volte si tace per dignità. Sto pensando a cosa farò alla prossima occasione. Dipende tutto da come mi gioco questo rigurgito di nausea e paura dopo le assurde violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Per adesso sto cercando di ritrovare la pace. Ma la sirena della fabbrica qui vicino mi fa sussultare.I poliziotti in divisa mi fanno irrigidire sulla schiena. L’ululato delle ambulanze mi fa ripiombare nel buio, come se tutta la luce del giorno venisse inghiottita da quell’urlo. Conosco tanti ragazzi in polizia e nei carabinieri. Non so con quali occhi riusciremo a guardarci ancora. Con gli amici di qui si ride e si scherza, si sdrammatizza. E’ l’esorcismo che loro mi regalano e mi presto volentieri. Ieri sera abbiamo fatto un fumogeno con un barattolo di patatine soffiandoci dentro le nostre sigarette. Abbiamo riso della foto di me imbacuccata in mezzo ai lanci. Eppure c’è sempre un momento in cui manca la battuta e si fa silenzio. Mancano le parole perfino per l’ironia. Poi qualcuno cambia discorso e si riprendere a ridere, ma non passa mai del tutto quel silenzio latente, carico di cose non dette. Certe parole sono diventate tabù. Non le pronuncio più da una settimana. Preferisco strani eufemismi o allusioni o assurdi giri di parole. Non riesco più neanche a toccare fisicamente certi fogli di giornale. Ho l’impressione di sporcarmi si sangue. Cumuli e cumuli di pagine stampate giacciono lì, sulla mia scrivania. Quando ritroverò la forza gli darò un ordine. O forse non lo farò mai. Ma il peggio è la notte. Quella del 21 luglio 2001 mi sono addormentata sul divano. Ho sognato una donna. C’era della violenza e io ripetevo “No! No!”. Il mio compagno mi ha svegliata: stavo parlando nel sonno. Quando sono andata a letto ho rivisto la stessa donna. Cercavo di difenderla ancora. Non sapevo niente di quello che sarebbe successo, o che stava succedendo, o che era già successo, nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto, a Genova. Dopo è stata l’angoscia. E il senso di colpa per essermela cavata con poco. Ci volevo dormire alla scuola. Mi aspettavo politica, discorsi e qualche risata. Invece no. Sono tornata a casa. E mi sento come se li avessi lasciati soli. Non posso rallegrarmi di averla scampata. Non ho condiviso con loro tutto fino in fondo. Lo so che non è razionale. Ma le vie della mente non sono fatte solo di razionalità. Ora non serve a niente indignarsi, perché io non c’ero. E non posso dire che ho visto con i miei occhi la gratuità della violenza, anche se ne sono certa. Delle persone che girano disarmate e indifese nella manifestazione non possono essere così violente. Io lo so, io l’ho visto. Ma questo non basta. Non basta per difenderli, non basta per essere creduti. E poi ho paura. Paura per me, per il mio compagno, per il fatto che sto lottando ancora. I forum di discussione, i giornali, le mailing list: tutti gli strumenti che conosco li ho usati. Ma in quel momento, quando il foglio passa dal fax, quando la posta elettronica parte, in quel momento io ho paura. Era questo il punto a cui si doveva arrivare? Era questo il gioco che si stava preparando? Il peggio è la notte. Ho paura del buio, io che mi ci sono sempre sentita tranquilla. Non riesco ad addormentarmi a luce spenta ma la luce mi impedisce di dormire. Così aspetto di essere sul limite del sonno per spegnere la luce. Il minimo rumore mi fa svegliare. Non dormo mai veramente. Mi sveglio di colpo, subito lucida, con i sensi allertati. Poi non riesco a riprendere sonno. Nel buio inseguo le mie angosce. Tutto si ingigantisce, tutto si amplifica nel buio. Potessi dormire di giorno, quando gli altri vegliano, mi sentirei più sicura. La notte aspetto che faccia giorno, che gli altri di casa si sveglino. Così il sole dissiperà i miei incubi e non sarò più sola mentre tutti dormono.

Genova dalla strada, di Ilaria Sabbatini tratto da Libro bianco. Testimonianze dei lucchesi sui fatti di Genova, Tipografia del Carlo, Lucca 2001

Annunci

Un pensiero su “Genova, 21 luglio 2001

  1. Pingback: Il grande freddo | ruminatiolaica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...